la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “solitudine”

Domenica nell’ottava di Natale – Santa Famiglia di Gesù Giuseppe e Maria – anno B – 2014

2014-12-19 22.05.43Gen15,1-6; 21,1-3; Sal 104; Eb 11,8-19; Lc 2,22-40

“Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle, e soggiunse: Tale sarà la tua discendenza”. Contare le stelle…: è espressione che richiama un gioco di bambini. Come lo stare con il naso all’insù seduti su un prato a guardare le nuvole che cambiano l’aspetto e formano profili di draghi, eroi e buffi personaggi nei caldi pomeriggi d’estate. Così contare le stelle, lo sguardo stupito, in una notte estiva o sfidando il freddo, intirizziti, nelle notti d’inverno, quando le stelle sembrano gocce di luce o minuscoli fori che bucano la coltre nera del cielo e lasciano attraversare aghi di luce. Guardare le nuvole e contare le stelle: gesti di bambini, che raccontano il gioco di fronte alla grandezza, alla lontananza, all’infinito da cui siamo avvolti. E lasciano aprirsi sguardi a profondità inscrutabili verso alto e nell’intimo. Ed insieme raccolgono lo stupore di fronte a ciò che è grande, irraggiungibile.

Quali emozioni e pensieri, reca con sè, indelebile nello scorrere del tempo, il ricordo di veglie alle stelle vissute a un campo scout o in una traversata nel silenzio della montagna, momenti a volte decisivi per l’orientamento della propria vita, per scelte e scoperte interiori,  indimenticabili. Queste esperienze sono diventata merce rara nel tempo in cui la notte è sconfitta dalle luci artificiali e in cui il tempo per sostare in silenzio nel buio sotto il cielo stellato, non c’è più, sopraffatto da tante altre cose da fare. L’umanità con la sua tecnica è giunta a conquistare i pianeti e ad inviare navette fino alle stelle, ma il cielo stellato rimane quel libro meraviglioso che si apre in notti indimenticabili quando il tempo appare nella sua gratuità come tempo da accogliere, non da sfruttare, per stare lì sotto, a scoprirsi nella povertà di creature, senza utilità immediata, in una piccolezza custodita.

Abramo è invitato a contare le stelle per aprirsi all’impossibile dell’operare di Dio nella sua vita. Ogni percorso umano, ogni esperienza di famiglia sorge da tale meraviglia, lo stupore dell’amore che apre a contare le stelle, ad aprirsi all’incalcolabile, al non programmabile e genera un cammino, faticoso, sotto un cielo che talvolta appare chiuso e senza luce. Il cammino di Abramo è il cammino del credente segnato da una promessa di relazione. La grande famiglia a cui Dio chiama è la famiglia dei popoli, famiglia da accogliere e custodire in modi sempre nuovi negli intrecci di volti e storie che recano in sé una promessa di Dio affidata alla nostra fragilità.

“Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare”.

La solitudine e la discendenza: sono questi i due termini entro i quali si muove la nostra esistenza. Solitudine nello scoprire la condizione esistenziale propria della nostra vita, come Abramo uomo solo e segnato dalla morte. Ma vi può essere una solitudine di isolamento che non comunica, e per contro una solitudine ospitale, che si fa spazio per incontrare, per aprirsi alla meraviglia di ‘colui che è fedele’, feconda di discendenza. Così per Sara e per Abramo, visitati nella loro solitudine e nella loro aridità dal Dio della novità e della vita. “… ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso…”: Sara scopre nel volto degli ospiti nel deserto, alle querce di Mamre, la promessa di ‘colui che è degno di fede’. Il Signore stesso si fa incontro nei volti di stranieri giunti inaspettatamente. Così anche per noi oggi, presso le nostre case.

Nel mistero dell’ospitalità data e ricevuta, che prima di essere apertura di porte è apertura dei cuori, uscita dalla solitudine e disponibilità a lasciarsi incontrare dall’altro. Il Dio umanissimo si rende vicino nella debolezza dell’ospite che arriva inatteso, nel suo bisogno di cibo, casa, lavoro. La vita umana è un’esperienza di scoperta che la realtà della famiglia non è un dato, un modello fissato e statico ma un’esperienza fondamentale impastata di storia, esperienza di relazioni che nel tempo, nelle circostanze conducono ad aprirsi alla promessa di colui che apre la vita ad una novità improgrammabile, come le stelle, come la sabbia che non si può contare.

