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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Ss. Trinità – anno C – 2022

Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

Nel suo agire Gesù rinvia in ogni suo gesto alla presenza del Padre. Al punto che il progetto della sua esistenza terrena può essere riassunto nei termini di compiere la volontà di colui che lo ha mandato (Gv 6,38). E così chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto per essere suoi fratelli e sorelle nel mettere tutta la cura in scelte che siano trasparenza di tale accoglienza: ‘chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre’ (Mc 3,35).

Soprattutto il quarto vangelo evidenzia il rapporto unico, di dono, relazione e reciprocità tra Gesù e il Padre. Nel percorso esistenziale di Gesù si può scorgere il racconto del volto di “Dio che nessuno ha mai visto”. Per questo il IV vangelo utilizza l’espressione di ‘verbo’ ‘Parola’ per dire che nella vita di Gesù si è attuata la comunicazione piena del Padre a noi. La Parola, sapienza del Padre, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. In tale espressione il IV vangelo indica come nel volto di Gesù si può scorgere il dimorare di una presenza che affonda le radici nel mistero stesso di Dio. Il mistero più profondo dell’identità stessa di Gesù sta nella relazione con il Padre.

Prima della sua morte Gesù lasciò ai suoi la promessa di non lasciarli soli annunciando il dono dello Spirito di verità: “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,14-15). Lo Spirito che aveva spinto Gesù nella sua missione è lo Spirito che lo guida nell’annunciare una bella notizia ai poveri, nel dare la vita in dono. Ancora il IV vangelo ricorda le promesse di Gesù sullo Spirito come presenza di cura che sta accanto, avvocato e consolatore, presenza vicina che ricorderà tutto quello che lui ha detto. Lo Spirito è il grande maestro e suggeritore che apre ad un incontro con Gesù, via verità e vita, in modi nuovi, nel cammino della storia: “egli vi guiderà alla verità tutta intera”. Ancora non abbiamo accolto pienamente quella verità che è la presenza di Gesù nella nostra vita. Lo Spirito è dono della Pasqua: il soffio di Gesù in mezzo ai suoi reca i doni dello Spirito e della pace. E’ il soffio di una nuova creazione, respiro di una vita nuova. In quel respiro i discepoli e le discepole saranno mandati a portare pace. La grande azione dello Spirito è ricordare la vita di Gesù, le sue parole e le sue scelte, il suo dono fino alla fine.

La presenza dello Spirito è dono che apre ad entrare in una relazione: “Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.   

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere questo mistero di relazione e di amore parlando di tre persone unite insieme nell’essere un solo Dio, non come entità lontana ma come luce che permea ogni esistenza, non uno dei tanti nomi delle cose, ma il Nome che dà senso e permea tutti i nomi.

La nostra vita può aprirsi ad accogliere questo dono di comunione, a riconoscere come nel cuore, cioè nell’intimo di ogni persona può essere dato spazio a tale presenza. Da qui sorge un modo nuovo di intendere l’esistenza nella responsabilità e si apre la possibilità di sperare. La nostra vita è chiamata a fiorire nella comunione che sulla terra si realizza in percorsi di pace ed è destinata non alla solitudine ma all’incontro e all’amore: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.

Alessandro Cortesi op

Trinità e storia

Tre immagini di questi giorni possono accompagnare la riflessione sul volto di Dio che è comunione in rapporto alla storia segnata da guerra e violenza ed insieme da ricerche e promesse di pace.

E’ un gesto che racchiude bellezza, denuncia e nel medesimo tempo custodisce un abisso di dolore: è il gesto di Ivanka Siolkowsky dopo la ritirata dell’esercito russo dal villaggio di Bucha nei pressi di Kiev in Ucraina, luogo dove sono stati perpetrati crimini di guerra e atrocità e sono state inferte sofferenze che hanno cambiato per sempre la vita delle persone di quei luoghi. La scelta di Ivanka è quella di sostare con i suoi pennelli e con il suo genio artistico sui segni lasciati dai proiettili e dalla potenza devastatrice delle armi. In questi giorni in cui la vita sta riprendendo il suo corso nel dolore che avvolge tutta la popolazione dopo l’incubo del periodo di occupazione Ivanka ha deciso di porre la sua abilità artistica nel segno della bellezza. Laddove sono presenti i fori dei proiettili che hanno colpito le case, le recinzioni dei giardini, le porte dei garage, con i suoi pennelli tratteggia profili di fiori e riempie questi fori bui di morte con colori di vita. E’ un gesto che parla di una resistenza che si attua non con i mezzi delle armi ma con gli strumenti inoffensivi dell’arte.

E’ un’alta protesta che chiede riconoscimento degli atti criminali attuati e non viene meno alle esigenze di giustizia. Nello stesso tempo è un gesto che apre futuro e speranza: quei fori di proiettili di arma da fuoco, sparati da mitragliatrici o da cannoni posti su carri armati, segno di una distruzione perpetrata in modo mirato, tesa a generare morte e a deturpare i volti e la vita, sono vinti e superati da gesti di bellezza. Nel panorama desolato di Bucha devastata dal fuoco dei combattimenti i colori dei fiori dipinti si accompagnano al verde di una primavera che fiorisce offrendo un drammatico contrasto tra la bruttura che è la guerra e la bellezza che non s’impone ma emerge nuovamente e tra le lacrime.

Un’altra foto famosa in questi giorni è tornata davanti ai nostri occhi (in occasione di una recente mostra fotografica a Milano). E’ la foto di Kim Phuc Phan Ti, scattata l’8 giugno 1972 dal fotografo dell’Associated Press Nick Ut nel paese di Trang Bang in Vietnam nel corso di un attacco dell’esercito statunitense con l’utilizzo di armi al napalm. La foto racconta di una fuga disperata di bambini che piangendo cercano rifugio allontanandosi dal fuoco e dal fumo dei bombardamenti. Sono bambini feriti e la nudità di Kim nel suo essere inerme e bruciata sulla sua pelle dagli effetti del napalm è messaggio che scuote le coscienze.

“Ho solo sprazzi di ricordi di quel giorno terribile. Giocavo con i cugini nel cortile del tempio. Un aereo ci è volato sulla testa. Un rumore assordante. Poi le esplosioni, il fumo e un dolore lancinante”. Questo il ricordo di Kim che scrive sul New York Times: “il napalm ti si attacca addosso, non importa quanto corri, causando orrende ustioni e dolore che dura tutta la vita”.

Quella foto, vincitrice del premio Pulitzer per il fotografo Nick Ut, rimane una  denuncia che smaschera ciò che la guerra è: devastazione e orrore che si riversano soprattutto sugli innocenti, i bambini. Oggi Kim vive a Toronto e presiede una fondazione  per sostenere i bambini vittime di guerra. “La prima volta che ho visto la mia foto, con me nuda, sono rimasta scioccata. Mi sono sentita così in imbarazzo, così vulnerabile. In seguito ho affrontato tanto dolore, traumi, incubi. L’arte della vita è vivere con amore, speranza e perdono perché solo questo può davvero cambiare il mondo” (cfr. IG ANSA/Daniel De Zennaro).

Una terza foto ci riporta nel Mar Mediterraneo e in Libia. In questi giorni Mohamed si è tolto la vita impiccandosi nel lager libico di Ain Zara. Aveva 19 anni. Mohamed aveva iniziato da tempo il suo cammino per giungere in Europa dove sperava di iniziare una vita di lavoro e di dignità. Ma era stato imprigionato durante la sua migrazione in Libia nel campo di Al Mabani  e lì aveva sperimentato le torture e le privazioni a cui sono sottoposti i migranti. Nell’ottobre dell’anno scorso dopo esser fuggito da quel lager si era unito al presidio davanti alla sede dell’UNHCR Libya e insieme ad altre migliaia di migranti per mesi ha chiesto di essere riconosciuto nei suoi diritti fondamentali di persona umana. Ma dopo più di tre mesi le milizie di Al Khoja hanno sgomberato con la forza il presidio imprigionando coloro che erano coinvolti. Mohamed è stato ricondotto in un altro lager a Ain Zara. E lì ancora gli orribili trattamenti disumani che sono perpetrati con il sostegno anche del nostro Paese che finanzia la Libia per trattenere i migranti al di fuori delle frontiere europee e ricondurli nei centri di detenzione dove sono tenuti in condizioni disumane e sottoposti a torture, violenze e ricatti. Mohamed si è impiccato dopo cinque mesi. Il giornalista Nello Scavo lo ha ricordato ponendo in luce le contraddizioni che viviamo in questi tempi: “Tripoli dista 1.000 chilometri esatti da Roma. Kiev quasi 1.800. All’Ucraina l’Italia invia armi. Anche alla Libia. Nel primo caso, per sostenere l’esercito che combatte l’aggressione di Mosca. Nel secondo, per impedire a profughi e migranti di raggiungere le nostre coste. Mohamed era uno di loro. Veniva da una provincia del Darfur, regione di mattanze per le quali a marzo, nel pieno della crisi ucraina, si è aperto un processo davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja. Mohamed era nel campo di prigionia di Ain Zara, uno di quelli tenuti in piedi dalle autorità generosamente sostenute da Roma e Bruxelles. Anche la giustizia internazionale è gradita a giorni alterni. Quando Karim Khan, il nuovo procuratore dell’Aja, ha inviato gli investigatori in Ucraina, gli uffici stampa di leader politici e capi di governo europei hanno dovuto fare gli straordinari per inviare dichiarazioni alle agenzie di stampa, inondare i social di commenti, rilasciare interviste a sostegno della giusta causa contro i crimini di guerra commessi in Ucraina. Quando, negli stessi giorni, sempre Khan consegnava al Consiglio di sicurezza Onu il suo rapporto sulla Libia, la reazione è stata il silenzio. Non per indifferenza. Ma per lasciar cadere le accuse. Eppure era solo aprile: «Gli abusi contro i migranti – si leggeva nel report dell’Aja – possono essere qualificati come crimini di guerra e crimini contro l’umanità». Perché non ci fossero dubbi sulla corretta interpretazione, Khan parlava di «crimini commessi nei centri di detenzione». Strutture ufficiali sotto il controllo del governo. Quello di Ain Zara è tra i principali” (“Avvenire” 8 giugno 2022).

«Perdonaci, Mohamed, se abbiamo tradito la fraternità verso te e tutte le altre persone migranti, respinte in Libia e deportate nei lager con la nostra responsabilità». Queste le parole di don Mattia Ferrari, che a causa di minacce da parte di ambienti dei trafficanti e mafia libiche è ora sotto tutela della polizia italiana.

Alessandro Cortesi op

Natale – Omelia messa della notte

Cerchiamo insieme il perché del nostro ritrovarci insieme a celebrare il Natale. Non è più abitudine partecipare alla messa della notte e lo spostamento ad un orario della sera ci aiuta a sostare.

Viviamo questo Natale nel tempo della pandemia: una situazione che coinvolge a livello globale tutti i popoli, tutti gli angoli della terra e che ha reso palpabile e concreta l’interconnessione delle nostre vite, delle vite di tutti.

E’ un tempo di buio che attraversa in tanti modi le nostre esistenze e soprattutto quelle dei più fragili, di chi non ha sostegni, di chi è solo, di chi vive in alcune regioni del mondo.

E questa sera accogliamo la Parola del profeta che è parola di speranza

“il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che camminavano in terra tenebrosa, una luce rifulse”. E poi: “hai aumentato la gioia, hai moltiplicato la letizia…”. Un invito paradossale che esige di essere approfondito.

Oggi le tenebre sono rinvio al buio, all’incertezza, a tutte le angustie e sofferenze che la pandemia che si prolunga – e che esigerebbe uno sforzo collettivo di responsabilità e solidarietà per superare l’emergenza sanitaria –  ha generato, ma anche del buio di una società malata di cui la pandemia ha svelato le grandi contraddizioni, le ottusità e gli egoismi. Ed è situazione che non sembra avere fine perché le situazioni che hanno causato la pandemia, la crisi ambientale, l’iniquità sociale, la scandalosa disuguaglianza che divide il mondo non sembra siano affrontate in radice. Ma siamo qui per scorgere una luce  e scoprire il messaggio di speranza del Natale. Sì, è la speranza il dono di questo Natale.

Il decreto di Cesare

La vicenda di Gesù si muove nel quadro di una storia segnata dai disegni dei grandi, dal dominio dell’impero, dalle ricadute sui piccoli delle decisioni del potere. Il censimento nella Bibbia è simbolo della pretesa dei grandi di misurare il proprio dominio. E’ il grande peccato di Davide quello di aver voluto il censimento del suo popolo (1Sam 24,1-4.10-18.24-25).

Il censimento è paradigma di quelle decisioni che ricadono sull’esistenza concreta dei poveri e che deriva da pretese di grandezza e dalla rincorsa ad accumulare ricchezza, a coltivare privilegi, ad assestare domini. Si potrebbe dire l’espressione simbolica di un sistema malato che opprime in modo violento fino a soffocare la vita dei poveri. Possiamo vedere questo anche oggi questo laddove le grandi decisioni dei poteri che detengono le leve dell’economia e della finanza generano le conseguenze che abbiamo sotto i nostri occhi: le delocalizzazioni che portano licenziamenti e  disperazione nelle famiglie, l’esigenza di ritmi di lavoro senza controlli e senza attenzione alla sicurezza che sono cause delle tanti morti sul lavoro, le scellerate scelte di chiusura dei confini e di respingimento dei poveri che lasciano morire uomini donne e bambini di fame e di freddo e di torture ai confini della ricca Europa.

Lo spostamento, l’uscita dalla propria casa di Giuseppe e Maria è provocata da questa decisione dei grandi ed è storia dei piccoli. In questo quadro di una vita di piccoli, ai margini dell’impero, si muove l’inizio della vita di Gesù. Anche se storicamente forse Luca confonde gli avvenimenti (è attestato un censimento nel 6 d.C.) il messaggio che proviene da questa pagina – che ritorna a pensare la nascita di Gesù dopo che tutta la sua vita si è conclusa – sta nella grande contrapposizione che presenta tra ingiustizia globale e vita dei piccoli e nel volto di Dio che ne emerge. Il Dio di Gesù non sta dalla parte dei dominatori, di chi usa la violenza, dei grandi manovratori del mondo. Sta dalla parte dei senza nome e senza volto, di coloro che sono considerate pedine insignificanti o soltanto numeri. Nella risacca della storia ci sono nomi che solo Dio conosce ed Egli prende con sé questa storia.

Nei suoi ‘auguri scomodi’ per Natale Tonno Bello scriveva: “Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, il progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”.

Le fasce di Maria

C’è un particolare del racconto di Luca nel momento della nascita e sono le fasce del bambino, Gesù è posto da Maria nella mangiatoia perché non c’era posto per loro. Queste fasce sono un sottile rinvio alle fasce della sepoltura: quel bambino va seguito in tutta la sua vita. Questo è solo un inizio, sembra dirci Luca. La nascita rinvia all’intero suo cammino, alle sue parole, ai suoi gesti, al modo di intendere la vita fino alla fine. Ma in quelle fasce sta anche tutta la cura e l’attenzione. C’è il senso della sorpresa per la vita nella sua nudità. Per l’inermità che chiede delicatezza e tempo e sguardo premuroso. Le fasce svolte da Maria ci richiamano i gesti del quotidiano come luogo in cui scorgere una presenza inaudita e improvvisa. Quelle fasce e il deporlo nella mangiatoia fanno pensare ai gesti semplici, quelli del quotidiano. Chi lavora nella stalla lo sa: una poetessa di montagna Roberta Dapunt della val Badia, ha cantato la semplicità e lo spessore di questi gesti:

Di ritorno dalla stalla (Roberta Dapunt)

In questo buio compatto è perpetuo novembre.

Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto.

Perché io so che tu sei,

lo sanno i miei sensi,

quando tornano dalla stalla.

Tutto è qui nella riservatezza rurale che ripeto

mattina e sera, spesso unico sentiero

che pesto come a passeggio verso casa.

Tutto è qui. Qui è l’avvenire,

qui è il tempo che passa e la morte che viene,

in questo gesto comune è la mia alleanza

posta fieno su fieno,

letame dopo letame,

solitudine per solitudine,

nell’amore alla vita, perché vita è l’unico supporto,

qui su questo percorso, umile gioia dei giorni.

E’ la semplicità della vita, la nudità di un bambino che richiede cura il luogo in cui scorgere la apertura ad un incontro di un Dio sorprendente. Papa Francesco ricorda nella sua lettera sul presepio “Admirabile signum”: “…il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita”

“I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato”.

Pietro di Celle, nato attorno al 1147, divenuto monaco benedettino e vescovo, e morto a Chartres nel 1183, offre in un suo sermone una invocazione a Gesù che viene nella semplicità:  “Vieni Gesù, nell’umiltà delle fasce e non nella grandezza, nella mangiatoia e non sulle nubi del cielo, fra le braccia di tua madre e non sul trono della maestà, sull’asina e non sui cherubini. Vieni verso di noi e non contro di noi, per salvare e non per giudicare, per visitare nella pace e non per condannare nell’ira. Se vieni così, Gesù, invece di sfuggirti, noi fuggiremo verso di te”.

La luce dei pastori

Nella notte i pastori seguono una luce. Si lasciano interrogare da una ricerca e da una domanda aperta: sono ascoltatori di voci, cercatori di segni, bisognosi di luce…

E sono capaci di uscire, di lasciare le loro occupazioni per mettersi in cammino, per inseguire una luce che è fuori ma anche dentro loro: è luce di speranza. 

Anche noi questa sera siamo qui non per abitudine ma con un’inquietudine nel cuore, con una ricerca , colmi delle tante sofferenze che appaiono sovrastanti di questo tempo.

I pastori ci ricordano che nel buio si può accogliere una luce che rompe le tenebre: ci chiamano alla speranza che è attitudine dei poveri. Ce lo ha ricordato in questi  Timothy Radcliffe che è tornato a predicare dopo una grave malattia e ha detto: noi possiamo essere portatori di disperazione o di speranza nella nostra vita… non procrastiniamo la scelta di essere testimoni di speranza.

E’ una speranza che si aggrappa a questo dono di presenza e di luce. Ed è germoglio di risurrezione, di una fioritura possibile anche nell’inverno del nostro tempo segnato dalle paura dall’irrigidimento della paura e delle tristezze. Il dono di questo Natale è un messaggio di speranza: speranza che chiede di farsi storia, che si dica in piccoli gesti e in uno sguardo nuovo. “Riconosci cristiano la tua dignità” – richiamava Leone magno nelle sue omelie sul Natale – dignità di figlio e figlia, amato benvoluto, il cui nome è conosciuto e accolto da un Dio che si fa vicino nel bambino avvolto in fasce e  che non trova posto dove essere accolto. Questo invito può essere tradotto oggi nel riconoscere la dignità dei volti e nel portare speranza.

Verso la Messa di Mezzanotte

                                                     Natale 1977

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti di ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.
Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.
Invisibile aria: Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di te si impregna.
Tu sei d’ogni radice l’alto mistero in musica
che innerva il tralcio – lazzaro e lo spinge a fiorire.

Maria Luisa Spaziani

Alessandro Cortesi op

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 31

Tonino Bello

Oggi 20 aprile è l’anniversario della morte di don Tonino Bello (1935-1993). Propongo il momento quotidiano di sosta seguendo lo schema prediposto da don Christian Medos di Pax Christi. Si può scaricare cliccando qui.

E’ un testo profetico e di una attualità che dà a pensare l’omelia che don Tonino fece leggere l’8 aprile 1993 – era giovedì santo, ed era gravemente malato – nella messa crismale a Molfetta.  Qui il testo. (ac)

Ascensione del Signore – anno C – 2019

ascensione.jpgAt 1,1-11; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53

L’intero vangelo di Luca è strutturato attorno al tema del viaggio. Gesù percorre la strada verso Gerusalemme e il suo viaggio è una salita, una ‘ascensione’. Gerusalemme è infatti posta sul colle di Sion e i pellegrini che andavano verso la città santa la vedevano da lontano come meta posta in alto. Tanti salmi cantano così l’ascensione verso Gerusalemme, al tempio di Dio ed erano usati mentre si saliva verso Gerusalemme. Luca nel suo vangelo presenta così il cammino di Gesù come salita a Gerusalemme: “Mentre stavano per compiersi i giorni della sua ascensione, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51). Nell’episodio della trasfigurazione, nel dialogo tra Mosè e Elia, essi “parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31).

Nel racconto della passione Gesù sale al Calvario e poi sulla croce. Il suo risvegliarsi dal sonno della morte, il suo ‘alzarsi’, è presentato da Luca nei termini di salita alla destra del Padre: “Gesù li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24,52-53).

Ascendere è movimento di salita, ed esprime tutta la vita di Cristo: il suo percorso è una salita che Luca indica sfociare non solo fino a Gerusalemme ma ancora più in alto nello stare accanto al Padre. Il cielo, simbolo del divino, è la sfera in cui Gesù vive ora nella condizione del ‘vivente’ (è questo il titolo del risorto per Luca), colui che ha vinto la morte. Il suo ‘salire’ si compie portando con sé tutto al Padre. E salendo al cielo lascia una benedizione. Non rimane senza legame con i suoi e con la terra. Non sarà più presente, la comunità dovrà vivere nella sua assenza, nell’attesa di un ritorno, e d’ora in poi sulla terra si svolgerà la missione di coloro che sono investiti della forza dello Spirito Santo e sono chiamati a vivere un nuovo incontro con lui e nella speranza.

Nel movimento della ascensione quindi Luca legge la nuova vita di Gesù oltre la morte e il sorgere del cammino della chiesa: Gesù ora vive nella comunione con il Padre, e dona la forza dall’alto, il dono dello Spirito perché l’incontro con lui si attua nella sua assenza, attraverso i suoi testimoni.

Il movimento che lo porta in alto è inizio di un grande raduno. Il quarto vangelo esprime questo dicendo : ‘quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me’ (Gv 12,32). Colui che sulla croce era stato visto come il fallito, proprio sulla croce ha manifestato l’amore fedele fino alla fine. Nel dono di sé e nel farsi servo sta il senso più profondo della vita di Gesù e del cammino che Gesù indica ai suoi.

La lettera agli Ebrei vede nella corporeità di Gesù risorto una strada che si apre per un salita nel nuovo tempio, il tempio celeste che è comunione con Dio. Non ci sono più esclusi o condizioni particolari per entrarvi: Gesù con il suo sangue, cioè con la sua vita, ha aperto una strada nuova. E’ una via che è una persona: è Gesù, nella sua corporeità, la via nuova e vivente. “Avendo, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne…. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”.

La festa dell’ascensione è un aspetto della festa della Pasqua: indica un passaggio aperto per un incontro nuovo, di vita, con il Padre. E’ anche festa di speranza per la chiesa, comunità chiamata a non rimanere a guardare il cielo, ma ad impegnarsi sulla terra annunciando la presenza nuova del Signore e accompagnando all’incontro con Lui nello Spirito.

Alessandro Cortesi op

Vendita gomitoli onlineRancore e speranza

Qualche commentatore ha evidenziato come in Italia il grande vincitore delle elezioni europee sia stato non solo e non tanto un capo-popolo, che dirige un partito politico, quanto piuttosto un sentimento diffuso che ha fatto sì che molte persone si siano affidate alle illusorie promesse di chi si è presentato come salvatore. Non la paura è il sentimento predominante. E pure la paura è stata alimentata a piene mani con una presentazione dei problemi e della realtà deformate e capaci di suscitare allarme e opposizione di fronte all’altro, all’immigrato, al più povero. Ma più che la paura è il rancore l’atteggiamento dominante. E’ sentimento che viene coltivato e che da tanto tempo costituisce un legante di esperienze e persone assai diverse. Il rancore è proprio di chi avverte la propria situazione come segnata da disagio e da tradimenti e cerca di individuare un capro espiatorio colpevole della mancata realizzazione di aspirazioni o del venir meno di condizioni di privilegio, di benessere e o di soluzione al proprio disagio.

Il rancore alimenta anche quell’attitudine populista che si può sintetizzare nel sentimento di una bontà racchiusa nel popolo, depositario di ogni tipo di virtù, e di una colpa propria di una élite il cui carattere principale sarebbe l’egoismo. Una contrapposizione di bene e male considerati interamente separati da una parte e dall’altra senza possibilità di mediazione e di democrazia.

A partire dagli anni 80 in Italia a più riprese varie fasce della società si sono affidate a diverse figure percepite come ‘salvatori del popolo’ che hanno vissuto parabole di affermazione e di discesa talvolta in modo più lungo, altre volte in modo più rapido, ma sempre contrapponendo promesse di soluzioni mirabolanti ad effettive realizzazioni assai deludenti, quando non concluse nel malaffare e nella corruzione. E’ la vicenda di diversi populismi che hanno segnato la storia recente del paese e che hanno visto il crescere di entusiasmi talvolta con risultati anche elettorali mirabolanti, e il successivo spegnersi e appassirsi di tante esaltazioni a fronte dell’incapacità di affrontare la complessità del reale.

E’ questo forse il principale problema di una popolazione italiana in certe fasce sociali caratterizzata dalla preoccupazione di trattenere e non perdere una ricchezza percepita come privilegio senza responsabilità sociale, nemmeno verso le generazioni più giovani, in altre aree segnata duramente da condizioni di disagio e di venir meno progressivo di sostegni sociali in condizioni di povertà.

Il rancore e la chiusura vengono a costituire il comune denominatore di una società ripiegata e incapace di pensare un futuro diverso e altro rispetto a nostalgie di un passato ormai alle spalle. Caratteristiche di un invecchiamento che non pensa al futuro e non lascia spazio alle aspirazioni dei giovani.

A fronte di tale sentimento prevalente sarebbe da auspicare un nuovo sguardo e la maturazione di un atteggiamento diverso nei confronti della vita, degli altri, del futuro. E’ questo l’atteggiamento di chi nel cuore coltiva la speranza, che non fa ricadere su altri le colpe di ciò che va male. La speranza è attitudine di chi avverte la problematicità della situazione e non pretende soluzioni miracolistiche in termini di esclusione degli altri. E’ legata alla mitezza propria di chi percepisce il proprio limite e nello stesso tempo cerca di costruire passo passo senza affidarsi ad illusioni. Soprattutto è consapevole che solo in una rinnovata solidarietà sociale e nella consapevolezza di appartenere ad un’unica comunità umana è possibile affrontare le difficoltà del presente, ricercando le cause profonde delle sofferenze e cercando di costruire insieme. Chi spera non vive ‘contro’, con giudizi perentori sugli altri e non riconoscendo il proprio limite. Al contrario vive ‘per’, nella tensione a mettere energie al servizio di un progetto comune, ad aprire vie di pensiero e di prassi ad una vita buona per tutti. “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza”.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0620.JPGIs 55,6-9; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

“Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Il cielo è lontano dalla terra: è una distanza incolmabile che diviene segno di una differenza irriducibile. Dio non è a misura dell’uomo. La sua presenza non è riconducibile ai pensieri umani. C’è una ricerca da condurre e un silenzio di rispetto e stupore da mantenere: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Il pensare umano non può pretendere di trattenere e avere in mano i disegni di Dio.

Ricordare questa distanza è il primo passo della fede, la condizione per non ridurre Dio entro i piccoli schemi e le pretese umane. Le vie di Dio non sono le nostre vie. La parola del profeta invita quindi a cercare il Signore, ad invocarlo mentre è vicino. Se c’è da un lato distanza e alterità, d’altro lato Dio è il vicinissimo: il Dio signore della creazione e della storia è anche nello stesso tempo il Dio che si dà ad incontrare, che si fa trovare da chi lo cerca. E’ questa una ricerca da condurre là dove ci sono gesti di bene, nel far crescere il bene. Nel libro di Amos si legge: “Cercate il bene e non il male, se volete vivere e solo così il Signore… sarà con voi” (Am 5,14)

La ricerca di Dio esige una disponibilità ad accogliere i suoi pensieri e camminare nelle sue vie. Il Dio a cui ritornare è Dio della misericordia e del perdono, è il Dio della parola che come pioggia scende ad irrigare, a portare vita ed energia per far germogliare tutti i semi buoni dell’esistenza.

La parabola dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna non è da leggere come insegnamento sui rapporti di lavoro. Invece, come tutte le parabole, è parola che narra il regno di Dio e fa scorgere alcuni tratti del volto del Padre.

Un padrone di casa esce di casa a diverse ore della giornata per trovare lavoratori per la sua vigna: più operai sono chiamati a lavorare nei diversi momenti. Al termine della giornata tutti sono pagati con la medesima ricompensa e i primi si lamentano per essere stati pagati come gli ultimi. Essi ‘mormorano’ dice Matteo: è evocazione del mormorare di Israele nel deserto, quando si levò la protesta contro Dio perché non assecondava le esigenze e i progetti del popolo.

La questione allora non è sui rapporti di lavoro, ma sul modo di vivere la relazione con Dio stesso. Alle lamentele il padrone della parabola risponde dicendo: ‘Amico’. Sta forse qui il centro di tutta la parabola: l’incontro con Dio è essere coinvolti in una condivisione di vita, è amicizia donata, chiamata per un affidamento sincero. Chi lavora nella vigna è reso partecipe dell’amore di Dio per la sua vigna (simbolo del popolo d’Israele e della cura di Dio nell’alleanza: cfr Is 5)

La mormorazione è segno di non comprendere i pensieri di Dio, la sua bontà. Di qui nasce l’invidia nei confronti degli altri. L’agire del Padre che Gesù delinea nelle parole e scelte del padrone della vigna è agire di grazia e di perdono. ‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Non ha limiti la sua bontà: per i primi come per gli ultimi la cosa importante è il rapporto nuovo l’incontro con lui. Il padrone della vigna dà a ciascuno quanto pattuito, è quindi giusto. Ma non si ferma qui: supera la giustizia sconfinando oltre. Il suo sguardo è di misericordia verso tutti. E’ preoccupato non di altro se non della relazione con lui: di far entrare nella sua amicizia. Oltre ogni merito. Il regno di Dio è dono per tutti, è scoperta di rapporti nuovi possibili, di accoglienza e di fraternità. La parabola capovolge modi di pensare Dio secondo misure umane, anche di tipo religioso, nella logica del dare-avere, del merito e della ricompensa. Dio che perdona è il Dio del cuore largo, in cui c’è spazio e non vi è esclusione.

Questo stile della misericordia dovrebbe generare una ricerca e un cambiamento. Dovrebbe essere lo stile da cercare sempre nella vita della comunità che segue Gesù: in questo sta – ce lo suggerisce la seconda lettura – il comportarsi ‘da cittadini degni del vangelo’.

Alessandro Cortesi op

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Vigna

E’ periodo di vendemmia. Una vendemmia che quest’anno per le temperature alte dell’estate e per la siccità giunge anticipata. E’ tempo di  raccolta del generoso frutto della vigna albero forte e nodoso. La vigna piange a primavera nell’aprirsi delle gemme, si veste di un abito di foglie e verde nell’estate e vive l’inverno nel ridursi ad essere tronco con esili rami piegati e, dopo la potatura, legati in attesa di nuova vita.

La vendemmia è festa: è accorrere di tante mani, di voci che si rincorrono tra i filari nel gettare i grappoli d’uva nei secchi pronti per la spremitura. Per molti è lavoro. Duro e sfruttato. E’ spesso riunione di famiglia che ritorna ai campi, eredità di un mondo di nonni e avi che dalla terra traevano di che vivere. E’ festa di ricordi, forse anche occasione di riscoperta di quel rapporto con la terra che oggi è venuto meno, ma che non rinvia ad un passato lontano, piuttosto ad un futuro di nuovo rapporto da ripensare e ricostruire, nel rispetto e nella cura di chi sa che il patto con la terra giunge da lontano e non può venir meno.

Le vendemmia è anche un segno dell’autunno, di questo momento in cui si raccoglie ciò che la terra dona. Ricordo di una generosità che possiamo guardare con stupore. L’autunno è il tempo della maturità e del tramonto che si avvicina preparando il buio che attraversa l’inverno. Ma ancora lo splendore di mattinate fresche con l’aria che pizzica nel risplendere di colori che prolungano l’estate si fa invito a sperare. L’autunno è tempo di raccolta: dopo lunga preparazione, ma anche di nuovo inizio. Nella fine sta l’inizio. L’autunno rinvia ad una esigenza di riposo dopo l’agitazione e gli estremi dell’estate con i picchi della calura e le giornate lunghe a non finire mai. In questo desiderio di riposo, nel progressivo anticiparsi dell’ora del tramonto, sta anche un inizio nuovo. E’ tempo che porta a maturità ma non è fine. E’ fragile promessa come dai frutti maturi i semi divengono annuncio di nuovi inizi. La vendemmia è segno di una speranza che parla di momenti di festa e di ritrovo: il vino è quel sovrappiù che racconta della gioia di uno stare insieme nella pace.

Leggo in questi giorni una bella riflessione che è preghiera di Francesco, nell’udienza generale di mercoledì 20 settembre sulla speranza. La riporto con l’invito ad aprirsi alla speranza nel tempo della vendemmia, nel tempo dell’autunno.

“Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì.

Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto, alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

Opera la pace in mezzo agli uomini, e non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Anche ognuno di noi ha la propria storia da raccontare. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.

E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La speranza ci porta a credere all’esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini.

Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. E ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede. E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza; tutti nostri nemici.

Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano; e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto.

Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore.

Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai” (Francesco)

Alessandro Cortesi op

 

XVI domenica ordinario – anno A – 2017

DSCN1506Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

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(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

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La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

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205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

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II domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La prima lettera di Pietro parla della Pasqua nel rapporto con la vita dei credenti e suggerisce aspetti fondamentali della fede cristiana. Al centro sta lo sguardo all’opera di Dio. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Il Padre ha pronunciato l’ultima parola sulla vita di Gesù, ha risollevato la vita del crocifisso e gli ha dato un ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Nella risurrezione ha costituito Gesù come signore. Ha così pronunciato il suo sì definitivo alla vita e alla morte di Gesù vissute nello ‘spendersi fino alla fine’, nell’amare fino al segno supremo.

Al centro della fede sta questo dono per tutti. Nel ‘rialzare’ Gesù dalla morte il Padre ha offerto un dono di rigenerazione per l’umanità. Nella risurrezione di Cristo è donata una vita nuova, opera del Padre. Da qui si apre la speranza dei credenti: è speranza viva, eredità che non si consuma. E’ eredità di incontro che diventa modo nuovo di intendere la vita, i rapporti, ogni cosa sin d’ora.

Da qui l’invito a scorgere questa condizione nuova: una vita rigenerata, nella custodia da parte di Dio che vince le forze di male. La vita e la morte stessa acquistano un senso nuovo dalla parola/azione definitiva della risurrezione. Questa eredità è conservata nei cieli, per chi ‘dalla potenza di Dio è custodito mediante la fede’.

Fede è così fissare lo sguardo su quanto il Padre ha compiuto, è ritrovare la propria eredità più preziosa in questo incontro. E’ anche inizio di una speranza per vivere seguendo Gesù nel cammino da lui percorso. I cristiani vivono – o dovrebbero vivere! – per questo nella provvisorietà, nella dispersione, come stranieri, in condizione di cammino. Non sono ancora giunti a casa, ma sanno che Dio li custodisce: ‘dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede’.

Nella pagina degli Atti degli apostoli l’evento della risurrezione è letto come spartiacque del tempo. Luca nel vangelo aveva narrato il cammino di Gesù fino a Gerusalemme. Ora la bella notizia della risurrezione è annunciata sino agli estremi confini della terra. In brevi sommari sono delineati tratti essenziali della testimonianza delle prime comunità: sono memoria ma anche richiamo ad un ideale da coltivare sempre.

Il primo tratto è la fedeltà all’insegnamento degli apostoli: al centro sta la memoria della vita di Gesù consegnata agli apostoli, il ricordo delle sue parole e gesti. E’ memoria che suscita scelte e impegno nuovi.

Il secondo tratto è la frazione del pane: la vita della comunità trae forza dal ripetere il gesto di Gesù nella cena e attuarlo nella vita. Spezzare il pane è riandare alla sua vita come dono per tutti per vivere scelte di condivisione e accoglienza.

Il terzo tratto è la preghiera: i discepoli di Gesù continuano a vivere la preghiera di Israele. Salgono al tempio, continuano l’invocazione dei salmi e la memoria dell’alleanza di Dio.

Il quarto tratto è la comunione: è innanzitutto dono che sgorga dalla vita di Dio. E’ poi chiamata a condividere i beni, a distribuire a ciascuno secondo il bisogno. Seguire Gesù è movimento che conduce a spostare la domanda: non ‘chi sono io?’ ma ‘per chi sono io?’. Rende responsabili degli altri e chiede scelte concrete.

Alessandro Cortesi op

Spezzare il pane

Sono quasi 9000 i migranti salvati nei giorni della Pasqua di quest’anno. Nel Mediterraneo hanno collaborato la Guardia costiera con dieci unità navali, altrettante quelle delle ONG , due di Frontex, una dell’operazione Sofia. E non sono state sufficienti: vi è stata la richiesta dell’aiuto di più di dieci navi mercantili presenti nelle aree dei salvataggi.

Carlotta Sami, portavoce dell’l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di fronte a questa situazione ripete: “È essenziale che l’Europa si attivi per aprire corridoi umanitari, rafforzando il dialogo tra le nazioni per avviare una concreta strategia dell’inclusione, o quest’estate i problemi saranno moltiplicati’’ (Giuseppe Lo Bianco, Italia-Libia, così non va. Non è illegale cercare asilo. Intervista a Carlotta Sami, “il Fatto Quotidiano” 19 aprile 2017). La portavoce UNHCR ricorda le statistiche che indicano come vi sia un aumento di arrivi di eritrei, sudanesi, maliani. Sono provenienze da Paesi dilaniati da guerre, o pesantemente segnati dalle carestie, come la Somalia e il Sud Sudan. Carlotta Sami ricorda inoltre che Paesi tra i più poveri del mondo accolgono al loro interno milioni di rifugiati, molti più di quanti siano accolti in Europa: tra di essi l’Etiopia, il Sudan, il Niger. In Libia è in atto una crisi umanitaria devastante. Vi sono centri di detenzione di massa che trattengono centinaia di migliaia di persone. Violenze, torture, abusi sono pratiche ordinarie e non contrastate. La maggior parte delle donne subisce violenze e stupri ripetuti.

In tale quadro il recente accordo Italia-Libia dimostra la sua inadeguatezza e la presenza di elementi inquietanti che contrastano con l’attenzione ai diritti fondamentali. Giancarlo Perego, della Fondazione Migrantes della Caritas – da pochi giorni nominato vescovo di Ferrara – ha posto in luce come tale accordo indebolisca la tutela del diritto d’asilo: «Si è siglato un accordo con un Paese, la Libia, che è al di fuori del contesto europeo come in qualche modo poteva essere la Turchia; che non dà garanzie; che potrebbe semplicemente spostare gli sbarchi da Tripoli a Bengasi, territorio che non è sotto il controllo di Al Sarraj … indebolisce la tutela del diritto d’asilo e scarica ancora una volta la responsabilità nei confronti di persone che sono in fuga da guerre, violenze, fame, povertà e terrorismo» (Daniela Fassini, Caritas: non accettiamo questa politica dello scaricabarile, “Avvenire” 4 febbraio 2017)

Il giornalista e regista Gabriele Del Grande – che sta vivendo momenti drammatici nei giorni scorsi arrestato senza alcuna ragione al confine della Turchia e lì trattenuto – con la consapevolezza di chi da anni ha seguito le vicende dei viaggi dei migranti nel Mediterraneo contando i morti su queste rotte ha postato agli inizi di febbraio una lettera aperta al presidente del consiglio chiedendo per una volta ascolto di voci diverse da quelle della paura o dei sondaggi: “mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata…. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. (…) Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo. (…) Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. (…) Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali”.

Tra le voci che ricordano le contraddizioni di scelte politiche che generano illegalità vi è quella di Camillo Ripamonti, , presidente del Centro Astalli di Roma (l’Huffington Post” 5 gennaio 2017 ) “A oggi l’unico modo per giungere nel nostro Paese è farlo senza documenti, senza permesso. A rendere illegali i migranti siamo noi e le leggi sull’immigrazione in vigore: vecchie e non più in grado di regolamentare un fenomeno profondamente diverso dai tempi della Legge Turco-Napolitano e dalla legge Bossi-Fini che da 20 anni sono le uniche norme in vigore”.

Accanto a queste voci le buone pratiche diffuse e non considerate. Una ringhiera con i colori di tante bandiere è il benvenuto con cui si presenta Sant’Alessio d’Aspromonte, comune che conta circa 400 abitanti nella vallata del Gallico (Marzio Cencioni, Sant’Alessio, il paese che rinasce grazie ai migranti, “L’Unità” 19 aprile 2017).

Il giovane sindaco Stefano Ioli Calabrò è animatore di un progetto insieme a Luigi De Filippis, un medico che si è dedicato all’attenzione ai migranti con attenzione precipua ai più vulnerabili. Quest’ultimo presenta le linee di un progetto che potrebbe costituire un orizzonte di impegno a più ampio raggio nelle politiche dell’immigrazione: “Parliamo di soggetti che vivono, nel dramma del loro viaggio verso una vita migliore, particolari condizioni personali, donne, soprattutto singole, in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone sottoposte a torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Ma anche soggetti che necessitano di assistenza sanitaria e domiciliare specialistica più o meno prolungata e coloro che presentano una disabilità anche temporanea, e, infine, le famiglie con minori. Il nostro è un progetto che prevede un processo programmato di inserimento nel tessuto sociale. Punto centrale di questa integrazione, che avviene per gradi, non invasiva per la comunità locale, è la reciproca convenienza e sulle opportunità economiche che questa presenza offre al Paese. Obiettivo è riportare queste persone all’autonomia, fornendo loro strumenti e competenze per farle diventare parte attiva della società italiana”.

Il sindaco osserva che “alcuni migranti sono stati inseriti in servizi di pulizia delle aiuole, recupero floreale, ed altri, impegnati nei laboratori di falegnameria, stanno recuperando le panchine in legno degli spazi pubblici». Il Progetto ha portato nuova vita ad un paese che viveva il processo di spopolamento e di mancanza di lavoro per i giovani. Ha portato anche occasioni nuove per i giovani per mettere a frutto le loro competenze professionali.

Spezzare il pane oggi si concretizza in scelte di giustizia e di ospitalità che aprono a scorgere nuovi orizzonti di senso anche per la vita di paesi, città. Per una convivenza giusta e umana.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno A – 2014

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Gesù ‘fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi’. La morte e risurrezione di Gesù è letta da Luca come un passaggio, una salita, dalla dimensione della terra all’alto, al cielo l’ambito della vita di Dio. Il ‘cielo’ in alto è distinto e lontana dalla terra, in basso: per la Bibbia il cielo è il luogo di Dio mentre la terra, il basso è luogo degli uomini. Nella risurrezione Gesù è ‘innalzato’: vive una condizione nuova, uno stare presso il Padre rialzato dalla morte nello Spirito, ma è innalzamento di colui che è sceso e si è fatto servo. La croce manifesta un volto di Dio che unisce terra e cielo, un Dio comunione: il Padre, la sorgente dell’amore, il Figlio l’amato che tutto riceve e si consegna totalmente a Dio e a noi, e lo Spirito, il dono vincolo dell’amore e estasi di Dio che apre ad una comunione sempre nuova. La ‘nube’ che ‘lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli è segno che dice il manifestarsi di Dio, la sua presenza vicina ma inafferabile che rimane altra e sempre da ricercare (cfr. Es 13,21-22; 24,15-18; Lc 21,27; 1Ts 4,17).

L’intera umanità di Gesù vive in questa comunione. Nella sua vita ha mostrato l’amore fino alla fine. Nella morte il Padre è presente come colui che consegna il Figlio, nella risurrezione conferma la vita di Gesù come rivelazione dell’amore e dona a Gesù il nome di ‘signore’, colui che ha vinto la morte con la forza dell’amore. L’ascesa al trono del re evocata nei salmi diventa il riferimento per parlare del movimento di salita, innalzamento di Gesù: ‘applaudite popoli tutti… ascende Dio tra le acclamazioni…Dio è re di tutta la terra… Dio siede sul suo trono santo’ (Sal 46). Il salire di Gesù sta in rapporto con il movimento di discesa: nel suo scendere e servire ha reso visibile il volto di Dio come amore che si dona. Per questo ‘Dio l’ha innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome’ (Fil 2,9); “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

Gesù richiama i suoi a non lasciarsi prendere da vane curiosità sui tempi e sui momenti in cui si costituirà il regno. Chiede loro ‘di non allontanarsi da Gerusalemme’, ma di attendere il compimento della promessa del Padre, quella di essere battezzati, cioè immersi, investiti della forza dello Spirito Santo. Richiama Gerusalemme, luogo della sua passione della croce. Apre loro il cammino dei testimoni, chiamati a ricordare il crocifisso risorto: ‘mi sarete testimoni, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra’. Essi fissano il cielo ma sono rinviati alla terra a percorrere le sue vie oltre i confini fino agli estremi.

L’ascensione rinvia al tempo della storia della comunità, chiamata ad incontrare in modo nuovo d’ora in avanti il suo Signore: è sottratto a noi ma si apre il tempo in cui la sua vicinanza rimane. La promessa è una vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’. Rimane la presenza dello Spirito che sta accanto, investe come dono l’ordinarietà della vita dei discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’.

Essi d’ora in avanti sono chiamati a vivere la predicazione nella conversione e nell’annuncio del perdono per tutte le genti. Conversione e perdono sono due momenti che vanno tenuti insieme, ed entrambi sono dono proveniente dalla risurrezione di Gesù. L’impegno storico a costruire percorsi di conversione alla via seguita da Gesù è invio che apre la comunità ad una responsabilità del quaggiù: ‘perché state a guardare in alto?’. Insieme sono inviati: c’è una dimensione comunitaria che segna ogni percorso del credere.

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Queste letture hanno una particolare risonanza per noi oggi.

“Ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme…”. A Gerusalemme nei giorni scorsi alcuni gesti hanno aperto speranze e ci hanno ricondotto alle parole di Gesù. Sono segni della presenza dello Spirito. Il segno di un abbraccio tra Francesco e Bartolomeo ha parlato di un cammino di comunione possibile tra le chiese che diviene segno di una testimonianza comune di Gesù oggi. Il dialogo e l’abbraccio tra le figure del vescovo di Roma, cristiano, di un rabbino, ebreo e di un mufti islamico ha indicato la via delle religioni chiamate a spogliarsi oggi di tutto quello che le rende sistemi di potere e di negazione dell’altro, per percorrere le vie della comunione della costruzione di una umanità capace di accoglienza reciproca. E così pure il gesto di un invito ai presidenti dei due popoli e dei due Stati in conflitto nella terra di Israele a pregare insieme, nella dimensione della casa, invito che ha trovato accoglienza, apre alla speranza che non in virtù di diplomazie o di alleanze di poteri ma nello scoprirsi uomini  e donne di diverse fedi e culture accomunati dall’unico desiderio della pace, si possa intraprendere una strada di pace non basata sull’uso delle armi, ma sul riconoscimento della propria umanità e radicata nella diversità delle fedi che possono incontrarsi. Nella conversione all’altro e nel superamento della spirale della violenza e della rivendicazione scegliendo la via dell’incontro e del perdono.

“Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo… illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati…”. La speranza è dono dello Spirito. Sorge dall’espreienza dello Spirito come respiro della vita che apre ad un vedere nuovo. In un tempo in cui sperimentiamo il peso della preoccupazione e della crisi a vari livelli queste parole sulla speranza acquistano un rilievo particolare. Sperare è questione di sguardo trasformato.  Gli occhi del cuore sono occhi dell’interiorità: non solo occhi dell’emozione e neppure solo occhi di una ragione che tutto vuole comprendere e tenere in mano, ma sguardo che risiede laddove sta la radice delle scelte e degli orientamenti della vita, il cuore, centro dei pensieri e dei sentimenti, della memoria e dell’esperienza. La preghiera di Paolo che il Padre illumini gli occhi del cuore è invito a coltivare una interiorità che troppo spesso viene soffocata e non lascia spazio ad una vita autentica. C’è una speranza racchiusa per ciascuno a cui guardare.

“Quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò… andate fate discepoli… insegnando loro…”. Ai discepoli carichi del dubbio e appesantiti dalla fatica del loro abbandono Gesù si avvicina e affida un invio a coinvolgere e insegnare. La risurrezione è movimento di vicinanza e di invio: non lascia tempo per ripiegarsi. Non pone rimproveri per il dubbio, ma impegna coloro che si incontrano ancora insieme nonostante tutto. Ed apre ad un invio, che sta nei termini di un coinvolgimento (immergere) e nel divenire segno (insegnare). Insegnare rinvia al porre segni e all’accogliere segni che accompagnano nel cammino che conducono a realizzare la propria umanità. Insegnare rinvia non tanto a portare una dottrina ma a custodire lo stile di Gesù (è questa una traduzione possibile dell’osservare i comandamenti), a fare della propria vita un segno credibile dell’incontro con lui che non chiude ad altri incontri, al bene e alla verità ovunque si trovino.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 5,27-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Il ritorno alla vita di prima, la delusione e la ripresa della quotidianità. Questo è il contesto in cui l’ultima pagina del IV vangelo – una aggiunta dopo una prima conclusione (GV 20,30-31) – colloca un incontro dei discepoli con il risorto. E’ il quadro di una quotidianità senza prospettive, ripiegata e centrata su di un lavoro ritrovato come rifugio per distrarsi e non pensare più. Un lavoro che non si apre ad un senso più profondo ma che si esaurisce in una fatica per stordirsi. E’ un quadro di sconforto e di rassegnazione, in cui sembra quasi che si chiuda una bella parentesi, forse troppo bella – quella dell’incontro con Gesù, del cammino insieme a lui, della speranza maturata a partire dalla sua chiamata – ma ora da archiviare e da dimenticare. Questa terra, sembra dire Pietro, non  potrà mai divenire luogo di quella speranza che aveano avvertito nel cuore quando camminavano insieme a lui. ‘Vado a pescare’ è la sconsolata conclusione di Pietro che ripropone i gesti di prima, ormai senza futuro. Cercando di raccogliere attorno a quell’impegno una vita fatta ormai di cocci che non possono più esssere messi insieme.

E’ questa esperienza vicina a ciò che si vive dopo la perdita di una persona cara, nel finire di  percorsi di vita significativi, quando rapporti d’amore s’interrompono e finiscono, o alla fine di un percorso di lavoro. I diversi passaggi della vita, il partire dei figli da casa giunti all’età adulta, la conclusione di un’esperienza di lavoro, l’abbandono di persone amate, la morte di qualcuno fanno ritornare sui propri passi, lasciano vuoto e portano senso di fallimento. E conducono a maturare il sentimento del non-senso di tutto quanto è finito, giunto a conclusione, senza più futuro.

L’iniziativa di Pietro di andare a pescare racchiude anche un rinvio simbolico ad un percorso di chiesa. Delusa, chiusa nella dimensione del fallimento, ripiegata su di sè, incapace di comprendere ciò che è essenziale. La pesca senza esito è segno di questa aridità e di una infecondità profonda.

In questa situazione Gesù si fa incontro. Proprio lì. Con la libertà di chi ama. Silenziosamente, in punta di piedi, senza eventi eclatanti, sulla riva del mare. Si fa presente con una domanda e una richiesta: ‘Non avete nulla da mangiare?’ Quella riva era stato il luogo del primo incontro.  E Gesù si fa incontro ancora,  inatteso, ripete quelle parole che aveva già pronunciato invitandoli a gettare le reti. Non è un caso se il IV vangelo riprende le parole di Gesù e l’invito che i sinottici presentano nel contesto della prima chiamata (cfr. Mc 1,16-20; Mt 4,18-22; Lc 5,1-11). Forse è da cogliere qui un messaggio importante: la speranza che anima la nostra esistenza non sta nella conquista o nella prospettiva di ‘magnifiche sorti e progressive’. Anche quando il senso del vuoto è grande – e sta qui il cuore del messaggio della pasqua – Gesù si fa presente nella vita come un Tu che non viene meno, non fa mancare la sua chiamata. Ha vinto la morte. La sua parola è feconda, la sua vita è feconda, non è rimasta chiusa nel buio della morte. Rovescia le situazioni di aridità e fa germogliare la terra arida… La radice dello sperare sta nella gratuità del farsi presente di Gesù, e del suo farsi vicino nella quotidianità talvolta plumbea della nostra esistenza. Si fa vicino in modo imprevedibile e difficile da riconoscere. Si fa vicino non con rimproveri, non con discorsi e neppure in modo eclatante, ma nella provocazione di una domanda e di un invito a gettare le reti. E si fa vicino nei gesti della vita: il mangiare insieme, la condivisione, la gioia del riconoscimento.

Gesù ricomincia da capo con i suoi. C’è un percorso che è ancora un inizio, ma nuovo. E’ anche un modo per dire che tutto il percorso del passato non è una parentesi da dimenticare ma è un cammino di cui ricomprendere il significato profondo. E la fede è cammino. E’ così che si può parlare di due inizi della comunità: il primo inizio sta nella luce solare di quei giorni segnati dalla prima chiamata di Gesù, nella sua iniziativa libera e gratuita di chiamare a sé quelli che volle, nell’aprir loro allo stupore di una fecondità nuova e inattesa della loro vita. Un secondo inizio si colloca dopo lo scandalo dell’abbandono e della morte – ed anche per noi un inizio nuovo della fede si genera nei momenti che sono toccati dalla prova e dalla pesantezza della vita. E’ un inizio che non avviene nonostante la morte, ma scoprendo il suo venire per primo, la sua presenza, in modo nuovo, entrando nella morte e rendendola luogo dell’amore sino alla fine. Gesù è il medesimo e non lo riconoscono. E’ il discepolo amato a dire per primo a Pietro: ‘è il Signore’. In quel sussurro sta anche l’indicazione di ciò che sta veramente al centro della vita delle chiese. Non l’organizzazione, non le strategie, nemmeno le risorse psicologiche per affrontare il futuro, ma qualcuno, la presenza di Gesù, il riconoscerlo come ‘Signore’, colui che non è rimasto prigioniero della morte. Il discepolo che Gesù amava sa leggere i segni: il riconoscimento di lui come ‘Signore’, il Kyrios, deriva dal guardare alla abbondanza di una pesca oltre ogni attesa, sproporzionata. Fecondità che la sua parola e l’accoglienza del suo invito portano a vite ormai rassegnate.

Tanti pesci: 153 e grossi. Un numero enigmatico che ha avuto vari tentativi di interpretazione: 153 è numero indicativo di tutte le genti della terra. Si tratta allora di una fecondità senza confini, senza esclusioni, per tutti, in modo nuovo, oltre lebarriere di templi, di religioni e di caste clericali. La presenza di Gesù non è solo per qualcuno ma per tutti. E 153 è anche il riferimento ad un nome (En-Eglaim) che ritorna al cap. 47 di Ezechiele: “Sulle sue rive vi saranno pescatori, da Engaddi a En Eglaim vi sarà una distesa di reti. I pesci secondo le loro specie vi saranno abbondanti come i pesci del Mare Grande” (Ez 47,10-11). In una visione il profeta vede sgorgare una corrente d’acqua sempre più abbondante dal lato destro del tempio (così come sul lato destro della barca era stata l’indicazione di Gesù di gettare le reti). E dal tempio sgorgano acque che portano vita a tutte le piante e gli animali. E viene così ripreso un tema caro al IV vangelo: il nuovo tempio, il luogo dell’incontro di Dio con l’umanità non può essere limitato al tempio di Gerusalemme. Nè aad alcun altro tempio dove Dio verrebbe rinchiuso. Il tempio è ora la presenza di Gesù, il suo corpo ricostruito dopo tre giorni (cfr. Gv 2,21-22) che diviene tempio vivente e aperto all’incontro con tutte le genti. La sua vita spesa e ogni vita spesa è tempio dell’incontro con Dio. E l’acqua porta vita: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).

C’è una corrente di sorpresa, di apertura, e di generosità che attraversa questa pagina. Il discepolo amato dice ‘è il Signore’. Pietro si cinge i fianchi e si getta. Si cinge i fianchi: è il gesto della pasqua. I fianchi cinti, i sandali ai piedi (Es 12). Un gesto di generosità e di impulso quello di Pietro che riflette il suo carattere. E un gesto che si affianca con quello del discepolo amato che per primo riconosce il Signore.

Pane e pesce aveva preparato Gesù sulla riva su di un fuoco di brace. Eppure Gesù chiede loro: ‘portate un po’ del pesce che avete preso ora…’.   E la rete non si spezza benché fossero tanti i pesci: e il ricordo va alla tunica di Gesù, simbolo della chiesa, che sotto la croce non è stata lacerata ma era tessuta di un solo pezzo e non viene scissa (Gv 19,23-24).

C’è quest’altro motivo al cuore di questa narrazione: il tema della chiesa e del rapproto tra chiese diverse espresso nel rapporto tra il discepolo e Pietro. Forse questa pagina, scritta quando i due erano già morti (come viene evocato in Gv 21,18) vuol essere una risposta alle tensioni tra le comunità che si rifacevano alla predicazione e alla tradizione giovannea e le comunità che si riconducevano alla presenza di Pietro. Le due comunità vivono tradizioni diverse, sottolineano aspetti diversi della fede, eppure come il discepolo e Pietro possono vivere, da diversi, nella condivisione della medesima fede nel Risorto. Perché ciò che conta è l’amore che risponde al dono di presenza di Gesù.

Proprio sull’amore Pietro viene interrogato. Gesù lo chiama Simone, con il nome prima di essere stato chiamato a seguirlo. Perché tutto ora si rinnova e ricomincia: ‘Simone di Giovanni, mi ami tu?’ Pietro risponde ma usa un altro verbo, più debole, e dice: ‘Signore ti voglio bene’. Per tre volte, quasi ripercorrendo i tre momenti del suo tradimento quando non aveva riconosciuto Gesù. Quasi a capovolgere tutti quei momenti che avevano costituito nella sua vita incomprensione e allontanamento da lui che aveva rappresentato  l’incontro decisivo della sua vita. ‘Ti voglio bene’, è un ridurre le pretese, quasi un rifugiarsi in un amore a misura del possibile. E Gesù si piega: la terza volta gli chiede egli stesso ‘mi vuoi bene?’ ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene’: Pietro è addolorato e dimostra di riconoscere le ferite del tradimento, e si affida: ‘tu sai tutto’. Gesù sa leggere questa apertura del suo cuore. Si accontenta e accoglie tutto quello a cui Pietro giunge e può dare, come genitore o insegnante che rinunciando ad ogni pretesa giunge ad accettare ciò che un figlio o un allievo riesce a dare. E nulla di più.  Tutto il dialogo è sull’amore, sul voler bene, su di un rapporto in cui Pietro e la sua comunità, così come Giovanni e la sua comunità, sono confrontati. Su nient’altro se non sul riconoscimento di una presenza che si fa vicina nella quotidianità delusa e stanca.

E Pietro è chiamato, ma solo dopo aver preso coscienza della sua debolezza e del suo fondarsi solo su Gesù, ad essere guida ad essere colui che pasce, aprendosi a scoprire un percorso tra comunità diverse. E tutta la sua vita trova il suo senso più profondo nella parola ‘seguimi’.

Alcune sollecitazioni a pensare per noi oggi.

La risurrezione è annuncio che l’amore, è più forte della morte. Ogni amore, anche quando è vissuto senza un esplicito riferimento a Gesù, è segno di una fecondità che va oltre l’ultimo nemico della vita umana. Gesù si fa vicino ai suoi nel buio di un’alba in cui ancora non è sorta la luce. Si fa vicino in un’esperienza di chiesa che non ha ancora colto come è lui e solo lui da mettere al centro della propria vita, senza esclusioni e aperta all’incontro con tutti. Una chiesa che scopre la fecondità dell’amore è una chiesa che si apre a riconoscere Gesù laddove ci sono i gesti della condivisione e di una vita che si fa pane. Tra le righe della pagina il riferimento va al gesto del pane e al discorso sul pane di vita di Gesù (al capitolo 6 del IV vangelo). E’ Gesù che si fa pane e tuttavia è lui che chiede i nostri pesci. Risurrezione è anche un cammino, sempre da ricominciare, che investe la fede dei discepoli. Ma il credere non riguarda solo una sfera intellettuale, è percorso di vita che implica riconoscimento di una presenza, apertura all’incontro, implica un movimento, rompere equilibri, gettarsi: un rischiare che coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza.

Portatemi del pesce. Gesù chiede qualcosa a noi: sono quei pochi pesci che divengono luogo di una fecondità inattesa: la fecondità dell’amore. Nessuno è così povero da non poter portare i pochi pesci, il frutto di un gettare le reti sulla sua parola, su quel fuoco di brace…

Questa pagina ci dice che la risurrezione, come  incontro con il Risorto riguarda la storia delle comunità diverse, che possono vivere insieme, ma riguarda anche tutta l’umanità: è liberazione dal male ed è possibilità di speranza per tutti e del bene per l’umanità e per il creato. Tutto è coinvolto: il mare, luogo simbolo del male, diviene luogo di una fecondità senza limiti di vita, di bene. I pesci rinvio a tutte le genti della terra, le comunità di Pietro e di Giovanni… E tutto è decentrato rispetto alla centralità di una presenza che si fa incontro e viene riconosciuto poco alla volta, leggendo i segni e buttandosi. Gesù si presenta in modi inattesi. Forse a noi non sta giudicare dove egli è: siamo però provocati a leggerne i segni della sua presenza. E a vivere innanzitutto lo stupore e la gioia di accoglierli e di scoprire la fecondità del suo agire, anche oggi, anche nel nostro mondo, anche laddove non c’è speranza. Lì dove c’è la fecondità dell’amore, lì dove c’è pane e pesce condiviso, attorno ad un fuoco di brace, lì oggi i credenti dovrebbero saper inchinarsi e gettarsi a riconoscere la presenza di Gesù e vivere la gratitudine e vivere l’eucaristia. Portando un po’ di quel pesce che viene dalle reti e che rimane dono. E lì iniziare a scoprire ed  incontrare quell’amore che accetta e valorizza tutte le nostre capacità ed anche le incapacità di amare. Così come Gesù davanti a Pietro si china a raccogliere quello che Pietro riesce a dargli, il suo abbandono o forse solo il suo desiderio e la sua nostalgia di abbandono, nonostante ogni percorso incompiuto o interrotto che solo lui sa mettere insieme riconducendo il nostro sguardo e le nostre vite a ciò che è essenziale.

Alessandro Cortesi op

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