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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0414.JPG1Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

Sul monte Oreb Elia sta vivendo un passaggio drammatico della sua vita: la sua critica agli adoratori degli idoli in nome della fede in Jahwè l’aveva condotto a scontrarsi contro i sacerdoti di Baal. Per questo si era trovato solo, visto come presenza scomoda anche dal popolo e dal suo re. Il profeta è così rifiutato e costretto a fuggire.

Solo, nel deserto, vive l’esperienza di un Dio che si fa vicino. Avverte la presenza di Dio là dove nessuno può pensarlo, nel deserto, nella sua desolazione e solitudine, nel silenzio delle cose e del cuore. Non nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento impetuoso. Elia scorge la presenza di Dio nella ‘voce di un leggero silenzio’. Da quel silenzio, da quel soffio giunge a lui la promessa di futuro e l’invito a riprendere il cammino.

Il Signore non era né nel terremoto, né nel fuoco, né in tutte le manifestazioni eclatanti che corrispondono al bisogno di una divinità potente e capace di prodigi, proiezione delle aspirazioni umane di forza, potere e violenza.

Dio si fa a lui vicino in modo impercettibile, in punta di piedi. Non è il Dio del meraviglioso e di ciò che sconvolge. Incontrarlo esige di ascoltare la voce del silenzio. Non è là dove si pensa che egli sia, ma si comunica lontano dai luoghi del potere religioso, nella vita di chi è desolato e solo.

Anche il racconto di Matteo parla di una tempesta di una traversata, di fede. E’ un racconto carico di simboli. Il mare infuriato, segno del male nella vita umana. La barca segno di una comunità. La navigazione segno della vicenda faticosa della comunità nella storia. Nella tempesta che infuria (dove il male rinvia al male nelle sue diverse forme) la paura prende tutti coloro che stanno sulla barca. Gesù stesso si fa vicino ai cuoi e dice loro: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Chiede di ricordarsi di lui e della sua promessa di vicinanza . Il suo nome è Emmanuele ‘Dio con noi’ e la sua promessa ‘Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’.

In questa pagina Matteo racconta così l’esperienza pasquale, l’incontro con Gesù. Pietro, il primo dei dodici, figura a cui Matteo dà particolare attenzione nel suo vangelo in rapporto a tutta la comunità, si getta incontro e sta per affogare nelle acque. Gesù lo afferra e richiama proprio lui alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’. Pietro è uomo di poca fede chiamato ad essere riferimento della comunità perché scopre che non le sue forze contano ma il suo affidarsi unicamente in Gesù, alla sua parola che vince violenza e morte con la mitezza.

Sulla barca la paura è vinta da una parola di coraggio rivolta da Gesù. Si fa incontro per primo per accompagnare i suoi, mentre vivono disorientamento e paura. La sua presenza mite ha autorità sul mare: ‘Taci, calmati’ sono le sue parole. E’ invito ad un silenzio nuovo… Come nell’esodo Israele aveva visto aprirsi il mare fuggendo dalla violenza del faraone così ora Gesù fa vivere l’esperienza di una liberazione nell’incontro con lui.

La sua risurrezione ha sconfitto ogni male, e porta la pace. Al cuore di questo racconto sta l’invito ad avere fiducia: non la paura ma la fiducia è il tratto di una comunità che nella tempesta e nella notte sa di essere tra le mani di un Dio buono, che libera e rende responsabili di liberazione.

Alessandro Cortesi op

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Silenzio

Erling Kagge è norvegese, originario di una terra dove gli spazi e la natura aiutano ad apprezzare le forme del silenzio. Kagge è anche desideroso di avventure e di esplorazioni. E’ stato il primo uomo a raggiungere il Polo sud in solitaria. A questa meta ha anche aggiunto altri due approdi simbolici raggiunti nelle sue esplorazioni: il Polo Nord e la vetta dell’Everest. Quasi un percorso che ha toccato le estermità della terra.

La cosa interessante è che da queste avventure ha ricavato una riflessione sul silenzio quale esperienza fondamentale per la vita umana e tanto più importante in un tempo in cui gli spazi del silenzio sono ridotti al minimo e quasi annullati.

