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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Solennità Corpo e sangue di Cristo – anno C – 2016

IMG_0037_2.jpg(Giardino volante – Pistoia)

Gen 14,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17

‘Melchisedek re di Salem, offrì pane e vino’: Melech in ebraico significa re. Sedek indica ‘giustizia’. Melchisedec è nome di un re di giustizia e di shalom (pace). Indicato come sacerdote del Dio altissimo, re di Gerusalemme città dello shalom, della pace. Questa enigmatica figura che si fa incontro ad Abramo racchiude la promessa e l’attesa di giustizia e pace che segna la storia. Ed è presenza di riferimento a Dio altissimo prima ancora di ogni alleanza e della legge. E’ espressione dell’orizzonte di tutta il cammino di Abramo. Il suo gesto nell’incontro è offerta di alleanza: presenta pane e vino e con la sua ospitalità permette alla tribù di Abramo di riposare. L’incontro si chiude con una benedizione. Al cuore di questo incontro i segni del pane e del vino, segni di accoglienza e ospitalità.

‘Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono…’ (Lc 9). I gesti di Gesù generano condivisione, ristoro, pace. La sua parola e il suo agire danno possibilità di condividere il poco cibo, perché tutti possano mangiare fino ad essere sazi: non si tratta tanto di moltiplicazione dei pani che costituirebbe un miracolo strepitoso. Dietro ai gesti di Gesù si nasconde un miracolo forse più profondo, ma meno eclatante: l’ordinaria opera di distribuzione iniziata da una parola di bene, da un invito a condividere il poco che c’è per farne parte. Luca riprende da Marco questa narrazione e ne individua un passaggio decisivo nella vita di Gesù. Subito dopo infatti Gesù presenta la sua missione di figlio dell’uomo che subisce il rifiuto umano ma rimane fedele al progetto di Dio alla sua missione e incontra l’approvazione del Padre (nell’episodio della trasfigurazione Lc 9,18-22). E si dirige decisamente verso Gerusalemme.

In questa pagina Luca tesse alcuni rinvii al racconto del dono della manna nel deserto (Es 16,8.12; Num 11,21). Anche ora vi è un luogo deserto, vicino a Betsaida. E’ poi evocato un episodio della vita di Eliseo, profeta di Dio (2Re 4,42-44). A lui si era infatti presentato qualcuno offrendogli primizie ed Eliseo lo invitò a distribuirle: ‘Dallo da mangiare alla gente’. Di fronte all’obiezione ‘come posso mettere questo davanti a cento persone?’ l’invito è ribadito: ‘Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: ne mangeranno e ne avanzerà anche’. Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore’. La parola del Signore è promessa che il cibo condiviso non viene meno e la parola del profeta si fa interprete di questo invito per un fecondità nuova.

Attraverso tali richiami Luca pone in risalto il significato dell’esperienza eucaristica della prima comunità. I gesti compiuti da Gesù mentre il giorno stava per declinare, sono i medesimi presentati nell’incontro con i due di Emmaus, vissuti in un altra sera. Anch’essi al tramonto pregano lo sconosciuto che si era accostato a loro nel cammino: ‘resta con noi perché si fa sera’. Nella locanda i gesti di Gesù sono ancora quelli di prendere il pane, pronunciare la benedizione, spezzarlo e porgerlo ai discepoli. Sono i medesimi gesti che Luca riporta all’ultima cena: ‘Poi, preso un pane lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘questo è il mio corpo che è dato per voi…’ (Lc 22,19).

La distribuzione dei pani non è solo memoria del gesto di Gesù, ma reca in sé un invito ad andare al senso profondo del gesto dello ‘spezzare il pane’ – questa è l’espressione con cui nella prima comunità cristiana si indicava l’eucaristia – ripetuto nelle comunità nel ritrovarsi dopo la sua morte e risurrezione. La sua presenza continua nella comunità e rende responsabili i discepoli: ‘date voi loro da mangiare’.

Gesù chiede ai suoi di mettere a disposizione ciò che si ha, inizia un movimento di condivisione che contro ogni aspettativa non impoverisce, ma porta a moltiplicare, ad scoprire fecondità inattese. Porta infatti abbondanza per tutti. I discepoli sono i primi coinvolti in questa distribuzione: ‘E mangiarono e si saziarono e dei pezzi avanzati ne portarono via dodici panieri’. La comunità è chiamata a centrare la sua attenzione verso ‘tutta questa gente’ di affamati e a vivere lo stupore di un’abbondanza nuova.

Spezzare il pane insieme, fare eucaristia trova il suo autentico senso e compimento nel distribuire il poco. Non nel trattenere ma nel restituire: non è solo un dare a chi ha bisogno, ma significa vivere l’esperienza del far parte insieme. E’ tutt’altro che evento individuale e intimistico, ma spalanca agli orizzonti di una relazione nuova, di un modo di intendere la vita come ‘spezzare il pane’, dono e condivisione.

Alessandro Cortesi op

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Corpo

Tre testi per pensare al corpo.

Il primo è una poesia di Wislawa Szymborska che rinvia alla capacità di male nel torturare i corpi di chi innocente viene sottoposto alla violenza: la tortura è violenza che attraversa i tempi. E il pensiero va a Giulio Regeni e a tutti i giovani spariti e torturati in Egitto…

Torture


Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
 prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo
ne risponde
 era, è
e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso,
il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

(Wislawa Szymborska)

Un secondo testo è una breve frase di un vescovo di Gerusalemme del IV secolo, uno sguardo limpido sull’importanza del corpo a fronte di modi di concepire la vita per cui il corpo non conta ed è da negligere, nascondere, disprezzare: “Non tollerare nessuno di coloro che affermano che questo corpo è estraneo a Dio” (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi prebattesimali IV, 22).

Infine un testo di Etty Hillesum, testimone in tempi drammatici di una ricerca e di una profondità di ascolto del proprio corpo, di tutta la sua vita e delle sue profondità insondate: “L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì mio Dio sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento, invece di salvare te, mio Dio. E altre persone che sono ridotte a ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessun se si è nelle tue braccia. Mio Dio è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi e di prepararli fin d’ora in noi stessi. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me, ogni giorno?” (Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi 1996, 169-170)

“Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Etty Hillesum, Diario, 238-239)

Alessandro Cortesi op

 

Corpo e Sangue del Signore – 2015

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Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Il sangue è segno della vita: Mosè versa il sangue di alcuni animali in parte sull’altare, il trono di Dio, in parte sul popolo d’Israele. E’ un gesto che segue l’ascolto del libro dell’alleanza. Il primato è della parola del Signore che ha parlato e continua a parlare. Quanto ha detto il Signore è inizio e fonte di ogni movimento di risposta e di accoglienza della sua presenza nella fede.

Il gesto di Mosè vuole indicare che un’unica corrente di vita lega l’esistenza dell’intero popolo e la presenza di Jahwè stesso. La vita di Dio quindi e quella di tutto un popolo, Israele, sono legate in modo profondo nell’alleanza quale dono di relazione: il rito esprime così la consapevolezza di una vita che proviene da Dio come dono. La parola ricevuta può trasformare e dare forza nel cammino, diviene criterio dei passi per la vita del popolo. Di fronte ad essa nasce un impegno e una scelta: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’. Per Israele ascoltare è possibile solamente nella misura in cui si entra in un coinvolgimento concreto di azione e di lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli in un contesto pasquale, nell’approssimarsi della festa della pasqua. Al tempio avveniva l’uccisione degli agnelli poi la sera nell’ambito familiare la cena domestica. Pasqua: memoria dell’uscita dall’Egitto, della liberazione con i segni dell’agnello pasquale e degli azzimi.

