la parola cresceva

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XVI domenica ordinario – anno A – 2017

DSCN1506Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

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(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

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La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

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205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

mosul

II domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La prima lettera di Pietro parla della Pasqua nel rapporto con la vita dei credenti e suggerisce aspetti fondamentali della fede cristiana. Al centro sta lo sguardo all’opera di Dio. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Il Padre ha pronunciato l’ultima parola sulla vita di Gesù, ha risollevato la vita del crocifisso e gli ha dato un ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Nella risurrezione ha costituito Gesù come signore. Ha così pronunciato il suo sì definitivo alla vita e alla morte di Gesù vissute nello ‘spendersi fino alla fine’, nell’amare fino al segno supremo.

Al centro della fede sta questo dono per tutti. Nel ‘rialzare’ Gesù dalla morte il Padre ha offerto un dono di rigenerazione per l’umanità. Nella risurrezione di Cristo è donata una vita nuova, opera del Padre. Da qui si apre la speranza dei credenti: è speranza viva, eredità che non si consuma. E’ eredità di incontro che diventa modo nuovo di intendere la vita, i rapporti, ogni cosa sin d’ora.

Da qui l’invito a scorgere questa condizione nuova: una vita rigenerata, nella custodia da parte di Dio che vince le forze di male. La vita e la morte stessa acquistano un senso nuovo dalla parola/azione definitiva della risurrezione. Questa eredità è conservata nei cieli, per chi ‘dalla potenza di Dio è custodito mediante la fede’.

Fede è così fissare lo sguardo su quanto il Padre ha compiuto, è ritrovare la propria eredità più preziosa in questo incontro. E’ anche inizio di una speranza per vivere seguendo Gesù nel cammino da lui percorso. I cristiani vivono – o dovrebbero vivere! – per questo nella provvisorietà, nella dispersione, come stranieri, in condizione di cammino. Non sono ancora giunti a casa, ma sanno che Dio li custodisce: ‘dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede’.

Nella pagina degli Atti degli apostoli l’evento della risurrezione è letto come spartiacque del tempo. Luca nel vangelo aveva narrato il cammino di Gesù fino a Gerusalemme. Ora la bella notizia della risurrezione è annunciata sino agli estremi confini della terra. In brevi sommari sono delineati tratti essenziali della testimonianza delle prime comunità: sono memoria ma anche richiamo ad un ideale da coltivare sempre.

Il primo tratto è la fedeltà all’insegnamento degli apostoli: al centro sta la memoria della vita di Gesù consegnata agli apostoli, il ricordo delle sue parole e gesti. E’ memoria che suscita scelte e impegno nuovi.

Il secondo tratto è la frazione del pane: la vita della comunità trae forza dal ripetere il gesto di Gesù nella cena e attuarlo nella vita. Spezzare il pane è riandare alla sua vita come dono per tutti per vivere scelte di condivisione e accoglienza.

Il terzo tratto è la preghiera: i discepoli di Gesù continuano a vivere la preghiera di Israele. Salgono al tempio, continuano l’invocazione dei salmi e la memoria dell’alleanza di Dio.

Il quarto tratto è la comunione: è innanzitutto dono che sgorga dalla vita di Dio. E’ poi chiamata a condividere i beni, a distribuire a ciascuno secondo il bisogno. Seguire Gesù è movimento che conduce a spostare la domanda: non ‘chi sono io?’ ma ‘per chi sono io?’. Rende responsabili degli altri e chiede scelte concrete.

Alessandro Cortesi op

Spezzare il pane

Sono quasi 9000 i migranti salvati nei giorni della Pasqua di quest’anno. Nel Mediterraneo hanno collaborato la Guardia costiera con dieci unità navali, altrettante quelle delle ONG , due di Frontex, una dell’operazione Sofia. E non sono state sufficienti: vi è stata la richiesta dell’aiuto di più di dieci navi mercantili presenti nelle aree dei salvataggi.

Carlotta Sami, portavoce dell’l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di fronte a questa situazione ripete: “È essenziale che l’Europa si attivi per aprire corridoi umanitari, rafforzando il dialogo tra le nazioni per avviare una concreta strategia dell’inclusione, o quest’estate i problemi saranno moltiplicati’’ (Giuseppe Lo Bianco, Italia-Libia, così non va. Non è illegale cercare asilo. Intervista a Carlotta Sami, “il Fatto Quotidiano” 19 aprile 2017). La portavoce UNHCR ricorda le statistiche che indicano come vi sia un aumento di arrivi di eritrei, sudanesi, maliani. Sono provenienze da Paesi dilaniati da guerre, o pesantemente segnati dalle carestie, come la Somalia e il Sud Sudan. Carlotta Sami ricorda inoltre che Paesi tra i più poveri del mondo accolgono al loro interno milioni di rifugiati, molti più di quanti siano accolti in Europa: tra di essi l’Etiopia, il Sudan, il Niger. In Libia è in atto una crisi umanitaria devastante. Vi sono centri di detenzione di massa che trattengono centinaia di migliaia di persone. Violenze, torture, abusi sono pratiche ordinarie e non contrastate. La maggior parte delle donne subisce violenze e stupri ripetuti.

In tale quadro il recente accordo Italia-Libia dimostra la sua inadeguatezza e la presenza di elementi inquietanti che contrastano con l’attenzione ai diritti fondamentali. Giancarlo Perego, della Fondazione Migrantes della Caritas – da pochi giorni nominato vescovo di Ferrara – ha posto in luce come tale accordo indebolisca la tutela del diritto d’asilo: «Si è siglato un accordo con un Paese, la Libia, che è al di fuori del contesto europeo come in qualche modo poteva essere la Turchia; che non dà garanzie; che potrebbe semplicemente spostare gli sbarchi da Tripoli a Bengasi, territorio che non è sotto il controllo di Al Sarraj … indebolisce la tutela del diritto d’asilo e scarica ancora una volta la responsabilità nei confronti di persone che sono in fuga da guerre, violenze, fame, povertà e terrorismo» (Daniela Fassini, Caritas: non accettiamo questa politica dello scaricabarile, “Avvenire” 4 febbraio 2017)

Il giornalista e regista Gabriele Del Grande – che sta vivendo momenti drammatici nei giorni scorsi arrestato senza alcuna ragione al confine della Turchia e lì trattenuto – con la consapevolezza di chi da anni ha seguito le vicende dei viaggi dei migranti nel Mediterraneo contando i morti su queste rotte ha postato agli inizi di febbraio una lettera aperta al presidente del consiglio chiedendo per una volta ascolto di voci diverse da quelle della paura o dei sondaggi: “mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata…. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. (…) Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo. (…) Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. (…) Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali”.

Tra le voci che ricordano le contraddizioni di scelte politiche che generano illegalità vi è quella di Camillo Ripamonti, , presidente del Centro Astalli di Roma (l’Huffington Post” 5 gennaio 2017 ) “A oggi l’unico modo per giungere nel nostro Paese è farlo senza documenti, senza permesso. A rendere illegali i migranti siamo noi e le leggi sull’immigrazione in vigore: vecchie e non più in grado di regolamentare un fenomeno profondamente diverso dai tempi della Legge Turco-Napolitano e dalla legge Bossi-Fini che da 20 anni sono le uniche norme in vigore”.

Accanto a queste voci le buone pratiche diffuse e non considerate. Una ringhiera con i colori di tante bandiere è il benvenuto con cui si presenta Sant’Alessio d’Aspromonte, comune che conta circa 400 abitanti nella vallata del Gallico (Marzio Cencioni, Sant’Alessio, il paese che rinasce grazie ai migranti, “L’Unità” 19 aprile 2017).

Il giovane sindaco Stefano Ioli Calabrò è animatore di un progetto insieme a Luigi De Filippis, un medico che si è dedicato all’attenzione ai migranti con attenzione precipua ai più vulnerabili. Quest’ultimo presenta le linee di un progetto che potrebbe costituire un orizzonte di impegno a più ampio raggio nelle politiche dell’immigrazione: “Parliamo di soggetti che vivono, nel dramma del loro viaggio verso una vita migliore, particolari condizioni personali, donne, soprattutto singole, in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone sottoposte a torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Ma anche soggetti che necessitano di assistenza sanitaria e domiciliare specialistica più o meno prolungata e coloro che presentano una disabilità anche temporanea, e, infine, le famiglie con minori. Il nostro è un progetto che prevede un processo programmato di inserimento nel tessuto sociale. Punto centrale di questa integrazione, che avviene per gradi, non invasiva per la comunità locale, è la reciproca convenienza e sulle opportunità economiche che questa presenza offre al Paese. Obiettivo è riportare queste persone all’autonomia, fornendo loro strumenti e competenze per farle diventare parte attiva della società italiana”.

Il sindaco osserva che “alcuni migranti sono stati inseriti in servizi di pulizia delle aiuole, recupero floreale, ed altri, impegnati nei laboratori di falegnameria, stanno recuperando le panchine in legno degli spazi pubblici». Il Progetto ha portato nuova vita ad un paese che viveva il processo di spopolamento e di mancanza di lavoro per i giovani. Ha portato anche occasioni nuove per i giovani per mettere a frutto le loro competenze professionali.

Spezzare il pane oggi si concretizza in scelte di giustizia e di ospitalità che aprono a scorgere nuovi orizzonti di senso anche per la vita di paesi, città. Per una convivenza giusta e umana.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno A – 2014

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Gesù ‘fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi’. La morte e risurrezione di Gesù è letta da Luca come un passaggio, una salita, dalla dimensione della terra all’alto, al cielo l’ambito della vita di Dio. Il ‘cielo’ in alto è distinto e lontana dalla terra, in basso: per la Bibbia il cielo è il luogo di Dio mentre la terra, il basso è luogo degli uomini. Nella risurrezione Gesù è ‘innalzato’: vive una condizione nuova, uno stare presso il Padre rialzato dalla morte nello Spirito, ma è innalzamento di colui che è sceso e si è fatto servo. La croce manifesta un volto di Dio che unisce terra e cielo, un Dio comunione: il Padre, la sorgente dell’amore, il Figlio l’amato che tutto riceve e si consegna totalmente a Dio e a noi, e lo Spirito, il dono vincolo dell’amore e estasi di Dio che apre ad una comunione sempre nuova. La ‘nube’ che ‘lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli è segno che dice il manifestarsi di Dio, la sua presenza vicina ma inafferabile che rimane altra e sempre da ricercare (cfr. Es 13,21-22; 24,15-18; Lc 21,27; 1Ts 4,17).

L’intera umanità di Gesù vive in questa comunione. Nella sua vita ha mostrato l’amore fino alla fine. Nella morte il Padre è presente come colui che consegna il Figlio, nella risurrezione conferma la vita di Gesù come rivelazione dell’amore e dona a Gesù il nome di ‘signore’, colui che ha vinto la morte con la forza dell’amore. L’ascesa al trono del re evocata nei salmi diventa il riferimento per parlare del movimento di salita, innalzamento di Gesù: ‘applaudite popoli tutti… ascende Dio tra le acclamazioni…Dio è re di tutta la terra… Dio siede sul suo trono santo’ (Sal 46). Il salire di Gesù sta in rapporto con il movimento di discesa: nel suo scendere e servire ha reso visibile il volto di Dio come amore che si dona. Per questo ‘Dio l’ha innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome’ (Fil 2,9); “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

Gesù richiama i suoi a non lasciarsi prendere da vane curiosità sui tempi e sui momenti in cui si costituirà il regno. Chiede loro ‘di non allontanarsi da Gerusalemme’, ma di attendere il compimento della promessa del Padre, quella di essere battezzati, cioè immersi, investiti della forza dello Spirito Santo. Richiama Gerusalemme, luogo della sua passione della croce. Apre loro il cammino dei testimoni, chiamati a ricordare il crocifisso risorto: ‘mi sarete testimoni, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra’. Essi fissano il cielo ma sono rinviati alla terra a percorrere le sue vie oltre i confini fino agli estremi.

L’ascensione rinvia al tempo della storia della comunità, chiamata ad incontrare in modo nuovo d’ora in avanti il suo Signore: è sottratto a noi ma si apre il tempo in cui la sua vicinanza rimane. La promessa è una vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’. Rimane la presenza dello Spirito che sta accanto, investe come dono l’ordinarietà della vita dei discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’.

Essi d’ora in avanti sono chiamati a vivere la predicazione nella conversione e nell’annuncio del perdono per tutte le genti. Conversione e perdono sono due momenti che vanno tenuti insieme, ed entrambi sono dono proveniente dalla risurrezione di Gesù. L’impegno storico a costruire percorsi di conversione alla via seguita da Gesù è invio che apre la comunità ad una responsabilità del quaggiù: ‘perché state a guardare in alto?’. Insieme sono inviati: c’è una dimensione comunitaria che segna ogni percorso del credere.

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Queste letture hanno una particolare risonanza per noi oggi.

“Ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme…”. A Gerusalemme nei giorni scorsi alcuni gesti hanno aperto speranze e ci hanno ricondotto alle parole di Gesù. Sono segni della presenza dello Spirito. Il segno di un abbraccio tra Francesco e Bartolomeo ha parlato di un cammino di comunione possibile tra le chiese che diviene segno di una testimonianza comune di Gesù oggi. Il dialogo e l’abbraccio tra le figure del vescovo di Roma, cristiano, di un rabbino, ebreo e di un mufti islamico ha indicato la via delle religioni chiamate a spogliarsi oggi di tutto quello che le rende sistemi di potere e di negazione dell’altro, per percorrere le vie della comunione della costruzione di una umanità capace di accoglienza reciproca. E così pure il gesto di un invito ai presidenti dei due popoli e dei due Stati in conflitto nella terra di Israele a pregare insieme, nella dimensione della casa, invito che ha trovato accoglienza, apre alla speranza che non in virtù di diplomazie o di alleanze di poteri ma nello scoprirsi uomini  e donne di diverse fedi e culture accomunati dall’unico desiderio della pace, si possa intraprendere una strada di pace non basata sull’uso delle armi, ma sul riconoscimento della propria umanità e radicata nella diversità delle fedi che possono incontrarsi. Nella conversione all’altro e nel superamento della spirale della violenza e della rivendicazione scegliendo la via dell’incontro e del perdono.

“Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo… illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati…”. La speranza è dono dello Spirito. Sorge dall’espreienza dello Spirito come respiro della vita che apre ad un vedere nuovo. In un tempo in cui sperimentiamo il peso della preoccupazione e della crisi a vari livelli queste parole sulla speranza acquistano un rilievo particolare. Sperare è questione di sguardo trasformato.  Gli occhi del cuore sono occhi dell’interiorità: non solo occhi dell’emozione e neppure solo occhi di una ragione che tutto vuole comprendere e tenere in mano, ma sguardo che risiede laddove sta la radice delle scelte e degli orientamenti della vita, il cuore, centro dei pensieri e dei sentimenti, della memoria e dell’esperienza. La preghiera di Paolo che il Padre illumini gli occhi del cuore è invito a coltivare una interiorità che troppo spesso viene soffocata e non lascia spazio ad una vita autentica. C’è una speranza racchiusa per ciascuno a cui guardare.

“Quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò… andate fate discepoli… insegnando loro…”. Ai discepoli carichi del dubbio e appesantiti dalla fatica del loro abbandono Gesù si avvicina e affida un invio a coinvolgere e insegnare. La risurrezione è movimento di vicinanza e di invio: non lascia tempo per ripiegarsi. Non pone rimproveri per il dubbio, ma impegna coloro che si incontrano ancora insieme nonostante tutto. Ed apre ad un invio, che sta nei termini di un coinvolgimento (immergere) e nel divenire segno (insegnare). Insegnare rinvia al porre segni e all’accogliere segni che accompagnano nel cammino che conducono a realizzare la propria umanità. Insegnare rinvia non tanto a portare una dottrina ma a custodire lo stile di Gesù (è questa una traduzione possibile dell’osservare i comandamenti), a fare della propria vita un segno credibile dell’incontro con lui che non chiude ad altri incontri, al bene e alla verità ovunque si trovino.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 5,27-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Il ritorno alla vita di prima, la delusione e la ripresa della quotidianità. Questo è il contesto in cui l’ultima pagina del IV vangelo – una aggiunta dopo una prima conclusione (GV 20,30-31) – colloca un incontro dei discepoli con il risorto. E’ il quadro di una quotidianità senza prospettive, ripiegata e centrata su di un lavoro ritrovato come rifugio per distrarsi e non pensare più. Un lavoro che non si apre ad un senso più profondo ma che si esaurisce in una fatica per stordirsi. E’ un quadro di sconforto e di rassegnazione, in cui sembra quasi che si chiuda una bella parentesi, forse troppo bella – quella dell’incontro con Gesù, del cammino insieme a lui, della speranza maturata a partire dalla sua chiamata – ma ora da archiviare e da dimenticare. Questa terra, sembra dire Pietro, non  potrà mai divenire luogo di quella speranza che aveano avvertito nel cuore quando camminavano insieme a lui. ‘Vado a pescare’ è la sconsolata conclusione di Pietro che ripropone i gesti di prima, ormai senza futuro. Cercando di raccogliere attorno a quell’impegno una vita fatta ormai di cocci che non possono più esssere messi insieme.

E’ questa esperienza vicina a ciò che si vive dopo la perdita di una persona cara, nel finire di  percorsi di vita significativi, quando rapporti d’amore s’interrompono e finiscono, o alla fine di un percorso di lavoro. I diversi passaggi della vita, il partire dei figli da casa giunti all’età adulta, la conclusione di un’esperienza di lavoro, l’abbandono di persone amate, la morte di qualcuno fanno ritornare sui propri passi, lasciano vuoto e portano senso di fallimento. E conducono a maturare il sentimento del non-senso di tutto quanto è finito, giunto a conclusione, senza più futuro.

L’iniziativa di Pietro di andare a pescare racchiude anche un rinvio simbolico ad un percorso di chiesa. Delusa, chiusa nella dimensione del fallimento, ripiegata su di sè, incapace di comprendere ciò che è essenziale. La pesca senza esito è segno di questa aridità e di una infecondità profonda.

In questa situazione Gesù si fa incontro. Proprio lì. Con la libertà di chi ama. Silenziosamente, in punta di piedi, senza eventi eclatanti, sulla riva del mare. Si fa presente con una domanda e una richiesta: ‘Non avete nulla da mangiare?’ Quella riva era stato il luogo del primo incontro.  E Gesù si fa incontro ancora,  inatteso, ripete quelle parole che aveva già pronunciato invitandoli a gettare le reti. Non è un caso se il IV vangelo riprende le parole di Gesù e l’invito che i sinottici presentano nel contesto della prima chiamata (cfr. Mc 1,16-20; Mt 4,18-22; Lc 5,1-11). Forse è da cogliere qui un messaggio importante: la speranza che anima la nostra esistenza non sta nella conquista o nella prospettiva di ‘magnifiche sorti e progressive’. Anche quando il senso del vuoto è grande – e sta qui il cuore del messaggio della pasqua – Gesù si fa presente nella vita come un Tu che non viene meno, non fa mancare la sua chiamata. Ha vinto la morte. La sua parola è feconda, la sua vita è feconda, non è rimasta chiusa nel buio della morte. Rovescia le situazioni di aridità e fa germogliare la terra arida… La radice dello sperare sta nella gratuità del farsi presente di Gesù, e del suo farsi vicino nella quotidianità talvolta plumbea della nostra esistenza. Si fa vicino in modo imprevedibile e difficile da riconoscere. Si fa vicino non con rimproveri, non con discorsi e neppure in modo eclatante, ma nella provocazione di una domanda e di un invito a gettare le reti. E si fa vicino nei gesti della vita: il mangiare insieme, la condivisione, la gioia del riconoscimento.

Gesù ricomincia da capo con i suoi. C’è un percorso che è ancora un inizio, ma nuovo. E’ anche un modo per dire che tutto il percorso del passato non è una parentesi da dimenticare ma è un cammino di cui ricomprendere il significato profondo. E la fede è cammino. E’ così che si può parlare di due inizi della comunità: il primo inizio sta nella luce solare di quei giorni segnati dalla prima chiamata di Gesù, nella sua iniziativa libera e gratuita di chiamare a sé quelli che volle, nell’aprir loro allo stupore di una fecondità nuova e inattesa della loro vita. Un secondo inizio si colloca dopo lo scandalo dell’abbandono e della morte – ed anche per noi un inizio nuovo della fede si genera nei momenti che sono toccati dalla prova e dalla pesantezza della vita. E’ un inizio che non avviene nonostante la morte, ma scoprendo il suo venire per primo, la sua presenza, in modo nuovo, entrando nella morte e rendendola luogo dell’amore sino alla fine. Gesù è il medesimo e non lo riconoscono. E’ il discepolo amato a dire per primo a Pietro: ‘è il Signore’. In quel sussurro sta anche l’indicazione di ciò che sta veramente al centro della vita delle chiese. Non l’organizzazione, non le strategie, nemmeno le risorse psicologiche per affrontare il futuro, ma qualcuno, la presenza di Gesù, il riconoscerlo come ‘Signore’, colui che non è rimasto prigioniero della morte. Il discepolo che Gesù amava sa leggere i segni: il riconoscimento di lui come ‘Signore’, il Kyrios, deriva dal guardare alla abbondanza di una pesca oltre ogni attesa, sproporzionata. Fecondità che la sua parola e l’accoglienza del suo invito portano a vite ormai rassegnate.

Tanti pesci: 153 e grossi. Un numero enigmatico che ha avuto vari tentativi di interpretazione: 153 è numero indicativo di tutte le genti della terra. Si tratta allora di una fecondità senza confini, senza esclusioni, per tutti, in modo nuovo, oltre lebarriere di templi, di religioni e di caste clericali. La presenza di Gesù non è solo per qualcuno ma per tutti. E 153 è anche il riferimento ad un nome (En-Eglaim) che ritorna al cap. 47 di Ezechiele: “Sulle sue rive vi saranno pescatori, da Engaddi a En Eglaim vi sarà una distesa di reti. I pesci secondo le loro specie vi saranno abbondanti come i pesci del Mare Grande” (Ez 47,10-11). In una visione il profeta vede sgorgare una corrente d’acqua sempre più abbondante dal lato destro del tempio (così come sul lato destro della barca era stata l’indicazione di Gesù di gettare le reti). E dal tempio sgorgano acque che portano vita a tutte le piante e gli animali. E viene così ripreso un tema caro al IV vangelo: il nuovo tempio, il luogo dell’incontro di Dio con l’umanità non può essere limitato al tempio di Gerusalemme. Nè aad alcun altro tempio dove Dio verrebbe rinchiuso. Il tempio è ora la presenza di Gesù, il suo corpo ricostruito dopo tre giorni (cfr. Gv 2,21-22) che diviene tempio vivente e aperto all’incontro con tutte le genti. La sua vita spesa e ogni vita spesa è tempio dell’incontro con Dio. E l’acqua porta vita: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).

C’è una corrente di sorpresa, di apertura, e di generosità che attraversa questa pagina. Il discepolo amato dice ‘è il Signore’. Pietro si cinge i fianchi e si getta. Si cinge i fianchi: è il gesto della pasqua. I fianchi cinti, i sandali ai piedi (Es 12). Un gesto di generosità e di impulso quello di Pietro che riflette il suo carattere. E un gesto che si affianca con quello del discepolo amato che per primo riconosce il Signore.

Pane e pesce aveva preparato Gesù sulla riva su di un fuoco di brace. Eppure Gesù chiede loro: ‘portate un po’ del pesce che avete preso ora…’.   E la rete non si spezza benché fossero tanti i pesci: e il ricordo va alla tunica di Gesù, simbolo della chiesa, che sotto la croce non è stata lacerata ma era tessuta di un solo pezzo e non viene scissa (Gv 19,23-24).

C’è quest’altro motivo al cuore di questa narrazione: il tema della chiesa e del rapproto tra chiese diverse espresso nel rapporto tra il discepolo e Pietro. Forse questa pagina, scritta quando i due erano già morti (come viene evocato in Gv 21,18) vuol essere una risposta alle tensioni tra le comunità che si rifacevano alla predicazione e alla tradizione giovannea e le comunità che si riconducevano alla presenza di Pietro. Le due comunità vivono tradizioni diverse, sottolineano aspetti diversi della fede, eppure come il discepolo e Pietro possono vivere, da diversi, nella condivisione della medesima fede nel Risorto. Perché ciò che conta è l’amore che risponde al dono di presenza di Gesù.

Proprio sull’amore Pietro viene interrogato. Gesù lo chiama Simone, con il nome prima di essere stato chiamato a seguirlo. Perché tutto ora si rinnova e ricomincia: ‘Simone di Giovanni, mi ami tu?’ Pietro risponde ma usa un altro verbo, più debole, e dice: ‘Signore ti voglio bene’. Per tre volte, quasi ripercorrendo i tre momenti del suo tradimento quando non aveva riconosciuto Gesù. Quasi a capovolgere tutti quei momenti che avevano costituito nella sua vita incomprensione e allontanamento da lui che aveva rappresentato  l’incontro decisivo della sua vita. ‘Ti voglio bene’, è un ridurre le pretese, quasi un rifugiarsi in un amore a misura del possibile. E Gesù si piega: la terza volta gli chiede egli stesso ‘mi vuoi bene?’ ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene’: Pietro è addolorato e dimostra di riconoscere le ferite del tradimento, e si affida: ‘tu sai tutto’. Gesù sa leggere questa apertura del suo cuore. Si accontenta e accoglie tutto quello a cui Pietro giunge e può dare, come genitore o insegnante che rinunciando ad ogni pretesa giunge ad accettare ciò che un figlio o un allievo riesce a dare. E nulla di più.  Tutto il dialogo è sull’amore, sul voler bene, su di un rapporto in cui Pietro e la sua comunità, così come Giovanni e la sua comunità, sono confrontati. Su nient’altro se non sul riconoscimento di una presenza che si fa vicina nella quotidianità delusa e stanca.

E Pietro è chiamato, ma solo dopo aver preso coscienza della sua debolezza e del suo fondarsi solo su Gesù, ad essere guida ad essere colui che pasce, aprendosi a scoprire un percorso tra comunità diverse. E tutta la sua vita trova il suo senso più profondo nella parola ‘seguimi’.

Alcune sollecitazioni a pensare per noi oggi.

La risurrezione è annuncio che l’amore, è più forte della morte. Ogni amore, anche quando è vissuto senza un esplicito riferimento a Gesù, è segno di una fecondità che va oltre l’ultimo nemico della vita umana. Gesù si fa vicino ai suoi nel buio di un’alba in cui ancora non è sorta la luce. Si fa vicino in un’esperienza di chiesa che non ha ancora colto come è lui e solo lui da mettere al centro della propria vita, senza esclusioni e aperta all’incontro con tutti. Una chiesa che scopre la fecondità dell’amore è una chiesa che si apre a riconoscere Gesù laddove ci sono i gesti della condivisione e di una vita che si fa pane. Tra le righe della pagina il riferimento va al gesto del pane e al discorso sul pane di vita di Gesù (al capitolo 6 del IV vangelo). E’ Gesù che si fa pane e tuttavia è lui che chiede i nostri pesci. Risurrezione è anche un cammino, sempre da ricominciare, che investe la fede dei discepoli. Ma il credere non riguarda solo una sfera intellettuale, è percorso di vita che implica riconoscimento di una presenza, apertura all’incontro, implica un movimento, rompere equilibri, gettarsi: un rischiare che coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza.

Portatemi del pesce. Gesù chiede qualcosa a noi: sono quei pochi pesci che divengono luogo di una fecondità inattesa: la fecondità dell’amore. Nessuno è così povero da non poter portare i pochi pesci, il frutto di un gettare le reti sulla sua parola, su quel fuoco di brace…

Questa pagina ci dice che la risurrezione, come  incontro con il Risorto riguarda la storia delle comunità diverse, che possono vivere insieme, ma riguarda anche tutta l’umanità: è liberazione dal male ed è possibilità di speranza per tutti e del bene per l’umanità e per il creato. Tutto è coinvolto: il mare, luogo simbolo del male, diviene luogo di una fecondità senza limiti di vita, di bene. I pesci rinvio a tutte le genti della terra, le comunità di Pietro e di Giovanni… E tutto è decentrato rispetto alla centralità di una presenza che si fa incontro e viene riconosciuto poco alla volta, leggendo i segni e buttandosi. Gesù si presenta in modi inattesi. Forse a noi non sta giudicare dove egli è: siamo però provocati a leggerne i segni della sua presenza. E a vivere innanzitutto lo stupore e la gioia di accoglierli e di scoprire la fecondità del suo agire, anche oggi, anche nel nostro mondo, anche laddove non c’è speranza. Lì dove c’è la fecondità dell’amore, lì dove c’è pane e pesce condiviso, attorno ad un fuoco di brace, lì oggi i credenti dovrebbero saper inchinarsi e gettarsi a riconoscere la presenza di Gesù e vivere la gratitudine e vivere l’eucaristia. Portando un po’ di quel pesce che viene dalle reti e che rimane dono. E lì iniziare a scoprire ed  incontrare quell’amore che accetta e valorizza tutte le nostre capacità ed anche le incapacità di amare. Così come Gesù davanti a Pietro si china a raccogliere quello che Pietro riesce a dargli, il suo abbandono o forse solo il suo desiderio e la sua nostalgia di abbandono, nonostante ogni percorso incompiuto o interrotto che solo lui sa mettere insieme riconducendo il nostro sguardo e le nostre vite a ciò che è essenziale.

Alessandro Cortesi op

Tracce di spiritualità in un tempo di crisi

Intervento presentato a Chieri convento di san Domenico – 28 novembre 2011

L’anno scorso in questi giorni ero con voi e la riflessione aveva avuto un andamento analogo a quello che vorrei aproporvi questa sera. Vorrei infatti oggi proporre un tentativo di leggere la situazione in cui viviamo scorgendo in essa che cosa il Signore sta chiedendo in questo tempo, in questo mondo a noi che desideriamo seguirlo.

A premessa del nostro riflettere vorrei anche e prima di tutto suggerire due atteggiamenti di fondo: il primo è un atteggiamento di presa di distanza dalla presunzione, è quello della ricerca di chi desidera imparare, il secondo è quello di chi sta in cammino, di chi non ha le risposte già pronte, di chi vive la fatica del dubbio e della interrogazione proprio all’interno del suo percorso di fede. Potrebbero sembrare due premesse scontate ma non lo sono e forse già in questi atteggiamenti sta molto di quanto vorrei proporvi questa sera.

Il primo atteggiamento è quello che ritrovo in un dialogo riportato in ‘Resistenza  resa’ tra Dietrich Bonhoffer in carcere e un pastore francese che condivideva la prigionia. Nel loro scambio la questione era cosa fare una volta usciti dal carcere. Il primo disse ‘vorrei diventare santo’, e – annota Bonhoeffer – probabilmente lo sarebbe proprio diventato. Bonhoeffer invece riflettendo su quanto avrebbe voluto fare della sua vita rispose: ‘vorrei imparare a credere’. Ecco, il desiderio di imparare a credere, e di rimanere nell’attitudine di chi ogni giorno ricomincia ad imparare – anche nel credere – è umiltà non come atteggiamento moralistico, ma in quanto stile di vita cristiana. E’ quell’orientamento che ci mantiene veramente in stato di scuola, così come Benedetto intendeva la  vita delle sue comunità: una scuola del servizio del Signore. Un rimanere discepoli che cercano ogni giorno di imparare. E imparare a credere è cammino di ascolto: ascolto della parola del Signore che proviene e ci raggiunge in vari modi. Nella Scrittura, nella vita, nella natura stessa. Il libro delle Scritture, il libro della storia, il libro della natura.

La seconda attitudine che vorrei suggerire come premessa è quella del cammino. Chi vive l’esperienza della vita stessa e della fede, con un minimo di consapevolezza percepisce di essere sempre in cammino. Proprio con quell’attitudine con cui vennero indicati i primi discepoli prima di essere chiamati ‘cristiani’. Erano indicati come ‘quelli della strada’, persone in cammino che cercavano e come allora anche ora cercano di individuare le tracce di una chiamata non al di fuori ma al di dentro della storia in cui vivono e forse come i discepoli di Emmaus scoprono che nella loro delusione disincanto si fa vicino qualcuno inatteso che li apre ad orizzonti di scoperta nuovi.

Vorrei prendere ora una immagine di riferimento del nostro presente che mi sembra renda la percezione che per lo meno molti nutrono dell’attuale situazione. L’immagine è quella delle macerie. Viviamo in molti modi tra macerie e nello stesso tempo possiamo anche cogliere e siamo chiamati a vivere con speranza nel tempo in cui tante macerie sono presenti. Tuttavia prendere atto delle macerie, dentro e fuori di noi, è importante per non rimanere nella situazione di chi non si rende conto del mondo in cui vive e delle situazioni che segnano il nostro presente.[1]

Nel tempo delle macerie c’è chi pulisce le macerie, e chi recupera quanto non va perduto, chi si fa raccoglitore di cose da non perdere. Parlando di questo penso a quella generazione di donne in Germania, che alla fine della guerra si dedicarono a ripulire le città dalle macerie che si erano accumulate. Donne che permisero che la vita riprendesse andando oltre, e nonostante il dramma della guerra. Erano donne che recuperavano materiali utili per poter ricostruire a partire da macerie ripulite. Sono queste donne che vissero anche la dimenticanza e solamente tardi sorse in qualche città un segno di ricordo della loro opera preziosa: sono le statue che ricordano appunto le Trümmenfrauen.

Forse a noi oggi sta questo compito: innanzitutto di rendersi conto delle macerie di mondi che stanno crollando: mondi sociali ed anche mondi ecclesiali. Non siamo forse davanti alla fine del mondo – come certe attese riguardo alla fatidica data del 2012 potrebbero suggerire – ma certamente siamo all’interno di processi che segnano la fine di un mondo, la fine di un’epoca caratterizzata da modi di vivere basati su criteri e scelte che non funzionano più – che non sono più sostenibili – e che non aprono futuro. Prendere atto di questo è importante per evitare di rimanere inebetiti in quella situazione che i profeti indicano come l’orgia dei buontemponi.

Abbiamo vissuto negli ultimi mesi il senso di sconcerto, di turbamento profondo e di inermità di fronte ad una crisi dilagante mentre c’era chi continuamente ripeteva che tutto andava bene ed abbiamo assistito all’orgia dei buontemponi come attitudine che offendeva non tanto la moralità pubblica ma ben di più la dignità di chi conosce il sapore della fatica del lavoro, il peso delle preoccupazioni, la dignità di giovani a cui viene rubato il futuro mentre li si illude con lo scintillio di carriere facili, giocate su raccomandazioni, sulla corruzione  e sulla illusione che l’affermazione televisiva possa sostituire lo studio e la fatica di una preparazione vissuta con gradualità, sforzo e pazienza.

Ed abbiamo assistito a tutto questo mentre politici manifestavano la loro adesione al cattolicesimo e si dicevano difensori dei valori cristiani, nel contempo difendendo e sostenendo l’orgia dei buontemponi, una drammatica orgia che è continuata ed ha pervaso la nostra società. Ricordiamoci che abbiamo ascoltato dire da politici che amano manifestarsi come cattolici che a un uomo delle istituzioni non si chiede quante fidanzate abbia ma se i treni arrivano in orario, manifestando così totale disprezzo per la dimensione dell’etica pubblica e per il senso delle istituzioni. Mentre anche la gerarchia della chiesa in Italia non solo è rimasta silenziosa, ma ha sostenuto fino all’insostenibile, questa gestione del potere nell’attesa di poter guidare alcune scelte legislative e di veder riconosciuti e difesi privilegi e interessi (approfittando della devozione untuosa di atei devoti e non reagendo di fronte ai proclami di forze politiche che affermano i valori cristiani negandoli di fatto in ciò che è più sacro dal punto di vista cristiano, ma prima ancora umano, ossia la dignità di ogni persona, sia esso straniero o meno).

Dobbiamo ricordare tutto questo per sapere da dove provengono le macerie che oggi occupano le nostre menti, i nostri cuori e quelli dei nostri giovani. E vorrei cercare di indicare per lo meno alcuni ambiti di macerie che occupano le nostre esistenze

Il primo ambito lo indicherei come l’ambito delle macerie culturali e morali di una stagione in cui in Italia è stata compiuta una seminagione di stili di vita segnati dalla deresponsabilizzazione e dall’inseguire illusioni.

Carlo Galli nel giorno in cui è caduto il governo Berlusconi così scriveva su La Repubblica il 12 novembre 2011 commentando lo stato d’eccezione del periodo che abbiamo vissuto indicandolo come una stagione segnata da un regime  populista e plebiscitario, di trasformazione cioè di un popolo in un corpo coincidente con quello del capo. E ciò ha significato nella fattispecie “la promozione di reti di affarismo che hanno potuto appoggiarsi alle strutture pubbliche; ma il lato egemonico di questa operazione è consistito nell’istillare in una larga parte del popolo italiano – peraltro disponibilissimo a ciò – la convinzione che il migliore rapporto possibile con la cosa pubblica sia negarla e sostituirla con la molteplicità degli interessi privati. L’eccezione ha avuto aspetti pubblici e ricadute politiche, ma è stata orientata da finalità personali e nutrita di una sorta di particolarismo di massa. È stata il trionfo dell’autoreferenzialità, la produzione artificiale di un mondo rovesciato”.

E ci sentiamo così travolti dalla macerie, o secondo un’altra immagine, avvizziti come foglie – come la prima lettura di ieri di inizio di avvento ci ricordava – quando attorno prevale un modo di intendere la vita basato sui criteri della difesa di interessi, di attenzione solamente del ‘particulare’, di paura e sospetto di fronte ai movimenti di popoli e alla diversità.  Ci ritroviamo avvizziti come foglie, sommersi dalle macerie, osservando chi è piegato sulla difesa di propri privilegi, o chi guarda con paura e terrore ai volti che si affacciano dai mondi della povertà, a tutto ciò che può generare cambiamento, a quanto può divenire possibilità di vita per altri. E fanno sentire ancor più avvizziti le parole di chi si scaglia contro il riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini ‘stranieri’ ma nati e cresciuti in questa terra ed anche contro il riconoscere dignità ai poveri. Isaia ci parla di una condizione di impurità che ci attraversa, che ci fa domandare in cosa abbiamo sbagliato, nell’educazione, nell’impegno… “siamo divenuti tutti come una cosa impura”.

Condizione di macerie che esige ed esigerà un lungo e paziente sforzo di ricostruzione, ma che innanzitutto richiede una consapevolezza delle macerie provocate e delle responsabilità di chi le ha prodotte. Quali percorsi intraprendere per far sì che la vita di una società non sia uno scontro di interessi di lobbies contrapposte o peggio di organizzazioni basate sulla corruzione? Quale seminagione dovrà essere condotta per istillare nei giovani il senso della fatica per prepararsi a maturare competenze, a sviluppare le proprie doti e le propria capacità con studio con pazienza, senza presentare loro traguardi facili, affermazioni repentine basate sul nulla o sull’illusione di un apparire che copre ignoranza e immaturità umana? Quale seminagione sarà necessaria per maturare il senso di un vivere sociale in cui non vi sia la logica del sistemarsi da soli, pensando ai propri vicini, ma la logica dell’I care, io mi prendo carico degli altri…?

Un secondo ambito di macerie sono le macerie concrete, quelle che abbiamo visto scorrere trascinate dai fiumi di fango nelle alluvioni che hanno sconvolto le nostre regioni, quelle al Nord come la Liguria e la Toscana, e quelle al Sud come la Sicilia, la Calabria. Alluvioni che sono state conseguenza sì di eventi atmosferici eccezionali e per certi aspetti imprevedibili, ma che recano le conseguenze di scelte dissennate presenti come orizzonte del nostro vivere. Scelte che hanno prodotto mancanza di cura per la natura, disinteresse per l’ambiente, indifferenza per l’ecosistema. Un modo di pensare per cui tutto va ricondotto ai criteri dell’utile e dell’immediato secondo la logica del ‘pensare per se’ o di essere padroni in casa propria. Dimenticando così che ci sono beni da preservare per tutti, da consegnare alle generazioni future e che non possono esser sfruttati ed esauriti a profitto solo di qualcuno. Quelle macerie portate dal fango sono così quasi un simbolo di macerie interiori, un modo di vivere senza considerazione dell’ambiente che non regge e si sgretola tra le nostre mani, le macerie di interiorità incapaci di gustare la bellezza delle cose e di usare bene delle cose, di quelle pigole di quelle grandi.  Mani che non sanno più curare la terra e sguardi che cercano solo le luci ratificali dei grandi magazzini i nuovi templi con i propri sacerdoti e riti, e non sanno scorgere i riflessi di quel tempio che è il mondo nei suoi elementi, nelle cose piccole e fragili. L’acqua, la terra, l’aria, l’ambiente di vita di animali e persone, la dignità di ogni volto. Abbiamo vissuto nel giugno scorso il momento del referendum che in Italia ha generato una sorta di risveglio su temi che toccano la vita e si è avvertito una reazione alla logica di privatizzazione e di monopolio di beni che devono essere custoditi e valorizzati per tutti.

E ancora macerie avvertiamo pensando alla situazione di sgretolamento di un mondo che si è basato sul dominio del denaro

E’ del 24 ottobre 2011 una Nota: “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale” (testo consultabile on-line nel sito: http://www.justpax.it/ita/home_ita.html). “Vale la pena di ricordare che tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale si è quasi quadruplicata e che la ricchezza prodotta a livello mondiale è cresciuta in misura molto più rapida cosicché il reddito medio pro capite è fortemente aumentato. Allo stesso tempo, però, non è aumentata l’equa distribuzione della ricchezza, piuttosto, in molti casi essa è peggiorata. Ma cosa ha spinto il mondo in questa direzione estremamente problematica anche per la pace? Anzitutto un liberismo economico senza regole e senza controlli. Si tratta di una ideologia, di una forma di ‘apriorismo economico’, che pretende di prendere dalla teoria le leggi di funzionamento del mercato e le cosiddette leggi dello sviluppo capitalistico esasperandone alcuni aspetti. Un’ideologia economica che stabilisca a priori le leggi del funzionamento del mercato e dello sviluppo economico, senza confrontarsi con la realtà, rischia di diventare uno strumento subordinato agli interessi dei Paesi che godono di fatto di una posizione di vantaggio economico e finanziario. Regole e controlli, sia pure in maniera imperfetta, sono spesso presenti a livello nazionale e regionale; tuttavia, a livello internazionale tali regole e controlli fanno fatica a realizzarsi e a consolidarsi. Alla base delle disparità e delle distorsioni dello sviluppo capitalistico c’è, in gran parte, oltre all’ideologia del liberismo economico, l’ideologia utilitarista, ossia quella impostazione teorico-pratica per cui: ‘l’utile personale conduce al bene della comunità’”.

Infine la crisi economica che segna ormai da anni il contesto internazionale lascia dietro di sé macerie nella vita sociale di interi popoli. Ciascuno di noi ha esperienza diretta o vicina di chi perde il lavoro, di ditte che chiudono, di persone costrette alla cassa integrazione, di famiglie in cui non si arriva alla fine del mese. La crisi non appare come un momento passeggero e risolvibile, ma rinvia ad un’impossibilità di reggersi di un sistema. In tal senso le tesi che sostiene modelli di sviluppo e di produzione che ritengono le riserve energetiche infinite, si scontra con la realtà del limite, con i danni dell’inquinamento ambientale, con l’ingiustizia che cresce, con il fenomeno della fame, con le guerre e la violenza conseguenza dello sfruttamento e della miseria. Prendere consapevolezze di queste macerie è il primo passo indispensabile per aprirsi ad altri passi, a decisioni di cambiamento.

Tre grandi sconvolgimenti che caratterizzano il nostro mondo: la crisi ecologica, l’economia ridotta al dominio del denaro e del profitto e il dominio della tecnica che diviene non più strumento ma dominatrice e da cui non ci si riesce a liberare. Tutto questo pone oggi interrogativi che ci toccano nelle nostre scelte quotidiane e nel modo di impostare la vita sociale. Ci provocano ad un cambiamento di stili di vita a partire dal quotidiano, in una consapevolezza nuova che la pace non è mai scontata ma si costruisce giorno per giorno in scelte di vita insieme.

Negli ultimi mesi, con una maturazione di consapevolezza che ha avuto il suo centro soprattutto negli Stati Uniti, alcuni movimenti giovanili hanno manifestato l’esigenza di non lasciare che i grandi capitali finanziari abbiano un loro corso svincolato da un controllo comune, e le loro proteste diffuse in tutto il mondo sono un segno di un sistema che mostra le sue crepe e che pretende di continuare  a vivere secondo la logica di una crescita indefinita e di una produzione di denaro che determina le sorti dei popoli. Ma queste macerie di una condizione di iniquità prodotte da una finanza senza controllo politico e democratico potranno essere smosse solamente dalla percezione di uscire non secondo logiche di contrapposizione di gruppi e  di singoli ma nella decisa volontà di uscire insieme agli altri e in un orizzonte di collaborazione.

La questione del bene comune diviene così elemento centrale nella vita politica oggi. Perseguire il bene comune si deve attuare non come vuota retorica ma nel superamento di tutti i ripiegamenti di tipo localistico e di interessi regionali – pensiamo all’Europa – e farsi azione di difesa di quei beni comuni, come l’acqua, l’aria, la terra che sono beni di tutti e per tutti.

Potremmo anche riflettere sulle macerie che investono il mondo ecclesiale. Ci potremo chiedere a cosa ha condotto una attitudine che ha privilegiato il momento politico, il progetto di costruire una sorta di egemonia culturale in Italia sul momento formativo, sull’attenzione a itinerari di fede vissuti con sobrietà, con attenzione a favorire la crescita di persone libere e capaci di scelte responsabili. Ci potremmo chiedere dove siano le responsabilità di una mancata reazione di fronte al diffuso costume dell’illegalità nelle sue diverse forme, dal non pagare le tasse alle quotidiane forme di illegalità nel fare i furbi. Ci potremmo chiedere come mai non è avvertita la contraddizione tra la partecipazione alla Eucaristia e la affermazione di atteggiamenti di razzismo e di intolleranza verso i poveri, verso gli stranieri. Anziché riproporre forme di apologetica combattente ci dovremmo chiedere se reazioni di indifferenza, di disinteresse ed anche di incomprensione della esperienza di fede  e della vita della chiesa stessa oggi non possano derivare da un modo di presentare l’annuncio che ha insistito quasi unicamente su una precettistica etica staccata da una proposta di assunzione di responsabilità, che ha privilegiato le forme di religiosità entusiastiche o segnate dal culto dell’autorità, che ha dato peso a formazioni che hanno coltivato interessi economico  legami con i poteri forti, e che ha puntato su un processo di clericalizzazione nelle comunità. C’è da chiedersi in che misura si è coltivato un volto di chiesa come contro-cultura e come contro-società, segnata dal sospetto, dalla paura dalla chiusura irrigidita, senza atteggiamenti di attenzione al bene presente in cammini storici, e di dialogo nei confronti della sensibilità delle persone contemporanee in tutto ciò che è crescita dell’autenticamente umano. C’è da chiedersi come mai si sono coltivate attitudini presenti nelle comunità che rendono possibile una aggressività contro l’altro, contro chi è diverso e soprattutto contro i poveri che nulla ha a che fare con la testimonianza di Gesù.

Al Festival di Venezia di quest’anno presentando il suo film Il villaggio di cartone così Ermanno Olmi si è espresso, offrendo occasione di riflettere sulle esigenze del vangelo: “Se le chiese, le case e noi stessi non ci liberiamo dagli orpelli ritenuti nobili, come possiamo entrare in contatto con gli altri? Saremo solo maschere, uomini di cartone. Cos’è più importante dell’accoglienza? La sacralità dei simboli? E’ troppo semplice affermare il valore del simbolo. Il simbolo deve rinviare alla realtà di carne perché abbia valore e quando il vecchio prete si porta via quella piccola scultura della crocifissione dice in un soliloquio con questo crocifisso: non riesco a provare pietà per te perché tu sei troppo lontano nel tempo. Ho davanti a me un simulacro. Quanta menzogna nella pietà… Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono, tutti invocano l’intervento divino e sono simulacri di cartone. Inginocchiamoci di fronte a chi soffre di più. Qualche volta anche io faccio fatica a riconoscerlo, ma è l’unico modo per lodare Dio … Vorrei suggerire ai cattolici di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani…”

Nel mondo in cui viviamo prendere atto delle macerie presenti non può rimanere un attitudine di lamentela e di impotenza di fronte a tutto questo. Si tratta di vivere anche un secondo passo. E’ un passo  importante il passo di chi sa custodire e raccogliere nel tempo della crisi. Eric Emmanuel Schmitt ne Il bambino di Noè presenta la vicenda di un prete che nel tempo della seconda guerra mondiale non solo cercava di salvare bambini ebrei dalla deportazione, ma si poneva come un novello Noè appunto, un uomo che cercava di raccogliere ciò che poteva andare perduto e distrutto, un raccoglitore di quanto poteva essere importante per costruire in un futuro atteso e  sperato non perdendo i frammenti buoni del passato.

Questa attitudine di saper raccogliere e distinguere. I muretti a secco di tante strade di campagna sono formati da macerie raccolte e ripulite, sassi che posti uno accanto e sopra l’altro divengono luogo di nuovi germogli. E sta proprio qui il secondo passaggio che vorrei suggerire questa sera indicando l’impegno possibile nel tempo delle diverse crisi che stiamo vivendo.

Germogli

“io piangevo molto perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro  e di guardarlo. Uno degli anziani mi disse: Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide,e  aprirà il libro  e i suoi sette sigilli’. Poi vidi in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un agnello, in piedi, come immolato” (Apocalisse 5,5-6)

Questo sguardo ci rende responsabili di scorgere i germogli. Tuttavia una consapevolezza delle macerie che stanno dentro di noi e attorno a noi è un primo passo importante per poter aprirsi alla scoperta dei germogli e scoprire anche che questo germogliare non è opera nostra ma è un dono a cui siamo chiamati a dare spazio e a lasciar crescere a favorire nella vita e nella storia.

Scorgere germogli nel tempo della crisi è quindi il passo che intendo suggerire. germogli di vita che talvolta sono nuovo fiorire che trae linfa da un vecchio tronco tagliato, come gli ulivi che dopo una gelata ributtano dal ceppo apparentemente inerte, oppure germogli che sorgono da semi lasciati cadere e trascinati dal vento e, inaspettatamente e sorprendentemente emergono come in quegli attimi di primavera che lasciano sempre attoniti e sorpresi. Sta proprio nella capacità di sorpresa il dono che dobbiamo chiedere allo Spirito come attitudine di fede nel nostro presente. Questi germogli infatti recano in se stessi il segno dell’operare dello Spirito nella nostra storia,  ed una chiamata rivolta a noi perché possiamo averne cura, per lasciar loro spazio, per far sì che possano crescere. Come diceva Calvino a conclusione del suo libro le Città invisibili: far sì che nell’inferno tutto ciò che non è inferno abbia spazio e possa vivere…

A me sembra che i germogli possono essere proprio connessi agli ambiti che abbiamo indicato come luogo di macerie: sono i germogli di una reazione morale che si fa strada nei segnali di una politica intesa come attitudine mite di cura del bene comune. Sono i germogli presenti in chi lotta conto le mafie e la criminalità a partire dal formare a percorsi di legalità nel quotidiano. Sono anche i germogli di stili di vita che si pongono come alternativa ad un modo tutto orientato a inseguire il consumo senza considerazione del rispetto dell’ambiente e senza attenzione alla solidarietà con gli ultimi. Sono quei germogli disseminati nelle tante iniziative di impegno per modi alternativi di produrre con attenzione all’ambiente e alla solidarietà. Sono le forme di lavoro e di impegno in cui al centro dell’attenzione non sta solamente l’efficienza e la produzione, ma l’attenzione alle persone. Pensiamo sempre all’economia nei termini di una scienza del profitto e del guadagno ma il termine economia nel suo senso etimologico indica governo della casa e andrebbe ricondotto alla considerazione delle tante dimensioni su cui si fonda il vivere in una casa non riducibile al solo denaro e sempre più siamo provocati dagli eventi a percepire che la casa degli esser umani è una casa comune: il buon vivere si connota come buon convivere

Nella agenda latinoamericana 2012 Casaldaliga definisce il mal vivere “mal vivere dell’immensa maggioranza delle persone mentre la bella vita insultante e blasfema di una minoranza cerca di starsene sola nella casa comune dell’umanità”. Come ha osservato recentemente Domenico Rosati finora le misure per uscire dalla crisi sono state indicate solo nella direzione di riattivare i mercati, mentre è necessario un pensiero nuovo che vada nella direzione di un’economia a servizio dell’uomo. “Un passaggio dal selvatico all’umano”. Un buon vivere si può attuare solamente in un buon convivere: non ci può essere vita buona se non si dà insieme una buona umana convivenza. Il movimento “Sbilanciamoci” di fronte alla crisi auspica la nascita di una “Comunità europea dei beni comuni”, dotata di poteri sovranazionali per quanto riguarda la terra, il lavoro, l’energia, l’acqua, l’ambiente e la sicurezza. Risposte possibili alla crisi alternative al neoliberismo del dominio del mercato.

Sono i germogli presenti nelle ansie di libertà e di riconoscimento di diritti e di dignità che si avvertono come appello: il sommovimento che sta attraversando il mondo del Nordafrica è indice di attese che non possono essere sopite anche se passaggi da regimi dittatoriali e il superamento di un modo di intendere la religione che dia spazio alla libertà e alla pluralità non sono immediati e semplici. Mi sembra importante cogliere come la richiesta da cui queste rivolte hanno avuto origine è stata da un lato l’esigenza del pane, quindi di condizioni di vita umane, ma insieme ad essa è stata anche la sete di libertà e di diritti, di poter vivere insieme. Certo tutte queste attese si stanno in questi mesi scontrando con le delusioni e i ritardi che fanno pensare ad un declinare delle primavere in tempi di violenza – come è stato già in Libia – e di oscurantismo per un affermarsi di forze per cui la religione diviene motivo di repressione dei diritti umani. Eppure sono germogli che denunciano anche la politica delle potenze occidentali in queste regioni, una politica che ha sostenuto e favorito regimi dittatoriali, dettata quasi esclusivamente da interessi economici e di sfruttamento delle risorse.

Sono i germogli presenti in tante esperienze poco conosciute a livello di cammini di fede che si aprono al dialogo con lo straniero, che si pongono in modo esistenziale la questione di come vivere l’incontro con l’altro nella società plurale nel senso di scoprire le ricchezze nascoste e di approfondire la comprensione e l’esperienza della propria stessa fede.

Il testo dell’Apocalisse che ho citato ci ricorda che in un tempo di prova segnato dalla presenza pesante del grande impero che costituiva il dominio della grande bestia a cui tutto si doveva sacrificare, come era quello tra I e II secolo nel contesto dell’Asia minore, le comunità cristiane sono invitate a leggere la storia, a vivere la difficoltà di cogliere il senso di questo libro. Ma questo libro che ad un primo sguardo è chiuso e sigillato, può essere aperto da qualcuno. E’ il germoglio di Davide che può aprirlo e leggerlo. E’ lui il germoglio che sta all’origine di tanti germogli. E il germoglio apre a scorgere che quel libro rinvia alla sua storia, alla vicenda dell’agnello, immolato e ritto in piedi. E’ questo il simbolo del crocifisso, che porta in se le ferite della passione e della riprovazione dei potenti del suo tempo, il potere politico e religioso che hanno collaborato per toglierlo di mezzo. Ma è agnello in piedi, segnato dalle ferite ma risorto. Scorgere i germogli di vita nella nostra storia, non è ingenua attitudine di ottimismo senza consapevolezza della realtà. Ma è capacità di uno sguardo lungo capace di scorgere nella storia i segni del crocifisso e la chiamata che da lui viene.

Tracce di spiritualità oggi le sintetizzerei nel ritornare a Gesù, ritornare ai vangeli al Gesù dei vangeli, Gesù che ha fatto come centro della sua predicazione l’immagine del regno, che rinvia proprio alla critica ai grandi imperi (cfr. la visione di Dan 7) e la visione di Dt Isaia del regno come grande banchetto.

Una spiritualità di immersione che porta un annuncio di grazia

Gesù ha iniziato la sua vita pubblica in quel gesto per tanti aspetti scandaloso. Il suo recarsi dal Battista nel deserto. Nel deserto, lontano dal tempio, dal mondo del culto che ruotava attorno ala tempio con la classe di sacerdoti, e dalla mentalità di chi divideva gli uomini tra puri e impuri.

Gesù che si immerge nel Giordano offre uno squarcio nel quale leggere tutta la sua vita come un percorso di immersione. cioè di solidarietà,, varcando soglie e superando le barriere che impedivano di accostare i lontani e gli impuri. Tutta la sua vita è un battesimo in cui Gesù vive la sua scelta di solidarietà con i volti e le storie. In tuta la sua vita continua ad immergersi vivendo la solidarietà con l’umanità, non separandosi ma varcando le soglie.

Lo stare dentro alle situazione, agli incontri è uno stile che ci provoca oggi, nel tempo in cui è facile per tanti aspetti la ricerca di fughe di tipo diverso, la chiusura nella paura di perdere sicurezze e certezze o le fughe nelle forme di ricerca spirituale che evitano di fare i conti con la fatica del presente con il farsi carico del peso degli altri.

Una spiritualità di  libertà

Gesù è anche testimone nel suo cammino di quela che i suoi conrtemporanei indicavano come una autorità diversa da quella degli scribi. Quella autorità non si caratterizza come attitudine di superbia o di potere, piuttosto di sovrana libertà. Gesù fu uomo libero, profondamente radicato nel rapporto con il Padre l’Abba sorgente della sua libertà, che gli diede la forza di porsi davanti alla legge andando al cuore della legge e ricamando al suo senso profondo che apre ad un rapporto con Dio e ad un rapporto nuovo con gli altri. Superando tutto ciò che nella legge e nelle consuetudini umane porta ad una separazione e all’indifferenza nei confronti dell’altro. Libertà di non inseguire alcun altro idolo e di vivere nello spazio di Dio:

Così dice Angelo Casati “Leggi il Vangelo e respiri a pieni polmoni la libertà. Che ha un segreto: il segreto della libertà di Gesù è che lui il primato assoluto lo dà a Dio, lui adora Dio e nessun altro. Nessuno dunque può farla da padrone su di lui. Dio che non è un padrone, è il Signore della sua vita e, insieme, garante della sua libertà. A nessun altro potrebbe “vendere” la sua vita, sarebbe imprigionamento. Se la vendi a Dio, è libertà. Dio è fonte di libertà.

Il primato va a quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio che è in te, sei libero dalla pesantezza, dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te” (incontro a Pistoia 12 ottobre 2011)

Gesù genera anche negli altri che lo incontravano questa libertà e  fiducia nella vita: va la tua fede ti ha salvato…

“…il Nazareno giunge a generare in coloro che si rendono disponibili, la ‘fede’ nella vita. Ho detto proprio ‘generare’ la fede come si genera la vita. Ambedue, vita e fede, sono intimamente legate perché non si può trasmettere la vita senza trasmettere la fede nella vita. Non c’è alcun cedimento quando Gesù riconosce l’inalienabile segreto dell’altro! Al contrario, osserviamo con attenzione il carattere paradossale di ciò che dice a coloro, donne e uomini, che incontra sulla sua strada: ‘Mia figlia, mio figlio, la tua fede ti ha salvato’: parola paradossale che, pur suscitando o risuscitando la ‘fede’ dell’altro, confessa nel medesimo tempo che essa è già attiva in lui. Ecco l’ultima lezione di Gesù per noi, la più importante: egli genera la fede nella vita attraverso il suo modo di rivolgersi all’altro. Essa si riassume in una parola, nel ‘beato’ delle Beatitudini: ‘il vangelo di Dio’ o Dio come beata/felice notizia: si potrebbe anche dire: Dio come vangelo. Dire a qualcuno che la sua vita è una promessa che verrà mantenuta, dirlo anche della vita di ogni essere umano, è infatti una parola esorbitante, una parola sproporzionata rispetto a ciò che sperimentiamo quotidianamente e rispetto a ciò che può provare un individuo. Per questa ragione molto semplice è opportuno collegare questa Buona Notizia e Dio. Nessuno può essere garante di tale promessa di bontà e beatitudine se non colui che chiamiamo ‘Dio’! Gesù di Nazaret non ha inventato questa promessa, ma ha saputo renderla credibile: essa è la costante di tutta la sua esistenza e di tutto il suo ministero; per essa mette in gioco tutta la sua vita. la sua ospitalità radicalmente aperta,e  mantenuta aperta fino alla fine, manifesta questo vangelo in modo infinitamente concreto: quando, pur compiendo i gesti più opportuni e dicendo la parola che si impone qui e ora, egli cancella se stesso per far sì che, di fronte a lui, chiunque trovi il suo posto unico” (C.Theobald, Trasmettere un vangelo di libertà, EDB 2010, 18-19)

“… la proposta del vangelo non è affatto un indottrinamento o la proposta di un’ideologia religiosa fra le altre; spero di averlo fatto capire. Il vangelo di Dio o Dio come vangelo vuole raggiungere l’uomo nell’intimo di se stesso, nel luogo dove egli è alle prese con la sfida fondamentale che è il semplice fatto di esistere; vuol rendere possibile in lui la fede nella bontà innata della vita e suscitare così il coraggio di affrontare l’avventura unica della sua esistenza. Poco importa, al limite, che l’uomo colga tutte le dimensioni di questa lotta; gli basta fare l’esperienza di una presenza gratuita e radicalmente buona a suo fianco, capace di convincerlo della bontà della vita. Si crede veramente in Cristo, si entra nel suo mistero e si comincia a vivere di lui, quando si condivide con lui la passione per un vangelo che riguarda assolutamente tutti gli uomini: ‘Guai a me se non annunciassi il vangelo!’ dice l’apostolo Paolo, colui che si è lasciato identificare a Cristo” (ibid. 21).

Una spiritualità di chi vive l’ospitalità come tratto caratterizzante dell’esistenza

Gesù è stato uomo che si muoveva, che aveva scelto di non avere una casa propria ed una stabilità. Vive accogliendo l’ospitalità che altri gli offrono: eppure proprio questo tratto, il condividere la mensa con pagani e peccatori è luogo di un’esperienza di ospitalità in cui chi lo incontrava scopriva di aver posto nella sua vita, di non stare stretto nel suo cuore. Di lui dicevano per questo è un mangione e un beone, cogliendo così un tratto del suo stile di vita ma non comprendendo che proprio lì, nel mangiare e bere insieme non si trattava di una proposta da mangioni e beoni, ma di una scelta di condividere facendo del banchetto il grande simbolo concreto del suo attuare il regno sin dal presente.

Quando si parla delle azioni di Gesù si pensa in primo luogo a esorcismi, guarigioni, i cosiddeti miracoli. E questi gesti sono importanti. Ma accanto ad essi c’è il gesto del mangiare insieme, della condivisione dei pasti. Gesù che tra i suoi gesti privilegia il condividere i pasti con persone emarginate e lontane dai confini della purità, ridisegna in tal modo i confini dell’identità di gruppo segnati dalle norme di purità e varca soglie facendo così scoprire come il regno di Dio irrompe nella relazione  in cui si condivide con chi non ha diritti (i bambini) e con chi è tenuto fuori.

Il regno assume così i tratti di un banchetto accogliente. Gesù che non ha una casa dove accogliere fa del suo cuore e del suo lasciarsi invitare (ed anche del suo partecipare alla mensa senza essere invitato – come chiederà ai discepoli ) un evento di ospitalità in cui scoprire l’altro non come hostis ma come hospes. E’ lui stesso ospitale e questo lo spiegheranno le prime comunità dopo la Pasqua nella esperienza di Emmaus. Gesù si dà ad incontrare nello spezzare il pane, che è esperienza di condivisione del cammino e di scoperta che è lui per primo che ci invita a cena… fino a fare della sua vita un dono un pane spezzato per le moltitudini.

Una spiritualità della fedeltà al quotidiano, della cura delle cose e delle persone, e dell’attesa

A differenza del Battista e degli apocalittici per i quali la salvezza doveva giungere dopo la conclusione di questo mondo e l’inaugurazione di un nuovo mondo dopo la distruzione di questo mondo, per Gesù la salvezza è in questo mondo, è già presente in un dinamismo di crescita e di presenza che non dipende dagli sforzi umani:

Mc 3,26-29: il regno di Dio è come un seme  che un uomo ha gettato per terra, e va crescendo senza che l’uomo sappia come  e senza che egli faccia nulla; spunta la pianta, poi la spiga, poi il grano… c’è un inizio piccolo ma l’esito è grande e supera ogni attesa. Questa parabola racconta come Gesù cambi il senso del tempo. Il presente è luogo di gestazione, è momento in cui sta germinando qualcosa – macerie e germogli… –  Il regno di Dio sta operando.

E’ la risposta di Gesù agli inviati del Battista (in un testo della fonte Q Lc 7,22; Mt 11,5: i ciechi vedono gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e ai poveri è annunciata la buona notizia” . Sono tutti segni di umanizzazione e di vita già presenti che dicono anche compimento di profezie spogliate del loro versante minaccioso e punitivo e reinterpretate nella luce di un dono di gratuità.

In tal modo egli proclama un futuro che richiede un nuovo modo di vivere il presente. Potremo qui pensare all’attitudine dopo la Pasqua: il sepolcro rimane vuoto ma il frattempo tra la venuta di Gesù nella sua storia e il ritorno, come Signore, si pone nel tempo in cui non si deve riempire quel vuoto del speolcro, ma si deve scorgere non tanto un’assenza, ma una presenza da ricercare di cui scorgere le tracce, rimanendo in attesa, mantenendo il vuoto che rinvia non a un’assenza ma ad un esser presente che non può essere confuso con tutti i nostri riempimenti umani, le confusioni dell’incontro con Cristo nell’affermazione o nel successo umano delle chiese.

Theobald invita a guardare al traghettatore di Nazareth per scoprire la responsabilità di traghettatori in rapporto a lui, in rapporto a quella fede nella vita che lui sapeva generare:

“Per la trasmissione ciò significa che l’interesse evangelico della Chiesa non può essere innanzitutto la propria riproduzione, ma la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo e la consistenza del legame sociale che li collega. Se, per la società, la chiesa sembra essere ancora portatrice di un certo numero di valori sociali e umani, non deve oggi preoccuparsi prima di tutto della trasmissione della ‘fede’ nella vita, delle energie interiori che permettono agli esseri umani di dare forma al loro vivere insieme? Per una parte non trascurabile, sta proprio qui il principale problema delle nostre periferie: la mancanza di ‘traghettatori’ capaci di suscitare la fede nella vita, con il loro modo di essere, la loro competenza sociale ecc…. è il contagio del nostro interesse per tutti e per ciascuno  che – forse – ci meriterà l’interesse di alcuni verso la ‘sorgente’ di vita che per noi è il Cristo.” (Theobald, Trasmettere, cit. 25).

Per concludere vorrei ancora citare una riflessione di Dietrich Bonhoeffer (Voglio vivere questi giorni con voi, ed. Queriniana 2008) per collegare quanto ho cercato di comunciare alla spritualità da coltivare in questo tempo di avvento:

“Festeggiare l’Avvento significa saper attendere: attendere è un’arte che il nostro tempo impaziente ha dimenticato. Esso vuole staccare il frutto maturo non appena germoglia; ma gli occhi ingordi vengono soltanto illusi, perché un frutto apparentemente così prezioso è dentro ancora verde, e mani prive di rispetto gettano via senza gratitudine ciò che li ha delusi. Chi non conosce la beatitudine acerba dell’attendere, cioè il mancare di qualcosa nella speranza, non potrà mai gustare la benedizione intera dell’adempimento. Chi non conosce la necessità di lottare con le domande più profonde della vita, della sua vita e nell’attesa non tiene aperti gli occhi con desiderio finché la verità non gli si rivela, costui non può figurarsi nulla della magnificenza di questo momento in cui risplenderà la chiarezza; e chi vuole ambire all’amicizia e all’amore di altro, senza attendere che la sua anima si apra all’altro fino ad averne accesso, a costui rimarrà eternamente nascosta la profonda benedizione di una vita che si svolge tra due anime.

Nel mondo dobbiamo attendere le cose più grandi, più profonde, più delicate, e questo non avviene in modo tempestoso, ma secondo la legge divina della germinazione, della crescita e dello sviluppo”

 

Alessandro Cortesi op


[1] Prendo spunto per questa riflessione dal titolo e dai saggi contenuti nell’ultimo numero della rivista ‘Servitium’ (45,197,2011) dal titolo “Macerie e germogli”.

I domenica di Avvento anno B – 2011

Is 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Fate attenzione vegliate”. L’avvento inizia facendoci guardare lontano e vicino. Fate attenzione: non sapete quando. Questo ‘quando’ è il tempo in cui ‘il padrone di casa ritorna’. La vita cristiana si pone in un frattempo segnato dall’affidamento: è il tempo che attende un ritorno. Gesù è venuto, ha donato la sua vita fino alla croce, Lui, incontrato dopo il mattino di Pasqua vivente e risorto, ritornerà. Nel frattempo viviamo il tempo dell’invocazione ‘Vieni signore’, del silenzio dell’attesa e della fatica nel rimanere fedeli al compito affidato.

Isaia profeta che non vende illusioni, ci riporta duramente ad una condizione in cui riconoscerci: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Di fronte alle notizie di questi mesi sull’andamento delle Borse e dei mercati, si fa strada nella mente l’immagine del bruciarsi di somme di denaro nel giro di poche ore. In questo svanire, come il vento, di capitali – che peraltro passano nelle mani di potenze economiche e finanziarie – e di ricchezze considerate stabili e sicure – gestite in nome di quel padrone o divinità che è il denaro – viene proprio da riflettere sul testo di Isaia: le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Un sistema economico che genera iniquità sta dimostrando le sue profonde crepe, la sua vacuità, come il vento. E un’inquietudine profonda attraversa ai cuori di giovani generazioni che non solo pensano al loro interesse, al loro benessere, ma intuiscono forse che qualcosa deve cambiare: l’iniquità che attraversa il mondo conduce ad essere dispersi nella nostra umanità e a svanire come il vento.

E ci sentiamo così avvizziti come foglie quando attorno prevale un modo di intendere la vita basato sul criterio della difesa di interessi, di cura solamente del ‘particulare’.  Ci ritroviamo avvizziti come foglie, osservando chi è piegato sulla difesa di propri privilegi, o chi guarda con paura e terrore ai volti che si affacciano dai mondi della povertà, a tutto ciò che può generare cambiamento, a quanto può divenire possibilità di vita per altri. E fanno sentire ancor più avvizziti le parole di chi si scaglia contro il riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini ‘stranieri’ ma nati e cresciuti in questa terra ed anche contro il riconoscere dignità ai poveri. Isaia ci parla di una condizione di impurità che ci attraversa, che ci fa domandare in cosa abbiamo sbagliato, nell’educazione, nell’impegno… “siamo divenuti tutti come una cosa impura”.

Essere una cosa impura è la condizione di macerie e di sgretolamento che avvertiamo attorno. Come lo sgretolarsi delle colline e della terra delle scorse settimane, quando piogge abbondanti, eccezionali hanno portato devastazione vicino a noi, in diverse regioni d’Italia al Nord e al Sud, ma anche lontano da noi, dove un territorio vastissimo come l’intera Thailandia è stato allagato con migliaia di morti. Fiumi di fango, prodotto di eventi eccezionali talvolta imprevedibili, ma in radice esito e conseguenza di un modo di vivere, di scelte di organizzazione sociale che segnano il quotidiano. Scelte che hanno prodotto mancanza di cura per la natura, disinteresse per l’ambiente, indifferenza per l’ecosistema. Un modo di pensare per cui tutto va ricondotto ai criteri dell’utile e dell’immediato secondo la logica del ‘pensare per se’ o di essere padroni in casa propria. Dimenticando così che ci sono beni da preservare per tutti, da consegnare alle generazioni future e che  non possono esser sfruttati ed esauriti a profitto solo di qualcuno. L’acqua, la terra, l’aria, l’ambiente di vita di animali e persone, la dignità di ogni volto.

“… ci avevi messo in balia della nostra iniquità”. La parola di Isaia spinge a sostare e a ripensare non solo un diverso sistema economico – che pure è compito ineludibile oggi – ma le scelte del quotidiano possibili per tutti là dove cresce un nuovo orizzonte di vita. C’è una iniquità infatti che si cela nel nostro quotidiano e ci rende tristi, indifferenti, avvizziti. Prendere atto di tutto questo è il primo passo da compiere per far crescere una consapevolezza e per disporsi ad un cambiamento.

Ma già nelle parole di Isaia ci sono le tracce di una speranza che non può venire da noi, ma può essere solo opera di Dio: “noi siamo argilla e tu colui che ci plasma”. Quel fango che discende dallo sgretolarsi di un mondo vissuto non nei termini del rispetto e  della cura, può esser fango posto nelle mani di chi costruisce qualcosa di nuovo, di chi tra le sue mani già sta formando una cosa nuova, una vita orientata secondo criteri diversi, nuovi. Dio stesso ci prende tra le sue mani come argilla che attende una forma nuova. E’ Dio stesso che si volge a noi e ci prende tra le sue mani. Il primo a convertirsi è Dio stesso. E’ lui che rende possibile il nostro convertirci a Lui, quel desiderio che si fa attesa. Volgendosi a noi rende possibile un’accoglienza, un cambiamento una novità che è spazio di germogli nuovi pur tra macerie presenti nel cuore o in un mondo che sta crollando. Sta qui la radice di una speranza in Dio che per primo ritorna: “Ritorna per amore dei tuoi servi”.

Alessandro Cortesi op

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