Nel suo agile libro Il silenzio (Einaudi, 2017) strutturato in trentatre brevi capitoli a forma di risposte a domande, si sofferma sui vari significati del silenzio e su quanto esso comporti per la vita a partire dalle impressioni vissute in situazioni particolari. Sono esperienze spesso estreme vissute in solitudine in luoghi dove il silenzio è stato assaporato e sperimentato nel contatto unico con la natura e nella distanza rispetto ai rumori della civiltà umana.

E’ un libro che parla di silenzio come esperienza per comprendere se stessi ma anche per capire il mondo, momento di liberazione rispetto ad un prevalere del rumore, della pervasività di immagini, parole e musica che occupano l’intera vita delle persone, nell’illusione mantenere collegati ma spesso con l’esito di favorire un’incapacità a relazionarsi alle cose e agli altri proprio per l’impossibilità di avere spazi di silenzio e di ascolto. Ascoltare il silenzio è anche contrasto con il frastuono che impedisce di pensare. Il far venir meno i rumori apre spazi sconfinati e possibilità nuove per l’interiorità e per il rapporto con le cose e con gli altri.

“Cercare il silenzio, non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante, ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito.”

Kagge descrive così le sue esperienze di silenzio di un esploratore e giramondo. Si potrebbe derivare un’impressione dalla lettura del suo breve libro: che il silenzio risulti quasi quale un prezioso tesoro  e scoperta riservata a ricche élite che hanno la possibilità di dedicarsi per mesi o anni ad avventure di esplorazione verso il Polo o nelle salite alle vette estreme dell’Himalaya. Per fortuna nel libro si trovano qua e là annotazioni che rinviano alla possibilità – purtroppo così spesso trascurata e negletta – di ricercare e trovare il silenzio nelle pieghe della vita ordinarie e nelle ore del quotidiano. Per tutti. Non quale privilegio di pochi ma ricchezza nascosta nelle esistenze ordinarie. “Io ho dovuto camminare per moltissimi chilometri, ma so che è possibile trovare il silenzio ovunque”.

Non mancano luoghi per ricuperare il senso dei rumori che ci raggiungono, talvolta per liberarsene e per evitarli, per accogliere lo spessore delle parole che sono scambiate, per non accettare la schiavitù di una vita costretta in un frastuono disseminato che non lascia occasioni per ascoltare.

Ho trovato queste conclusioni in sintonia con un’osservazione espressa in una recente intervista da Timothy Radcliffe ex maestro generale dell’Ordine domenicano rispondendo alla domanda se il cristianesimo aspira alla pace interiore: «È un punto cruciale. Abbiamo vite complesse, attraversiamo crisi e conflitti e delusioni, la pace interiore è fondamentale. Gesù dice: “Vi do la pace, vi porto la mia pace”. Che è quella che dobbiamo tenere al centro delle nostre vite. Servono postura, respirazione, e silenzio. Il silenzio è molto importante. In Israele abbiamo fondato una comunità, un luogo di pace a metà fra un kibbutz, un villaggio musulmano e un centro cristiano. Accadeva attorno al 1968 quando ero studente. Era una casa del silenzio: tutte e tre le religioni erano riunite lì per osservare il silenzio. Il nostro stile di vita richiederebbe almeno un’ora al giorno di silenzio» (A.Elkann, Timothy Radcliffe, Nella vita moderna ci vorrebbe un’ora di silenzio al giorno, “La Stampa” 23 luglio 2017).

Ascoltare la voce del silenzio è sfida importante in un tempo occupato di rumori, chiacchiere e infinite sollecitazioni che non lasciano più il tempo per ritrovare i ritmi e la direzione di un cammino umano che ha bisogno di lentezza al posto di velocità, di profondità al posto di superficiale apparire, di mitezza rispetto all’arroganza del potere.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Coraggio

 

Silenzio

 

 

Solennità di Cristo re dell’universo – anno B – 2015

DSCN1577Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

“Dunque tu sei re?”: il procedere del dialogo tra Pilato e Gesù si accentra sull’essere re. In realtà non si tratta di dialogo. Piuttosto un interrogatorio in un processo dove l’imputato sta inerme senza difesa davanti al rappresentante del potere imperiale. E tuttavia proprio il suo stare lì davanti pone la questione inquietante: quale tipo di re? quale potere di fronte alla pretesa di dominio dell’impero?

“Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Essere re per Gesù – evidenzia il IV vangelo – rinvia al suo essere testimone. La sua vita viene raccolta nei termini della testimonianza, l’essere rivolto ad altro e capace di comunicare. La questione si sposta sulla verità, l’orizzonte ultimo del senso dell’esistenza, la dimensione profonda dell’esistere.

I profeti in Israele avevano rivolto la loro protesta contro i re empi, con il richiamo ad un senso dell’esistere fondato sulla promessa di Jahwè e sull’alleanza. Gesù è re in quanto si pone in contrasto con le scelte dei re infedeli che avevano anteposto i loro disegni di dominio alla chiamata ad essere ascoltatori della Parola di Dio, suoi portavoce nel soccorrere l’orfano, la vedova, il forestiero. La verità di cui è testimone non è costruzione intellettuale ma fedeltà all’amore. Nel suo agire rivela il volto di Dio che nessuno ha mai visto. L’essere re assume i tratti paradossali della testimonianza e della fedeltà all’amore: veramente un regno diverso dalla sete di potere e dominio a base degli imperi umani.

Di fronte alla predicazione e all’agire di Gesù che avevano suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione e di riscatto sorge un’inquietudine nel potere religioso e in quello politico. Il suo stile poneva domande e faceva problema. In lui si rende presente una minaccia di sovversione: il suo parlare toccava le attese di vita e delle persone, dei piccoli, di coloro che erano esclusi dai circuiti dei poteri religioso e politico. Il suo annuncio del regno d Dio non rinviava ad una realtà al di là della storia ma ad una forza presente di trasformazione in atto nel presente, già iniziata. Il suo agire e le sue parole ponevano l’esigenza di un nuovo tipo di relazioni: non il dominio ma la fraternità e sororità di uguali in una comunità in cammino. La comunità di discepole e discepoli che Gesù raccoglie diventa un primo segno di tale disegno di raduno che esprime la novità del suo regno. Una forza di trasformazione del convivere secondo logiche nuove non di esclusione ma di ospitalità. Gesù esprimeva tuto ciò parlando del regno di Dio ormai presente, già immesso nella vicenda della storia come seme capace di crescere con forza autonoma. La questione sul regno di Dio nella predicazione di Gesù costituisce una questione centrale.

Gesù risponde fino ad un certo punto a Pilato: si assiste ad un crescendo in cui vengono delineati alcuni caratteri del regno: non proviene di questo mondo “se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù si era infatti ritirato da solo in disparte quando volevano farlo re: il suo regno viene da altrove. Non mette in campo la spada per difendersi e per imporre il proprio dominio: Gesù si è liberamente consegnato a chi è venuto ad arrestarlo. Tuttavia il suo essere re si pone in rapporto con la realtà del mondo: si presenta in una scelta fondamentale di rifiuto della violenza. Così davanti a Pilato vive l’inermità e la ‘consegna’ fino alla fine. Si sottrae alle logiche del dominio, della sopraffazione della violenza che genera e combatte la violenza: è possibilità dell’impossibile. La sua vita si offre come testimonianza della presenza di Dio.

Per questo è anche provocazione a ripensare il volto di Dio, a ripensare in modi nuovi rapporto con lui: il Padre incontrato come il Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza. E la sua testimonianza chiede anche di ripensare i rapporti con gli altri: se il volto di Dio fedele viene raccontato nella testimonianza di Gesù, i rapporti tra le persone possono essere diversi: non più di sopraffazione, di disuguaglianza, ma di cura e di pace, rapporti in cui la presenza dell’altro è questione decisiva nella vita e diviene possibile cammino di incontro. Il regno non è percorso di singoli ma ha una valenza che coinvolge la dimensione sociale, i rapporti.

Il IV vangelo suggerisce come in quel drammatico dialogo tra Pilato e Gesù si stia svolgendo un processo più profondo, un giudizio di fronte a Gesù. I protagonisti prendono posizione davanti a lui. La questione di fondo accettare o meno il suo essere ‘re’, in modo unico e scandaloso. “Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. [6]Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”.

Gesù è re sulla via del crocifisso: la sua vita donata è consegna fino alla fine. L’accoglienza della testimonianza della, verità si pone come proposta di accoglienza dell’uomo spogliato di ogni potenza. Non tanto un umanesimo come ideologia, ma l’umanità dell’uomo Gesù umiliato e offeso che si identifica con gli umiliati e i marginali della storia. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un luogo di servizio e di condivisione di umanità. ‘Ecco l’uomo’: nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della nostra vita, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re mentre tutti lo giudicavano il miserabile e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti gli oppressi.

Si identifica con le vittime e i condannati della storia: la gloria di Dio – secondo il IV vangelo – si manifesta nel condannato e nel crocifisso che fa propria la vicenda dei condannati e crocifissi della storia. Il regno che Gesù ha iniziato è comunione di poveri che si affidano solamente alla salvezza che viene accolta come dono e non è intesa come conquista e progetto umano.

Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nella concretezza di ogni giorno.

notinmyname18Alcune riflessioni per noi oggi

Le vicende degli ultimi giorni – le violenze e le stragi opera di terroristi e le reazioni a livello dei vertici e a livello diffuso – possono trovare luce nel riferimento alle pagina del IV vangelo. La storia umana è lacerata in una lotta senza quartiere per la conquista di regni umani. E’ conquista sanguinosa, fatta di uso della violenza, di guerra, di terrore. Certamente atti efferati di terrorismo esigono una condanna senza riserve, ma altrettanto dovrebbe addolorare e suscitare reazione e condanna la violenza attuata in tante forme, e portata in particolare nel dominio economico, nella devastazione ambientale, nella guerra. Le vittime sono nella stragrande maggioranza innocenti, persone sconosciute e appartenenti ai miserabili del mondo.

In questo momento sarebbe essenziale rifuggire da attitudini di sospetto e contrasto tra cristiani e musulmani. I musulmani sono le prime – e più numerose – vittime di violenti che pur si richiamano alla religione, tradendo profondamente l’ispirazione di fondo dell’Islam. La reazione di presa di distanza da una violenaza che si richiama alla religione è segnale fondamentale: ‘Not in my name’.

“Questa incapacità di capire, presente in tutte le guerre complesse, è particolarmente forte in questa guerra, che non deve però esimerci dallo sforzo di pensare, e poi combattere soprattutto le tesi false e ideologiche che ci stanno inondando all’indomani della strage di Parigi. Una tesi molto popolare è quella che individua nella religione, e in particolare nella natura intrinsecamente violenta dell’islam, la principale, se non unica, ragione di questa guerra. Una tesi, questa, tanto diffusa quanto sbagliata. Il Corano ha una sua ambivalenza riguardo alla violenza, lo sappiamo. Ci sono passaggi dove invita alla «guerra santa». Ma c’è anche una versione del fratricidio tra Caino e Abele che più della Bibbia ebraico-cristiana, parla forte di non violenza. Nel racconto coranico i due fratelli parlano nei campi. Abele intuisce che Caino sta levando la sua mano contro di lui per ucciderlo, e gli dice: «Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti» (“Il sacro Corano”, al-Ma’idah: Sura 5,28). Abele presentato come il primo non-violento della storia, che muore per non diventare esso stesso assassino (…) (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, in “Avvenire” 17 novembre 2015)

In questo momento è anche da coltivare l’attenzione e la reazione alla violenza alimentata con il commercio delle armi, con mentalità di colonialismo e di sfruttamento di terre e popolazioni da parte dei popoli ricchi del pianeta. La situazione di tensione e di violenza che viviamo deve interrogarci sul rischio di coltivare una mentalità violenta, di superiorità, discriminazioni e di esclusione anche all’interno di comunità religiose e sulla base di contrapposizioni culturali e di fede.

“Viviamo tempi duri. Tempi in cui quello che è sempre sembrato normale è messo in discussione. E non è la partita di calcio a cui i populisti vorrebbero ridurre la faccenda. Non è musulmani cattivi contro il resto del mondo buono. Siamo davanti a persone pericolose che hanno un piano preciso, un piano di guerra, e sono contro tutti. Sono terroristi che sono contro la vita. Sono contro i musulmani che considerano “finti” perché non violenti come loro e quindi più infedeli degli infedeli. Sono contro gli altri perché rei di non partecipare alla loro ideologia di morte. Il loro scopo è chiaro, quasi lampante, vogliono la nostra disgregazione, vogliono suscitare paura, vogliono farci vivere nell’angoscia. Vogliono che ci guardiamo in cagnesco, che cominciamo a odiarci, a darci mille e più coltellate… (Igiaba Scego, Non permettiamo ai terroristi di farci vivere a metà, “Internazionale”, 14 novembre 2015).

