la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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X domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(La vedova di Nain – acquerello di Silvia Gastaldi)

1 Re 17,17-24; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Un gesto di guarigione e di vita è al centro del racconto di 1Re 17: “il figlio della padrona di casa, la vedova di Sarepta, si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare”.

La visita di Elia è percepita dalla vedova segnata dalla perdita del marito e ora del figlio come una accusa, una sorta di rimprovero: un ricordo di iniquità. La vedova reca in sé forse l’immagine di un Dio del giudizio e del castigo. Anche la malattia e la morte del figlio divengono rimprovero e senso di colpa per un suo peccato. Così la visita dell’uomo di Dio è vissuta dalla vedova come una accusa che pesa su di lei e aumenta il dolore.

Ma il messaggio profondo del racconto è l’annuncio che volontà di Dio non è la morte né il caricare di colpe i suoi figli e figlie. La vedova segnata dal dolore e dalla perdita è invece lei stessa che conduce a scorgere il volto di Dio della vita che dà respiro e conduce il profeta a scoprire la sua missione. La medesima vedova nel gesto della sua condivisione della poca farina e del poco olio rimasto nel tempo della carestia aveva vissuto l’accoglienza di Elia aprendo quell’incontro ad una fecondità inattesa: la farina non venne meno e l’olio non si esaurì.

Il racconto è narrazione di un dono di vita ma anche della scoperta dell’identità del profeta: non portatore di giudizio e di colpevolizzazione, ma chiamato a portare vita e non condanna. Chiamato a dare vita e non a togliere possibilità di respirare. Elia diviene profeta perché dona respiro e comunica il respiro di Dio. Invoca il respiro di vita per quel corpo del figlio della vedova e apre a scorgere un volto di Dio che non vuole la morte ma la vita. Dio del respiro e della liberazione per rapporti nuovi. Il testo sembra suggerire la fonte della vita: nella sua preghiera Elia dice: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ha ospitato?”. Il gesto di ospitalità della vedova è seme di vita che coinvolge il profeta, il figlio, lei stessa, restituita alla relazione.

Nel gesto dell’uomo di Dio che invoca il respiro della vita è racchiuso il significato profondo della profezia. Essere profeta è annunciare che il Dio dell’alleanza è Dio del respiro, della vita, che si china ed è sensibile alla sofferenza del suo popolo. Nell’incontro con la vedova ad Elia si apre il senso del suo invio come profeta. E la vedova scorge un nuovo volto di Dio che non vuole il male, la malattia e la morte ma è soffio di vita. “La debolezza di una povera vedova diventa dunque grembo di profezia per una storia affamata e assetata di salvezza. Una vedovanza davvero feconda!” (Lidia Maggi, Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, ed. Claudiana, 112)

“… ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei”. La scena descritta nel racconto di Luca inizia con l’incrociarsi di due movimenti in direzioni contrarie: da un lato la processione della folla immersa nel dolore che segue il feretro del figlio della vedova. In senso opposto il movimento di Gesù con i discepoli e coloro che lo seguono. Due movimenti che riassumono cammini diversi: uno segnato dal pianto e dalla morte e l’altro in cui è presente uno sguardo sensibile, una parola di risurrezione ed una presenza di vita. L’incontro avviene sulla strada, ai crocicchi di un villaggio, Nain. E’ incontro inatteso, presentato come un confronto radicale tra morte e vita, tra il pianto e lo sguardo che si ferma e ‘vede’.

Gesù non passa indifferente e il suo cammino si lascia fermare quando il suo sguardo incrocia occhi di pianto. Il suo vedere sa scorgere le profondità di una sofferenza che lo tocca dentro. L’invito ‘non piangere’ sgorga da un vedere di chi sa fermarsi e guardare la vita prendendo su di sé la vita altrui. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: ‘Non piangere!'”. Queste parole racchiudono l’esistenza intera di Gesù: nel suo cammino terreno Gesù vive la capacità di soffrire insieme, di avvertire su di sé la sofferenza di coloro che incontra. Compassione per lui è movimento di prendere su di sé, di avvertire come proprio quel dolore. La sua parola ‘non piangere’ è già indicazione che la vita di Dio è più forte della morte. Gesù compie quanto il salmo 56 attribuisce alla delicatezza di Dio: “I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime: non sono forse scritte nel tuo libro?”

L’invito a ‘non piangere’ accompagna alla parola ‘Io ti dico: Alzati’. Luca evidenzia l’autorevolezza di Gesù, la sua libertà nell’indicare e rendere presente l’agire di Dio. ‘Alzarsi’ infatti è verbo di risurrezione: in questo gesto è già evocato il risorgere di Gesù: la sua vita non è rimasta prigioniera della morte. La sua vita è stata un alzarsi perché restituita alla parola perduta dell’amore, al dono.

Luca sottolinea che il giovane si sedette e cominciò a parlare. Risorgere è poter comunicare, è possibilità di entrare in comunicazione con una parola. Gesù restituì il giovane alla madre. Risorgere è anche essere restituiti al rapporto. Ed è movimento che investe la vita sin dal presente, è esperienza in cui aprirsi ad un parlare di incontro e comunicazione: è anche esperienza di restituzione. Gesù restituisce ad una relazione che non è solo futuro, ma presente nuovo.

Il gesto di Nain può così essere letto come profezia del volto di Dio. Gesù annuncia il Padre che è Dio di compassione e di vicinanza, che non vuole la morte, ma alla vita. Il gesto di Gesù restituisce il figlio all’incontro e alla vita. Questa apertura è possibilità di vivere nella risurrezione già nel presente: sta qui il senso nascosto di un gesto che non è tanto miracolo meraviglioso da cui essere schiacciati nel senso del sacro, ma indicazione della possibilità di incontrare il Dio della vita nel presente. Quando qualcuno è restituito alla parola da offrire e ricevere, quando si attua la compassione che di fronte al dolore invita a non piangere già è presente profezia del Dio che asciuga ogni lacrima e desidera la vita per i suoi figli e figlie.

Gesù vive questo gesto facendo scorgere il senso della sua vita nell’incontro con una vedova: nel volto di quella vedova in lacrime è presente la parola del vangelo, quale bella notizia per la vita. Dio è presenza che restituisce per comunicare. Questo è possibile nella morte e oltre la morte. Risurrezione non è solamente annuncio di una condizione futura ma significa scorgere nel presente una vita in cui Dio visita. “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo ‘Un grande profeta è sorto tra noi’ e: ‘Dio ha visitato il suo popolo'”. Quella vedova senza appoggi e che rimane silenziosa, è donna segnata dalla povertà, dalla mancanza che suscita la vicinanza e compassione di Gesù. In quell’incontro si apre uno squarcio sulla visita quale movimento proprio di Dio: Gesù è profeta di un Dio che visita restituendo all’amore, alla relazione.

Alessandro Cortesi op

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Parole perdute

“Le parole perdute nascoste in fondo al cuore/ aspettano in silenzio un giorno migliore/un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

Ritrovare te stesso, senza avere vergogna/di ogni tuo sentimento, in questa grande menzogna/dell’uomo reso libero ma schiavo del profitto/e intanto il tempo passa, passa (…)

Le parole perdute hanno camminato tanto/oltre le apparenze in eterno movimento/tra quello che vorremmo e quello che dobbiamo/con l’anima in conflitto per quello che non siamo

Le parole vissute le ritrovi nelle strade/aspettano in silenzio le belle giornate/e un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

(…) amami amore mio, voglio crederci ancora/stringimi amore mio, ritornerà l’aurora/ritornerà l’aurora, ritornerà l’aurora/un tempo felice, ritornerà l’aurora”

‘Le parole perdute’ è titolo di una canzone di Fiorella Mannoia, cantautrice italiana, inserita in un’antologia di suoi pezzi del 2014. Come lei stessa ha avuto modo di affermare “questa canzone ha un testo più politico di quanto sembri. Solo apparentemente ‘Amami amore mio’ è riferito a un partner: è rivolto a tutti noi”.

L’invocazione ‘amami amore mio’ si accompagna al richiamo alle parole perdute. Sono queste parole nascoste in fondo al cuore, parole del cammino, parole che si impastano con la vita divenendo scelte e orientamenti di relazione, di incontro. Farle rivivere recuperandole dallo smarrimento in cui sono cadute esige atti di coraggio, pazienza per farle tornare in superficie. Le parole perdute sono le parole che esprimono nostalgia di relazione e recano con sé anche esigenza di impegno, disponibilità a far fatica, a rischiare per poter essere restituite alle voci, ai cuori, per divenire parole comuni, condivise.

Parole perdute sono tali per la presenza di schiavitù nuove, il dominio del profitto, l’assoggettamento ad una vita in cui vale solo il tirare dritti e non pensare agli altri, l’indifferenza del non fermarsi a guardare per scorgere nel volto dell’altro dell’altra, un volto simile, una richiesta di aiuto e un pianto.

Parole perdute sono quelle assenti in ogni gesto di violenza che si ripete in modo tragico contro le donne nel nostro presente, segni drammatici di immaturità nel vivere le relazioni, di incapacità di comunicare, di accogliere l’unicità e la libertà di chi sta di fronte.

Parole perdute sono quelle da recuperare non nel rinvio a mondi virtuali, ma nel reimparare un alfabeto ed una grammatica del quotidiano, nell’apprendere a sillabare nuovamente. E così dire parole amiche ormai dimenticate, pensate come inutili, parole nuove che aprono a cercare, e parole sconosciute accolte da voci che a volte sono solo cariche di pianto e sofferenze nascoste, da ascoltare, da accompagnare. Parole perdute sono quelle da restituire ad una vita in cui scoprire il legame profondo che tiene insieme ogni volto e il reale, per alzarsi alla capacità di stringersi insieme in un cammino dove ciò che è comune sia avvertito come proprio e profondo.

 “Amami amore mio, sono parole semplici/amami amore mio, noi resteremo complici/amami amore mio, che il tempo corre in fretta/stringimi amore mio, tienimi stretta.

Che i sogni si allontanano, ce li portano via/i sogni si allontanano, ce li portano via/stringimi amore mio, che siamo ancora in tempo/amami amore mio, noi siamo ancora in tempo/noi siamo ancora in tempo, noi siamo ancora in tempo/un tempo felice, felice”

Alessandro Cortesi op

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XXXI domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4543Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

“Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato”. C’è uno sguardo di Dio sulle cose: è uno sguardo di compassione. La vita di tutte le cose non è lasciata in un abbandono senza attenzione come là dove non esiste sguardo, nell’indifferenza che annulla. Ogni cosa, anche la più piccola, è sostenuta nel suo essere da uno sguardo che ne coglie l’unicità e il significato.

Ed è sguardo di compassione davanti alla fragilità: ne è immagine la poca polvere sulla bilancia o la goccia di rugiada al mattino. Che cosa di più effimero di un po’ di polvere che non pesa nulla sulla bilancia e che un lieve soffio fa scivolare via? Cosa più passeggero della rugiada che evapora quando i primi raggi del sole toccano le foglie intrise di umidità notturna e il primo tepore del mattino riscalda l’aria? Benché le cose siano così fragili, passeggere, esposte a svanire, come polvere, come rugiada, Dio ha uno sguardo che non teme di soffermarsi, e si lascia invadere da stupore, e comunica accoglienza.

E’ anche sguardo che reca in sè promessa di una vita: le cose non rimarranno abbandonate e saranno accolte, trasfigurate nello sguardo creativo. La riflessione sapienziale accompagna a cogliere la benevolenza dello sguardo di Dio ed è interessante che questo passo del libro della Sapienza sia inserito all’interno di una sezione che riflette sul cammino dell’Esodo in cui è condotta una polemica contro l’idolatria e il culto degli animali e delle cose presente in Egitto, da cui Israele è messo in guardia (cfr Sap 11,4-19,22). Ci può essere idolatria delle cose ma si può rilevare lo spessore profondo delle cose, traccia di uno sguardo benevolente. Al di dentro di esse, quale tesoro in esse racchiuso, si può incontrare lo sguardo del creatore: tutte sono venute da lui ed egli ha ritirato se stesso per lasciar spazio ad altro, ad un mondo fragile di realtà segnate dalla precarietà ed anche dal peccato. C’è una traccia di Dio dentro le cose, un soffio che unisce come medesimo respiro la vita del creatore e delle sue creature: ‘il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose’. Così fragili, così esposte al venir meno eppure toccate da un soffio che le sostiene e le fa stare in una relazione. Sta in questa profonda intuizione di una presenza, nascosta eppure realissima, di Dio nella creazione, nelle pieghe più intime della realtà creata, una delle dimensioni della fede cristiana da scoprire ancora. Ed è questo un punto essenziale d’incontro con quella tensione profonda della ricerca umana e di ogni tradizione religiosa che si apre ad una ricerca di un ‘oltre’ a partire dallo sguardo alle cose, dalla meraviglia o dall’esperienza di energia e vita che le cose recano in sè.

Il volto di Dio che traspare da questa pagina è il Dio delle piccole cose, il Dio di cui ritrovare traccia non fuori del mondo, ma nelle cose, nella loro stessa fragilità: un Dio fragile. Lo sguardo di Dio si appoggia come carezza sulle cose e sulle persone. E’ sguardo amante, segno di una presenza che assume il nome di ‘amante della vita’: nella sua grandezza e benevolenza guarda alla possibilità di bene presente nell’umanità. ‘Tu sei indulgente con tutte le cose perché sono tue, Signore amante della vita’. Lo sguardo è comunicazione di un amore che si offre e guarda al cammino umano, non con l’esigenza inflessibile di chi non conosce la sofferenza ed è incapace di compatire, ma con la passione amante di chi conosce debolezza e si prende cura, con la pazienza di un educatore che sa la fatica della crescita, che conosce i passaggi del cammino e sa seminare speranza: “Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore”

E’ questo sguardo forse da accostare allo sguardo che Gesù manifesta nei confronti di Zaccheo. Il ricco esattore delle imposte di Gerico è uomo che aveva molte ragioni per essere impedito dal vedere Gesù e che pure cerca di superare ostacoli e si lascia vincere dalla sua curiosità, dal desiderio di vedere, dalla spinta di ricerca che gli premeva dentro.

Zaccheo – fa notare Luca – supera gli ostacoli che erano questioni legate alla sua vita: basso di statura, capo dei pubblicani e ricco. Esattore delle imposte, immerso in una vita disprezzata e che lo conduceva all’imbroglio, alla fatica quotidiana di conquistarsi uno spazio di vita tra le esigenze dei romani e il sospetto dei suoi compaesani, soprattutto a quella solitudine di non poter avere relazioni di amicizia, di sincerità, quelle relazioni che si costruiscono nella accoglienza della casa. Ed anche per la sua statura non riesce a superare l’ostacolo posto dalla folla. Luca sottolinea come la difficoltà per Zaccheo nel cercare di incontrare Gesù è data dalla folla come insieme anonimo, che non cerca Gesù pur assiepandosi ed acclamandolo guidata da qualche interesse e dall’entusiasmo facile. Ma costituisce una barriera che fa ostacolo alle ricerche profonde e autentiche che sono al fondo dei cuori e che esigono un riconoscimento personale. Zaccheo dimostra la creatività e l’intuizione di divenire se stesso. Salendo l’albero di sicomoro cercava di vedere e pensava così di avere egli stesso superato le difficoltà, con la sua inventiva, con le proprie forze.

Scopre invece che non l’appagamento di una curiosità, ma un cambiamento radicale, la scoperta di dimensioni nuove della sua vita – la salvezza – irrompe come dono. Inaspettatamente vive infatti l’esperienza di essere lui stesso cercato, anticipato, e superato nella sua stessa attesa dallo sguardo di qualcuno che lo precede. Cercava di vedere Gesù ma si scopre per primo cercato da lui. Gesù rivolge a lui il suo sguardo, e Zaccheo viene incontrato da colui che cerca ciò che è perduto. E’ lui che voleva vedere Gesù, ma di fatto è Gesù per primo che alza gli occhi verso Zaccheo, fissa il suo sguardo verso di lui, sa leggere e accogliere la sua ricerca e la conduce ad andare oltre.

Luca presenta qui anche una sorta di progetto di evangelizzazione alla sua stanca comunità. Gesù chiede a Zaccheo di fermarsi in casa sua: “Oggi devo fermarmi in casa tua”. C’è un oggi, un tempo nella vita che apre al fermarsi, al condividere, allo stare insieme. Non è momento di insegnamenti, dottrine, codici, ma di incontro nelle dimensioni quotidiane e domestiche della casa. Nella casa si vive la quotidianità e nella casa si condivide. E si tratta della casa non di una persona dabbene ma di un peccatore. La folla, tutti, ‘mormoravano’ – dice Luca -: “E’ entrato in casa di un peccatore”. In questo mormorare, che esprime il dubbio circa la presenza di Dio in mezzo al suo popolo – come nella mormorazione del deserto per Israele – si rivela paradossalmente quell’identità di Gesù che Luca delinea nel suo vangelo. Colui che è nato e deposto in una mangiatoia perché non c’era posto per lui nell’alloggio (Lc 2,7), trova alloggio entrando nella casa di un peccatore. Luca offre così un ritratto di Gesù: egli è colui che valica i confini che tengono separati giusti e peccatori; è colui che condivide e apre un tempo nuovo, un ‘oggi’ di salvezza che si compie nella condivisione e nell’ospitalità. Gesù è colui che cerca tutto ciò che è perduto.

Dal suo sguardo, dall’ospitalità ricevuta e donata sorge un cambiamento. E’ un cambiamento nella gioia che tocca i rapporti con l’altro. A Zaccheo si spalancano gli occhi: la salvezza diviene per lui rovesciamento dei rapporti di truffa e di ruberia, in rapporti di giustizia e di dono sovrabbondante che va oltre il dovuto. La salvezza è cammino che si apre per intendere la vita nel segno di un incontro che si apre ad altri, e che rimane segnato dallo sguardo e dalla ricerca di Gesù verso di lui.

Penso ad alcuni motivi di riflessione per noi oggi

Lo sguardo di Dio sulla bontà delle cose. Quanto siamo ancora segnati da una mentalità che guarda le cose o con la mentalità dei padroni che possono disprezzare rovinare e depredare le cose, oppure con la mentalità dualista per cui le cose non hanno valore e ciò che conta non ha a che fare con la materialità, con la corporeità delle cose e delle persone. Dovremmo imparare ad accogliere lo sguardo di bene di Dio sulle cose per vivere il rapporto con le cose in termini di cura e di benevolenza, di accoglienza e di custodia. Le cose, nella loro materialità ci insegnano la preziosità di ciò che sembra inutile e fragile, ci insegnano il valore di quanto si offre nella sua inutilità ma come parte di un mondo in cui scoprire le interazioni, ci guidano alla dimensione ecologica del nostro esistere come un vivere nella casa e un compito di ‘fare casa’, tessuto di relazioni e di interazioni sempre da ricostruire e sempre da ritrovare in un equilibrio sempre minacciato da una mentalità del possesso e del profitto. C’è uno sguardo da apprendere anche per prendersi cura di chi è più fragile, mentre solito il nostro sguardo si lascia attrarre da chi è più forte.

Lo sguardo di Zaccheo alla ricerca di Gesù: è paradigma di ogni sguardo che esprime la ricerca interiore, l’apertura a qualcosa che non si è raggiunto nella vita. E’ la ricerca di tanti che desiderano superare ostacoli interiori ed esteriori per rintracciare un senso alla propria esistenza. Gesù accoglie questa ricerca, anzi scorge in questa curiosità, nell’inquietudine che porta nella ad intraprendere viaggi, percorsi, ricerche diverse, uno spazio di disponibilità e di accoglienza. Gesù si è lasciato accogliere. Forse dovremmo essere meno preoccupati di portare qualcosa agli altri e accogliere le ricerche e valorizzare i desideri di ‘vedere’ nell’esistenza, varcare le soglie che dividono giusti e peccatori, persone dabbene e persone marginali e entrare in queste case. Si può scoprire una gioia inattesa…

Zaccheo è una storia di accoglienza e ospitalità: ed è una storia in cui il tempo della vita, l’oggi, si fa luogo di un incontro con Gesù che diviene cambiamento dell’esistenza. Un cambiamento generato dall’incontro. Oggi forse la sfida, in una realtà sociale segnata dalla frammentazione e dalla solitudine che diviene isolamento indifferenza ed esclusione, è quella di creare spazi e luoghi di accoglienza. Luoghi in cui le ricerche, le fatiche, i dubbi delle persone possano essere accolti e accompagnati offrendo condivisione e in un incontro di ricerche. In tanti modi tali ricerche sono nascoste spesso occultate dal clamore della folla: la realtà mediatica, il peso dato all’apparenza esteriore o anche forme di religiosità centrate sulla manifestazione spesso nascondono e impediscono tali cammini. Ci sono percorsi interiori profondi che hanno bisogno di essere ospitati e visitati con la delicatezza di chi si lascia interrogare dall’altro. Gesù porta il vangelo come ricerca di chi è perduto nella dimensione della visita. Lì nella casa si genera, a partire dal varcare soglie che separano, la possibilità di una scelta libera di rapporti nuovi con gli altri.

Un’ultima osservazione: l’aver incontrato Gesù, e in lui aver trovato la salvezza si esprime per Zaccheo, ma anche per ognuno di noi in un rapporto nuovo con gli altri in relazioni nuove che coinvolgono la concretezza della vita, il modo di pensare e usare i beni, le cose, nella linea della giustizia e del dono.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4025Sir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 4,1-14

Ci sono pagine del vangelo che raggiungono il cuore con una semplicità che meraviglia e pone in crisi. Questa pagina di Luca rende presenti tre passaggi fondamentali per la vita di chi segue Gesù. Parla di un modo di guardare le persone e l’esistenza, parla di come intendere tutta la vita non nella rincorsa ai primi posti ma nello scegliere il posto di Gesù, quello dell’ultimo e del servo, infine indica l’ospitalità offerta ai poveri come orizzonte di fondo delle scelte.

Il brano si apre con una scena di un pranzo a cui Gesù partecipa come invitato e da subito fa convergere l’attenzione su modi diversi di guardare. Era sabato, precisa Luca, e i capi dei farisei ‘stavano ad osservarlo’. Il loro sguardo è tutto preso dal verificare il muoversi di Gesù in rapporto all’osservanza della legge. Gesù ha un altro sguardo, altre preoccupazioni. Il suo sguardo si sofferma su di un malato che era davanti a lui. Gli altri non lo guardavano, ma Gesù si concentra su quella persona malata, che per la sua infermità non può condividere la gioia del banchetto. E verso di lui si muove con la libertà di chi non è preoccupato degli sguardi che lo scrutavano per verificare se rispettava principi e determinazioni della legge.

