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XIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

1302283682_st_-nikita_-serbia-048Sap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7-15; Mc 5,21-43

Nel quadro della missione di Paolo una rilevante importanza ha il progetto della colletta da lui promossa e richiesta tra le comunità per recare aiuto alla comunità di Gerusalemme in difficoltà concrete. A Corinto era stato deciso di attuarla ma stentava ad essere effettuata: perciò Paolo invia Tito con altri per sollecitare a compiere quell’opera (2Cor 8,6).

L’occasione è motivo per presentare le ragioni di uno stile di rapporti per coloro che seguono Cristo. La situazione dell’altro, anche lontano, in difficoltà, è un appello a condividere, ciò che si è e quanto si ha. Paolo presenta l’esigenza evangelica di redistribuire i beni in favore di chi ha meno per fare uguaglianza e per prendersi cura.

Quest’opera generosa è prova della generosità di un amore fatto di premura. Avvertire l’urgenza del bisogno e delle attese degli altri è attitudine di cuori capaci di larghezza, non ristretti in orizzonti chiusi del proprio egoismo. Fino a dare anche oltre le proprie capacità come hanno fatto le chiese della Macedonia, senza calcoli, larghi oltre ogni paura di perdere. “Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”.

La colletta è ben più che un gesto di elemosina. E’ far proprio il cammino di Cristo, è entrare in un’esperienza di gratuità. L’uguaglianza che si realizza costituisce così un’esperienza della grazia: ‘Da ricco che era si è fatto povero perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà…’.

Vivere tale solidarietà apre a scoprire che nel portare aiuto non si dà solamente ma si riceve e questa esperienza è grazia. C’è un dare da un lato ma c’è anche un ricevere: vi sono doni che giungono da altre ricchezze, di umanità, di vita, di relazione. E’ così lasciarsi coinvolgere nella stessa vita di Cristo che ha fatto della sua vita un dono per gli altri: è lui riferimento fondamentale e criterio delle scelte dei cristiani. Povertà è scelta di liberarsi da tutto ciò che appesantisce e pone ostacolo all’incontro: non è mai esperienza vissuta nella solitudine, ma evento di condivisione. Gesù ha scelto la via della debolezza e della privazione per poter partecipare la sua ricchezza, per poter fare comunione.

Marco presenta al capitolo 5 due miracoli di Gesù, intrecciati nella narrazione. Due segni del suo agire che porta guarigione e libera dalla morte. Al capitolo 4 Gesù era stato presentato come ‘più forte’ delle forze del male (il mare in tempesta) ora è presentato nel suo guarire nel portare liberazione. Al centro della narrazione sono due donne – la figlioletta di Giairo, capo della sinagoga, e la donna che soffriva da dodici anni di emorragie e il filo che collega le due scene è la questione della fede.

La donna che si accosta a Gesù da dietro, è indicata come una che ha perso tutto, quasi un riferimento dei tanti diseredati. Eppure inespressi nel suo cuore stanno nodi di sofferenza, di timore, di speranza. Il suo avvicinarsi è senza parole. Il suo farsi strada tra la folla, lei esclusa come impura, è spinto da una fiducia fondamentale che la fa andare avanti, e la porta a trasgredire la legge che impediva contatti per non trasmettere impurità. Quali le sue attese? Il poter essere riconosciuta, compresa, accolta nella sua sofferenza: intuiva che in Gesù poteva sperare nello sguardo di Dio vicino.

Gesù sente su di sé, proprio nel contatto, la forza dell’affidamento della donna. Il toccare Gesù da parte della donna è diverso dal premere della folla. Gesù non ha paura del contatto. La sua presenza dice che la santità di Dio non tiene lontani ed esclusi ma comunica vita e misericordia. Nel dialogo con la donna offre accoglienza piena a lei e a tutti coloro che sono senza nome. Riconosce un volto, davanti a lui: ‘Và la tua fede ti ha salvata’. Gesù dice così la forza di tale fiducia e ne riscontra la potenza: ‘la tua fede…’. C’è una forza impensabile racchiusa nella fede come accettazione dell’impotenza e affidamento radicale. Marco presenta Gesù come il volto umano, capace di compassione e tenerezza, in cui si rende presente e vicino Dio che salva, e conduce a cogliere la fede dei poveri come forza di salvezza.

La salvezza è un senso nuovo donato e scoperto nella vita: la guarigione ne è segno e indicazione. Passa nel contatto dei corpi: questa donna voleva toccare Gesù. Toccare è relazione. Nel vangelo è continua la disponibilità di Gesù, la sua ricerca del contatto diretto con le persone : toccava i malati, gli esclusi, si lasciava toccare da loro (Mc 1,41; 6,56; 7,33; 8,23-25; 10,13.16). In questo toccare, in una relazione che passa nella corporeità e nella concretezza, Gesù apre ad un riconoscimento e ad una liberazione. Libera dall’esclusione e dal disprezzo, apre a nuove relazioni. Nel silenzio dei suoi gesti, nelle sue parole è raccontato il volto di Dio che Gesù annuncia: un Dio che sta vicino agli esclusi e dice la possibilità di una storia diversa, di ospitalità aprendo a ciascuno un cammino nuovo.

Ancora la fede è tema al cuore dell’incontro con Giairo: egli si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’ mentre la figlioletta stava per morire. ‘Vieni a posare le mani su di lei perché sia salva e viva’. Poi però tutto sembra ormai finito, la figlioletta è morta. Ma l’invito di Gesù è a ‘non temere, continua solo ad aver fede’.

Gesù si reca nella casa di Giairo, entra proprio lì dove la morte sembra avere posto la parola ultima e definitiva. Si fa incontro alla bambina ormai morta ma il suo modo di guardare alla piccola defunta è diverso: ‘Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta ma dorme’. Marco aveva indicato il ‘dormire’ di Gesù sulla barca durante la tempesta come rinvio alla sua morte. La morte non è parola ultima ma è un dormire che per la parola di Gesù si apre ad un ‘alzarsi’ nuovo. Gesù comunica la sua forza di vita: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è invito che racchiude l’annuncio della risurrezione. La risurrezione è ‘alzarsi dalla condizione di morte’. La fede a cui Gesù aveva invitato Giairo è potenza di vita. C’è un alzarsi che è già in atto nella fede vissuta come fiducia nella vita.