La via seguita da Gesù si pone come alternativa radicale all’uso della violenza, e rimane ancora per noi scandaloso il suo silenzio, la sua testimonianza, la sua libertà di donare la vita di fronte al potere di Pilato rappresentante del potere che dominava il mondo.

L’uomo Gesù, nel suo stare inerme, senza armi, di fronte al giudice che poteva decretare su di lui la condanna a morte, sta come volto umano che ci interpella. Per restare umani, per divenire umani.

L’attenzione al presente esige anche uno sguardo disincantato sulle cause del disordine e del terrorismo che viviamo. E’ pensiero fortemente avvertito oggi da persone che hanno esperienza diretta di ciò che la guerra produce.

Così osserva Gino Strada in un suo post: “… dopo 15 anni di guerre ci sentiamo più in pericolo, più indifesi e impotenti in questa guerra che non riusciamo a fermare. E abbiamo ragione, perché è così, il pericolo c’è ed è crescente. Ancora una volta, purtroppo si sta scegliendo e praticando la guerra, la mortale altalena delle bombe e delle autobombe, dei droni e dei kamikaze, delle bombe buone e di quelle cattive. Chi vincerà? Io so soltanto che perderanno i cittadini. Quante volte è cambiato “il mostro” negli ultimi 15 anni di guerre? Eppure il mostro è ancora lì. Sono convinto che sia la guerra il vero mostro da eliminare, da bandire dalla storia degli umani in quanto dis-umana, distruttiva dell’umanità”.

Fulvio Scaglione in un intenso articolo ha cercato di smitizzare alcune parole d’ordine che emergono all’indomani di eventi tragici e dolorosi come quello della strage di Parigi: “Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente” (F.Scaglione, Francia: almeno smettiamola con le chiacchere, “Famiglia cristiana” del 15 novembre 2015).

E ricorda che “Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza”(ibid.).

L’importanza di cercare almeno elementi seri di analisi del presente aiuta per pensare al futuro: “In questi mesi si parla molto delle armi che alimentano questa guerra. Occorre parlarne ancora di più, perché è un elemento decisivo. Proprio pochi giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso la Siria, prodotti e venduti da imprese italiane. L’Italia, assieme alla Francia, è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro.” (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, “Avvenire” del 17 novembre 2015)

Può essere importante in questi giorni ritornare a riflettere su quanto scriveva Christian de Chergé monaco di Tibhirine il 1° gennaio 1994 un paio d’anni prima del rapimento e dell’uccisione ad pera del Gruppo Armato Islamico in Algeria nel 1996:

“Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha valore più di un’altra. (…) La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto”.

Reagire alla violenza è sfida per tutti oggi. Ma la reazione anziché essere improntata alla vendetta che si pone nella medesima logicae genera altro male – oggi può vedere una alternativa: la scelta di un ripensamento radicale di modi di vita che escludono e generano violenza e la ricerca, insieme, tra uomini e donne – chi si richiama a visioni religioni e chi no – di vie che non sono già date. E’ questa la sfida e opportunità del tempo presente di fronte all’inefficacia della guerra e della sopraffazione. Oggi più che mai è davanti a noi la sfida a tracciare le vie del dialogo con tutti coloro che resistono alle forme della violenza e ne offrono concretamente una alternativa credibile: o troviamo modi per vivere tutti insieme oppure insieme periamo. Non è via facile né immediata è paziente lavoro fatto di silenzio e di crescita in umanità. Possiamo scoprire che responsabilità comune dell’umanità è scegliere vie di generazione di vita e non di morte per gli altri in un mondo mai come oggi legato insieme e interdipendente.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4461Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

Le mani levate in alto di Mosè sono un simbolo della preghiera. Levate verso l’alto perché l’alto, il cielo è luogo diverso dalla terra, è luogo del Dio altro, che non si confonde con gli idoli di terra, costruiti da mani o da intelligenze di uomini. Il suo è nome impronunciabile e presenza nascosta che può essere accolto solamente nel lasciare lo spazio di mani aperte e del silenzio. Nel rimanere. Le mani levate parlano di riconoscimento di presenza di un Dio vivente e rinviano all’esperienza della preghiera come incontro, vissuto e presente ma anche sempre da cercare, invocare, sperare.

Le mani levate esprimono anche l’esperienza profonda che il Dio dei cieli è anche e nel medesimo tempo il Dio appassionato e umanissimo che ascolta e condivide il dolore di chi sulla terra fatica e lotta. Nella pagina di Esodo si parla di battaglia, ma il messaggio profondo di questo testo va colto non nel pensare ad una assistenza di Dio che fa vincere gli eserciti, quanto piuttosto alla sua vicinanza in quell’unica lotta che sta al cuore della fede. Paolo dirà ai Romani: ‘vi esorto fratelli a combattere con me nella preghiera’ (Rom 15,30). E la lettera agli Efesini parla del vangelo della pace al cuore dell’unica battaglia che il credente è chiamato a combattere: “La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace” (Ef 6,11-15).

Le mani di Mosè sono levate in alto, quasi a salire nel riconoscere una presenza: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto. Il mio aiuto viene dal Signore egli ha fatto cielo e terra.” (Sal 121,1). Le mani levate riconoscono il volto di Dio custode di Israele. E’ il volto del Dio dell’esodo che ha ascoltato il grido del suo popolo, ed è sceso a liberarlo, e continua ad ascoltare il grido delle vittime, degli oppressi e scende. Preghiera è risposta a questo movimento di discesa, e le mani levate sono fiducia che Dio non dimentica il suo popolo.

Le mani levate dicono anche che la preghiera investe tutta la vita, nelle dimensioni di interiorità e corporeità. Con le mani entriamo a contatto con le cose, lavoriamo, modelliamo la realtà, ma con le mani anche entriamo in rapporto con gli altri, salutiamo, accarezziamo, stringiamo altre mani, le rendiamo simbolo di accoglienza o di rifiuto. Con le mani ci si può aggrappare a qualcuno e con le mani si può sollevare qualcuno e salvarlo. Le mani levate sono le mani che si fanno segno di una apertura radicale: con le sue mani Mosè porta il suo sguardo interiore e tutto il suo corpo a riconoscere Dio presente nella sua vita e a tendersi nell’attesa. Sono mani senza parole: puro affidamento e segno di una disponibilità aperta a ricevere ciò che non è, e non può essere, opera propria, ma unicamente dono che stravolge ogni pretesa ed ogni strategia umana. Quasi a dire che la preghiera non è metodo, non un fare che si appoggia su pratiche, devozioni, inventive umane, ma una accoglienza radicale, spazio lasciato all’agire dello Spirito. E il suo luogo è il silenzio e un corpo che accoglie.

Sono mani aperte e silenziose, quelle di Mosè, tenute aperte per la vita del suo popolo. Le sue mani sono intercessione, un passare attraverso, uno stare in mezzo facendosi carico della fatica del popolo. Pregare è farsi carico di una vicenda di popolo, sguardo aperto oltre se stessi. Le sue mani sono quasi il simbolo dell’accoglienza e della risposta alle mani di Dio: nel passaggio del Mar Rosso era stato la ‘mano alzata’ di Dio a permettere che gli israeliti passassero all’asciutto e i carri del faraone fossero travolti dalle acque del mare. La liberazione dell’esodo è quasi evento di una nuova creazione, che si ripete come in quello spazio sospeso tra la mano e il dito di Dio e Adamo che verso di lui sta in attesa e protende la sua mano nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.

Le mani di Mosè sono apertura della terra al cielo, ma sono mani che avvertono il peso e la stanchezza. Mosè non riesce a mantenerle alzate da solo. C’è la stanchezza di Mosè e c’è lo sfinimento di chi continua ad invocare giustizia e si trova di fronte all’esperienza dolorosa e drammatica del silenzio di Dio. E’ la stanchezza la grande sfida al rimanere davanti a Dio. Solo il sostegno di altri, solo il sedere sulla pietra fa sì che le mani di Mosè vincano la debolezza. La preghiera stessa di Mosè non può continuare senza aiuto, ha bisogno di altri che si affianchino, che mantengano le sua mani alzate per vincere la stanchezza. La preghiera è certo esperienza che segna la persona, ma non può essere mai cosa privata, percorso di individui isolati, è sempre cammino vissuto con altri, per altri, e che chiede condivisione, sostegno, aiuto reciproco.

Nella parabola del giudice iniquo e della vedova ancora l’insistenza è sulla preghiera: “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. L’insistenza è sul non stancarsi perché c’è una fatica propria della preghiera, ed è la fatica drammatica e insopportabile del rimanere di fronte a Dio nel non percepire il suo ascolto e nel mantenersi in attesa di fronte al suo silenzio.

La preghiera è accostata al grido di una vedova ‘fammi giustizia’. Ancora una volta Gesù per parlare di Dio si riferisce ad un volto di donna e di una donna povera. La vedova non solo è una donna rimasta senza uomo, ma è senza altre sicurezze che possano essere difesa per la sua vita. Il suo è il grido del povero che non ha altri sostegni e appoggi umani e chiede di essere riconosciuto nella sua dignità di vita.

La figura del giudice insensibile e ingiusto che trascura di prendere in considerazione la causa di una vedova, ma che alla fine è quasi costretto ad ascoltare per la sua insistenza può essere letta in primo luogo come immagine di contrasto con il volto di Dio. Dio non è come il giudice iniquo, Dio è colui che ascolta il grido del povero, il suo volto è quello di chi si prende cura di coloro che non hanno sostegno e diritti. Al cuore della parabola sta un motivo di fiducia. Dio non rimane inerte di fronte al loro grido. Il grido che Dio certamente ascolta è quello dei poveri e degli oppressi che richiedono giustizia.

Ma in secondo luogo questo giudice iniquo che alla fine ascolta è anche un termine di paragone per indicare la fatica della preghiera, l’importanza del non stancarsi mai. L’invocazione ‘Fammi giustizia…’ è il grido che esprime il dramma della preghiera, che è grido del povero che cerca salvezza. La vedova non si stanca di continuare a invocare. Il cuore della parabola è ancora una volta narrazione dei tratti del regno di Dio: se quell’uomo ingiusto e insensibile è giunto alla fine a dare ascolto, quasi costretto dall’insistenza, Dio, che è fedele, ascolterà i suoi figli che lo invocano e si chinerà sui poveri che gridano a lui. “Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito santo a chi glielo domanda” (Lc 11,13). C’è una differenza di Dio rispetto ai nostri comportamenti cattivi e ingiusti: Dio non segue la povera misura del nostro agire, la ristrettezza dei nostri schemi.

La preghiera è esperienza che apre all’alterità di Dio, che accompagna ad entrare nell’incontro con Lui in una faticosa attesa che disarma le nostre aspettative e proiezioni: Dio è sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. L’insistenza sul pregare ‘senza stancarsi’ è invito a cogliere che la preghiera è luogo di un’esperienza di affidamento; non è questione di metodi o di pratiche più o meno complicate ma esperienza di fede, incontro che investe la vita e la cambia. C’è una dimensione ardua e faticosa del pregare: affrontare il ritardo, il silenzio di Dio che sembra non ascoltare e non rispondere. Preghiera è stare davanti a Dio nella fiducia e nell’insistenza a portare la voce delle vittime di questa storia e vivere, la responsabilità di mettere le proprie forze a servizio degli altri.

Due sono le provocazioni di questa pagina per noi. La prima proviene dalla domanda che la conclude: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Il miracolo della preghiera sta proprio nella fede come rapporto personale, come affidamento che rimane anche nel silenzio, anche nella fatica. La domanda di Gesù non va intesa come minaccia ma può essere compresa come provocazione. Pregare rinvia a camminare nella fede. Come coltivare al cuore del nostro rapporto con Dio una attitudine di una fede che non si lascia stancare, non per forza nostra ma perché fondata sull’invocazione e sull’attesa?

La seconda provocazione è l’invito a vivere un ascolto che proviene dalla stessa preghiera: è l’ascolto del grido dei poveri ed è l’ascolto che conduce a farsi carico. ‘Fammi giustizia’ è invocazione che implora un rapporto, chiede riconoscimento e richiama ad una fedeltà (perché ‘giustizia’ in senso biblico è ‘fedeltà’ assumendo lo stile del Dio che non viene meno alle sue promesse di salvezza e vicinanza): fedeltà all’altro scoprendo che la nostra vita nell’ascolto di Dio è cammino di farci carico dell’altro. C’è una dimensione importante del pregare senza stancarsi e sta nel vivere l’affidamento a Dio nell’accogliere le grida di chi soffre.

Alessandro Cortesi op

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