La notte di pasqua celebrava il passaggio dell’angelo di Dio che aveva salvato gli israeliti in Egitto, passando sopra alle case segnate dal sangue dell’agnello: l’agnello divenne così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Il suo sangue aveva permesso l’uscita dalla schiavitù e l’inizio del cammino verso la libertà. Quella cena ripetuta ogni anno nel plenilunio della primavera, divenne memoriale: gli eventi dell’esodo erano rivissuti: : “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se lui fosse stato tratto dall’Egitto”. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù riprende i gesti e le parole che costituivano il rito della cena pasquale ebraica, ma presenta il pane e il vino con alcune parole che sono state custodite nel ricordo delle prime comunità. Di queste parole ci sono giunte quattro versioni non identiche (Mc 14,22-25; Mt 26, 26-29; Lc 22,18-20; 1Cor 11, 23-25), con variazioni significative che indicano come esse fossero custodite come spiegazioni dei gesti e di tutta la vita di Gesù.

Il primo gesto di Gesù in quella sera è indicato nello spezzare il pane, un gesto carico di significato e che riportava ai gesti dei profeti nel venir incontro alle necessità dei poveri, ma anche ai gesti della condivisione attuati da Gesù in tutta la sua vita. La frazione del pane divenne indicazione nelle prime comunità di questo momento, e questo gesto da allora è stato ripetuto.

Gesù indica il pane come simbolo dell’intera sua esistenza, della sua persona: ‘prendete, questo è il mio corpo’. E’ consegna che anticipa il significato di quanto a breve si compirà, la sua morte sulla croce: tutta la sua esistenza viene indicata nei segni prima del pane spezzato e poi del vino distribuito.

‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza che è versato per le moltitudini’. Nel sangue sta il segno dell’intera vita. Gesù riprende il riferimento al gesto di Mosè sul monte Sinai, quando versò il sangue come segno di alleanza sull’altare e sul popolo (Es 24, 6-8). Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono libero di sé, uomo per gli altri fino alla fine. La sua vita, vissuta nel farsi servo (Mc 10,45), è luogo di comunione nuova nella sua stessa persona.

L’annuncio del regno quale vicinanza di Dio ai poveri ha provocato nei suoi confronti il sospetto ed il rifiuto da parte del potere religioso e politico. Le parole dell’ultima cena esplicitano che la sua vita è donata al Padre ed è alleanza, vita donata in uno sguardo che va oltre ogni appartenenza di popolo e di lingua: ‘per le moltitudini’, cioè per tutti senza distinzioni (Is 53,11-12): è dono di alleanza. La sua morte è rivelazione dell’amore di Dio il Padre.

Gesù alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno. Nelle parole: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, indica un orizzonte al di là della morte. La sua fiducia apre all’annuncio di un banchetto nuovo dove il vino sarà nuovo, e dove si compirà il regno di Dio, incontro con il Padre che dà vita, si pone accanto e vicino ai piccoli e raduna. Gesù rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

DSCF5771Alcune riflessioni per noi oggi

“Una stanza arredata… lì preparate la cena per noi”. E’ questa l’indicazione di un luogo in cui celebrare la pasqua: Gesù rinvia i suoi ad individuare questo luogo. Una stanza arredata, una tavola apparecchiata è luogo in cui si vive lo stare insieme nella dimensione domestica. E’ luogo ordinario delle case, una stanza che con i suoi arredi consente di sostare, di mangiare insieme, di condividere. Così pure il gesto di apparecchiare la tavola è gesto quotidiano. I gesti semplici del preparare sono l’ambito in cui si può fare esperienza, senza enfasi, di quell’eucaristia dei giorni feriali in cui si spezza il pane che segna l’esistenza nel quotidiano. Abbiamo bisogno di luoghi dove sperimentare condivisione, in cui scoprire nell’incontro i percorsi di liberazione da tutto ciò che ci chiude e rende poco attenti. Attorno a tavole preparate non per escludere ma per lasciare posto possiamo scoprire la dimensione profonda del vivere come pane condiviso, segno della vita di Gesù data per le moltitudini.

“Non con il sangue di animali…” Cristo non ha compiuto un sacrificio con animali nel recinto sacro del tempio, ma ha compiuto nella sua obbedienza il dono di sé totale al Padre e ai suoi fratelli. E’ entrato nel santuario del cielo non per via di riti religiosi, ma offrendo se stesso, una volta per tutte. Nel rito dei ‘sacrifici’ secondo la tradizione di Israele si attuava non tanto un movimento dell’uomo verso Dio, ma l’esperienza di un rapporto nuovo, reso possibile da Dio stesso, suo dono. La lettera agli Ebrei riprende questo riferimento e afferma che Cristo non ha compiuto sacrifici di animali, ma autentico sacrificio è stato la sua vita donata, il suo ascolto radicale del Padre, la sua solidarietà nella compassione. Di qui il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti, è la vita. Unirsi a Gesù è possibile nel fare del proprio tempo, delle proprie energie e competenze un dono e un servizio, in rapporto al Padre e per la vita degli altri. Vi è qui l’indicazione preziosa di un superamento di un modo di intendere la spiritualità: il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita, nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. L’incontro con Dio, che Gesù ci ha raccontato nel suo percorrere i sentieri della quotidianità, il rendere a lui culto è possibile nei luoghi ordinari e ‘profani’ dell’esistenza, nei gesti dell’umanità.

“Prendete questo è il mio corpo”: accosterei queste parole dell’ultima cena alle parole del Dario di Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork nel 1942-43: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Diario, 238-239). Il corpo è dimora, luogo di ospitalità nella consegna di sé ad altri. L’ospitalità è la condizione per aprire non ad un ‘essere per la morte’ ma ad un ‘essere per la nascita’, a cui il corpo stesso rinvia come dimora. La scoperta della propria corporeità è scoperta di una vocazione, chiamata ad essere dimora per la custodia e la consegna di vita. E’ scoperta della chiamata radicale ad una consegna al lasciar spazio all’altro, dove l’altro possa trovare dimora. E’ dono di una terra in cui scorgere la presenza di Dio nel profondo. Ancora Etty Hillesum: ‘la parte più profonda di me che per comodità io chiamo Dio’ (Diario, 176).

Un pane indicato come ‘corpo’ parla di Dio che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane. Parla di un Dio che si offre liberamente facendosi terra ospitale. Ed è invito a vivere la corporeità come chiamata del nostro vivere, parole, gesti, stare in mezzo a luoghi situazioni, incontri, nella piccolezza, nella scoperta di un dono da accogliere e condividere.

Alessandro Cortesi op

III DOMENICA DI PASQUA – ANNO A – 2014

DSCF8758(foto scattata durante una liturgia alla settimana ecumenica del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) a Chianciano 2010; sullo sfondo un cartellone con le tappe del cammino ecumenico come un grande fiume…e se Emmaus fosse un racconto in cui cogliere una grande metafora del cammino di chiese e percorsi umani e religiosi nella storia?)

At 2,14-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Nella pagina di Emmaus Luca presenta una riflessione sulla domanda dei cristiani della sua comunità, ma anche di ogni tempo. Come e dove incontrare il Risorto? L’incontro si compie nel cammino: c’è prima un cammino di allontanamento da Gerusalemme, di delusione. E’un cammino nel quale si ricorda solo il nome di uno dei due discepoli, Cleopa. Dell’altro si tace anche il nome. Quasi a dire l’anonimato come condizione di chi è senza più speranza e senza un riferimento per la sua identità.

In questo cammino di delusione dopo i fatti della passione di Gesù, i discepoli però sono presentati nell’atto di discorrere e di scambiarsi tra di loro parole. Parole cariche di amarezza ed interrogativi, e pur sempre parole che correvano dall’uno all’altro e tenevano aperta una comunicazione seppure di chi ritornava sui suoi passi e avvertiva il fallimento dentro. In questo loro discorrere un altro cammino si incrocia con il loro e si fa compagnia discreta e interrogativa. Non presenza invadente e ricolma di risposte, ma uno sconosciuto – senza nome anche lui – che offre solo disponibilità di ascolto e del tempo nell’accompagnare. E’ un pellegrino, uno straniero in cammino anch’egli ed è uno che pone domande e con il suo interrogare fa venire a galla tutti i tasselli della loro angustia. E’ presenza estranea al punto da non conoscere quanto è avvenuto in quei giorni. E si comporta come chi è pronto a ricevere, non come chi è pieno di qualcosa da offrire. E’ povero che accetta di essere ospitato nella tristezza e nelle parole dei due in cammino e che accetterà il loro invito a cena. Provoca così a mettere insieme uno ad uno gli elementi del loro cammino, a partire dagli ultimi giorni, e su su fino a quel primo incontro con Gesù e ciò che bruciava loro nel cuore: la delusione a fronte di averlo seguito, incontrato come profeta scoprendo in lui una grande apertura e speranza per la loro vita. Ma ora tutto è finito. I frammenti di questa storia sono elencati uno ad uno e c’è tutto ma manca una diposnibilità di fondo ad accogliere la testimonianza che pure essi hanno ricevuto. “Alcune donne delle nosre sono andate al sepolcro dopo la sua morte e hanno anche avuto una visione di angeli che hanno detto loro che egli è vivo”. Il cuore della fede sta nell’accogliere una testimonianza, annuncio affidato alle donne, coloro che avevano seguito e servito Gesù fino all’ultimo momento. Ma i due non riescono ad aprire gli occhi e il cuore a questo annuncio. Lo straniero li accompagna a ripercorrere le Scritture, una storia di alleanza, a comprendere come la vicenda del profeta di Galiela si pone all’interno di una necessità: è quel cammino percorso da giusti e profeti, che, sempre, proprio a causa della loro testimonianza hanno incontrato sospetto, opposizione e ostilità, fino ad essere eliminati e a vivere la sottomissione alla violenza. “Non doveva il messia subire queste cose?” Lo straniero li accompagna a scoprire il messia dal volto non di un trionfatore, o di un violento, capace di affermare con il suo imporsi una religione della potenza. Piuttosto un messia con il profilo del mite, dal volto del servo sofferente, che dà la sua vita e si mantiene fedele alla nonviolenza e affronta la sofferenza: intende la sua vita come consegna a Dio e agli altri per dare vita e salvezza ai poveri.

E i due avvertino crescere in loro una nostalgia che si rinnova, il desiderio di stare insieme: “Resta con noi perché si fa sera”. Così nel luogo dell’ospitalità, attorno alla tavola, nel gesto così quotidiano e amico dello spezzare il pane i loro occhi si aprono di fronte alla presenza di quello sconosciuto come il Risorto. Lo spezzare il pane: gesto che rimandava ai tanti momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane e condiviso la tavola con i suoi. Gesto nel quale aveva racchiuso in una ultima cena il senso profondo della sua vita data in una condivisione fino alla fine.

Il cammino dei due si fa a questo punto ritorno, esperienza di comunicazione: gli occhi si sono aperti. Credere è vedere in modo nuovo, è scoprire gli elemtni di quel racconto tenuti insieme da un incontro che apre futuro. Diventa ora, il loro, un cammino di gioia e di speranza che conduce a tornare alla comunità. Luca suggerisce così, ad una comunità delusa e appesantita dal presente i luoghi in cui incontrare il Risorto: la ricerca condivisa, il rileggere le Scritture, il gesto dello spezzare il pane come ospitalità data, la vita della comunità stessa in cui si lasci spazio ai racconti di chi deluso se n’era andato, ai sentieri interrotti di tante fatiche. Luca dice che i loro occhi si aprirono di fronte al gesto dello spezzare il pane. E’ questo il luogo in cui Gesù si fa riconoscere, o meglio apre gli occhi per leggere ogni cosa in modo nuovo.

Emmaus è un cammino, il cammino di ogni credente, se si lascia provocare a esprimere il suo dubbio, la sua angoscia, nel camminare insieme ad un altro. Per scoprire, nel dialogare e camminare che qualcuno si accosta e apre ad un racconto, e fa ritornare al ricordo, e suscita la nostalgia e la memoria. E fa mettere insieme tanti tasselli che conducono tutti ad una parola, ad una voce, ad un vedere: “una visione di angeli i quali affermano che egli è vivo”. “Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Come avevano detto le donne… presenza ancora incompresa e inascoltata. Presenza che sta all’origine di una storia nuova. Donne che l’hanno seguito ed hanno mantenuto il legame anche nel buio e nel silenzio dell’assenza. E poi quell’incontro, quel gesto che rinvia ai gesti quotidiani: prendere il pane, spezzare, dare… nel pane spezzato e dato l’aprirsi di uno sguardo nuovo. “Come avevano detto le donne…” e la scoperta che egli è vivo, e si incontra vivo laddove c’è un pane che si spezza, laddove c’è un gesto e una parola che invita “Resta con noi”… laddove c’è uno spazio per rimanere con loro…

Suggerisco rapidamente tre riflessioni per noi oggi.

Il cammino di Emmaus è un cammino di chi si trova ad essere senza nome. Chi è oggi senza nome? Tanti che improvvisamente si trovano senza lavoro scoprono di non avere più un nome per gli altri. Tanti che non hanno mai avuto una famiglia o un ambiente dove essere ccolti sono senza nome. Tanti giovani che si affacciano alla vita scoprendo che la dura legge dell’efficienza è affermare il proprio nome a scapito degli altri, si ritrovano senza nome. Tanti che hanno vissuto fatiche, anche errori e fallimenti nella loro vita si ritrovano senza nome. Gesù si fa accanto a tutti questi senza nome entrando in punta di piedi, non con rimproveri e giudizi, ma ponendo ascolto al filo del loro cammino, scaldando il cuore in un incontro che può ricominiciare dalla amicizia, da una tavola condivisa, da un camminare insieme. Gesù è sconosciuto, senza nome, che apre a scorpire un proprio nome, di poveri, accolti in lui.

Emmaus è un cammino pedagogico, è capolavoro di stile di incontro. C’è tutta una indicazione di pedagogia, di stile per accogliere l’annuncio del vangelo: e se evangelizzare oggi, anziché portare qualcosa fosse innanzitutto riconoscersi come quei due delusi e rattristati? E come loro guardare ai volti di stranieri, presenze inattese e sconosciute nelle nostre strade, di altre culture, convinzioni, religioni, persone senza nome, come volti da cui lasciarsi interrogare, da cui imparare di nuovo a leggere le Scritture e spezzare il pane?

Emmaus è un bellissimo racconto che racchiude la forza propria del racconto: comunica il passaggio dall’abbandono alla speranza, dalla solitudine all’ospitalità. E’ un racconto che rinvia allìimportanza di ogni cammino che si fa racconto, che si apre ad essere letto come cammino di liberazione di incontro e di alleanza alla luce delle Scritture e si apre anche a divenire racconto in cui scoprire già presenti in esso i tasselli di un senso nascosto, da accogliere. In che misura camminiamo insieme ad altri raccontando tristezze e angosce, gioie e speranze, lasciando l’esistenza farsi parola e condivisione? In qual modo sappiamo farci compagnia di racconti come sconosciuti che non intendono dominare sulla vita degli altri, ma essere servitori di una gioia scoperta nell’ospitalità e nell’ascolto e nell’amicizia?

Emmaus è un cammino che culmina nello spezzare il pane e nel far ritorno ad una comunità. Abbiamo fatto dello spezzare il pane un gesto rituale, ma è gesto di vita: Gesù accetta l’invito ad essere ospite alle tavole di vite deluse e segnate dalla tristezza. gesù ci invita, non escludendo nessuno, nemmeno quei due che erano forse tra coloro che lo avevano seguito ma poi l’avevano lasciato e si erano allontanati nei giorni dela passione. Lo spezzare il pane è gesto di perdono e di amicizia, gesto che adice la vittoria della debolezza disarmata del dono a fronte della violenza del potere. Spezzare il pane è cammino aperto a tutti in cui gli occhi possono aprirsi. Aprirsi sulla propria vita, aprirsi sulla relazione con altri, aprirsi alla fede…

Alessandro Cortesi op

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