“Simeone li benedisse…”. C’è un gesto ed una parola che possono cambiare il modo di guardare agli altri, alle situazioni, alle cose: è il gesto e la parola della benedizione. Dire il bene. Non a caso nel vangelo questo gesto è di un anziano: Simeone. L’età, l’esperienza della vita, il cammino percorso e le tante vicende vissute e persone incontrate sono tanti frammenti che conducono a scoprire l’importanza del benedire. Passare dicendo il bene è il frutto di lunga maturazione, è punto di arrivo di percorsi che hanno condotto a liberarsi dalla preoccupazione di trattenere e accumulare. Solamente chi ha maturato libertà da un ripiegamento su di sé è capace di dire il bene, di scovarlo là dove esso si nasconde, di dargli spazio anche dove il male sovrasta e tende a soffocare ogni respiro.

Dire il bene è gesto di chi è capace di futuro guardando oltre a se stesso. E’ il segreto di ogni presenza educativa, capace di cogliere tracce di futuro in un presente confuso, di scorgere piccoli germogli, di coltivare uno sguardo lungo sulla vita e sui volti per scorgere più in là di tutto ciò che provoca delusione e fatica.

Benedire dovrebbe essere il tratto proprio del credente, che non rinchiude la vita in uno schema di dottrina, in un codice da applicare o in un modello da ripetere, sia esso di famiglia, di comunità, di relazioni. Benedire è la sfida a cogliere nella storia la fecondità e la forza di vita dell’amore che è traccia di Dio. Così in un tempo in cui la vita delle famiglie è percorsa da tante tensioni, cambiamenti, differenze benedire è saper guardare il bene presente, quanto preca in sé una promessa e una tensione anche se si tratta solamente di germogli, piccole foglie, fioriture incompiute: l’amore che nasce e cresce, la fedeltà, l’accettazione della fatica, la sofferenza nascosta. Dire il bene è dono che cambia e apre a scoprire che nella vita negli sguardi e nelle parole umane c’è un tratto dello sguardo e della parola di Dio che è solo parola di bene.

Alessandro Cortesi op2014-12-19 22.03.45

Annunci

XIX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

1Re 19,4-8; Efes 4,30-5,2; Gv 6,41-51

C’è una incredibile forza nel racconto del percorso di Elia, il profeta del fuoco. Aveva ascoltato la Parola del Signore, Elia. Se n’era fatto testimone davanti al re, e aveva denunciato il potere politico che aveva perso il riferimento al senso della sua funzione. Aveva vissuto l’affidamento al Dio dei padri e aveva fatto della Parola la sua forza nella sfida ai sacerdoti di Baal. Aveva vissuto così la fedeltà al Dio dell’esodo ma si trova ora ad essere isolato e braccato.

La scena di Elia nel deserto è così una immagine che si fissa nella memoria e fa ritrovare nel volto di quest’uomo distrutto la vicenda di tanti, che avvertono il peso della fatica e il fallimento della loro missione fino al punto di pensare di aver sbagliato tutto e di chiedere di mettere la parola fine ad un percorso percepito come inutile.

“Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.
 In queste parole non c’è più la forza del profeta che con la sua testimonianza aveva osato sfidare il potere politico e quello religioso: c’è invece tutta la delusione di chi avverte la fatica di un cammino più pesante di ogni previsione. E c’è anche la percezione della propria inadeguatezza e insufficienza, e l’emergere di una comprensione nuova di se stesso. Spogliata delle illusioni, e degli entusiasmi di chi affronta a fronte alta le difficoltà. Elia, in fuga da chi voleva ucciderlo vive ora senza più alcuna sicurezza. Il deserto è il luogo di una autenticità scoperta oltre ogni illusione religiosa. Elia è solo con la sua incapacità. Gli si fa chiaro che non sa reggere alle situazioni, percepisce il suo limite e viene meno ogni pretesa.

Appare così nel suo essere semplice uomo, senza qualità particolari, non migliore dei suoi padri, non eroe, non capace di forza di fronte alle avversità, ma impaurito e fragile. Preso da paure e debole anche nella fede: non profeta del fuoco, ma profeta senza difese né certezze di cui farsi forte. Forse anche preso dal dubbio: quella lotta e tutto il suo agire avevano un senso? Eppure proprio in questo momento in cui egli diviene il volto del povero, senza più nulla per sè, Dio non lo lascia solo. Lo spogliamento da tutto ciò che poteva prendere il posto di Dio lo apre alla possibilità di un incontro che lo raggiunge come dono, inatteso. Il deserto è luogo della prova ma anche luogo di scoperta di una presenza non porgrammabile e non oggettivabile. Un angelo, messaggero di gratuità, gli accosta del cibo, una focaccia cotta e un orcio d’acqua, cibo essenziale per andare avanti, per procedere nel cammino.

E, con il cibo, l’invito ad alzarsi: ‘Alzati e mangia’. Elia è avvvicinato e toccato, una prima e una seconda volta, e ascolta una parola che lo invita ad alzarsi: è ancora lungo il cammino. La vicinanza di Dio in un messaggero che gli porge un pezzo di pane e in un orcio d’acqua, per prendere forza e per continuare a camminare. E’ cammino reso possibile solo da quel gesto: lo aprirà ad andare fino al monte di Dio l’Oreb, a vivere un incontro con Dio nel deserto, scoprendo il Dio delle piccole cose, non del fuoco, non del terrenoto, ma della voce di un leggero silenzio. Fino all’Oreb, il monte di Dio. Fin là dovrà camminare, Elia, con la forza datagli da quel cibo. Il cibo è per andare avanti, non tanto per aver risolte le paure e le difficoltà, ma per procedere, certo però di una incapacità e di una vicinanza: l’incapacità propria, la vicinanza di Dio.

Ma questo lo libera dalle paure che gli facevano ritenere la sua vita ormai inutile e lo liberano anche dalle false immagini di Dio per spingerlo a camminare. Dio sta oltre la sfida con i profeti di Baal. Quando Elia rimane nudo, come Adamo nel giardino, spogliato delle sue attese e pretese, allora si apre lo spazio per un cammino nuovo e per scoprire che Dio si nasconde facendosi vicino in un messaggero che porge un pezzo di pane, in una focaccia e un orcio d’acqua, in una parola che fa alzare e camminare. E questa presenza di messaggero ricorda a noi che Dio si rende presente laddove c’è chi porge una focaccia di pane e un po’ d’acqua, nella gratuità.

Gesù nella lunga pagina del cap. 6 del IV vangelo parla di se stesso come pane disceso dal cielo. Cibo per camminare, per andare avanti, per alzarsi, come Elia e per scoprire che Dio non è lontano e assente dal nostro quotidiano. Un cibo disceso, un cibo donato: Io sono il pane disceso dal cielo… il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…

Pane è nutrimento per poter vivere. Gesù vive tutta la sua esistenza come dono: cibo donato. E in questo suo vivere racconta il volto di Dio che scende e si fa vicino. “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La presenza di Dio Padre sta al cuore e all’origine della vita di Gesù, e sta così al cuore dell’esistenza di ogni credente: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44).

E Gesù riprende la parola dei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. C’è un ascolto del Padre che avviene nei modi che solo il Padre sa. E’ un ascolto possibile a tutti. E è aperto a chiunque si lascia toccare da una presenza che è dono. E’ ascolto anche da prestare ad ogni gesto che è pane spezzato. Chi nella sua vita agisce nella gratuità e nel dono già esprime il senso profondo dell’esistenza. Solo l’amore fa partecipare alla comunione con Dio, Amore che vince la morte. Tutto questo non è questione di strategie, o di organizzazione, ma di un lasciarsi attirare nella corrente del dono: Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio…

E ci dovrebbe rendere spogli come Elia, che accoglie inaspettatamente un po’ di cibo per camminare ancora, e ci dovrebbe rendere attenti a scoprire la possibilità di vivere i gesti del dono, dello scendere e del servire, i gesti di Gesù che sono ciò che rimane e fa vivere noi stessi e gli altri.

 

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo