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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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VI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

Jesús+cura+a+un+leproso+4.jpgLv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

Nel mondo antico il riferimento alla lebbra rinviava alle più diverse patologie dermatologiche. Fonte di timore soprattutto per i pericoli del contagio, la lebbra era definita nella Bibbia ‘primogenita della morte’ (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Così i lebbrosi erano particolarmente temuti e tenuti a distanza: non potevano entrare nelle città ma erano costretti a stare lontani ed isolati. La lebbra era anche connessa al religioso e considerata impurità. Era compito dei sacerdoti constatare tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, accogliere il sacrificio richiesto quale ringraziamento (Lev 14,1-32).

La narrazione della guarigione di Naaman lebbroso e pagano, da parte del profeta Eliseo è indicata come un passaggio dalla morte alla vita, opera di Dio (2Re 5,7). E la guarigione dei lebbrosi è uno segni del tempo del messia (Mt 11,3-6).

Nel suo vangelo Marco narra l’incontro di Gesù con un lebbroso. Gesù si lascia avvicinare, lo tocca e gli parla. Entra a contatto con la sofferenza di quell’uomo, esprime la sua compassione e la sua libertà nel lasciarsi coinvolgere dal suo grido e dalla sua richiesta di aiuto.

Una variante del testo fa riferimento alla collera di Gesù davanti al male: ‘si turbò’ esprime la sua reazione di contrasto di fronte al male che disumanizza. Altre lezioni dicono ‘provò compassione’: è un sentimento di dolore profondo che investe il cuore (‘preso nelle viscere’). E’ ripresa del verbo indicante un sentimento di commozione tipicamente femminile usato per parlare del dolore di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Avvicinando il lebbroso Gesù tocca un impuro, va oltre la prescrizione di tenersi a distanza da questi malati. Ma facendo questo va al cuore della legge: restituisce quell’uomo alla sua umanità, gli riconosce dignità innanzitutto come persona. Lo avvicina al di là della sua malattia e nella sua sofferenza. Lo riconsegna alla relazione. Nel suo agire Gesù manifesta una pretesa e una autorità. Con le sue parole e i suoi gesti afferma che compimento della Legge è l’amore. E’ questo che suscita opposizione e rifiuto da parte di chi ha paura del venir meno di un sistema religioso. Da qui ha inizio un movimento di ostilità verso Gesù da parte delle autorità (cfr. Mc 3,6) che lo condurrà alla morte.

Nell’accostare il lebbroso Gesù compie gesti di vicinanza e guarigione. Come la mano stesa da Mosé sulle acque e il braccio potente di Dio nel percorso dell’esodo. Il suo toccare il lebbroso è segno del suo coinvolgimento. Non teme di entrare a contatto e di toccare un impuro. E’ sensibile alla sofferenza. Prende su di sé la condizione che tiene esclusi. Dona accoglienza e restituisce al futuro.

Gesù invita quell’uomo guarito a non dire nulla a nessuno, ma egli ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco qui presenta il profilo del discepolo come di chi ‘annuncia la parola’: nella sua vita ha accolto la liberazione da parte di Gesù, e si scopre restituito ad un rapporto nuovo con gli altri e con Dio.

La scena finale del racconto presenta un rovesciamento: ‘Gesù non poteva entrare più palesemente in città, ma stava fuori in luoghi deserti’ (1,45). Ora è Gesù costretto a stare fuori della città. Ha preso su di sé la condizione del lebbroso. Marco invita a guardare Gesù stesso come il servo sofferente, irriconoscibile ‘percosso da Dio e umiliato’ colui ‘di fronte al quale ci si copre la faccia’ (Is 53,3-4). Il suo volto non è quello del messia dominatore si identifica con quello di coloro che sono tenuti in disparte. E’ il servo che prende su di sé la condizione di esclusione e annuncia l’accoglienza senza limiti del Padre. Marco così richiama ad una sequela che sia memoria di questa vicinanza agli esclusi della storia.

Alessandro Cortesi op

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Intoccabili

Il 26 dicembre 2013 un bambino di due anni si ammala a Meliandou, un villaggio della Guinea nell’Africa occidentale. Da quella prima scintilla si diffonde come un fuoco tra la paglia la epidemia di Ebola una malattia il cui contagio passa attraverso il contatto.

“Raccontare cosa sia stata ‘Ebola non è facile. Per Medici senza Frontiere un impegno enorme, oltre ogni aspettativa, qualcosa che ha toccato picchi che nessuno poteva prevedere. Per me sono state tre missioni estenuanti, decine di colleghi e migliaia di pazienti morti. Chiunque l’abbia incontrata sulla propria strada , medici, infermieri, malati, amici che hanno perso qualcuno di caro, le ha dato una definizione diversa. L’ha raccontata in maniera diversa. Io non so ancora come parlarne. Non ho una frase a effetto che cominci con ‘l’Ebola è…’ e qualcosa a seguire , che possa davvero spiegare”.

