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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Zaccheo+e+GesùSap 11,22-12,2; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

L’incontro di Gesù con Zaccheo è sintesi di un itinerario di incontro e conversione: in Gesù si rende vicina la compassione di Dio, la sua misericordia; Zaccheo anticipato dallo sguardo e dalla voce di Gesù che chiede di entrare nella sua casa cambia il suo stile di vita e lo accoglie.

‘Entrato in Gerico attraversava la città’. Gesù passa. Nel suo cammino verso Gerusalemme attraversa la città di Gerico. Lì lo attende una folla ma anche Zaccheo che sta ai margini. Una serie di motivi lo costringono a stare distante: è capo degli esattori delle imposte, malvisto dai suoi concittadini, temuto per il suo potere e nel contempo emarginato; è poi ricco sulla base della sua attività. Oltre a tutto ciò per la sua statura non riesce a sovrastare gli altri. Così impedimenti fisici e interiori lo tengono lontano: la folla gli impedisce di vedere Gesù.

C’è un’insistenza su questo verbo, ‘vedere’: “Zaccheo cercava di vedere quale fosse Gesù… corse avanti per poterlo vedere”. Zaccheo, nonostante gli ostacoli, è mosso da curiosità, da una ricerca interiore e da una domanda. Con abilità cerca di superare ciò che gli impedisce di vedere e sale su un albero: ‘allora corse avanti e per poterlo vedere salì su un sicomoro, perché doveva passare di là’.

Corre, sale e attende: sono tre movimenti significativi. C’è una curiosità che spinge a scavalcare ostacoli; c’è un salire che conduce ad uscire e andare oltre orizzonti consueti; c’è l’attesa di un dono. Forse l’attesa di un cambiamento della sua vita in cui avvertiva un vuoto.

Ma è Gesù che, passando, fa il primo passo: alzò lo sguardo e disse a Zaccheo ‘scendi subito perché…’: Gesù passa e chiede di fermarsi nella casa. L’incontro con Gesù è sempre personale ed implica la relazione con un ‘tu’, non con le folle come una massa indistinta. Gesù chiama per nome Zaccheo, lo guarda nella sua singolarità. E lo fa dal basso. Per primo prende l’iniziativa. Zaccheo si trova spiazzato: era solo incuriosito ma scopre un ‘tu’ che lo chiama e invita, senza forzature, ad un incontro e lo coinvolge: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’.

C’è un’urgenza e l’indicazione di un tempo che viene trasformato. L’oggi uguale a tanti altri diventa un tempo nuovo, una svolta che investe l’ambito della strada e quello della casa. La casa di Zaccheo è il luogo dell’intimità della sua vita.

La risposta di Zaccheo è pronta: scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Scopre di non essere forzato ma invitato. Non giudicato ma accolto. Gesù per primo ha superato le barriere, è salito con lo sguardo a scorgere Zaccheo: le parti si rovesciano. Zaccheo cercava di vedere Gesù: è invece Gesù che lo vede e invita. Lo precede e va oltre ogni attesa. Gesù oltrepassa anche l’ostacolo della folla che commenta: ‘è andato ad alloggiare da un peccatore’. Contro il perbenismo e il disprezzo per gli altri, lo sguardo di chi pensa che nulla e nessuno può mai cambiare Gesù entra nella casa di chi sta ai margini e tenuto lontano.

In quella casa si compie il miracolo dell’accoglienza. Gesù è accolto nella casa di Zaccheo ma è Zaccheo che si scopre accolto da Gesù. E scorge un volto di Dio che non giudica e rende liberi. Quell’‘oggi’ diviene per lui inizio di un rapporto con gli altri, scoperta di nuove relazioni di giustizia e solidarietà. Dallo scoprirsi guardato e accolto senza condizioni nasce un cambiamento: ‘io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto’. Nell’accogliere il regno prende le distanze da tutto ciò che è anti-regno, ossia la ricchezza come potere e idolatria, non solo smette di rubare e di vivere il ripiegamento sul possesso che lo allontana dagli altri, ma apprende a donare.

In quella casa, in quell’oggi si compie la salvezza che inizia sin d’ora. La salvezza per Zaccheo significa una vita che diviene ‘buona’ e giusta per lui. Si scopre accolto nella sua casa, e concepisce la sua vita non come possesso ma come servizio per gli altri scegliendo Gesù e rifiutando Mammona. ‘Anch’egli è figlio di Abramo’ sono le parole conclusive dell’episodio. Gesù rivela il volto di Dio che cerca e salva ciò che era perduto.

Alessandro Cortesi op

Pachamama

Conversione

Si è concluso il 27 ottobre il Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia. Un documento finale ha raccolto l’esito dell’ascolto e del dialogo svoltisi in questa assemblea sotto il titolo: “Amazzonia: Nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”. La parola conversione è al centro di questo documento, lungo e articolato in cinque capitoli, con una introduzione conclusione, che indicano nuovi cammini di conversione, pastorale, culturale, ecologica e sinodale.

“L’ascolto del grido della terra e del grido dei poveri e dei popoli dell’Amazzonia con cui camminiamo ci chiama ad una autentica conversione integrale, con una vita semplice e sobria” (17) … una conversione personale e comunitaria che impegna a relazioni armoniche con l’opera creatrice di Dio che è la ‘casa comune’.

Il secondo capitolo parla di una conversione pastorale e indica i tratti di una chiesa che coinvolge tutti i battezzati: una chiesa missionaria e, dunque, samaritana, misericordiosa solidale. Una Chiesa in attitudine di dialogo ecumenico e interreligioso con volto e cuore indigeno, contadino, afrodiscendente.

“L’azione pastorale trae forza da una spiritualità che si basa sull’ascolto della parola di Dio e del grido del suo popolo, per poi poter annunciare con spirito profetico la buona notizia” (38)

La seconda conversione indicata è di tipo culturale: è un’apertura sincera in una linea di fraternità, si sviluppa come alleanza e inculturazione della fede.

“tutti siamo invitati ad accostarci ai popolo dell’Amazzonia da pari a pari, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile di buen vivir. Il colonialismo è l’imposizione di determinati modi di viere di alcuni popoli sugli altri, sia dal punto di vista economico, culturale e religioso. Rifiutiamo una evangelizzazione con stile colonialista. Annunciare la buona notizia di Gesù implica riconoscere i semi del Verbo presenti nelle culture. L’evangelizzazione che oggi proponiamo per l’Amazzonia è l’annuncio inculturato che genera processi di interculturalità, processi che promuovano la vita della chiesa con una identità e un volto amazzonico” (55)

La terza conversione è di tipo ecologico: a fronte della crisi socio ambientale si scorge l’urgenza di una conversione ispirata dalla proposta della ecologia integrale.

“E’ urgente affrontare lo sfruttamento illimitato della ‘casa comune e dei suoi abitanti. Una delle cause principali della distruzione nell’Amazzonia è l’estrattivismo predatorio che corrisponde alla logica dell’avarizia, propria del paradigma tecnocratico dominante” (67)

“Proponiamo di promuovere alternative di sviluppo ecologico integrale a partire dalle cosmovisioni che siano costruite con le comunità, salvando la saggezza ancestrale. Sosteniamo progetti che propongono un’economia solidale e sostenibile” (73). Viene indicato il peccato ecologico come “azione o omissione contro Dio, il prossimo la comunità e l’ambiente” (82) e contro le generazioni future.

Una quarta conversione è delineata e riguarda il volto di una chiesa sinodale edè svolta nel capitolo V. Per la chiesa amazzonica è urgente che si promuovano e si conferiscano ministeri per uomini e donne su un piano di parità. “Il tessuto della chiesa locale anche in Amazzonia è garantito da piccole comunità ecclesiali missionarie che coltivano la fede, ascoltano la Parola e celebrano insieme vicino alla vita della gente. Promuovendo la ministerialità dobbiamo consolidare la chiesa di uomini e donne battezzati e soprattutto la consapevolezza della dignità battesimale” (95).

In particolare è proposta una conversione nel dare ascolto alla presenza e azione delle donne: “La sapienza dei popoli ancestrali afferma che la madre terra ha un volto femminile. Nel mondo indigeno e occidentale la donna è colei che lavora in molti modi, nell’istruzione dei figli, nella trasmissione della fede e del vangelo. Le donne sono presenza di testimonianza e responsabilità nella promozione umana e per questo si richiede che la voce delle donne sia ascoltata, che le donne siano consultate e prendano parte nei luoghi in cui si prendono decisioni. In tal modo possano contribuire con la loro propria sensibilità alla sinodalità ecclesiale” (101)

Molte comunità in Amazzonia sono già guidate da donne. Il sinodo chiede che, in ascolto dei nuovi contesti e di attenzione alle comunità, sia creato il ministero istituito della ‘donna dirigente della comunità’, e ricorda come nelle commissioni del sinodo sia stato sollecitato il diaconato permanente per le donne (102).

Al n. 110 si dice: “Esiste un diritto della comunità alla celebrazione dell’Eucaristia che deriva dall’essenza dell’Eucaristia e della sua importanza nell’economia della salvezza”. In rapporto a questa centralità dell’eucaristia per la vita delle comunità cristiane il sinodo propone, sulla linea di quanto indicato in Lumen Gentium 26 di stabilite criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo tenere famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita dela comunità cristiana con la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più lontane della regione amazzonica. A tal proposito alcuni si sono pronunciati per una considerazione universale del tema” (111).

E’ stata anche proposta la costituzione di un organismo episcopale per la regione con il compito di promuovere la sinodalità tra le chiese della regione e di aprire nuovi cammini per la missione di evangelizzazione (115) e così pure di dare una risposta alle comunità dell’Amazzonia di adattare la liturgia valorizzando la cosmovisione le tradizioni i simboli e i riti originari che includano le dimensioni trascendenti comunitarie e ecologiche (116) in modo tale che la fede possa essere celebrata nelle lingue proprie dei popoli amazzonici.

Il documento indica nuovi cammini ed usa anche una particolare immagine per la vita della chiesa, quella del navigare. L’Amazzonia, che si estende in una immensa area che interessa nove Paesi dell’America del Sud, è segnata e attraversata da immensi fiumi e da innumerevoli corsi d’acqua. Anche la chiesa è chiamata a navigare “promuovendo uno stile di vita in armonia con il territorio e con il buen vivir di coloro che lì vi abitano” (75).

Alessandro Cortesi op

N.B. Il documento può essere letto nella sua versione originale spagnola a questo link. La traduzione delle parti citate è mia.

 

XXVII domenica del tempo ordinario B – 2015

DSCN0967Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto di Genesi, con un linguaggio composto di elementi simbolici e narrativi, cerca di presentare il senso della vita degli esseri umani sulla terra: più che un racconto delle origini può essere letto e accostato come una grande pagina di riflessione sapienziale che pensa al futuro: la domanda che sta al cuore di queste pagine è: come potrebbe e dovrebbe essere la vita degli esseri umani? Quale il loro rapporto con la realtà in cui sono posti? Quale il senso profondo della loro esistenza nella relazione con Dio scoperto come liberatore e insieme creatore di ogni cosa? Il racconto ha alcuni aspetti momenti di concentrazione su aspetti particolari, una serie di messe a fuoco.

Una prima messa a fuoco è sulla condizione dell’essere umano nel rapporto alle cose, alla realtà del mondo in cui è situato. Nel ‘giardino’ dove è posto gli è affidato il compito di dare un nome agli esseri viventi. Ha un compito di parola, che proprio per questo è anche di custodia nel pronunciare e dare un nome. Dare il nome significa un rapporto fatto di conoscenza delle cose, della loro natura, delle loro potenzialità, della loro preziosità. E’ riconoscimento delle altre creature come dono con cui entrare in relazione. All’essere umano in tale quadro sta il compito di aprirsi alla consapevolezza di essere parte: partecipe di un mondo in cui non può e non deve fare da padrone. E’ invece responsabile, soggetto di una chiamata che proviene da Dio ad essere depositario di un affidamento, custode e pastore di un mondo affidato, a cui rispondere con l’impegno della vita. Non un dominatore, ma un custode chiamato a coltivare e custodire.

Tutto ciò è posto nel quadro di un disegno di Dio che va contro la solitudine: ‘Non è bene che l’essere umano sia solo’. E’ posta così in risalto una ricerca profonda: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sta qui una seconda messa a fuoco di questa pagina. La solitudine dell’essere umano è ferita che implica apertura a rapportarsi a qualcuno simile a lui, in una relazione di parola e di libertà.

Nel mondo bello a lui affidato l’essere tratto dalla terra (adam da adamah), partecipe della terra che è sorella e madre, vive il desiderio di qualcuno che ‘gli stia di fronte’. Tutti gli altri esseri viventi sono importanti, ma c’è una relazione unica possibile con una presenza altra e simile: una presenza che sola sta nella parità con lui, di fronte a lui, capace di dialogo, di accoglienza, di intesa. A questo punto è narrato il dono dell’altra persona: anch’essa creatura, uguale in tutto, simile, ma radicalmente diversa, proveniente da un dono insondabile di Dio. Opera di Dio mentre l’Adam, il partecipe della terra, dormiva. Il sonno di Adam è il modo poetico per indicare come l’altra creatura come lui non sia qualcosa proveniente dall’uomo, ma può essere solo presenza accolta come dono, non programmabile e vicina. Il narratore non parla di uomo e donna ma dell’umano.

Il sonno di Adam indica un agire libero e gratuito di Dio e un non sapere: il dono che egli si trova di fronte al suo risveglio implica l’accettazione di un non comprendere (che è rinuncia al possesso). La presenza nuova rimane mistero di gratuità. La isha’ (donna in ebraico) di fronte a ish (uomo) – uguale e diverso essere umano – è presenza scoperta, ritrovata accanto, inattesa e insperata. Anch’essa tratta dalla terra ma che condivide – cioè uguale e non dipendente – l’interiorità e la corporeità di Adam. Adam così reca in sè un mistero di privazione e di completamento. L’uomo tratto dalla terra, dovrà ricercare e ritrovare in isha’ una parte di sé al di fuori di sè per costituire insieme una umanità più grande. Dovrà accettare di non essere completo se non nella relazione e insieme a chi è volto di alterità. Per ricevere un dono dovrà accettare una mancanza e riconoscere un limite.

Isha’ è tratta dalla costola di ish, cioè partecipa della medesima vita, dalla, stessa terra: la ricerca e il desiderio di ish in rapporto a isha’ sarà d’ora in poi ricerca di divenire se stesso, possibile solo nell’apertura all’altra. Isha’ nello stesso tempo è anche diversa da ish: sta di fronte. E’ possibile specchiarsi, riconoscere un volto, ma è impossibile identificarsi perché è presenza altra, il suo volto implora ‘non uccidere’.

E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’ canta l’uomo, nell’inno di gioia dopo il risveglio dinanzi ad una scoperta meravigliosa che spalanca l’esistenza. Ma quest’inno nasconde anche un profondo malinteso. L’uomo parla a se stesso, non si rivolge a chi gli sta di fronte. ‘Carne della mia carne’, nell’esteriorità nella dimensione corporea, ‘osso delle mie ossa’ simile nell’interiorità. Sono parole che racchiudono la bellezza e la fatica della comunicazione. Tuttavia in queste parole di meraviglia dell’uomo si può cogliere un’incapacità a comprendere il dono ricevuto. Intende infatti questa presenza altra come tutta funzionale a se stesso: ‘carne della mia carne’ nega la alterità, sottolinea soprattutto la somiglianza, il ‘mio’, non riconosce la diversità. Si pone come centro e vede la donna come prolungamento di sé e quasi una parte. Ed è questo un errore che segna la vicenda dei rapporti tra uomo e donna. L’uomo non accetta di non sapere, pretende di essere capace di comprendere sino in fondo e non si mantiene nel limite di quel sonno in cui ha ricevuto l’altra in dono.

Da questo dono e disegno che sta al principio sorge la vocazione all’incontro a cercare nel cammino della vita di vivere una relazione fragile (la fragilità sta dietro al termine ‘carne’), nello starsi di fronte come ‘diversi’ e come ‘simili’: ‘Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola’. ‘Per questo’ è annotazione che riconosce la consuetudine della vita. E’ traducibile nell’espressione ‘Poiché le cose stanno così’. ‘Poiché le cose stanno così’, continua l’autore, è necessario abbandonare le relazioni che sino a questo momento aveva dato rifugio e sicurezza. lasciare il padre e la madre, presenze rassicuranti, implica anche evitare che l’altro sostituisca le presenze conosciute. Congiungersi all’altro apre ad un cammino nuovo, diventare allora una carne sola. ‘Carne’ rinvia alle diverse dimensioni della corporeità, dell’interiorità, dell’affettività, ma anche al limite e fragilità di questo cammino. L’uomo e la donna si ricercheranno per formare insieme una vita in tensione a scorgere continuamente la chiamata di Dio sulla relazione.

Nella pagina del vangelo i farisei si accostano a Gesù e gli pongono una questione: ‘È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?’. La Torah prevedeva solamente per il marito la possibilità di allontanare la moglie nei casi in cui avesse riscontrato in lei «qualcosa di vergognoso» (lett. «un atto di nudità»); in tale situazione doveva però darle un atto di divorzio (secondo la normativa di Dt 24,1-4) che le consentiva di unirsi ad un altro uomo senza dover essere tacciata di adulterio. Nel dibattito al tempo di Gesù sono conosciuti diversi orientamenti d’interpretazione di tale questione. Per una tra le autorità del tempo, Shammai, questo ‘qualcosa di vergognoso’ doveva riguardare solo un atto di adulterio della donna, per Hillel poteva riferirsi a qualsiasi cosa che nella donna risultasse sgradita al marito.

Il dibattito sollevato di farisei con Gesù non verteva quindi sulla questione del ripudio, ma sulle cause che permettevano al marito di allontanare la donna. Ciò può trovare conferma nel testo parallelo di Matteo, dove i farisei chiedono a Gesù: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?’ (Mt 19,3).

Gesù risponde solamente rinviando a Mosè: ‘che cosa vi ha ordinato Mosè?’ i farisei controbattono: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla’. A questo punto Gesù osserva: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’. La norma allora viene da Mosè non per una sua iniziativa, ma a causa della ‘durezza del cuore’: è la sklêrokardia, la causa di tale prescrizione. Mosè per adattarsi al cuore duro che esprime mancanza di amore, conseguenza del peccato (Ez 36,26) ha proposto quella norma.

Le parole di Gesù rinviano ad un ‘principio’. Riprende la Scrittura: ‘Ma all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola’. In questa risposta compare il riferimento a due passi di Genesi – due testi della Torah quindi – posti insieme. Il primo è tratto dal racconto sacerdotale della creazione, il secondo da quello jahwista. Dio ha creato l’uomo e la donna come due esseri uguali e complementari (Gen 1,27) e li ha chiamati ad unirsi in modo tale da formare quasi un’unica carne (Gen 2,24). Da qui la conclusione: ‘Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’. Nel disegno del principio uomo e donna sono chiamati ad intendere la propria vita nell’orizzonte dell’unione e l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in tale modo.

Nella spiegazione poi data in privato ai discepoli, l’evangelista introduce un altro detto: ‘Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se la donna, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio’. Queste parole pongono in primo piano non tanto la separazione quanto la seconda unione che costituisce l’adulterio. E’ anche sottolineato che la medesima regola è rivolta all’uomo e alla donna. Uomo e donna sono visti in una prospettiva di parità. Una precisazione che si scontrava con il privilegio nella tradizione ebraica di un ripudio da attuare dalla parte maschile e forse opportuna in un contesto (come quello romano), in cui anche le donne avevano la facoltà di divorziare.

La discussione sul divorzio infine si chiude con una scena in cui compare la presenza di bambini: Gesù chiede ai discepoli di non impedire ai bambini di andare da lui e propone questi piccoli come modello per chi vuole entrare nel regno di Dio.

Gesù rinvia a quel progetto del principio e richiama ognuno alla responsabilità del cuore che è lo stare della coscienza di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di alleanza per ogni uomo e donna. Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri.

Questa parola di Gesù va letta nel quadro progressivo della sua presa di posizione  con una serie di passaggi: innanzitutto richiama la Sacra Scrittura, in particolare in rapporto alla storia della creazione (Gen 1,26 e 2,24) che parla del matrimonio come di una alleanza con Dio. Evidenzia il comandamento per cui l’uomo non deve disfare ciò che Dio ha unito. Nella casa infine, con i suoi discepoli, affronta la questione dell’adulterio: è da tener conto che il contesto in cui questi testi sorgono è quello di una tradizione in cui solamente l’uomo poteva attuare il divorzio e non la donna. La parola di Gesù esige di essere interpretata non nel quadro di un diritto che chiude e si pone come giogo insopportabile (cf. Mt 11,9; At 15,10), ma come parola di salvezza che apre all’esperienza della misericordia e al futuro. Al cuore del suo messaggio sta la bella notizia del regno di Dio e tutte le sue parole vanno lette in questo orizzonte.

DSCN1227(Andrea Roggi, L’amore apre i cuori e la nostra mente – 2015 – Spello)

Alcune riflessioni per noi oggi

La recente enciclica di Francesco, ‘Laudato si’, ha pagine di grande intensità sul progetto di Dio per l’umanità all’interno della creazione. In un passo, riprendendo riflessioni provenienti da varie regioni del mondo afferma (n.85): “Dio ha scritto un libro stupendo, «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo». I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino». I vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza». Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». Possiamo dire che «accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte». Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Paul Ricoeur)”.

Può essere d’aiuto la lettura di una poesia di Elisabeth Green, teologa battista (da Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista, Torino, Claudiana 2011), con uno sguardo femminile al volto di Dio stesso:

Dio è seduta e piange. / la meravigliosa tappezzeria della creazione / che aveva tessuto con tanta gioia è mutilata, / è strappata a brandelli, ridotta a cenci: / la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza

[…] guardate! / tutto ritesse con il filo d’oro della gioia, / dà vita a un nuovo arazzo, / una creazione ancora più ricca, ancora più bella / di quanto fosse l’antica! / Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza / e con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno / sul volto bagnato dalle lacrime.

E ci invita a non offrirle soltanto i cenci / e i brandelli delle nostre sofferenze / e del nostro lavoro./ ci domanda molto di più; / di restarle accanto al telaio della gioia, / e a tessere con lei l’arazzo / della nuova creazione.

Inizia in questi giorni il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La speranza di molti è che da questo momento sgorghi un messaggio di apertura, di comprensione e di misericordia per poter intendere l’esperienza delle relazioni affettive come un cammino in cui è sempre presente una speranza e una parola di bene da parte di Dio, nella complessità dei percorsi esistenziali e biografici nella loro gioia e bellezza ed anche nelle loro ferite, ritardi, fallimenti. In una recente intervista il card. Walter Kasper ha ribadito l’importanza di leggere anche le Scritture con attitudine che sappia interpretarle nel senso della misericordia e del perdono. Sono queste le chiavi per leggere ogni parola di Gesù donata non come norma che opprime e rinchiude ma come notizia di vita e speranza per la vita e per intendere la vicinanza del regno di Dio:

“Personalmente ritengo che prendere una parola del Vangelo per difendere una propria tesi è una sorta di fondamentalismo, un nuovo fondamentalismo che si fa con una parola. Che non si può sciogliere il matrimonio è cosa chiara e assodata, eppure ci sono passi biblici che menzionano una qualche “eccezione” alla parola del Signore sulla indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (il capitolo 19 di Matteo) e nel caso di separazione a motivo della fede (la prima lettera ai Corinzi, capitolo sette). Tali testi indicano che i cristiani in situazioni difficili hanno conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù”. (Ma le eccezioni sono previste anche nei passi del Vangelo, intervista a Walter Kasper, a cura di Paolo Rodari, La repubblica 1 ottobre 2015).

Siamo chiamati a cogliere la bellezza della proposta di Gesù che richiama il disegno originario di Dio e nel contempo vivere la responsabilità del cuore di fronte a Dio, per comprendere le sue chiamate anche nelle vicende talvolta faticose e difficili della nostra vita nella consapevolezza che “nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante” (Anne-Marie Pelletier)

La seconda lettura ha al suo centro la condiscendenza di Gesù: pur essendo figlio si è chinato su di noi, ha condiviso in tutto la nostra vita e le nostre fatiche. In questo senso è divenuto il fratello di ogni uomo e donna. Nel suo farsi servo rende possibile scoprire orizzonti nuovi di fraternità: è lui il bambino/servo di Dio che prende la condizione dei bambini, i senza dignità che egli abbraccia e pone al centro della comunità. Se lui è nostro fratello allora l’esperienza di famiglia diviene possibile in un orizzonte che allarga lo sguardo alla famiglia di Dio al suo disegno di relazioni nuove per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

In vista del Sinodo: nuovo libro di Adriano Oliva op

112-Oliva copertina

L’amicizia più grande è quella che secondo san Tommaso unisce gli sposi che si donano l’un l’altra nel reciproco impegno di fedeltà ed è segno sacramentale dell’amore che unisce Cristo alla Chiesa sua sposa. Ma amore di amicizia, unico, fedele e gratuito può essere anche quello che unisce le coppie di divorziati risposati, che vivono con consapevolezza e responsabilità la loro unione. L’esame teologico delle condizioni poste, oggi, dal Magistero per l’accesso ai sacramenti della penitenza e dell’eucarestia di un divorziato risposato, mostra l’esigenza di un perfezionamento della prassi attuale, in continuità con la Tradizione della Chiesa e ispirato al vangelo della Misericordia.
L’amicizia più grande è anche quella a cui aspirano alcune persone omosessuali, che desiderano unirsi responsabilmente in un amore di coppia, unico, fedele e gratuito. La connaturalità dell’inclinazione omosessuale, che san Tommaso riconosce come propria a queste persone, potrebbe permettere possibilità nuove di accoglienza di coppie omosessuali all’interno della Chiesa. Il riconoscimento di reciproci diritti civili ai componenti di una coppia omosessuale, che è questione relativa alla legislazione degli Stati, in tale prospettiva di approfondimento teologico si pone quale esigenza della naturalità della situazione di queste coppie.

Adriano Oliva, domenicano italiano del convento di Saint-Jacques (Parigi), dottore in teologia, storico delle dottrine medievali, ricercatore al Laboratoire d’études sur les monothéismes (Centre national de la recherche scientifique), lavora alla Commissio Leonina per l’edizione critica delle opere di Tommaso d’Aquino. Con R. Imbach, ha pubblicato: La filosofia di Tommaso d’Aquino. Punti di riferimento, Lugano, Eupress, 2012 (originale francese: Paris, Vrin, 2009).

Cliccando qui si può accedere alla pagina web della casa editrice Nerbini dove è indicata la nuova pubblicazione. E’ anche possibile leggere e scaricare la prefazione a cura di Alessandro Cortesi (pp.5-37).

Verso il Sinodo dei vescovi sulla famiglia

Porta-della-Morte-Vaticano-1952-64(Giacomo Manzù, porta della morte, s.Pietro Vaticano)

In questi giorni in cui si rinnovano discussioni e manifestazioni su temi relativi alla famiglia e in cui peraltro ci si avvicina alla seconda sessione del Sinodo dei vescovi che si terrà ad ottobre prossimo, propongo una riiflessione, che suona come appello ed anche come suppllca.

E’ una pagina scritta da un laico credente, René Pujol. E’ una persona anziana. E’ stato negli anni giovanili presidente degli studenti cattolici di Tolosa. Dal 1974 al 2009 è entrato come giornalista in una casa editrice cattolica Bayard, in cui ha diretto per dieci anni la rivista Pèlerin. E’ stato hospitalier a Lourdes, catechista nella sua parrocchia, capo scout nazionale degli Scouts de France. E’ attualmente membro del Consiglio delle settimane sociali di Francia e della Conferenza cattolica dei battezzati francofoni (CCBF) amministratore dell’abbazia di Sylvanès (Aveyron). Nella sua riflessione dice esplicitamente di parlare a partire da un profondo radicamento nella chiesa in cui ha vissuto tutta la sua esistenza.

Pur non avendo occasione di conoscerlo personalmente trovo nelle sue parole un respiro che trasmette la serenità e la libertà del vangelo: sono parole cariche di umanità, di esperienza, di attenzione. Non sono parole che racchiudono esclusione, aggressività e nemmeno quell’attitudine di sospetto e di giudizio pretenzioso verso la vita degli altri che spesso segna i dibattiti in tale ambito. Sono parole buone di cui abbiamo tanto bisogno. Sono parole di un cristiano che proprio per la sua adesione a Cristo si sente chiamato a vivere un’ospitalità capace di compassione, a togliersi i sandali davanti all’altro.

Sono una indicazione che richiama a  mio avviso a quella attitudine evangelica che tanti, uomini e donne nella chiesa stanno cercando di vivere nel loro quotidiano, ma che proprio in virtù di una passione per il vangelo e per l’umanità, stanno attendendo anche come presa di posizione ufficiale da parte del magistero.  Propongo questa pagina in una mia traduzione. La versione originale francese può essere consultata nel blog di René Pujol dove si possono ritrovare anche le note e i riferimenti del testo. (a.c.)

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“Cari Padri eccoci ancora alla prima aurora di questo anno 2015 che vedrà il compimento del sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco.

Ne ho apprezzato l’intuizione, contento di ritrovarvi la generosità dello sguardo del Vaticano II che ha segnato la mia gioventù. Ho seguito la preparazione e poi i lavori della prima sessione, ho apprezzato la franchezza del dibattito, ho temuto per gli irrigidimenti suscitati dopo la relazione intermedia del card. Erdo, ho sofferto per il timoroso ripiegamento di cui è testimonianza la redazione finale dei Lineamenta, che vi sono stati inviati in prospettiva della sessione di ottobre 2015. So che i mesi che verranno saranno decisivi. Come invita la lettera del card. Baldisseri segretario generale del Sinodo, prendo la libertà di indirizzarvi questa lettera ‘aperta’.

Sono nato cattolico, in una famiglia molto credente, e lo sono rimasto sino ad ora, non avendo mai trovato ragioni sufficienti per rimettere in causa questa appartenenza e far vacillare la mia fede in Cristo. Che dire d’altro, senza cadere in forme di esibizionismo? Questo dice tuttavia il mio impegno costante da mezzo secolo nel seno della chiesa, e precisa il punto da cui vi parlo. E’ proprio dal cuore stesso di questo mio radicamento ecclesiale che vorrei dirvi, per il passato immediato la mia delusione, e per il futuro, che tenete nelle vostre mani, la mia fiducia e la mia speranza.

Mi è piaciuto il respiro del ‘rapporto intermedio’

Del rapporto intermedio, molto criticato, ho apprezzato soprattutto questo soffio di libertà che spingeva la chiesa a decentrarsi così come papa Francesco invita. Sicura della bella notizia che essa porta per la coppia e la famiglia, poteva offrire sul mondo uno sguardo ottimista e generoso. Il testo ci invitava a ‘percepire le forme positive della libertà individuale’, a ‘riaffermare il valore e la consistenza propria del matrimonio naturale’ e ‘riconoscere elementi positivi nelle forme imperfette’ del matrimonio civile, della coabitazione e della convivenza, come nei tipi di unione in cui si potevano ‘riscontrare valori familiari autentici’ laddove trovavano posto: ‘la stabilità, l’affetto profondo, la responsabilità di fronte ai figli, la capacità di resistere nelle prove’.

Ho apprezzato, a proposito dei divorziati risposati, l’idea che un approfondimento teologico possa aiutarci a superare l’unica apertura fatta a queste coppie di una ‘comunione spirituale’; così ho apprezzato il riconoscimento che ‘le persone omosessuali hanno doni e qualità da offrire alla comunità cristiana’ e l’invito a ‘prendere atto che esistono (in tali esperienze) casi di sostegno reciproco fino al sacrificio’ (§ 5, 18, 38 et 22). Come giornalista , ne sono stato testimone negli anni ’80, quando molti malati di AIDS, abbandonati dalla loro famiglia, anche cattolica, morivano nella solitudine avendo come unico sguardo amorevole, al momento del loro ultimo respiro, quello dell’uomo o della donna che condivideva la loro vita.

Se mi guardo intorno…

Ed ecco che la sintesi finale, approvata dai partecipanti al Sinodo romano, che serve ora come documento preparatorio al sinodo ordinario di ottobre 2015, al quale siete chiamati a partecipare, ritornava su queste affermazioni ‘audaci’. Come se, al termine dei loro lavori, ‘i padri sinodali (volessero) trovare i modi per riproporre la bellezza del matrimonio cristiano piuttosto che insistere sugli aspetti positivi delle situazioni problematiche’. Al punto di ricentrarsi sul primo punto rinunciando all’altro.

Cari Padri, se mi guardo intorno: i miei figli e nipoti, tutti in età per vivere l’esperienza di coppia, osservo una bella diversità di matrimoni religiosi o civili, PACS o semplici convivenze. Tra di loro ve n’è uno che ha fatto la scelta radicale di una vita monastica… ortodossa! I loro figli sono, in alcune famiglie, battezzati, in altre no; qualcuno ha celebrato un battesimo repubblicano in comune. Se offro uno sguardo alla nostra famiglia e ai nostri amici scopro vecchie coppie sposate, come noi, ma anche persone sole, o seconde unioni dopo il divorzio. E tra i vicini o conoscenti: omosessuali, coppie libere da ogni legame giuridico, altre che hanno stipulato i PACS o che si sono sposate da poco.

Mi trovo a vivere in mezzo a loro. Con felicità e riconoscenza. La domenica, alla messa, le porto senza differenze nella mia preghiera. Vedo in loro una testimonianza: di fedeltà nella coppia, di affetto reciproco e di sostegno, di responsabilità verso i figli, di capacità di resistere nelle prove della vita, di apertura agli altri… in breve tutte qualità percepite come costitutive del matrimonio cristiano per tutte e tutti coloro che accettano che Dio abbia qualcosa a che vedere con il loro amore! Ed essi sanno che verso di loro nutro rispetto, stima e affetto. E desidererei tanto renderli partecipi nella mia chiesa.

Queste ‘periferie’ dove sembra che non vogliate avventurarvi

Senza dubbio vivono in quelle periferie che papa Francesco ci invita a visitare, e dove al momento sembra volervi dissuadere dall’avventurarvi. A meno che vi sia qualche anima da riportare all’ovile. ‘Bisogna accogliere le persone, con le loro esistenze concrete, sostenere la loro ricerca, incoraggiare il loro desiderio di Dio e la loro volontà di fare pienamente parte della chiesa’. ‘Tutte queste situazioni devono essere affrontate in modo costruttivo, cercando di trasformare in occasione di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del vangelo’.

Vedete, cari Padri, coloro di cui vi parlo non esprimono necessariamente, oggi, un desiderio di Dio che li condurrebbe a voler far parte pienamente della chiesa. Vivono e sono contenti di vivere, apparentemente senza Dio e senza chiesa. Tuttavia, come laico credente, camminando da tanto tempo accanto a loro, con alcuni da sempre, desidero incarnare vicino a loro questa ‘arte dell’accompagnamento’ costitutiva del mio battesimo, che presuppone ‘di imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro’ quale che sia la sua appartenenza o il suo progetto di vita.

Quando la chiesa si rifiuta di vedere Dio all’opera nel cuore delle persone

Sulla situazione dei divorziati risposati osservo che vi è ormai proposto ‘un approfondimento ulteriore’ e su quella delle persone omosessuali, la ricerca di una attenzione pastorale in riferimento all’insegnamento della chiesa secondo cui: ‘non c’è alcun fondamento ad assimilare o stabilire analogie, neppure lontane, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia’. Ciò conduce al paradosso che la chiesa si rifiuta di vedere Dio all’opera nel cuore delle persone a meno che questo non corrisponda alla sua comprensione del piano di Dio. Senza neppure domandarsi se tale comprensione rimane valida!

Cari Padri, a distanza di qualche mese dall’evento che segnerà sicuramente la vita della nostra chiesa, misuro la vostra responsabilità e non dubito della vostra determinazione a volerla assumere in fedeltà alla parola di Dio. Sono consapevole dei mutamenti culturali che sono all’opera nelle nostre società e delle tensioni che sorgono dai nostri desideri contraddittori di libertà individuale e di servizio al bene comune. Comprendo la preoccupazione vostra di ricordare alle giovani generazioni come il cammino dell’amore, di fedeltà e di fecondità che è loro proposto risponde alle loro attese più profonde e che Dio può aiutarli ad assumerlo nelle prove della vita. Condivido lo sguardo pastorale al quale i Lineamenta invitano perché nelle nostre comunità nessuno si senta escluso, emarginato, disprezzato a causa di un suo fallimento, della sua sofferenza o del suo semplice desiderio di cercare la felicità.

Trasformeremo il mondo se non lo amiamo?

Ma gli altri, cari padri? Tutti gli altri che, per ragioni che sfuggono a voi e a me, si trovano indifferenti alla chiesa e alla religione? Tutti questi altri in mezzo a cui viviamo nel quotidiano perché sono i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini… non avremmo altro da dire loro che offrire loro un impossibile invito alla conversione? Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio? Se non sappiamo godere già del di più di umanità, di solidarietà? Se decidiamo di riservare il nostro sguardo e il nostro cuore alle sole persone che possono entrare nell’ambito della chiesa cattolica, apostolica romana? E saremo ancora fedeli al vangelo di Matteo 25, allo spirito delle beatitudini?

Cari Padri, non voglio abusare del vostro tempo che ci è prezioso. La XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo a cui siete invitati a partecipare ha per oggetto: ‘la vocazione e la missione della famiglia nella chiesa e nel mondo contemporaneo’. Abbiate il coraggio di discernere con noi, con generosità, in questo mondo contemporaneo così denigrato, l’ampiezza e la diversità dei semi del Verbo, per farli crescere insieme, sapendo che a Dio solo appartiene decidere delle condizioni di ingresso nel regno”. (René Pujol)

Risposta al questionario per il Sinodo dei vescovi

Aligi Sassu s.Andrea PescaraRiporto qui di seguito la Risposta al questionario in vista del Sinodo dei vescovi sulla famiglia elaborata in una discussione del gruppo liturgia che si ritrova presso il convento san Domenico di Pistoia. Chi desidera aderire può inviare un messaggio a breve e il suo nome sarà inserito nella lista di coloro che sottoscrivono.

a.c.

A Mons. Lorenzo BALDISSERI

Segretario generale del Sinodo dei vescovi
c/o Segreteria del Sinodo dei vescovi, 
via della Conciliazione 34

00120 Città del Vaticano
 fax 06 69883392

Risposta al questionario in preparazione al Sinodo sulla famiglia

Siamo un piccolo gruppo di cristiani che si ritrovano settimanalmente nel convento san Domenico di Pistoia (Italia) per riflettere sulle letture della liturgia e prepararci insieme alla Eucaristia domenicale delle ore 19.00 presso la chiesa san Domenico.

Abbiamo accolto con sollievo la proposta di un questionario rivolto non solo ad alcuni ma a tutto il popolo di Dio in vista del Sinodo sulla famiglia e pensiamo che sia molto importante questa novità che attua l’esigenza di ascolto del sensus fidei proprio di tutto il popolo di Dio, come comunità di credenti in cammino insieme.

Alla valutazione positiva del fatto della pubblicazione e dell’invio del questionario ha fatto seguito una impressione perplessa e per lo più negativa sul modo in cui le domande sono formulate. L’impostazione di fondo si rivela segnata dalla preoccupazione di verificare l’applicazione di un impianto dottrinale già codificato e che poco si apre a considerare un ascolto del vangelo in rapporto alle situazioni di uomini e donne che vivono nel tempo. Non sembra esserci nella formulazione delle questioni un ascolto delle effettive relazioni d’amore così come oggi sono vissute dalle persone nella complessità del nostro presente. Tale disponibilità di ascolto è presente nella proposta di aprire un dibattito ma questo andrebbe poi concretizzato anche nello stile delle domande.

Se l’invio del questionario compie le aperture del Vaticano II verso un ascolto che lasci a tutti nella chiesa la possibilità di prendere parola e di essere riconosciuti nella loro dignità di battezzati, la formulazione non sembra accogliere pienamente l’apertura del Concilio a sviluppare una teologia di ascolto del vangelo che si rapporti anche all’ascolto delle situazioni del tempo presente: solamente in questa relazione possiamo rispondere alla chiamata del vangelo nel tempo, in attenzione ai segni dei tempi, riconoscendo un messaggio significativo per le persone di oggi. Sperimentiamo infatti che dove non vi è tale attitudine la chiesa diviene una sorta di setta incapace di parlare al di fuori di gruppi assai limitati e di far scorgere le prospettive umanizzanti del vangelo per tutti.

Nonostante questa difficoltà previa riscontrata abbiamo pensato importante riflettere insieme sulle domande rivolte soprattutto valorizzando il fatto che il questionario non è finalizzato ad individuare risposte a modo di dire sì o no, secondo una prospettiva teorica, ma può essere un primo passo per porre attenzione e lasciarsi interrogare su ciò che succede, nella vita concreta, nelle nostre comunità e famiglie.

Nell’affrontare il questionario abbiamo colto l’importanza della partecipazione richiesta e ci siamo ritrovati non abituati a tale tipo di coinvolgimento: abbiamo così riflettuto sull’importanza di educazione ad uno stile di condivisione e partecipazione che andrebbe coltivato come stile di chiesa.

Abbiamo pensato di non affrontare tutte le domande del questionario ma di concentrarci in particolare sulle domande del punto 4 relativamente alla situazione sempre più diffusa delle convivenze ed alle situazioni dei divorziati risposati.

Nel corso della discussione abbiamo percepito la complessità di temi e questioni che si riferiscono alla vita e toccano aspetti interiori dell’esistenza delle persone. Da un lato abbiamo condiviso la preziosità della bella notizia del vangelo sull’amore, sulle relazioni, su rapporti vissuti nell’affidamento alla grazia di Dio che conduce a vivere un amore con le caratteristiche presentate nell’inno alla carità di 1Cor 13, un amore gratuito, fedele, magnanimo. Ci siamo ritrovati concordi sull’importanza di custodire l’annuncio della preziosità di un amore che rifletta la fedeltà di Dio per l’umanità che non viene mai meno, e l’amore testimoniato da Gesù che ha dato la sua vita in fedeltà al Padre e in solidarietà con tutti, uomini e donne. Qualcuno a tal riguardo ha ricordato l’importanza di una testimonianza e di un accompagnamento ai giovani per scoprire e sperimentare la gioia di un impegno per tutta la vita e la profondità di promesse reciproche fatte affidandosi al Signore.

D’altra parte i concreti percorsi della vita, situazioni vissute personalmente o conosciute di conoscenti, amici e parenti, presentano fragilità, ferite, sofferenze nelle relazioni e negli affetti. Le situazioni vissute realmente pongono domande sulla possibilità di vivere un’esperienza di chiesa che sia espressione effettiva e significativa della accoglienza e della misericordia di Dio per ogni persona. Le nostre osservazioni, ci rendiamo conto, sono frammentarie e non hanno pretesa di essere esaustive. Il dialogo vissuto tra noi in preparazione a questo documento è stata esperienza importante di valutazione di differenti aspetti che vanno tenuti presenti insieme.

In sintesi nel confronto di gruppo che abbiamo svolto sono emerse le seguenti osservazioni condivise che veniamo a presentare.

L’impressione è che il modo in cui sono formulate le domande è lontano dalla realtà e dalla comprensione della reale esperienza delle persone. L’insistenza su di un approccio statistico ai problemi è assai limitato. Certamente vi sono statistiche aggiornate sui fenomeni curate da enti specializzati ma c’è da chiedersi, oltre le statistiche, quanti battezzati oggi lo sono solamente per motivi di tradizione e di tipo anagrafico senza che questo incida nelle scelte della loro vita.

C’è un problema quindi da porre a monte: l’insistenza da parte della chiesa sulla celebrazione dei sacramenti non ha avuto e non ha pari impegno sul versante dell’annuncio del vangelo e dell’accompagnamento in percorsi di fede adulta e di formazione nell’approfondimento di una fede pensata e vissuta e tradotta in scelte di vita.

Nell’ultimo decennio c’è stata un’insistenza a nostro avviso eccessiva da parte del magistero nel concentrare il discorso pubblico sui ‘valori non negoziabili’. Tale insistenza ha provocato la quasi identificazione nella mentalità diffusa tra vangelo e indicazioni in ambito morale, fino a sostituire l’annuncio della bella notizia dell’amore di Dio e della risurrezione con una sorta di elenco di atteggiamenti morali indiscutibili. Tale impostazione si è rivelata incapace di comunicare la preziosità di una esigenza di uno stile di vita che si radica però nell’accoglienza del vangelo e che non confonde fede ed etica: questo linguaggio non riesce a parlare soprattutto ai giovani bisognosi di proposte non autoritarie. Tutti oggi, e i giovani con maggiore autenticità, desiderano essere ascoltati e accolti nelle loro ricerche segnate da tante incertezze e precarietà in particolare nel tempo del pluralismo che implica una fatica più grande ma anche maggiore consapevolezza nel compiere scelte e prendere orientamenti nella vita.

Condividiamo la prospettiva suggerita da papa Francesco nella sua recente intervista alla Civiltà Cattolica avvalorata dai gesti di attenzione e accoglienza verso tutti senza esclusioni ponendo al centro lo sguardo alle persone e all’essenziale del vangelo: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Ci sembra che sia urgente oggi una maggiore sensibilità alla vita reale e alle situazioni in cui concretamente vivono le persone: è una sensibilità che spesso non è coltivata in ambienti clericali spesso chiusi e incapaci di un contatto di vita con le condizioni concrete delle persone.

Sono in forte aumento le convivenze e di fronte a questo fenomeno sarebbe importante offrire parole che siano punti di riferimento in termini positivi e che sappiano anche cogliere i percorsi graduali con cui oggi si scopre la dimensione dell’impegno di amore verso l’altro. Più che affermare in linea generale e teorica i principi andrebbero offerte parole che sappiano accompagnare, incoraggiare ad andare oltre le posizioni acquisite e ad assumere responsabilità di fronte agli altri.

Di fronte a tante esperienze di convivenza si può osservare come vi siano convivenze vissute nell’irresponsabilità oppure come un contratto di tipo commerciale. Altre sono vissute con sofferenza nella precarietà che la situazione del lavoro genera oggi per tantissimi giovani. Altre ancora sono primi passi in vista di un cammino che presenta fatiche nuove in un tempo in cui la facilità delle relazioni è grande ma non è altrettanto facile approfondire la conoscenza di se stessi, degli altri in un cammino di maturazione della vita affettiva e sessuale. I giovani più che mai sono anche molto reattivi di fronte a forme di imposizione per via autoritaria non motivati e che non lasciano spazio all’autenticità e a convincimenti maturati personalmente. Ci sembra che ogni convivenza sia da orientare verso forme di assunzione di responsabilità e da richiamare ad un prendersi carico dell’altro/a e degli altri in cui si coltivi l’amore e non solo il proprio tornaconto.

Così di fronte a tante convivenze che sono primi passi aperti ad una crescita perché non accogliere queste esperienze come un passaggio di crescita con la fiducia nella capacità delle persone di vivere percorsi graduali e nella libertà, trovando modi perché si sentano accolte proprio nel loro cammino e nella loro ricerca? La proposta delle comunità cristiane dovrebbe concentrarsi sul richiamo a maturare in positivo la bellezza di un amore che assume i caratteri della dedizione e del servizio, della gratuità e dell’apertura ai poveri.

Una notazione che è emersa con forza è come la posizione ufficiale della chiesa riguardo in particolare ai divorziati risposati abbia causato sofferenze profonde nelle persone, e abbia costituito una categoria che con l’esclusione dai sacramenti e da ogni ruolo all’interno della comunità cristiana vive una condizione di discriminazione di fatto e di distanza per una colpa percepita come irredimibile. Questa è la situazione vissuta benché una serie di documenti ufficiali della Chiesa insista sulla non esclusione dei divorziati risposati dalla vita ecclesiale e di fede.

Nell’esperienza concreta sembra però che l’unico peccato imperdonabile sia quello dell’essere divorziati risposati. Come qualcuno ha osservato, paradossalmente il non credente che ha convissuto e si è separato e ad un certo punto chiede di sposarsi in chiesa è accolto, e il credente con una separazione alle spalle non è ammesso ai sacramenti. Così pure anche per peccati di particolare gravità come l’omicidio c’è la possibilità della riconciliazione sacramentale, possibilità che non esiste attualmente per i divorziati risposati tranne la soluzione che ha il sapore di ipocrisia di una richiesta di convivenza ‘da fratello e sorella’.

Di fatto la realtà è molto più variegata e chi nella propria coscienza è convinto della propria situazione davanti a Dio accede ai sacramenti. Così pure nella realtà molti preti propongono l’invito a comportarsi secondo coscienza e nella responsabilità davanti a Dio valutando la propria situazione. Tuttavia questa linea presenta limiti perché mostra una schizofrenia ed anche un contrasto tra insegnamento ufficiale e prassi di vaste aree del popolo di Dio. C’è anche esigenza di un indirizzo di fondo generale e poi soprattutto le persone più semplici si trovano ad avere inflitta una sofferenza di esclusione e una durezza nei loro confronti che contrasta con l’annuncio di misericordia .

Tra di noi c’è chi ha conosciuto o direttamente o indirettamente la sofferenza che segna la vita di chi ha vissuto l’interruzione di legami e ne ha costruiti di nuovi talvolta non senza difficoltà e sobbarcandosi pesi ingenti e la sofferenza vissuta da tanti è assai profonda.

Pensiamo che la chiesa dovrebbe innanzitutto porsi in posizione di ascolto delle sofferenze di tante persone che hanno vissuto questo marchio di marginalità e di sentirsi allontanate da Dio. Appare in stridente contrasto l’insistenza sul perdono e la misericordia di Dio in rapporto alla prassi di marginalizzazione di fatto attuata con i divorziati risposati.

Ci sembra che questa logica di esclusione sia in netto contrasto con l’annuncio della misericordia da parte di Gesù, con la sua prassi di convivialità aperta con pubblici peccatori (Mt 11,19; Lc 15,1-2) e con persone considerate ai margini dal punto di vista sociale e religioso (Mt 9,10; Mt 21,31; Lc 7,37-50). Contrasta anche con la possibilità donata da Gesù per tutti di trovare una accoglienza nell’amore gratuito del Padre che apre a tutti il suo perdono e il suo amore (Lc 7,37-50; Lc 19,1-9).

Le situazioni che toccano il mondo affettivo sono estremamente complesse ed anche le rotture di matrimoni e le separazioni hanno cause che non sempre sono identificabili in modo chiaro. Ci può essere una colpa di uno o dell’altra, che conduce ad una sofferenza profonda soprattutto di chi subisce un separazione. Spesso vi è una rottura reciproca, progressivamente approfonditasi, che se anche si manifesta per la colpa di uno, è sorta per una condizione di passività oppure di non sufficiente attenzione alla relazione. E’ importante avere questo sguardo alla complessità di situazioni altrimenti si giudicano le separazioni o in modo moralistico o secondo una logica di giudizio sull’uno o sull’altro dei coniugi.

C’è chi è giunto alla separazione proprio perché ha creduto sino in fondo al matrimonio e non vedeva la possibilità di realizzarlo in una relazione in cui era venuto meno l’amore di dedizione e la reciprocità. In tal senso è da ascoltare la sofferenza e il desiderio di fedeltà nel cuore di tanti che vivono la condizione nella chiesa di esclusi e tenuti ai margini.

Su questo ci sembrano importanti le osservazioni di Oliviero Arzuffi (Caro Papa Francesco. Lettera di un divorziato, Oltre edizioni, Sestri Levante 2013), divorziato risposato che presenta la sofferenza e il disagio di chi vive perdita dell’autostima, pesanti sensi di colpa che ritornano e si accentuano per la presenza dei figli, solitudine ed emarginazione come anche paura di fronte ad ogni passo da compiere. E presenta anche la richiesta alla chiesa di operare un cambiamento nella disciplina oggi vigente.

Vorremmo far presente pur con la sofferenza di chi ha a cuore la vita della chiesa e l’annuncio del vangelo che su tali temi è in atto uno ‘scisma sommerso’ che i dati sociologici difficilmente riescono a rendere. E’ un allontanamento vissuto tacitamente e in solitudine da tanti, anche da preti che non si esprimono in sede pubblica per evitare censure e punizioni. Per molti la durezza delle parole della chiesa ha comportato l’allontanamento radicale e la perdita di ogni legame e di coltivazione della fede. Per altri ha segnato un passaggio di allontanamento critico dalla chiesa rispetto a posizioni ritenute disumane o di allontanamento silenzioso nella solitudine e nell’indifferenza.

Si è osservato a tal riguardo non solo la sofferenza di chi vive in prima persona situazioni considerate irregolari dall’insegnamento ufficiale della chiesa, ma anche le estreme difficoltà dei preti, di chi ha responsabilità nelle comunità cristiane che vede come prioritario l’annuncio evangelico della misericordia e l’invito alla responsabilità e si trova a dover misurarsi con un atteggiamento di tipo moralistico e limitato ad una prospettiva giuridica da parte del magistero, come se il vangelo si riducesse ad una legge con norme da osservare. Nel vangelo le persone vengono prima della legge e la logica di Gesù è che non è l’uomo per il sabato ma il sabato per l’uomo (Mc 2,23-3,6).

La chiesa e i preti non possiedono i sacramenti ma dovrebbero essere consapevoli di avere la responsabilità dell’annuncio del vangelo all’interno del sacramento. E il vangelo va annunciato per suscitare il fascino di essere fedeli ad esso, in un cammino che si connota come cammino di peccatori bisognosi di perdono e di essere curati e accompagnati.

E’ stato osservato come la chiesa dovrebbe aprirsi a riconoscere che i matrimoni possono fallire, anche quelli vissuti con consapevolezza e impegno: il fallimento e la possibilità del venir meno della relazione fanno parte dell’essere umani, limitati e esposti anche a compiere passi falsi ed errori nella vita.

Pensare di risolvere la questione dei divorziati risposati secondo la via del riconoscimento di nullità presenta elementi importanti ma altri assai discutibili. Certamente per molti casi questo è importante e ci sono casi di effettiva nullità perché mancano le condizioni fondamentali di base, ma per molte altre situazioni è una via d’uscita che ha forti elementi di ipocrisia. Appare forte il contrasto tra una dichiarazione che un matrimonio non è mai esistito e la realtà di una vita condotta magari per molti anni, con figli e che a un certo punto ha trovato una fine della relazione.

Inoltre è stato sottolineato come la chiesa dovrebbe parlare alle famiglie non solo individuando i casi di rottura esplicitata ma cogliendo le logiche di rottura anche dove tutto dal punto di vista formale è ‘regolare’: si pensi al fenomeno in forte aumento delle violenze domestiche, dei maltrattamenti. Le logiche seguite da tante famiglie ‘regolari’ tutte proiettate all’arricchimento e pervase da egoismo o che perseguono una vita appiattita sulla dimensione materialistica.

Si parla poi nel questionario di matrimonio sacramentale, ma sembra che l’impostazione sia prettamente appiattita sulla valutazione giuridica: quanti matrimoni celebrati in chiesa sopravvivono senza essere sacramento anche se non vi è rottura esplicita e separazione? Non sempre il matrimonio di due battezzati è sacramento. Questa impostazione prevalentemente giuridica fa ricadere in una logica della legge e non apre ad ascoltare la bella notizia del vangelo sulla vita di coppia, sulla famiglia e sulle relazioni affettive.

Una notazione che è stata fatta è che solitamente la posizione della chiesa viene giustificata a partire da alcuni versetti del vangelo di Marco (Mc 10,1-12) e di Matteo (Mt 19,3-12) in cui Gesù risponde alle questioni postegli in un dibattito con i farisei riguardo all’atto di ripudio. E’ noto come il testo di Matteo presenti rispetto al testo di Marco una eccezione circa la possibilità di ripudio: possibile nel caso di porneia, di difficile traduzione e interpretato come un ‘comportamento immorale’ o ‘impudicizia’. Questa eccezione presentata sin nella prima comunità cristiana è accolta nella tradizione orientale che prevede la possibilità di seconde nozze.

Troviamo limitato e non fedele ad un corretto accostamento ai vangeli leggere questi versetti staccati dal contesto in cui essi sono stati scritti e soprattutto dal contesto del dibattito religioso e sociale in cui sono stati formulati. Se si tiene conto di tale contesto appare come le parole di Gesù non siano finalizzate a determinare norme per i divorziati risposati, piuttosto a evitare la situazione di una poligamia di fatto in cui le donne soprattutto erano le prime vittime di un arbitrio maschile che aveva trovato un primo limite nel libello di ripudio e che Gesù radicalizza nel senso di una difesa dei più deboli.

Ma le questioni di tipo pastorale e teologico che si pongono oggi dovrebbero trovare riferimento non tanto nella puntuale esegesi di un versetto del vangelo, quanto nel generale atteggiamento di Gesù che si è presentato come profeta accogliente e ha vissuto la commensalità con i peccatori aprendo a tutti la possibilità di accogliere l’annuncio del regno.

Ci sarebbe peraltro da considerare anche il testo di 1Cor 7,12-16 il cosiddetto privilegio paolino in cui si riconosce al coniuge convertito che trova ostacolo nel vivere la sua fede la possibilità di separarsi e di accedere ad un nuovo matrimonio. Questo testo fa cogliere la priorità della fede su altre considerazioni e conduce anche a poter pensare alla priorità dell’amore vissuto in modo autentico. L’indissolubilità più che un fatto naturale è istanza che proviene dal vangelo che va compresa in un contesto di fede e non può essere ridotta ad una dimensione puramente giuridica. Matteo nella sua comunità ha già dato esempio di una traduzione pastorale di questa mediazione. Proprio nel vangelo di Matteo la considerazione dell’indissolubilità del matrimonio (Mt 5,31-32) è inserita nel discorso della montagna, sintesi della nuova legge e di ogni legge, indica l’orizzonte profetico della vita del cristiano.

Le posizioni di Gesù non erano segnate da moralismo. Gesù non è preoccupato di offrire prescrizioni etiche e morali ma al cuore del suo annuncio sta il regno di Dio. Così al centro della relazione coniugale come della vita del credente sta una prospettiva di amore di dono (agape) fondata sulla reciprocità e sul piacere condiviso. La chiamata di Dio per il credente nell’esperienza di coppia è a ‘vivere nella libertà’ (Gal 5,13-16) e nel servizio reciproco e se manca la reciprocità fallisce qualsiasi tipo di rapporto. La predicazione di Gesù è profetica e si accompagna con il realismo. L’unione infatti deve essere nella santità tranne il caso di “porneia” (impudicizia come adulterio, come fatto cioè che determina il venir meno della fiducia reciproca): se la scelta cristiana non viene condivisa da uno dei coniugi è meglio la separazione: il vincolo non deve divenire un cappio. Questo, come osserva Paolo, trova ragione nella chiamata di Dio, “perché Dio ci chiama alla pace’ (1Cor 7,17), soprattutto reciproca, non alle contese, o ad una situazione di dissidio e litigio senza soluzione.

Uno sguardo alla storia della problematica ci rende consapevoli che nel primo millennio cristiano benché la rottura del matrimonio fosse considerata peccato si apriva però ad una riammissione ai sacramenti. Non vi era la condizione di vivere “come fratello e sorella” col nuovo coniuge. Nei primi secoli della Chiesa i divorziati potevano essere accolti nuovamente nella Chiesa dopo un percorso penitenziale e la comunità accoglieva le nuove nozze. In qualche modo la rottura irreversibile del rapporto affettivo tra due coniugi veniva assimilato alla morte di uno dei coniugi che, allora come ora, lasciava libero il coniuge sopravvissuto di risposarsi. Tale prassi era comunemente accettata nella Chiesa dei primi secoli.

Come ha posto in luce Giovanni Cereti il canone 8 del primo concilio di Nicea (325 d.C.) conferma tale prassi quando indicava la riammissione degli eretici novaziani nella Chiesa a condizione che esplicitassero una dichiarazione in cui accettavano, oltre alle dottrine e alle prassi che li avevano contrapposti alla chiesa, anche la riammissione ai sacramenti per i ‘digami’. Cereti, dopo una approfondita analisi individua nei ‘digami’ coloro che vivevano in seconde nozze. Questo elemento è importante per cogliere come la prassi della chiesa sia mutata nel tempo e nel primo millennio, pur considerando il divorzio un peccato grave, era tuttavia attuata una prassi di riammissione ai sacramenti che oggi permane nella tradizione ortodossa nelle Chiese orientali.

Vari interventi hanno sottolineato come oggi le problematiche derivanti da una situazione culturalmente diversa dal passato esiga una capacità di ascolto e di discernimento a fronte di situazioni estremamente diverse tra loro. Ad esempio è diversa la situazione di persone pur battezzate ma che non hanno coltivato un cammino di fede e derivano criteri di vita morale dalle mode e da un atteggiamento di tipo utilitarista e consumista anche nel campo delle relazioni. Diversa è la situazione di chi ha incontrato, magari non per sua colpa, il fallimento del proprio matrimonio oppure di chi ha sperimentato il venir meno della relazione pur in un matrimonio preparato e vissuto con impegno di consapevolezza e di fede. C’è chi dopo un matrimonio che si è interrotto ha vissuto il ricomporsi di una relazione di coppia e di famiglia con fedeltà e sincerità verificata nel tempo vivendo dedizione ai figli e affrontando fatiche e sofferenze che questa nuova condizione comporta insieme all’accompagnamento di figli. Di fronte a queste situazioni viene da chiedersi se non sia da riconoscere che laddove si è maturata una relazione fedele nella gratuità e nella fatica della vita quotidiana lì è presente il sacramento del matrimonio come dono dello Spirito che è Spirito dell’amore.

A partire dalla sofferenza e dai cammini di tanti che hanno costruito nuovi legami ci si può chiedere se le seconde nozze siano un’esperienza sbagliata oppure se essa non possa essere una autentica unione in cui è in atto il sacramento. Quando una persona decide davvero di iniziare una vita nuova si può “in molti casi riconoscere che è proprio la seconda unione che si manifesta come viva e vitale che deve essere considerata come ciò che Dio ha veramente unito e che è probabilmente questa seconda unione che può essere riconosciuta come il segno dell’amore fedele di Dio nei confronti di un popolo peccatore”.

Nel 1993 alcuni vescovi della regione dell’Alto-Reno avevano proposto che situazioni di persone divorziate che dopo un certo tempo avevano costruito nuove relazioni potevano trovare modi di vivere una riammissione ai sacramenti dopo un periodo di discernimento e di accompagnamento affidando ad una responsabilità di coscienza aiutata a confrontarsi con il vangelo e con la comunità. Essi si dichiaravano contrari ad una riammissione indiscriminata ufficiale e formale dei divorziati risposati alla comunione e affermavano la necessità di “verificare ogni singolo caso: non ammettere indiscriminatamente, non escludere indiscriminatamente».

Benché quella proposta abbia trovato rifiuto in una lettera della Congregazione della fede tuttavia ci sembra che debba essere portata avanti e approfondita come anche sostiene una presa di posizione della diocesi di Friburgo del maggio 2012 (Divorziati risposati nella nostra Chiesa) e il documento sull’accompagnamento dei divorziati separati risposati civilmente pubblicato nell’ottobre 2013. In esso si offrono motivate ragioni per una apertura che fa proprio l’atteggiamento di fondo di Gesù, che era vicino alle persone e pieno di rispetto, e si afferma: “In seguito ad una decisione assunta in maniera
responsabile, si può, in una situazione concreta, aprire la possibilità di ricevere i sacramenti del
battesimo, della santa comunione, della confermazione, della riconciliazione e dell’unzione degli
 infermi, nella misura in cui ci si trovi nella disposizione di fede concretamente richiesta”. In questo testo si apre alla possibilità di una benedizione sulla coppia e di una preghiera comune, dopo un periodo di discernimento e di accompagnamento spirituale, spesso richiesta da coppie sposate civilmente in seconde nozze che partecipano alla vita delle comunità.

Nel nostro incontro qualcuno ha sottolineato l’importanza di non fermarsi ad una impostazione giuridica, anche perché l’annuncio della bella notizia sul matrimonio dovrebbe trovare la chiesa impegnata a sottolineare la prospettiva dell’indissolubilità del matrimonio non tanto come precetto, ma come una prospettiva a cui tendere connessa alla storia delle persone, e sempre più grande delle effettive attuazioni.

A tal riguardo ci sembra di poter condividere i suggerimenti del teologo Giannino Piana che scrive:
“Non è forse possibile fare qui riferimento – è questa la nostra opinione oggi peraltro condivisa da molti esegeti – alla nota distinzione introdotta dalla riflessione teologico-morale tra norma-precetto e norma escatologico-profetica? La prima ha il carattere di norma chiusa, alla quale occorre aderire incondizionatamente, senza alcuna limitazione; la seconda è, invece, una norma aperta, che spinge costantemente l’uomo in avanti e lo sollecita ad un impegno di permanente conversione. La radicalità del messaggio di Gesù sulla indissolubilità assumerebbe, in quest’ultimo caso, il significato di un ideale di perfezione, che per il credente ha connotati decisamente normativi – non si tratta di un pio consiglio riservato ad alcuni (pochi) eletti -; ma che va, nello stesso tempo, opportunamente mediato di fronte a situazioni particolari, come d’altronde già si verifica – lo si è visto – nell’ambito degli stessi testi evangelici. A conferma di questo assunto vi è, d’altra parte, l’inserimento del principio dell’indissolubilità nel contesto del discorso della montagna (Mt 5, 31- 32), le cui grandi indicazioni che devono guidare la condotta del discepolo alla sequela di Gesù sono totalmente ispirate all’ideale di perfezione: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48)”.

Intendiamo l’invito ad essere perfetti come tensione a vivere come persone complete, secondo la misura di ognuno, nel rispondere alle chiamate del Signore in una apertura del cuore ad accogliere l’amore di Dio e ad una conversione a Lui da mantenere come attitudine costante nella vita.

Nel dibattito è emerso come ciò che è importante è rispondere alla questione sulla misericordia: tutti siamo figli di Dio e per questo l’approccio a questi problemi dovrebbe essere più vasto. C’è chi ha sottolineato la difficoltà di intendere queste problematiche secondo una logica della ‘regola’. Tutti siamo peccatori e in cammino: chi può dirsi ‘regolare’ davanti al vangelo e a Gesù? Il parlare di situazioni irregolari conduce ad una sorta di separazione tra chi è a posto e chi no. E potrebbe anche far pensare ad un senso di superiorità di chi è regolare rispetto ad altri che sono ‘irregolari’. Sarebbe da sottolineare che è irregolare chi non vive l’amore secondo le esigenze dell’agape (1Cor 13). Il messaggio del vangelo è annuncio del ‘regno di Dio’, la vicinanza di Dio per i peccatori che scoprono, toccati dalla gratuità del suo amore, la propria inadeguatezza, mai adeguata ad una regola, e la possibilità di camminare nel vivere più a fondo il comandamento dell’amore.

In tal senso particolare importanza andrebbe data alla dimensione della coscienza da coltivare con una formazione e un accompagnamento a leggere la propria esperienza scorgendo la chiamata del Signore nelle situazioni diverse e particolari. Tutti siamo chiamati ad una conversione continua e l’esperienza di chi vive la sofferenza della rottura di un matrimonio apre tutti ad una comprensione nuova di vicinanza e solidarietà.

Siamo stati colpiti da alcune parole di papa Francesco: “Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire” .

Sarebbe importante anche a tal riguardo un approfondimento da attuare soprattutto ascoltando la voce delle donne sulla teologia riguardante la sessualità. Ancora la visione della sessualità nell’insegnamento ufficiale della chiesa e nella prassi ha risvolti di idealizzazione disincarnata da un lato e di negazione e condanna come realtà negativa dall’altro. L’attuale situazione di liberazione sessuale, se per certi versi rappresenta una banalizzazione e non considerazione dello spessore della sessualità – nella stessa linea anche se con esiti opposti della negazione e del rifiuto della sessualità – dall’altro è una provocazione nuova del nostro tempo, per scoprire la sua concreta valenza nella vita umana e nella relazione e per non ridurre la complessa dinamica dell’amore al solo aspetto della fisicità.

Come si può manifestare un volto di chiesa capace di testimoniare l’ospitalità di Gesù verso tutti di fronte a chi, divorziato, ha ricostruito legami con altri? Una proposta è quella di riconoscere la nuova unione dopo un periodo di verifica con una benedizione della nuova unione che ne dica il senso di un cammino aperto e pur sempre chiamato a conversione come la vita di ogni credente consapevole del peccato e aperto a crescere nella conversione.

Si può anche tenere presente della riflessione in atto in altre chiese: per la Chiesa valdese l’accettazione delle nuove nozze è un segno di solidarietà della comunità dopo un impegnativo percorso pastorale successivo al divorzio, che viene concepito come un male grave ma minore. Il riferimento alla prassi delle Chiese orientali che, alla luce del principio della “economia” permettono le seconde nozze come segno della condiscendenza di Dio di fronte al limite umano ed anche al peccato potrebbe essere un riferimento importante.

Pensiamo sia urgente quanto papa Francesco ha detto in una recente intervista a La Stampa (15 dicembre 2013) invitando a «facilitare la fede, più che controllarla». Ci ritroviamo nelle sottolineature da lui pure espresse in una recente intervista a Civiltà cattolica: «San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione da un’epoca all’altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata».

Pensiamo sia importante a tal riguardo vivere uno stile ecclesiale di comprensione, di misericordia e compassione. Vediamo urgente oggi individuare vie concrete che dicano la possibilità per tutti di trovare misericordia e di comprendere la propria vita come cammino mai concluso, pur nella fragilità, verso l’incontro con il Signore e nel servizio agli altri: questo implica tornare alla logica evangelica del primato delle persone sulla legge e della finalizzazione della legge stessa alla vita delle persone chiamate a percorsi di responsabilità.

Misericordia, compassione, responsabilità, ospitalità accogliente, senso della vita come cammino, sono le parole che oggi possono suscitare quel fascino del vangelo non come possesso ma come bella notizia per uomini e donne del nostro tempo e per poter vivere un’esperienza di chiesa chiamata ad accogliere sempre la misericordia di Dio ricevuta come dono di riconciliazione e di nuovo inizio e ad essere non padroni della fede ma collaboratori della gioia degli altri (2Cor 1,24).

Pistoia, 3 gennaio 2014
Piazza san Domenico 1, 51100 Pistoia

I componenti il gruppo di risposta (in ordine alfabetico)

Giuseppe Alibrandi
Giorgio Brembilla
Luca Chiti
Tiziana Ciampi
Rita Corrieri
Alessandro Cortesi
Paola Fedi
Aldo Fedi
Elettra Giaconi
Angela Iucchi
Mauro Lucarelli
Margherita Magni
Isabella Manara
Alberto Niccolai
Nada Filippi
Giovanni Pieraccioli
Raffaella Pettinà
Cecilia Turco
Gloria Zucconi

Sottoscrivono il documento (aggiornamento al 5 gennaio 2014)

Franco Bertini
Franco Burchietti
Giacoma Cannizzo
Vincenzo Caprara
Chiara Cei
Fausto Ciatti
Francesca Cortesi
Sergio Cortesi
Piero Erle
Carlo Dini
Ugo Fanti
Guido Galeotti
Tania Groppi
Luca Innocenti
Grazia Lupi
Carla Madricardo
Giovanni Mandorli
Paolo Massaini
Mariangela Maraviglia
Paolo Morosi
Isabella Poli
Silvia Potenti
Alessandra Saccardo
Maria Veronica Sforzi
Tiziana Traversari

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