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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1429 2.jpgIs 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Una delle pagine del secondo-Isaia, profeta del tempo dell’esilio di Israele, presenta l’enigmatico profilo del ‘servo di Jahwe’. Dietro a questo appellativo sta una figura difficile da cogliere, perché da un lato può essere riferito ad una collettività, forse ad Israele nella sua storia di popolo oppresso e colpito. D’altra parte alcuni tratti del servo sono riferimenti ad un individuo singolo. Il servo di Jahwé è un uomo che subisce rifiuto e oppressione, e per l’esempio della sua vita vissuta in fedeltà a Jahwé è sottoposto a tortura disprezzo e sofferenza fino alla morte. “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”.

L’autore di questa pagina accosta il ritratto di quest’uomo offeso e privato di dignità e bellezza all’immagine di una pianta appena nata in mezzo al deserto. Benché attorno a lui domini la violenza e l’offesa, che non portano vita, ma morte, aridità appunto, la sua testimonianza è per contro un segno carico di fecondità per altri. E’ come una radice in terra arida. Egli sperimenta la contraddizione e il rifiuto ma fa sorgere una vita nuova per tutti. “vedrà una discendenza, vivrà a a lungo”. Il suo soffrire è letto come luogo di salvezza per altri, come il rito di sacrificio che costituiva esperienza della vicinanza di Dio che offre salvezza e perdona i peccati. Con la sua vita compie il progetto di salvezza di Dio. Dio infatti è liberatore e desidera salvezza per tutti. Accoglie la fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ rimasto fedele, per riproporre per tutti il suo dono di salvezza. “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”.

Questa figura del servo di Jahwè è stata vista dai primi cristiani che leggevano le Scritture ebraiche come una prefigurazione del cammino di Gesù: la sua via appare come quella del ‘servo di Jahwè’.

Nel dialogo presentato da Marco al cap 10, Gesù risponde ad una esigenza di due discepoli che lo seguivano sulla strada: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Sorprende innanzitutto cogliere come Giacomo e Giovanni, i più vicini a Gesù, poco comprendano della sua via e del suo progetto. Marco è attento a sottolineare tale incomprensione e durezza di cuore.

Nelle parole di risposta di Gesù ai due desiderosi dei primi posti si fa riferimento a due simboli, il calice e il battesimo, indicazione velata del cammino di Gesù “Potete bere il calice che io bevo , o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nella Bibbia indica la situazione che gli empi devono subire. Nel salmo 75 si legge: “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra” (Sal. 75,9). E’ un segno che rinvia alla collera e alla condanna da parte di Dio nei confronti degli empi. Ma anche il calice è il segno della comunione con Dio e dell’offerta a lui del ringraziamento per la salvezza. Nei riti e nel momento dei pasti il calice significava tale comunione e tale offerta. Il simbolo del calice rinvia al fatto che Gesù ha preso su di sé la condizione di chi è più lontano, dell’empio e che la sua vita è nell’orizzonte della solidarietà con tutti, ed è una consegna radicale a Dio suo Padre e per gli altri.

L’immagine del battesimo o immersione indica lo sprofondarsi in una situazione di morte e di prova. Nel salmo 69,3 si legge: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. Gesù entra nel buio della morte e condivide tale condizione.

Ai suoi dice che non sta a lui concedere i posti nel regno: il ‘regno’ è dono del Padre e non dipende da quanto gli uomini pretendono o progettano. I due discepoli manifestano sicurezza e ingenuità nel dire ‘noi possiamo compiere questo cammino. Ancora non comprendono e sono chiusi nei loro schemi di affermazione.

Gesù intende condurli a concepire la vita e ad orientare le lor domande secondo orizzonti totalmente nuovi: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”.

La vita di Gesù si sintetizza in queste parole, la strada che egli sta percorrendo è quella del servizio e del dono di sè. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’.

“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Figlio dell’uomo rinvia ad una figura presentata nel libro di Daniele che viene a giudicare con il potere di Dio (Dan 7,13): il potere di Dio è una forza debole e diversa rispetto alle attese umane: si rende presente nel servire.

Gesù propone ai suoi un modo alternativo di vivere i rapporti con gli altri e nella stessa comunità chiamata a scoprire il senso del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova, alla ricerca della gratuità.

Alessandro Cortesi op

Kyrill - Bartolomeo

Inquietudini e rotture ad Oriente

Nelle chiese ortodosse sta accadendo qualcosa di importante e grave, una rottura che ha dimensioni e conseguenze difficilmente calcolabili per la vita dei popoli e per il cammino delle chiese. L’11 ottobre il Sinodo di Costantinopoli, presieduto dal patriarca Bartolomeo I, ha deciso “di procedere alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina”. Bartolomeo che è primus inter pares tra i capi delle chiese che costituiscono la Chiesa ortodossa orientale ha preso questa decisione in un quadro segnato dalle vicende storiche del passato e del presente.

Le motivazioni di tale scelta affondano le radici in una storia lontana e nelle vicende più recenti. Il cristianesimo giunse in Russia con la conversione del principe Vladimir di Kiev nel 988. Da Kiev quindi dall’Ucraina la fede cristiana si diffuse in Russia. Nei secoli l’importanza della chiesa russa è cresciuta soprattutto a seguito della caduta dell’impero bizantino quando Costantinopoli nel 1453 fu conquistata ai turchi. Mosca assurge così al ruolo di terza Roma nel cristianesimo. Nel 1589 il metropolita di Mosca si proclama patriarca della Chiesa russa e nel 1686 prende l’eredità del patriarcato di Kiev.

Nel 1991 dopo lo smembramento dell’Urss, la Chiesa ortodossa ucraina, legata a quella russa, si è divisa in tre parti: la parte più numerosa è composta dalla chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca; la Chiesa ortodossa ucraina dell’autoproclamato patriarcato di Kiev guidata da Filarete; una piccola chiesa autocefala, la chiesa ortodossa autocefala ucraina di Macario. La decisione di Bartolomeo I comporta di fatto la revoca di una decisione del 1686 che poneva Kiev sotto la giurisdizione di Mosca (cioè il Patriarca di Mosca aveva il diritto di ordinare il Metropolita di Kiev), affermado che la lettera sinodale dell’anno 1686 fu “rilasciata per le circostanze dell’epoca”. Viene quindi proclamata “la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli”. Le ultime due chiese (di Filarete e Macario) verrebbero così a formare la nuova Chiesa autocefala; ma questa, senza la Chiesa ucraina-russa rimarrebbe monca.

La Chiesa russa aveva preannunciato che, nel caso Costantinopoli avesse approvato la richiesta di indipendenza del patriarcato di Kiev, avrebbe proclamato lo scisma, cioè la rottura della comunione eucaristica con Costantinopoli. Così Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ha “sospeso la Comunione eucaristica” con Costantinopoli, annunciando la decisione durante il Sinodo del 15 ottobre u.s., a Minsk in Bielorussia. “Con nostro grande dolore”, si legge nella Dichiarazione del Patriarcato di Mosca, “i membri del Santo Sinodo hanno ritenuto impossibile continuare ad essere in comunione eucaristica con il Patriarcato di Costantinopoli”.

Le decisioni prese e la situazione di rottura prodotta avranno profonde conseguenze nei rapporti all’interno dell’ortodossia e nel quadro più ampio del mondo cristiano, e non sono senza risvolti di tipo politico.

Tutto ciò avviene infatti in un momento in cui il Cremlino dopo l’annessione della Crimea nel 2014 sta conducendo una politica imperialistica in Ucraina dove è in corso una guerra nella regione del Donbass.

“Da parte sua, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha legato le sue fortune politiche all’ottenimento della “autocefalia”. E, se il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov ha detto che la decisione dell’11 ottobre è “una provocazione organizzata dal patriarca Bartolomeo col diretto sostegno di Washington”, Putin ha convocato il Consiglio russo di sicurezza per valutare le conseguenze della contestata “autocefalia ucraina”. E la “prima Roma”? Sul suo versante, di fronte al tremendo dissidio Mosca-Costantinopoli, si trova in croce”. (Luigi Sandri, A oriente incombe lo scisma,“Trentino” 15 ottobre 2018).

Tra voi però non è così…  la parola del vangelo rimane sfida per una testimonianza di Gesù credibile nel difficile presente.

Alessandro Cortesi op

 

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XXIV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0945Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza non mi sono tirato indietro”. Il servo di Jahwè, è figura centrale ed enigmatica al cuore del libro del Terzo Isaia profeta del tempo dell’esilio: La sua è testimonianza di chi ascolta e segue la chiamata di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Subisce disprezzo e persecuzione per la sua fedeltà al Signore e per questo subisce rifiuto e persecuzione. Nella sofferenza vive fino in fondo una fiducia senza riserve: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. La presenza vicina del Dio vicino gli dà la la forza per affrontare ingiustizia e violenza: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”. Il servo può essere identificato con la figura di qualche profeta, nella singolarità di una testimonianza che diviene esempio, ma può anche essere interpretato come figura che rinvia all’esperienza di tutto il popolo d’Israele. Racchiude infatti un riferimento collettivo, al popolo che nell’esilio vive la sofferenza ed è chiamato ad appoggiarsi a Dio che libera.

“Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). L’esperienza di fede appare connessa al rapporto con l’orfano, la vedova, e con il povero. Sono queste le persone a cui Dio guarda con benevolenza. Egli è chinato a liberare Israele nella condizione di debolezza e di schiavitù in Egitto. L’esperienza della liberazione da Dio diviene riferimento di cammino per tutto il popolo: farsi testimone della presenza liberatrice, attuare rapporti nuovi di giustizia. Vivere un rapporto autentico con Dio rinvia ad attuare rapporti di cura e solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero. Nella lettera di Giacomo un’esortazione ritorna con insistenza: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?” i credenti sono chiamati a maturare un’attenzione particolare nei confronti dei poveri, e devono porre al centro della loro vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). Può esserci una fede morta perché privata di una traduzione nella prassi. Banco di prova della fede sta nella relazione con gli altri. Per Giacomo le ‘opere’ sono il germogliare di una fede che chiede di esprimersi in uno stile di rapporti e in una tensione di vita: l’insistenza sulla dimensione comunitaria della vita cristiana costituisce il nucleo del messaggio di questo testo. C’è insistenza su ambiti concreti della vita tra di essi l’uso dei beni e la solidarietà con i poveri contrastando una mentalità di accumulo e di indifferenza verso situazioni di ingiustizia.

A metà del vangelo di Marco emerge la domanda fondamentale che attraversa ogni pagina: chi è Gesù? Questa domanda è collocata in un preciso momento del vangelo: dopo gli entusiasmi provocati dai suoi gesti le folle restano deluse. Gesù non corrisponde alle attese di un messia politico e nazionalistico: non risponde ai desideri di soluzione immediata dei problemi o di ribaltamento politico e non asseconda una religiosità delle osservanze e del privilegio. Il suo agire si pone in una linea diversa. Ai suoi propone la strada del servire in modo concreto coinvolgendo tutta l’esistenza: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti”. A questo punto le folle se ne vanno e Gesù ‘sulla strada’ interroga i discepoli per guidarli ad un incontro difficile e ed esigente: si scontra con la durezza di cuore che impedisce di fidarsi di lui. Solo lui può aprire gli occhi e guarire aprendo la strada a seguirlo. Solo la forza della risurrezione sarà il dono di una luce nuova e della scoperta che ‘egli vi precede in Galilea’.

‘Chi dice la gente che io sia?… E voi chi dite che io sia?’ Alla domanda Pietro risponde “Tu sei il Cristo, cioè il messia, ma il problema che si apre è quale tipo di messia? Gesù inizia a parlare ai suoi di un messia che segue la strada del servizio fino alla sofferenza per rimanere fedele all’annuncio della vicinanza di Dio che inaugura un mondo di rapporti nuovi. Ciò contrasta radicalmente con le preoccupazioni di chi intende mantenere un potere politico o religioso.

“E cominciò ad insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare”.

Probabilmente queste parole sono state così elaborate dall’evangelista dopo la vicenda della passione e della risurrezione, ma rivelano la direzione della sua vita. La proposta della sua via che Gesù presenta anche ai suoi come cammino da condividere non è quindi una prospettiva di affermazione e potere ma è quella del dono della vita nella fedeltà all’amore, e per rimanere fedele è disposto sino a morire vittima di una violenza ingiusta. Ciò genera la reazione di Pietro e il conseguente rimprovero di Gesù: ‘tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Gesù richiama Pietro a stare dietro di lui, a mettersi nella posizione del discepolo che deve seguire: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si manifesta come l’amore è l’ultima parola. E’ il segno di una vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio nell’amore.

Alessandro Cortesi op

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Identità e paure

Chi sono? chi siamo? è domanda che attraversa la vita e quando viene posta nella tensione a cercare di darvi un risposta definitiva si scontra con la dura smentita che la vita nei suoi mutamenti pone. Siamo gli stessi, ma mai i medesimi. Identità è storia e narrazione come ricorda Paul Ricoeur: c’è un nucleo di riferimento che fa riconoscere un ‘io’ davanti ad un altro. Questo nucleo è ciò che indichiamo con identità, eppure, nel medesimo tempo, questo ‘io’ non è mai il medesimo, ma nel rapporto stesso, nel tempo diviene altro. E’ così mutevole, esposto ad un dare e ricevere con l’ambiente, con il mondo in cui vive, con tutto ciò che entra nella vita e soprattutto nella relazione con gli altri. Anche assumere atteggiamenti di chiusura e di rifiuto a lasciarsi contaminare da altri è un modo in cui costruire la propria vita, una via per non rimanere identici. Ci si può chiudere e inaridire in un isolamento che poco alla volta intristisce la vita fino a scelte di discriminazione e di violenza oppure si può affrontare il rischio e l’avventura dell’incontro accogliendo la provocazione che l’irruzione dell’altro porta nell’esistenza. Ci si può lasciar continuamente cambiare dagli incontri, trasformare dalle relazioni, affrontando gli inevitabili conflitti come occasioni nel cammino. Le diverse situazioni possono divenire luoghi di crescita, di scoperta di aspetti inediti del vivere, di possibilità nuove.

L’identità ha bisogno di confini, di una casa dove riconoscersi e abitare. Ma come la casa può essere un luogo appartato e separato o spazio di incontro, di apertura e di vita, così nella vita il confine del proprio io può divenire soglia di attraversamento nella consapevolezza che non si esiste da soli, che il cammino è sempre comune e nessuno è un’isola. La vita può aprirsi a dimensioni di bellezza e di senso se si percepisce che il rapporto con l’altro è al cuore di ogni esistenza ed è continuamente chiamata. Chi bussa alle porte è volto che può portare l’inatteso in un cammino di umanizzazione.

Identità è quindi non un dato fisso e immobile, ma è storia, incontro e scoperta che c’è un passaggio continuo nello scorrere dei giorni. Vi sono radici da distinguere: alcune sono le radici capaci di fecondità e se alimentate portano frutti buoni. Altri sono influssi sono inquinanti che conducono ad appassire, a non far frutto. Aggrapparsi a radici senza scorgere la vita che essere devono far scorrere impedisce ogni crescita. E’ così per i singoli ed è così per i popoli.

In questi giorni il Parlamento Europeo ha votato per avviare la procedura che mette in stato d’accusa uno Stato membro, l’Ungheria, che ha condotto scelte che minacciano gravemente e in modo persistente i valori fondanti dell’Unione tra l’altro riguardo ai diritti delle persone appartenenti a minoranze e i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

La relatrice di questa istanza è stata Judith Sargentini, deputata olandese dei Verdi, che nel Parlamento ha dichiarato: “Nella settimana in cui si discute lo stato dell’Unione, il Parlamento europeo invia un messaggio importante: difendiamo i diritti di tutti gli europei, compresi i cittadini ungheresi, e difendiamo i nostri valori europei. I leader europei devono ora assumersi le proprie responsabilità e smettere di guardare dall’esterno, poiché lo Stato di diritto viene distrutto in Ungheria. Per un’Unione costruita su democrazia, stato di diritto e diritti fondamentali, ciò è inaccettabile”. Judith Sargentini ha dietro di sé un percorso di impegno sociale e di militanza nel partito dei Verdi olandesi GroenLink. Ha ricevuto riconoscimenti per il suo impegno per il commercio equo e per il suo impegno a favore dei Paesi in via di sviluppo. Nel suo discorso al Parlamento europeo ha richiamato come le espressioni che rinviano ai diritti fondamentali non possono rimanere solo testi scritti su carta, ma devono essere tradotti in scelte che richiamano alla responsabilità di ciascuno ed esigono oggi scelte urgenti in Europa.

Vincere le paure non con la chiusura dei confini, non con la rivendicazione di pretese identità pure in opposizione all’altro è una sfida aperta. E’ sempre più urgente attuare scelte che affrontino la complessità di un mondo segnato da ingiustizie e indicare vie di costruzione di convivenza solidali: e c’è bisogno di persone che sappiano vivere in tal senso il servizio per il bene comune lasciandosi aprire le orecchie nell’ascolto dell’altro e della vita.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno C – 2016

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(mosaico – Ravenna – battistero degli ariani)

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ allo stesso modo in cui Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5); dicendo ‘viene uno che è più forte di me’ rievoca anche le espressioni del salmo rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118) ripreso anche da Zaccaria ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’ (Zac 9,9).

I quattro vangeli canonici riportano il battesimo al Giordano di Gesù, momento di svolta per la sua vita, per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita trovano motivazione nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore del popolo e portatore di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace diffusa nell’ambiente d’Israele del I secolo.

Il fatto che Gesù si sia associato a questo gesto di purificazione genera interrogativo e scandalo per la prima comunità. Ma proprio per questo è tanto più importante sostare e coglierne la portata fondamentale nella vita di Gesù. Così viene ricordato sin dalla primitiva predicazione: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Questo gesto agli inizi dell’attività pubblica è letto da Luca come momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Luca non narra il momeno dell’immersione. Aveva poi presentato la discesa dello Spirito, la sua unzione fin dall’annuncio a Maria. Il momento del battesimo è occasione per indicare il volto di Gesù che anticipa la manifestzione sul monte Tabor e sul monte Calvario. Per dire questo utilizza tre elementi: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’”.

Il cielo aperto è metafora di comunicazione fra Dio, il cui luogo è il cielo e la terra. E’ ripresa dell’invocazione del salmo ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba simbolo dello Spirito di Dio effuso sul messia rinvia alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) La colomba era anche in qualche modo segno del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11) e questo rinvia ad un inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina echeggia il salmo 2,7, salmo dedicato al re quando saliva al trono: parla dell’intervento di Dio: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Re e messia erano pensati come figli adottivi di Dio. Così Luca indica in Gesù il Figlio. La voce da cielo cita un testo di Isaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Gesù ha il profilo del servo di Jahwè: in lui si attua la speranza di un messia che rinvia alla promessa a Davide (2Sam 7). Ma Gesù ha tatti del servo, segnato dalla sofferenza che offre se stesso: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri”.

Una voce dal cielo voce torna per tre volte nel vangelo di Luca: al momento del battesimo al Giordano, alla trasfigurazione ed infine al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida: lì Gesù si rivolge a Dio chimandolo ‘padre’, ora all’inizio del suo cammino è chiamato ‘figlio’.

Il Giordano luogo di lontananza da Gerusalemme e dal tempio, luogo del passaggio nel cammino verso la terra diviene il luogo in cui Gesù riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo. Un momento di epifania: così lo legge Luca. Sarà un centurione romano proveniente dal mondo dei pagani a riconoscere sotto la croce che ‘ egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Le acque del Giordano, che non solo attraversano tutta la terra di Palestina dal nord fino al Mar Morto, ma attraversano anche i due Testamenti, sono le acque che si prolungano in quella immersione (battesimo) che costituisce il momento di inizio di un cammino che è di Gesù e insieme a lui anche di coloro che lo seguono.

Alessandro Cortesi op

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Acque

“Si è svegliato e ha sentito delle urla… In quel periodo però ci sono le berte. Le berte di prima mattina stridono… Ma lui aveva uno strano presentimento. Allora si è alzato, è andato a prua, ha preso in mano il timone della barca e si è diretto lentamente verso quelle strane grida. Sentiva le voci, e alcune sembravano umane. Gli sembrava di riconoscere delle parole.

“Appena ha albeggiato, ha visto delle macchie di colore in mare e si è accorto che erano corpi umani. Allora ha dato l’allarme. Sono riusciti a prenderne quarantacinque, poi si è fermato un latro peschereccio. E subito dopo siamo arrivati noi. Per loro era più difficile tirarli su perché avevano le murate alte, mentre io e Onder avevamo una barca da pesca molto più bassa e molto più piccola, di soli cinque metri e venti. Potevamo prenderli dall’acqua con più facilità. Ma non tantissimi, però, se no andavamo a fondo pure noi”.

E’ la testimonianza di Costantino, pescatore, originario della Puglia e trasferitosi a Lampedusa negli anni 70 e lì stabilitosi. E’ riportata nel racconto raccolto da Alessandro Leogrande nel suo libro ‘La frontiera’ (ed. Feltrinelli 2015) un anno dopo la strage di Lampedusa. Fu quello il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013: una barca caricata di migranti all’inverosimile, tutti stipati, proprio di fronte alle coste al largo dell’isola dei conigli, calò a picco per lo spostamento delle persone e la perdita del bilanciamento, mentre divampava un incendio. 368 furono i morti: 360 eritrei e 8 etiopi.

Il racconto ricostruisce il ricordo di quel momento e riporta, a un anno di distanza, parole e gesti degli eritrei sopravvissuti e dei loro compagni, fuggiti alla dittatura implacabile in un paese ridotto ad una caserma sotto un regime di violenza e controllo, tornati a Lampedusa per ricordare: “le onde sono alte, i fulmini cadono vicini alla costa. Il diluvio non scende a gocce, ma a secchiate fredde, sbattute dal vento. Eppure gli eritrei, che hanno cantato per tutta la durata del corteo e che hanno proseguito appena arrivati nei pressi della Porta quando lampi e tuoni si sono intensificati, continuano farlo, come se ci fosse ancora il sole. Rimangono imperturbabili, con i fiori in mano e lo sguardo puntato verso le onde, dentro le loro magliette nere su cui è scritto in bianco ‘Proteggere le persone, non i confini’. Cantano impassibili.”

Il 3 ottobre 2013 è data simbolo di una tragedia immane che è continuata come stillicidio implacabile, nel tempo e fino ad oggi continua in modo drammatico: una tragedia di acqua e di volti. Una schiera senza numero ha trovato nel mare la morte. Una tragedia di caduta e inabissamento nelle acque. Non sono mancate le mani robuste tese a tirare su corpi ritenuti senza vita e che hanno ripreso respiro. Ma sono piccola goccia. E’ la tragedia di questo tempo fatta di speranze e di tristezza, di morte e vita riassunte nel canto e nell’invocazione, nel senso di legame tra chi cammina ancora e chi non c’è più.

“Cantano e pregano per almeno mezz’ora mentre la pioggia picchia a secchiate e il vento diventa gelido… Non ho mai partecipato a niente di così intensamente religioso in tutta la mia vita. Non ho mai percepito, come in questo momento per certi versi assurdo, una tale tensione verso se stessi e gli altri, un tale stringersi intorno a un testo cantato e a delle persone che non ci sono più”.

Battesimo è immersione e uscita dalle acque, simbolo di novità e di rinnovamento. Battesimo è segno di acqua, ad indicare un dono, e la benedizione di Dio sulla vita. Le acque del mare sono divenute oggi luogo di morte e di esclusione. Quelle acque sono un confine di morte o di vita. Lì si possono attuare scelte di morte o di vita per far uscire, ma anche e prima di tutto per uscire dall’immobilità e dall’indifferenza, per vivere in modo diverso. E’ un cambiamento che non si risolve in un rito ma in un modo nuovo di intendere la vita. Capace di sentirsi legata ad altri.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1360Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

La figura del ‘servo di JHWH’ sta al centro della pagina di un profeta della fine dell’esilio, il Secondo Isaia. Servo: una figura forse in riferimento a tutto il popolo d’Israele: Israele è servo. Ma forse anche il profilo di un individuo, con richiamo all’esistenza di un profeta. Il servo vive la sua esistenza nella fedeltà a JHWH e per questo subisce il rifiuto, l’esclusione, la persecuzione: “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”. Ma la sua vita così segnata dal male è ricca di energia nuova, è come una radice in terra arida. Nel deserto luogo di morte, la sua esistenza è radice che reca vita, trae forza dal riferirsi alla presenza di JHWH che l’ha chiamato e da cui ha ricevuto l’invio ad essere testimone.

La vita del servo compie il progetto di salvezza di Dio, attraverso il suo offrirsi per gli altri. “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Il suo soffrire è vissuto in legame con le moltitudini. Con la sua vita manifesta che il disegno di Dio non è nella linea della esclusione dell’oppressione ma offerta di salvezza per tutti. Nella sofferenza del ‘servo’, per mezzo suo, si compie il disegno di Jahwè. La fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ fedele apre un dono di vita per tutti. “Il giusto mio servo giustificherà molti egli si addosserà la loro iniquità”. Questa vita che agli occhi degli uomini è fallita è invece una vita che si apre alla luce: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce… il giusto mio servo giustificherà molti”. Non solo è vita che apre alla luce di Dio ma è feconda perché in rapporto con la vicenda dei molti, capace di dare vita per le moltitudini.

La figura del servo di JHWH è presa come richiamo nella prima comunità e nei vangeli nel loro rileggere la vicenda di Gesù. Il IV vangelo presenta Gesù come ‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’ (Gv 1,29): è usato il termine agnello (uno dei significati del termine aramaico ‘talja’ usato da Is 53,7: “era come agnello /servo – talja – condotto al macello”). Marco, da parte sua, presenta Gesù come ‘figlio dell’uomo’ consapevole di andare incontro ad un destino di sofferenza e passione in fedeltà alla proclamazione del regno di Dio: venuto per servire e non per essere servito. Il suo stile manifesta una coerenza sorprendente con la presentazione del servo di JHWH, ed appare compimento di quella figura.

Sulla via Gesù riceve una richiesta da due discepoli: Giacomo e Giovanni erano tra coloro che seguivano, chiamati e radunati insieme nel gruppo che per Gesù costituisce il nucleo di quel raduno di Israele al cuore della sua preoccupazione, i dodici. Lo seguivano sulla strada e Marco riporta una loro richiesta: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

La domanda è sorprendente per l’incomprensione che rivela. Si tratta di una sorta di preghiera al rovescio. A Gesù che propone di affidarsi alla volontà del Padre i due pongono davanti la loro volontà e la loro richiesta. Ed emerge qui uno dei tratti di insistenza che attraversano l’intero vangelo di Marco: c’è una incomprensione di coloro che sono stati chiamati, i più vicini: proprio tra i dodici si manifesta una durezza di cuore inconcepibile. E’ la loro incapacità di vedere, di comprendere e di porsi in un seguire autentico. Tutti i dodici sono infatti coinvolti in questa incomprensione anche quando manifestano il loro sdegno per la richiesta di Giacomo e Giovanni.

Gesù tuttavia si rende accogliente di fronte a questa domanda che pure racchiude un desiderio: ‘Che cosa volete?’. All’interno di tale richiesta accompagna a compiere un cammino a scorgere orizzonti nuovi che li conducono in altra direzione rispetto a quella attesa.

Nella risposta si rinvia ai simboli del calice e del battesimo: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nei Salmi è riferimento alla sorte degli empi (cfr. Sal. 75,9): “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra”. Calice indica anche la collera e la condanna di Dio nei confronti di coloro che non lo riconoscono. In questo senso Gesù indica se stesso come colui che fa propria la condizione di chi è più lontano, dell’empio: la sua vita si pone nel farsi lui l’escluso, l’empio, nel prendere su di sé la condizione di lontananza da Dio. La sua vita è solidarietà con coloro che vivono la sofferenza del peccato e del male, si pone dalla parte di tutti coloro che sono rinchiusi nel male e incapaci di liberarsi.

Il battesimo indica l’immersione in una situazione di morte e di prova come ad esempio è descritto Salmo 69,3: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. E’ una allusione ad un abbandono e ad un’immersione che è discesa nella condizione di chi è perseguitato e senza più aiuto: una condizione di sofferenza che richiama gli ‘annunci della passione’ (Mc 8,31; 9,32; 10,33).

Ai suoi Gesù ricorda l’orizzonte del ‘regno di Dio’. Non è un dominio terreno, né si tratta di un potere politico o di struttura umana. Non sta quindi a lui concedere i posti nel regno in cui non vi è questione di spartizione di un potere. Il ‘regno’ è dono di vicinanza del Padre, è realtà nuova di relazioni che inizia a manifestarsi nei gesti di Gesù che libera e apre ad una fraternità nuova: i ciechi vedono, gli zoppi camminano… ai poveri è annunciata la bella notizia, una liberazione in cui sperimentare la vicinanza e l’amore di Dio che perdona. Sedere alla destra e alla sinistra non è esito di un giudizio di un potente ma diviene allora condividere il cammino di chi intende la propria vita come servizio, di Gesù che si è fatto povero e che in tutto dipende dal Padre.

I due discepoli provocati da queste parole sono particolarmente sicuri nel dire ‘lo possiamo’. Gesù li accompagna a leggere la loro stessa ricerca in orizzonti nuovi, nella logica non del conquistare e primeggiarema del servire: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”. E’ un modo di vivere secondo altre logiche rispetto alle attese umane di essere i primi, di sopraffare gli altri e di servirsi degli altri per i propri scopi. E’ indicazione di un modo di vivere una relazione comunitaria in modo nuovo, alternativo. Sentirsi parte di una comunità di discepoli e discepole chiamati a rapporti di uguaglianza apre a concepire la vita in modo nuovo, non per la supremazia ma nello scambio di doni.

La strada di Gesù è racchiusa in queste parole: è via del servizio e del dono di sè per tutti. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

‘Figlio dell’uomo’ è un termine usato da Marco con riferimento a Gesù. Indica il suo essere uomo. Riprende un’espressione presente nei profeti: figlio dell’uomo in Ezechiele è termine rivolto al profeta colmo di Spirito inviato a un popolo che ha occhi per vedere e non vede e orecchi per udire e non ode (Ez 2,1)

Nel libro di Daniele figlio dell’uomo è immagine collettiva: rinvia ai santi dell’Altissimo, il popolo d’Israele che alla fine dei giorni è investito di un potere affidatogli da Dio dopo che Dio abbia compiuto il grande giudizio sulla storia (Dan 7,13). Figlio dell’uomo era figura conosciuta in testi diffusi al tempo di Gesù che lo identificavano con un individuo. Nel Libro dei Sogni (del 160 a.C. circa) – appartenente alla letteratura enochica che si rifà alla figura del patriarca Enoc come rivelatore attestata nei testi scoperti a Qumran e conosciuti nel giudaismo del tempo di Gesù – è figura di un essere angelico a cui è affidato il governo nel mondo futuro, un mondo in cui il male non ha più posto e viene eliminato. Un re universale quindi di tempi ultimi, diverso dalla figura presentata nel libro di Daniele. Oppure anche, come è espresso nel Libro delle parabole – redatto attorno al 30 a.C. appartenente alla medesima letteratura enochica – ‘figlio dell’uomo’ era indicato come ‘bastone dei giusti’, figura che avrebbe compiuto un giudizio, con una funzione quindi di giudice universale: una figura intermedia tra Dio e uomo nel tempo della storia. Marco riprende tale riferimento: “Ora perché sappiate che il figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra dico a te – disse al paralitico – : alzati prendi la tu barella e và a casa tua” (Mc 2,10-11)

Nell’indicare Gesù con l’espressione ‘figlio dell’uomo’ nel vangelo di Marco si affianca questo titolo figlio dell’uomo che poteva essere compreso come figura di giudizio e relativa ai temi ultimi con un riferimento scandaloso, alla sofferenza e al suo destino non di potere ma di servizio.

La potenza di Dio è una forza diversa rispetto alle attese umane: si manifesta nella debolezza del crocifisso e si rende presente nel servire.

Di qui un discorso che coinvolge anche coloro che seguono Gesù e ne esprime lo stile. E’ una comunità chiamata a scoprire l’attitudine del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova che si attua nel servire (la diakonia).

La via che Gesù ha seguito, la via del servizio, diviene inizio di un percorso di liberazione dalla schiavitù e dalla morte per tutti. La vita nel servire non è perdita e fallimento. Gesù manifesta la consapevolezza che anche il suo morire, vissuto nella linea del servizio, diviene luogo di dono e di luce per le moltitudini: è lui il servo che giustificherà molti.

DSCF6252Alcune riflessioni per noi oggi

Cosa significa oggi vivere lo stile di una comunità che pone l’indicazione del servizio al centro della sua vita? Un aiuto per trovare orientamento a rispondere può venire dalle esperienze delle comunità che sperimentano la scelta dell’essenziale, della povertà e della testimonianza. In questi giorni è passato in Italia mons. Claude Rault, 75 anni, dei Padri bianchi (vive in Algeria dal 1971 e da undici anni è vescovo di Laghouat-Ghardaïa) autore del libro “Il deserto è la mia cattedrale. Il vescovo del Sahara racconta” (intervista di Luca Rolandi “La Stampa-Vatican Insider” 12 ottobre 2015: Mons. Claude Rault, dal Sahara algerino un appello alla convivenza). Ad una domanda sulla difficoltà del dialogo interreligioso oggi e sull’ esperienza della chiesa in Algeria ha risposto:

“Certamente la situazione nella quale avvenne l’assassinio dei 19 Servi di Dio in Algeria tra il 1994 e il 1996 presenta delle analogie – unitamente ad alcune differenze di contesto – con la drammatica attualità del Medio Oriente. Se non si attua una politica di riconciliazione e convivenza e non si condanna con fermezza ogni violenza in nome di Dio, la deriva potrebbe contagiare nuovamente il Paese. Intanto i cristiani locali continuano a offrire le proprie preghiere e il proprio contributo fattivo per aiutare a superare le lacerazioni che stanno distruggendo la secolare convivenza tra i diversi gruppi radicati nella regione e soprattutto per le tragedie che si consumano nelle altre regioni e aree del continente mediterraneo. Per questo noi piangiamo con le famiglie che hanno perduto i propri cari. Soffriamo delle loro ferite. Siamo inquieti insieme a quelli che vedono l’uno o l’altro dei loro seminare la violenza e l’odio. Abbiamo paura di questo futuro incerto. Ma crediamo nelle risorse d’umanità e di saggezza che Dio ha seminato in questa popolazione che ci accoglie… La nostra preghiera, (…), è che la Valle di M’Zab possa sempre essere una valle felice e ciò possa estendersi in tutto il mondo che oggi soffre”.

L’invito al servizio al cuore del vangelo è domanda a come poter vivere concretamente nella chiesa i vari aspetti della diakonia. Al Sinodo vi è stato in questi giorni l’intervento di mons. Durocher, in cui sono stati esplicitati alcuni problemi presenti nella vita della chiesa ed è stata presentata richiesta di prevedere l’accesso delle donne al diaconato permanente: ha anche posto attenzione alle violenze subite dalle donne nel corso della loro vita coniugale anche nella sfera familiare, che coinvolgono il 30% delle donne nel mondo (dati OMS): “In quanto sinodo dovremmo dichiarare con chiarezza che non possiamo appoggiare l’idea secondo cui la donna può essere dominata dall’uomo e soggetta alla sua violenza, tanto meno richiamandoci al testo biblico”.

Mons. Durocher è vescovo canadese di una città del Québec Gatineau, attraversata da un grande fiume. All’altra sponda del fiume vive una popolazione anglofona e anglicana. Anne Soupa, del ‘Comité de la jupe’ ha scritto un bel commento su questo intervento dal titolo ‘Lo zattiere del Gatineau’ (in “alpha.comitedelajupe.fr” 7 ottobre 2015 – trad. it. http://www.finesettimana.org):

“Monsignor Durocher, uomo del suo tempo, aperto alla differenza, è senza dubbio l’ultimo “zattiere” del fiume Gatineau, quell’attività ancestrale degli uomini dei boschi, ora quasi scomparsa. Agili e intrepidi, gli “zattieri” trasportavano sui fiumi i tronchi d’albero dalle foreste gelide del nord del Canada fino al sud, fino agli Stati Uniti. Talvolta i tronchi superavano le barriere, talvolta si perdevano sulle rive e bisognava andare a rimetterli in acqua. «Sautons chutes et rapides, nageons adroitement, courons sur la lisère qui suit le grand courant» [Saltiamo cascate e rapide, nuotiamo con abilità, corriamo sulle rive che seguono la grande corrente], dice la canzone degli zattieri del Gatineau (“Les draveurs du Gatineau”)… Da ieri sera, sulla barca di Pietro, c’è anche Monsignor Durocher. Per adesso ha lanciato i tronchi nel luogo migliore possibile, il grande letto del Sinodo. Occorre ora mantenerli nel corso del fiume affinché arrivino fino a sud, lontano dalle imboscate assassine di certi prelati..”

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

II domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4447(Sculture in vetro di Bertil Vallien)
Is 49,1-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

Il brano di Giovanni si colloca all’inizio del IV vangelo nella successione di sette giorni che culminano nel segno di Cana (Gv 1,19-2,12), il sabato in cui l’acqua viene trasformata in vino, e in cui i discepoli ‘videro la sua gloria’: sono i sette giorni che ripropongono i tempi della creazione e l’incontro con il Battista è posto nel secondo giorno. A Cana festa di un matrimonio, il segno rinvia alla comunione tra Gesù e i suoi discepoli, la ‘gloria dell’amore’ e questo incontro viene preparandosi in tutti i passaggi precedenti.

Ci sono alcuni elementi nella narrazione dell’incontro tra il Battista e Gesù nel IV vangelo che meritano di essere sottolineati: il Battista è colui che indica Gesù. La sua funzione è quella di chi diminuisce per lasciar posto ed indicare un altro: “Lui deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,30). Nel IV vangelo è il Battista che vede i cieli aperti e discendere la colomba. E Giovanni si fa indicatore e testimone. La più bella descrizione di Giovanni è quindi quella di ‘amico dello sposo’ (Gv 3,29), amico che sa leggere e indicare Gesù e la sua identità come dono di relazione.

In questo brano Gesù è indicato con due titoli particolari. ‘agnello di Dio’ e ‘figlio di Dio’. Sono due indicazioni sulla sua identità che vanno colti all’interno dello sviluppo del IV vangelo. Sono due titoli posti all’inizio e alla fine di questa pagina: “Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29) e a conclusione: “E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,34).

Dietro al titolo ‘agnello di Dio’ sta il termine aramaico ‘talja’, un termine usato nei canti del servo di Jahwè (Is 53,4-6.12) per indicare appunto la figura del servo. ‘Talja’ è quindi l’eletto, il ‘servo’ e il Battista usando questo titolo individua in Gesù colui che compie il percorso del servo. E’ servo che risponde ad una chiamata di Dio che coinvolge totalmente la sua esistenza in senso profetico: è inviato a portare la salvezza non solo a Israele ma fino all’estremità della terra (Is 49,5). E’ servo che vive una attitudine di nonviolenza dinanzi all’ostilità ed alla persecuzione: “ha spogliato se stesso fino alla morte” (Is 53,12). Ed offre la sua vita prendendo su di sé il peccato delle moltitudini (Is 53,12). Nel termine ‘talja’ quindi viene evocata la figura del profeta servo, che nella tradizione di Israele era letta come figura collettiva di un piccolo resto che rimane fedele a Dio nonostante la prova e il rifiuto. Nel profeta-servo, nella sua mitezza, si manifesta la gloria di Dio (Is 49,3) e in lui sarà portata salvezza alle nazioni.

Ma il medesimo termine ‘talja’ era usato anche per indicare l’agnello. E a tal riguardo il IV vangelo pone un rapporto fondamentale tra la Gesù e la figura simbolica dell’agnello, l’animale del sacrificio, connesso alla celebrazione della Pasqua ebraica: il sangue dell’agnello nella notte della liberazione aveva salvato il popolo d’Israele dallo sterminio. E di qui la Pasqua come memoria di liberazione e ingresso in un cammino di alleanza con Dio. Proprio Giovanni, tracciando la cronologia dei giorni della passione indica che Gesù venne crocifisso proprio nel momento in cui, nel pomeriggio della vigilia della Pasqua, che in quell’anno – probabilmente il 30 d.C. – coincideva con il sabato, nel tempio venivano uccisi gli agnelli. Il segno dell’uccisione degli agnelli, che preludeva alla consumazione dell’agnello nella cena vissuta nel contesto familiare alla sera, viene così collegato dal IV vangelo a Gesù, alla sua vita e alla sua morte. Gesù è indicato come agnello che compie il significato racchiuso nell’agnello pasquale.

L’agnello della pasqua era connesso al passaggio dalla schiavitù alla libertà, elemento centrale della cena in cui si faceva memoria dell’intervento di Dio come liberazione e vicinanza ad Israele. La sua presenza è liberazione. Gesù è indicato dal Battista come ‘agnello che toglie il peccato del mondo’. La sua vita racchiude e comunica quella luce che le tenebre non possono trattenere e vincere: il suo cammino di servo apre ad un percorso di liberazione dal ‘peccato del mondo’ (Gv 1,29). Si parla qui di ‘peccato’ al singolare: è rinvio ad una forza che segna tutto il cosmo, una dimensione di male che trova espressione nelle scelte e nei comportamenti portatori di malvagità e cattiveria, ma che appare come una struttura profonda di male che in qualche modo attanaglia la vita umana e di tutto il cosmo e la assoggetta ad una logica di violenza e di sopraffazione. Il peccato può così essere indicato come la forza che disumanizza la vita umana. In Gesù agnello si compie una liberazione che capovolge questa logica, che si pone in contrasto radicale con la violenza ed apre a vivere l’esistenza in modo diverso. Toglie il peccato, la condizione di fallimento dell’umanità, e d’altra prende e si fa carico del peccato del mondo. Gesù come agnello mite ha assunto su di sé la condizione umana segnata dall’idolatria, e dall’odio (cfr. 1Gv 2,16; 3,14-15). La sua vicenda è presentata sin da ora come un cammino di solidarietà con l’umanità che soffre e vive il peso del peccato. Sin dal secondo giorno di questa nuova creazione il volto di Gesù è presentato con il profilo del servo e dell’agnello: la sua vita sarà nella mitezza e nella fedeltà alla nonviolenza e il suo eliminare il peccato è motivo di liberazione per tutti. In questo senso è Figlio: sta nella relazione con il Padre e manifesta il volto di Dio come amore che apre una nuova vita.

C’è un secondo elemento. Il Battista parla di Gesù come di uno sconosciuto. Compare una insistenza da parte di Giovanni nel dire ‘Io non lo conoscevo’: “Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua , perché egli fosse manifestato a Israele (…) io non lo conoscevo. Giovanni è inviato ad annunciare ai giudei che tra di loro c’è qualcuno che essi ‘non conoscevano’. C’è un cammino di conoscenza di Gesù che lungo tutto il IV vangelo deve essere compiuto. Se Gesù è lo sconosciuto, l’incontro con lui apre ad un cammino in cui il conoscere non è un dato scontato, ma è apertura di una vicenda di incontro. Conoscerlo diviene così uno stare con lui, un condividere la sua vita per rimanere. Accogliere questo conduce a lasciarsi interrogare e cambiare dai segni che egli pone, dalle sue parole. Per l’autore del IV vangelo questo è importante: il cammino di conoscenza non è solamente una questione intellettuale, ma implica un rapporto vivente che conduce ad un conoscere esistenziale e che coinvolge tutta la persona. Dal non conoscere il IV vangelo condurrà a vivere il percorso del ‘sapere’ in modo profondo e vitale perché si è accolto l’invito a rimanere nel rapporto con lui. L’intero cammino di fede per Giovanni è un cammino esistenziale e di relazione lasciandosi guidare dai segni fino all’unico grande segno che rivela la ‘gloria’, il dono fino alla fine sulla croce, rivelazione del volto di Dio amore.

Un terzo elemento è il confronto tra i due battesimi. Il Battista battezza in acqua, Gesù battezza in Spirito. “Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo” (Gv 1,33). C’è una epifania per Giovanni. Si apre così l’orizzonte di una immersione nello Spirito: è questo il nuovo battesimo portato da Gesù, la trasformazione nella potenza di Dio, la possibilità di essere invasi dallo Spirito per una vita che respira del soffio dello Spirito. Gesù porta un battesimo che è immersione nello Spirito, cioè nella forza creatrice di Dio.

Gesù viene così presentato con il volto dell’agnello. L’agnello era il segno del sacrificio nel giorno della Pasqua. La vita di Gesù non può esser rinchiusa secondo la logica sacrificale che implica un’idea di Dio da placare attraverso riti sacri. Gesù è agnello perché nel dono della sua vita nell’orizzonte della nonviolenza e dell’amore interrompe la logica sacrificale. La sua vita non è sacrificio secondo la logica dei sacrifici ma è dono di sé, in obebdienza al Padre come figlio e nella solidarietà con gli altri. E’ il figlio, in una relazione di affidamento totale a Dio che è Padre, Abbà nella sua vita. Ed è agnello che vince il male in se stesso e in tutti coloro che entrano nella conoscenza di lui, non opponendo violenza a violenza ma vivendo l’inermità dell’amore. Da questo dono di sé per il IV vangelo sgorga lo Spirito che è effuso, versato, nei cuori (Gv 19,30; cfr. Rom 5,5).

Alcune osservazioni per noi oggi.

Il Battista è il grande indicatore che intende la sua vita in relazione, non nella crescita indefinita ma nel diminuire. La sua esistenza è nella linea del legame dell’amicizia (Gv 3,29) dell’amico dello sposo. Tale sguardo che va oltre, che sa vedere e scorge la presenza dove lo Spirito si posa e rimane è lo sguardo lungo di un testimone che provoca anche noi ad intendere la vita non slegata e ripiegata in dimensioni di un individualismo cieco e indifferente alla presenza di altri, a chi viene dopo. La testimonianza del Battista indica una strada: anche noi dovremmo maturare questa attitudine nuova e diversa, uno sguardo capace di attenzione all’altro, di ascolto di chi viene dopo, le generazioni future a cui consegnare un mondo vivibile, e insieme ad esso un senso della vita scoperto nell’incontro. Una vita non solo nel perseguire una crescita indefinita, ma nel cogliere i limiti che provengono dall’attenzione dall’altro, nelle scelte economiche e in stili di vita che portano cambiamenti nel quotidiano. Solamente se si intende la vita nella capacità di diminuire perché qualcun altro cresca questa si apre ad una relazione e ad una amicizia che fa scorgere l’operare dello Spirito nella storia.

Siamo invitati a vivere il percorso nell’accogliere Gesù come lo sconosciuto, alla pazienza di entrare in una conoscenza che non è un dato da sapere o un’identità di cui possedere alcuni dati, ma che si connota piuttosto come ingresso e cammino in una storia di incontro, in una amicizia. Conoscere è esperienza vitale, è cammino di amore, è approfondimento per scorgere nel volto del servo il profilo dell’agnello. Nella sua debolezza e inermità è fonte di liberazione. Come vivere oggi la testimonianza del vangelo in uno stile di servizio e di nonviolenza?

Nella seconda lettura si parla della “chiesa di Dio che è in Corinto”. Questo cammino di immersione nello Spirito è cammino di comunità invase dallo Spirito e generate dall’ascolto della Parola. La chiesa di Dio sorge e si articola come comunione di chiese chiamate a sperimentare il dono della Pasqua, lo Spirito come fonte della propria vita e esprimerla in una comunione da ricercare sempre al proprio interno e con le altre chiese. Questo pensiero si fa più vivo nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno che ha come tema ‘Cristo non può essere diviso’. Pregare è luogo di scoperta del disegno di Dio e accoglienza della sua chiamata al superamento delle divisioni, non come strategia politica, ma come accoglienza del dono della comunione. Siamo invitati a scoprire la possibilità di vivere oggi una ‘chiesa di chiese’, dove l’unità non debba essere concepita come uniformità e nella logica del ritorno. Costruire una unità che non mortifichi le differenze è compito mai concluso e rende responsabili di realizzare la dinamica che sorregge la comunione, lo scambio nel dare e ricevere i doni diversi, la fatica della traduzione, la tessitura della comprensione. Ciò non si attua senza fatica di un cammino di diversi che sanno di camminare verso colui che sempre rimane ‘lo sconosciuto’ da incontrare più profondamente. Un cammino di ‘chiese provvisorie’ invitate a lasciarsi guidare dallo Spirito incontro a Cristo che sta sempre davanti a noi.

Alessandro Cortesi op

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