Dalla missione di Roberto, il dottor Robi, è nato un libro scritto da Valerio La Martire, dal titolo Intoccabili. Un medico italiano nella più grande epidemia di Ebola della storia (ed. Marsilio 2017). I suoi racconti conducono a sorgere ciò che nessuna immaginazione poteva toccare riportando le esperienze vissute a Monrovia. “Toccava il fondo di un inferno da cui nessuno è uscito indenne, neanche quelli che ce l’hanno fatta” ha detto l’autore.

“Mi chiedevo se riuscissi a ritagliarti un po’ di tempo, diciamo un mesetto, sai con l’Ebola siamo messi maluccio, Sierra Leone o Liberia, ancora non so, le cose si stanno muovendo rapidamente. Ce la faresti? Ah, come al solito, partenza il prima possibile. Giorni, ore…”

Da questo invito accolto in una telefonata inattesa ad agosto 2014, mentre stava recandosi al mare dopo una giornata di lavoro in ambulatorio, inizia una progressiva immersione in una realtà di morte e di vita.

“Quando si parte per una missione, una piccola parte di noi rimane ancorata al pensiero del ritorno, alla sicurezza di casa, alla sensazione che alla fine si tornerà indietro, magari prima del previsto. Penso sia qualcosa che accomuni tutti gli operatori umanitari che decidono di andare dove c’è bisogno. Eppure, ogni volta che torniamo decidiamo di ripartire e quella voce che ci consiglia di restare a casa finisce sempre inascoltata”.

Il dottor Roberto parte per rimanere trenta giorni in una missione difficile e poi affrontare i ventun giorni di quarantena al rientro. Il rischio del contagio era alto all’inizio per la poca conoscenza delle procedure e alla fine del periodo per la disinvoltura con cui si svolgevano le procedure ormai apprese.

“’Roberto ben arrivato, io sono Jackson’. Allungai la mano per stringerla, lui mi sorrise e non alzò il braccio. No touch mission. Missione dove il contatto è proibito. Lo sapevo, mi era ben chiaro, eppure stringere la mano è un riflesso incondizionato, qualcosa che è difficile ricacciare indietro”. Roberto giunge al centro di Elwa 3. Al centro giungevano malati da ogni parte in preda ai sintomi della malattia.

“No touch mission, non potevo toccare gli altri, non potevo toccare me stesso. Non potevo toccare i pazienti, cosa diavolo potevo fare? Strizzai gli occhi per togliere il sudore che mi colava dalle ciglia”.

La missione viene descritta nei suoi aspetti drammatici. Sono descritte le scene di persone che si accalcano nella richiesta di aiuto, che si accasciano nell’agonia mentre arrivano al Centro, o muoiono sui sedili delle auto in cui sono state accompagnate. Sono anche ricordati con senso di pietà i momento in cui i medici in tuta accompagnavano coloro il cui test era risultato positivo alla zona ad alto rischio, là dove esausti avrebbero solo cercato un posto dove sdraiarsi per morire. “Ti rendi conto di non averli guardati negli occhi, di non aver detto niente mentre la loro malattia veniva confermata”.

Viene anche raccontato nel libro la sensazione provata da medici e operatori quando al momento del ritorno a casa hanno scoperto che le persone, gli amici avevano paura di loro e li tenevano a distanza. Senza toccarli.

Così Luca in una lettera in cui cerca di ricostruire gli inizi dell’epidemia scrive: “L’Ebola è una malattia che ti punisce. Punisce e rende una colpa l’amore. La prima donna, quel caso zero che ha portato oltre confine la tragedia era una persona come te, qualcuno che vuole curare gli altri. E si è ammalata ed è morta per farlo. E quelle che ha contagiato erano donne che le volevano bene, che le sono state vicine nella fine”.

Valerio La Martire ripercorre nel suo libro le vicende, i pensieri, le emozioni e le fatiche di tanti operatori sanitari che si sono resi disponibili a porsi tra il contagio e le vittime, per fermare l’epidemia, e sono riportate le testimonianze di Roberto Scaini medico di Rimini, Alessia Arcangeli infermiera di Roma, Luca Fontana logista di Lodi, Umberto Pellecchia antropologo toscano, Fanshen Lionetto, medico di Bergamo. Tutti impegnati con Medici senza Frontiere in missioni a cui hanno ripetutamente partecipato. Per stare vicini agli intoccabili del nostro tempo.

Così scrive Alessia: “Quello che facciamo tocca le persone che curiamo e quelli che hanno visto gli altri guarire, tocca chi collabora con noi e impara un lavoro, tocca chi si sente di aver partecipato a qualcosa di importante, tocca quelli che erano lontani e si sono fatti un’idea più vera di quello che succedeva dove eravamo, tocca chi non ce l’ha fatta , ma comunque ha avuto qualcuno che si è preso cura di lui quando stava morendo… Io c’ero quando si combatteva l’Ebola in Africa Occidentale io c’era quando cercavamo di salvare quelle persone. E non si fa il conto di quante ne salviamo, però mi piace pensare che qualcuno si è salvato proprio perché io ero lì e allora tutto assume un senso e penso che ripartirò ogni volta che sarò in grado di farlo”.

L’epidemia dal 2013 al 2016 ha contagiato 28.646 persone e ha toccato i territori di Guinea Sierra Leone e Liberia. Circa un terzo dei contagiati sono stati accolti in un Centro MSF. Di queste 2478 sono stati guariti nei Centri di Medici senza Frontiere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine ufficiale dell’epidemia il 9 giugno 2016.

Alessandro Cortesi op

XII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN0400Gb 38,1-8-11; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-40

“Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola scura, quando gli ho fissato un limite?”

La pagina di Giobbe costituisce l’inizio di un lungo discorso, il primo, di Dio a Giobbe. Dalla sua condizione di sofferenza Giobbe aveva sfidato Dio, era giunto a maledire il giorno della sua nascita, e aveva posto una critica radicale al piano di Dio, al disegno della creazione. Gli amici giunti a visitarlo gli avevano presentato tentativi di spiegazione della sua condizione elaborando teologie costruite come ragionamenti con la pretesa di spiegare il suo dramma; ma erano costruzioni di ragione in cui Dio stesso risultava asservito ad un sistema di pensiero. Più che vedere Dio essi desideravano prevedere le sue opere.

A questo punto nel libro di Giobbe prende la parola Dio stesso. Il suo discorso non è una risposta che offre soluzioni o spiegazione al dramma di Giobbe, al suo dolore. E’ piuttosto un accompagnamento ad interrogarsi su se stesso e sulla realtà attorno, a maturare uno sguardo attraverso lo stupore di fronte alla bellezza e grandezza della creazione. Il discorso è una presentazione, passo passo, dei vari elementi, la terra, il mare, la luce, gli abissi e le porte della morte, le tenebre, i fenomeni atmosferici e poi la vita degli animali, in particolare di alcuni tra essi che sfuggono al controllo umano. Una presentazione ricca di poesia di un mondo in cui si può cogliere traccia della grandezza di Dio come creatore di ogni cosa e custode nella cura. Giobbe viene guidato a scoprire di essere piccolo e fragile. E’ un lungo attraversamento fatto di domande.

E il Signore parla a Giobbe nel turbine: si presenta come il Signore di Israele che guida il suo popolo nell’attraversare il mare. Non il Dio lontano distributore di pene e retribuzioni, oggetto inaridito della teologia degli amici di Giobbe, ma il Signore vicino, Colui che non risolve la domanda sul male ma aiuta Giobbe a scoprire un nuovo modo di stare davanti a Lui. L’intero discorso è contrappuntato da una interrogativo ‘dov’eri tu?’ In questa parola sta un incontro con Dio come Tu che si rivolge a Giobbe: è parola che lo cambia. Gli fa scoprire che la sua vita, e la vita dell’umanità stessa, non sta al centro o al di sopra delle altre creature ma va accostata come parte di una realtà più grande, nella sua fragilità e debolezza, piccolo frammento di una creazione tenuta dalla custodia e dalla cura da Dio. Lo fa uscire da una visione in cui l’uomo sta al centro, e lo apre a scorgere che c’è una bellezza ed una libertà nel creato. Il volto stesso di Dio non può essere racchiuso in categorie anguste di un ragionare che tutto pretende esaurire e dominare.

Nella creazione c’è un limite per tutto, anche per le insondabili forze del male. E Dio stesso si pone un limite di fronte alla libertà umana. La consapevolezza di essere piccolo, di non essere a capo e al centro, conduce Giobbe a decentrarsi, a scoprire di dover mettersi in rapporto con Dio in modo nuovo. Non a partire dalla sua imprecazione o dalla sua pretesa di spiegazione, ma accogliendo Dio come presenza nascosta, da ricercare, da riconoscere. Scopre che deve giudicare le cose non dal suo punto di vista ma da un altro punto, inattingibile, che lo supera, e scoprire la sua piccolezza e il suo limite.

Si apre così ad una meraviglia nuova. A Giobbe si manifesta il volto di Dio che non offre soluzioni alle sue domande e non spiega il perché del suo dolore, ma soffre insieme a lui e gli fa scoprire che lui si pone come vicino, in relazione con lui. Si potrà parlare di Dio solamente a partire dalla sofferenza dell’innocente. Giobbe si rende consapevole del suo essere piccolo di fronte a Dio. Scopre così di poter scorgere la sua presenza vicina solamente quando vive il passaggio di accettare di non vedere e di non trattenerlo entro i limiti angusti di un ragionamento umano.

Gustavo Gutierrez individua la linea di fondo del libro di Giobbe nell’apertura all’esperienza di una fede gratuita, nuda, vissuta come affidamento radicale. E’ possibilità che può attuarsi solo mantenendo insieme ribellione e speranza, dolore individuale e compassione per la sofferenza presente nel resto del creato: “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teologia sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (Gustavo Gutierrez, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente. Una riflessione sul libro di Giobbe, ed. Queriniana)

Marco nel racconto della tempesta calmata evoca l’agire di Dio che ha messo un limite alle acque del mare e lo ha racchiuso come in un otre. Dio è presentato nei salmi come colui che sgrida le acque ed esse si acquietano (Sal 104/103,5-9; 106/105,9). Al cuore del brano sta una domanda sull’identità di Gesù. E’ colui che è più forte, a cui il vento e il mare, simboli del male, ma anche gli spiriti impuri obbediscono (cf. il passo che può essere letto in parallelo di Mc 1,24-28). Il brano è percorso da un’allusione all’evento della morte e della risurrezione: sulla barca i discepoli si sentono soli e abbandonati, Gesù ‘dorme’: è un verbo che allude alla sua morte. Ma si risveglia al grido dei suoi e li rimporvera. Si manifesta più potente delle forze scatenatesi dal mare in burrasca: sono le forze della natura ma anche le forze del male.

Gesù non abbandona i suoi, ci dice Marco, e la sua Parola vince la tempesta. La sua presenza è nella barca e risponde alla drammatica invocazione ‘non ti importa che siamo perduti?’. Marco spinge così il lettore ad interrogarsi sull’identità di Gesù ‘Chi è costui?’. Nell’immagine della barca sta il rinvio alla vita di una comunità che nel tempo vive la tempesta, le prove. Ma è chiamata a scoprire che la presenza di Gesù risorto come vicina, più forte di ogni male, che spinge ada vere un affidamento a lui, a non avere paura di ‘passare all’altra riva’, di vivere cambiamenti e aperture e a subire l’opposizione e la persecuzione per causa del suo nome, in fedeltà al vangelo.

11535862_649321331870976_2825218545965594869_nAlcune riflessioni per noi oggi

Limite: è oggi parola chiave per intendere un rapporto con la natura in cui scoprire che le risorse sono limitate ma anche e soprattutto che la presenza dell’umanità ha dei limiti nei confronti della possibilità di utilizzo delle realtà naturali, delle risorse. Di fronte alle possibilità aperte dalle potenzialità della tecnologia è richiesta oggi una responsabilità nuove nell’orizzonte del porre limiti e nell’assumere responsabilità. Si pone oggi sempre più urgente l’interrogativo tra possibilità dell’azione tecnica e di trasformazione e la custodia del creato. Una question posta all’umanità, uomini e donne che vivono la specifica situazione di poter essere consapevoli e responsabili.

A tal riguardo importanti suggerimenti provengono da Simone Morandini in una sua nota dal titolo ‘La lode e la custodia’ su ‘Moralia’ (in preparazione all’enciclica di Francesco ‘Laudato si’): “L’interrogativo morale sarà allora piuttosto come orientare alla sostenibilità e alla custodia la stessa azione tecnica e trasformatrice; come farne espressione di solidarietà e non di desiderio di profitto per pochi; come far sì che essa rafforzi il nostro legame con la terra e non lo estenui. Essenziale diviene qui la categoria di limite, ma essa stessa essenziale a un orizzonte mobile, a una lettura del mondo che ricerchi in essa sempre e di nuovo in esso gli spazi per un agire teso al bene comune, al bene possibile”.

11009909_10206626955543404_6996312186235649658_nprofughi a Ventimiglia (giugno 2015)

La sofferenza di Giobbe si fa vicina in tutti coloro che cercano di gridare in questi giorni al mondo il dramma della loro vita segnata dal dolore e dalla violenza. Se oggi è possibile parlare di Dio solo a partire dalla sofferenza degli innocenti le vicende di coloro che cercano solamente un posto per vivere ma non lo trovano perché ‘non c’era per loro posto nell’albergo’ sono per noi appello.

Oggi potremmo dire che non trovano posto nell’Europa che ha tradito i motivi fondanti del suo sorgere e si è strutturata come compagine di paesi preoccupati dei propri interessi, del dominio della finanza, della società ridotta a mercato. I loro viaggi che evocano l’esodo e la vicenda di Gesù sono un appello per noi.

Appello innanzitutto a non perdere di vista le cause di tali movimenti di popoli, a non dimenticare le guerre, le dittature – come in Eritrea dove la feroce dittatura di Isaias Afewerki ha trasformato il paese in una prigione a cielo aperto – i luoghi dove è quotidiana la violazioni di diritti e la violenza (come in Sud Sudan, Mali, Nigeria, Somalia, Libia)  da cui tante persone cercano di fuggire.

Essere nati e trovarsi a vivere in una terra dove c’è la guerra è una condizione non determinata dalle scelte dei singoli e dovrebbe essere motivo, da parte di chi si trova in condizioni di pace, per sentire più profondamente il senso di solidarietà del fare propria la sofferenza dell’altro e porre in tutti i modi un limite al male. Ci sono guerre – si pensi a quella in Siria giunta al suo quarto anno – che non scaldano più i cuori, ma se ciò avviene è un problema di cuori da cambiare.

La sofferenza di coloro che cercano di varcare i confini segnati da filo spinato della Siria: , la solitudine di chi attende di poter ricongiungersi da profugo ai propri cari già esiliati, la condizione di chi è stato cacciato dalle proprie case nella valle di Mosul, la vita quotidiana delle migliaia di persone ospitate nei campi profughi ai confini tra Siria e Giordania – si calcolano circa quattro milioni di profughi di cui due milioni di bambini, la più grandi crisi umanitaria dopo la seconda guerra mondiale – la sofferenza di chi deve attraversare il deserto nella speranza di fuggire la dittatura e la miseria, sono un appello non per cercare spiegazioni, ma per vivere l’incontro con Dio nel farsi carico di coloor che soffrono.

Uomini e donne come noi che devono essere chiamato con il loro nome ‘compagne e compagni nella medesima umanità’, fratelli sorelle segnati dal dolore. Sono proprio loro, i migranti, i profughi, i rifiutati e respinti da chi vive la paura e il sospetto che ci provocano a comprendere in modo nuovo la nostra esistenza nell’unica direzione che può dare un senso al nostro vivere individuale e sociale: dare ospitalità alla sofferenza dell’altro e lasciarci ospitare e cambiare in questo incontro.

DSCF5780Un’ultima riflessione la trarrei dal riferimento all’immagine della barca. Simbolo di comunità nella tempesta, ma anche simbolo di una umanità che nella storia percorre una navigazione in cui si può distruggere ogni cosa ma si può anche seguire e indirizzare la barca nel corso che lungo il fiume della storia, va verso il mare: è immagine utilizzata da Giorgio La Pira che la utilizzava per sintetizzare la sua visione sulla storia. Scriveva “la storia dei popoli (ed anche, in un certo senso la storia stessa del cosmo) è come un unico fiume che viene da una sorgente e va inevitabilmente (attraverso frequenti e spesso dolorose anse) verso una foce! Tutti i popoli (la storia di ogni popolo) formano con la loro storia – come tanti affluenti – questo fiume unico: si tratta di tante storie particolari che formano insieme – nel corso dei secoli e dei millenni – la storia unica e totale del mondo” (Lettera  Pino Arpioni 14/04/68, in G.La Pira, Il sentiero di Isaia, 367).

E ancora evocando l’espressione ‘I care’ – mi sta a cuore, mi interessa – di don Milani: “.. nessun popolo e nessuna persona può dire : – non mi riguarda e non mi interessa! Non ti riguarda e non ti interessa? Ma come, si tratta del destino della tua esistenza e del tuo inevitabile cammino lungo l’intiero corso della tua vita: come fai a dire ‘non mi interessa’? E’ questa la cosa fondamentale che deve interessare la tua meditazione, la tua preghiera (se sei credente) e la tua azione! Credente o non credente, giovane o anziano, volente o nolente: il fatto esiste: sei imbarcato e la navigazione alla quale, volente o nolente, tu partecipi, interessa l’intiero corso della tua vita! Sei sulla barca ed un colpo di remo lo dai inevitabilmente, anche tu! Sei sulla barca, e se la barca affonda, affondi anche tu; e se la barca giunge in porto, giungi in porto anche tu” (Lettera  a Pio XII, 19/02/58, in G.La Pira, Beatissimo Padre, 226).

Il viaggio di tanti su barconi stracarichi, con nel cuore la speranza di vita e di salvezza, è viaggio che richiama una navigazione di popoli, oggi, sulla barca dell’umanità in cui tutti siamo imbarcati insieme, in cui non si può dire ‘non m’interessa’.

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno B – 2015

giobbe_0-jpg-crop_displayGeorges de la Tour, Giobbe e la moglie (Musée départemental des Vosges, Epinal)

Gb 7,1-4.6-7; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Indignazione. E’ questo l’atteggiamento di Giobbe, uomo giusto improvvisamente sconvolto dalla sofferenza, di fronte alle parole di amici arrivati a lui per convincerlo con lunghi discorsi che il suo dolore ha una giustificazione e una ragione: le loro affermazioni sono ‘sentenze di cenere’,’un cumulo di frottole’ (13,4). Giobbe sperimenta la solitudine, tanto più nell’incomprensione degli stessi amici. Essi, se pure desiderano essergli vicini, sono tuttavia dipendenti da un modo astratto di pensare Dio e la vita umana. La solitudine di Giobbe rinvia ad un’esperienza più vasta, quella di tutti i sofferenti, i calpestati della storia. Giobbe è simbolo umano universale. La notte della malattia, che si dilata e non trascorre è simbolo dell’esistenza di molti. E le parole di Giobbe, senza ritegno, parlano dell’assurdità del male dell’incapacità di trovare spiegazioni ed anche dell’indifferenza dei più di fronte allo scandalo del dolore innocente. La sua indignazione è protesta rivolta anche contro coloro che atteggiandosi da consolatori religiosi non assumono il dolore altrui e non lo ascoltano, non lo prendono su di sè. L’invocazione: ‘Ricordati’ è indirizzata a Dio, un grido lanciato con un soffio di respiro che rinvia alla debolezza dell’esistenza: ‘Ricordati che un soffio è la mia vita’. Il libro di Giobbe è nella Bibbia una pagina sovvertitrice: è ribellione di fronte alle tranquille soluzioni teologiche sulla questione del male. Giobbe le discute e le disgrega; trova ingiustificabile ogni ‘perché’. Scopre un rapporto con Dio che sta al di là delle giustificazioni razionali, nell’arrendersi in un abbandno a Lui nella consapevolezza di lottare con Lui contro ogni male.

Nella casa di Simone e Andrea Gesù entra, si accosta alla suocera di Simone che era a letto con la febbre, la solleva prendendola per mano. Con pochi essenziali tratti Marco quasi dipinge la scena di una guarigione. Gesù si fa vicino e si prende cura di chi in quella casa soffriva. Non rimane a distanza ma si accosta. Nei racconti dei gesti di guarigione di Gesù non c’è alcun soffermarsi sulle forze maligne o sull’origine del male.

Al centro della scena è l’agire di Gesù: il suo entrare nella casa, il farsi vicino, l’ascolto, il suo lasciarsi coinvolgere nella sofferenza dell’altro e la sua disponibiliità ad accogliere. In lui si rende vicina la potenza di Dio che vuole restituire l’uomo a se stesso, liberare le persone in tutte le dimensioni della vita. Gesù guarda sempre non tanto alla malattia ma alla persona; non invita a rassegnarsi di fronte al male, né esorta a soffrire.

Nei suoi gesti comunica che Dio si fa vicino nella cura e liberazione. Gesù prende per mano la scuocera di Pietro e la restituisce al suo quotidiano: vince così il male. Prendere per mano è segno di un contatto che coinvolge e lega insieme: è la compassione di Gesù, il suo farsi vicino e la sua cura rompe quel cerchio di solitudine e di isolamento che segna l’esperienza della sofferenza. Gesù fa propria la situazione di chi soffre e ne porta insieme il peso.

I gesti di Gesù si connotano come gesti di vicinanza, cura, liberazione: rendono presenti i segni annunciati dalle promesse dei profeti sui tempi del messia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa” (Is 35,5; cfr. Is 26,19).

Questa breve scena è anche una parola sulla vita dei discepoli: la suocera di Pietro, guarita, dice Marco, si mise a servirli. E’ quasi la descrizione dell’esperienza del discepolo: nell’incontro con Gesù si attua una guarigione, una liberazione da tutto ciò che opprime, si apre una strada per seguire lui, nella scelta del servizio. Nell’agire di Gesù c’è un significato per la vita della comunità: solo chi ha fatto esperienza di essere guarito può sentire la sofferenza dell’altro e comunicare testimonianza; il discepolo è chi ha vissuto l’esperienza del venire accanto dell’ accostarsi di Gesù, della sua forza di liberazione. Ha scoperto Gesù in un incontro e si pone a seguirlo nella via del servizio (cfr. Mc 10,46-52).1009-c397-673-fresco-bizantino-en-la-ciudad-de-mistra

Alcune osservazioni per noi oggi

Gustavo Gutierrez, fondatore della teologia della liberazione, parte da Giobbe per chiedersi come è possibile parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente (Parlare di Dio a partire dalla sofferenza degli innocenti, Queriniana Brescia, 1986). Il punto di partenza di ogni tentativo di parlare di Dio che sta al centro della fede dovrebbe essere proprio la sofferenza. E’ una provocazione a pensare in modo diverso e nuovo la fede e la stessa teologia: non un discorso elaborato fuori e indipendentemente dalla sofferenza concreta e lontano dai volti, ma un parlare che nasce da un ascolto e da un coinvolgimento: un parlare di Dio diverso e nuovo. Non potrà mai essere un discorso consolatorio, non potrà mai essere un discorso asettico. Potrà esserci solo insieme ad una prassi di vicinanza, di cura e di liberazione. Non sarà mai un discorso tronfio delle proprie conclusioni, ma una parola politica e mistica ad un tempo. “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teoloiga sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (ibid., 203).

Paolo nella seconda lettura dice ‘mi sono fatto tutto a tutti’: è una indicazione sull’atteggiamento di incontro e di apertura all’altro, scorgendo nell’incontro un’esperienza che decentra la propria vita. Non esiste solo la simpatia, attitudine spontanea di sintonia con chi è vicino per varie affinità. C’è anche un atteggiamento possibile nell’incontro, che è frutto di scelta e di educazione: è l’atteggiamento dell’empatia, nozione approfondita in particolare da Edith Stein (Il problema dell’empatia, Studium, Roma 1988).

“La parola chiave nella descrizione dell’atto di empatia è ‘rendersi conto’ (gewahren). Si tratta di un termine che fa parte dell’esperienza del mondo esterno in un senso si direbbe iniziale o dal lato del soggetto. […] Il ‘rendersi conto’ cui fa riferimento Edith Stein è l’osservare, l’accorgersi di qualcosa che ‘affiorando d’un colpo davanti a me, mi si contrappone come oggetto (come le sofferenze che ‘leggo sul viso dell’altro’)’. Dunque, c’è una sequenza, quasi simultanea, in cui l’altro/a e il suo dolore non sono immediatamente un evento che è lì, di fronte a me, ma si presentano nella forma dell’accadere di una rottura della continuità della mia esperienza” (L. Boella – A. Buttarelli, Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein, Raffaello Cortina, Milano 2000). Empatia, allora, significa essere pronti ad un evento di rottura. E’ uno spezzarsi della continuità dell’esperienza del singolo che genera un cambiamento un’apertura all’esperienza dell’altro.

Empatia è attitudine fondamentale nella cura, esperienza di ogni persone che si fa carico della cura come chi è medico o educatore, o insegnante e porta a considerare come impostare il rapporto nell’accoglienza della ferita che segna l’esistenza: “La tua ferita è comprensibile, intende forse dire il medico. Ciò che allo sguardo del mondo può apparire come sigillo di un mistero ostile, dal quale volgere gli occhi più in fretta che si può, nella luce della carità si rivela un segno di riconoscimento, la garanzia di un’intimità fra uomini così stretta che la ferita non appartiene più a nessuno in particolare, è una condizione possibile per chiunque in ogni momento. La ferita indica così l’umanità soprattutto la prossimità del sofferente, che è semplicemente colui che patisce quel dolore unico e indivisibile che accomuna tutti i viventi, anche coloro che nemmeno ci fanno caso” (Emanuele Trevi, Musica distante Meditazioni sulle virtù, Mondadori, Milano 1997). Le ferite dell’altro divengono feritoie, fessure per scorgere le proprie ferite e la fragilità che accomuna. Attraverso di esse può sbocciare l’esperienza della cura, il riconoscimento di comune umanità e l’aprirsi di cammini nuovi in cui farsi carico dell’altro.

Come Franco Battiato esprime nelle parole della sua canzone La Cura: “E guarirai da tutte le malattie,/ perché sei un essere speciale,/ ed io, avrò cura di te. […] / Ti salverò da ogni malinconia, / perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te … / Io sì, che avrò cura di te”.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Is 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Il vangelo di Marco trova un punto di passaggio fondamentale nella domanda che Gesù pone ai suoi discepoli: ‘La gente chi dice che io sia?’ E subito dopo: ‘e voi chi dite che io sia?’. Sono domande che riportano al motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo. Sin dalle prime righe aveva indicato che tutto ruotava attorno alla questione dell’identità di Gesù di Nazaret riconosciuto come il Cristo, messia.

A metà del vangelo la domanda di Gesù segna una svolta. Ed essa è posta per la strada, nel cammino. Si collega al cammino di Gesù, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi vuole non solo sapere chi è Gesù, in termini di curiosità intellettuale, ma intende conoscerlo, e seguirlo sulla strada da lui percorsa.

Pietro risponde: ‘Tu sei il Cristo’. E’ voce che nel vangelo di Marco presenta l’identità di Gesù, quell’identità espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – ad es. al cap. 1 nell’episodio della guarigione dell’indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, o al cap. 3 di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dalla prima pagina Marco aveva suggerito l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio, nell’episodio del battesimo, laddove con raffinata arte narrativa aveva presentato una voce dal cielo, udita solo da Gesù, ma conosciuta anche dai lettori del vangelo: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  Veramente l’intero vangelo si snoda attorno a questo tema: chi è Gesù? Quale l’identità di un uomo dai tratti del profeta rifiutato che percorre strade in un cammino di fedeltà radicale al Padre e di bene per gli altri?

Il riconoscimento di Pietro di Gesù come Cristo, messia, presenza attesa di liberatore e portatore dell’intervento di Dio, della pace, legato alle promesse indirizzate al re Davide e che segnavano le speranze di Israele, è una indicazione preziosa. Ma dopo la risposta di Pietro Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. E’ la medesima imposizione data agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda. Perché questo silenzio?

Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire questo tipo di messia nel suo cammino. Ecco perché quell’annotazione che ‘lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi risulta così importante e quasi una chiave per leggere anche tutto il seguito dello scritto. Questa annotazione ritorna in tutta la seconda parte ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

La grande questione in gioco è allora per Marco il significato dell’esssere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre che si susseguono, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù.

Dietro a queste parole stanno i riferimenti alle esperienze dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio. Il profeta proprio per la sua fedeltà a Dio subisce il rifiuto, la persecuzione e la condanna. Così anche Gesù riscontra come la sua scelta di mettersi nel cammino dei profeti lo potrà condurre ad un rifiuto e a vivere la sofferenza. In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia.

‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù che non va letto come una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. Piuttosto è da leggersi come la conseguenza di una fedeltà fino in fondo di Gesù al disegno del Padre. La coerenza vissuta in modo radicale al disegno di Dio conduce ad assumere su di sé la sofferenza. La scelta di non cercare di prevalere con la forza, con il potere e con la violenza, e di vivere fino in fondo l’amore conduce Gesù non acercare la croce ma a subirla per restare fedele all’annuncio del regno.  L’orientamento che guida la sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è sì messia, ci dice Marco, ma è messia in un modo paradossale e sconvolgente. E’ messia non del potere e dell’affermazione della forza politica e nazionalistica, ma è messia che  salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e il dono di sé fino alle estreme conseguenze, fino a prendere su di sé la via della sofferenza. Questa vita che racconta il volto stesso di Dio e se ne fa rivelatrice è una vita che salva.  Gesù non cerca la sofferenza ma la subisce nel suo rimanare fedele all’annuncio del regno del Padre.

Gesù indica così la sua via e lo annuncia come cammino in cui chi intende stargli dietro è chiamato ad accogliere questa logica. Le parole ‘sta dietro a me Satana’, rivolte a Pietro che lo rimprovera e non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé, è invito a ‘mettersi dietro’ nel cammino ed è anche denuncia di modi di pensare che non sono ‘secondo Dio’.

Possiamo cogliere la provocazione di questa pagina in due ambiti della nostra vita.

Penso a questo tempo di inizio della scuola per tanti ragazzi e insegnanti e nel coinvolgimento di tante famiglie: in che misura la scuola e l’educazione è pensata come esercizio a primeggiare, ad avere potere sugli altri, ad arrampicarsi con tutti i mezzi ed in che misura invece può essere luogo in cui aprirsi a quel cammino che fa riscoprire le profondità dell’autenticità umana chiamata al dono di sé e al servizio? Gesù educa i suoi non con l’imposizione o con la minaccia, ma attraverso l’interrogare, nella pazienza di ascoltare, e chiedendo di seguirlo in un cammino di vita: è uno stile che ci interroga.

Penso alla situazioni di violenza degli ultimi giorni in Libia: ci interrogano sulla carica di violenza motivata con l’appartenenza religiosa. Ci fanno riflettere sulla logica dello scontro che sta alla base di provocazioni e di disprezzo per il credo religioso dell’altro come il film su Maometto. E’ da condannare la violenza di fondamentalisti e criminali che non possono essere identificati con la realtà del mondo credente islamico. E ci possiamo anche interrogare in quale misura siano presenti nella società, nelle persone, in diversi contesti religiosi o culturali pretese di egemonia, ricerca di potere, logiche di oppressione e politiche di violenza. La violenza dei fanatici si accanisce sugli uomini che stanno sulle frontiere, che cercano il dialogo. Gesù propone una via alternativa che fa emergere le dimensioni profonde del cuore umano, ciò a cui tutti siamo chiamati. E’ proposta che apre a camminare insieme, nel rispetto per l’altro, nella ricerca del dialogo contro ogni fanatismo, violenza e intolleranza. In contrasto con i modelli dello scontro dei popoli e delle persone si rende più forte la chiamata ad ascoltare l’invito di Gesù: ancora non abbiamo intrapreso con chiarezza la sua strada nel cammino di ‘messia’ venuto per servire. Solo questa testimonianza, che accetta di vivere il rifiuto e la sofferenza, vince ogni morte, ogni violenza e apre alla risurrezione.

Alessandro Cortesi op

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