C’è un modo di guardare le cose e un modo di vedere la fede che emerge da questa scena raccontata di Luca. Gesù volge il suo sguardo ai volti delle persone che non hanno importanza, di chi è lasciato inosservato, ai margini. I capi dei farisei non guardavano il malato, preoccupati di altro. Gesù invece si accorge di lui. Ha un modo di guardare che mette al centro le singole persone, il loro bisogno di liberazione oltre le prescrizioni della legge. I gesti di Gesù ‘tirano fuori’, così come richiama nel breve dialogo: ‘se un figlio o un bue gli cade nel pozzo non lo tirerà fuori in giorno di sabato?’ Il suo sguardo reca in sé la cura nel guarire come segno del regno di Dio vicino: ‘è lecito o no guarire di sabato?’

Ma in questo sguardo di Gesù si può anche cogliere un modo di vivere il rapporto con Dio e la fede stessa: Gesù scorge il disegno di Dio a partire dalle situazioni concrete di vita: dentro le pieghe ordinarie della vita e non fuori di esse. Non ha bisogno di spazi sacri e di luoghi particolari per parlare di Dio come Padre, per scorgerne i segni della presenza. Sa cogliere lì, in quel pranzo, nella presenza di un malato, il disegno di Dio. I suoi gesti manifestano come agisce Dio e lo esprimono. Dio, che Gesù indica come padre accogliente e appassionato per tutti i suoi figli, vuole che ogni persona sia liberata da ciò che la tiene chiusa e bloccata e trovi possibilità di vita piena. La quotidianità gli parla di Dio. In un contesto di gioia come un pranzo dove c’è un malato che non può partecipare lo sguardo di Gesù non rimane indifferente e va a posarsi lì dove Dio stesso guarda, per spalancare i confini della gioia condivisa. E ascolta il desiderio di guarigione di quell’uomo.

Due parole poi sono presentate: la prima è rivolta agli invitati al banchetto, la seconda a chi invita. ‘Diceva agli invitati una parabola guardando come prendevano i primi posti’… Nella situazione così ordinaria del banchetto Gesù guarda ancora e rimane colpito dal modo in cui tutti si precipitavano ad occupare i primi posti. Da qui rivolge un invito che racchiude un modo di intendere la vita. E’ una parola contro il protagonismo e la ricerca di essere primi: ‘quando sei invitato va’ a metterti all’ultimo posto’. E tutto culmina in un detto breve: ‘chi si esalta sarà abbassato e chi si umilia sarà innalzato’. Si tratta di un’indicazione di stile, che si fa orientamento di fondo del vivere. Gesù presenta un modo alternativo di pensare la vita. Non è rilievo moralistico per quell’occasione: la ricerca di occupare i primi posti distoglie da ciò che è essenziale nella vita. Se è il regno di Dio ormai la realtà più importante e se il regno è prossimità di Dio agli oppressi, offerta di speranza per chi rimane sempre in fondo e non trova posto alla tavola della vita, allora ci può essere un modo diverso di intendere la propria esistenza. Contro la logica dei primi la scelta di partire dagli ultimi. Non è un invito rivolto solo ai singoli ma si allarga. Nella comunità che Gesù desidera il primo è colui che serve. La questione sull’essere primi o ‘più grandi’ ritorna a più riprese nel vangelo di Luca. Di fronte alla domanda chi fosse ‘il più grande’ Gesù indica un bambino (Lc 9,46-48). In un’altra discussione su chi tra i discepoli fosse il più grande Gesù dice che il più grande è colui che serve (Lc 22,24-27). La motivazione di questo sta nel suo stile presentato nel contesto dell’ultima cena: “Io sto in mezzo a voi al posto del servo” (Lc 22,27). La questione della ricerca dei primi e ultimi posti diventa quindi una questione decisiva che manifesta come si vive il rapporto con Gesù.

La seconda parte di questa pagina è rivolta a chi invita: “Quando dai un pranzo o una cena non chiamare i tuoi amici… perché essi ti invitino a loro volta… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti… Il contraccambio ti sarà dato nella risurrezione dei giusti”. E’ uno squarcio sul modo di vivere le relazioni: Gesù indica una via diversa da quella dell’esclusione. L’esperienza del mangiare insieme è per Gesù luogo in cui già si rende presente il regno di Dio come possibilità di condivisione e di uno stare insieme da fratelli riconoscendo un dono da condividere. Mangiare insieme richiede così partecipazione di tutti. Per questo Gesù mangia con coloro che erano tenuti lontani e esclusi. Indica la logica dell’inclusione, dell’invito, del fare spazio a chi è tenuto ai margini. Nel modo di vivere la mensa si pone in atto l’immagine di Dio e di Gesù che noi abbiamo. Gesù indica una via: invitare chi non ha da ricambiare. Emerge una logica della condivisione che supera il senso del dono come scambio, come attesa di ricevere qualcosa in contraccambio. E c’è anche un’indicazione sui rapporti di ospitalità: quando offri un pranzo o una cena… invita i poveri… E’ una parola per intendere la vita come spazio di ospitalità per i poveri. Ed è una parola che invita ad entrare nella gratuità dell’amore di Dio.

Tento alcuni percorsi di attualizzazione di questi tre aspetti individuati in questa pagina.

