la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “soglia”

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0681Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. ‘Passare’ è verbo di movimento, apertura, uscita, nell’attraversare i luoghi della vita, nella compagnia degli umani. I luoghi del suo passare sono lontani dai grandi centri della ricchezza e del potere. Gesù attraversava i villaggi della Galilea i luoghi del vivere di chi conosce la fatica del lavoro e il peso dell’oppressione dei potenti. Gesù è profeta che cammina, in un viaggio tutto orientato verso Gerusalemme.

“sono pochi quelli che sono salvati?” E’ domanda di scuola, dibattuta nei circoli dei maestri religiosi del tempo preoccupati di motivare privilegi, esclusioni, verità inaccessibili. Come oggi nei sistemi religiosi e tra le loro gerarchie, così allora diverse risposte trovavano dovizia di spiegazioni: c’era chi sosteneva che pochi si sarebbero salvati e chi invece affermava che tutti gli israeliti avrebbero partecipato al mondo futuro. Visioni più o meno aperte ma incapaci di respiro e rinchiuse in un orizzonte di privilegio ed esclusione.

Gesù non entra nella questione. Conduce piuttosto ad andare alla radice della domanda. Salvezza si pone nei termini di una relazione, e si può paragonare non ad un obiettivo esigente, ma ad una festa, ad un incontro aperto e accogliente. Il suo linguaggio non è per iniziati di una dottrina, ma suscita coinvolgimento. Parla così di una porta: ‘Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entravi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, Signore aprici!’.

Le porte strette erano quelle di accesso alla città, anche di notte quando le grandi porte erano chiuse. Chi avanza pretese e diritti si scontra con le dure parole del padrone di casa: ‘Non so di dove siate: andate via da me, voi tutti che operate l’iniquità’. Chi accampa in qualche modo diritti per ‘aver mangiato e bevuto insieme’, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ si deve invece confrontare con altri criteri per poter entrare. Chi può attraversare la porta stretta non rivendica una appartenenza anche di tipo religioso o privilegi particolari, ma è rinviato ad una scelta personale, a compiere la giustizia nella concretezza della vita. Le parole di Gesù rinviano non ad una salvezza in una sfera lontana ma ad un impegno presente, da iniziare ora contro ogni iniquità. Il senso della vita, l’incontro con Dio, il compimento dell’esistenza non si attua altrove se non nella relazione con gli altri.

La porta per entrare è stretta: Gesù non prospetta il disimpegno e l’irrilevanza, ma ai discepoli richiama l’esigenza di una fatica, di prendere posizione, vivere l’urgenza e la responsabilità. E’ una parola che pone in crisi chi avanza pretese senza coinvolgersi in scelte che segnano la prassi. Di fronte a ricerche di rassicuranti certezze o a pretese di ‘diritti acquisiti’ le parole di Gesù suscitano la domanda che investe l’esistenza.

La porta è aperta, ma richiede un atteggiamento lontano da pretese o arroganza. La porta è spalancata per chi proviene da lontano ma troverà accoglienza. La salvezza allora è già una vita vissuta nella giustizia: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto al banchetto nel regno di Dio. E così vi saranno ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi’. Gesù richiama le parole dei profeti: scagliandosi contro un culto separato dalla vita, indicavano che solo scelte di attenzione ai più poveri sono la via per incontrare Dio.

La porta stretta si apre ad accogliere chi non ha titoli di appartenenza o privilegi da accampare, chi attua scelte nel prendersi cura per l’altro, nello stare dalla parte degli oppressi, nell’impegno per la giustizia e per la pace. Sono persone che provengono da lontano, estranei a Israele, stranieri, ma con la loro vita dicono il vangelo. Gesù nel suo annuncio spalanca porte nuove, conduce a pensare la fede stessa al di fuori degli steccati. Coloro che sono considerati fuori sono accolti nel regno di Dio: ‘siederanno a mensa nel regno di Dio’. Saranno gli invitati nella casa, troveranno la porta aperta e accogliente. E’ un invito a ripensare il nostro cammino personale e i modi di vita delle nostre comunità.

Alessandro Cortesi op

IMG_0863_2

La soglia

C’è una ricchezza di pensieri che si affollano alla mente se si riflette sulla soglia, quel luogo domestico, quotidiano, che è limite, spazio di apertura, di attraversamento. La soglia di una casa è pietra che segna il limite tra il dentro e il fuori, delimita l’area di un vuoto e di una apertura dove rendere possibile il passaggio. La soglia è fatta per transitarvi, o per sostarvi sul limite. E’ infatti luogo del passaggio, dove si sta nel momento del saluto e dell’accoglienza, da dove si invita ad entrare e dove si rimane quando si getta lo sguardo al di fuori delle mura domestiche per affacciarsi fuori sul mondo circostante. Attraversare una soglia è movimento che dice incontro e apertura all’altro, è passaggio quotidiano inavvertito come il respiro.

La soglia è anche un confine, un limite che separa e che nello stesso tempo unisce e fa toccare due mondi diversi. Non ci sono solamente soglie fisiche, ci sono soglie interiori da riconoscere e varcare. Chi si ferma al di qua o al di là della soglia costruendo barriere e segnando confini come steccati si rende incapace di gustare la vita nel suo essere passaggio, cammino di soglie oltrepassate, coinvolgimento in quel viaggio in cui dal momento della nascita siamo stati gettati. In un momento storico in cui ritornano le barriere innalzate dentro e fuori, in una stagione in cui la paura sembra prevalere, coloro da cui imparare a vivere sono gli attraversatori di soglie, coloro che vivono il faticoso apprendimento nel far convivere confini dentro se stessi e sanno renderli luogo non di chiusura ma di attraversamento nell’incontro. Come la battigia sulla riva che tiene insieme e fa unire e mescolare mare e terra e nello stesso tempo li distingue, sulla spiaggia impregnata di salsedine. Per riflettere due brani che evocano i significati della soglia:

“Il «limine» può essere identificato con una soglia o come un lungo corridoio o un tunnel che rappresenta il necessario passaggio della nostra soggettività verso un nuovo orizzonte. La soglia implica un dinamismo, un attraversamento: quando ci dirigiamo da un luogo ad un altro, per un tratto ci si allontana, poi ci si avvicina, ma è decisivo il punto e il momento dell’attraversamento. E’ questo stare nel mezzo, questo luogo «terzo» (diverso dall’origine e dalla meta, diverso dalla partenza e dall’arrivo) quello che ci fa mancare il fiato, quello che ci fa tremare nella nostra interiorità, nel nostro tempo interiore. La riva abbandonata è alle spalle e quella verso cui siamo diretti ancora non si vede: la riva da raggiungere è nell’ombra. Questo crinale decisivo, e talvolta terribile, è quello che chiamiamo «essere sulla soglia»: è il luogo della paura e del naufragio, ma anche della sorpresa, della vita autentica, è il luogo dove la nostra soggettività arriva al suo «punto-limite» ed è chiamata a fare delle scelte per dare un senso alla nostra vita e alla nostra esistenza. Nella sua natura originaria e irripetibile, nel suo «punto-limite», la soglia è la «terra di nessuno»: è la terra selvaggia, autentica e originaria dove poter ritornare ad «essere se stessi». La soglia è l’orizzonte della speranza”(Andrea Gentile, Sulla soglia. Tra la linea limite e la linea d’ombra, IfPress 2012).

” I confini sono un catalogo di ipotesi, un’enciclopedia del possibile e del praticabile. Ad esempio, più che demarcazioni lineari, sono passi creste frastagli onde. Sono percorsi, tracce e sentieri: idee e impressioni che diventano disegni sul territorio. Addirittura colori, che sfumano. Tratti, ritratti di paesaggi, cose, persone. Prima che geografie, sono storie, racconti e immagini insieme. Quasi sempre inducono un andare più che un fermarsi. Segnalano, al di là di un limite, una messa in comunicazione, una ineludibile cerimonia di condivisione e comunione. Sono costruzioni che spesso dicono un dentro e un fuori, facendoli coesistere, essendo evidente che senza fuori non può esserci alcun dentro. E ancora, sono pensieri, mappe mentali che si semplificano e fissano, pur rimanendo fluidi, in una traduzione fisica. E viceversa — con i confini c’entra sempre il viceversa. Sono un dato fisico e di percezione che produce mappe mentali e pensieri (…)“Siamo fatti di confini, bisogna solo farli stare bene dentro di noi. I confini non sono che il bacio di due terre, di due cose” (Gianluca Favetto, Se il confine è un sentiero della mente, La Repubblica 5 agosto 2016).

