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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0907Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

Un cieco che recupera la vista, un sordo che comincia a udire… sono immagini che parlano di un rovesciamento e di cambiamento. Una situazione nuova, umanamente impensabile, di apertura e di gioia si sta compiendo. Isaia, con lo sguardo del profeta usa queste immagini per indicare il capovolgimento che un tempo nuovo reca con sé: un mondo sta sorgendo in cui male e sofferenza non avranno posto. E’ una proposta fragile e potente ad un tempo: fragile perché può apparire frutto di una immaginazione che cerca di evadere dal peso del presente. Potente perché è sì un sogno, ma fondato sulla fede in Dio incontrato come colui che non abbandona e che sta vicino.

Quanto Isaia presenta non è esito di uno sforzo umano. E’ piuttosto il frutto di una azione potente di Dio. E’ il Dio dell’inatteso e l’inimmaginabile. E’ un cambiamento che coinvolge l’umanità e la natura stessa perché tutto è in relazione: il deserto si trasformerà in giardino, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. E’ un sogno ed una speranza che contrasta con la dura realtà del presente. E’ indicazione della certezza che la vita umana non è abbandonata alla solitudine ma è destinata ad una visita e ad un incontro. La gloria del Signore giungerà: ‘egli viene a salvarvi’. Sono immagini che raccontano la salvezza come dono di presenza di Dio che libera e salva. L’esperienza della vicinanza di Dio come liberatore è fondamento di una attesa nel suo ritorno per cambiare la storia, ed è invito rivolto agli smarriti di cuore nel momento della prova, nella fatica del cammino. Nel tempo dello smarrimento queste parole riportano all’evento dell’esodo, alla scoperta che una novità è possibile.

Nel vangelo Gesù è presentato nel suo agire e alcuni gesti riprendono le attese e le promesse dei profeti. Gesù incontra un sordomuto nel Nord della Galilea, in territorio pagano: riportando i gesti della guarigione Marco evangelista indugia sui diversi momenti. Gesù gli tocca le orecchie con le dita, pone a contatto la sua saliva con la lingua di colui che non può parlare, volge gli occhi al cielo. Infine sospira. E’ quasi un gemito che esprime la sua compassione per la condizione del sordomuto e la sua reazione di fronte al male che tiene chiuso l’uomo… “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”.

Marco sottolineando questi particolari intende offrirci alcuni motivi per scorgere l’identità di Gesù e per entrare in rapporto autentico con lui. Innanzitutto i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per il popolo d’Israele, per le pecore perdute della casa d’Israele, ma si aprono a coinvolgere tutti, oltre i confini del puro e dell’impuro. Nel territorio dei pagani Gesù apre un uomo alla parola.

In secondo luogo l’incontro con Gesù è liberazione e apertura. Una vita chiusa nella sofferenza di non poter comunicare con altri si apre alla parola ricevuta e donata, ad ascoltare e ad esprimere il proprio mondo interiore.

In terzo luogo Marco suggerisce che nel rapporto con l’umanità di Gesù, nel suo toccare, c’è una via per divenire pienamente ed essere se stessi: nel contatto esistenziale e corporeo con lui, passa la salvezza.

Infine Marco suggerisce anche che l’identità più profonda di un uomo e di una donna consiste nell’entrare in relazione, nel comunicare, nell’ascoltare e nel rivolgere la parola. Sono le parole dell’affetto e dell’amore quelle che fanno vivere.

Marco sottolinea che questa azione è compiuta da Gesù in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo. Ancora una volta questa pagina del vangelo ci parla dell’identità di Gesù: la sua presenza apre ad una comunicazione nuova, egli è colui che nell’incontro fa udire i sordi e parlare i muti. E’ lui che inaugura quel mondo nuovo sognato da Isaia. In lui possiamo intravedere anche la nostra identità di uomini e donne chiamati a stare nell’ascolto, di Dio e degli altri, chiamati a chinarci sulle sofferenze di chi è rinchiuso, chiamati a vivere l’apertura del comunicare.

Alessandro Cortesi op

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Apriti!