Gesù ha uno sguardo che sa fermarsi sulle persone, capace di guardare la vita. Vive il suo rapporto con il Padre nel coglierne la presenza nei tratti ordinari e quotidiani dell’esistenza, nelle esperienze di ogni giorno. Spesso siamo condizionati da modelli di una spiritualità malata in cui il rapporto con Dio è rinchiuso in forme di devozione e genera attitudini esclusiviste, settarie, in cui viene meno l’attenzione agli altri, a chi soffre. Gesù indica una ‘spiritualità degli occhi aperti’, capace di guardare la vita, e di scorgervi le chiamate di Dio nei volti di chi soffre ed è vittima. E’ questa una spiritualità in cui non solo alcuni spazi e momenti sono luogo di incontro con Dio ma in cui tutta la vita, gli incontri ordinari, le vicende quotidiane sono esperienza di incontro con il Dio umanissimo. E’ una sfida per noi a riconoscere i luoghi della vita, i momenti e le persone come luoghi in cui vivere l’esperienza di una fede nella vita.

L’invito a prendere gli ultimi posti è una forte provocazione in un contesto sociale in cui sta prendendo sempre più piede l’affermazione della necessità del riconoscimento del merito e della tensione all’eccellenza. Il merito senza parità di opportunità e senza uguaglianza diviene privilegio e fonte di discriminazioni. Senza nulla togliere all’importanza dell’impegno per mettere a frutto i doni ricevuti, lo stile che Gesù propone è quello di chi rimane povero anche quando ha maturato competenze, ruoli, sapere. Gesù indica la prospettiva di stare dalla parte di chi è ultimo e questo in contrasto con la mentalità dei primi e con lo sforzo per arrivare primi in una gara che vede la vita come selezione e lotta contro gli altri. Chi prende l’ultimo posto è attento a far avanzare tutti. Chi prende l’ultimo posto vive la libertà di aver scoperto la via del servizio che Gesù ha indicato.

Una terza provocazione giunge dall’invito ad invitare a mensa non chi può ricambiare ma i poveri. Come ripensare oggi quello che in tante case si è vissuto in un passato non troppo lontano? Nelle nostre case, nei nostri conventi oggi c’è spazio per tante comodità, per le tecnologie, per cibi raffinati, ma non c’è più spazio per i poveri. Abbiamo organizzato l’assistenza, ma in questo modo si è spesso attuata un’emarginazione di genere diverso delle persone e una sorta di ghettizzazione dei poveri. Le vie per attuare quanto chiede Gesù non sono semplici. Penso che dobbiamo però almeno mantenere viva la domanda e mantenere una inquietudine nel cuore che conduca a vivere esperienze concrete di accoglienza e di gratuità. Come attuare scelte di accoglienza di chi è lasciato in disparte? Come vivere una quotidianità di accoglienza che generi rapporti in cui le persone si sentano riconosciute? Oggi i volti di poveri che non possono ricambiare sono quelli di tanti migranti poveri che lasciano le loro terre e affrontano viaggi disperati nella ricerca del pane, del lavoro, di una vita dignitosa per i propri figli.
C’è anche una provocazione forte che riguarda la lotta perché alla mensa dei beni della terra possano partecipare tutti i popoli e non solo alcune categorie di privilegiati. La proposta di Gesù ha profonde valenze politiche e spinge ad un radicale cambiamento di mentalità.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”. La parola guida di questa domenica è ‘pastore’. Nelle pagine dei profeti emerge una denuncia molto chiara contro coloro a cui è stato affidato un compito di guida e che non l’hanno vissuto prendendosi cura delle persone, ma se ne sono disinteressati. Sono così accusati di aver disperso il popolo di Dio: sono venuti meno al compito di dare vita e aiutare nel cammino. Non sono stati autentici pastori perché  non hanno avuto cura della salute del gregge e non l’hanno accompagnato, hanno imposto esigenze insopportabili. Dietro all’immagine del pastore sta il riferimento ai capi del popolo, ai re, ai sacerdoti. Geremia annuncia che Dio stesso si prenderà cura del suo popolo,  invierà un pastore che eserciterà la giustizia, cioè dirà con il suo agire la fedeltà di Dio alle sue promesse: un pastore capace di riflettere lo sguardo di Dio e la sua fedeltà, la cura per la vita di ognuno e per tutto il popolo.

L’immagine del pastore ritorna nei vangeli. Marco in particolare presenta i caratteri principali del pastore nel suo modo di guardare e nella capacità di commuoversi. E li vede in Gesù: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Pone così in primo piano la capacità di ‘vedere’ di Gesù: il suo sguardo non si ferma alla superficie ma coglie ciò che sta nel cuore delle persone. Questo tratto, umano e profondo della sua vita è fondamentale. Per Gesù le persone che incontra non sono numeri né ‘casi’, non sono nemmeno delle masse indistinte di cui servirsi. Per lui ogni persona è un volto e un cammino di cui prendersi cura. Il suo vedere sa scorgere nelle situazioni non un problema da risolvere ma un ‘tu’, un popolo fatto di volti, che soffre, che pone una domanda, che vive di una attesa, che avverte il peso della contraddizione del male ma anche la sete di autenticità.  La folla che Gesù si trova davanti perde allora i contorni di un gruppo senza diversificazione: Gesù la guarda come ‘pecore che non hanno pastore’, coglie il disorientamento, la ricerca e il desiderio presente nei cuori. Marco richiama l’immagine del pastore che certo rinviava alle guide, ma richiamava anche quel rapporto unico, di vita e di cura, dei pastori della Palestina che avevano nelle pecore l’unico motivo della loro sussistenza. Per questo quel rapporto era prezioso.

Il modo di guardare di Gesù è un vedere che sosta, si ferma, lasciandosi colpire da chi ha di fronte. Il suo primo movimento è ascolto, ospitalità. Non passa oltre senza fermarsi. Come il samaritano della parabola. Questo sguardo esprime ciò che Marco indica con il termine commuoversi. Gesù si commuove di fronte alle persone. Si lascia ferire innanzitutto. Non si pone come chi ha qualcosa da dare. Gesù incontra le persone come chi è povero, e fa spazio per  accogliere la sofferenza, la ricerca, la paura, insomma tutto ciò che si muove nel più profondo del cuore umano. Senza giudicare, senza escludere, ma facendosi compagnia. Prendendo su di sé l’angustia dell’altro. E’ la capacità di vicinanza e di cura di Gesù. E nelle testimonianze dei vangeli traspare tutto questo nei momenti in cui viene fissato nel suo commuoversi. Commuoversi, verbo femminile, verbo delle viscere. Gesù si lascia cambiare dentro nel suo vedere chi gli sta di fronte e così racconta il volto di Dio della commozione e della vicinanza nel dolore. Un Dio che prende su di sé,  che soffre insieme, che attende e condivide il silenzio della ricerca.

E Gesù invita i suoi: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto”. Indica un luogo della solitudine, il deserto, come spazio in cui ritrovare il senso del proprio andare e in cui riposare. Suggerisce, proprio nel mezzo di un momento concitato, ai suoi l’importanza di riposare, di fermarsi di fronte alle tante esigenze che nemmeno lasciavano tempo per mangiare. Per ritrovare il senso profondo del proprio cammino, per riscoprire la relazione con lui e tra di loro.

Suggerisco due spunti di riflessione per noi a partire da queste letture che parlano di un profeta che si commuove ed indicano la caratteristica del vedere di Gesù.

Viviamo nella cultura dell’immagine in cui il vedere ha grande parte nella nostra esperienza quotidiana. Ma spesso il nostro vedere non matura la capacità di sostare e di andare a fondo, non sa leggere le situazioni e non si lascia toccare dagli sguardi degli altri. Vediamo innumerevoli cose, ma abbiamo talvolta perduto la capacità di fermarsi sugli occhi, sullo sguardo che racconta le fatiche della vita, le domande inespresse, le attese nascoste. Siamo tesi al moltiplicare le cose da vedere ma perdiamo di vista l’importanza di un solo sguardo che è una vita. Imparare a guardare come Gesù è indicazione dello sguardo del profeta chiamato a leggere dentro le situazioni, le cose, le persone, e a lasciarvi spazio in se stesso. Imparare a vedere così implica imparare a valutare ciò che vale, e soprattutto conduce a lasciarsi ferire dagli sguardi dei volti.

Gesù si commuove. Spesso intendiamo il lavoro e impegno come luogo di una rincorsa di tante cose, per qualcuno il denaro, per altri la carriera, il potere, per altri il riconoscimento sociale, per altri ancora l’efficienza nel produrre o nel dare servizi: tutte cose che possono essere buone e meno buone. Anche le attività più belle rischiano di spegnersi nella rincorsa di un fare che è ripiegamento su di sé, ricerca egoistica senza cura dell’altro. Gesù invita a sostare per liberarsi dalla rincorsa all’efficienza e dal pensare che ciò che vale di più siano le cose di fuori. Nel luogo solitario si scopre la giusta dimensione della propria esistenza, si può coltivare un modo di guardare senza il quale tutto diviene esecuzione di un ruolo, efficientismo anche religioso, o affermazione di sé e del proprio ruolo, risoluzione di problemi e non sguardo alle persone.

In questo tempo di estate che può essere tempo di riposo e occasione di momenti di sosta possiamo tentare di ricercare quel deserto – un luogo interiore più che esteriore, da scoprire anche in tempi e luoghi esteriori –  dove aprirci alla compassione e al commuoversi di Gesù. Scoprirsi accolti e solo da lì pensare di poter divenire fragile raggio di uno sguardo di ospitalità per altri.

Alessandro Cortesi op

II domenica del tempo ordinario anno B

1Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

E’ inizio del tempo ordinario della liturgia. E’ il tempo della quotidianità, quel tempo che talvolta sfugge o non è guardato con attenzione perché è il tempo delle cose ordinarie. Il tempo della vita di tutti i giorni, quello che scorre spesso nel vivere le cose che non hanno nulla di eccezionale, ma sono appunto, ordinarie. Ma è proprio questo quotidiano il luogo in cui operiamo scelte, compiamo gesti, ascoltiamo e pronunciamo parole che costruiscono, giorno dopo giorno, lentamente, la nostra vita e quella di chi sta accanto a noi: nella quotidianità viviamo un modo di stare nel mondo, di vivere con altri, di guardare le cose, le persone, le situazioni. Nella quotidianità di svolgono gli incontri che ci pongono in relazione con altri e ci conducono a divenire chi noi siamo. Nella quotidianità si rende visibile la direzione del nostro cammino: sono le ricerche più immediate e sono le ricerche e le attese più profonde.

Forse il primo messaggio di questa liturgia sta qui: guardare la quotidianità in modo nuovo profondo, anche e soprattutto quando la quotidianità non è brillante, non è fatta di cose eccezionali, ma ci appare silenziosa o banale. In una notte come tante altre Samuele ascolta una parola che si fa chiamata di Dio per lui. Dio si fa vicino nelle ore del silenzio e  del riposo e chiede un ascolto a lui nel quotidiano (prima lettura). Così la pagina del vangelo di oggi dice che l’incontro stesso con Gesù si pone nel tessuto di incontri ordinari, tra fratelli, tra persone che si conoscono e raccontano della loro esperienza vangelo. La seconda lettura ci ricorda poi che quotidianità è segnata ancora dalla concretezza dal nostro vivere la corporeità, non come un oggetto o strumento ma quale corpo che ciascuno e ciascuna è.

La pagina del IV vangelo in particolare ci parla di sguardi, di ricerca, di gesti che appartengono alla quotidianità e in cui si rende presente l’incontro con Gesù, e l’inizio di un percorso che conduce a cogliere il quotidiano come trasfigurato, luogo di incontri che hanno uno spessore impensato, che cambiano la vita e la mettono in movimento. Innanzitutto gli sguardi: Giovanni fissando lo sguardo su Gesù che passava… Gesù, osservando che lo seguivano, disse loro… venite e vedrete… andarono dunque e videro… Fissando lo sguardo su di lui Gesù disse…

C’è un gioco continuo di sguardi che costituisce il tessuto silenzioso su cui è costruita questa pagina. Sguardi di altri su Gesù e sguardi di Gesù sulle persone. Il nostro guardare è spesso superficiale, incapace di andare oltre. C’è uno sguardo diverso possibile, un fissare, uno sguardo che conduce a riconoscere, a scoprire profondità inedite delle situazioni e delle persone. Questa pagina in particolare parla dello sguardo del Battista verso Gesù e già all’inizio del vangelo indica come ‘agnello di Dio’: sarà Gesù che compie la Pasqua e diverrà lui l’agnello della Pasqua, il segno di una alleanza, di un incontro donato nella sua vita.

Ma c’è anche uno sguardo di Gesù che genera incontro, che apre ad una rete di relazioni che si svolgono nel quotidiano. Gesù – ci dice il IV vangelo – ha uno sguardo che chiama per nome e apre a seguirlo in modi diversi. Non s’impone: propone di condividere un tratto di cammino e conduce a scoprire dove è il suo dimorare. E sono così suggeriti diversi livelli di lettura: Gesù non aveva una sua casa, eppure ha condotto chi lo seguiva a ‘vedere’ dove dimorava, dove, nonostante tutto, offriva ospitalità. Il suo sguardo accompagna allo stare con lui, al rimanere. Si potrebbe pensare ad un rimanere nel suo cuore, nello spazio che il suo sguardo apre. Poi il IV vangelo ci dirà che la dimora di Gesù è la comunione: è comunione con il Padre… è la casa del Padre: ‘nella casa del Padre mio ci sono molti posti’ – dirà a i suoi -. La dimora di Gesù è il suo cuore, uno spazio ospitale che non si chiude ma si apre ad un’accoglienza che si allarga. Il suo è sguardo che apre all’accoglienza e alla comunione e genera cammini di comunione.

‘Venite’: è invito a far propria questa logica di accoglienza, a maturare un cambiamento che non proviene da una dottrina imparata ma da una condivisione di vita: venite e vedrete. Non tutto e subito, ma sarà un lungo cammino – sembra dirci Giovanni – un cammino che può durare tutta l’esistenza, un cammino in cui aprirsi ad un vedere nuovo. Un cammino per vedere in modo nuovo: sarà la grande preoccupazione del IV vangelo nel parlare dello sguardo capace di leggere i segni e di aprirsi al credere. Tutto sta nel vedere: ci può essere un vedere che non va in profondità e ci può essere un vedere nuovo, un vedere interiore che si accompagna al credere, all’affidarsi.

I due discepoli del Battista seguono Gesù, rimangono con lui: rimangono come Gesù chiederà ai suoi di rimanere, di fissarsi in lui, come i tralci attaccati alla vite. E incontrano i loro fratelli, Andrea era fratello di Simon Pietro. L’incontro con Gesù segue le vie degli incontri quotidiani: i legami, la parola che passa e racconta le cose belle vissute, l’invito che si pone nel contesto di relazioni amiche… Non ci sono atmosfere religiose e rarefatte in questa pagina, ma i tratti dei legami di amicizia che segnano le esistenze.Il IV vangelo ci invita a fuggire grandi e altisonanti progetti di ‘rievangelizzazione’ – che hanno spesso il sapore di progetti di organizzazione e di preoccupazioni di controllo e di potere – e di pensare all’incontro di Gesù come tesoro prezioso custodito nella trama di incontri dove i volti si riconoscono, dove l’altro ha un nome. E’ il tessuto della testimonianza personale di parole amiche, cariche di vita, che passano senza clamore tra le pieghe silenziose di esistenze ordinarie, che non si impongono per arroganza o per la potenza dei numeri.

Oggi sono molteplici le possibilità di incontri: le nostre vite sono collegate spesso in social network, ma sempre più spesso si sperimenta la solitudine di cittadini globali che non sanno vivere incontri in cui dare tempo, in cui sedersi attorno ad un tavolo per condividere, in cui dare un ascolto di parole e silenzi.

Lo sguardo di Gesù, l’incontro con lui è esperienza che apre la vita a scoprire in modo nuovo il proprio nome: fissando lo sguardo su di lui Gesù disse: ‘sarai chiamato Cefa’. Dietro a queste parole si nasconde un messaggio importante: c’è un disegno del Padre che per ognuna e ognuno è invio a scoprire la chiamata nascosta al cuore del proprio nome, al cuore della propria esistenza. Ed è chiamata di novità, che cambia interiormente ed apre oltre ogni chiusura a cammini nuovi. E’ apertura ad un modo nuovo di guardare, a seguire il cammino di Gesù come ‘agnello’. Il suo volto di messia non si impone con la forza ma racconta nel suo cammino umano la presenza di Dio che manifesta la sua gloria nell’amore come dono e servizio.

Ci possiamo chiedere: come accogliere lo sguardo di Gesù su di noi? E’ un sguardo di benevolenza e uno sguardo che ci affida se stesso. Negli incontri quotidiani siamo chiamati a riconoscere il passaggio della testimonianza dell’incontro di Gesù che ci raggiunge attraverso la testimonianza di altri, e noi stessi possiamo offrire quanto ‘abbiamo visto’ ad altri nel clima dell’amicizia e della condivisione.

Gesù chiede che cosa cercate? Quali sono le nostre ricerche, le nostre attese? Siamo attenti e lasciamo spazio alle ricerche di chi è vicino a noi, aprendo cammini senza offrire subito soluzioni?

Alessandro Cortesi op

 

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