Alessandro Cortesi op

 

 

VI domenica del tempo ordinario Anno B – 2012

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

In Israele la lebbra era ‘primogenita della morte (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Giuseppe Flavio, storico contemporaneo di Gesù, parla così dei malati di lebbra: “I lebbrosi stavano sempre fuori della città; dal momento che non potevano incontrare nessuno, non erano in nulla diversi da un cadavere”. Il Talmud babilonese paragona così la guarigione di un lebbroso alla risurrezione. Coloro che erano colpiti da lebbra non potevano entrare a Gerusalemme né in città circondate da mura ma dovevano starsene segregati, vivendo isolatamente. Nel quadro di un sistema religioso che univa insieme malattia e peccato, la lebbra era quindi connessa al peccato ed era per questo considerata impurità, il marchio di una punizione di Dio, motivo di allontanamento da Dio. Per questo è compito dei sacerdoti in Israele constatare se una persona ha contratto tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, l’atto da compiersi da parte del lebbroso guarito è un atto religioso, un sacrificio di espiazione (Lev 14,1-32). Il lebbroso prendeva su di sé non solo il peso di essere vittima del male che lo segnava nella carne e nel cuore, ma anche colpevole; vittima di una malattia considerata sorgente di impurità, da tener lontana per evitare il contagio. E colpevole in quanto alla malattia si associava il senso di disprezzo per una condizione di peccato, d’impurità.

Quando Giovanni dal carcere invia i suoi discepoli a Gesù per chiedergli di esprimere qualcosa sulla sua identità, Gesù non risponde definendo se stesso ma rinviando ai segni che compie. I segni sono quelli del regno di Dio che è giunto e si rende presente nel suo agire: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete. I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,3-6). I lebbrosi sono guariti… è uno dei segni a cui Gesù rinvia. Segni di una attesa di un intervento di Dio liberatore dal male che attraversava le pagine dei profeti. Segni di vita restituita in abbondanza a chi era ritenuti lontano da Dio ed escluso dal rapporto con lui a causa dell’impurità.

La pagina di Marco racconta attraversamenti di barriere e aperture di vita inattese che rompono schemi e chiusure religiose.

Il primo attraversamento è quello del lebbroso che osa farsi vicino: “venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ’se vuoi puoi purificarmi’”. E’ il lebbroso che dai luoghi deserti si fa vicino a Gesù. Possiamo scorgere in questo avvicinarsi la fiducia che la fama e i gesti  di Gesù ispiravano, giungendo sino a far muovere un ‘morto vivente’, un lebbroso nella sua condizione di persona senza volto e senza nome, da tener lontana come fantasma. E’ lui il primo ad oltrpassare barriere, e le barriere che scavalca sono quelle determinate da una religione che mantiene la separazione tra puro e impuro:  ‘Se vuoi puoi purificarmi’. La questione verte proprio sul confine tra puro e impuro, una separazione che segna fortemente gli ambiti religiosi. I puri e le cose pure devono evitare qualsiasi contatto con l’impurità per non farsi contaminare perché solo ciò che è puro può entrare a contatto con Dio. Il lebbroso chiede a Gesù nont anto di guarire ma di poter accedere ad un contatto con Dio.

E Gesù invece accetta la vicinanza del lebbroso, si lascia contaminare. E’ un secondo grande attraversamento: Gesù non ha paura di entrare a contatto con il male, ed anche con quanto è considerato impuro, non si tiene a distanza della malattia ripugnante, non teme il contagio. Il volto di Dio che Gesù annuncia non separa né emargina ma va incontro a chi è visto come impuro, rompendo le barriere di separazione. Davanti a lui scorge il volto di qualcuno da accogliere, da riconoscere come uomo, come un tu, con un volto, con un nome. Gesù non si tiene lontano ma s’immerge e immergendosi apre una comunicazione nuova. E annuncia il volto di Dio che accoglie.

