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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1429 2.jpgIs 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Una delle pagine del secondo-Isaia, profeta del tempo dell’esilio di Israele, presenta l’enigmatico profilo del ‘servo di Jahwe’. Dietro a questo appellativo sta una figura difficile da cogliere, perché da un lato può essere riferito ad una collettività, forse ad Israele nella sua storia di popolo oppresso e colpito. D’altra parte alcuni tratti del servo sono riferimenti ad un individuo singolo. Il servo di Jahwé è un uomo che subisce rifiuto e oppressione, e per l’esempio della sua vita vissuta in fedeltà a Jahwé è sottoposto a tortura disprezzo e sofferenza fino alla morte. “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”.

L’autore di questa pagina accosta il ritratto di quest’uomo offeso e privato di dignità e bellezza all’immagine di una pianta appena nata in mezzo al deserto. Benché attorno a lui domini la violenza e l’offesa, che non portano vita, ma morte, aridità appunto, la sua testimonianza è per contro un segno carico di fecondità per altri. E’ come una radice in terra arida. Egli sperimenta la contraddizione e il rifiuto ma fa sorgere una vita nuova per tutti. “vedrà una discendenza, vivrà a a lungo”. Il suo soffrire è letto come luogo di salvezza per altri, come il rito di sacrificio che costituiva esperienza della vicinanza di Dio che offre salvezza e perdona i peccati. Con la sua vita compie il progetto di salvezza di Dio. Dio infatti è liberatore e desidera salvezza per tutti. Accoglie la fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ rimasto fedele, per riproporre per tutti il suo dono di salvezza. “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”.

Questa figura del servo di Jahwè è stata vista dai primi cristiani che leggevano le Scritture ebraiche come una prefigurazione del cammino di Gesù: la sua via appare come quella del ‘servo di Jahwè’.

Nel dialogo presentato da Marco al cap 10, Gesù risponde ad una esigenza di due discepoli che lo seguivano sulla strada: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Sorprende innanzitutto cogliere come Giacomo e Giovanni, i più vicini a Gesù, poco comprendano della sua via e del suo progetto. Marco è attento a sottolineare tale incomprensione e durezza di cuore.

Nelle parole di risposta di Gesù ai due desiderosi dei primi posti si fa riferimento a due simboli, il calice e il battesimo, indicazione velata del cammino di Gesù “Potete bere il calice che io bevo , o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nella Bibbia indica la situazione che gli empi devono subire. Nel salmo 75 si legge: “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra” (Sal. 75,9). E’ un segno che rinvia alla collera e alla condanna da parte di Dio nei confronti degli empi. Ma anche il calice è il segno della comunione con Dio e dell’offerta a lui del ringraziamento per la salvezza. Nei riti e nel momento dei pasti il calice significava tale comunione e tale offerta. Il simbolo del calice rinvia al fatto che Gesù ha preso su di sé la condizione di chi è più lontano, dell’empio e che la sua vita è nell’orizzonte della solidarietà con tutti, ed è una consegna radicale a Dio suo Padre e per gli altri.

L’immagine del battesimo o immersione indica lo sprofondarsi in una situazione di morte e di prova. Nel salmo 69,3 si legge: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. Gesù entra nel buio della morte e condivide tale condizione.

Ai suoi dice che non sta a lui concedere i posti nel regno: il ‘regno’ è dono del Padre e non dipende da quanto gli uomini pretendono o progettano. I due discepoli manifestano sicurezza e ingenuità nel dire ‘noi possiamo compiere questo cammino. Ancora non comprendono e sono chiusi nei loro schemi di affermazione.

Gesù intende condurli a concepire la vita e ad orientare le lor domande secondo orizzonti totalmente nuovi: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”.

La vita di Gesù si sintetizza in queste parole, la strada che egli sta percorrendo è quella del servizio e del dono di sè. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’.

“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Figlio dell’uomo rinvia ad una figura presentata nel libro di Daniele che viene a giudicare con il potere di Dio (Dan 7,13): il potere di Dio è una forza debole e diversa rispetto alle attese umane: si rende presente nel servire.

Gesù propone ai suoi un modo alternativo di vivere i rapporti con gli altri e nella stessa comunità chiamata a scoprire il senso del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova, alla ricerca della gratuità.

Alessandro Cortesi op

Kyrill - Bartolomeo

Inquietudini e rotture ad Oriente

Nelle chiese ortodosse sta accadendo qualcosa di importante e grave, una rottura che ha dimensioni e conseguenze difficilmente calcolabili per la vita dei popoli e per il cammino delle chiese. L’11 ottobre il Sinodo di Costantinopoli, presieduto dal patriarca Bartolomeo I, ha deciso “di procedere alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina”. Bartolomeo che è primus inter pares tra i capi delle chiese che costituiscono la Chiesa ortodossa orientale ha preso questa decisione in un quadro segnato dalle vicende storiche del passato e del presente.

Le motivazioni di tale scelta affondano le radici in una storia lontana e nelle vicende più recenti. Il cristianesimo giunse in Russia con la conversione del principe Vladimir di Kiev nel 988. Da Kiev quindi dall’Ucraina la fede cristiana si diffuse in Russia. Nei secoli l’importanza della chiesa russa è cresciuta soprattutto a seguito della caduta dell’impero bizantino quando Costantinopoli nel 1453 fu conquistata ai turchi. Mosca assurge così al ruolo di terza Roma nel cristianesimo. Nel 1589 il metropolita di Mosca si proclama patriarca della Chiesa russa e nel 1686 prende l’eredità del patriarcato di Kiev.

Nel 1991 dopo lo smembramento dell’Urss, la Chiesa ortodossa ucraina, legata a quella russa, si è divisa in tre parti: la parte più numerosa è composta dalla chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca; la Chiesa ortodossa ucraina dell’autoproclamato patriarcato di Kiev guidata da Filarete; una piccola chiesa autocefala, la chiesa ortodossa autocefala ucraina di Macario. La decisione di Bartolomeo I comporta di fatto la revoca di una decisione del 1686 che poneva Kiev sotto la giurisdizione di Mosca (cioè il Patriarca di Mosca aveva il diritto di ordinare il Metropolita di Kiev), affermado che la lettera sinodale dell’anno 1686 fu “rilasciata per le circostanze dell’epoca”. Viene quindi proclamata “la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli”. Le ultime due chiese (di Filarete e Macario) verrebbero così a formare la nuova Chiesa autocefala; ma questa, senza la Chiesa ucraina-russa rimarrebbe monca.

La Chiesa russa aveva preannunciato che, nel caso Costantinopoli avesse approvato la richiesta di indipendenza del patriarcato di Kiev, avrebbe proclamato lo scisma, cioè la rottura della comunione eucaristica con Costantinopoli. Così Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ha “sospeso la Comunione eucaristica” con Costantinopoli, annunciando la decisione durante il Sinodo del 15 ottobre u.s., a Minsk in Bielorussia. “Con nostro grande dolore”, si legge nella Dichiarazione del Patriarcato di Mosca, “i membri del Santo Sinodo hanno ritenuto impossibile continuare ad essere in comunione eucaristica con il Patriarcato di Costantinopoli”.

Le decisioni prese e la situazione di rottura prodotta avranno profonde conseguenze nei rapporti all’interno dell’ortodossia e nel quadro più ampio del mondo cristiano, e non sono senza risvolti di tipo politico.

Tutto ciò avviene infatti in un momento in cui il Cremlino dopo l’annessione della Crimea nel 2014 sta conducendo una politica imperialistica in Ucraina dove è in corso una guerra nella regione del Donbass.

“Da parte sua, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha legato le sue fortune politiche all’ottenimento della “autocefalia”. E, se il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov ha detto che la decisione dell’11 ottobre è “una provocazione organizzata dal patriarca Bartolomeo col diretto sostegno di Washington”, Putin ha convocato il Consiglio russo di sicurezza per valutare le conseguenze della contestata “autocefalia ucraina”. E la “prima Roma”? Sul suo versante, di fronte al tremendo dissidio Mosca-Costantinopoli, si trova in croce”. (Luigi Sandri, A oriente incombe lo scisma,“Trentino” 15 ottobre 2018).

Tra voi però non è così…  la parola del vangelo rimane sfida per una testimonianza di Gesù credibile nel difficile presente.

Alessandro Cortesi op

 

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XXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0778.JPGGs 24,1-18; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

La grande assemblea di Sichem è momento di ritrovarsi di un popolo che ha compiuto il cammino dell’esodo. Entrati nella terra promessa, si presenta una nuova situazione che richiede una scelta. Su quali basi costruire un futuro comune? “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire”. E’ sempre presente la possibilità di seguire idoli vani. La domanda di Giosuè giunge al termine di un discorso in cui sono state ripercorse le tappe di una storia in cui Israele ha incontrato Dio vicino e liberatore. Segue la risposta non di individui isolati ma di un popolo che si ritrova accomunato in una direzione di fondo e assume una attitudine di responsabilità. “Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Perché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto… Perciò anche noi vogliamo servire il Signore perché egli è il nostro Dio”. Il ‘noi’ di questa risposta indica una identità posta senza relazione, in modo egoistico e sganciato dall’assunzione del farsi carico degli altri. Essa trova le sue radici in una storia di liberazione e si orienta al futuro come fedeltà. Implica la scelta di vivere nella logica della liberazione e di farsi responsabili per gli altri popoli e per le vittime dell’oppressione. A Sichem si attua il passaggio della fede, è rinnovata l’alleanza: è una scelta di libertà per servire il Dio che si è fatto per primo incontro. Ma nel cammino di servire Dio il popolo sarà sempre rinviato allo sguardo del suo cammino di liberazione e ad assumere lo stile di Dio che ha ascoltato il grido delle vittime.

Nel IV vangelo le parole di Gesù provocano difficoltà e scandalo: “Questo linguaggio è duro chi può intenderlo?”. Gesù chiede di passare ad un nuovo registro di intendere nell’affidarsi allo Spirito: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. Le sue parole indicano un cammino di conversione. C’è un modo di intendere le cose e la vita secondo la carne dove tutto è basato sulle risorse e sull’intelligenza umana. Gesù propone un modo nuovo di conoscere che fa scorgere dimensioni nuove, nell’affidamento alla sua parola. Solo la forza dello Spirito rende possibile tutto questo. Lo Spirito insegnerà ogni cosa. Gesù chiede ai suoi di scorgere nel segno del pane la sua vita, la sua carne e il suo sangue versato per la vita del mondo.

Di fronte a queste parole annota Giovanni “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”, ed anche i dodici vivono la difficoltà. ‘Volete andarvene anche voi?’. Simon Pietro risponde: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio’. Nell’esperienza del rapporto con Gesù, nell’accogliere la sua testimonianza nel suo percorso di vita si fonda la possibilità di affidarsi a lui e di seguirlo. Nelle parole di Pietro è racchiuso il senso di affidamento allo Spirito, quale atteggiamento di ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù.

Alessandro Cortesi op

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Carne e sangue

Massimo Kothmeir, comandante della nave Diciotti, ha inserito questo disegno come immagine del suo profilo pochi giorni fa. E’ un’immagine che dice tante cose e che nasconde un dramma.

La vicenda della nave ‘Diciotti’ della Guardia costiera italiana in questi giorni fa indignare e provare vergogna. 177 persone, profughi provenienti da Eritrea Somalia e altri paesi, da giorni sono trattenuti, bloccati nel porto di Catania dopo che la nave era stata fermata al largo di Lampedusa per cinque giorni senza poter ricevere autorizzazione allo sbarco. A bordo migranti segnati da lunghi periodi di abusi e torture, che necessitano assistenza e cura dopo essere stati tratti in salvo nelle acque del Mediterraneo. Tra loro chi ha diritto a richiedere asilo. Ieri sera 27 minori sono stati fatti scendere.

Il trattenimento di persone e la restrizione di libertà personale non è ammessa dalla Costituzione se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria (art. 13) e dalle Convenzioni internazionali. L’art. 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo (Cedu) riporta: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” e l’art 5 prevede i casi in cui una persona può essere privata della libertà, affermando il principio che: “Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, se non nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge: …”.

Si è giunti a privare di fatto persone migranti della libertà, in violazione dei principi costituzionali, secondo il Garante dei detenuti in una lettera al Ministero dell’Interno. Questi ricorda che già nel 2016 l’Italia era stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per la mancanza di una giustificazione legale per il trattenimento di alcuni cittadini tunisini nel centro di Lampedusa e in alcune navi a Palermo.

Il trattamento riservato ai migranti non solo ostacola la possibilità di accedere alla procedura della richiesta di asilo, ma si configura come un trattamento disumano, che non si cura della vita delle persone, e rinnega quei principi umanitari di rispetto della dignità di ogni essere umano che hanno costituito la base di una cultura di riconoscimento dei diritti umani in Europa in particolare dopo le tragedie delle guerre mondiali. Il venir meno a principi fondamentali e il fatto che persone, le più deboli, siano utilizzate e rese strumento di ricatti o per risolvere conflitti politici a livello europeo o per aumentare i consensi a scopo elettorale suscita indignazione per la violazione dei diritti umani e per mancanza di umanità.

La stessa Guardia costiera è stata posta in seria difficoltà tra obbedienza alla propria missione di salvare vite umane e obbedienza al governo. A ciò si aggiunge la vergogna per la deriva culturale in atto. Sempre più l’Italia appare un Paese incapace di scorgere le reali dimensioni dei problemi, di affrontarli in modo costruttivo, di porre attenzione alle persone più deboli.

Il vescovo di Bologna Matteo Zuppi intervenendo alla FestAmbiente di Ripescia ha detto “L’emergenza conviene, c’è qualcuno che ci guadagna. Quando non c’è una politica seria non si possono risolvere i problemi. L’emergenza dei profughi conviene soltanto a chi non vuole decidere o a chi fa vedere che decide o che ha la soluzione”. L’Italia senza accoglienza diventa un museo (“La Repubblica” 19 agosto 2018).

Qui di seguito una testimonianza diretta che aiuta a guardare negli occhi la realtà, a scorgere le reali dimensioni di quanto stiamo vivendo al di là delle deformazioni di una comunicazione virtuale che toglie la possibilità dell’incontro umano e con esso della possibilità di sentire ancora la compassione per la carne di uomini e donne che soffrono. Partecipare a mangiare il pane carne e sangue di Cristo per chi è cristiano significa entare nella vita di colui che si è identificato con le vittime e con gli esclusi della storia, lui stesso vittima della violenza e del potere.

Il testo che segue è stato scritto da una operatrice di Terre des hommes presente allo sbarco dei minori ieri sera al porto di Catania e riportato dal sito Terre des hommes. E’ un aiuto a guardare ad una storia possibile, che pure è in atto nei gesti e nelle scelte di chi intende costruire la vita come percorso di un ‘noi’ solidale e non di egoismi in continua lotta, ben lontana e altra rispetto alla storia di vergogna e disumanità che si sta scrivendo in Italia in questi tempi:

“Ho trascorso nei centri di accoglienza per minori stranieri un po’ meno di 1000 giorni della mia vita negli ultimi quattro anni. Amo il mio lavoro e sono felice perché mi permette di avviare uno scambio, di entrare in relazione, di creare uno spazio di cura, di scoprire cose di sé e dell’altro.  Ieri però non sono stata così felice di presenziare a questo sbarco autorizzato su Facebook alle ore 18 circa. Vedendo quel video ho allertato i colleghi e mi sono messa la t-shirt bianca d’ordinanza, quella di Terre des Hommes, ancor prima di essere allertata. Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un po’ più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno era tutto e solo orecchie. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno non riusciva a camminare perché era pieno di dolori. Abbiamo accolto 27 scheletrini, tre avevano delle bende lerce al polso, al piede e al braccio sparato. Abbiamo accolto 27 scheletrini, comprese due splendide fanciulle. Mentre li guardavo, seduti a terra e delimitati da transenne, mi sentivo la ricca e bianca signora europea che si reca la domenica pomeriggio allo zoo umano, così, per vedere l’effetto che fa. Il mio è un lavoro fatto di parole, come gli essere umani. Ieri sera eravamo in grosse difficoltà con la lingua, i fanciulli erano tutti eritrei tranne una ragazzina somala. Il mediatore non era potuto essere presente. A volte non restava che guardarci, domandarci con gli occhi “Ma quindi come va, come ti senti?”. “Ma tu chi sei? Perché mi guardi? Che vorresti dirmi?”. E mentre ci scambiavamo questi sguardi io pensavo, a dispetto della incredibile magrezza, della scabbia, delle orecchie a sventola, dei capelli arruffati di salsedine, delle bende lerce, del braccio sparato… pensavo che erano proprio belli. Mi ripetevo questo, “Che belli che siete”, e posso solo immaginare la mia faccia inebetita di fronte a tanta resilienza e, soprattutto, al permanere della capacità di fidarsi dell’altro. E in quei frangenti mi sono chiesta perché così tante persone siano arrabbiate e di cosa abbiano paura. Di due occhi che ti sorridono? Di due orecchie a sventola enormi? Di quattro ricci arruffati? Forse, del fatto che loro hanno perso la capacità di fidarsi dell’altro, forse perché non ce l’hanno mai avuta? Sono stati trasferiti tutti nel corso della nottata e mentre ero per strada e me ne tornavo a casa, orecchie a sventola mi ha riconosciuta dal pulmino su cui si trovava e mi ha salutato. L’ho salutato pure io. Penso che i sorrisi degli occhi, i saluti, il riconoscersi, valgano come un’altra bella storia. Come pure il non avere paura. Quella è la storia più bella, è la storia delle possibilità. Dei momenti in cui ciò che sarà non c’è ancora, se non nella tua testa, e sei pronto a lasciarti perturbare. Del tempo in cui tutto può ancora accadere se gli dai il giusto spazio. Dei giorni in cui non ti fai prendere dalla paura e rimani aperto a ciò che arriva. Di piccoli attimi di felicità”.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

guarigione suocera di Pietro - Mistra Grecia.jpg(Guarigione della suocera di Pietro – Mistra – Grecia)

Gb 7,1-7; Sal 146; 1Cor 9,16-23; Mc 1,29-39

La protesta di Giobbe é una inquietante domanda al cuore della Bibbia, sulla condizione umana e sul volto di Dio stesso. E’ provocazione che guarda in faccia la negatività della sofferenza, l’assurdità del dolore dell’innocente e la fatica di vivere: ‘Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non solo come quelli d’un mercenario?… I miei giorni… sono finiti senza speranza’.

Giobbe richiama il dramma dei sofferenti che contesta ogni facile risposta e rimane domanda aperta. Ogni teologia che pretenda di avere spiegazioni esaustive e tranquillizzanti è sfidata e provocata. La radicale contraddizione del vivere non può essere facilmente risolta in un semplice ragionamento consolatorio. C’è un paradosso del credere che si esprime nei termini del grido, della domanda rivolta a Dio e che rimane sospesa, della preghiera che rimane nell’attesa e non ottiene risposta.

Gesù, nella sua vicenda storica, è venuto a contatto in modo drammatico con il male e il dolore. Marco nel suo vangelo riporta vari incontri di Gesù con persone segnate dal male nelle sue diverse forme. Gesù è presentato in uno dei tratti propri della sua vita: si fa vicino e va incontro a persone malate e sofferenti, ed anche a chi è oppresso dal male in tanti modi: ‘Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”.

Tre scene compongono la pagina del vangelo, e sono situate nell’arco della giornata di Gesù a Cafarnao narrata nel primo capitolo, in tre luoghi diversi: la prima nella casa di Simone e di Andrea, la seconda davanti alla porta, all’esterno dopo il tramonto del sole, la terza al mattino quando era ancor buio, in un luogo deserto.

La prima scena è nella casa ed è  il racconto di una guarigione: la suocera di Simone è ammalata, a letto con la febbre. La descrizione è presentata in modo asciutto, con poche parole. Da un lato esse sono cariche di quel ricordo vivo di Gesù che si faceva incontro ai malati, al suo non aver paura, al suo sguardo che scorgeva in loro prima di tutto volti e persone da incontrare e accogliere. Gesù non aveva paura del contatto: il suo prendere per mano è gesto quotidiano e dice tenerezza e vicinanza.

Se queste parole delineano il riferimento alla memoria storica di Gesù nel contempo sono anche cariche di una lettura compiuta dopo la Pasqua nel ritornare a quello che Gesù faceva. Marco vede nell’incontro con Gesù della suocera di Pietro, nella quotidianità dei rapporti familiari, quasi un riassunto del percorso di ogni discepolo: ‘Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli’. I verbi utilizzati sono significativi. Così pure l’insistenza sull’avverbio ‘subito’ ripetuto con insistenza nel vangelo. Gesù si fa vicino alla suocera di Simone malata: l’incontro avviene perché gli parlarono di lei, si compie nel tessuto del quotidiano dei rapporti umani. Gesù si accosta e la rialza: è questo il verbo della risurrezione (‘risorgere’ si può anche dire ‘rialzarsi’) e si apre qui una fessura di luce.

Nel gesto del rialzare è visto ciò che si compie nella vita del discepolo che incontra Gesù. La forza di Gesù lo fa guarire e gli comunica vita, aprendolo ad un cammino. E’ il risorto che solleva tutti coloro che sono oppressi dal male e dalla morte. Gesù non è presentato come un guaritore o un taumaturgo che opera in modo sorprendente e fascinoso. Piuttosto la semplicità dei suoi gesti fa trasparire una comunicazione di vita, una corrente di partecipazione che ‘solleva’ la vita di chi lo incontra.

Marco conclude questa scena dicendo ‘la febbre la lascio ed ella li serviva’. Ed ancora qui può esserci il ricordo di chi serviva Gesù, quelle donne che lo seguirono tra i discepoli fino a Gerusalemme, fino al momento della croce (Mc 15,41). ma è anche una indicazione del profilo di tutti  coloro che hanno incontrato Gesù: chiamati ad attuare un servizio che si prolunga nel tempo che si fa storia. Porre la propria vita al servizio di tutti è il percorso del figlio dell’uomo (Mc 10,45): la suocera di Pietro, liberata dalla febbre nell’essere stata sollevata dal gesto di Gesù accostatosi a lei diviene paradigma, all’inizio del vangelo, del cammino che ogni discepolo sarà chiamato a compiere: essere liberato, dalla cecità, dal male, dalla morte per mettersi a servire, non solo per un momento, per lo spazio di un entusiasmo, ma come attitudine fondamentale della sua esistenza: ‘ella si mise a servirli’.

La seconda scena è ‘davanti alla porta’ dopo il tramonto del sole: ‘gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era davanti alla porta’. La vita di Gesù non fu estranea al contatto doloroso e confuso con i volti, le invocazioni, le storie di tanti segnati dal male, esponendosi alle piaghe presenti nella città. Cafarnao è luogo di incroci e di incontri, città del passaggio e delle diversità. Gesù si immerge e non fugge in questa umanità che si raccoglie. Entra e si fa resposnabile della città.

Di fronte alla ricerca di lui come guaritore e taumaturgo, Gesù ‘non permetteva ai demoni di parlare’. Chiede il silenzio sulla sua identità nel momento in cui più forte è la ricerca e l’esaltazione di lui da parte di una folla desiderosa di risposte immediate ai propri bisogni. E’ proprio di Marco accentuare in qual modo Gesù rifugga da una ricerca di utilità. Il suo silenzio rinvia ad una proposta, è segno di un percorso che Gesù esige per i suoi ma anche per chi legge il vangelo per liberarlo da false idee circa il Messia: solamente sotto la croce sarà un pagano, il centurione romano che dirà, senza essere zittito: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Solo a conclusione della sua strada Gesù potrà essere riconosciuto da una voce umana nella sua identità di messia non della gloria ma che percorre la via del dono di sé e del servizio, il Figlio (cfr. Mc 1,9-11; 9,28).

Può essere riconosciuto solo da chi si mette a seguirlo sulla stessa via della croce. Egli ha preso su di sè la sofferenza rendendola luogo di rivelazione dell’amore del Padre e di salvezza per tutti. Sulla croce Gesù fa propria la sofferenza e la domanda lacerante di Giobbe e manifesta la solidarietà dell’amore fino alla fine.

La terza scena è posta in un luogo deserto: è la preghiera di Gesù, presentata come momento del rapporto intimo, unico con il Padre, ricerca di solitudine per non farsi prendere da tutto ciò che rischia d far dimenticare l’essenziale, per accogliere la missione affidatagli del Padre: ‘per questo sono venuto’. Il suo ‘venire’ ha origine nell’invio del Padre. Per questo nonostante tutti lo cerchino Gesù risponde ‘Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là’. Gesù è venuto per andare oltre e per farci passare oltre scoprendo che il suo annuncio va oltre ogni possibile chiusura e ogni irrigidimento entro i ristretti confini.

Alessandro Cortesi op

Pierre Claverie(Pierre Claverie)

Tenere la mano…

Il 26 gennaio u.s. papa Francesco ha autorizzato la beatificazione di 19 cristiani, uomini e donne, che hanno speso la loro vita in Algeria e sono stati uccisi negli anni della guerra civile che ha attraversato quel paese nel periodo tra il 1994 e il 1996.

Tra di essi ci sono i monaci della comunità di Tibhirine e Pierre Claverie, domenicano, vescovo di Orano. Sono essi le figure più conosciute di questi 19. Con loro vi sono altri uomini che hanno vissuto con umiltà nella preghiera e nel servizio e donne che hanno vissuto il loro darsi nella discrezione dell’impegno quotidiano. Ma la testimonianza è stata la medesima.

Sia dei monaci di Tibhirine sia di Pierre si conoscono gli scritti che hanno lasciato. Testimonianze che parlano della loro scelta, dell’interrogarsi su quanto stava accadendo, della scelta di rimanere accanto al popolo algerino nel tempo della violenza e del disorientamento come accanto ad un amico malato tenendogli la mano rimanendo vicino nel tempo della sofferenza.

Pierre Claverie ha speso la sua vita orientando tutte le sue forze all’incontro con l’altro. Lui stesso parla della sua giovinezza come di un periodo in cui aveva vissuto come in una bolla. Figlio di francesi che da generazioni risiedevano in terra d’Algeria così ricorda: “non eravamo razzisti, ma solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questa regione… Vissi circa vent’anni in quella che ora chiamo la ‘bolla coloniale’, senza vedere l’altro”. La sua analisi è lucida e così sintetizza l’atteggiamento suo e della comunità francese in terra algerina.

Da quando uscì dalla ‘bolla coloniale’ intese tutta la sua vita come via per approfondire il senso dell’incontro, abitato da una autentica ‘passione per l’altro’: entrato nell’Ordine domenicano e tornato in Algeria apprese la lingua araba per poter comunicare. Desiderava ‘imparare l’Algeria’.

Partecipò attivamente al camino della chiesa in Algeria, una chiesa in terra di Islam, che visse un profondo cambiamento di attitudine nel periodo che seguì alla indipendenza politica nel 1962. Una chiesa che aveva un numero esiguo di fedeli ma che intese la sua missione nel porsi al servizio del popolo algerino, nell’essere ‘una chiesa per i musulmani’.

“La parola chiave della mia fede oggi è dialogo; non per tattica né per opportunismo, ma perché il dialogo è costituivo della relazione di Dio con l’umanità e delle persone tra di loro”. Pierre non apprezzava un dialogo superficiale per interesse o convenienza, ma s’impegnò in un dialogo profondo e sincero. Autentico dialogo richiede il riconoscimento della singolarità dell’altro e disponibilità a lasciarsi arricchire dalla differenza, senza facili unanimismi. La sua passione stava nell’apprendere ciò che il suo prossimo, le persone algerine, i ricercatori, gli intellettuali e le persone indotte, quelle semplici e tutti  coloro che incontrava nel quotidiano, potevano insegnargli. Il calore del suo temperamento mediterraneo lo rendeva sensibile all’amicizia e desideroso di creare luoghi di incontro e di uno scambio che giungeva fino ad affrontare il dialogo sulla ricerca di Dio.

La passione della sua vita è stata quella dell’incontro. Mise i suoi doni al servizio dello sviluppo che seguì gli anni dell’indipendenza del Paese, ma rimase fedele anche negli anni in cui si fece strada la violenza e le forze di coloro che si opponevano a quella che egli definiva una ‘umanità plurale e non esclusiva’.

Oggi viviamo il diffondersi della paura in particolare nei confronti dei musulmani. Sono varie le ragioni talvolta anche comprensibili per questo timore, alimentato dalla violenza perpetrata dall’Islam politico, dal fondamentalismo che ha visto l’espandersi di Daesh ma oggi si vive anche l’intolleranza volgare ed il sospetto senza ragione.

La beatificazione di questi testimoni non ha il senso di affermare la presenza dei cristiani in una vicenda tragica di violenza che ha segnato la storia dell’Algeria negli anni ’90 ed ha visto decine di migliaia di morti. E’ piuttosto un segno per riconoscere la fedeltà di una chiesa che ha inteso la sua presenza anche nel tempo della violenza, come testimonianza di amicizia e fedeltà al popolo algerino.

Questi uomini e queste donne hanno cercato di scorgere la chiamata di Dio nella terra dell’altro. Una scelta di solidarietà sino alla fine in nome del vangelo. Hanno orientato la loro vita nella ricerca di un’umanità plurale in cui riconoscere l’altro come fratello.

L’importanza  del riconoscimento che è la beatificazione in questo momento storico non sta tanto nel fatto che questi cristiani furono uccisi, ma sta nel sottolineare l’orientamento che li ha guidati: essi decisero, nel tempo della prova, di rimanere solidali con il popolo algerino, partecipi delle sofferenze. Si sono spesi per il dialogo e per l’incontro anche nel buio e tra le difficoltà per non lsciare soli quei musulmani loro fratelli e sorelle nel tempo della prova, per camminare con essi nell’attesa di Dio.  Come accanto ad un amico malato “tenendogli la mano, e asciugando la sua fronte con un panno”: con queste parole Pierre parlò dopo l’uccisione dei monaci di Tibhirine. In un tempo di paura dell’altro la loro testimonianza è benedizione.

Alessandro Cortesi op

 

Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo – anno C – 2016

img_20192Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

“Il Signore disse a Davide: tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele. Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele”

L’esperienza di fede d’Israele si fonda su di un incontro con Dio percepito come donatore di libertà e salvezza nella sua storia. Da qui sorse la vicenda di Abramo e il cammino di liberazione dall’Egitto. Il popolo d’Israele nella condizione di stabilità nella terra di Canaan visse altri momenti e divenne una monarchia in un passaggio compiuto non senza polemiche e dibattiti. La presenza di un monarca era diffusa tra i popoli vicini. Grandi imperi, come quello egiziano, hittita, assiro, il regno degli aramei, occupavano infatti la scena del mondo medio orientale. Attorno al 1000 a.C. prima Saul poi Davide, in seguito ad un’opera di unificazione di tribù disperse e di organizzazione politica, furono riconosciuti re in Israele. Iniziò così il periodo della monarchia con i suoi momenti di luce e con le sue molte ombre nelle vicende dei re infedeli in cui il regno si struttura come dominio e viene perso di vista il riferimento all’alleanza con JHWH.

Benché vi siano re in Israele, Dio stesso è riconosciuto come unico sovrano che attua il suo regnare nel dono della creazione e nella relazione dell’alleanza. Al re umano è dato un ruolo preciso e limitato: deve ‘pascere’ il popolo, non ha assolutamente potere di vita e di morte sui sudditi, non è figura divinizzata da adorare. E’ invece pastore con il mandato di ‘luogotenente’ dell’unico Dio pastore d’Israele. Per questo il re è investito di un compito, espresso nel gesto dell’unzione, che lo mantiene nella condizione di rispondere davanti a Dio e di rimanere fedele all’alleanza. E’ incaricato della missione di procurare per tutti la pace e il benessere. I suoi compiti si sintetizzano così nel dare attenzione al povero alla vedova e al forestiero, perché Dio si preoccupa dei più indifesi, di chi non ha appoggi umani.

Alla figura del re ad un certo punto si collega la speranza di una figura che porterà liberazione e pace. Il suo essere unto messia sarà compimento pieno della missione ricevuta da Dio. Al re Davide, che voleva costruire un tempio, il profeta Natan annuncia un orizzonte nuovo e una promessa: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te una casa vivente, una discendenza: “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. … la mia benevolenza non si ritirerà da lui… la tua casa e il tuo regno dureranno per sempre alla mia presenza, il tuo trono sarà saldo in eterno” (2Sam 7,14-16). Il messia sarà re di un ‘resto’, parte del popolo fedele a Dio nonostante le prove. JHWH rimane quindi per Israele l’unico re, (Gdc 8,23), che si è rivelato liberando il suo popolo, nell’esodo prima poi dall’esilio di Babilonia. Il messaggio di pace annunziato agli esuli è: ‘Il Signore regna’ (Is 52,7; Sal 96,10).

Nei racconti della passione di Gesù ha rilevanza il tema del regno. Egli aveva annunciato il regno di Dio imminente e già in atto e da qui sorge l’accusa di pretendere di essere re contro l’imperatore: “i soldati lo schernivano e gli si accostavano per porgergli l’aceto e dicevano: se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.” Ma Gesù è messia che attua un regno diverso dal dominio umano: è messia che percorre la via del servizio e della nonviolenza. In Luca il malfattore sulla croce accanto a Gesù gli chiede: ‘Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Scorge così il senso profondo del regno che Gesù ha annunciato. Nell’ora della croce, si manifesta il significato del regno come vicinanza di Dio e liberazione: Gesù è vicino agli ultimi, come in tutta la sua vita ha accostato chi era escluso e ai margini della società civile e religiosa.

Mentre le folle lo sfidano a fare gesti di potenza spettacolare, Gesù accoglie la preghiera di chi gli chiede ‘ricordati…’. L’ultimo gesto della sua vita è accoglienza e di liberazione in continuità con tutta la sua vita. Luca fa intravedere cosa significa il regno nella vita di Gesù. Non è dominio con la violenza o affermazione politico, ma è il dono inerme di un amore che tocca tutti momenti anche quelli più faticosi del vivere umano. Anche nella sofferenza subita per la violenza ingiusta dei poteri religiosi e politici Gesù si mantiene fedele all’amore donato, all’accoglienza e apre speranza di libertà. La croce diviene espressione del regno paradossale che si attua nel farsi povero e servire. La salvezza che Gesù è venuto a portare non è negazione della vita, fuga dalla storia, si connota come ‘essere con’, come comunione, in modo nuovo: ‘sarai con me nel paradiso’. Il trono regale è il luogo della umiliazione che diviene luogo di un amore gratuito fino alla fine. Gesù è re perché la sua ospitalità apre una storia nuova di relazione con Dio e di fraternità tra le persone.

Alessandro Cortesi op

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Amore fragile

All’età di 82 anni in questi giorni è morto a Los Angeles, Leonard Cohen, cantautore canadese, artista schivo e discreto ma le cui canzoni hanno caratterizzato un’epoca e sono hanno affascinato diverse generazioni.

Era nato a Montreal, il 21 settembre 1934 da famiglia ebrea. Arrivò tardi alla musica dopo un fase in cui aveva dato espressione alla sua sensibilità nel campo della letteratura con una raccolta di poesie e due romanzi. Nel 1967 esordì in ambito musicale con la raccolta Songs of Leonard Cohen.

Le sue canzoni sono sempre state caratterizzate da un tono lieve, con parole sussurrate e con melodie che accompagnano a sostare, fino al silenzio. E nei testi Cohen delinea l’esperienza umana nelle sue diverse armoniche con apertura di interrogativi e approfondimento di passioni e sentimenti facendo toccare lo spessore conreto della vita.

“Ogni cosa ha la sua fessura è così che entra la luce. C’è una crepa in ogni cosa che può mettere insieme oggetti fisici, oggetti materiali, costruzioni di qualsiasi tipo. Ma è proprio lì che la luce entra e permette la resurrezione, è lì che nasce il confronto con le cose che si rompono e il pentimento’ (Anthem).

Leonard Cohen ha affrontato così nelle sue canzoni i temi diversi propri della vita umana: l’amore e il sesso come in Dance me to the end of love, la guerra, la libertà, la dimensione del viaggio, la morte, la politica. Il suo sguardo sulla vita tradotto in note spesso struggenti è profondo e disincantato: “Tutti sanno che la guerra è finita / Tutti sanno che i buoni hanno perso / Tutti sanno che il combattimento era drogato / I poveri rimangono poveri, i ricchi diventano più ricchi / È così che funziona / Tutti lo sanno“ (Everybody knows)

Come osserva Brunetto Salvarani che al cantautore ha dedicato il suo libro Il vangelo secondo Leonard Cohen (ed. Claudiana 2010) : “le domande sull’esistenza sono le stesse per tutti, e le risposte che ha provato a dare quello che mi piace definire il canadese errante, così pregne di armonia e bellezza, possono servire, anche solo in parte, a noi tutti. Perché, come dice lui, «ogni canzone che ti consente di dare via te stesso è una buona preghiera»”.

Cohen esprime nelle sue canzoni uno sguardo sul quotidiano in cui ne coglie una presenza più profonda da ascoltare: “Tra le noccioline e la gabbia […] tra il chiaro di luna e il viottolo / tra il treno e il tunnel / tra la vittima e la sua macchia / ancora una volta / ancora una volta / l’amore ti chiama per nome” (Love calls you by your name).

A partire dalle sue origini ebraiche portò avanti la sua ricerca religiosa attraversando e percorrendo altre tradizioni ed esperienze, scegliendo di vivere anche per un tempo prolungato in un monastero buddista a Mount Baldy, in California, insieme ad un monaco zen e facendo tesoro di tale esperienza.

In Song from a room del 1969 è presente un pezzo con chiaro riferimento alla vicenda di Isacco, Story of Isaac, in cui rilegge il passo biblico del mancato sacrificio del figlio di Abramo (Gen 22) e lo attualizza con riferimento alla generazione adulta che sacrifica le generazioni più giovani assoggettandole al logica della guerra quasi come un sacrificio da offrire (era alla fine degli anni ’60 con la guerra in Vietnam).

Isacco figlio della promessa con cui Cohen si identifica, esprime il suo rifiuto ad essere omologato alle logiche della violenza e pone la domanda radicale che capovolge le logica della potenza: «And if you call me brother now,/ forgive me if I enquire:/ Just according to whose plan?». “nulla mi obbligherà a essere come voi, perché ho scelto di non essere come mio padre e sono qui, legato sull’altare come i vostri figli, pronto a testimoniarvelo. È tempo di cambiare”.

Nella sua canzone Suzanne si sofferma sulla figura di Gesù Cristo, di cui coglie la vicinanza al cammino di uomini e donne, marinai nella vita, e la debolezza dell’essere spezzato: “E Gesù fu un marinaio / quando camminò sull’acqua / e trascorse molto tempo a osservare / dalla sua triste torre di legno / e quando seppe con certezza / che solo chi annegava poteva vederlo / disse: ‘tutti gli uomini saranno marinai / finché il mare li libererà’. / Ma lui stesso fu spezzato / ben prima che il cielo si aprì / dimenticato, quasi umano / ed è piombato nella tua saggezza come una pietra” (…) “tu vuoi viaggiare con lui / vuoi viaggiare con lui ciecamente / e pensi che ti fiderai di lui ciecamente” (Suzanne).

Cohen immagina una domanda rivolta a Gesù nel momento in cui percorreva la via della croce : “Non odi la l’umanità per quello che ti ha fatto?”. E Gesù risponde: “Parla d’amore, non d’odio / questo devi fare / si fa tardi / ho poco tempo e sono solo di passaggio” (Passing Through).

Nel suo attraversare l’esperienza umana con le sue contraddizioni e domande nelle sue canzoni, con il suo invito a pensare sulle domande della vita, le armonie di Cohen aprono a considerare la fragilità di un amore vissuto nel limite della fisicità e della vita quale crepa di un rivelarsi di un amore che solo regna non per via di violenza e di dominio, ma con la debolezza delle parole sussurrate.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

-2Sap 18,3.6-9; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12, 32-48

“la notte della liberazione fu preannunciata ai nostri padri perché avessero coraggio… il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza… ”. Notte e giorno, tenebre e luce: è contrapposizione che attraversa la Bibbia. La notte è simbolo del buio e del male, la luce della vita divina. La migrazione dell’esodo si compie di notte ma il buio è squarciato dalla colonna di fuoco e luce. La luce diviene segno: il Signore stesso guida illuminando il cammino del popolo: “la notte della liberazione desti al tuo popolo, Signore, una colonna di fuoco, come guida in un viaggio sconosciuto e come sole innocuo per il glorioso migrare”.

“Non temere piccolo gregge, perchè al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno”. Gesù indica il regno come un modo nuovo di vivere, scoprendo che Dio è vicino e genera rapporti nuovi e un modo diverso di vedere le cose: la conversione richiesta è un orientamento diverso. Passare dall’idea che le cose cambiano per opera dei grandi, dei ricchi, dei sapienti, alla consapevolezza che il regno è dato ai piccoli. Chi compie la scelta di non accaparrare per sé, chi sceglie di essere senza interessi e potere da difendere, è capace di farsi borse che non invecchiano. Non è una scelta di irresponsabile e di irrealtà: Gesù chiede di intendere in modo nuovo l’uso di tutti i beni. Quello che si ha in tanti modi e in tutte le sue forme può essere utilizzato divenendo schiavi delle cose, oppure nella logica del dono e del servizio. La parola di Gesù tocca le cose concrete, la gestione di quei beni che segnano la nostra vita. Vivere la ‘elemosina’ indica maturare una attitudine di misericordia e compassione per gli altri: non tanto fare un’offerta, ma vivere la propria vita come consegna.

La prima parabola indica una beatitudine indirizzata ai servi che il padrone ritornando trova svegli nel mezzo della notte, intenti alle loro opere. Per loro preparerà una cena e si metterà a servirli. E’ parola che evoca il gesto di Gesù nell’ultima cena, sintesi di tutta la sua vita ed anche promessa. Proprio il vangelo di Luca al momento dell’ultima cena riporta queste parole di Gesù: “chi è più grande, chi sta a tavola, o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve… e io preparo per voi un regno come il Padre l’ha preparato per me…” (Lc 22,25-29).

“Siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito apena arriva e bussa”: il profilo del padrone è particolare. E’ uno strano padrone che deve bussare per entrare: Dio è tutt’altro che padrone, è piuttosto presenza discreta che bussa e chiede di entrare e attende: “Ecco io sto alla porta e busso…” (Ap 3,20).

La seconda breve parabola parla dell’irrompere inatteso del ladro che scassina la casa di notte. E’ una parola difficile perché il venire del figlio dell’uomo è accostato al presentarsi di un ladro. Certo, chi intende la propria vita come il ricco stolto, tutto preso dal programmare come ingrandire i granai per accumulare, percepisce la venuta del Signore come un ladro che gli strappa via ciò in cui ha riposto la ricchezza della propria vita. Solo chi pensa di vivere la vita come possesso si troverà spossessato e derubato.

Una terza parabola infine presenta un amministratore fedele, pronto, al suo posto, che svolge il suo servizio nel quotidiano in fedeltà senza fare calcoli sull’ora del ritorno del padrone di casa. In quella casa dove il padrone torna, la fedeltà dell’attesa è vissuta dall’amministratore. L’amministratore non è il padrone, ma è colui che ha ricevuto in consegna qualcosa. La sua è la condizione di chi ha in affido qualcosa che non è suo.

L’invito che attraversa queste narrazioni è ad ‘essere pronti’: ‘… con la cintura ai fianchi e le lucerne accese: siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa’. Essere pronti per poter mantenersi non impediti dall’accogliere, non distratti nell’attendere. Capaci di attesa e lucidi per non lasciarsi vincere dal sonno od opprimere dalla fatica. Pronti per aprirsi ad un incontro di visita.

Essere preparati non è cosa scontata: è più facile lasciarsi sopraffare da distrazioni perdendo il senso del tempo, dimenticandone il limite. Stare pronti è l’attitudine di chi si prende cura, lo stile di chi si mette in cammino, con i fianchi cinti, e la lampada in mano per illuminare anche la notte. E’ questo il vestito della pasqua quando l’agnello fu consumato insieme divisi per famiglia, pronti a partire, con i fianchi cinti: ‘Ecco come mangerete l’agnello: coi fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano’ (Es 12,11). L’essere pronti rinvia ad un viaggio: è un sempre nuovo cammino di esodo, è il viaggio pasquale. In esso non viene meno il pericolo e l’angoscia del buio, ma si è chiamati a scorgere i segni della presenza vicina del Dio che guida come luce.

C’è quindi un richiamo forte in queste letture a considerare tutta la vita cristiana come un viaggio che trova il suo paradigma nel cammino dell’esodo. ‘Noi siamo pellegrini e stranieri come i nostri padri’ (1Cr 29,15). La percezione di essere in pellegrinaggio attraversa le diverse spiritualità. ‘Carissimi, voi siete come stranieri ed emigranti in questo mondo; perciò io vi consiglio di stare lontani da quei desideri egoistici che vi spingono alla rovina.’ (1Pt 2,11). Percepirsi nella precarietà del cammino è tratto essenziale della comunità voluta da Gesù: implica intendere tutta l’esistenza come un viaggio. E’ la condizione di chi sa di non essere arrivato, di non possedere e si scopre legato nella compagnia di tanti altri. Nel cammino l’incontro con Dio si attua nell’incontro con tutti coloro che cercano una direzione, un senso, con tutti coloro che hanno fame e sete di libertà.

Alessandro Cortesi op

-1Per fede…

Domenica scorsa, nell’ultimo giorno di un luglio insanguinato da atti di violenza efferati condotti in varie parti del mondo, e in particolare dopo il gesto dell’uccisione in una chiesa di Rouen di padre Jacques Hamel da parte di terroristi islamisti che hanno accompagnato la loro violenza con il grido ‘Allahu akbar’, molti musulmani hanno aderito all’appello dei loro imam di essere presenti nelle chiese durante l’assemblea domenicale. Un gesto importante per dire che l’esperienza del credere non può condurre alla violenza e che le fedi possono convivere in pace riconoscendo una fraternità costitutiva dell’unica famiglia umana, nelle sue differenze e nella molteplicità delle religioni e delle culture.

La domanda che sorge è allora: come vivere oggi ‘per fede’ come Abramo, come Sara, come tutti i padri e le madri che sono stati testimoni di affidamento e di cammino nella vita in un orizzonte di fede? Abramo e Sara, padri e madri in particolare delle famiglie religiose che ad essi si richiamano come radici. Siamo eredi di una storia in cui le religioni sono state responsabili di violenze senza limite e di guerre. L’ispirazione religiosa è tutt’oggi sfruttata ad alimento di fondamentalismi diversi che portano a concepire l’altro come nemico, o inferiore, o da salvare nell’assimilazione e nella sottomissione. E questo deve suscitare una riflessione approfondita su come maturare forme di proposta e di educazione che contrastino ogni fondamentalismo.

Qualche voce in questi giorni ha giustamente notato che la grande offesa degli atti di violenza oggi non è stata solo rivolta ad alcune comunità religiose, ma alla comuità umana indipendentemente dalla propria appartenenza religiosa. Così è stato nelle violenze eclatanti dei terroristi che hanno seminato morte e dolore in luoghi di vita ordinaria, ristoranti, pub, metropolitane, luoghi di ritrovo, piazze, aeroporti, mercati.

Gli occhi vanno poi tenuti aperti anche sulle forme nascoste della violenza che attraversa le vicende dei popoli sia nelle molteplici guerre dove si oppongono interessi politici e economici, sia in altri modi in cui la guerra è combattuta nelle forme della devastazione ambientale, dello sfruttamento delle risorse, nell’impoverimento delle popolazioni, nelle violazioni dei diritti umani e civili fondamentali. Sono tutte le forme di un sistema ingiusto che è stato costruito, che appare ineluttabile e che genera iniquità, miseria e disperazione.

Come partire come Abramo ‘per fede’ oggi? Forse questo tempo presenta una grande sfida che in prospettiva riunisce tutti, credenti e non credenti, ed a tutti senza distinzioni è rivolta. E’ la scoperta che siamo accomunati in questa terra, e si può distruggere tutto se si pretende di vivere senza l’altro, concependo l’altro come nemico, in logiche di esclusivismo e di pretesa di essere detentori di verità e non a servizio della verità da accogliere e ricercare. Se si pensa di essere padroni della propria esistenza, se non si cresce nella consapevolezza della custodia e del rispetto mite per la natura e per le altre persone, se non si riconosce la differenza di tradizioni, culture e l’esigenza di comporre insieme un vivere affrontando i conflitti inevitabili con la parola,  tutto diviene occasione di guerra e rincorsa per il dominio. Il passo richiesto ad ogni uomo e donna oggi è quello di scoprire il proprio cammino non come esclusivo, ma aperto alla visita e al’incontro. La grande opera richiesta oggi non si pone nella linea dell’uso delle armi, nel progettare nuove guerre, ma è una silenziosa e profonda opera di disarmo interiore e culturale, un cambiamento di direzione dell’intendere la propria stessa fede: una conversione del ‘togliersi i sandali’ di fronte alla vita degli altri, ponendosi in ascolto, in ricerca.

Solo tale percezione della fragilità della propria vita, del legame che stringe gli esseri umani e questi con la terra, può generare un futuro da vivere insieme, mai senza l’altro. Ciò implica che ho bisogno dell’altro per vivere ciò che di più profondo sta nella mia stessa esperienza umana o di fede. Solamente da qui può aprirsi il dialogo che si nutre di rispetto, fiducia e simpatia, ed è riconoscimento delle differenze e faticoso cammino per aperture nuove. Per chi vive un riferimento a fedi religiose questa risorsa di pace va rintracciata nelle profondità del proprio credo, nei termini della fraternità, della compassione, del senso del limite; per chi vive la propria esperienza umana come luogo di costruzione di una convivenza con gli altri questa risorsa di pace può essere ritrovata nelle profondità della propria umanità, nella nostalgia di rimanere e diventare umani in sintonia con la terra. Per tutti la sfida è scoprirsi segnati dal limite e dall’apertura fragile. E’ la ricerca di “un’altra interpretazione della parola amore” come ha ricordato Dacia Maraini in una sua riflessione di fronte alla violenza degli uomini verso le donne (Il dominio feroce dei maschi deboli, in “Corriere della sera”, 3 agosto 2016) :  “Non è la vendetta che ci interessa. Non è infierendo su chi infierisce che si cambiano le cose. Quello che vorremmo è una presa di consapevolezza comune, un’altra interpretazione della parola amore. Che pure esiste. Dobbiamo solo riconoscerla dentro di noi al posto del sospetto e dell’odio”.

Forse solo questa via di umanizzazione e di riconoscimento della fragilità comune può essere una via che si oppone alla devastazione della violenza nelle sue diverse forme e della guerra. Per i cristiani non si tratta forse di un passaggio di essenzialità e di scoperta che solamente nella rinuncia al dominio dell’altro e nel prendersi cura del volto sofferente è possibile sprimentare l’incontro con Dio, raccontato da Gesù come il Padre?

Alessandro Cortesi op

Domenica delle Palme e della Passione del Signore, anno B – 2015

agony in the garden 1465 National Gallery(Giovanni Bellini, agonia di Gesù nel giardino, 1459-1465, National Gallery)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

Nel suo racconto della passione Marco s’interroga in particolare sull’identità di Gesù, filo rosso dell’intero vangelo: vangelo è infatti la bella notizia di Gesù il suo annuncio del regno. Ma bella notizia è Gesù stesso, come viene suggerito sin dalle prime righe: “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”. Gesù è presentato da subito con il profilo del messia: ‘figlio di Dio’ è titolo del re messia (ad esempio nel Salmo 2,7). Tuttavia nel corso del vangelo Marco è attento a precisare che quando qualcuno esprime un aspetto dell’identità di Gesù, viene messo a tacere: l’intimazione a tacere è rivolta ai demoni (1,24; 3,11), a persone guarite (Mc 1,44), agli apostoli (Mc 9,7.9). Marco è consapevole della possibilità di costruire un’immagine falsata di Gesù: sa che Gesù può essere confuso con attese di un messia ben diverso. Nel racconto della passione Marco è attento a presentare il volto di Gesù che porta a compimento la sua strada e manifesta quale tipo di messia compie con la sua esistenza.

Marco ritrae Gesù prima di essere arrestato nel momento della paura e dell’angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza umana. Lo descrive inoltre sempre più solo: anche gli apostoli lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono” (14,50). Nel momento drammatico nell’orto degli ulivi Marco ricorda la preghiera di Gesù: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Lo fissa ancora in un silenzio che si fa più profondo di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (14,60), e poi di fronte a Pilato (14,5). Ancora lo presenta nella sua incapacità a portare il patibulum della croce che veniva caricata sulle spalle ai condannati tanto che un certo Simone di Cirene fu costretto a portarlo (14,21). Infine Marco riporta le parole di sfida a lui rivolte sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (14,32-33). Il credere è qui inteso come risposta alle opere di potenza. E Marco lo contrappone ad un credere che nasce dalla croce: Gesù è messia che percorre la via della croce, che rimane fedele nella linea del servire e del dare la vita per… solo la via della croce è la via della risurrezione e della vita.

Gesù nel racconto della passione di Marco si mostra nel volto di messia che non scende dalla croce. Nel momento della morte si rivolge al Padre con le parole iniziali del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. E’ una preghiera drammatica, che dà voce alla solitudine e all’abbandono del giusto che soffre. Sono le prime parole di un salmo di lamento che tuttavia si conclude con le parole di un affidamento senza limiti a Dio, colui che esaudisce il grido del perseguitato e non gli nasconde il suo volto. Gesù è messia che prende su di sé la debolezza e vive la sua via come dono di sé fino alla fine.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia (14,62).

Proprio nel momento della morte di Gesù, Marco annota due particolari: per la prima volta nel vangelo risuona una professione di fede senza che sia imposto il silenzio. Il centurione, un pagano, soldato dell’impero dice: “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. E’ riconoscimento del volto del messia nel crocifisso venuto non per essere servito ma per servire e per dare la sua vita per tutti. E’ parola che interpreta il senso di tutta la vita di Gesù e la sua stessa morte, così come Gesù aveva indicato ai suoi: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (14,24).

La sua morte è stata esito di complotto dei poteri politico e religioso, impauriti e inquieti di fronte a Gesù. Più profondamente la sua morte è momento ultimo della fedeltà radicale al suo essere messia venuto per servire (cfr. Mc 10,45).

Nel momento della sua morte – scrive Marco – ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’. E’ un’indicazione simbolica, che corrisponde allo squarcio dei cieli, presentato al momento del battesimo di Gesù. La presenza di Dio non è separata, lontana, chiusa da barriere, ma l’incontro con Dio è possibile nel coinvolgimento sulla strada di Gesù, nell’incontro con la sua umanità. Di fronte al sommo sacerdote Gesù aveva contrapposto il ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e il ‘tempio non fatto da mani d’uomo’ (14,58): Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come nuovo tempio, luogo vivente dell’incontro con Dio. Si può incontrare Dio e aprirsi al senso profondo della propria vita oltre ogni barriera. A tutti, a partire dal centurione pagano, è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7). La morte di Gesù è fecondità di un incontro nuovo con Dio stesso, aperto a tutti.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo (Mc 14,51-52), sarà il giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’ (Mc 16,5).

2745957850Alcune riflessioni per noi oggi

Non si può ascoltare in questi giorni il racconto della passione senza andare con il pensiero alle vittime del volo Barcellona-Düsseldorf del 24 marzo u.s., schiantatosi sulle Alpi francesi, e ai familiari e amici. Un evento che ha sconvolto in questi giorni a livello diffuso, portando a identificarsi con coloro che improvvisamente hanno avuto la loro vita interrotta in modo così tragico e a considerare come i destini dei popoli, delle famiglie e delle persone sono inscindibilmente legati. Lo schianto dell’aereo A320 costituisce una tragedia europea che accomuna nel dolore e apre a quel senso profondo di solidarietà che scatta quando si avverte con più evidenza la medesima condizione umana e fragile e che dovrebbe essere presente anche in tutti gli altri momenti dell’esistenza. Ha portato anche a confrontarsi brutalmente con l’esperienza della morte quale evento che genera domande e rimane grande scandalo della vita umana. Con i primi chiarimenti su ciò che ha originato tale tragedia si è anche presentato l’interrogativo sulla morte causata dalla scelta umana maturata nel buio di una mente segnata dalla malattia e dalla depressione.

Non si può leggere il racconto della passione senza sentirsi partecipi dell’abisso del dolore che segna le vite di tutti coloro che si sono trovati improvvisamente a perdere i loro cari. Un’immagine di questi giorni può essere di aiuto a cogliere l’importanza di ascoltare il racconto della passione e di trovare in esso un annuncio di speranza: è l’immagine del volto sconvolto di Ulrich Wessel, preside del Joseph-König-Gymnasiums di Haltern am See, cittadina del Rheinland-Pfalz.

Germanwings A320 abgestürzt - Haltern am SeePer primo si è trovato nella drammatica situazione di dover comunicare la notizia della morte di sedici alunni e di due insegnanti della sua scuola alle loro famiglie. Caricato di una responsabilità e di un peso insopportabile nell’incontrare il dolore e la disperazione di genitori e congiunti. Richiesto di riferire sulla situazione della scuola nella conferenza stampa tenuta nella cittadina di Haltern è intervenuto, tra il sindaco e la ministra della scuola, circondato da microfoni di fronte ai giornalisti, al centro di una sala del Municipio in cui era attesa una sua parola. Ben poco aveva da dire: solo i sui occhi lucidi, il volto disfatto, tirato e i capelli scomposti, parlavano. Dietro di lui, sulla parete, immobile, stava la scultura di un crocifisso, immagine illuminata del corpo di Gesù, le braccia aperte, i piedi inchiodati in parallelo e distesi, il capo inclinato sopra a tutto quel dolore. Quel crocifisso, immagine silenziosa sotto le capriate di legno della sala del Comune era una memoria: Gesù è entrato negli abissi umanamente incomprensibili della morte. La salvezza che ci ha portato non è avvenuta ‘nonostante la morte’, ma egli stesso è passato attraverso il buio e l’assurdità di una morte causata da scelte umane di violenza, di incomprensione, di ostilità, di irresponsabilità, di inconsapevolezza (‘… non sanno quello che fanno…’) e dentro a tale morte ha portato il seme di una fecondità nuova. Chi vive nel dolore della morte non rimane solo. La testimonianza di coloro che seguono Gesù è chiamata a seguirlo, ad essere vicini a chi sta nell’ombra di morte, a scorgere che anche l’abisso dell’assurdità del dolore è stato attraversato dalla presenza di Gesù che ha raccontato nella sua vita il volto di Dio che raccoglie il dolore e ogni pianto, non lo lascia nella solitudine e non lo dimentica. Nell’abisso della morte Gesù ha posto il seme di vita nuova.

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario anno C – 2013

Il-volto-del-Crocifisso-ligneo-attribuito-a-Michelangelo2 Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

E’ l’ultima domenica nel ciclo dell’anno liturgico. Le letture offrono uno sguardo sul senso della storia e della vicenda di tutto il cosmo. Si parla del ‘regno di Cristo’, del suo regnare. E’ da ricordare che la chiesa non s’identifica con il regno ma sta al servizio della crescita del regno di Dio presente come seme e come vicinanza di salvezza di Dio nella storia umana. Servire il regno è quindi non stare ‘davanti al mondo’, ma ‘nel mondo’, nella condivisione, nella passione per il dialogo, in un cammino che coinvolge l’umanità, nella consapevolezza che si può offrire l’unica ricchezza del vangelo e ricevere nello stesso tempo tutto ciò che è luogo e occasione perché il vangelo possa entrare ancora nel tempo, in questo tempo che è tempo benedetto da Dio.

Nella Bibbia il regno è categoria ambigua: se per un verso il re doveva essere solamente luogotenente di Dio, e quindi operare ciò che Dio opera, soccorrere l’orfano la vedova e il forestiero, d’altra parte l’esperienza di avere un capo condusse Israele a scoprire che la monarchia stessa diveniva istituzione che si frapponeva come ostacolo alla fede in JHWH, l’unico re e signore. Sono così profeti a richiamare il venire di Dio che regna e sovverte ogni pretesa umana di prendere il suo posto.

Gesù al cuore della sua predicazione e del suo insegnamento parla del ‘regno di Dio’: è la tensione fondamentale della sua esistenza, e nel suo agire, nei suoi gesti di accoglienza, di liberazione e di cura indica gli inizi, piccoli nascosti, ma fecondi di un vicinanza di Dio che cerca ciò che è perduto, che è già presente e avrà un compimento al di là di ogni pensiero. Tutte le parabole sono strutturate attorno a questo grande messaggio: nel regno di Dio avviene come….

Ma si tratta di un ‘regno’ che nulla ha a che fare con la violenza e con le logiche di potere dei regni umani, Gesù stesso è visto nel suo essere re dei Giudei sulla croce. Il modo di regnare di Cristo implica un cambiamento radicale nel modo di considerare il regno. Questa festa è invito a maturare il senso della vicenda umana nella direzione di un raduno, ricapitolazione della storia e il cosmo nell’amore che è la vita di Dio.
L’inno della lettera ai Colossesi suggerisce questo significato:
“ringraziate il Padre… è lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre
e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,
per mezzo del quale abbiamo la redenzione,
il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile”
In Gesù, nella sua vicenda terrena, possiamo rintracciare l’immagine del Dio invisibile, in Lui si è reso vicino a noi il volto di Dio stesso. L’antico inno liturgico presenta così uno sguardo tutto centrato in Dio, il Padre: ‘ringraziate il Padre… lui ci ha trasferiti nel ‘regno’ del Figlio del suo amore. Regno diviene così indicazione di una relazione: è termine che dice liberazione. Il regno del Figlio non si attua secondo le logiche di dispotismo e di sottomissione, ma è rapporto nuovo ed evento di liberazione e di vittoria su tutte le schiavitù, compreso il peccato.
“Egli è principio,
primogenito di quelli che risorgono dai morti,
perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose”.
Questo inno parla di Gesù come capo centrando lo sguardo alla sua risurrezione. Egli è capo perché è il primo di coloro che si rialzano dalla morte: ha aperto la strada e la sua presenza, la sua vittoria sulla morte, diviene speranza non solo per ogni uomo e donna ma anche per tutta la realtà in tutti i suoi aspetti, per tutta la creazione.
“È piaciuto infatti a Dio … che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce
sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.”
L’opera di Cristo è un’opera di riconciliazione: egli ha fatto pace tra tutte le cose. Il suo ‘regno’, il suo essere capo si connota come inizio di una condizione di pace che coinvolge tutta la realtà la sfera della terra e quella dei cieli. E’ quindi un anti-regno rispetto a tutti i potentati umani costruiti sull’affermazione, sulla potenza militare e sulla violenza delle armi o dell’economia utilizzata come strumento di esclusione ed eliminazione.

E tutte le cose, la natura, la terra, il cosmo, sono in vista di lui: Cristo è il punto di approdo di ogni cosa. Si tratta di una vicinanza ospitale che non esclude ma accoglie ogni realtà, le cose stesse di un mondo dove la piccolezza e precarietà delle cose porterebbe a pensare che ci sono realtà inutili e insignificanti. L’approdo della storia e del cosmo è invece qui indicato nell’approdo alla pace da ricercare e costruire nell’impegno paziente sin da ora. In questo senso Gesù è capo e regna, perché ha mostrato l’amore nel suo darsi totalmente in fedeltà affrontando l’ostilità e la morte. In questo si è manifestato l’amore di Dio. Gesù Cristo ha dato se stesso per tutti. Il suo regnare assume così un’altra caratteristica: non è dominio, non è possesso, ma dono. Il suo regnare ha i caratteri della solidarietà e della vicinanza.

Luca nel suo vangelo parla dello ‘spettacolo della croce’. Tutti sono chiamati a guardare quanto accade: è infatti il capovolgimento del significato del regnare secondo i criteri umani. ‘Re dei giudei’ era infatti scritto sul cartiglio della croce. Coloro che passavano lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Dietro a queste parole sta un’idea di Dio come proiezione del nostra volontà di potenza, come volto di un dominatore che schiaccia e si afferma manifestando un dominio che si impone. Ma Gesù non s’impone, si espone alla violenza ingiusta che lo condanna e lo mette a morte mantenendosi fedele nella suo essere mite, nella scelta di nonviolenza radicale.

Gesù sulla croce manifesta un volto di Dio inedito e scandaloso, di fronte al quale restare stupiti come chi guarda a bocca aperta, perché scardina le concezioni del divino e spiazza ogni tentativo umano di costruire una divinità a misura della ricerca di potenza e di affermazione. Gesù non salva se stesso, non offre segni prodigiosi della sua potenza davanti al prepotere e all’ingiustizia umana.

Nella sua passione testimonia la debolezza dell’amore – l’onnipotenza debole dell’amore – e rivela il volto di Dio capace di soffrire. Rimane fedele nel vivere fino in fondo una vita donata per gli altri. Rimane fedele nella scelta della nonviolenza da contrapporre ad ogni tipo di violenza. Rimane fedele nella fiducia in Dio Padre, che egli ha annunciato e reso vicino nelle sue parole, nei suoi gesti. Il volto di un Dio che vive l’inermità dell’amore e dell’accoglienza, che non toglie dalla sofferenza ma che soffre insieme e prende su di sé la sofferenza delle vittime e dei poveri.

Si legge nella prima lettura a proposito del regno di Davide: “In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”.
Essere ossa e carne è immagine che dice appartenenza vicinanza e relazione profonda. Il regno di Dio che Gesù ha annunciato ed ha indicato presente nel suo agire si propone così: una relazione nuova con Dio, uno scoprirsi ‘ossa delle sue ossa e carne della sua carne’. E’ scoprirsi accolti e ospitati in un incontro che non viene meno.

Alcune riflessioni per noi oggi
ci possiamo chiedere se siamo attenti a vedere a guardare dove si attua il regno di Gesù oggi. Il nostro sguardo è preso spesso da forme di successo ecclesiale, laddove si afferma un potere contrapposto ad altri poteri, laddove si guadagnano spazi di visibilità pubblica e di successo. Ma il regno di Cristo cresce laddove vi sono gesti di gratuità, di cura, di accoglienza, gesti spesso nascosti e vissuti senza ricerca di visibilità. Il regno cresce laddove si vive la fedeltà dell’amore che non s’impone, la lotta nonviolenta per la giustizia, la cura per la dignità di uomini e donne concrete e per il loro lavoro, la fatica di perseverare nella prova. Dovremmo maturare una capacità di guardare ai segni del regno presenti nella vita…

Il regno che Gesù annuncia dice riferimento ad una realtà definitiva ma che è già iniziata e presente: la vita della chiesa dovrebbe essere tutta orientata al ‘regno’ nell’intendersi a servizio del cammino dei popoli verso un orizzonte di pace. Il regno si compie in tutti i percorsi di umanizzazione, dove vi sono segni della guarigione, della liberazione, di incontro. Troppo spesso viviamo la preoccupazione di constatare risultati di affermazione e di conquista (un regnare modellato sui criteri del dominio umano) e non viviamo la speranza nel seminare gesti e scelte di servizio, di dono e perdono. Viviamo ancora una mentalità connessa all’uso della forza nelle sue diverse dimensioni e non la scelta chiara della mitezza e della nonviolenza, la via seguita da Gesù che non salva se stesso ma vive fino in fondo la fedeltà al Padre e la solidarietà per gli altri.

La rivoluzione informatica e l’utilizzo dei mezzi tecnologici offrono molteplici possibilità di apparire e di costruire un’immagine virtuale di se stessi. Nel mondo dell’apparire e dell’enfasi di tutto ciò che fa ‘spettacolo’ ci si può porre la domanda: come volgere lo sguardo verso ciò che è definitivo e ultimo nella vita e non si rivela come spettacolo effimero e vuoto? Lo sguardo rivolto alla croce è lasciarsi colpire dallo ‘spettacolo del crocifisso’, lasciarci cambiare dal modo di realizzare la sua vita e luogo di maturazione di scelte per perdere la vita nella direzione dell’amore che si spende per gli altri.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

3-4-da-marinus-van-reymerswaele gli usurai 1540(Marinus van Reymersvaele, Gli usurai, 1540)
Am 8,4-7 Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”

Chissà per quale disattenzione nel brano di vangelo di questa domenica sono rimaste tagliate queste parole conclusive, che peraltro offrono la chiave di lettura secondo la quale leggere una tra le parabole di Gesù che Luca riporta al cap. 16. Il testo poi continua così: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: ‘Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole” (Lc 16,14-15).

La questione si fondo sta nell’orientamento di fondo della vita, e si pone nell’alternativa tra servire Dio e servire la ricchezza. L’inseguimento ad avere di più, quel culto del denaro e dell’avere che rende insensibili agli altri, incapaci di indirizzare la vita verso ciò che vale veramente anche se non è valutato con un prezzo è in netta contrapposizione all’accogliere e servire il volto di Dio. E’ una vera e propria fede che si sostituisce alla fede in Dio: la contrapposizione è quindi tra Dio e una realtà come il denaro che assume il profilo di una divinità.

Nel mondo di Gesù solamente a Gerusalemme le famiglie dell’aristocrazia potevano avere un tesoro in monete d’oro. In Galilea questo era possibile ai grandi proprietari terrieri, persone ricche in una popolazione per lo più di contadini. Questi ultimi potevano possedere al massimo qualche moneta di rame e di bronzo, ma gli scambi avvenivano in natura. Negli anni in cui visse Gesù abbiamo la notizia che Erode Antipa introdusse la circolazione di monete coniate a Tiberiade, la città fatta erigere in onore dell’imperatore Tiberio. L’uso della moneta anziché favorire una maggiore giustizia sociale generò la possibilità di accumulare ancor maggiore ricchezza da parte dei proprietari terrieri e dei più ricchi e ciò diveniva per loro un ulteriore motivo di sicurezza. Il denaro diventava così ‘mammona’, un’espressione di radice aramaica (aman significa aver solidità, appoggio, stabilità, sicurezza) che indica sicurezza e che si avvicina alla definizione della fede come appoggio sicuro, roccia su cui avere stabilità. Il progresso anziché offrire possibilità di condivisione generava un arricchimento dei più ricchi e una condizione più misera dei poveri.

“Un uomo ricco aveva un amministratore…”. Al cuore della parabola il protagonista è un amministratore disonesto. E’ disonesto non solo perché gestisce i beni di cui è responsabile in modo improprio al punto di essere accusato presso il padrone, ma è disonesto anche nel gesto di falsificare ricevute di consegna dimostrando così un modo di agire che mira al fine di perseguire con lucidità solo i propri interessi e di assicurarsi il futuro. Quando infatti viene smascherato nella sua cattiva amministrazione reagisce trovando con prontezza e capacità di decisione una via di fuga per non trovarsi senza appoggi dopo il prevedibile e imminente licenziamento. La conclusione della parabola è sconcertante e lascia perplessi: il padrone lodò quel servo per la sua ‘scaltrezza’ dice la traduzione italiana nel trovare soluzione con mezzi disonesti in quel frangente. Il termine usato da Luca potrebbe essere meglio tradotto con prudenza, accortezza, capacità di valutazione e decisione. Oggetto dell’elogio non è la disonestà, piuttosto la capacità pronta di far fronte a situazioni difficili e la decisione in ordine ad una precisa finalità.

Gesù riprende in questo racconto una vicenda ordinaria del suo tempo in cui la disonestà, la spregiudicatezza, la falsità sembrano avere la meglio. Il suo è innanzitutto uno sguardo che osserva la realtà nei suoi aspetti ordinari. La parabola non intende offrire un esempio di comportamento: quell’amministratore è infatti un disonesto. Ma lo spaesamento viene dal fatto che alla fine il padrone lo elogia. Gesù coglie in questo comportamento l’attitudine di un ‘figlio di questo mondo’, di chi ragiona secondo il criterio di mammona dell’ingiustizia e coglie come questo amministratore ha saputo velocemente e con intelligenza pur in modo disonesto trovare soluzione per il suo futuro. Non lo elogia perché è disonesto, ma legge in questa capacità di approfittare del momento presente ed individuare vie di soluzione, un coraggio e una capacità di decisione di chi sa e vuole mettere tutte le sue energie in una direzione: è certo una direzione di male ma quell’amministratore è una persona capace di leggere la realtà, consapevole delle sue capacità e del mondo in cui vive – “cosa farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare non ne ho la forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché quando sarò allontanato dall’amministrazione ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua… – L’effetto del racconto è straniante: ci si aspetterebbe una condanna chiara di questo comportamento che è definito sin dal principio l’agire di un disonesto. Invece Gesù conduce nel racconto a cogliere la prontezza, la capacità di individuare, pur nel male, strade per aprirsi vie di sopravvivenza e soprattutto la prontezza nella decisione.

Il problema che Gesù pone sta nel contrasto tra i ‘figli di questo mondo’ e i ‘figli della luce’, tra coloro che hanno come criterio della loro esistenza solo la ricchezza e coloro che seguono Gesù che ha fatto della sua vita uno spazio di ospitalità e condivisione. Perché i figli della luce non sanno leggere con chiarezza le situazioni e perché non sanno vivere scelte coerenti nel rapporto con le cose e con le ricchezze? Perché quella prontezza e chiarezza nel decidersi in una direzione non è praticata da chi intende vivere secondo il regno di Dio?

Il termine ‘Mammona’ ritorna più volte nella bocca di Gesù: Gesù parla di denaro e contrappone Dio e Mammona. E parla di ricchezza: essa è ‘ricchezza disonesta’. È disonesta perché accumulata senza condivisione. E’ disonesta quando è ricchezza di cui possono godere solo alcuni e non viene motivo di vita per chi vive nella povertà e nell’esclusione. Gesù coglie nella ricchezza un luogo di possibile contrapposizione radicale a Dio. Quando si entra nella logica del tesaurizzare, quando si dà più importanza al denaro che alle persone, si scivola lentamente in un piano inclinato che conduce a vivere ciò che Amos il profeta della giustizia rimproverava nel VIII secolo a.C.: “Quando finirà il sabato, perché possiamo aprire i granai, diminuire l’efa, aumentare il siclo e usare bilance false per frodare, per comprare con denaro i poveri, e l’indigente se deve un paio di sandali?”. Amos denuncia il comportamento di uomini religiosi o sedicenti tali che osservano le regole del culto, ma senza porre connessione tra il culto al Dio di Israele di cui il sabato è il segno e la solidarietà con i poveri. La parola di Gesù è chiara nel contrapporre l’accoglienza di Dio ad una vita tutta centrata sulla ricchezza che diviene unica fonte di sicurezza e genera indifferenza verso chi è escluso e vive nell’indigenza. Quando la ricchezza diviene unico orizzonte della vita occupa tutto l’orizzonte si fa assoluto e il riferimento a Dio è svuotato del tutto fino a scomparire.

La parabola di Gesù ha un’attualità sconcertante: siamo ben a conoscenza di personaggi pubblici, arrampicatori, politici, che hanno costruito immense ricchezze con la frode, con la corruzione, con un agire di furbizia senza scrupoli, con l’ipocrisia, usando il potere politico per introdurre leggi unicamente a proprio vantaggio, e addirittura vantando una facciata di ossequio di fronte ai poteri religiosi e facendosi paladini di valori cristiani. E’ ancora peggiore notare come questo modo di agire è divenuto stile diffuso, e viene lodato chi è più furbo e scaltro nel fare i propri interessi. Siamo anche a conoscenza di una certa modalità diffusa dentro ambienti ecclesiali di giustificare il compimento di opere di bene con i mezzi dell’illegalità, per cui si giustifica l’utilizzo di mezzi spregiudicati con il perseguimento di fini buoni.

La parabola dell’amministratore è appello a vivere quell’orientamento totale e la sua capacità di decisione ma nel prendere le distanze dall’ossequio alla ricchezza che genera ingiustizia e nel vivere la coerenza di condividere ciò che si possiede a tutti i livelli: ci sono ricchezze culturali, sociali, umane oltre a quelle dei beni materiali che esigono di essere condivise e partecipate.

Gesù denuncia la servitù che il denaro e la ricchezza genera nella vita delle persone: ‘non potete servire Dio e la ricchezza’. C’è una questione che riguarda il servizio. Si pensa di usare la ricchezza per servirsi del denaro, ma si genera invece un processo complesso e avvolgente per cui si è asserviti e si diviene schiavi del denaro. L’accumulo delle ricchezze sorge dall’insicurezza, dalla ricerca di protezione e di garanzia, forse anche da una pretesa di occupare tanto vuoti esistenziali con qualcosa di cui rivendicare la proprietà. Gesù apre a considerare questa incapacità di decisione di fronte al regno di Dio, questo compromesso che rende incapaci di scelte coraggiose e di entrare nella vera ricchezza. “Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta chi vi darà quella vera?”. C’è una ricchezza vera da scoprire e si può scoprire solamente con la condivisione. Gesù è venuto a liberare da tutto ciò che rende schiavi e scorge che una delle più pericolose schiavitù è quella della ricchezza, dello sguardo centrato sull’avere sempre di più non accontentandosi di ciò che basta per vivere bene.

Oggi viviamo un dominio del potere finanziario e di una mentalità dell’homo oeconomicus che fa dipendere la felicità dalla ricchezza e tutto riduce, anche le persone e il loro lavoro, a merce di cui disporre: siamo immersi nel ‘mammona dell’ingiustizia’ in un mondo ricco che ha fatto delle diverse forme di potere una via per assoggettare e per escludere i poveri. Le parole di Gesù hanno una forza dirompente nell’impegno a ripensare i modelli economici e sociali di vita.

E’ l’esperienza di ogni ricco di andare sempre più alla ricerca di aumentare il suo possesso senza vivere quella felicità che è la libertà del condividere e del non far dipendere la vita dall’accumulo. Nell’incapacità di godere di quello che la vita già offre, nelle cose semplici, nella sobrietà come occasione di felicità vera: è la ricchezza dell’incontro, è la ricchezza dei volti, è la ricchezza dello spezzare il pane.

Nella situazione attuale una negazione radicale di Dio può essere individuata nella idolatria del denaro e dell’accumulo egoistico di ricchezza ritenuta fonte di sicurezza e di felicità per se stessi, nell’indifferenza per gli altri (mammona dell’iniquità). In tale contesto in cui la negazione di Dio si esprime nella negazione della dignità dei poveri e nella logica dell’esclusione perseguire decisamente percorsi di solidarietà e condivisione costituisce una testimonianza del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

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