Alla donna impaurita che aveva cercato di toccare il suo mantello, Gesù dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Fede non è l’esaltazione della folla, ma è incontro personale che si fa strada nella ricerca sofferta, nel cuore di chi consegna a lui la propria vita e cerca un contatto profondo, personale. Nell’alzare la figlia di Giairo, Gesù manifesta che il dono di salvezza è restituire alla vita in modo pieno fino a superare la morte stessa. Gesù non salva nonostante la morte. Il suo percorso di farsi povero lo ha condotto al rifiuto e alla morte: rifiutato e condannato, è risorto, ‘alzato’. Comunica la forza della risurrezione nel chiederci ‘continua ad avere fede’.

Due donne, capaci di dare vita, sono segnate dalla malattia e dalla morte. Gesù restituisce a queste due donne la capacità di dare vita. Ma in primo luogo accoglie la fede come apertura del cuore ad una vita oltre i limiti della malattia e della morte.

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Alcune riflessioni per noi oggi

La donna che si accosta a Gesù, da dietro, per toccare anche solo un lembo del suo mantello è donna che ha perso tutto: è volto senza nome e senza più nulla su cui contare. Gesù accoglie questa donna riconoscendo la sua fede. E’ indicazione di uno stile che dovrebbe ispirare cammini di chiesa. La domanda da porsi di fronte alle persone, prima di esprimere un qualsiasi giudizio: quante sofferenze nascoste sono racchiuse nel cuore? Quante parole non espresse cercano accoglienza in gesti che chiedono ascolto? Queste domande fanno passare da un accostamento superficiale e insensibile, ad una attitudine di compassione.

Gesù provoca ad uno stile capace di coltivare la compassione. Prima di ogni altra cosa la capacità di ascolto e accoglienza dei cammini umani. Gesù apre futuro a partire dalla condizione in cui la donna viveva, liberandola nel riconoscere che dentro di lei, la sua fede era motivo di salvezza. Non è questa forse la parola di vangelo che oggi dovremmo comunicare a chi incontriamo? E vivere così esperienza di chiesa come comunità che accoglie e dà spazi per guarire, per camminare, per essere restituiti alle relazioni e alla vita con speranza?

E’ fenomeno ormai dirompente la concentrazione e assorbimento dell’attenzione nell’uso dei mezzi tecnologici: smartphone, tablet, computer… Il tempo quotidiano è frammentato dal ricorrere di messaggi e notifiche, di richiami e continue sollecitazioni ad entrare in contatto con gli altri attraverso il mondo virtuale. Ma a questo grande sviluppo corrisponde una sorta di movimento di crescita dell’analfabetismo nella capacità delle relazioni reali. Una sorta di ignoranza della grammatica delle relazioni. nell’incapacità progressiva ad entrare in rapporti diretti, a faccia a faccia, dando il tempo dell’ascolto, della parola, del toccare l’altro nella condivisione di gesti, di parole, di esperienze. Forse oggi c’è da interrogarsi su come vivere un rapporto con la tecnologia che possa lasciar custodire la preziosità del contatto fisico, esperienziale Toccare è entrare a contatto, nel dare attenzione, nell’accettare l’altro. Toccare significa certamente un contatto diretto, un avvertire il contatto corporeo, ma anche un entrare dentro le situazioni, non rimanerne alla superficie, non trattare le vicende personali con la distrazione con cui si attua un click o si sfiora con le dita una schermata. Toccare può essere sinonimo di lasciarsi contaminare dalle realtà, un avvertire su di sé il peso della vita di chi soffre e un prendere nella propria vita la vita e le domande degli altri.

Jeb Bush, della stessa famiglia dei più famosi presidenti USA che tante tragedie hanno portato con scelte di guerre nei decenni scorsi, candidato alla presidenza Usa, ha affermato che la Chiesa deve occuparsi di anime, non di economia. Questa presa di posizione a fronte della critica all’attuale sistema economico suggerita nella enciclica ‘Laudato sì’ è occasione per sollecitare una riflessione sul rapporto tra messaggio del vangelo realtà umana in tutte le sue dimensioni.

Fare uguaglianza è la richiesta di Paolo alla comunità di Corinto. Fare uguaglianza è la grande sfida in un mondo che si scopre segnato dalla grande separazione e ingiustizia che genera disuguaglianze. Uguaglianza non è soppressione delle differenze: siamo oggi ben consapevoli dell’importanza di riconoscere le differenze, ma la disuguaglianza che è non avere punti di partenza uguali, che è mancanza di avere possibilità per esprimere la propria umanità è il grande dramma della separazione tra coloro che sono considerati uomini/donne e coloro che sono ritenuti esclusi, diversi perché non uomini/ non donne.

I gesti di Gesù toccano i corpi e lasciano coinvolgere la sua corporeità. La fede cristiana sorge dall’incarnazione, da un rapporto che non mantiene separate le dimensioni della vita umana. La salvezza come senso pieno della vita passa attraverso anche liberazioni storiche e nella lotta contro tutto ciò che tiene le persone oppresse. Il regno di Dio promesso non è solo dimensione dell’al di là, ma investe la premura per le concrete situazioni di impoverimento e per la giustizia nell’aldiqua. Investe perciò la dimensione politica. Il messaggio del vangelo non offre soluzioni pratiche concrete che sono sempre continuamente da ricercare in ogni tempo e luogo con intelligenza e fatica, ma dà criteri di fondo per orientare la vita.

In particolare è importante la critica e la visione proposta nella ‘Laudato sì’. E’ una critica radicale ad una società mondiale in cui la dimensione economica ha il primo posto e non considera che la vita umana insieme e nella relazione con il cosmo può compiersi solo tenendo insieme aspetti economici, ma anche aspetti sociali e spirituali che costituiscono la vita profonda delle persone. Da qui la provocazione a pensare in modo diverso la stessa economia e i rapporti sociali per percorrere vie alternative e diverse rispetto ad un modello di società ridotta a dimensione mercantile dove tutto – anche le vite umane, il lavoro e la natura – viene ridotto a merce.

Alessandro Cortesi op

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Per una nuova Europa: appello

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Per una nuova Europa: oltre il deficit democratico e sociale dell’Unione Europea

Il dibattito in Italia stenta a decollare, ma la posta in gioco con le elezioni del 25 maggio è davvero alta e riguarda politiche, istituzioni, ma anche il deficit democratico e sociale dell’Unione Europea.

In altre parole, il futuro nostro e quello dell’Europa. Oggi, al settimo anno di crisi globale, ci sentiamo storditi da anni di scelte basate su un modello intergovernativo che ha visto il prevalere degli interessi di singoli Governi e delle scelte neoliberiste imposte dalla Troika europea. Un modello che ha condotto molti paesi, in particolare dell’area mediterranea, verso processi di diseguaglianza diffusa e deregolamentazione dei mercati, con ripercussioni drammatiche sull’intero mondo del lavoro.

Di fronte ad un’Unione Europea che esige dalla Grecia l’allungamento delle scadenze del latte dei neonati o di rinnovare i contratti collettivi al ribasso, se non la contrattazione individuale, è forte il senso di smarrimento, indignazione, vergogna. Conflitti come quello ucraino, sono segno di quanto il pericolo di guerre nel continente sia tutt’altro che sopito, mentre la sfida dei flussi migratori e la tensione competitiva globale mostrano che non possiamo rifugiarci in un europeismo di maniera, ma dobbiamo scommettere su un cammino di riconquista democratica e sociale.

Quest’Europa non è l’Europa del sogno di pace e libertà concepito nel confino coatto di Ventotene. L’Europa di Spinelli, Colorni, Rossi, Adenauer, Schumann, De Gasperi, Delors, Langer rischia di naufragare sotto un vento nazionalista e populista, a tratti xenofobo, sul quale forti hanno inciso gli effetti dell’austerity. L’Europa che vogliamo è l’Europa delle periferie, dei comuni, della società civile, della cooperazione decentrata di comunità, della sostenibilità e della conoscenza, della mobilità come opportunità e non come disperazione.

E’ su questa Europa che dobbiamo puntare, specialmente da un territorio come quello di Pistoia, che dal suo essere periferia deve interconnettersi materialmente e immaterialmente a quelle reti che la riportino al centro di una visione di lungo periodo e fuori da campanilismi e provincialismi. E’ il momento di aprirsi, guardare oltre, alle nuove dimensioni della globalizzazione.

Va riaperto un varco che rilanci quel “sogno europeo” che ha disegnato il progetto degli Stati Uniti d’Europa. Un progetto nel quale federalismo e sussidiarietà significano inclusione e non fortezze, democrazia partecipativa e non vertici intergovernativi, nel quale si costruisca, senza forzature, un popolo europeo che ha bisogno di una rifondazione costituzionale.

E’  perciò compito, in particolare delle nuove generazioni, costruire istituzioni democratiche sovranazionali, nelle quali trovi rappresentanza, come avviene nei singoli Stati, il popolo europeo, attivo protagonista delle scelte che già incidono sulla vita di ciascuno.

E se l’idea di nazione è ormai in crisi, se l’Europa delle nazioni ha dato vita ad una contrapposizione di interessi che poco o niente hanno a che vedere con l’europeismo, allora è venuto il momento per quelle generazioni di assumere un altro punto di vista per giungere all’Europa: quello delle città e delle comunità territoriali.

Non tutto è negativo: la presenza di candidati dei partiti europei alla presidenza della Commissione segnerà un piccolo, ma significativo passo avanti in questa stanca e disillusa campagna elettorale. Per la prima volta i cittadini europei potranno scegliere non solo il Parlamento ma anche il Presidente della Commissione, che non potrà più scaturire esclusivamente da trattative tra governi, ma dovrà essere indicato dal voto popolare. Per la prima volta perciò queste elezioni potranno dirsi davvero “europee”. Chiaramente tutto questo, non basta.

Le forze socialiste, progressiste, ecologiste, cristiano sociali, in una parola, democratiche, devono avere il coraggio di proporre un piano di investimenti realmente europeo per uscire dalla crisi, sviluppando risorse per la ricerca, l’innovazione e la riconversione produttiva.

A tutto ciò va affiancato un salto costituzionale per colmare il deficit democratico dell’Unione Europea. Il Parlamento europeo che uscirà dalle prossime elezioni europee si troverà ad un bivio: o prenderà l’iniziativa di un processo federale costituente oppure sarà di fatto esautorato.

All’interno dei partiti, i candidati alle prossime elezioni europee che condividono questo punto devono rompere gli indugi e assumere un chiaro impegno pubblico.

E’ con questa speranza che auspichiamo il superamento dell’indifferenza e del risentimento di questa campagna elettorale per un voto rivolto a una radicale rifondazione dell’Unione Europea.

Un voto che ci riconsegni più Europa e un’altra Europa, laboratorio di pace, solidarietà e democrazia. Andiamo a votare e votiamo per una nuova Europa che guardi oltre e altrove e che sia più coinvolgente e partecipativa con i propri cittadini.

Francesco Lauria

Alessandro Cortesi

Marco Frediani

Renzo Innocenti

Monica Milani

 

 

Non si può tacere

Riporto qui di seguito un testo di don Virginio Colmegna che mi trova pienamente d’accordo e che sottoscrivo, anche in vista della 100 giornata mondiale dei migranti e rifugiati di domenica 19 gennaio p.v.
(a.c.)

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERINon si può tacere di fronte alla campagna di aggressione di chiaro stampo razzista contro la ministra Cécile Kyenge. Un conto è criticare alcune scelte politiche e contrastarle anche con fermezza, un conto è seminare rancore ed alimentare un’aggressività che solo superficialmente, e quindi pericolosamente, si richiama ad obiettivi di carattere politico, ma che in realtà si basa solo su sentimenti di esclusione e di intolleranza.

La crisi che viviamo ha determinato un crescita della sfiducia verso le istituzioni ed è una crisi anche culturale che può degenerare in una conflittualità senza sbocchi. Una società che vuole continuare ad essere civile non può far spallucce (magari pensando che è opera di una esigua minoranza) di fronte a una campagna di inciviltà che punta alla visibilità mediatica e al consenso politico. Si tratta di un’inaccettabile propaganda razzista e questo va detto in modo chiaro, senza giri di parole, ad alta voce.

Sono sicuro che la maggioranza dei cittadini della nostra città e del nostro paese sia del mio stesso parere. Per questo bisogna rispondere a queste persone non scendendo sul loro terreno ma rilanciando il valore politico ed educativo della civiltà e rimettendo al centro la dignità di ogni persona, soprattutto se debole e fragile, esclusa e abbandonata. Per il sociologo Edgard Morin l’antidoto fondamentale alle tante barbarie è la solidarietà, la cui intensità emotiva riveste la forma della fraternità. È così. La solidarietà è il lievito di una politica di civiltà che inevitabilmente contrasta ogni pregiudizio che è d’ostacolo ad ogni tipo di sviluppo. La solidarietà chiede di reagire opponendo la cultura del bene comune all’analfabetismo rancoroso e conflittuale.

Essere solidali oggi con la ministra Kyenge vuol dire avvertire la pericolosità delle campagne che sfruttano la sofferenza reale delle persone. Cécile Kyenge deve essere criticata, quando si merita critiche politiche per ciò che fa o non fa, non per il colore della sua pelle, non per un nome e cognome poco italiani.

Semmai, al governo va chiesto di dar più poteri, più peso, più centralità al Ministero dell’integrazione, che non può essere solo un fiore all’occhiello di un dicastero ma deve agire da attore forte nella questione dei diritti civili. È “un’urgenza che – come ha scritto alcuni giorni fa Michele Ainis – è rimasta sin qui sotto un cono d’ombra”. È arrivato il momento di parlare di riforma della Bossi-Fini sull’immigrazione oltre che dell’abolizione del reato di clandestinità e di trovare una soluzione per i diciottenni, figli di immigrati, nati in Italia, solo per citare due temi cruciali. È il momento di mettere le vele della barca in cui ci troviamo tutti al vento della speranza, allontanandoci dalle raffiche contrarie e pericolose che attraversano l’Europa in crisi. È il momento di alzare la voce per zittire chi sa solo imprecare. Non è il momento di tacere.
don Virginio Colmegna
in http://colmegna.blogautore.repubblica.it/2014/01/17/non-sottovalutiamo-le-intolleranze/?ref=HREC1-20

Battesimo del Signore – anno A – 2014

DSCF3432Is 42,1-6; Sal 29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

Questa domenica del battesimo di Gesù è collocata a conclusione del tempo del Natale. A conclusione di un percorso di epifanie. C’è uno svelamento, una epifania, manifestazione, da cogliere nei vangeli delle origini; e c’è uno svelamento molteplice da inseguire in tutto il percorso di Gesù, indicato dai racconti del vangelo sin da questo momento decisivo del battesimo.

Dopo che Gesù si era recato presso Giovanni Battista e dopo aver vissuto per un certo periodo come suo discepolo, il battesimo è un momento chiave della vicenda di Gesù. Così importante che tutti i quattro vangeli canonici ne parlano, benchè costituisca motivo di difficoltà. E pur tra difficoltà ne riportano la testimonianza e ne presentano una lettura per cogliere lo svelamento che in questo passaggio si attua.

Marco è l’unico che narra l’atto del battesimo: “In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano” (Mc 1,9). Matteo, che forse avverte maggiormente le difficoltà di questo gesto, non racconta il momento del battesimo. Accenna invece ad un dialogo tra il Battista e Gesù: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?. Ma Gesù gli rispose lascia fare per ora perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Gesù compie innanzitutto il gesto di rendersi vicino e farsi compagno con tutti coloro che, attratti dal Battista avvertivano l’esigenza di un ritorno a Dio, di apertura ad un futuro diverso, di un cambiamento della vita e di una conversione. Il suo è un gesto radicale di condivisione e di solidarietà.

Le parole del dialogo tra Gesù e il Battista sono una chiave per interpretare il senso di questa scelta: ‘conviene adempiere ogni giustizia’. La giustizia è l’orizzonte del suo agire. Si tratta della giustizia in senso biblico, a cui Matteo è particolarmente attento. Anche l’intero discorso della montagna infatti verrà posto nella luce della grande affermazione: “Se la vostra giustizia non supera quella di scribi e farisei non entrerete nel regno dei cieli…” (Mt 5,20). La giustizia a cui Gesù rinvia non è certamente una visione di una separazione secondo la logica dell’esclusione, della punizione e della vendetta che spesso regola il modo umano di fare giustizia. Non è neppure una concezione di giustizia secondo la riflessione filosofica greca codificata nella regola del ‘dare a ciascuno il suo’ in senso commutativo o distributivo.

Adempiere la giustizia per Gesù significa porsi in ascolto della giustizia di Dio. Dio è giusto perché rimane fedele alle sue promesse di bene e di salvezza e non viene meno. Dio è giusto perché vuole salvare le vittime e i poveri così come è sceso a liberare Israele vittima del potere egiziano. Così la giustizia che Gesù indica si esprime nel suo condividere pienamente il percorso di chi è considerato fuori della salvezza, incapace di accedere a Dio. Si attua così un primo svelamento in questo suo immergersi: è uno svelamento che riguarda il volto di Dio. Il volto di Dio è giustizia ossia fedeltà al suo disegno di salvezza rivolto a tutti, aperto agli esclusi.

Gesù si fa compagnia di coloro che vanno dal Battista perché scorge come quella parola e la testimonianza del profeta del deserto -lontano dal tempio – apre a tutti e non solo ad alcune categorie, coloro che si ritenevano puri o giusti, la possibilità di preparare un’accoglienza di Dio, nel cambiamento della vita. Non in gesti esteriori di appartenenza ad un sistema religioso istituzionale che aveva il suo centro nel tempio, ma nel cambiamento del cuore, in un orientamento della vita, che porta frutti nell’agire e nell’esistenza.

Matteo osserva cha allora Il Battista ‘lo lasciò’: è lo stesso movimento che Matteo indica nell’episodio delle tentazioni indicando in esso l’allontanarsi, il lasciare, del ‘tentatore’, dopo aver tentato Gesù (Mt 4,11). Si tratta allora anche qui di un dialogo che presenta due modi di intendere il messianismo. Per il Battista il messia doveve avere il carattere della potenza e della forza. La sua idea si collegava alla concezione di un Dio minaccioso che viene a giudicare, la cui scure è posta già alle radici (Mt 3,10). Ma questa attesa trova una contestazione nello stile di Gesù. Gesù adempie la giustizia nel presentare il volto di chi si fa accanto, di chi offre compagnia e non minaccia, di chi semina segni di vita, di guarigione e di restituzione alla libertà. E questo mette in crisi lo stesso Giovanni e troverà espressione nell’invio dei discepoli e nella domanda rivolta a Gesù: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (cfr. Mt 11,3-6).

Ma c’è anche un altro svelamneto che questo gesto di Gesù apre. Questa volta è apertura dei cieli: “Quando uscì dall’acqua i cieli si aprirono”. Il salire dalle acque è già indicazione del movimento della risurrezione. E’ un rialzarsi infatti il risorgere, il risalire dalla tomba. E’ condizione di nuova vita in cui Gesù entra nella risurrezione. Una nuova comunicazione si apre tra Dio e l’umanità. Matteo a questo punto esplicita un’esperienza propria di Gesù in cui fa entrare il lettore del vangelo come uno spettatore che viene a conoscere un’esperienza personale e interiore: “Egli vide lo spirito di Dio scendere su di lui come una colomba”. Si tratta di simboli che indicano come l’evento del battesimo sia letto come momento di svelamento, di apertura.

Lo Spirito invade la persona di Gesù. Come lo spirito simboleggiato dal volo della colomba che aleggiava sulla acque delle acque al momento della creazione (Gen 1,2) così ora lo Spirito sta sopra Gesù. Con tale evocazione simbolica e narratva Matteo suggerisce che una nuova genesi (cfr. Mt 1,1), una nuova creazione sta prendendo origine. E’ un nuovo inizio che riprende e si collega alla vicenda della storia di Israele e di tutta la storia della creazione. La colomba diviene simbolo di un discendere, una unzione che richiama il momento in cui i profeti avvertivano la chiamata e l’invio ad essere portatori della parola del Signore in una forza che li invadeva: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha unto per portare ai poveri il lieto messaggio” (Is 61,1). E’ uno svelamento dello Spirito nella vita di Gesù che su di lui rimane ed è svelamento di una chiamata e di un invio che provengono dal Padre e che spingono Gesù ad iniziare la sua missione nella forza dello Spirito: lo Spirito come soffio della creazione, lo Spirito che aveva animato la testimonianza dei profeti, lo Spirito che partecipa la vita stessa di Dio.

Proprio in questo momento Matteo evoca la voce del Padre che, rivolto a Gesù, lo chiama con il nome unico ‘il Figlio, l’amato’: “Ed ecco una voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento’”.
 E’ una voce che proviene dall’alto. Matteo legge il battesimo di Gesù come evento in cui si svela il volto di Dio comunione, un Padre che ama il Figlio della sua gioia. Ed è presente lo Spirito nel simbolo della colomba che viene dall’alto e si ferma. Gesù è indicato come ‘il Figlio’. Sotto queste parole sta uno svelamento del modo in cui Gesù attua la sua missione di messia.

In lui sono pronunciate le parole con cui si delineava il profilo del ‘servo di Jahwè’: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito sopra di lui” (Is 42,1-6). Tutto il percorso di Gesù viene così situato nell’orizzonte del ‘servo’. Forse egli stesso aveva lasciato ai suoi il ricordo del modo in cui aveva inteso la sua vita richiamandosi al servo di Jahwè: ‘Io sto in mezzo a voi come colui che serve’ – una parola che Luca porrà nel contesto dell’ultima cena (Lc 22,16.18) e che Marco riprende nell’indicazione di uno stile che si contrappone alla logica di chi cerca i primi posti e l’affermazione a modo del potere del mondo: tra voi non è così… “il Figlio dell’uomo non è venuto per esssere srvito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini” (Mc 10,45).

Ma l’indicazione: ‘mio figlio, l’eletto” è anche la parola, il nome del padre Abramo rivolto ad Isacco, il figlio della promessa, il figlio amato (Gen 22,2): Gesù vive come Isacco il movimento dell’essere restituito totalmente. La sua vita si pone nel movimento del restituire, del ridonare, del riamare. Tutta la sua vita sta in una relazione in cui vive la sua esistenza come dono ricevuto e da ridonare, a Dio e agli altri, in una risposta di affidamento e solidarietà: tutto il percorso di Gesù si pone così nella linea di una fedeltà al Padre vissuta come relazione che costituisce la dimensione più profonda sua vita – in questo senso è Figlio – e nella solidareità con coloro che cercano la salvezza. Ancora, ‘mio figlio’ è termine utilizzato nel salmo 2 che parla del messia: “Sei tu il mio figlio, oggi ti ho generato”. Il figlio è allora il messia e Gesù è indicato come messia. Ma un messia particolare, un anti-messia. La sua missione è nella linea del servo che dà la vita in favore degli altri, che intende la sua esistenza nella logica della solidarietà.

Indico due linee di attualizzazione delle letture per noi:

Il profilo del servo è di colui che non grida, non s’impone, che non spezza una canna incrinata, e non spegne uno stoppino fumigante. E’ il profilo del mite, di colui che passa facendo del bene, in modo disinteressato, senza coltivare progetti di grandezza per sé, ma attento a non calpestare le realtà fragili, tutto ciò che può essere interrotto e schiacciato. E’ profilo di chi segue la via della tenerezza e non dell’esigenza, di chi attua compassione e guarda con comprensione ogni cosa che dice attesa, apertura. Viviamo tempi in cui si manifestano profonde fragilità e i deboli sono i primi a subire le conseguenze di un sistema economico che privilegia i più forti e fa arricchire i più ricchi. Di fronte alla logica della selezione del più forte che spesso regna in ambienti di lavoro e nel contesto sociale, di fronte alla logica della ragione data a chi urla più forte dovremmo forse interrogarci sullo stile del nonviolento e sulla resistenza mite da attuare per contrastare il predominio, la corruzione e lo strapotere.

Pietro nella casa di Cornelio scopre che proprio entrando nella casa del pagano e lasciandosi interrogare dall’altro, si apre ad una nuova comprensione di se stesso (‘alzati anch’io sono un uomo’ At 10,26) e ad una più profonda comprensione di Gesù stesso, di Dio, dello Spirito. Parla di Gesù nei termini essenziali di ‘colui che è passato facendo del bene e guarendo’. Scopre il volto di Dio in modo inedito come colui che ‘non fa preferenze di persone’, che accoglie oltre ogni confine di religione e cultura. Scopre soprattutto che è lo Spirito a spingerlo, a guidarlo e a precederlo sempre in modi imprevedibili in un cammino in cui l’unica cosa che gli è chiesta è uscire, lasciarsi guidare a riconoscere l’agire dello Spirito oltre ogni suo programma. La sfida dell’incontro con l’altro, la grande esperienza del poter entrare nella casa dell’altro, del vicino straniero e dell’altro di religione, cultura e provenienza diversa, è oggi una delle frontiere in cui scoprire in modo nuovo il vangelo e, insieme, le chiamate dello Spirito che è sempre oltre i limiti angusti entro cui vorremmo rinchiuderlo.

Alessandro Cortesi op

Acqua bene comune

22 marzo: giornata mondiale dell’acqua. Un giorno per pensare ad un elemento essenziale della vita da cui intere popolazioni sono escluse. E’ in atto nel nostro tempo  la guerra dell’acqua fondata sulla ricerca del profitto e sull’avidità per avere il monopolio e controllo di questa risorsa fondamentale e attraverso di essa della vita dei popoli. Il voto del referendum sull’acqua del 2011 anche in Italia attende di essere rispettato.

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“Quando in alto il cielo non era nominato 
ed in basso la terra non aveva nome,
 Apsu, il primordiale, li generò,
Tiamat, la genitrice, li partorì tutti: 
le loro acque insieme si mescolavano. Nessuna dimora era stata costruita,
 nessun canneto era ancora visibile. 
Nessuno degli dei era stato creato 
ed essi non portavano ancora un nome 
ed i destini non erano stati ancora fissati: 
allora gli dei furono creati in seno ad essi”. 


E’ questo il testo della prima di quattro tavolette in cui è giunto a noi l’Enuma Elis (Quando in alto), poema babilonese che canta la grandezza del dio Marduk fondatore di Babilonia: la situazione del caos primordiale è evocata nell’immagine delle acque abbondanti che si mescolavano contenendo i due principi, maschile (Apsu) e femminile (Tiamat). L’acqua è principio indistinto agli inizi. Come nei racconti biblici del primo capitolo di Genesi: la bontà del giardino è data dall’abbondanza delle acque. Ben quattro lo fiumi attraversano. Al principio l’acqua è elemento originario sul quale sta, quasi in atto di covare, una colomba, simbolo dello Spirito di Dio. L’acqua in questi miti è all’origine del mondo in cui viviamo, è percepita come elemento all’origine della vita. Essi esprimono il sentimento profondo ed esistenziale che lega l’acqua alla vita. Nelle diverse religioni e tradizioni attorno alle fonti d’acqua si è sviluppato un senso di rispetto e sacralità.

La scena del mondo attuale ci pone davanti una situazione in cui quasi un miliardo e mezzo di persone non ha accesso all’acqua potabile e più di due milioni di persone non hanno la possibilità di avere servizi igienici adeguati, cifre destinate a crescere per i processi di desertificazione in atto e per le conseguenze dell’effetto serra. E’ questa tra altre, e lo sarà in futuro, la causa dello spostamento e dell’esodo di intere popolazioni che non possono più vivere in una terra abitabile, e motivo di guerre e conflitti. Proprio la questione dell’acqua costituisce una delle sfide fondamentali per il futuro della convivenza sulla terra: l’acqua infatti può essere vista come bene economico anzitutto, da sfruttare o da cui trarre il massimo profitto garantendosi il monopolio dell’utilizzo delle acque pulite. O, per contro, può essere accostata come uno tra i beni di tutti, i beni comuni che hanno un significato ed un valore fondamentale per la società e per l’ambiente.

In un passato ancora non lontano la presenza di fontane nelle piazze e vie di città e paesi, accompagnava i percorsi della vita quotidiana. Un bene di tutti, a disposizione, senza prezzo e senza tasse da pagare. Ma la presenza di un bene comune esige attenzione e cura: se nessuno si prende cura di ciò che è di tutti, lo spreco e l’uso indebito e sproporzionato fanno sorgere nuovi problemi.

Eppure l’accesso all’acqua non è solamente un bene tra altri, ma è uno dei diritti fondamentali per la vita umana (R.Petrella, Il manifesto dell’acqua, Edizioni Gruppo Abele 2001). Se è importante pensare al costo economico dell’uso dell’acqua – e di qui la necessità di una regolamentazione ed una attenzione a limitare il consumo indebito -, è altrettanto urgente considerare che l’acqua è un bene primario della vita, non può essere oggetto di mercato, non è un bene da porre sullo stesso piano di altri beni. L’accesso all’acqua è determinante al punto che da esso dipende la capacità di libertà degli individui. Di fronte ai problemi posti dalla scarsità dell’acqua a livello planetario la strada della commercializzazione dell’acqua significa dare il monopolio ad alcune multinazionali e non riconoscere un diritto fondamentale alla libertà e alla vita di milioni di persone.

L’utilizzo dell’acqua come bene di tutti esige il ripensamento ed il cambiamento di stili di vita e di indirizzi economici, nella consapevolezza della destinazione universale, per tutti, delle risorse della terra. Il principio di fondo a cui rifarsi nella distribuzione dell’acqua non dovrebbe essere la competitività del mercato, piuttosto la scelta di essere solidali. E’ la via di una solidarietà consapevole dell’ambiente, lungimirante nel guardare al futuro, capace di porre in discussione gli stili di vita diffusi in Occidente in cui si è diffusa una vera e propria abitudine allo spreco e al non rispetto dell’acqua – concretamente nell’uso spropositato di acqua e bibite in bottiglia. Contro una cultura del monopolio e dello sfruttamento si apre la via di una cultura “del condividere, del dare e del ricevere acqua come dono gratuito” (Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli 2003).

L’acqua non può essere usata come bene privato: sta forse nel pensare ad una proprietà pubblica e  ad un governo pubblico partecipato dalle comunità locali la sfida per garantire risorse di vita e attenzione alle generazioni future e per costruire percorsi di pace.

“In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba…” (Mc 1,9-10).

(tratto da A.Cortesi, Lessico dell’incontro, ed. Nerbini 2011)

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Al termine del cammino di questa Quaresima, nella veglia della notte pasquale pregheremo con parole molto evocative sul significato dell’acqua nel quadro del disegno della creazione e come segno che rinvia alla morte e risurrezione di Cristo ed alla presenza dello Spirito nella nostra vita, rinvio al battesimo da vivere e riscoprire ogni giorno come fedeltà a Dio e solidarietà con gli altri:

O Dio, per mezzo dei segni sacramentali, tu operi con invisibile potenza le meraviglie della salvezza; e in molti modi, attraverso i tempi, hai preparato l’acqua, tua creatura, ad essere segno del Battesimo.
Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque perché contenessero in germe la forza di santificare; e anche nel diluvio hai prefigurato il battesimo, perché, oggi come allora, l’acqua segnasse la fine del peccato e l’inizio della vita nuova.
Tu hai liberato dalla schiavitù i figli di Abramo, facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso, perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati.
Infine, nella pienezza dei tempi, il tuo Figlio, battezzato da Giovanni nell’acqua del Giordano, fu consacrato dallo Spirito Santo; innalzato sulla croce, egli versò dal suo fianco sangue e acqua, e dopo la sua risurrezione comandò ai discepoli:«Andate, annunziate il Vangelo a tutti i popoli, e battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
Ora, Padre, guarda con amore la tua Chiesa e fa scaturire per lei la sorgente del Battesimo.

Infondi in quest’acqua, per opera dello Spirito Santo, la grazia del tuo unico Figlio, perché con il sacramento del Battesimo l’uomo, fatto a tua immagine, sia lavato dalla macchia del peccato, e dall’acqua e dallo Spirito Santo rinasca come nuova creatura.  

Discenda, Padre, in quest’acqua, per opera del tuo Figlio, la potenza dello Spirito Santo.

Tutti coloro che in essa riceveranno il Battesimo, sepolti insieme con Cristo nella morte, con lui risorgano alla vita immortale. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Sorgenti delle acque, benedite il Signore: lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Fratelli carissimi, preghiamo umilmente il Signore Dio nostro, perché benedica quest’acqua con la quale saremo aspersi in ricordo del nostro Battesimo. Il Signore ci rinnovi interiormente, perché siamo sempre fedeli allo Spirito che ci è stato dato in dono.

Signore Dio nostro, sii presente in mezzo al tuo popolo, che veglia in preghiera in questa santissima notte, rievocando l’opera ammirabile della nostra creazione e l’opera ancor più ammirabile della nostra salvezza. Degnati di benedire quest’acqua, che hai creato perché dia fertilità alla terra, freschezza e sollievo ai nostri corpi.
Di questo dono della creazione hai fatto un segno della tua bontà: attraverso l’acqua del Mar Rosso hai liberato il tuo popolo dalla schiavitù; nel deserto hai fatto scaturire una sorgente per saziare la sua sete; con l’immagine dell’acqua viva i profeti hanno preannunziato la nuova alleanza che tu intendevi offrire agli uomini; Infine nell’acqua del Giordano, santificata dal Cristo, hai inaugurato il sacramento della rinascita, che segna l’inizio dell’umanità nuova libera dalla corruzione del peccato.
Ravviva in noi, Signore, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del nostro Battesimo, perché possiamo unirci all’assemblea gioiosa di tutti i fratelli, battezzati nella Pasqua di Cristo nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

II domenica Quaresima – anno B – 2012

Gen 22,1-8; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è la parola d’ordine diffusa in questo tempo di crisi economica. E i sacrifici maggiori sono quelli sopportati dai deboli. Sacrificio è tuttavia termine legato al mondo religioso: in tutte le culture religiose ci si trova di fronte alla dimensione del sacrificio. Il suo significato è racchiuso nel ‘rendere sacro’: alcuni oggetti o realtà umane sono consegnate al sacro e vengono utilizzate per propiziare la divinità, per renderla, da irata, favorevole. In tal modo si fa mutare atteggiamento alla divinità capricciosa, la si rende ‘pia’: c’è un collegamento tra sacrificio ed espiazione.

Ci si potrebbe chiedere a quale universo religioso fa riferimento l’insistenza dei nostri tempi sulla necessità di fare sacrifici. Sono forse da smascherare i poteri che li pretendono e si pongono come divinità con volti diversi a cui sacrificare l’esistenza. E c’è forse da domandarsi: quale divinità? quali riti? quali sacerdoti?

Anche nella Bibbia si parla di sacrifici ma in modo particolare e la liturgia di oggi ruota attorno a questo tema.

Un episodio che sconcerta, quello del sacrificio di Isacco. Un episodio che può essere letto come la grande contestazione della Bibbia nei confronti dei sacrifici umani e della logica che sottostà ad una idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole il sacrificio di Isacco, e non vuole sacrifici umani: è un Dio diverso dalle divinità da temere e da rabbonire. Chiede invece la disponibilità dell’affidamento radicale, dell’ascolto alle sue chiamate. E’ un Dio amante della vita. Dona la vita e non la toglie, mira a rapporti di obbedienza nella fede.

La questione al centro del racconto è la fede di Abramo, un rapporto vivo, che coinvolge l’esistenza con Jahwè. Nella drammaticità della salita al monte con il figlio della promessa, Abramo vive l’affidamento totale a Jahwè. Questa pagina intende così rivelare il volto di Dio che ha offerto la sua alleanza nella fedeltà e attende solamente un risposta di affidamento: la disponibilità a mettere Lui al primo posto dell’esistenza in modo assoluto, in un ascolto radicale della sua parola. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

I riti che saranno praticati in Israele come ‘sacrifici’ avranno come loro funzione di indicare e ricordare l’alleanza che Dio ha offerto e che solo Lui può ristabilire di fronte alla disobbedienza, al non ascolto da parte del popolo. Al cuore di tutti i sacrifici di Israele starà la consapevolezza non di una divinità lontana, da tenere buona perché assetata di sangue, ma l’apertura ad un dono di libertà e di comunione che si attua come azione di Dio. Così nel sacrificio della Pasqua, e così anche nel sacrificio del giorno del perdono (Yom Kippur), così nei sacrifici quotidiani al Tempio. E tuttavia questo significato si prestava a fraintendimenti, a ritorni all’idea del sacrificio secondo la mentalità pagana. Soprattutto rischiava di perdere di vista il senso profondo di un culto che trovava la sua radice in un rapporto di amore e fedeltà.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto  separato da un riferimento all’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa. Per questo insistevano sull’autentico ‘sacrificio’, non quello dei riti delle offerte, ma quello di un’esistenza vissuta come stare davanti a Jahwè rispondendo nella fede e nella ricerca di giustizia alla sua chiamata. “Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco… smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20).

Quando Paolo nella seconda lettura dice che ‘Dio ha consegnato il suo Figlio’ non parla di una sorta di esigenza del dolore e della morte del Figlio da parte di Dio per riaffermare i propri diritti e per ottenere giustizia. Non legge la morte di Gesù nella linea dei sacrifici alle divinità pagane, ma lo indica come evento di vicinanza dell’amore di Dio che dona comunione. Così legge il significato della morte di Gesù come dono totale della vita vissuto per amore al Padre. La vita di Gesù è un percorso di esistenza per gli altri, di solidarietà fino alla fine e consegna al Padre e la sua morte diviene dono di salvezza perché tutta la sua vita fino al momento supremo è stato ascolto e dono di sè al Padre, abbandono all’Amore. Non la sofferenza in quanto tale o le atrocità subite nella passione sono motivo di salvezza ma l’obbedienza e l’amore. Tutta la vita di Gesù sta sotto il segno della consegna di sé al Padre e agli uomini. Gesù così ha vissuto la sua vita ed è rimasto fedele anche nella passione e nella morte, facendo della morte il luogo di un amore che rimane fedele fino alla fine: in questo senso la croce è ‘sacrificio’, come dono di sé e offerta di comunione. Si connota perciò come ‘sacrificio’, ma diverso e per questo pone fine alla logica sacrificale. La sua vita è dono di ascolto al Padre e solidarietà a favore di tutti: e così Paolo potrà dire ‘offrite la vostra esistenza come sacrificio nello Spirito gradito a Dio’ (Rom 12,2). La vita come dono e servizio nell’amore.

Ci possiamo chiedere quale evento sia alla base dell’episodio della trasfigurazione riportato dai sinottici: un evento di luce e di apertura alla grazia. E’ memoria di un momento particolare di vicinanza a Gesù che ha comunicato ai suoi discepoli più vicini il senso del suo cammino di annuncio del regno, di fronte all’ostilità, in fedeltà al disegno di salvezza, in rapporto alle Scritture? Si tratta di una pagina scritta dopo gli eventi d’incontro con il risorto per esprimere come  nell’incontro con lui, prima della Pasqua si intravedeva, senza comprendere a pieno, la luce presente nel suo volto e che pure rinviava ad un cammino di sofferenza e  di morte?

Certamente Marco costruisce questa pagina pensando ad un evento di rivelazione, di teofania. La tesse infatti sulla filigrana del capitolo di Esodo 24. Come nell’evento della manifestazione di Dio del Sinai, anche nella trasfigurazione di Gesù tutto avviene sul monte in un tempo indicato dopo sei giorni, cioè nel giorno settimo, il sabato, giorno dell’alleanza; vi sono tre testimoni; c’è la nube ed una voce; e c’è la luce che avvolgeva il volto di Mosè e ora avvolge Cristo. Elementi simbolici  atti a richiamare un evento di vicinanza e rivelazione. La nube, segno della presenza di Dio, avvolge tutti e nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’altro proclama che egli è il Figlio. La sua vita si comprende in questa relazione fondamentale e nella sua apertura al Padre e ai suoi fratelli. Così pure Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne che ricordava il cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù si presenta come Messia: ma è un messia particolare, debole, che passa per la via del servizio fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri.

E’ un momento di luce nel mezzo di un cammino di difficoltà e di incomprensione. Pietro, che era stato chiamato ‘Satana’ da Gesù perché si opponeva all’annuncio di un Messia che avrebbe percorso un cammino sofferenza, è testimone di questo momento di gloria. E’ uno squarcio per comprendere che Dio ha approvato la vita vissuta da Gesù in quel modo, la sua via orientata al dono e al servizio solidale. Un monte quello della trasfigurazione che rinvia al monte della crocifissione. E il discorrere con Mosè e Elia segno di una vita vissuta in continuità con l’esperienza dell’esodo e delle attese dei profeti.  La corporeità fragile di Gesù è luogo di una luce che nella sua debolezza fa trasparire la luminosità simbolo della vita stessa di Dio. Dio, il Padre resuscita colui che ha vissuto la sua vita nell’ascolto obbediente e nella solidarietà con tutte le vittime della storia. L’invito della voce è ad un ascolto di vita e di coinvolgimento: ‘Ascoltatelo’.

 

Alessandro Cortesi op

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