Alcune lezioni in alcuni manoscritti di questo testo di Marco indicano un gesto di ira di Gesù: irato di fronte al male. Gesù di fronte al male non rimane indifferente. La presenza della malattia suscita in lui una reazione forte, di contrasto a tutto ciò che impoverisce l’uomo. Gesù reagisce a quel collegamento tra malattia e peccato che legge la malattia come conseguenza di una colpa. Il disegno di Dio è disegno di bene e di lotta contro il male.

Altre lezioni di questo testo indicano invece un verbo diverso e sttolineano così un sentimento di Gesù nei confronti del malato: “Ne ebbe compassione…”. Questa lezione sottolinea i sentimenti della cura, del coinvolgimento, della vicinanza di Gesù. Ne ebbe compassione: è verbo proprio di un sentire femminile, usato nel Primo Testamento per indicare le viscere di misericordia di Dio che soffre come donna che ama e che avverte nel suo utero i segni del suo legame con i figli. Così Gesù esprime nel suo accogliere il lebbroso il suo coinvolgimento. Quell’uomo, sfigurato per la malattia e soprattutto per la solitudine motivata dalla religione, diviene per Gesù un volto con cui entrare in contatto, da toccare.

E sta qui un altro attraversamento: “Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse…” toccare il lebbroso era occasione di contagio, ma anche motivo di trasgressione della legge. Gesù tocca – con il gesto dello stendere la mano che ricorda l’agire di Dio nella liberazione dell’esodo – e entra a contatto con l’impuro, lo guarda, gli rivolge la parola: ‘voglio che tu sia purificato’. Si fa vicino fino a toccare: oltrepassa così quella barriera di isolamento e di rifiuto in cui quell’uomo era relegato, lo apre ad essere riconosciuto come vicino. Il testo di Marco dice ‘ed egli fu purificato’. Gesù gli annuncia il volto di Dio che lo accoglie nella sua condizione di impurità. Gesù comunica questo accettando di entrare a contatto con il lebbroso impuro. La guarigione è sì guarigione dalla malattia ma più in profondità è accoglienza e riconoscimento perché quell’uomo da isolato e allontanato viene restituito a quella purità che non è una condizione sacrale di separatezza, ma è stare nella relazione, con Dio e con gli altri. E’ restituito a relazioni autentiche, ad esser riconosciuto come persona, alla vicinanza con un altro che l’ha accolto. Non è forse questa la più grande guarigione? Gesù invita il lebbroso a non dire nulla a nessuno. Ma il lebbroso si fa annunciatore: ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco suggerisce che ‘annuncia la parola’ chi ha sperimentato nella sua vita una liberazione ed ha vissuto un incontro in cui si è scoperto accolto. La parola annunciata è la scoprta del volto di Dio che non pretende di essere accostato da chi è piuro, ma purifica facendosi Lui epr primo vicino.

Il quadro si conclude con una annotazione per certi aspetti enigmatica ma ricca di evocazioni: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti”.

Gesù assume così, in questo finale della narrazione, i caratteri di quella lontananza e di quella separazione che erano gli obblighi dell’impuro e segnavano la condizione del lebbroso. Gesù si fa impuro; prende su di sè la condizione del lebbroso. Gesù è presentato da Marco come guaritore, capace di gesti taumaturgici, ma Marco è preoccupato anche di dirci che quel volto di Gesù guaritore ha i tratti di colui che ha preso su di sé le sofferenze degli altri. E’ così qui racchiuso un annuncio della passione, un’indicazione preziosa del volto di Gesù come servo che soffre, e prende su di sé la condizione degli impuri, dei peccatori, di coloro che sono tenuti lontani o ai margini. Gesù guarisce e manifesta quindi una potenza di vita, ma – ci dice Marco – è da ricordare che la sua potenza di vita è quella racchiusa nella debolezza del crocifisso, nella debolezza dell’amore che si dona. Il profilo più profondo di Gesù è quello di colui che serve, si fa debole e assume su di sé la sofferenza.  E’ Gesù ora il lebbroso che non può recarsi in città… e paradossalmente tutti venivano a lui da ogni parte.

Ci sono due movimenti che ci aprono profondi interrogativi: il primo è il movimento del lebbroso. Di fronte ad un mondo religioso che genera separazione e allontanamento quell’uomo ritrova energie per scavalcare barriere. Viviamo tempi segnati da paura e dall’indifferenza come forme di difesa dal male e dalla sfida dell’incontro con l’altro che ci pone in discussione. Accettiamo senza reagire isolamenti, esclusioni, emarginazioni giustificate anche da una religione che rende incapaci di incontrare e di accogliere. Non dovremo forse dare ascolto a chi chiede uno sguardo di attenzione e di compassione?

C’è poi il movimento di Gesù che non ha paura di lasciarsi avvicinare dall’impuro, e di toccarlo. Gesù vive uno stile di incontro, di libertà. Reagisce con forza al male e vive la vicinanza tenera verso chi soffre. Tutt’altro rispetto all’indifferenza di chi si tiene a distanza e ha paura di contagi, di mescolamenti, di contaminazioni. Gesù si lascia contaminare e accoglie la sfida dell’entrare in relazione con l’altro. rende vicino il volto di Dio che accolgie chi è impuro. Offre spazio di relazione: riconosce quel malato come un tu. Ci indica così – in contrasto con un modo di stare a distanza – che la più profonda guarigione è dare spazio all’altro nella propria vita, accoglierlo, lasciarsi coinvolgere non in modo retorico e superficiale, ma nella profondità della propria vita.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Una giornata di Gesù è presentata da Marco all’inizio del suo vangelo. Indicazione preziosa per entrare nel cammino che l’evangelista vuol far compiere al lettore. Chi è Gesù? Marco non offre una definizione, ma narra un racconto che prende per mano e accompagna a ritrovare i gesti e il modo di vivere di Gesù. Gesù è presenza viva, che entra, si immerge nel tempo dei nostri giorni. Lo attraversa vivendo incontri ed entrando in luoghi diversi, i luoghi della quotidianità, del lavoro, della vita sociale, dell’amare e del soffrire. Gesù è presentato come attraversatore di soglie. E in questo attraversare traghetta alla fede come apertura alla vita e alla speranza. Entra nella sinagoga, si reca presso il lago, si ferma davanti alla casa, entra nella casa di Pietro, si ritira in luoghi deserti.

Si può cogliere, in questo quadro che ripercorre una giornata di Gesù, un sottile rinvio alle nostre giornate, fatte di tante cose diverse, di luoghi, di percorsi, di incontri. Gesù non sta ai margini della vita ma vi entra e si immerge, la prende con i suoi diversi aspetti, anche quelli segnati dal male e dalla sofferenza. Possiamo trarre allora un primo invito di Marco nel suo vangelo: Gesù non ha paura di immergersi nella vita, anzi, il suo attraversare luoghi e lasciarsi provocare dagli incontri è una costante del suo stile. Lo si potrebbe definire un immergersi solidale.

Immerso, quindi, Gesù, ma non trascinato dalla corrente, non travolto dalle cose. Marco sottolinea come Gesù si ritagliasse spazi di distanza, per vivere tutto quello che riempiva le sue giornate nella luce di quell’ascolto fondamentale della sua vita: l’ascolto del Padre. Erano spazi e tempi per l’interiorità di un rapporto con l’Abba incontrato nel silenzio e nella solitudine interiore. Ma era una solitudine piena abitata e subito si faceva spazio di ospitalità. Gesù si recava là dove non prevale la confusione e là dove solo è possibile trovare le giuste proporzioni del proprio impegno. Perché immersione non significhi restare sommersi, svuotati e incapaci di lasciare il primato nella propria vita al Padre. Marco ci suggerisce un agire di Gesù che si distacca da forme di attivismo e dalla ricerca di successo e di visibilità. Quando lo cercano egli dice che deve ‘andare oltre’ perché l’annuncio del regno di Dio è motivo del suo andare. E prende così le distanze da chi lo cerca per altre ragioni senza entrare nel suo cammino. Gesù appare così con il volto del profeta e del messia che passa facendo del bene, testimone del Padre buono che ha cura di tutti i suoi figli. Il suo farsi vicino, il suo venire non è solo per qualcuno ma per tutti – Marco parla delle folle -. Gesù non può essere racchiuso o trattenuto.

Si immerge soprattutto accogliendo la fatica dell’umanità che soffre. Non è indifferente di fronte alla malattia e al dolore. E non ha paura di accostarsi in modo concreto, si lascia prendere dalle richieste di coloro che gli portano i malati. I familiari gli parlano della suocera di Simone che è letto con la febbre. Tre verbi indicano l’azione di Gesù: “si avvicinò, la fece alzare prendendola per mano”. Marco evoca anzitutto un primo movimento, il farsi vicino. Di fronte alla malattia Gesù non presenta lunghi discorsi, né offre soluzioni per una esperienza che segna la vita di tutti in modo pesante. Nel suo silenzio innanzitutto si fa vicino. E la sua è una vicinanza soprattutto ai malati, ai piccoli, a chi era tenuto lontano. Marco presenta Gesù come colui che va incontro ed offre innanzitutto la sua vicinanza nella concretezza dei suoi gesti, nello stare vicino.

Se il primo carattere delle sue giornate è lo stile dell’immersione, il secondo aspetto che Marco pone in evidenza è il tratto della sua vicinanza. Una vicinanza di com-passione e di attenzione. Gesù ascolta chi gli si accosta. Non rimane indifferente, anzi se c’è qualcosa che suscita la sua reazione forte è proprio il male così come l’ingiustizia, l’ipocrisia religiosa e l’oppressione del debole. L’identità di Gesù è delineata in questo tratto: il suo dono di relazione, il suo entrare in rapporto con malati e sofferenti: “gli portavano tutti i malati e gli indemoniati”. E’ poi utilizzato un verbo particolare: la alzò. E’ un verbo che indica la risurrezione (alzarsi): nell’alzarsi della suocera di Pietro si sta già attuando quanto si compie nella risurrezione di Gesù. E si compie mentre Gesù la prende per mano. I gesti di Gesù sono espressione concreta che è giunto quel regno di Dio annunciato con la sua parola: ‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino…’. Il suo farsi vicino a chi è malato è segno della vicinanza del regno come liberazione dal male che opprime e toglie le forze all’uomo. ‘La fece alzare’ significa allora ‘la fece risorgere’. C’è una risurrezione che già inizia nel farsi vicini e nell’alzare chi è piegato dal peso di malattie o di sofferenze.

Una riflessione connessa al nostro quotidiano può allora farsi strada. Oggi – ce lo ricordano i recenti dati di analisi della situazione nella società italiana – la presenza di anziani e malati è sempre più crescente. Spesso l’assistenza a chi è  anziano e malato viene delegata a persone indicate con il nome – talvolta carico di deprezzamento – di ‘badanti’ e considerata spesso un’esperienza che distoglie dalle più importanti occupazioni della vita. Così la condizione di chi ha bisogno e ha perduto le proprie forze  viene per il possibile emarginata e al più considerata un peso che allontana dalla vita autentica. Questa pagina di Marco ci richiama come Gesù abbia vissuto la vicinanza  e la cura come luoghi di vita piena, di vita bella. Nessun  momento della vita può essere pensato come luogo in cui non sia possibile una vita autentica. Gesù non ha tenuto lontano da sè la sofferenza, ma l’ha vissuta con l’atteggiamento di cura per liberare dal male. Nella sua vita ha posto al centro e ha considerato importanti le persone più fragili e segnate dalla malattia. Questa pagina di Marco – la giornata di Gesù – soprattutto ci parla della vicinanza di Gesù. Gesù non ha mai esaltato il male e la malattia, di fronte ad esse ha cercato di liberare dal male e di guarire. Ha vissuto il suo approccio alla malattia scorgendo nel malato innanzitutto una persona, un ‘tu’ da accogliere nella originalità della sua vita e da prendere per mano. E nel farsi vicino ha attuato il senso profondo del suo cammino in mezzo a noi. Lasciandosi colpire dalla fatica e dalla sofferenza dei più deboli, andando incontro e facendo occasione di vita che si apre alla risurrezione. Ai suoi discepoli Gesù chiede ancora di fare di ogni momento di incontro con la malattia una occasione per farsi vicini, per prendere per mano, per vivere insieme il senso profondo in una vita che scorge già la risurrezione in ogni gesto di cura e di vicinanza.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo