la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0943Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La domanda sull’ingiustizia e sul male prodotto dalla malvagità umana attraversa i libri biblici. Il libro della Sapienza ne è testimonianza: si sofferma sull’atteggiamento di chi trama per eliminare il giusto, ne ricerca i motivi che generano opposizione e violenza. Il giusto è di imbarazzo agli empi e si oppone alle loro azioni. La sua vita è un rimprovero manifesto e continuo. In queste parole sta racchiusa insieme e nella contrapposizione la vicenda dei giusti e dei malvagi che cercano di eliminarli: ‘Condanniamolo a una morte infamante’. E’ la storia del tramare degli ingiusti che pretendono di essere padroni della storia e dominatori degli altri uomini. Avvertono come il comportamento di chi cerca un operare nella giustizia sia per loro una denuncia silenziosa: non solo contrasta i loro disegni ma li mette in discussione. La loro sfida è rivolta nei confronti di Dio stesso: ” Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza “.

Nella sua lettera Giacomo denuncia il desiderio scriteriato di possedere e di affermarsi a scapito degli altri: l’altro è visto come un concorrente e nemico. L’invidia e la brama di possesso stanno all’origine di guerre e conflitti: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. A questo modo di vivere che è disordine di una vita dominata dal desiderio e dall’invidia è contrapposto un altro modo di vivere proveniente da un dono di sapienza: la sapienza che viene dall’alto genera pace, mitezza, capacità di comprensione nel non pretendere di affermare se stessi a scapito degli altri, e misericordia. Avere sapienza per Giacomo non significa sapere tante cose, ma attuare scelte di vita e di relazione seminando la pace. La sapienza è così un modo di guardare se stessi, gli altri le cose e genera uno stile di vita fecondo, di giustizia e di relazioni buone. “Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia”. La giustizia è frutto presente già nell’opera faticosa di chi semina e promuove la pace: proviene da un dono e segue all’opera di chi promuove la pace. La vera sapienza non è di chi vuole imporre con l’aggressivitàe  la violenza la sua ragione, ma di chi fa opera di pace. Giacomo indica una via di sapienza che interroga le relazioni tra le persone e i popoli. Proprio di chi ha scoperto il segreto che rende una vita saporosa e capace di frutti sta nel costruire pace, nel tessere scelte che vanno contro ogni soluzione di violenza e di guerra nei rapporti umani.

Marco nel suo vangelo vede Gesù come colui che viene consegnato e ucciso dagli uomini sperimentando umiliazione e solitudine. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini era inutile e senza realizzazione, trova la conferma del Padre che pronuncia il suo ‘sì’ sulla vita di Gesù, il Figlio, nel risuscitarlo al terzo giorno. Gesù con il suo agire capovolge le attese dei suoi. I suoi non comprendono e le loro preoccupazioni rimangono fisse alla ricerca di affermazione e di superiorità sugli altri. Per la strada si interrogano su chi è il più grande. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?. Ed essi tacevano”. Gesù affronta questa incomprensione ponendo un segno e una parola: “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Nel mezzo pone un bambino e lo abbraccia. Chiede ai suoi quindi di vivere una logica diversa rispetto alle attese che nutrivano: camminare nel farsi servitori degli altri, non superiori e padroni, e richiama all’accoglienza dei piccoli. I bambini sono coloro che hanno bisogno di aiuto e sostegno, paradigma di tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e tenuti ai margini. Gesù li pone invece al centro. Accogliere Gesù e il Padre sta in relazione al porre nel mezzo e accogliere i piccoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1056.JPGQuale vertigine

“I ragazzi che sfidano la morte e troppo spesso restano uccisi ci chiamano in causa. Come se, volendo mostrare a tutti l’ultima impresa da loro compiuta, scalare un centro commerciale, lanciarsi nel vuoto, attraversare i binari della ferrovia, ci chiedessero di essere visti, conosciuti, considerati. Dietro il più temerario degli autoscatti e sotto l’apparente vanagloria di certi gesti estremi, si nasconde una domanda drammatica: io sono qui? E tu, dimmi, dove sei? Per sentirsi accettati questi giovani hanno bisogno di un riscontro collettivo che non trovano né in casa, né a scuola, né in famiglia. Allora ricorrono ai social: senza i selfie scattati insieme agli amici e subito diffusi in Rete, alcuni forse non riuscirebbero neppure a vivere. Cercano un pubblico. In un mondo dove sembra esistere soltanto quello che risulta illuminato dalla luce dei riflettori, pretendono un posto”. Così Eraldo Affinati riflette sulle drammatiche notizie di adolescenti che sfidano in modi diversi la morte rimanendone vittime, alla ricerca di un brivido, di una vertigine o nella distrazione per un selfie in condizioni estreme. Conclude il suo articolo (E.Affinati, Diamogli la vertigine, “Avvenire” 18 settembre 2018) richiamando le parole del papa Francesco: “Purtroppo, nella realtà che abbiamo sotto gli occhi, molti quindicenni trascorrono ore di fronte allo schermo, privi di qualsiasi bussola di orientamento, nel grande mare informatico dove c’è tutto e il suo contrario. Di ben altro essi avrebbero invece bisogno. Ancora una volta è stato papa Francesco a ricordarcelo, poco più di un anno fa, al Convegno della Diocesi di Roma: «I nostri ragazzi cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela!».”

Proprio Francesco incontrando i giovani a Palermo, il 15 settembre u.s. nella sua visita ha ricordato la figura di 3P, padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perchè ricercava la giustizia e richiamava i giovani alla vertigine di una vita vissuta nel servizio e nell’onestà: “Camminare, cercare, sognare… Un ultimo verbo che aiuta per ascoltare la voce del Signore è servire, fare qualcosa per gli altri. Sempre verso gli altri, non ripiegato su te stesso, come quelli che hanno per nome “io, me, con me, per me”, quella gente che vive per sé stessa ma alla fine finisce come l’aceto, così cattivo…”

“Noi siamo bravi a fare distinzioni, anche giuste e fini, ma a volte dimentichiamo la semplicità della fede. E cosa ci dice la fede? «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Amore e gioia: questo è accoglienza. Per vivere non si può solo distinguere, spesso per giustificarsi; bisogna coinvolgersi. Lo dico in dialetto? In dialetto umano: bisogna sporcarsi le mani! Avete capito? Se voi non siete capaci di sporcarvi le mani, mai sarete accoglienti, mai penserete all’altro, ai bisogni altrui. Cari, «la vita non si spiega, si vive!». Lasciamo le spiegazioni per dopo; ma vivere la vita. La vita si vive. Questo non è mio, l’ha detto un grande autore di questa terra. Vale ancora di più per la vita cristiana: la vita cristiana si vive. La prima domanda da farsi è: metto le mie capacità, i miei talenti, tutto quello che io so fare, a disposizione? Ho tempo per gli altri? Sono accogliente con gli altri? Attivo un po’ di amore concreto nelle mie giornate?

Oggi sembra tutto collegato, ma in realtà ci sentiamo troppo isolati, distanti. Adesso vi faccio pensare, ognuno di voi, alla solitudine che avete nel cuore: quante volte vi trovate soli con quella tristezza, con quella solitudine? Questo è il termometro che ti indica che la temperatura dell’accoglienza, dello sporcarsi le mani, del servire gli altri è troppo bassa. La tristezza è un indice della mancanza di impegno [dice compromesso”], e senza impegno voi non potrete mai essere costruttori di futuro! Voi dovete essere costruttori del futuro, il futuro è nelle vostre mani! Pensate bene questo: il futuro è nelle vostre mani. Voi non potete prendere il telefonino e chiamare una ditta che vi faccia il futuro: il futuro devi farlo tu, con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo amore, con le tue passioni, con i tuoi sogni. Con gli altri. Accogliente e al servizio degli altri”.

Significative infine le parole di Francesco a conclusione, quando, rivolgendosi ai presenti e tenedo presente che davanti a lui erano molti giovani cristiani ma anche giovani di altre religioni e agnostici, ha detto: “chiederò a Dio che benedica quel seme di inquietudine che è nel vostro cuore”.

Alessandro Cortesi op

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XXIV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0945Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza non mi sono tirato indietro”. Il servo di Jahwè, è figura centrale ed enigmatica al cuore del libro del Terzo Isaia profeta del tempo dell’esilio: La sua è testimonianza di chi ascolta e segue la chiamata di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Subisce disprezzo e persecuzione per la sua fedeltà al Signore e per questo subisce rifiuto e persecuzione. Nella sofferenza vive fino in fondo una fiducia senza riserve: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. La presenza vicina del Dio vicino gli dà la la forza per affrontare ingiustizia e violenza: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”. Il servo può essere identificato con la figura di qualche profeta, nella singolarità di una testimonianza che diviene esempio, ma può anche essere interpretato come figura che rinvia all’esperienza di tutto il popolo d’Israele. Racchiude infatti un riferimento collettivo, al popolo che nell’esilio vive la sofferenza ed è chiamato ad appoggiarsi a Dio che libera.

“Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). L’esperienza di fede appare connessa al rapporto con l’orfano, la vedova, e con il povero. Sono queste le persone a cui Dio guarda con benevolenza. Egli è chinato a liberare Israele nella condizione di debolezza e di schiavitù in Egitto. L’esperienza della liberazione da Dio diviene riferimento di cammino per tutto il popolo: farsi testimone della presenza liberatrice, attuare rapporti nuovi di giustizia. Vivere un rapporto autentico con Dio rinvia ad attuare rapporti di cura e solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero. Nella lettera di Giacomo un’esortazione ritorna con insistenza: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?” i credenti sono chiamati a maturare un’attenzione particolare nei confronti dei poveri, e devono porre al centro della loro vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). Può esserci una fede morta perché privata di una traduzione nella prassi. Banco di prova della fede sta nella relazione con gli altri. Per Giacomo le ‘opere’ sono il germogliare di una fede che chiede di esprimersi in uno stile di rapporti e in una tensione di vita: l’insistenza sulla dimensione comunitaria della vita cristiana costituisce il nucleo del messaggio di questo testo. C’è insistenza su ambiti concreti della vita tra di essi l’uso dei beni e la solidarietà con i poveri contrastando una mentalità di accumulo e di indifferenza verso situazioni di ingiustizia.

A metà del vangelo di Marco emerge la domanda fondamentale che attraversa ogni pagina: chi è Gesù? Questa domanda è collocata in un preciso momento del vangelo: dopo gli entusiasmi provocati dai suoi gesti le folle restano deluse. Gesù non corrisponde alle attese di un messia politico e nazionalistico: non risponde ai desideri di soluzione immediata dei problemi o di ribaltamento politico e non asseconda una religiosità delle osservanze e del privilegio. Il suo agire si pone in una linea diversa. Ai suoi propone la strada del servire in modo concreto coinvolgendo tutta l’esistenza: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti”. A questo punto le folle se ne vanno e Gesù ‘sulla strada’ interroga i discepoli per guidarli ad un incontro difficile e ed esigente: si scontra con la durezza di cuore che impedisce di fidarsi di lui. Solo lui può aprire gli occhi e guarire aprendo la strada a seguirlo. Solo la forza della risurrezione sarà il dono di una luce nuova e della scoperta che ‘egli vi precede in Galilea’.

‘Chi dice la gente che io sia?… E voi chi dite che io sia?’ Alla domanda Pietro risponde “Tu sei il Cristo, cioè il messia, ma il problema che si apre è quale tipo di messia? Gesù inizia a parlare ai suoi di un messia che segue la strada del servizio fino alla sofferenza per rimanere fedele all’annuncio della vicinanza di Dio che inaugura un mondo di rapporti nuovi. Ciò contrasta radicalmente con le preoccupazioni di chi intende mantenere un potere politico o religioso.

“E cominciò ad insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare”.

Probabilmente queste parole sono state così elaborate dall’evangelista dopo la vicenda della passione e della risurrezione, ma rivelano la direzione della sua vita. La proposta della sua via che Gesù presenta anche ai suoi come cammino da condividere non è quindi una prospettiva di affermazione e potere ma è quella del dono della vita nella fedeltà all’amore, e per rimanere fedele è disposto sino a morire vittima di una violenza ingiusta. Ciò genera la reazione di Pietro e il conseguente rimprovero di Gesù: ‘tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Gesù richiama Pietro a stare dietro di lui, a mettersi nella posizione del discepolo che deve seguire: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si manifesta come l’amore è l’ultima parola. E’ il segno di una vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio nell’amore.

Alessandro Cortesi op

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Identità e paure

Chi sono? chi siamo? è domanda che attraversa la vita e quando viene posta nella tensione a cercare di darvi un risposta definitiva si scontra con la dura smentita che la vita nei suoi mutamenti pone. Siamo gli stessi, ma mai i medesimi. Identità è storia e narrazione come ricorda Paul Ricoeur: c’è un nucleo di riferimento che fa riconoscere un ‘io’ davanti ad un altro. Questo nucleo è ciò che indichiamo con identità, eppure, nel medesimo tempo, questo ‘io’ non è mai il medesimo, ma nel rapporto stesso, nel tempo diviene altro. E’ così mutevole, esposto ad un dare e ricevere con l’ambiente, con il mondo in cui vive, con tutto ciò che entra nella vita e soprattutto nella relazione con gli altri. Anche assumere atteggiamenti di chiusura e di rifiuto a lasciarsi contaminare da altri è un modo in cui costruire la propria vita, una via per non rimanere identici. Ci si può chiudere e inaridire in un isolamento che poco alla volta intristisce la vita fino a scelte di discriminazione e di violenza oppure si può affrontare il rischio e l’avventura dell’incontro accogliendo la provocazione che l’irruzione dell’altro porta nell’esistenza. Ci si può lasciar continuamente cambiare dagli incontri, trasformare dalle relazioni, affrontando gli inevitabili conflitti come occasioni nel cammino. Le diverse situazioni possono divenire luoghi di crescita, di scoperta di aspetti inediti del vivere, di possibilità nuove.

L’identità ha bisogno di confini, di una casa dove riconoscersi e abitare. Ma come la casa può essere un luogo appartato e separato o spazio di incontro, di apertura e di vita, così nella vita il confine del proprio io può divenire soglia di attraversamento nella consapevolezza che non si esiste da soli, che il cammino è sempre comune e nessuno è un’isola. La vita può aprirsi a dimensioni di bellezza e di senso se si percepisce che il rapporto con l’altro è al cuore di ogni esistenza ed è continuamente chiamata. Chi bussa alle porte è volto che può portare l’inatteso in un cammino di umanizzazione.

Identità è quindi non un dato fisso e immobile, ma è storia, incontro e scoperta che c’è un passaggio continuo nello scorrere dei giorni. Vi sono radici da distinguere: alcune sono le radici capaci di fecondità e se alimentate portano frutti buoni. Altri sono influssi sono inquinanti che conducono ad appassire, a non far frutto. Aggrapparsi a radici senza scorgere la vita che essere devono far scorrere impedisce ogni crescita. E’ così per i singoli ed è così per i popoli.

In questi giorni il Parlamento Europeo ha votato per avviare la procedura che mette in stato d’accusa uno Stato membro, l’Ungheria, che ha condotto scelte che minacciano gravemente e in modo persistente i valori fondanti dell’Unione tra l’altro riguardo ai diritti delle persone appartenenti a minoranze e i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

La relatrice di questa istanza è stata Judith Sargentini, deputata olandese dei Verdi, che nel Parlamento ha dichiarato: “Nella settimana in cui si discute lo stato dell’Unione, il Parlamento europeo invia un messaggio importante: difendiamo i diritti di tutti gli europei, compresi i cittadini ungheresi, e difendiamo i nostri valori europei. I leader europei devono ora assumersi le proprie responsabilità e smettere di guardare dall’esterno, poiché lo Stato di diritto viene distrutto in Ungheria. Per un’Unione costruita su democrazia, stato di diritto e diritti fondamentali, ciò è inaccettabile”. Judith Sargentini ha dietro di sé un percorso di impegno sociale e di militanza nel partito dei Verdi olandesi GroenLink. Ha ricevuto riconoscimenti per il suo impegno per il commercio equo e per il suo impegno a favore dei Paesi in via di sviluppo. Nel suo discorso al Parlamento europeo ha richiamato come le espressioni che rinviano ai diritti fondamentali non possono rimanere solo testi scritti su carta, ma devono essere tradotti in scelte che richiamano alla responsabilità di ciascuno ed esigono oggi scelte urgenti in Europa.

Vincere le paure non con la chiusura dei confini, non con la rivendicazione di pretese identità pure in opposizione all’altro è una sfida aperta. E’ sempre più urgente attuare scelte che affrontino la complessità di un mondo segnato da ingiustizie e indicare vie di costruzione di convivenza solidali: e c’è bisogno di persone che sappiano vivere in tal senso il servizio per il bene comune lasciandosi aprire le orecchie nell’ascolto dell’altro e della vita.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1360Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

La figura del ‘servo di JHWH’ sta al centro della pagina di un profeta della fine dell’esilio, il Secondo Isaia. Servo: una figura forse in riferimento a tutto il popolo d’Israele: Israele è servo. Ma forse anche il profilo di un individuo, con richiamo all’esistenza di un profeta. Il servo vive la sua esistenza nella fedeltà a JHWH e per questo subisce il rifiuto, l’esclusione, la persecuzione: “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”. Ma la sua vita così segnata dal male è ricca di energia nuova, è come una radice in terra arida. Nel deserto luogo di morte, la sua esistenza è radice che reca vita, trae forza dal riferirsi alla presenza di JHWH che l’ha chiamato e da cui ha ricevuto l’invio ad essere testimone.

La vita del servo compie il progetto di salvezza di Dio, attraverso il suo offrirsi per gli altri. “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Il suo soffrire è vissuto in legame con le moltitudini. Con la sua vita manifesta che il disegno di Dio non è nella linea della esclusione dell’oppressione ma offerta di salvezza per tutti. Nella sofferenza del ‘servo’, per mezzo suo, si compie il disegno di Jahwè. La fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ fedele apre un dono di vita per tutti. “Il giusto mio servo giustificherà molti egli si addosserà la loro iniquità”. Questa vita che agli occhi degli uomini è fallita è invece una vita che si apre alla luce: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce… il giusto mio servo giustificherà molti”. Non solo è vita che apre alla luce di Dio ma è feconda perché in rapporto con la vicenda dei molti, capace di dare vita per le moltitudini.

La figura del servo di JHWH è presa come richiamo nella prima comunità e nei vangeli nel loro rileggere la vicenda di Gesù. Il IV vangelo presenta Gesù come ‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’ (Gv 1,29): è usato il termine agnello (uno dei significati del termine aramaico ‘talja’ usato da Is 53,7: “era come agnello /servo – talja – condotto al macello”). Marco, da parte sua, presenta Gesù come ‘figlio dell’uomo’ consapevole di andare incontro ad un destino di sofferenza e passione in fedeltà alla proclamazione del regno di Dio: venuto per servire e non per essere servito. Il suo stile manifesta una coerenza sorprendente con la presentazione del servo di JHWH, ed appare compimento di quella figura.

Sulla via Gesù riceve una richiesta da due discepoli: Giacomo e Giovanni erano tra coloro che seguivano, chiamati e radunati insieme nel gruppo che per Gesù costituisce il nucleo di quel raduno di Israele al cuore della sua preoccupazione, i dodici. Lo seguivano sulla strada e Marco riporta una loro richiesta: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

La domanda è sorprendente per l’incomprensione che rivela. Si tratta di una sorta di preghiera al rovescio. A Gesù che propone di affidarsi alla volontà del Padre i due pongono davanti la loro volontà e la loro richiesta. Ed emerge qui uno dei tratti di insistenza che attraversano l’intero vangelo di Marco: c’è una incomprensione di coloro che sono stati chiamati, i più vicini: proprio tra i dodici si manifesta una durezza di cuore inconcepibile. E’ la loro incapacità di vedere, di comprendere e di porsi in un seguire autentico. Tutti i dodici sono infatti coinvolti in questa incomprensione anche quando manifestano il loro sdegno per la richiesta di Giacomo e Giovanni.

Gesù tuttavia si rende accogliente di fronte a questa domanda che pure racchiude un desiderio: ‘Che cosa volete?’. All’interno di tale richiesta accompagna a compiere un cammino a scorgere orizzonti nuovi che li conducono in altra direzione rispetto a quella attesa.

Nella risposta si rinvia ai simboli del calice e del battesimo: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nei Salmi è riferimento alla sorte degli empi (cfr. Sal. 75,9): “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra”. Calice indica anche la collera e la condanna di Dio nei confronti di coloro che non lo riconoscono. In questo senso Gesù indica se stesso come colui che fa propria la condizione di chi è più lontano, dell’empio: la sua vita si pone nel farsi lui l’escluso, l’empio, nel prendere su di sé la condizione di lontananza da Dio. La sua vita è solidarietà con coloro che vivono la sofferenza del peccato e del male, si pone dalla parte di tutti coloro che sono rinchiusi nel male e incapaci di liberarsi.

Il battesimo indica l’immersione in una situazione di morte e di prova come ad esempio è descritto Salmo 69,3: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. E’ una allusione ad un abbandono e ad un’immersione che è discesa nella condizione di chi è perseguitato e senza più aiuto: una condizione di sofferenza che richiama gli ‘annunci della passione’ (Mc 8,31; 9,32; 10,33).

Ai suoi Gesù ricorda l’orizzonte del ‘regno di Dio’. Non è un dominio terreno, né si tratta di un potere politico o di struttura umana. Non sta quindi a lui concedere i posti nel regno in cui non vi è questione di spartizione di un potere. Il ‘regno’ è dono di vicinanza del Padre, è realtà nuova di relazioni che inizia a manifestarsi nei gesti di Gesù che libera e apre ad una fraternità nuova: i ciechi vedono, gli zoppi camminano… ai poveri è annunciata la bella notizia, una liberazione in cui sperimentare la vicinanza e l’amore di Dio che perdona. Sedere alla destra e alla sinistra non è esito di un giudizio di un potente ma diviene allora condividere il cammino di chi intende la propria vita come servizio, di Gesù che si è fatto povero e che in tutto dipende dal Padre.

I due discepoli provocati da queste parole sono particolarmente sicuri nel dire ‘lo possiamo’. Gesù li accompagna a leggere la loro stessa ricerca in orizzonti nuovi, nella logica non del conquistare e primeggiarema del servire: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”. E’ un modo di vivere secondo altre logiche rispetto alle attese umane di essere i primi, di sopraffare gli altri e di servirsi degli altri per i propri scopi. E’ indicazione di un modo di vivere una relazione comunitaria in modo nuovo, alternativo. Sentirsi parte di una comunità di discepoli e discepole chiamati a rapporti di uguaglianza apre a concepire la vita in modo nuovo, non per la supremazia ma nello scambio di doni.

La strada di Gesù è racchiusa in queste parole: è via del servizio e del dono di sè per tutti. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

‘Figlio dell’uomo’ è un termine usato da Marco con riferimento a Gesù. Indica il suo essere uomo. Riprende un’espressione presente nei profeti: figlio dell’uomo in Ezechiele è termine rivolto al profeta colmo di Spirito inviato a un popolo che ha occhi per vedere e non vede e orecchi per udire e non ode (Ez 2,1)

Nel libro di Daniele figlio dell’uomo è immagine collettiva: rinvia ai santi dell’Altissimo, il popolo d’Israele che alla fine dei giorni è investito di un potere affidatogli da Dio dopo che Dio abbia compiuto il grande giudizio sulla storia (Dan 7,13). Figlio dell’uomo era figura conosciuta in testi diffusi al tempo di Gesù che lo identificavano con un individuo. Nel Libro dei Sogni (del 160 a.C. circa) – appartenente alla letteratura enochica che si rifà alla figura del patriarca Enoc come rivelatore attestata nei testi scoperti a Qumran e conosciuti nel giudaismo del tempo di Gesù – è figura di un essere angelico a cui è affidato il governo nel mondo futuro, un mondo in cui il male non ha più posto e viene eliminato. Un re universale quindi di tempi ultimi, diverso dalla figura presentata nel libro di Daniele. Oppure anche, come è espresso nel Libro delle parabole – redatto attorno al 30 a.C. appartenente alla medesima letteratura enochica – ‘figlio dell’uomo’ era indicato come ‘bastone dei giusti’, figura che avrebbe compiuto un giudizio, con una funzione quindi di giudice universale: una figura intermedia tra Dio e uomo nel tempo della storia. Marco riprende tale riferimento: “Ora perché sappiate che il figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra dico a te – disse al paralitico – : alzati prendi la tu barella e và a casa tua” (Mc 2,10-11)

Nell’indicare Gesù con l’espressione ‘figlio dell’uomo’ nel vangelo di Marco si affianca questo titolo figlio dell’uomo che poteva essere compreso come figura di giudizio e relativa ai temi ultimi con un riferimento scandaloso, alla sofferenza e al suo destino non di potere ma di servizio.

La potenza di Dio è una forza diversa rispetto alle attese umane: si manifesta nella debolezza del crocifisso e si rende presente nel servire.

Di qui un discorso che coinvolge anche coloro che seguono Gesù e ne esprime lo stile. E’ una comunità chiamata a scoprire l’attitudine del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova che si attua nel servire (la diakonia).

La via che Gesù ha seguito, la via del servizio, diviene inizio di un percorso di liberazione dalla schiavitù e dalla morte per tutti. La vita nel servire non è perdita e fallimento. Gesù manifesta la consapevolezza che anche il suo morire, vissuto nella linea del servizio, diviene luogo di dono e di luce per le moltitudini: è lui il servo che giustificherà molti.

DSCF6252Alcune riflessioni per noi oggi

Cosa significa oggi vivere lo stile di una comunità che pone l’indicazione del servizio al centro della sua vita? Un aiuto per trovare orientamento a rispondere può venire dalle esperienze delle comunità che sperimentano la scelta dell’essenziale, della povertà e della testimonianza. In questi giorni è passato in Italia mons. Claude Rault, 75 anni, dei Padri bianchi (vive in Algeria dal 1971 e da undici anni è vescovo di Laghouat-Ghardaïa) autore del libro “Il deserto è la mia cattedrale. Il vescovo del Sahara racconta” (intervista di Luca Rolandi “La Stampa-Vatican Insider” 12 ottobre 2015: Mons. Claude Rault, dal Sahara algerino un appello alla convivenza). Ad una domanda sulla difficoltà del dialogo interreligioso oggi e sull’ esperienza della chiesa in Algeria ha risposto:

“Certamente la situazione nella quale avvenne l’assassinio dei 19 Servi di Dio in Algeria tra il 1994 e il 1996 presenta delle analogie – unitamente ad alcune differenze di contesto – con la drammatica attualità del Medio Oriente. Se non si attua una politica di riconciliazione e convivenza e non si condanna con fermezza ogni violenza in nome di Dio, la deriva potrebbe contagiare nuovamente il Paese. Intanto i cristiani locali continuano a offrire le proprie preghiere e il proprio contributo fattivo per aiutare a superare le lacerazioni che stanno distruggendo la secolare convivenza tra i diversi gruppi radicati nella regione e soprattutto per le tragedie che si consumano nelle altre regioni e aree del continente mediterraneo. Per questo noi piangiamo con le famiglie che hanno perduto i propri cari. Soffriamo delle loro ferite. Siamo inquieti insieme a quelli che vedono l’uno o l’altro dei loro seminare la violenza e l’odio. Abbiamo paura di questo futuro incerto. Ma crediamo nelle risorse d’umanità e di saggezza che Dio ha seminato in questa popolazione che ci accoglie… La nostra preghiera, (…), è che la Valle di M’Zab possa sempre essere una valle felice e ciò possa estendersi in tutto il mondo che oggi soffre”.

L’invito al servizio al cuore del vangelo è domanda a come poter vivere concretamente nella chiesa i vari aspetti della diakonia. Al Sinodo vi è stato in questi giorni l’intervento di mons. Durocher, in cui sono stati esplicitati alcuni problemi presenti nella vita della chiesa ed è stata presentata richiesta di prevedere l’accesso delle donne al diaconato permanente: ha anche posto attenzione alle violenze subite dalle donne nel corso della loro vita coniugale anche nella sfera familiare, che coinvolgono il 30% delle donne nel mondo (dati OMS): “In quanto sinodo dovremmo dichiarare con chiarezza che non possiamo appoggiare l’idea secondo cui la donna può essere dominata dall’uomo e soggetta alla sua violenza, tanto meno richiamandoci al testo biblico”.

Mons. Durocher è vescovo canadese di una città del Québec Gatineau, attraversata da un grande fiume. All’altra sponda del fiume vive una popolazione anglofona e anglicana. Anne Soupa, del ‘Comité de la jupe’ ha scritto un bel commento su questo intervento dal titolo ‘Lo zattiere del Gatineau’ (in “alpha.comitedelajupe.fr” 7 ottobre 2015 – trad. it. http://www.finesettimana.org):

“Monsignor Durocher, uomo del suo tempo, aperto alla differenza, è senza dubbio l’ultimo “zattiere” del fiume Gatineau, quell’attività ancestrale degli uomini dei boschi, ora quasi scomparsa. Agili e intrepidi, gli “zattieri” trasportavano sui fiumi i tronchi d’albero dalle foreste gelide del nord del Canada fino al sud, fino agli Stati Uniti. Talvolta i tronchi superavano le barriere, talvolta si perdevano sulle rive e bisognava andare a rimetterli in acqua. «Sautons chutes et rapides, nageons adroitement, courons sur la lisère qui suit le grand courant» [Saltiamo cascate e rapide, nuotiamo con abilità, corriamo sulle rive che seguono la grande corrente], dice la canzone degli zattieri del Gatineau (“Les draveurs du Gatineau”)… Da ieri sera, sulla barca di Pietro, c’è anche Monsignor Durocher. Per adesso ha lanciato i tronchi nel luogo migliore possibile, il grande letto del Sinodo. Occorre ora mantenerli nel corso del fiume affinché arrivino fino a sud, lontano dalle imboscate assassine di certi prelati..”

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno B – 2015

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Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München

At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. ‘Tornerà’: con questo annuncio inizia il libro degli Atti degli apostoli. Dopo la risurrezione Gesù non può essere incontrato come prima, ma si fa incontro in modo nuovo: l’umiliato nella morte, tornerà come il vivente. La sua presenza non è solo attesa, ma sin d’ora è possibile vivere l’esperienza d’incontro con lui in modo nuovo, nella comunità, nei segni da lui lasciati in sua memoria, nell’operare dello Spirito che anima la missione dei credenti. Tornerà ma anche ritorna nel presente e si dà ad incontrare: non c’è solo un futuro da aspettare ma c’è un presente in cui immergersi.

Gli apostoli sono protesi al futuro, sono curiosi rispetto a ‘i tempi e i momenti’. Ma Gesù li distoglie da questo, indica piuttosto di volgere lo sguardo non al cielo ma al quaggiù, al presente, per poter sperimentare sin d’ora la sua presenza in modo nuovo. Li invita a vivere un attendere fondato sulla promessa, ‘la promessa del Padre’, ad accogliere la discesa dello Spirito, forza della testimonianza. Promessa del Padre è un coinvolgimento di tutti nella morte e risurrezione di Gesù: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto: la presenza di Gesù si attua in modo nuovo nell’azione dello Spirito. Dopo la Pasqua non sarà più possibile incontrarlo come prima ma in modalità diverse. La sua presenza è reale e interiore. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è immagine biblica che suggerisce una presenza di Dio vicina eppure nascosta, rinvia alle teofanie. E’ qui usata per indicare che Gesù è vivente nello spazio di Dio, uno spazio altro rispetto alla dimensione umana, e nel medesimo tempo la sua presenza continua nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito introduce all’esperienza dell’incontro con lui nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che testimonia le sue parole, i suoi gesti. Nella forza dello Spirito, ci sarà qualcuno che parla di lui e vive la strada da lui percorsa: ‘voi mi sarete testimoni’. La sua presenza è affidata alla testimonianza.

Anche nell’ultima pagina del vangelo di Marco sono riportate le parole di Gesù che invia i suoi ad annunciare il vangelo. I discepoli sono presentati come presi dal dubbio, segnati dall’incredulità. E’ un quadro realistico e per certi aspetti sconfortante. Nonostante il cammino con Gesù il loro cuore è indurito incapace di fede. Eppure proprio a loro viene detto: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”.

Gesù li invia a continuare quanto egli ha vissuto, l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12). Non li invita al proselitismo, piuttosto chiede loro solamente di continuare i segni di liberazione da lui vissuti (Mc 1,32-34). Nel partire e nell’annunciare sperimentano da subito una presenza nuova del Signore e la fecondità dell’agire dello Spirito: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

Il cammino dei discepoli è come quello del cieco che si apre al ‘vedere’ solamente per opera di Gesù che lo ‘rialza’ e poi si mette a seguire Gesù lungo la strada (cfr. Mc 10,46-52). La potenza della risurrezione apre ad un vedere nuovo, fa passare dall’incredulità al credere, e di qui a vivere la vita sulla strada percorsa da Gesù stesso, seguendo il suo cammino, riproponendo i gesti di lui.

Ascensione è festa della comunità. Gesù nella risurrezione, non abbandona i suoi, dona la presenza dello Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. La molteplicità di doni e la diversità di servizi, frutto dell’azione dello Spirito sono per l’edificazione del corpo di Cristo, un corpo fatto di tante presenze, dove nessuno è escluso e dove ognuna e ognuno può scoprire il proprio posto: “E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo”. In Cristo si attua una chiamata di tutta l’umanità e di tutto il cosmo.

Al cuore della festa dell’ascensione sta l’annuncio dell’incontro nuovo con Cristo iniziato nella Pasqua: nella sua umanità Gesù sale al Padre. In questo salire, nella sua risurrezione, coinvolge tutta la realtà umana. Pasqua di Cristo che si fa Pasqua dell’umanità intera. E’ quanto la preghiera esprime: “Esulti di santa gioia la tua chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, perché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria”.

DSCF5745Alcune osservazioni per noi oggi

L’agire dei testimoni, pur segnati dalla fatica e dall’incredulità,  a questo solo è invitato, a porre segni che ripropongano i segni del passare di Gesù. Si potrebbe tentare di tradurre i segni che Gesù chiede di compiere: scacciare i demoni è interpretabile nella linea di lottare contro tutte le forze di male, contro le oppressioni che deturpano l’immagine di Dio presente in ogni persona, contro le diverse forme della violenza. Parlare lingue nuove oggi può essere inteso come invito ad essere creativi nel comunicare con gli altri, nello scoprire vie nuove per dare spazio alla parola, vincendo i silenzi dell’indifferenza, gettando ponti e opponendosi alla costruzione di muri, nello scoprire i nuovi linguaggi non verbali della accoglienza generosa. Prendere in mano i serpenti è forse traducibile nei termini di un nuovo rapporto con tutto ciò che appartiene alla terra, con il mondo animale, le piante, la natura, nel percorrere vie di cura e salvaguardia. Imporre le mani ai malati può significare oggi trovare spazio nelle ore dei giorni per tendere la mano a chi fa fatica ed è nella malattia,  dire a chi soffre, con il tendere la mano, una vicinanza e una compagnia che diventano respiro di speranza. Questi sono i segni della Pasqua e della risurrezione, e là dove sono presenti questi segni c’è vangelo, bella  notizia, da accogliere, da cui lasciarsi cambiare.

La pagina della lettera agli Efesini parla di una comunità dove sono presenti tanti doni e dove a ciascun uomo e donna è data occasione di mettere a disposizione il proprio dono per una edificazione comune. È provocazione a pensare una comunità in stato di servizio, e soprattutto a considerare l’importanza di doni diversi che contribuiscono alla costruzione di un ‘noi’ ecclesiale. In un momento in cui tante sfide si pongono alla vita delle comunità sarebbe importante dare spazio e importanza a diverse forme di servizio e riconoscere anche nuove modalità di ministeri per la vita e la crescita di un noi ecclesiale che trae la sua origine dal dono dello Spirito fonte dei doni e primo costruttore della comunione.

E’ anche una provocazione a pensare la vita di una chiesa che sia custode di percorsi di umanità e di umanizzazione. Edificare un noi, in cui i doni di ciascuno siano al servizio degli altri: è progetto di una umanità capace di solidarietà, è provocazione ad intendere la vita in rapporto all’altro come responsabilità e come dono. E’ anche suggerimento a pensare che l’incontro con Cristo e la vita della chiesa nascosta nei cuori è presente e cresce là dove vi è qualcuno che con le sue scelte, nel suo agire e con la sua dedizione costruisce legami di incontro e di pace, edifica relazioni viventi di comprensione e ospitalità.
Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4482Ab 1,2-2,4; Sal 94; 2Tim 1,6-14; Lc 17,5-10

Violenza, ingiustizia, rapina e oppressione sono le parole che segnano la prima lettura. Abacuc s’interroga di fronte all’ingiustizia opera degli uomini, e al silenzio di Dio. E si pone come sentinella, in piedi ad ascoltare se c’è una risposta a questo lamento. “Fino a quando implorerò aiuto e non ascolti?” Il suo interrogare racchiude il grido di tanti che si lasciano inquietare dai drammi della storia, dalle ingiustizie. Non sono certo le domande – spesso assenti o assai diverse – di chi vive una religiosità fatta di tranquille certezze e assuefazione all’esistente, nella preoccupazione di difendere la propria sicurezza o i propri interessi. E’ piuttosto l’interrogarsi di chi si scontra con il male del presente, di chi sperimenta l’inquietudine, gli interrogativi radicali, ed è disposto a lasciarsi provocare dallo scandalo del male, dal successo e dall’impunità dei malvagi, da ciò che contraddice il disegno di giustizia e di pace di Dio nella storia e pone in crisi la fede. L’incontro con Dio, l’esperienza della fede si fa così lotta, confronto aspro e provocazione: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”. Dio appare assente laddove prevale la violenza e sembra che tutto ciò non abbia fine: “fino a quando?” La domanda reca con sé la fatica di chi vede l’ingiustizia che domina, il violento che mantiene il potere, il diritto calpestato. Abacuc pone la questione se vi sia o meno un senso in questa storia in cui Dio sta in silenzio mentre dilaga l’ingiustizia.

Il suo domandare non ha risposta, ma accoglie un segno: parla di una ‘visione’ da incidere bene su tavolette, da mantenere e fissare. E’ un messaggio che proviene dalla promessa e dalla fedeltà di Dio stesso. L’ingiustizia non avrà l’ultima parola, anche se sembra che tutto vada in un’altra direzione: “soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”. La fede è indicata come atteggiamento da mantenere, nella prova e nel silenzio: viene presentata innanzitutto come affidamento, adesione nonostante la fatica e nonostante le contraddizioni, alla fedeltà di Dio. E’ Lui il fedele e chiede fiducia senza riserve anche se la sua promessa si scontra con l’incomprensibilità del presente: vi sarà vita per chi si mantiene come giusto. Anche se sembra che abbia la meglio chi persegue violenza, inganno, sopraffazione tutto questo ha un termine: e una vita in tale direzione è vita che soccombe. Il giusto vivrà trovando la forza di resistere nel suo affidarsi nel Dio fedele, nel suo continuare a lottare contro l’ingiustizia. In questa visione da incidere nelle tavole del cuore sta una parola di invio a vivere un resistere quotidiano, faticoso, spesso contraddetto, nel realizzare giustizia come fedeltà davanti a Dio e al volto dell’altro.

Sperimentiamo in tanti modi la violenza e il prevalere dei prepotenti e di chi è senza scrupoli. Assistiamo impotenti a sofferenze causate dalla rapina dell’uomo sull’uomo. La crisi economica che per tanti significa preoccupazione, incupimento, depressione è frutto di scelte politiche che derivano da una visione per cui nel mondo non tutte le donne e uomini hanno medesima dignità, di sistemi di pensiero che mirano a preservare i privilegi dei più ricchi e vedono come parte dell’umanità sia da escludere. Un autentico sistema di idolatria e di iniquità. Scelte che mantengono e favoriscono le ricchezze accumulate, i soldi prodotti dai soldi, e non guardano alle sofferenze dei poveri.

Le morti di ormai migliaia di migranti che tentano di attraversare il mare Mediterraneo per raggiungere l’Europa, le stragi a Scicli, a Lampedusa, di cui abbiamo visto immagini e udito resoconti nei giorni scorsi, non sono fatalità ineluttabili, ma il frutto di scelte politiche che hanno ridotto la questione dell’immigrazione ad un problema di sicurezza, e non l’hanno affrontata come fenomeno umano, in cui è in gioco la giustizia sociale, la dignità di ogni essere umano e il riconoscimento di diritti fondamentali. L’ingiustizia si fa concreta in modi di pensare alla vita di chi pensa a se stesso e non intende guardare a vite di persone come noi, che sperimentano la disperazione, la violenza e la miseria. Sono volti di fratelli costretti a lasciare terra e affetti per trovare libertà, pane e dignità. Quelle morti sono anche frutto di scelte criminali di chi sfrutta la miseria e la disperazione, e sono esito dell’ignavia, dell’egoismo e dell’indifferenza di chi non scorge negli esodi degli impoveriti del nostro tempo una questione centrale per la responsabilità umana e per la stessa fede dei credenti. Ci possiamo chiedere: come vivere da giusti – capaci di guardare l’altro – e con fede – affidati alla promessa di Dio che accoglie il povero – queste situazioni?

“Aumenta la nostra fede”: è la preghiera degli apostoli a Gesù, chiamato con il termine ‘Signore’ che è titolo a lui dato dopo la pasqua. E’ una richiesta che viene immediatamente dopo le parole di Gesù sul perdono: fino a settanta volte sette per il fratello che pecca. Ma questo va al di là delle capacità umane, è gesto che rinvia ad una realtà nuova, il regno di Dio, già presente qui ed ora. Ed è tale percezione di impossibilità a generare l’invocazione ‘aumenta la nostra fede’: solo in un affidamento che decentra la vita e fa scoprire una forza che non viene da noi, si apre una possibilità nuova. Il credere si pone nella logica non della conquista ma del dono. La fede va implorata e continuamente è da invocare perché sempre è poca e va ad ogni passo, di nuovo, accolta come dono che non proviene da noi, ma dallo Spirito. Così fede è movimento di amore che è sempre segnato dal senso di pochezza rispetto a quanto si è ricevuto a quello che si dovrebbe dare. La dimensione più profonda della fede sta nel suo essere incontro vivente, affidamento esistenziale come un bambino in braccio a sua madre (Sal 131,2; Is 66,12-13) e scoperta di stabilità che viene da una presenza, dove si può trovare appoggio come roccia nel cammino (Is 65,16)

Gesù propone un’autorità nuova e diversa a chi si affida a lui, una autorità che dovrebbe essere al centro della vita della comunità: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: ‘Sràdicati e trapiàntati nel mare’, e vi ubbidirebbe”. In questo esempio paradossale è indicata un’autorità diversa da chi si fa obbedire secondo la logica del potere mondano: è autorità che non viene da altro se non dall’affidamento a Dio e vive nel servizio. La fede come un granellino minuscolo è piccola cosa, che reca in sé la forza di generare un grande albero. Chi diviene consapevole della pochezza della propria fede – ‘Signore, credo, aiutami nella mia incredulità’ (Mc 9,24)- si apre alla scoperta che cambia e sposta il centro della propria vita. La fede come affidamento ad un Tu vivente e gratitudine reca una forza capace di cambiare profondamente le cose.

Segue la parabola del servo che al ritorno del padrone viene richiesto di altri servizi. E’ un richiamo ad una situazione conosciuta ai tempi di Gesù. Il servo è chiamato a compiere altri gesti, a preparare la cena, a rimboccarsi le vesti, a servire, oltre a tutto il lavoro della giornata. La conclusione diviene parola come stile di vita di una comunità che si accentra sul servizio: “quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: ‘Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare’”. Un primo messaggio della parabola sta nell’indicazione di un’autorità nuova come servizio. La parabola è poi rivolta a scardinare l’atteggiamento religioso che può essere indicata come coscienza mercantile della religione: a chi sosteneva che il proprio agire pur buono dovesse porsi come pretesa davanti a Dio, Gesù presenta una via diversa, invita a cambiare modo di pensare alla relazione con Dio. La fede non si pone nella logica del dare e avere, del premio che corrisponde a meriti, della pretesa che richiede un pagamento di fronte a prestazioni. Non sta nella linea dell’utile, del commercio, ma del gratuito, del dono, dell’affidamento che non pone condizioni e non chiede contraccambi. La parabola chiama ad un cambiamento, a scoprire la fede come incontro vivente nel servizio. Certamente non si tratta di un servizio da schiavi, ma di una relazione viva in cui al centro sta il dono di presenza e comunione accolto con gratitudine. Si può allora forse interpretare la parola ‘servi inutili’ non nel senso di un rapporto da schiavi e quale espressione che reca in sé quasi un certo disprezzo per l’agire di chi accoglie il dono di Dio e opera. La parabola provoca ad andare oltre il paragone di un rapporto di potere umano, spinge a cogliere la differenza d un Dio che non è padrone. Gesù annuncia il volto del Padre che guarda alle piccole cose e ha cura di tutti: nulla e nessuno può essere inutile e vano ai suoi occhi. L’espressione ‘servi inutili’ potrebbe essere meglio reso con la traduzione ‘semplici servi’. Gesù chiede ai suoi di essere persone che vivono un darsi non con la pesantezza di chi rivendica pretese, riconoscimenti, ma con la leggerezza liberante di chi non è preoccupato di se stesso. Indica uno stile di servizio proprio del mite capace di generare spazi di libertà e di relazione. E’ la via di Gesù che si è fatto servo, ha vissuto la sua vita come servizio e si è affidato fino alla fine in una confidenza senza limiti al Padre.

Alessandro Cortesi op

XII domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

Congdon - Crocifisso 1Zac 12,10-13,1: Sal 62; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

“Riverserò sopra la casa di Davde e sopra gli abitati di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione”. La figura enigmatica di un uomo trafitto – forse indicazione parallela al servo di Jahwè identificato con l’esperienza di tutto il popolo – sta al centro della pagina di Zaccaria: è figura su cui avviene un lamento, ma la sua presenza è vista come fonte da cui proviene un’acqua in grado di lavare il peccato. Il profeta legge quanto sta accadendo come momento in cui Dio stesso riversa una corrente di grazia e di consolazione.  Dio stesso parla identificandosi con colui che è stato trafitto e promette un cambiamento e una conversione: volgere lo sguardo a Dio diviene fonte di perdono e di vita.

C’è nella nostra vita una consolazione da accogliere ed una consolazione da trasmettere. Spesso siamo presi da un atteggiamento cinico che rende insensibili sia nell’accogliere la consolazione dello Spirito che viene da Dio sia nell’offrire ad altri consolazione. E consolazione significa quel modo di stare accanto agli altri nel prendersi cura e nel far sentire che non sono lasciati abbandonati ad una solitudine senza una mano che sorregga e un cuore cpace di fare spazio per ospitare. Nel consolare si attua qualcosa di ben diverso da atteggiamenti consolatori di certo spiritualismo disincarnato, perché è attitudine concreta nel condividere pesi e nel farsi carico di difficoltà concrete dell’altro e perciò implica tempo dedicato, gesti di vicinanza, attenzione che segna l’esistenza.

“Non c’è più giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Se la consolazione è apertura a considerare l’altro accanto a noi, questa affermazione di Paolo allarga gli orizzonti. L’incontro con Cristo Gesù anziché chiudersi in un movimento di separazione e di distinzione dall’altro, per affermare un identità di contrapposizione è motivo per scoprire un modo diverso di vivere isnieme agli altri. L’incontro con chi è ‘altro’, lontano e diverso, non è annullamento delle differenze, è invece scoperta che l’altro non è nemico, non è estraneo, ma la nostra condizione è comune e le nostre vite sono chiamate ad incontrarsi nella via che Gesù ha indicato: la possibilità di passaggio dall’ostilità all’ospitalità. Ogni incontro con l’altro può divenire via della scoperta che l’altro è indispensabile presenza che ci de-centra,  per scoprire chi siamo noi stessi, stranieri a noi medesimi, e per aprirsi a concepire l’esistenza non nella chiusura egoistica ma nell’interazione. Ci potremo chiedere oggi chi sono giudei e greci, uomini e donne, schiavi e liberi: ancora viviamo l’incapacità di una accoglienza e valorizzazione della vita dell’altro nella società. Edc anche nella chiesa discriminazioni di diverso genere ed esclusioni sono ardue dall’essere riconosicute e superate nela scelta di un nuovo stile di rapporti.

In questi giorni Massimo Gramellini, commentando in un suo breve articolo su ‘La Stampa’ (20 giugno 2013) l’attitudine entusiasta di un bambino di due anni e mezzo che rivolge a tutte le persone incrociate per strada il suo ‘ciao ciao, signore’, in un quartiere in cui s’incontrano persone di diversa nazionalità, lingua colore della pelle, annotava come sia stupefacente a due anni e mezzo la propensione dei bambini a considerare le persone – pur nelle loro diversità – tutte uguali tra loro e uguali a noi e concludeva: “passiamo l’infanzia a dimenticare ciò che a due anni e mezzo sapevamo benissimo. E il resto della vita a cercare di ricordarcelo”.

“Le folle chi dicono che io sia… ma voi chi dite che io sia?” In un momento di preghiera, in un luogo solitario, nella dimensione del deserto, lontano dal frastuono e dalla folla Gesù pone la domanda che provoca a porsi di fronte alla profondità della sua persona. Nel suo vangelo Luca presenta Gesù in preghiera nei momenti importanti della sua vita, al battesimo (Lc 3,21), prima della scelta dei dodici (Lc 6,12) e poi nella passione (Lc 22,41). E proprio in rapporto al pregare di Gesù ritorna la domanda che i suoi discepoli portavano nel loro cuore: ‘Chi è dunque costui?’ (Lc 8,25): è l’interrogativo che inquietava il re Erode (Lc 9,7-9) ed è in  fondo al centro del vangelo. La grande questione della preghiera è quella dell’incontro. ‘secondo voi, chi sono io?’. Pregare, ci sta dicendo Luca è entrare in una domanda che riguarda l’incontro con Gesù, e il significato della sua presenza per la nostra vita.

Non è solo domanda teorica sulla sua identità, ma è domanda che implica un coinvolgimento. E’ domanda che dice innanzitutto la disponibilità ad ascoltare gli altri, coloro che ha di fronte. E’ anche domanda tesa a suscitare una ricerca ulteriore ed un cammino. “si avverte in questa domanda lo smarrimento di un uomo che, profondamente coinvolto nell’avventura della fede, pone l’interrogativo della sua esistenza e del suo mistero (…) proprio ponendo questo interrogativo egli è ora il figlio dell’uomo, in quanto quello che viene posto qui è l’interrogativo dell’uomo in senso assoluto” (S.Ben Chorin). Secondo i discepoli – è la risposta di Pietro – Gesù è ‘il messia di Dio’. Nel titolo ‘messia’ convergono le attese nei confronti di un uomo scelto da Dio che nella sua missione compie le promesse di salvezza di Dio. Non più solo un profeta ma l’inviato per un rendersi vicino di Dio stesso. Tuttavia Pietro come i discepoli pone in questa figura tanti desideri e attese che rinviano ad una visione di potenza, di affermazione, di visibilità. Gesù accoglie queste risposte ma subito presenta il suo cammino parlando di sé come ‘figlio dell’uomo’ e associando a questa espressione il rinvio ad un percorso diverso, in cui è presente sofferenza e ostilità: ‘il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dai notabili, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risorgere il terzo giorno’.

Colpisce l’insistenza con cui Luca nel suo vangelo afferma che il messia ‘deve’ soffrire (cfr. Lc 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). E’ bene star attenti a non leggere in questa espressione una sorta di destino predeterminato: Dio il Padre esigerebbe la sofferenza e la morte del Figlio come una necessità. Le parole con cui Gesù descrive la sua missione, il suo passare attraverso la sofferenza e la morte sono piuttosto un’interpretazione della sua vita alla luce del cammino dei profeti e del disegno di salvezza. Il Dio che si comunica ad Israele è il Dio amante della vita, che salva il giusto, e rimane fedele alle sue promesse. La morte di Gesù non è da lui voluta e cercata. Neppure costituisce un incidente da dimenticare nel suo cammino. Ai suoi Gesù dice che le sue scelte non sono nella logica del dominio e della violenza, non rispondono alle attese di un messia trionfatore e potente. La sua vita rimane fedele alla scelta del dono e del servizio, quella del messia disarmato: ‘io sono in mezzo a voi come colui che serve’ (Lc 22,27). Proprio per la fedeltà al Padre, in questa via, troverà ostilità e sofferenza. La sua sofferenza e la sua morte assumono un significato di salvezza se vengono lette all’interno del modo in cui Dio conduce la sua comunicazione nella storia. Anche di fronte alla morte e nella passione Gesù vive la fedeltà disarmata dell’amore e rivela in tal modo la fragilità dell’amore come più forte della morte. In tal senso ‘doveva soffrire’ perché come i profeti prima di lui chi si pone sotto la parola del Padre si espone a suscitare la reazione delle potenze politiche e del sistema religioso. Così Gesù incontra rifiuto e ostilità nel suo cammino fino alla morte. Ma i giorni della passione si aprono al ‘terzo giorno’: è il tempo che conclude il momento della prova e della sofferenza, è giorno del risorgere. La fedeltà di Gesù costituisce la via per la quale si attua la salvezza.

Il percorso di Gesù non è cammino solitario: si apre a coinvolgere tutti coloro che accolgono la sua proposta nell’intendere una vita de-centrata da se stessi, secondo la via del servizio. A chi lo segue Gesù chiede non tanto di vivere gesti spettacolari, ma di ‘prendere la croce ogni giorno’: non un richiamo alla sofferenza come fine in se stessa, piuttosto al senso profondo della croce stessa, come scelta nonviolenta di una vita che si fa dono di sé e servizio. La croce da strumento di tortura e  dolore passa a divenire segno in cui si rende visibile l’amare anche nellle condizioni più inumane: è il segno di una vita spesa per gli altri in una accoglienza che supera le divisioni. Per Luca è modo di vivere che tocca le ore ed i giorni, il quotidiano: alla comunità che legge il suo vangelo, tentata dalla stanchezza, desiderosa dei grandi segni, impaziente, Luca dice  che nell’ordinario di ogni giorno, nelle scelte nascoste si attua la condivisione con Gesù ed il seguirlo.

Viviamo tempi in cui proteste di popoli e in particolare di giovani salgono dalle piazze. Le piazza Taksim a Istanbul è stato teatro nei giorni scorsi di proteste durissima repressione e poi della silenziosa protesta dell’uomo in piedi seguito ora da tanti che scelgono la via faticosa e apparentemente deole della nonviolenza. E così nelle vie delle principali città brasiliane migliaia di persone si sono schierate contro le scelte di offrire ‘circo’ (il campionato mondiale di calcio) senza attenzione al pane. Sono proteste contro un modo di intendere il consumo e un’economia a servizio dei grandi potentati finanziari quale presenza messianica. Anche oggi seguire il messia servo che dà la vita per tutti e si pone dalla parte dei piccoli e dei poveri diviene motivo per vivere una fedeltà che trova ostilità e repressione. Ma ancora oggi risuona per noi la domanda di Gesù: ‘ma voi chi dite che io sia?’

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno C – 2012

700217Mi 5,1-4a; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45

Beata te che hai creduto all’adempimento delle parole del Signore… La pagina di Luca indica alcune direzioni nelle quali intendere il Natale stesso come occasione per accogliere un dono che non è qualcosa, ma qualcuno, una presenza, dono per un cammino di incontro e di fede.

Alzatasi Maria andò in fretta verso la montagna, verso una città di Giuda… Luca narra i movimenti di Maria prima della nascita di Gesù, eppure è già presente il riferimento a tutto il cammino di Gesù stesso. Luca presenta infatti Maria non solo come la madre di Gesù, ma come la donna credente: è un cammino del credere in rapporto alla morte ed alla resurrezione del profeta di Nazareth. Ella vive un cammino di fede in rapporto a Gesù, nell’accoglienza della chiamata di Dio nella sua vita e nel muoversi nella linea dei poveri di Jahwè.

Non solo Maria è la madre che lo ha partorito ma Luca fa cogliere come Maria sia esempio di quella condizione dei poveri che sono beati perché hanno creduto. Nel suo vangelo si legge: “Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: ‘Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato’. Ma egli rispose: ‘Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la realizzano” (Lc 11,27-28). Maria è per Luca colei che ha ascoltato la parola di Dio e l’ha resa storia nella sua vita.

Alzatasi: alzarsi è il verbo proprio della risurrezione. Maria è ripresa quasi in una istantanea fotografica nel suo alzarsi immediatamente dopo le parole: ‘Ecco la serva del Signore si compia in me secondo la tua parola’. La parola di Dio non è solo soffio di una voce, ma parola che realizza ciò che reca in sé. Dio disse… e la luce fu… E’ creativa perché capace di costituire e trasformare: ha la capacità della poesia nel senso che attua e compie ciò che comunica.

Maria di fronte alla parola risponde con l’atteggiamento dei poveri, nella disponibilità e nell’accoglienza ad un’opera che è di Dio in lei e di lei nell’affidamento in Dio. Per Luca nella piccola storia di Nazareth letta in contrapposizione alla grande storia dei grandi e delle potenze politiche e militari, come evento della parola che trasforma e suscita la fede, sta già una risurrezione. Maria è così presentata nel gesto di un risorgere: alzatasi si mise in cammino. In questi verbi sta per Luca il senso del credere. Un alzarsi e porsi in cammino. Risurrezione è allora movimento che fa alzare e spinge ad  un cammino al di fuori di sé, incontro all’altro. Viene così delineata da Luca  una spiritualità della risurrezione in termini del tutto lontani da una spiritualità della chiusura familistica: è apertura all’altro che attende e ha bisogno, è apertura di cammino per andare.

Per Maria il viaggio si caratterizza come viaggio per visitare. E’ questo un tratto del cammino di ogni credente: prima di ogni altra cosa la parola di Dio suscita un alzarsi per visitare, per recare la gioia e il dono di un incontro. E non solo e non tanto per portare, ma un andare per accogliere, per lasciarsi riempire da qualcosa di nuovo che nell’incontro stesso avviene. Non regali vuoti, spesso inutili e indirizzati a chi solitamente possiede già il necessario e di più ancora, ma il dono dell’andare incontro: sta qui il senso del dono come attitudine non di un momento ma dell’esistenza che si pone in cammino verso l’altro. Una spiritualità della visitazione è una spiritualità che si pone in cammino, che vive lo stesso cammino come dono di volgersi verso, di accoglienza di presenza.

Per Maria si tratta di un cammino per un servizio, per andare a salutare e confortare Elisabetta che in tarda età aveva concepito un figlio, lei che tutti dicevano sterile. Ma è anche un cammino per scoprire che Dio agisce nei poveri e si rende presente come dono di vita e di liberazione laddove c’è solo buio e rassegnazione. E’ un viaggio per scoprire  le tracce di un agire di Dio che rovescia i potenti dai troni ed innalza gli umili, che guarda alla povertà della sua serva, che trasforma l’aridità della sterile nella gioia di colei che scopre la fecondità inattesa della propria esistenza.

Maria è così presentata da Luca come donna di fede: beata colei che ha creduto. Non si tratta solamente di un momento ma di un intero percorso di vita. Maria non solo ha creduto ma continua a credere, anche nella crisi.

Viviamo oggi un Natale in tempo di crisi: Luca presenta Maria come donna di fede che nel tempo della crisi sa riconoscere i segni della promessa di Dio e sa farsi carico della responsabilità del servizio. Mettendosi in cammino. Aprendosi ad accogliere un incontro, a visitare.

Nel cammino del servizio, ci dice Luca in questa pagina, nel cammino di una vita che si concepisce nella dimensione della visita e della apertura all’altro, della cura sta già il seme della risurrezione, sta già il movimento della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Ancora una parola sulla via percorsa da Gesù. E’ una ripetizione insistente che attraversa il vangelo di Marco. Per tre volte Gesù ripete ai suoi, proprio sulla strada, nel cammino insieme, che la sua via comporta la sofferenza, affrontare l’ostilità del potere religioso e politico, subire una condanna ingiusta. Tre volte, il numero della pienezza. Gesù annuncia la sua via in modo completo. E’ delineato così l’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua morte: non la ricerca della sofferenza ma la fedeltà nel vivere fino in fondo la vita come servizio per tutti, consapevole del possibile rifiuto e delle conseguenze. Ma mentre le sue parole cercano di orientare a cogliere il senso profondo della sua via, i suoi discepoli manifestano arroganza e pretese. Sono Giacomo e Giovanni a  farsi avanti: “Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. E’ la pretesa del ‘volere’ che si pone con arroganza. L’esatto contrario della disponibilità al compiere la volontà e la chiamata del Padre. Il desiderio riguarda il potere, l’avere un primato ed una precedenza, un privilegio che ponga al di sopra degli altri e conduca a dominare, ad assoggettare. Seduti alla destra e alla sinistra ‘nella tua gloria’. Dietro a queste parole sta un’incomprensione radicale e ostinata della via di Gesù.  Mentre infatti Gesù parla del servo che soffre e subisce il rifiuto senza farsi coinvolgere nella spirale della violenza, Giacomo e Giovanni hanno la pretesa di percorrere quella stessa via. Non comprendono nemmeno il tentativo di Gesù di dir loro che la sua via è cammino di dono (il calice) e di morte (immersione/battesimo) fino alla fine. Proprio non comprendono; sono accecati. Non a caso al termine di questa sezione (come anche all’inizio) Marco pone un gesto di Gesù che apre gli occhi ad un cieco. Ciechi che non sanno accogliere e aprirsi ad accogliere quanto Gesù sta comunicando riguardo alla sua identità, della sua via. Ed è un’incomprensione che si prolunga nella storia.

E ciechi non solo Giacomo e Giovanni, i più vicini, i discepoli chiamati sulla riva del lago, che avevano lasciato tutto per seguirlo, ma anche gli altri dieci, che ‘cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni’. Indignati perché esclusi da onori, indignati perché desiderosi come i primi due di avere il riconoscimento ed i privilegi connessi ai primi posti, indignati perché si sentivano preceduti ed esclusi…

Gesù è presentato da Marco come chi ancora una volta cerca di spiegare, forse con rassegnazione, certamente con tristezza per questa incomprensione così radicale da parte dei suoi. Su questa incomprensione si deve sostare perché Marco nel suo vangelo insiste particolarmente. “Tra voi però non è così: ma chi vuole diventare grande tra di voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. “Tra voi non è e non dovrà mai essere così”: è una parola alla comunità chiamata ad una testimonianza alternativa e diversa rispetto a logiche del dominio. Gesù propone una via in cui la grandezza della vita si attua non nel primeggiare ma nel mettersi a servizio, nell’intendere tutto ciò che si fa come relazione a qualcun altro da accostare come più importante di se stessi, a cui guardare con cura e attenzione, a cui dedicare il meglio di sé. Gesù chiede ai suoi questo non come un maestro di morale; indica questa via perché questa è la sua via. Qui sta la sua identità. Il servire non è una derivazione opzionale ma il cuore del vangelo che è Gesù stesso. Qui sta anche la presentazione di un volto di Dio inaudito: un Dio non della potenza ma del chinarsi e del servizio. I suoi dovranno essere ‘immersi’ nella sua vita e nel suo percorso. “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti”. Gesù parla di se stesso con i tratti del ‘figlio dell’uomo’, il servo sofferente. Non è venuto per farsi servire ma per dare la propria vita in riscatto di molti. Parla così di se stesso, di ciò che più gli sta a cuore: offre una sintesi della sua vita e chiede ai suoi di vivere in questo orizzonte.

Posso indicare alcune riflessioni per accostare questa parola al nostro vivere:

Viviamo un periodo in cui in modo eclatante emerge lo spettacolo miserevole della corruzione diffusa ai diversi livelli della società e della politica. E’ un quadro desolante dell’uso del potere inteso come accesso a privilegi senza scrupoli per gli altri. Uno spettacolo del potere teorizzato e attuato come ambito in cui i grandi dominano e i capi opprimono. Gesù dice ‘quelli che sono considerati i governanti delle nazioni’: è una presa di posizione netta contro un potere che si ritiene al di sopra del bene e del male. Nel periodo in cui viviamo, fare memoria delle parole di Gesù può essere motivo per smascherare tutte le forme del potere che sono dominio e oppressione, per trovare forza dal vangelo per opporsi ad ogni uso del potere che schiaccia e umilia, per stare accanto a chi non ha potere ed è umiliato.

Gesù dice ai suoi ’tra voi però non è così’: parla loro della comunità, dello stile che deve regolare i rapporti nella comunità. Ci possiamo domandare: che ne abbiamo fatto di queste parole così forti di Gesù? Il carrierismo, il desiderio di primeggiare, l’invidia per chi ha raggiunto privilegi, le diverse forme del clericalismo sono tanti modi per tradire la parola di Gesù, anche da parte di chi si fa paladino di valori cristiani e attua una politica di uso spregiudicato del potere. In che misura la ricerca del potere e il dominio sulle persone, sono presenti nelle comunità, nelle chiese? Come poter contribuire per rimettere al centro il vangelo con la propria testimonianza e parola?

Gesù parlando della sua via capovolge il volto di Dio in cui credere. Non un Dio del potere e dell’onnipotenza secondo i criteri umani, ma un Dio che rinuncia al potere e scende a servire. Un Dio dell’incarnazione. La logica dell’incarnazione scardina ogni prospettiva di imperialismo. Lo stare dietro a Gesù non può stare insieme con la ricerca di potere e il cristianesimo non può divenire religione in concorrenza con altre religioni. Possiamo pensare alla proposta di Gesù come la ‘religione dell’uscita dalla religione’: egli propone l’essenziale del vangelo come servizio nel dare la vita per, in solidarietà con tutta l’umanità. Forse dovremmo riflettere sul cristianesimo come ‘religione del vangelo’. Dove vangelo è capovolgimento del modo di usare del potere e farlo diventare servizio, rinuncia all’arroganza, rinuncia alla violenza e alle dimostrazioni di forza, e vita nel seguire Gesù. Da qui sorge anche la prospettiva di vivere la fede oggi nel senso del dialogo, di chi ponendosi al servizio, scardina tutte le forme del dominio, dell’esclusivismo e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Sap 2,17-20; Sal 54; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La pagina del libro della Sapienza offre una chiave per entrare nelle letture di oggi: delinea il profilo dei un uomo giusto su cui si accentra la ostilità dei potenti. “tendiamo insidie al giusto perché per noi è d’incomodo…” La presenza stessa dell’uomo che vive nella giustizia è disturbo per chi si pone al di sopra di ogni legge e pretende di essere riconosciuto come padrone assoluto. Leggere queste espressioni conduce a pensare alla testimonianza di tanti ‘giusti’ del passato, ma anche del presente. Nell’esercizio del loro compito sociale e del loro lavoro, nel non cedere a ricatti e  pressioni sono stati e sono scomodi, disturbano a poteri politici, a potentati mafiosi, anche a tutti coloro che intendono la religione come sistema di dominio. Molti di loro sono stati tolti di mezzo. In questi giorni ricordiamo l’anniversraio dell’uccisione di don Puglisi a Palermo, e come lui tanti magistrati, commercianti, persone che non si sono piegate all’illegalità.

Il testo di Sapienza parla di un giusto, forse in riferimento ad una figura concreta ma esso diviene paradigma di tanti giusti che nella fedeltà a Dio hanno dovuto subire l’opposizione e l’ostilità dei potenti. La prima comunità cristiana ha letto in questa pagina un riferimento a Gesù: nella sua testimonianza vi sono riscontrabili i tratti dell’uomo giusto. Il suo cammino è stato quello di messia con tratti inattesi, un messia sofferente.

Le parole che Marco pone in bocca Gesù costituiscono la ripetizione e la ripresa del primo annuncio della passione: Gesù è presentato così come un ‘giusto’ che continua a credere, ad affidarsi al Padre anche di fronte al crescere dell’ostilità attorno a lui e della possibilità concreta di un esito violento della sua vita: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. Le parole di questo annuncio riportano a momenti drammatici della vita di Gesù e sono una tessitura di evocazioni di testi del primo testamento, in particolare da uno dei canti del servo di Jahwè di Isaia (Is 52-53) e da testi di Geremia (Ger 26,24). Gesù si mostra come uomo di fede, ‘giusto’, cioè ‘fedele’ perché profondamente legato alla fedeltà di Dio, il Padre. Legge la sua vita in rapporto alla Scrittura. La via che percorre ripropone così l’esperienza dei profeti che hanno dovuto subire il rifiuto, la persecuzione e sono stati uccisi. La figura del servo di Jahwè, descritta da Isaia, diviene un riferimento fondamentale: di fronte alla violenza il ‘servo’ non reagisce, ma sceglie la via della totale fedeltà a Dio, la via della nonviolenza fino a subire percosse  morte come agnello innocente.

Una parola in particolare viene ripresa: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato…”. Questo termine, consegna, racchiude vari possibili significati dell’esperienza della fede. Qui Marco sta parlando della fede di Gesù, una fede come affidamento totale al Padre, consegna senza limiti nella relazione con il Padre e alla suo disegno di salvezza. E d’altra parte c’è anche una consegna del Figlio dell’uomo agli uomini. Questo significato del consegnarsi ci fa riflettere sul senso della fede come affidamento in una relazione. E’ stato uno dei passaggi fodnamentali del Concilio Vaticano II la presentazione nella Dei Verbum della fede non tanto e non primariamente come conoscenza, ma come movimento di vita, cammino esistenziale che sorge dalla comunicazione personale e gratuita di Dio. Si può così parlare della fede di Gesù che affida la sua vita fino in fondo al Padre, la consegna come dono ricevuto e da ridonare, nel farsi pane per gli altri. Nel suo consegnarsi al Padre sta il segreto della sua esistenza, che lo conduce a consegnarsi nella libertà agli uomini fino a subire il rifiuto, la sofferenza, la morte.

Le parole di Gesù sono motivo di crisi e di scandalo per i discepoli: Pietro per primo aveva reagito quando Gesù aveva parlato della sua via non come via di affermazione ma di debolezza. Pietro nutriva la speranza in un messia con i tratti di un potente. Non accettava lo scandalo di un Dio che si mette nelle mani degli uomini. Gesù invece narra nelle sue parole e nelle sue scelte un volto inedito di Dio: non s’impone ma vive la sofferenza e il rifiuto, sceglie le debolezza dell’amore portato fino agli estremi confini, nella fiducia che solo questo amore può salvare. Addirittura Gesù identifica il Padre con un bambino da accogliere: un Dio dal volto indifeso e senza diritti. Gesù vive così la vita nel segno di un dono che non esige nessuna reciprocità: rivela i tratti sconcertanti di una vita spesa nel dono e nel servizio. E tutto ciò perché Dio è dono gratuito e amore senza limiti.

Mentre Gesù sta parlando ai suoi della sua vita in rapporto all’esistenza di grandi profeti che erano stati rifiutati e  persguitati ed indica così la sua via, i suoi non capiscono nulla: discutono infatti per la strada interrogandosi su chi di loro fosse il più grande. Il paradosso è che proprio i dodici sono distratti da altre attese e guardano verso altri orizzonti, che nulla hanno a che fare con quanto Gesù sta proponendo loro. Marco qui sottolinea non solo l’incomprensione dei discepoli, il cuore indurito che non permette loro di ascoltare, ma presenta anche lo sviamento totale di una ricerca che si rivolge ad altro: cercano il primato e la garanzia di un potere proprio mentre Gesù parla loro di una vita vissuta nel disinteresse e nella nonviolenza. Anche nella stessa comunità di Gesù c’è incomprensione non parziale e momentanea, ma profonda e radicale proprio riguardo alla via di Gesù.

Gesù è descritto con rapidi tratti da Marco come attento educatore. Parla con i discepoli a casa, pone loro domande, e compie segni. Il suo  gesto è quello di porre al centro un bambino: è indicazione di una scelta che pone al centro l’accoglienza invece della conquista, lo sguardo alla povertà (i bambini non avevano alcun ruolo e riconoscimento di diritti), piuttosto che al possedere e al dominare, il primato degli ultimi anziché la ricerca dei primi posti. Ma è anche un gesto che parla del volto di Dio come di un ‘Dio bambino’: “chi accoglie uno di questi bambini accoglie me… e chi accoglie me … accoglie colui che mi ha mandato…”

Questa lettura può trovare alcuni motivi di riflessione per noi.

Una prima domanda che ci pone è riguardo alla fede: Gesù vive la fede come affidamento al Padre. La sua fede è coinvolgimento dell’intera esistenza e si identifica con il suo cammino. Anche a noi chiede di intendere la fede non come conoscenza o appartenenza sociale, ma come cammino dell’esistenza, in cui tutte le dimensioni della vita siano coinvolte. Per scoprire non nella distanza di luoghi e tempi sacri, ma proprio nel tessuto ‘laico’ della vita di ogni giorno il luogo del comunicarsi di Dio e dell’accogliere la sua chiamata.

La fede intesa come consegna, così come la intende Gesù è consegna al Padre ed è anche consegna agli altri. Possiamo pensare ai tanti modi in cui nella vita si vive la consegna al Padre e agli altri. Ci sono i momenti del silenzio e della preghiera ma anche nelle situazioni quotidiane di lavoro, di relazione, di incontro, nella consegna agli altri scopriamo il senso profondo del nostro essere donati, conseganti, per poter attuare una consegna nela fiducia che Dio ha cura di noi e che Lui rimane fedele. L’essere ‘consegnati agli uomini’ anche nelle esperienze dolorose e faticose può divenire luogo di attuare una consegna radicale della propria vita a Dio.

Una terza riflessione si può fare a partire dalla parola di Gesù che riassume la sua via e la indica come stile della sua comunità: il vivere nella dimensione del servizio non è un aspetto periferico e aggiuntivo nella vita al seguito di Gesù, ma ne costituisce un tratto essenziale e irrinunciabile. Gesù con le sue parole e il suo gesto denuncia una incomprensione che è presente all’interno della comunità. Il servire è scelta di libertà che si oppone al servilismo di chi si inchina di fronte a chi detiene forza e potere. E’ espressione di quella sorgente profonda di umanità che ci chiama a vivere in rapporto a… di fronte al volto degli altri, tesi di costruire un mondo di accoglienza e non un mondo di rivali, in competizione. Questa parola di Gesù ha una forza di grande contestazione nei confronti di un mondo in cui a tanti livelli prevale la logica della competizione e dell’affermazione contro l’altro con ogni mezzo.

Le parole di Gesù indicano quale dovrebbe essere il progetto di ogni comunità cristiana. Possiamo pensare a quali cambiamenti questo dovrebbe condurre: cambiamento di atteggiamenti di clericalismo e di sottomissione, cambiamenti nel modo di intendere il proprio lavoro e l’utilizzo delle proprie competenze nei confronti degli altri, cambiamenti anche nelle forme in cui la vita della chiesa si è strutturata assumendo nella storia le logiche del potere politico e dimenticando lo stile di Gesù.

Alessandro Cortesi op

 

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