Nei primi giorni di agosto il Gran Jury della Pennsylvania ha pubblicato un rapporto in cui sono ampiamente documentati abusi sessuali compiuti da trecento preti nei confronti di migliaia di minori e giovani dagli anni ‘40 ad oggi. Si tratta di una inchiesta condotta in modo indipendente dalla magistratura dello Stato che presenta una serie di accuse circostanziate in cui emerge non solo la realtà di sopraffazione e abuso ma anche l’azione condotta da molti vescovi che, conoscendo la situazione, hanno coperto i colpevoli e hanno operato perché le vittime non trovassero ascolto. La preoccupazione per la buona fama della Chiesa prevaleva nel loro agire rispetto all’attenzione alla sofferenza delle vittime. I superiori responsabili non solo non facevano nulla ma nascondevano per salvaguardare i preti colpevoli.

Tale rapporto rivela una situazione che viene ad aggiungersi ad altre realtà in cui situazioni diffuse di abuso da parte del clero si sono attuate negli anni: agli inizi del 2000 emerse la situazione nella diocesi di Boston, poi in Irlanda, in Australia, in Cile. Tutte situazioni in cui abusi sessuali, di potere e di coscienza sono stati non solo perpetrati, ma anche coperti da vescovi e superiori, nascondendo la verità. A tutto ciò ha corrisposto una reazione da parte della s.Sede con una serie di misure e linee guida da seguire per contrastare tali situazioni.

Recentemente papa Francesco ha costretto a dimettersi da cardinale l’ex arcivescovo di Wahington Theodore McCarrick, di 88 anni e ha preso provvedimenti decisi sulla situazione della chiesa cilena dove l’accusa di aver protetto preti pedofili pende su cardinali come Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Santiago di 76 anni. Tutto ciò ha scatenato la reazione di quanti tendono ad opporsi alla linea di Francesco e alla sua esigenza di porsi dalla parte vittime.

In una Lettera al popolo di Dio pubblicata il 20 agosto 2018 Francesco scrive: “Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare… proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.”

Si tratta di situazioni che pongono profonde domande alla vita della chiesa: “Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi”.

Francesco usa parole forti per esprimere vergogna e pentimento: “Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”.

E ancora il richiamo è ad una presa di consapevolezza che coinvolga tutte le componenti della chiesa come popolo di Dio in un appello ad una nuova responsabilità: “La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale…”

Papa Francesco riconosce i ritardi individua le radici del male in “un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa (molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza) quale è il clericalismo”, per cui “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”.

La questione dello scandalo degli abusi sessuali perpetuati dal clero pone in discussione un modo di pensare e vivere la vita ecclesiale, il ruolo del ministero, i rapporti all’interno della comunità. La diffusione del male non può far dimenticare il bene di tanti che nella loro vita quotidiana vivono con fedeltà e coraggio il loro servizio, ma apre questioni ineludibili che devono essere affrontate.

Anne Marie Pelletier, teologa autrice di Una fede al femminile (ed. Qiqajon 2018), ha evidenziato in un puntuale intervento dal titolo Bisogna pensare la chiesa a più voci  una serie di questioni che si aprono ed esigono di essere affrontate con urgenza: ““l’imperiosa necessità che si impone oggi di rivedere radicalmente la nostra ecclesiologia. Perché è una maniera deficiente, squilibrata e presuntuosa di intendere e di vivere il potere presbiterale ad essere, in gran parte, a monte dei crimini di pedofilia e degli scandali di autorità. Una teologia piramidale della Chiesa ha sostenuto una identità di prete come cristiano d’élite, al di sopra degli altri battezzati, con giurisdizione sulla vita degli altri (…) Non possiamo più attenerci ad una ecclesiologia elaborata ed attuata esclusivamente dal clero. Bisogna che la Chiesa sia pensata a più voci. Tra cui evidentemente quella delle donne. Queste ultime hanno un’esperienza privilegiata, per così dire, delle ostentazioni di superiorità clericali e degli abusi d’autorità. Hanno anche un rapporto col potere diverso da quello degli uomini, che potrebbe utilmente ispirare l’istituzione”.
(in http://www.la-croix.fr 28 agosto 2018).

La questione “pedofilia del clero” costituisce una realtà che esige di essere guardata con chiarezza e denunciata con lucidità. Essa pone interrogativi che implicano cambiamenti necessari e ineludibili nel modo di concepire il ministero, nella formazione affettiva e umana di responsabili ed educatori, nelle modalità di nomina dei vescovi. Per tutto questo è importante accogliere e sostenere la linea indicata da papa Francesco – in questo momento attaccato da più parti in modo indegno – che con lucidità ha messo al primo posto l’ascolto della vittime e l’esigenza di un rinnovamento che tocca aspetti profondi della vita ecclesiale.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno A – 2013


20 Giotto - La Natività e l'annuncio ai pastoriIs 7,10-14; Sal 23; Rom 1,1-7 Mt 1,18-24

Tre caratteristiche della figura di Giuseppe possono essere guida per una riflessione su come vivere nella fede la festa di Natale ormai alle porte anche quest’anno.

Giuseppe è presentato da Matteo innanzitutto come un uomo giusto: “Giuseppe, suo sposo, poiché era uomo giusto…” . Nella Bibbia l’uomo giusto è l’uomo fedele, e la giustizia si esprime nel vivere la fedeltà alla legge come chiamata di Dio che si rende presente nella vita. Giuseppe è giusto perché fedele, uomo che sta in ascolto. Tuttavia la situazione in cui si trova lo conduce ad andare oltre l’osservanza della stessa legge. Giuseppe è giusto perché per lui Maria diviene più importante di se stesso: giusto quindi perché pensa alle persone davanti e prima della legge. La sua decisione di ‘ripudiare in segreto’ Maria va allora letta come attenzione profonda, anche nella sofferenza e nell’incomprensione, al volto dell’altro e come sincerità dell’amore che si fa concretezza di scelta. Giuseppe non intende esporre la vita di Maria al dispregio e alla condanna che poteva avvenire in tanti modi verso di lei. Il suo profilo ha i tratti della delicatezza del mite, che pensa all’altro come più importante di se stesso, che opera nel silenzio, non ripiegato nel rivendicare il proprio diritto e nel lamento per ciò che lo fa soffrire. E’ invece proteso a preservare l’altro nella fatica di comprendere cosa Dio chiedeva a lui in quella precisa situazione. E’ giusto, cioè attento a Maria, capace di rapporti di fedeltà. Per lui Maria è importante, più della legge, più dell’amore di se stesso, più della sua reputazione. Giusto è Giuseppe perché si fida, ed è capace di amore come uscita da sé, come sguardo a chi gli sta di fronte senza sospetto. Giuseppe è giusto perché capace di umanità autentica.

Giuseppe, ed è una seconda caratteristica, è uomo capace di sognare: “mentre però stava considerando queste cose ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…” Il sonno è il momento unico e particolare del venir meno della lucidità razionale, dell’assopirsi del controllo sui propri sensi. E’ quindi metafora di una situazione in cui si è aperti al venire di qualcosa non proveniente da noi e che non sappiamo da dove giunge. Nella Bibbia è il momento in cui Dio interviene senza che sia possibile vederlo o renderci conto di ciò che compie senza di noi. Così il sogno nella Bibbia è luogo delle chiamate e i grandi sognatori sono colori che hanno saputo ascoltare le chiamate di un Dio inafferrabile e vicino e hanno saputo riconoscere i suoi messaggeri nelle presenze portatrici di orientamenti per la vita. Come nel sonno Adamo sperimentò il venire di Dio che gli pose davanti Eva, così Giuseppe nel sonno vive l’intervento di un messaggero che lo conduce ad accogliere Maria. Il sonno e la capacità di sognare sono segni di un ascolto che conduce a scoprire qualcun altro davanti a sé… Nel sogno gli si fa incontro una chiamata. Il sogno è spazio creativo della chiamata di Dio, come nel sogno dei magi si attua la guida di un Dio vicino. Giuseppe è così presentato come esempio del credente, che s’interroga ed è pensoso, ma aperto ad una storia che lo supera e in cui è chiamato ad essere coinvolto e a mettere tutta la sua generosità. Sperimenta la fatica del dubbio ma vive l’abbandono della fede. Trova nell’invito a ‘non temere’ la ragione per rendersi disponibile nuovamente ad una duplice fedeltà che lo coinvolge, di fronte a Dio per chi Dio gli affida. “Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore…”

Infine Giusepe è presentato da Matteo come uomo invitato a non temere e a prendere con sé: “non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito santo”. Il messaggero gli indica una paura da superare, ed una responsabilità da assumere. C’è una paura da vincere perché l’ascolto delle chiamate di Dio apre ad un coinvolgimento personale, che non fa dipendere la vita da giudizi o dalle gratificazioni ma la pone nello stare davanti a Lui. E c’è una resposnabilità che è prendere con sé. Chi ‘prende con’ si fa carico, assume nella sua vita la vita dell’altro, si espone ad un peso di fronte al quale ci si sente inadeguati. A Giuseppe è affidato il compito di dare il nome a Gesù: ‘Tu lo chiamerai Gesù’, un nome che racchiude un’indicazione: ‘il Signore salva’. A Giuseppe è affidato di pronunciare quel nome rendendosi così presenza disponibile al disegno di Dio.

Alcune osservazioni per noi oggi.
Giuseppe, quela figura che nelle raffigurazioni artistiche della natività è spesso rappresentato in disparte, pensieroso, talvolta con sguardo trasognato e sognante, con la mano a reggere il capo appesantito o appoggiato ad un bastone, esposto al non capire e alla tentazione che gli si fa presso – nelle icone orientali – nei panni di una figura mostruosa, quel Giuseppe è la figura di ogni credente colto nella fatica deldell’accolgiere una chiamata che giunge atraverso le voci umane di messaggeri, che si fa incontro nelle intuizioni dei sogni e delle passioni, che apre a legami e incontri.

Ascoltiamo questa prola in un tempo in cui scopriamo sempre più la differenza tra le persone che ricercano una religiosità come appagamento a desideri individualistici e coloro che vivono da giusti davanti agli altri, giusti perché seguono quella spinta interiore e profonda della coscienza verso il bene e che pongono così la responsabilità verso l’altro prima di ogni prescrizione e legge: è Antigone la donna giusta, così come Tommaso Moro, e come tutti i giusti che nella storia, animati da una ispirazione di fede o seguendo la luce della propria coscienza dove si fa incontro la chiamata di Dio, hanno superato i limiti di una legge che garantiva tranquillità a scapito degli altri, o che impediva di riconoscere dignità e libertà, e si sono opposti ai regimi a scapito della propria sicurezza e della loro stessa vita.

In un tempo di assenza di sogni Giuseppe parla della vicenda di un sognatore. E i grandi sogni sono quelli che hanno fatto crescere la storia e hanno suscitato impegni personali e movimenti collettivi nella ricerca di libertà, di giustizia, di dedizione, di gratuità. Il sogno di Martin Luther King, il sogno di Nelson Mandela coltivato per ventisette anni nel carcere, ma anche i sogni che hanno guidato le scelte personali di cura, di dedizione, di impegno, di costruzione di comunità vive. E’ invito ad essere ancora capaci di sognare e lasciare quello spazio al venire di Dio che con il suo Spirito suggerisce strade sempre nuove e dà forza per camminare.

Vincere le paure e prendere con sé: sono due movimenti che hanno una particolare urgenza oggi, tempo della paura verso l’altro e tempo in cui si presenta sempre più chiaro che solo tesendo nuovi legami, solamente accogliendo la provocazione che viene dall’altro, potremo vivere un futuro in cui vi sia spazio per una umanità plurale che impara a vivere insieme. Le quotidiane vicende di discriminazione e disprezzo verso i poveri che lasciano le loro terre in cerca di accoglienza e trovano respingimento e rifiuto, sono espressione di una società che non fa i conti con le proprie paure, che cerca di fuggire la paura con la violenza, con il rifiuto, che ha paura in fondo di se stessa. Siamo chiamati a guardare in faccia le paure con il coraggio di scoprire il legame che ci unisce all’altro, a superarle nel ‘prendere con’, nel farsi capci di risposta e capaci di condividere il peso del vivere insieme. Viviamo oggi il tentativo di fuga da questa responsabilità di ‘prendere con’ la vicenda di persone e popoli. Il cammino di Giuseppe sta a ricordarci che la via della fede è la via di una autentica umanità che si attua nel prendere con sé l’altro.

Alessandro Cortesi op

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