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Libri per vincere l’indifferenza

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Quasi come finestre i libri si aprono in direzioni diverse e fanno scorgere panorami sui quali tendere lo sguardo. Occasioni per conoscere realtà e situazioni lontane e vicine. E le parole, soprattutto quando sgorgano quale doloroso distillato dell’esperienza, acquistano uno spessore unico e nuovo. Pesano e incidono, generano consapevolezza, suscitano attenzione, muovono a considerare come la sofferenza altrui non è cosa estranea. Insomma fanno usicre dall’indifferenza grave  malattia di giorni segnati dalla difficoltà di conoscere e dalla mancanza di contatti reali che rende insensibili. I libri possono così divenire occasioni per aprire sguardi, per apprendere notizie veicolate da testimonianze dirette che per altre vie faticano a giungere e a coinvolgere.

Un primo libro tra questi è scritto a quattro mani. E’ la storia di un viaggio. Un percorso drammatico, dalla Siria devastata dalla guerra sino all’Olanda. Il racconto si svolge come un diario, con i capitoli contrassegnati da date che sono l’altro ieri nel tempo che corre: agosto 2012-luglio 2015, fine luglio 2015, Grecia 5 agosto 2015… E’ questione di un tempo vicino.

In Solo la luna ci ha visti passare (ed. Mondadori, Strade blu) Francesca Ghirardelli, giornalista freelance ha raccolto i ricordi del viaggio in fuga dalla guerra di Maxima, ragazzina siriana di 14 anni incontrata nel parco della stazione di Belgrado. La sua vita, condotta sino al 2011 all’interno di una famiglia della borghesia siriana ad Aleppo, vede progressivamente e drammaticamente l’irrompere della guerra nel quotidiano delle sue giornate. Prima le notizie delle violenze che tacitano i movimenti di protesta iniziati nel corso del 2011, poi i segni della guerra che si avvicina piano piano, poco alla volta, rendendo la vita più difficile. I disordini impediscono la frequenza alla scuola e infine conducono alla drammatica scelta di fuggire quando i bombardamenti raggiungono la strada e le case vicine all’abitazione dove Maxima vive con la sua famiglia. Nel dicembre 2012 avviene la partenza da casa. Da qui prima in un villaggio lontano dalla città, poi in Turchia e ancora in Siria fino a quando la situazione diventa insostenibile. I passaggi alle frontiere sono faticosi e rischiosi. Dalla Turchia il trasferimento a Lesbo in Grecia avviene su un gommone affollato di persone e bagagli e nell’attraversare il mare solo la luna è silenziosa spettatrice. Il racconto si fa intenso e sofferto nel riferire le marce e i patimenti nella continua speranza di poter raggiungere l’Olanda attraverso quello che fino al 2015 era il corridoio balcanico. Grecia, Macedonia poi Serbia. E le pagine comunicano il senso di pesantezza nell’avvertire la condizione di profughi alla ricerca di rifugio, ma rifiutati e allontanati. L’ultimo passaggio, il più rischioso avviene all’interno di un camion fino ai Paesi Bassi dove Maxima trova accoglienza e può incontrare volti ospitali. E’ un libro che nella semplicità del racconto fa scorgere il passaggio graduale da una condizione di vita serena al ritrovarsi la guerra tra le case e e strade del proprio quotidiano.

Francesca Ghirardelli a conclusione nella riflessione dal titolo: Una storia fra milioni  rammenta come la storia di Maxima sia una tra le innumerevoli storie della crisi umanitaria in Siria, una tra le peggiori dei nostri giorni. Dei 22 milioni di siriani (abitanti prima del 2012) la metà circa ha dovuto abbandonare la propria casa, oltre quattro milioni e mezzo sono usciti dal paese. Il Libano che ha 5 milioni di abitanti ha accolto un milione di siriani. E ricorda le parole di Maxima: “bisogna a tuti i costi riuscire a compiere più azioni positive che gesti negativi, così alla fine, si potrà essere orgogliosi di appartenere al genere umano” (137).

Yeonmi Park

Un secondo libro è intitolato La mia lotta per la libertà (Bompiani Overlook, 2015). Autrice è Yeonmi Park, nata nel 1993. Le sue origini sono nella Corea del nord, a Hyesan, un paese vicino al confine con la Cina, da cui è separata dal corso di un fiume. Nel libro descrive la vita della famiglia, la situazione di fame, il controllo esercitato su tutti gli aspetti della vita dal regime che obbliga ad una devozione assoluta al leader del Paese. Dapprima è la sorella maggiore Eunmi a fuggire, poi Yeonmi insieme alla madre riescono ad attraversare il confine ma cadono preda di trafficanti che gestiscono la tratta di donne fuoriuscite. Insieme alla madre riesce a superare molte oscure e tristissime vicende di violenza e sfruttamento, ricatti e violazioni, attarversando il deserto dei Gobi fino in Mongolia, per poi da lì a giungere in Corea del Sud. Ma anche qui sperimenta come la condizione di esule costituisce motivo di difficoltà non immaginate, di discriminazione e disprezzo. Dopo anni riescono a rintracciare la sorella e ad avere contatti con lei sino a ricongiungersi.

Tali eventi così tragici sono narrati dalla giovane Yeonmi per poter continuare a vivere, per sopravvivere ad un passato di privazione di libertà e di sottomissione.

Shirin Ebadi - Iran Nobel 2003

Un terzo libro ha come autrice Shirin Ebadi, premio Nobel nel 2003 per la pace per il suo impegno a difesa dei diritti umani e a favore della democrazia. Il libro s’intitola Finché non saremo liberi (Bompiani Overlook, 2016) e può essere letto insieme ad una breve ma ricca intervista curata da Farian Sabahi, editorialista del Corriere della Sera (Il mio esilio. Shirin Ebadi con Farian Sabahi, Jouvence 2014).

E’ una autobiografia che conduce a ripercorrere i passaggi della sua vita e porta a conoscere la realtà dell’Iran, un paese in cui due terzi della popolazione universitaria è composta di donne e in cui peraltro le donne sono private dei più fondamentali diritti. Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e musulmana ad essere insignita del riconoscimento del premio Nobel. Nata nella città di Hamedan l’antica Ecbatana, ha vissuto la sua giovinezza nell’Iran dello scià Reza Pahlevi e poi ha assistito con speranze alla rivoluzione khomeinista del 1979, rimanendone presto profondamente delusa.

Dopo aver svolto per anni la professione di giudice fu costretta a rinunciare a tale incarico perché la repubblica islamica non permette alle donne di svolgere tale professione. La sua lotta si accentra allora, in qualità di avvocato, nella difesa delle donne per affermarne i diritti e per dare voce a tutte le minoranze che subiscono i duri colpi della repressione e della violazione di diritti fondamentali. Si fa promotirce di campagne di solidarietà, fonda poi un Centro per la difesa dei diritti umani. Ma la sua azione è contrastata e intimidita in modi sempre più invasivi e opprimenti.

“Ho sempre lavorato per costruire qualcosa, nel mio paese, per trovare modi per diffondere il valore dei diritti umani, per persuadere la gente della loro importanza. E’ nel mio carattere farlo, molto semplicemente, e quasi sempre quando le cose vanno male ho la tendenza a insistere. Ma, quella sera, stando in strada davanti alla porta ufficialmente sigillata dell’unico Centro per la difesa dei diritti umani dell’Iran, mi concessi di pensare per un momento che era dura” (98-99).

Nel 2009 in concomitanza con le elezioni rubate con i brogli da Ahmadinejad, Shirin Ebadi, che in quei giorni si trovava all’estero, in Spagna, per una conferenza, comprende che il suo rientro in Iran avrebbe comportato il suo arresto e sceglie la via dell’esilio recando con sè solo il bagaglio a mano che aveva portato per il viaggio. Da allora non è più rientrata nel suo Paese. La dura repressione che seguì colpì il movimento verde che si era sviluppato in quel periodo – si può ricordare l’uccisione di Neda Agha Soltan giovane manifestante colpita nelle strade di Teheran durante le proteste seguite alle elezioni – tra cui anche strette collaboratrici di Ebadi e i suoi familiari. Nell’esilio si trovò a fianco migliaia di iraniani fuggiti dopo le proteste del 2009:

“Spesso queste persone venivano a cercarmi e mi chiedevano come avevo fatto a resistere. Dicevo loro, che come me, dovevano conncetrarsi sul lavoro e non soffermarsi sul dolore dell’esilio. Eravamo come persone salite a bordo di una nave che era affondata, obbligando tutti a nuotare tutti in acque profonde. Non avevano altra scelta che nuotare; cedere alla stanchezza semplicemete non era possibile, voleva dire annegare. Dicevo loro di non pensare alla costa e a quanto era lontana, addirittura invisibile, perché questo li avrebbe portati alla disperazione. Questa è la nostra situazione. Nuotiamo nell’oscurità, senza cedere al pessimismo e al pensiero della costa lontana” (160).

Le sue parole riportano a vicende di persecuzioni e richiamano i metodi di spionaggio, ricatto e oppressione fisica, psicologica e morale di un regime che attua discriminazioni e violenze sulla base di leggi ingiuste. La sua testimonianza ricorda vicende molteplici di persone perseguitate. Shirin Ebadi, il cui nome significa ‘dolcezza’, continua la sua lotta con una fermezza che non può non lasciare sorpresi: la linea del suo impegno si pone nell’orizzonte di “cambiare il sistema senza stravolgere il nostro credo di musulmani”. Nella sua visione unisce una fermo radicamento nel suo credo religioso insieme al lucido orientamento ad affermare i diritti umani nell’Iran dove un gran numero giornalisti, avvocati e attivisti sono tenuti in carcere e le donne continuano a subire forme diverse di discriminazione legale.

La sua visione del regime illiberale della Repubblcia islamica è disilluso e realista. Non crede a cambiamenti repentini di una situazione dura da sopportare, ma testimonia il suo impegno: “guarderò e aspetterò con ansia sperando che alla fine si apra una strada verso la libertà” (247).

Alcuni versi poetici a lei cari sono quelli scritti dal poeta iraniano Sa’di nel Golestan e scolpiti nella sede dell’ONU a New York:

I figli di Adamo sono membra dello stesso corpo / create dalle medesima essenza.

Quando la sventura getta un membro nel dolore, / alle altre membra non resta più riposo.

Oh tu che non ti curi del dolore altrui, / certo non meriti di essere chiamato uomo.

Alessandro Cortesi op

 

L’importanza di ricordare

… ricordare le vittime delle mafie e condividere l’impegno di tutti coloro che operano e lottano per non lasciare spazio all’illegalità.

L’abbraccio di don Ciotti e papa Francesco. Le parole di don Luigi all’incontro dei familiari delle vittime di mafia (chiesa san Gregorio VII Roma – veglia di preghiera promossa dalla fondazione Libera nella ricorrenza della XIX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie)

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“Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione in ogni parte del mondo e questo deve partire dalle coscienze e da lì risanare le relazioni, le scelte, il tessuto sociale così che la giustizia prenda il posto dell’iniquità” (Francesco)

Le riflessioni e la commozione di don Luigi Ciotti nell’intervista di Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’ del 23 marzo 2014 (25 minuti)

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… ricordare e non dimenticare i giusti che rischiano di essere dimenticati: ricordare Paolo Dall’Oglio, gesuita, testimone del dialogo in terra di Siria, rapito otto mesi fa.

Rinvio ad un video e riflessione di Antonio Ferrari (Corriere tv).

(a.c.)

Siria: tre anni di guerra civile

L’attivista e street artist inglese Banksy ha proposto una rivisitazione di una delle sue opere più famose, la bambina con il palloncino a forma di cuore, in occasione del terzo anniversario della guerra civile in Siria. L’autore ha trasformato la protagonista in una piccola rifugiata siriana. L’immagine verrà utilizzata per promuovere la campagna #WithSyria in sostegno delle vittime del conflitto.

104503068-278ae475-2bac-48dc-9208-366830acebf8-1Mideast SyriaQuesta foto è staata scattata il 31 gennaio 2014. I rifugiati del campo di Yarmuk sono in coda per ricevere alimenti e provviste a Damasco, Siria.  La foto è stata rilasciata da UNRWA (AP Photo/UNRWA)

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