la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “Spirito Santo”

Sussidio per celebrazione della Pentecoste

img_8367Nel sito http://www.insiemesullastessabarca.it è possibile scaricare un sussidio, curato da un gruppo ecumenico, con due proposte di preghiera per una celebrazione domestica della Pentecoste sia per famiglie e piccoli gruppi, sia per bambini.

Il sussidio può essere scaricato anche cliccando qui.

Solennità di Pentecoste – anno A – 2020

img_8368At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è termine che indica cinquanta giorni: è il tempo dopo la Pasqua in cui cade una tra le feste gioiose di pellegrinaggio, le più importanti per Israele (Deut 16,16). Situata all’inizio dell’estate raccoglie la gioia per le primizie della mietitura (Es 34,22; cfr Es 23,16): “celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26).

Pentecoste nasce come festa legata alla gioia comune al momento del raccolto che vide accompagnarsi anche la memoria del dono della Torah, la legge di Dio. La libertà aperta dalla Pasqua si fa cammino nell’accoglienza la parola di Dio, nella sua legge per servire Lui: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Nel Nuovo Testamento i cinquanta giorni dopo (pentecoste) sono momento del dono dello Spirito: ciò che Luca pone cinquanta giorni dopo la Pasqua nel IV vangelo è situato la sera del giorno stesso della risurrezione. Gesù si presenta in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Sulla croce morendo Gesù aveva consegnato lo spirito (Gv 19,30), ora lo soffia sui suoi amici donando loro pace e inviandoli a testimoniare riconciliazione.

La ‘prima pentecoste’ è il soffio di Dio su ogni creatura: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Lo Spirito è il soffio presente nella creazione ed è respiro generativo di un cosmo bello che proviene dalle mani di Dio.

Al soffio della creazione nella Bibbia si affianca il soffio della Parola, in particolare di quella profetica. Il profeta Ezechiele condotto a vedere la desolazione di un popolo come una pianura di ossa aride, è spinto ad annunciare la promessa di Dio come dono dello Spirito: “Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ez 37,14)

Lo Spirito è soffio di presenza, forza di rigenerazione e apertura. Ad un saggio maestro d’Israele Gesù aveva detto: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5). “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8)

L’alitare di Gesù nella sera di Pasqua è ancora creazione, inizio dell’esistenza di una comunità che partecipa della sua vita.

Nella Pentecoste nasce una comunità chiamata a vivere relazioni nuove e una speranza: Gesù oltrepassa le barriere della paura e apre la comunità dei discepoli ad un invio: tutti sono investiti di forza: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

Nel Nuovo Testamento la Pentecoste è narrata più volte in modi diversi: oltre alla versione giovannea nella sera di Pasqua c’è il racconto di Luca della Pentecoste a Gerusalemme. Luca usa le immagini del vento impetuoso e delle lingue di fuoco.

Il dono dello Spirito suscita modi nuovi di comunicazione. Coloro che sono investiti di ‘forza dall’alto’ assumono un coraggio che non proviene dalle loro capacità. La loro parola è comprensibile e raggiunge gli uditori. “Com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (At 2,8).

Una nuova comunicazione si apre: nel racconto di Babele Dio era intervenuto ad interrompere il progetto dell’impero oppressore di dominare tutti con una sola lingua e aveva disperso lingue e popoli. Pentecoste è evento che si delinea non solo come l’anti-Babele, cioè critica ad ogni pretesa di uniformità e dominio ma diviene anche compimento della promessa di Babele, l’attuarsi cioè di una chiamata di Dio a vivere relazioni nuove nel riconoscimento delle differenze e attuando una comprensione ciascuno nella propria lingua: è il miracolo dell’accoglienza, del dialogo e dell’incontro.

“Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11). A Pentecoste lo Spirito è presenza che de-centra la nostra vita e rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio.

Alessandro Cortesi op

img_8356

Gioia

“Forse dal latino gaudia plurale di gaudium, forse da joca plurale di jocum, che dal latino s’è sparso dalla Provenza alla Romania; in ogni caso la radice antica sarebbe gawedh, che ha a che fare con qualcosa di materiale tipo i piaceri del sesso e solo viaggiando nei millenni si è disincarnato nei piaceri dello spirito. È bello che la gioia sia plurale, è bello che sia fatta di materia, naturalmente è pure bello che si sia dispiegata nello spirito. Alla vostra cortese attenzione porrei l’errore, ferale, che in epoca moderna non distingue la gioia dalle gioie intese come gioielli, quelli non hanno niente a che fare né con Joca né con gaudia, ma vengono diritto dall’arabo giohar, scusate la latinizzazione, che significa pietra preziosa, gemma. Per cui l’idea che i gioielli diano vera gioia è solo frutto di pura e stupida confusione. Gioia, da quant’è che non vi viene in mente di dirlo, che ne so, ho provato una grande gioia? E di pensarlo?” (M.Maggiani, “La Repubblica-Robinson” 24 maggio 2020)

Conclude Maggiani “In fin dei conti la gioia non è che una promessa, ed è spiegato dunque perché questi non son tempi gioiosi”. Non sono tempi gioiosi per molte ragioni soprattutto quando la promessa non solo non sembra inseguita ma viene anche calpestata e negata, soprattutto nei confronti dei bambini e delle bambine che in una società sono coloro che recano l’apertura alla promessa e quindi alla gioia.

Uno degli ambiti in cui oggi appare una disattenzione alla promessa è il mondo della scuola e degli studenti che hanno subito pesantemente il limite del confinamento e della chiusura delle scuole nel tempo della pandemia

“Dall’inizio della pandemia, quando l’intero sistema è stato stravolto e tutti – insegnanti, studenti, genitori – hanno dovuto rivedere radicalmente ciò che davano per scontato, dalle modalità di insegnamento e apprendimento agli spazi e orari quotidiani, sembra che le preoccupazioni principali della ministra dell’Istruzione siano state il mantenimento del calendario scolastico, la garanzia che nessuno sarebbe stato bocciato e la valutazione degli apprendimenti. Che intere settimane di scuola siano saltate prima che qualche cosa si mettesse in moto, che questo “qualcosa”, sotto l’etichetta di “didattica a distanza” si sia realizzato in modi diversissimi per impegno degli insegnanti, tempo, grado di coinvolgimento forzato dei genitori necessario, accessibilità da parte degli studenti, efficacia a seconda, non solo della capacità degli insegnanti, ma dell’età degli studenti e delle condizioni ambientali in cui vivono – tutto questo non sembra entrato nelle priorità della ministra” (Chiara Saraceno, la scuola ha tradito i più deboli, “La Stampa” 15 maggio 2020).

Da un sondaggio promosso da Cittadinanzattiva riportato sul sito www.vita.it risulta che “Il 92% delle scuole ha attivato la didattica a distanza, per lo più con lezioni in diretta su varie piattaforme (85%) e una durata media a lezione fra i 40 e i 60 minuti (69%). Buona la valutazione del lavoro svolto dai docenti in questa nuova veste (per il 60% dei rispondenti). Ma si conferma la grande questione della esclusione di tanti studenti che – per lo più per mancanza di device, per inadeguata connessione e in parte anche per condizioni familiari difficili – non partecipano alle videolezioni. A segnalarlo il 48% dei 1245 soggetti, fra genitori, insegnanti e studenti, coinvolti nel sondaggio civico promosso da Cittadinanzattiva sulla didattica a distanza. È ricorrente il fatto che alcuni ne siano esclusi principalmente per: connessione inadeguata (48,5%), condivisione del dispositivo fra più fratelli o familiari (33,5%), assenza di dispositivi (24,5%), assenza di connessione (16,4%)”.

In un’intervista a Mariapia Veladiano, scrittrice e dirigente scolastica, apparsa su ‘Il Regno’ curata da Sarah Numico (Sarah Numico, Scuola: declinare la prossimità Intervista a Mariapia Veladiano, “Il Regno Attualità” 15.05.20), vengono evidenziati alcuni aspetti del problema. Sono rilevati aspetti positivi, nel sottolineare la disponibilità delle scuole in particolare degli insegnanti ad attivarsi nell’utilizzo di strumenti nuovi per mantenere prossimità con gli alunni. Ma anche sono rilevati elementi negativi soprattutto per il fatto che in questo periodo si sono aggravate le disuguaglianze e molti pesi sono ricaduti in misura pesante sulle famiglie e sulle donne in particolare.

«Credo che mediamente ci sia stata una straordinaria capacità, da parte delle scuole, di mettere in campo in tempi rapidi degli strumenti capaci di non lasciar cadere il rapporto educativo con i ragazzi. La chiamo scuola di prossimità. Il primo e fondamentale compito della scuola è non lasciar cadere i bambini e i ragazzi, restare prossima ai luoghi in cui loro si trovano, sempre. La scuola di prossimità ha sempre forme diverse. Quella dei maestri di strada a Napoli si disseminava nei quartieri, fisicamente. Quella del tempo del coronavirus raggiunge a casa gli studenti con ogni strumento possibile. (…) in questa prima fase sono aumentate le disuguaglianze (…)

Per ora le indicazioni sono di continuare la DaD (Didattica a Distanza ndr) come se stesse andando bene per tutti, il che non è vero evidentemente. Che cosa si potrebbe fare, già ora, di meglio? Innanzi tutto pensare la scuola come un interesse di tutti e non delle singole famiglie che si devono arrangiare a trovare una soluzione. Congedi alternati per i genitori che devono seguire i bambini, è stato detto. Studiare possibilità di rientro differenziato come è stato fatto in Danimarca, ad esempio. I piccoli in piccole classi con accorgimenti opportuni: qui devono essere gli esperti a dire fin dove si può andare. Torno a pensare a piccoli gruppi seguiti, anche nella scuola a distanza, da ragazzi che si mettono a disposizione, forse ancora il servizio civile. Esplorare le possibilità. Se si fa finta di niente tutto ricadrà sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La crisi del 2008 ha riportato moltissime donne a casa, senza lavoro e senza reddito. Un arretramento terribile».

Quali azioni si possono mettere in campo perché la scuola del futuro si rinnovi alla luce di questa esperienza?

«Abbiamo imparato qualcosa che sapevamo ma che avevamo lasciato sullo sfondo della nostra consapevolezza. Che la normalità che conosciamo è fragilissima. Vale per molti aspetti della nostra civiltà; ma, restando nel campo della scuola, abbiamo visto che le situazioni di crisi accentuano la disuguaglianza se si parte già diseguali. Per cui certo occorre più omogeneità nell’accesso alla connessione e nell’accesso agli strumenti informatici, per permettere almeno quella scuola di prossimità di cui si parlava. Poi classi molto meno numerose. In certe condizioni forse saremmo già tornati a scuola, almeno i piccoli, se le nostre classi non fossero così compresse in spazi inadeguati. Poi qualcosa che riguarda il lavoro. I contratti devono prevedere forme di flessibilità non penalizzante…”.

Coltivare la promessa significa concretamente oggi porre attenzione a chi come i bambini ha meno difese e sostegni, eppure sono loro che possono portare gioia nuova ad una società che potrà trovare futuro solo scegliendo vie di solidarietà.

Alessandro Cortesi op

 

VI domenica di Pasqua – anno A -2020

img_8269At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

Nel cammino di Filippo sono da cogliere alcuni aspetti. Innanzitutto il luogo: la Samaria era una regione considerata eretica, abitata da un popolo che si era separato dalla tradizione religiosa giudaica con il suo centro a Gerusalemme. I giudei nutrivano nei confronti di samaritani sentimenti di ostilità (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20). In Samaria infatti si erano spostati cinque popoli pagani con il loro culto idolatrico (cfr. 2 Re 17,24-41; cfr. Gv 4,18). Proprio in Samaria, il territorio pagano ed eretico, la Parola è accolta: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. Il primo messaggio di questa pagina riguarda la libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso.

Un secondo elemento: l’agire di Filippo è descritto come un parlare di Gesù: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’ (cfr. At 18,5). I primi apostoli parlano di Gesù: è il messia atteso, il liberatore. Filippo indica una via e riprende lo stile di Gesù di farsi accanto e di spiegare la Parola. Segue la spinta dello Spirito quando scenderà sulla strada, salirà sul carro del funzionario etiope, ascolterà le sue domande e lo aiuterà a comprendere quello che leggeva (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. Il vangelo è dono che fa scoprire l’azione dello Spirito già presente nei cuori.

Un terzo elemento: la presenza dello Spirito viene riconosciuta con l’imposizione delle mani, e genera un’esperienza di gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). La predicazione di Filippo e degli altri apostoli apre ad una esperienza ‘gioiosa’. Proprio nei momenti di prova e delusione i discepoli vivevano la paradossale esperienza della gioia e dello Spirito santo (At 13,52; cfr. 1Cor 1,23). Il regno di Dio è infatti ‘pace e gioia nello Spirito Santo’ (Rom 14,17) e la gioia stessa è uno dei frutti dello Spirito (Gal 5,22).

Nella pagina del vangelo Gesù promette lo Spirito e lo indica con due nomi. Egli sarà un altro ‘paraclito’ (consolatore), e lo Spirito di verità. Lo Spirito è presenza che sta accanto e prende le difese, colui che nel tempo della storia guida la comunità all’incontro con Gesù. Lo Spirito è il ‘grande suggeritore’ che ricorda e mantiene la memoria su quanto Gesù ci ha comunicato. La promessa dello Spirito è indicata insieme al dono di uno stare accanto: ‘non vi lascerò orfani’. E’ promessa che apre una speranza. La presenza dello Spirito è un nuovo modo di rimanere accanto di Gesù risorto.

Lo Spirito poi introduce a tutta la verità e glorifica Gesù come Figlio. L’azione dello Spirito sta nel guidare al Figlio come presenza che rivela il Padre e fa spazio ad una comunione nuova. Lo Spirito di verità richiama alla verità vivente che non è un deposito di nozioni ma Gesù stesso. Ma lo Spirito non è solo ripetitore perché guida verso una verità ancora non incontrata pienamente. Con la sua forza interiore accompagna ad attualizzare quanto Gesù ha insegnato. Fa scoprire i modi concreti per tradurre il suo vangelo nel tempo e nei diversi contesti della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

img_8240Soffi dello Spirito

Nello scorrere dei giorni anche nelle nostre Samarie è possibile riscontrare come lo Spirito soffia ancora. Ma è un soffio leggero, il cui alito spesso viene ostacolato e compresso da ben altri soffi, da arie mefitiche che inquinano il presente.

L’abbiamo sperimentato in questi giorni nella gioia provata per la libertà riacquistata da Silvia Romano, giovane cooperante internazionale rapita in Kenia e tenuta in ostaggio in Somalia per un anno e mezzo. La gioia dell’incontro di una donna liberata con la sua famiglia che pensava di averla perduta è stato un soffio di libertà. Ma su questo evento e sulla sua persona si sono riversate parole e gesti irripetibili, espressioni di ignoranza senza limiti, di odio e rancori, di disprezzo che pongono in risalto il grave problema di una barbarie presente in mezzo a noi che pervade gli animi.

Bene ha osservato Annalisa Camilli (Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio, “Internazionale” 13 maggio 2020):

“Avremmo dovuto fermarci lì, sulla soglia di quell’abbraccio tra una madre e una figlia che si ritrovano, dopo aver temuto per lungo tempo di essersi perdute. (…) Invece comincia un linciaggio ai danni dell’ostaggio liberato: le autorità forniscono ai mezzi d’informazione particolari che non avrebbero dovuto essere resi pubblici, come il colloquio tra la ragazza e la psicologa nel volo del ritorno, e la sua conversione all’islam (…) Il suo velo diventa l’insopportabile simbolo di uno scontro di civiltà che va in scena ancora una volta sul corpo di una donna, trasformato in un terreno di battaglia, con tutto l’armamentario ideologico, ormai quasi prevedibile, della peggiore islamofobia (…) Sono i meccanismi tradizionali di colpevolizzazione delle vittime, spesso accusate di aver causato o favorito l’abuso e la violenza subita. C’è sempre quello sguardo feroce che le mette sotto esame alla ricerca di un pretesto per dire: “Te la sei cercata” (…) È già successo a molti ostaggi, soprattutto alle donne, di subire questa colpevolizzazione”.

Questa è la contraddizione che viviamo: il percepire soffi dello Spirito che aprono spazi di libertà, che fanno scorgere nell’oppressione la forza della vita e dell’amore, che decentrano e conducono a scorgere bellezza e profondità dell’esistenza umana, e d’altra parte forze che soffocano e spengono aperture e luci presenti.

In questi giorni una testimonianza toccante è stata quella di Pietro Ichino, giuslavorista di Milano, che in una sua lettera in memoria della moglie che l’ha lasciato dopo lunga malattia ha così scritto (“www.pietroichino.it” del 9 maggio 2020):

“In questi due ultimi anni nei quali la mia vita è stata legata a quella di Costanza ancor più di quanto non fosse stata nei precedenti, per tutte le svariate necessità dell’assistenza diurna e soprattutto notturna, in molti mi hanno chiesto come facessi a sopportare questo grande sacrificio. (…) Mi ero impegnato a essere per Costanza le gambe che aveva perduto, gli occhi al posto dei suoi che non funzionavano più, e nell’ultimo periodo anche le braccia e le mani per lavarsi, pettinarsi, vestirsi, portare il cibo alla bocca; questo ben presto ha creato tra me e lei, dopo 45 anni di matrimonio, un’intimità che non avevamo mai vissuto. (…)

Riguardando indietro a questi ultimi due anni nei quali la malattia ha infierito più duramente su Costanza, e di riflesso su chi la assisteva, non ho solo una memoria di sofferenza: è stato forse il periodo più ricco e intenso di tutto il nostro matrimonio, che pure, nell’arco dei quasi cinquant’anni della sua durata, è stato straordinariamente ricco di vita e di lavoro comune. (…)

Così quella regola del cercare il bene nascosto in tutte le pieghe della vita, che in questo nostro ultimo caso pareva subire una evidente eccezione, o pareva addirittura non poter essere menzionata senza assumere il significato di un’irrisione alla sofferenza, si è invece rivelata ancora una volta tangibilmente vera. Se mi è consentito utilizzare una parola grossa, la “fede” in quel bene nascosto si è rivelata non solo frutto di speranza, non solo immaginazione di una consolazione promessa altrove, ma conoscenza – nel senso più profondo del termine – di qualche cosa di molto concretamente tangibile”.

Soffi dello Spirito che aprono sentieri di libertà e di intensità di vita, da scorgere con gratitudine e custodire perché in essi è racchiuso un tesoro prezioso. La loro è una forza serena, che pur non toglie la preoccupazione e l’angoscia per le correnti di populismo, di odio, di volgarità che attraversano il nostro presente.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

Proposta per una celebrazione domestica – II domenica di Pasqua – 2020

IMG_7931immagine tratta da https://www.theobule.org/

A questo link si può scaricare una proposta di celebrazione domestica nella II domenica di Pasqua, domenica in albis –  19 aprile 2020 per vivere un momento di preghiera insieme come comunità della casa – chiesa domestica, in questo tempo (ac)

Pentecoste – anno C – 2019

IMG_4378At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-26

Pentecoste è festa che si radica nella festa ebraica dei cinquanta giorni dopo la Pasqua, festa delle primizie di primavera che celebra il dono della Legge a Mosè al Sinai e il dono della nuova alleanza promessa da Geremia (31,31-33) e da Ezechiele: ‘Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi’ (Ez 36,26-27).

Nel racconto degli Atti degli apostoli Luca il riferimento va all’evento del Sinai: la legge è dono di alleanza che orienta la vita del popolo d’Israele. Le parole della legge sono da ritenere nel cuore e divengono indicazione di cammino. Sono orientamento per rimanere fedeli alla parola di alleanza, il sì pronunciato da Dio, che si rinnova come promessa di amore: ‘voi siete mio popolo’.

Il gran rumore, il fuoco e le parole sono elementi presenti nella narrazione degli Atti che richiamano l’evento del Sinai (Es 19,16-19: ‘il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco… Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono). Ma c’è anche un rinvio al racconto del battesimo di Gesù. la vita della comunità nella forza dello Spirito si collega ed è in continuità con la missione del servo di Jahwè che Luca vede nel momento del battesimo: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22).

La descrizione di fenomeni esterni è simbolica e mira a far cogliere l’esperienza della prima comunità, quella di essere visitati dallo Spirito, forza proveniente da Dio: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. L’irrompere dello Spirito è dono dall’alto, che coinvolge la vita offrendo nuova forza e nuovo modo di leggere la realtà. E’ trasformazione dell’intimo e trova espressione in un’apertura di comunicazione nuova: il ‘parlare’ in altre lingue.

Le lingue diverse indicano la pluralità e l’incontro tra le diversità in cui la comunità stessa nasce. Ma contiene in sé anche altre evocazioni: ricorda infatti l’episodio di Babele. Lì le lingue diverse erano state conseguenza di una dispersione, compiuta da Dio che intendeva vanificare il disegno di un unico impero con una sola lingua, ossia la pretesa umana di unificare tutto sotto un grande potere assoluto. La diversità diveniva critica al dominio che si metteva al posto di Dio, quello della grande città e della torre. Il disegno di Dio sui popoli non è quello del dominio oppressivo, ma dell’incontro delle differenze. Tuttavia la dispersione comportava anche l’incapacità di comunicare e di comprendere la lingua dell’altro (Gen 11,7). Per questo cessarono di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo. Dopo la Pasqua, a Gerusalemme, Luca vede invece compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ ciascuno nella propria lingua: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Vi è stupore perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile e si fa intendere. I lontani divengono vicini.

Il ‘miracolo’ di Pentecoste per Luca è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, l’instaurarsi di una autentica comunicazione. Lo Spirito Santo riempie i cuori: è compimento della promessa della nuova alleanza, richiamo al Sinai, a quel grande disegno di un ‘parlare’ affettuoso e vicino tra Dio e l’uomo, e novità della promessa di Cristo.

Nel IV vangelo il dono dello Spirito è evento che fa tutt’uno con la pasqua e proviene da Cristo: Il soffio di Gesù che alita sui discepoli è una nuova creazione: come Dio, al principio comunicò il suo respiro ad Adamo tratto dal fango (Gen 2,6). Il soffio è accompagnato dalle parole ‘Ricevete lo Spirito Santo’: lo Spirito è presenza personale: consolatore, grande suggeritore, colui che insegna e farà ricordare. Lo Spirito spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, ci invita a cercare sempre e oltre, accogliendo la sua vita e ascoltando la sua voce.

Alessandro Cortesi op

IMG_4325Incontro e alberi

Pentecoste è festa di diverse lingue e di scoperta di rapporti nuovi. Pensando al dono della pentecoste come dono dello Spirito che fa comunicare in modo nuovo due motivi si impongono all’attenzione in questo tempo: la sfida dell’incontro nel mondo delle migrazioni e della reazione xenofoba e razzista. Accanto ad esso il motivo di un rapporto nuovo con la natura, proprio nel tempo della crisi climatica e ecologica, da cui apprendere modalità nuove di intendere l’incontro.

I vescovi del Lazio hanno scritto una lettera per Pentecoste in cui si richiama all’annuncio a Gerusalemme come “segno dell’incontro pacifico e gioioso dei popoli”.

“Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. (…) Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. E’ proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti… Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I Bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un ‘prima’ o di un ‘dopo’ sulla base dell’appartenenza nazionale. Da certe affermazioni che appaiono essere ‘di moda’ potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro ‘noi’: l’altro è un dono. E’ questa la bellezza del vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza. (…)

Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una ‘paura che fa impazzire’ come ha detto papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere (…)

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, (…) desideriamo tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale. Pertanto… sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritti la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura nuova fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste”.

Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, in una recente intervista ha osservato che come esseri umani ignoriamo le piante per una questione culturale, ma dovremmo invece assumere un diverso atteggiamento:

“Come animali capiamo solo ciò che ci è simile. Mentre le piante hanno seguito un’evoluzione così divergente rispetto alla nostra specie che per noi sono incomprensibili. E invece potrebbero insegnarci tanto perché rappresentano l’85% della vita sulla Terra mentre gli animali solo un misero 0,3%. Questo ci fa capire che le decisioni prese dalle piante forse sono state molto più sagge e fruttuose rispetto a quelle prese dagli uomini. Ma il nostro problema con le piante nasce nel nostro cervello”.

Richiama così all’importanza del verde e delle piante per la vita globale del pianeta terra e dell’umanità stessa:

“quel verde ci rende unici rispetto a tutto il resto degli altri oggetti astronomici che conosciamo. Senza le piante non ci sarebbe l’acqua perché la temperatura della Terra sarebbe così elevata da farla evaporare. E poi è grazie alla traspirazione delle piante nella foresta amazzonica se si formano le nuvole, le perturbazioni e tutto i componenti del ciclo dell’acqua che a sua volta garantisce in tutto il mondo la pioggia, e quindi la vita, ciò che beviamo e mangiamo. Senza la vegetazione la Terra sarebbe come Marte”.

L’invito a piantare piante ovunque non è unicamente a scopo estetico o per fornire ossigeno a fronte dell’inquinamento, ma perché dalle piante potremmo imparare elementi essenziali per vivere insieme:

“La presenza delle piante è fondamentale per il nostro benessere. Non riusciamo neanche lontanamente a comprendere ciò che le piante fanno per noi. Quanto sono intelligenti (…) Prima di tutto hanno un’organizzazione molto diversa dalla nostra. Noi siamo organizzati in modo gerarchico verticale, mentre le piante in modo orizzontale diffuso e decentralizzato, come internet. Basterebbe questo a renderle il simbolo stesso della modernità. Sono molto più resistenti di noi e si basano sulla comunità con tutti gli esseri viventi. La cosa più straordinaria è che le piante non possono spostarsi da un luogo in cui sono nate. Possono sopravvivere solo se hanno un ecosistema completo e per questo tutta la loro evoluzione è basata sul mutuo appoggio, la simbiosi e la comunità, piuttosto che sulla competizione o sulla predazione come invece sono i rapporti animali”.

E’ proprio tale organizzazione a modo di rete, con legami ineludibili da mantenere, nella costituzione di una comunità, una casa comune con equilibri tra gli esseri viventi, il grande insegnamento da apprendere oggi piantando alberi e cercando di custodire il verde vicino a noi e con noi.

Abbracciare gli alberi (ed. Il Saggiatore), si intitola un libro dell’agronomo Giuseppe Barbera, che rinvia all’invito del­la poe­tes­sa Ra­tu­ri, rap­pre­sen­tan­te del mo­vi­men­to Chi­p­ko: Abbrac­cia gli al­be­ri / sal­va­li dal­l’ab­bat­ti­men­to / la pro­prie­tà del­le no­stre col­li­ne / sal­va­la dal sac­cheg­gio”. La lot­ta non vio­len­ta per resistere alla deforestazione, attuato dalle donne indiane ne­gli anni ‘70 è indicazione di un atteggiamento da coltivare. Gli alberi possono insegnarci qualcosa di essenziale alla vita comune: apprendere dagli alberi in un rapporto profondo con la natura è esigenza oggi per affrontare insieme la crisi sociale del nostro tempo e la crisi ecologica trovando in un nuovo rapporto con la natura vie per apire un futuro ad una convivenza umana non nel segno della distruzione ma nel legame degli uni con gli altri.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pentecoste – anno B – 2018

_MG_2021At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Nel IV vangelo lo Spirito Santo è al centro dei discorsi dell’ultima cena, i discorsi di addio. E’ promesso da Gesù come colui che verrà, ed ha i tratti di una presenza personale: prima di lasciare i suoi promette un consolatore, qualcuno che egli stesso manderà. Lo Spirito è in relazione profonda con il Padre, perché ‘procede dal Padre’ e sta anche in relazione con Gesù, il Figlio, perché ne sarà testimone: “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27). Il momento del dono dello Spirito è poi presentato nel IV vangelo alla morte di Gesù: dopo aver amato i suoi fino alla fine dopo che tutto è stato compiuto, ‘consegnò lo Spirito’, dono della sua presenza di comunione.

Il consolatore (colui che è ‘chiamato vicino’, il ‘paraclito’) porta aiuto, sta accanto, sostiene. E’ Gesù innanzitutto il consolatore, ma, prima di lasciare i suoi, annuncia loro il venire di ‘un altro consolatore’. Lo Spirito assume i tratti di presenza vicina come di chi sta accanto e accompagna e insegna e ricorda nel tempo dell’assenza di Gesù: “vi suggerirà ciò che dovrete dire”. La sua presenza avrà anche i tratti della guida: “vi guiderà alla verità tutta intera”. Lo Spirito viene così presentato come presenza silenziosa, vicina nell’intimità, non delimitabile, ma capace di donare forza nel cammino. Sta accanto nel momento della prova, nella fatica della testimonianza. Raduna la comunità chiamata a riconoscere e vedere l’amore di Gesù e a continuarlo nelle relazioni reciproche.

Lo Spirito guida verso l’altro da sé: accompagna ad incontrare Gesù Risorto, la verità tutta intera. Gesù, via verità e vita, non s’identifica con una dottrina da conoscere ma è presenza da incontrare. Lo Spirito avrà il compito di introdurre in quel ‘rimanere in’ Gesù, che per il IV vangelo è il senso della vita di chi lo segue, dei discepoli chiamati alla comunione e alla testimonianza. Così pure lo Spirito sarà guida all’incontro con la presenza di Gesù risorto che è ancora e sempre scoperta a cui aprire il cuore e mai conquista, possesso o privilegio: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Aprirà un futuro da attendere e verso cui vivere nella fedeltà al presente.

Lo Spirito reca anche i tratti della comunione e dell’amore. Accoglie tutto dal Padre, e introduce nella vita in cui il Figlio condivide tutto con il Padre: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

Il dono dello Spirito genera una vita nuova: è la vita di chi si apre alla accoglienza dello Spirito e cammina nella libertà e nel dono di sé.

C’è nella vita la possibilità di un orientamento secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: scrivendo ai Galati, Paolo, con l’espressione ‘legge della carne’, indica una vita piegata nell’egoismo. In questi termini denuncia una vita che non fa proprio lo sguardo del povero, che non guarda agli altri e per questo si intristisce. Alla legge della carne espressione dell’egoismo Paolo oppone la ‘legge dello Spirito’ e ne indica i frutti. Sono i segni di una vita aperta alla relazione, all’accoglienza, a non voler primeggiare e aggredire: “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni di una vita buona, sono i frutti dello Spirito. Lo Spirito agisce e trasforma l’interiorità e suscita azioni capaci di coraggio e di testimonianza. La sua azione è forza (dynamis) che fa ‘camminare’: Paolo delinea così a vita del credente come un camminare secondo lo Spirito.

Alessandro Cortesi op

31895269_1574165299378645_3405374780386312192_n

Politica

Viviamo un tempo nel quale si sperimenta una profonda crisi della partecipazione e dell’impegno politico. A diversi livelli si avverte lo sfrangiarsi dei legami sociali, le lotte tra gruppi di interesse e di potere, il dominio dei potentati della finanza che hanno svuotato la dignità del lavoro, il prevalere di logiche di violenza e guerra. In un tempo di individualismo sperimentiamo la fragilità a cui è esposta la convivenza sociale.

Ogni giorno è da recuperare il senso di responsabilità verso l’altro e se questo non è compiuto, antichi fantasmi si riaffacciano, i fantasmi della prevaricazione dei forti sui deboli, del razzismo che esclude e divide le persone, dei metodi violenti di imposizione e intimidazione di stampo fascista.

Porsi l’interrogativo su Spirito e politica è forse non questione da ingenui e sognatori. C’è un soffio dello Spirito da accogliere proprio in un contesto in cui drammaticamente si sperimenta ciò che contrasta i frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé…

Sono molteplici e quotidiani i segni che contraddicono il soffio dello Spirito, quel soffio che pur è presente nella storia e nei cuori come sete di giustizia, attesa di pace e che ritorna prepotente a farsi sentire nel grido delle vittime: sono i segni della violenza, delle oppressioni, del non riconoscimento dell’altro.

L’impegno politico oggi non può essere inteso come limitato ad ambiti ristretti. Appare sempre più come dimensione che dovrebbe segnare la vita dei singoli e delle comunità sociali. Che senso ha fare politica oggi? Gianrico Carofiglio in un’intervista con Jacopo Rosatelli (edita dalle edizioni gruppo Abele, 2018) riflettendo sulle questioni relative a politica e verità, suggerisce una bella immagine:

“La politica è un impegno qui e ora, oltre le chiacchere e i proclami. E’ fare i conti con le cose come sono davvero. E spesso non sono belle, lineari e pulite come le vorremmo. Ci si può inzaccherare, sì. Ma come si sporcano di fango gli stivali dei volontari che intervengono nelle alluvioni che ciclicamente investono porzioni del nostro territorio devastato dal dissesto idrogeologico. Bisogna stare nel fango, a volte, per aiutare gli altri ad uscirne. Oggi fare politica nel nostro Paese vuol dire molto speso avere i piedi nel fango, in contesti difficili, dove la realtà sfugge a schemi ideologici troppo rigidi: può non piacere, ma se si vuole incidere davvero sulle cose per migliorarle, bisogna averne piena consapevolezza. Da sola l’alternativa della ‘testa fra le nuvole’ non funziona” (p.90)

La capacità di trasmettere emozioni, la capacità di uno sguardo in lontananza non appiattito sul presente e sull’esito dei sondaggi, lo sguardo lungo sul futuro e la consapevolezza del passato, la pazienza nell’operare cambiamenti che non sono frutto del tutto e subito, ma lenta disposizione di spostamenti di tasselli, la radicalità nei principi insieme ad un’attitudine di realismo nel confrontarsi con la prassi. Sono queste alcune delle caratteristiche che vengono elencate, insieme ad un netto contrasto della ormai diffusa esaltazione della genericità e dell’incompetenza, quali proprie di un impegno politico che interpreti oggi la sete di giustizia di fronte alle eclatanti iniquità e ingiustizie. Chi s’impegna per gli altri risponde ad una esigenza di orientamento verso valori per difendere chi non ha voce.

Nella crisi della politica oggi è presente una chiamata dello Spirito che spinge alla relazione oltre ogni egoismo e suscita doni diversi e molteplici perché siano posti a servizio di una costruzione comune.

Alessandro Cortesi op

Invocazioni allo Spirito (di don Tonino Bello)

Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le sue rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversale sulle carni inaridite anfore di profumi. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia e frutto della giustizia sarà la pace.

Spirito Santo, che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esili. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori. Donaci la gioia di capire che Tu non parli solo dai microfoni delle nostre Chiese. Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.

Spirito Santo, che hai invaso l’anima di Maria per offrici la prima campionatura di come un giorno avresti invaso la Chiesa e collocato nei tuoi perimetri il tuo nuovo domicilio, rendici capaci di esultanza. Donaci il gusto di sentirci “estroversi”. Rivolti cioè, verso il mondo, che non è una specie di Chiesa mancata, ma l’oggetto ultimo di quell’incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costruita. Se dobbiamo attraversare i mari che ci separano dalle altre culture, soffia nelle vele, perché, sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico, un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire. Se dobbiamo camminare sull’asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in fretta la città. La città terrena, Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti, ma il partner con cui dobbiamo “agonizzare” perché giunga a compimento l’opera della Redenzione.(…)

 

Ascensione del Signore – anno B – 2018

IMG_2872.jpgAt 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“perché state a guardare il cielo? … tornerà un giorno” (At 1,11) al cuore della fede fondata sulla Pasqua c’è una assenza e una nostalgia. Attesa di ritorno: tornerà… Non si incontra più Gesù come prima. E’ possibile custodire la sua promessa e l’esperienza d’incontro con lui può continuare in modo nuovo, nel modo dell’attesa, nella vita della comunità, nei segni da lui lasciati, nello sxogere l’operare dello Spirito.

Gli apostoli chiedono di ‘conoscere i tempi e i momenti’: è curiosità di prevedere il futuro. Gesù invita a non dare spazio a questa vana curiosità che impedisce di cogliere le cose più importanti. E’ inutile sprecare energie in questo sforzo. Piuttosto lo sguardo va orientato in altra direzione, al presente. Sin d’ora è vicino in modo nuovo. L’attitudine richiesta è quella dell’attesa, ‘attendere che si adempia la promessa del Padre’ e ricevere la forza dello Spirito. La promessa del Padre è per l’umanità, per poter partecipare alla vita in Cristo: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto. Dopo la Pasqua l’incontro con Gesù può avvenire per opera dello Spirito, nella sua forza. La sua presenza è reale tra noi e nel contempo è interiore e coinvolge l’intimo delle persone. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è simbolo della penombra dello Spirito, che copre e rivela. Gesù è nella vita di Dio. Il suo ‘spazio’ è altro rispetto allo spazio e al tempo in cui Gesù ha vissuto la sua vita terrena. Ma la sua presenza continua, si rende vicina nell’interiorità e si fa vicina nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito accompagna ad incontrarlo nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che in forza dell’agire dello Spirito, testimonia di Gesù, lo racconta e cammina sui suoi passi: ‘voi mi sarete testimoni’.

“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”. Gesù invia i suoi a continuare l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) a offrire segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). Ed essi fanno l’esperienza di un agire che li precede e li accompagna e che non dalla loro forza ma dalla presenza del Signore si attua la comunicazione del vangelo: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

I segni accompagnano la parola e dicono che la morte non è l’ultima parola. Gesù non lascia la sua chiesa dona lo Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. Anche la comunità vive questa fondamentale chiamata, la vocazione ad essere segno della comunione del Padre del Figlio e dello Spirito. E’ vita nuova: i diversi doni, che provengono dallo Spirito, recano in sè la spinta ad essere messi a servizio per la comunione. Le differenze non vanno eliminate, ignorate, sopresse ma vi può essere condivisione di doni e servizi, segno della vita trinitaria. Unità di relazione in cui l’essere-con si fa essere-per e si può abitare nella reciprocità dell’amicizia.

Ascensione non è festa del distacco ma di una gioia diversa per un incontro nuovo con Cristo. Il Padre ha detto sì alla vita di Gesù e la sua umanità è principio di comunione. Vivere l’inconro con Gesù nel sentire la sua mancanza è esperienza di fede nel Dio di cui si avverte la mancanza. La preghiera stessa rimane domanda sospesa, senza risposta, ma anche rivolta come grido che non lascia che l’attesa venga meno.

Alessandro Cortesi op

8405822-sfondo-astratto-mani-colorate.jpg

Lingue nuove

Lingue nuove sono le lingue diverse dei popoli. Parlare lingue nuove è esito di apertura a scorgere che la propria lingua non è senza legami con altre lingue diverse. E’ passaggio per superare lo sconforto dell’incapacità di comunicare. Parlare lingue nuove passa attraverso la fatica dell’accostarsi ad altri mondi, e si costruisce nell’apprendimento ad incontrare ascoltando e tessendo rapporti.

La possibilità di parlare lingue nuove è attraversamento che si attua nel tradurre le parole della propria lingua madre in parole altre. Nella traduzione l’estraneo si fa riconoscibile nei tratti del suo volto e diviene familiare, si costruiscono ponti che consentono avvicinamento e comprensione.

E’ stato soprattutto il filosofo Paul Ricoeur ad approfondire il paradigma della traduzione come via per affrontare la sfida dell’incontro con l’altro, per aprire vie di comunicazione nel mondo del pluralismo e per incontrare lo straniero, senza far venir meno la diversità, accettandola, e rendendola luogo di un riconoscimento possibile. Apprendere a parlare lingue nuove conduce a scoprire che le lingue umane non sono sistemi impermeabili e chiusi, ma sono come case aperte con porte e finestre che consentono passaggi e visite. Percorsi mai compiuti definitivamente e sempre da intraprendere di nuovo. Percorsi che accompagnano a riconoscere l’altro, ma anche a comprendere e riconoscere in modi nuovi la propria in lingua, la propria esistenza.

E’ possibile allora camminare verso quella che Paul Ricoeur indica come ospitalità linguistica?

“Ospitalità linguistica quindi, ove al piacere di abitare la lingua dell’altro corrisponde il piacere di ricevere presso sé, nella propria dimora di accoglienza, la parola dello straniero» (P.Ricoeur, La traduzione. Una sfida etica, Morcelliana, Brescia 2002, 50)

Tale ospitalità è orizzonte da ricercare continuamente ed implica la fatica della traduzione, scoprendo che la propria lingua è importante quale casa aperta ad accogliere, e nel contempo è anche importante la lingua dell’altro nella diversità. Solamente da tale intuizione può avere inizio l’avventura del parlare lingue nuove, di cercare di tradurre.

E’ veramente l’opposto dell’irrigidimento che chiude e rende impermeabili ad ogni comunicazione. E’ il contrario dei diktat che pretendono di parlare e intendere un’unica lingua che diviene lingua del potere e della violenza, è l’opposto del rifiuto del dialogo possibile che tanto segna il nostro quotidiano e lo tinge di intolleranza e di rifiuto degli altri.

“Tradurre significa rendere giustizia allo straniero, significa instaurare la giusta distanza da un insieme di linguaggio all’altro. La tua lingua è altrettanto importante della mia. È la formula dell’equità-uguaglianza. La formula della diversità riconosciuta” (P. Ricœur, Il Giusto, vol. 2, Effatà, Cantalupa (To) 2007, 51).

Imparare a tradurre diviene via per aprirsi ad un modo di tare insieme in cui il discorso tra le persone possa essere uno e nel medesimo tempo plurale. E’ esperienza che può aprire la via a maturare un orizzonte di impegno e di vita insieme, “un’etica della ospitalità linguistica e della convivialità” (D.Iervolino, Per una filosofia della traduzione, Morcelliana Brescia 2008, 125).

La diversità delle lingue è la babele di un mondo in cui chi parla in modi diversi non è capace d’intendersi, ma è anche la babele in cui i diversi accenti e suoni suscitano la curiosità dell’incontro, segnano così la benedizione di una umanità plurale, che si scopre chiamata a camminare insieme imparando a parlare lingue nuove. “Nella benedizione di Babele, dunque, è già prefigurato (…) il kerygma pentecostale del dono delle lingue, annuncio di una umanità riconciliata nel riconoscimento delle diversità” (D. Jervolino, Per una filosofia della traduzione, 119)

Alessandro Cortesi op

 

 

IV domenica di avvento – anno B – 2017

Pulpito-Duomo-di-Barga(Pulpito – Duomo di Barga)

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

Natale è questione di casa e dell’abitare. L’abitare di Dio in mezzo all’umanità. La casa non di pietre ma di volti.

Davide (2Sam 7,12ss) è il re che aveva avuto il progetto di costruire un tempio a Dio. Natan uomo di Dio gli comunica però che il progetto di Dio è diverso: non sarà lui a costruire una casa a Dio ma sarà Dio stesso a costruire a lui un casato, gli dona una discendenza. La presenza di Dio non è racchiudbile in una costruzione, in un segno di grandezza e di splendore di pietre. si rende vicino nel volto di qualcuno, in una relazione, in un figlio. La casa ha un senso se è luogo di incontro, se reca la presenza di volti e presenze. Una casa per Dio non è questione di costruzioni di pietra o di idee, ma è questione di relazioni, di vita.

Natale è annuncio di un nome. La presenza del messia in Israele è attesa, è sguardo rivolto ad un salvatore e liberatore. La sua vita è in rapporto ad altri, al cammino di tutto un popolo chiamato ad incontrare Dio in un’alleanza che orienta al futuro. Tali attese erano espresse nelle figure del sacerdote e del re. Luca indica che Maria è legata alla discendenza sacerdotale (Lc 1,5) e accenna alle promesse fate al re Davide: “il Signore gli darà il trono di David, suo padre… e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33). Gesù è così indicato come il messia, che compie queste promesse. Ha il volto del messia, presenza di liberazione e salvezza per i poveri.

Natale è anche storia di una donna: Maria è la ‘nuova Sion’. Nell’esodo una nube copriva la tenda. Questa seguiva lo spostarsi dell’accampamento nel deserto (Es 13,21) ed era segno della presenza vicina di Dio e ricordo dell’alleanza. Quella presenza trovò simbolo nel tempio, sulla collina di Sion. Luca rinvia all’immagine della nube per raccontare ciò che Dio ha operato nel venire di Gesù: lo Spirito santo agisce in Maria: “Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio” (Lc 1,35). Così a Pentecoste lo Spirito è donato alla comunità radunata. Maria è una tra i ‘poveri di JHWH’, partecipe del resto d’Israele che pone fiducia totalmente in Dio. In mezzo a questo popolo Dio si fa vicino nella vita di Gesù.

Sono così evocate le antiche parole del profeta: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele” (Sof 3,12-13). Il ‘resto santo d’Israele’ una piccola comunità di coloro che vivono con fiducia e umiltà davanti a Dio (cfr. Sof 2,3). Maria vive tutto ciò quale attitudine profonda. E’ una fiducia forte e tenera, che non s’impone e sa guardare oltre.

Prepararsi a Natale forse sta solo in questo, lasciare che lo Spirito susciti un cuore aperto per incontrare una presenza… Maria ha vissuto questa ricerca e questo affidamento. E’ la prima credente, è donna che si fa voce dei poveri: ‘ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’…

Alessandro Cortesi op

IMG_2631.JPG

Concerto

Un brano musicale può offrire motivo di meditazione e di sosta nel Natale seguendo il linguaggio proprio della musica: il Magnificat in re maggiore BWV 243 di Johann Sebastian Bach (1685-1750).

Nel 1723 Bach era giunto a Lipsia con l’incarico di Kantor presso la Thomaskirche. La figura del Kantor costituiva uno dei ruoli rilevanti del sistema sociale e scolastico luterano. Il Kantor, spesso dotato di titoli universitari spettava una funzione di insegnamento di varie discipline da quelle scientifiche, a quelle umanistiche e al catechismo, oltre all’introduzione alla musica. Era inoltre direttore del coro della scuola. Il suo impegno prevedeva la composizione di una cantata ad ogni cerimonia festiva e insegnare canto e musica strumentale agli allievi della Thomasschule. Nel primo Natale che Bach trascorse a Lipsia preparò il Magnificat in re maggiore che rimase una delle sue opere maggiori.

E’ una cantata sacra per orchestra, con cinque solisti (due soprani, un contralto, un tenore e un basso) ed un coro a cinque voci. Il testo latino riprende il cantico di Maria del Vangelo di Luca (Lc 1, 46-55).

Maria ringrazia Dio perché ha compiuto “grandi cose”. Lei umile serva è stata guardata con benevolenza e ha potuto generare il Messia. Maria canta l’opera di Dio in rapporto al mistero dell’incarnazione. E si attua così una contrapposizione tra la sua piccolezza e la voce di ‘tutte le generazioni, che la chiameranno beata’. La lode è rivolta a Dio perché ha soccorso il suo popolo e ha mostrato il suo volto di misericordia.

La Cantata è suddivisa in dodici parti. L’inizio è segnato dalla lode Magnificat intonato dal coro. Tra gli strumenti dell’orchestra si distingue il suono squillante delle trombe. L’invocazione ripetuta esprime la lode al creatore ed ha un tono di solennità e di ampiezza nell’avvolgere ogni cosa.

Subito dopo fa seguito il brano Et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo: violini e viole introducono il motivo dell’esultanza. E’ una melodia in cui il soprano solista modula le note della gioia nel cuore di Maria nei confronti di Dio fonte di salvezza, con l’accompagnamento dell’orchestra.

Il terzo movimento – Quia respexit humilitatem ancillae suae – è ancora interpretato dal soprano solista, con l’accompagnamento del suono dell’oboe e basso continuo. Senza interruzioni la cantata prosegue. Omnes Generationes. E’ questo momento corale, in cui in un coinvolgimento di tutte le voci il coro ripete e rimbalza il riferimento a tutti i popoli e a tutti i tempi che riconoscono in Maria la graziosa. Una contrapposizione emerge con forza: Maria umile serva verrà chiamata beata nella storia tutta.

Al riferimento all’umiltà di Maria segue il Quia fecit mihi magna qui potens est et sanctum nomen eius: è questa una parte intonata dal basso accompagnato dall’organo. La solennità del suono dell’organo imprime alle ‘grandi cose’ (magna) una sottolineatura propria con accento all’opera di Dio. E’ una voce maschile a cantare le grandi cose di Dio, evidenziando la forza divina e la santità del suo nome. Organo e basso concludono questa sezione.

Segue un delicato duetto tra contralto e tenore: è un passaggio accompagnato da violini e flauti in cui l’espressione Et misericordia a progenie in progenies timentibus eum viene ripresa in un continuo scambio nel rincorrersi delle voci e nel dialogo tra voci e strumenti.

Interviene poi il coro che sostenuto da trombe e timpani sottolinea l’agire del Signore con potenza Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui. Il ritmo è sostenuto, ritmato e rapido. Il cantico di Maria esprime l’agire di Dio che a partire dal passaggio del mar Rosso e in ogni cammino della liberazione ha spiegato la potenza del suo braccio, e ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. L’intervento delle percussioni sottolinea tale agire che ribalta le pretese umane.

Segue un brano in cui la voce unica del tenore sottolinea il ribaltamento operato da Dio che ha deposto i potenti dai troni e ha esaltato gli umili: Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles. I violini insieme sottolineano lo stile di Dio che innalza gli umili. Un assolo di flauti e violoncello introduce il momento successivo. Il Magnificat continua in un dialogo condotto tra i suoni vellutati dei flauti e il contralto: si canta l’azione di Dio che guarda agli affamati e manda a mani vuote ricchi (Esurientes implevit bonis et divites dimittit inanes).

Segue una parte in cui il trio di due soprani e un contralto cantano la liberazione di Israele: Suscepit Israel puerum suum. Mentre intervengono gli oboi, è condotto un adagio intenso e meditativo. Basso e tenore si inseriscono a dialogare con le voci femminili con tutti e cinque i solisti coinvolti. Il tono è maestoso e grave nell’evidenziare la parola e la promessa di Dio ai padri: Sicut locutus est ad patres nostros Abraham et semini eius in saecula. E’ ricordata la promessa di Dio ai padri.

A conclusione con la partecipazione dell’intero corpo orchestrale, il coro esegue il Gloria Patri, gloria Filio gloria et Spiritui sancto, lode alla Trinità che termina nella ripresa dell’inizio. La melodia del Magnificat conduce a chiudere il percorso della lode con le parole sicut erat in principio et in saecula saeculorum fino all’ultima parola: un Amen solenne.

Alessandro Cortesi op

 

Pentecoste – anno A – 2017

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, una delle feste principali per Israele (Deut 16,16), tra quelle del pellegrinaggio detta festa delle settimane: “Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane; poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26). Festa gioia nella luce dell’estate mentre si lavora alla mietitura.

In tale sfondo per Israele la festa assume il carattere di memoria della Torah, grande dono di Dio. Per questo è strettamente legata alla Pasqua. Il cammino di libertà che la Pasqua celebra si fa quotidiana fedeltà nell’accogliere la legge, la parola di Dio nella vita. Tutto è orientato al servizio al Signore: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Per questo nella tradizione ebraica la festa di pentecoste non è stabilita in una data precisa ma richiede il conto dei giorni, a partire da Pasqua: e proprio il contare i giorni reca in sè il rinvio all’attesa e ad esperire il presente nel segno della precarietà.

Il IV vangelo parla della discesa dello Spirito la sera del medesimo giorno di Pasqua. E’ dono di Gesù risorto in mezzo ai suoi. Gesù in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Il momento della morte di Gesù era stato presentato come l’ora in cui Gesù dopo aver amato i suoi fino alla fine consegna lo spirito (Gv 19,30). Il dono dello Spirito è così letto come dono dell’ora e dei quella morte che il IV vangelo fa scorgere come manifestazione della gloria di Dio. Paradossalmente è momento di umiliazione ma là si manifesta il volto di Dio che ama sino alla fine. La sera di quello stesso giorno – è il giorno della Pasqua – il dono si rende presente per la comunità riunita.

Lo Spirito è il soffio di vita e di presenza. Forza di rigenerazione, di apertura, di libertà. A Nicodemo Gesù aveva detto: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8) Al maestro d’Israele aveva posto un orizzonte di rinascita: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5).

Il dono della Legge era per Israele parola di vita, chiamata che radunava il popolo nell’ascolto. Gesù nella sera di Pasqua alita sui suoi. Rinnova così il soffio della creazione, fa rinascere una comunità: è una ri-creazione in una corrente di vita che sarà quella del ‘rimanare’ in lui: “rimanete nel mio amore…”. Nella primavera di quel giardino luogo di un ‘sepolcro nuovo’ Gesù comunica il soffio di una vita nuova nella libertà dal male e dal peccato. E’ soffio che spinge ad andare e si fa invio a tutta la comunità a portare e tessere riconciliazione: ‘a chi rimetterete i peccati saranno rimessi’ (Gv 20,23). Al soffio della creazione si affianca il soffio della parola di perdono.

Gesù infrange le barriere della paura e dona il coraggio alla comunità dei discepoli per aprire le porte ed uscire. Il dono del soffio è dono di una legge nel cuore (Ger 31,31), presenza interiore che fa vivere con questa forza. E’ anche invio di una comunità. Non solo alcuni ma tutti nella comunità sono investiti di forza in riferimento alla speranza di Mosè: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

A Pentecoste lo Spirito è presenza che dona forza, rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio e de-centra la nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Spirito

Jean-Pierre Jossua (1930), teologo francese, direttore della rivista ‘Concilium’ dal 1970 al 1996, in un breve e denso libro autobiografico (Se il tuo cuore crede… Il cammino di una fede, Il pozzo di Giacobbe 2010) racconta la sua esperienza di credente. Non un credente tranquillo e senza interrogativi, neppure un credente irreggimentato in un’appartenenza irresponsabile e acritica. Piuttosto un credente in esilio, consapevole che fede sia esperienza personale generata nell’interscambio di un atto proprio di un io e di un noi insieme, e peraltro pienamente conscio del disincanto della modernità e dei limiti storici di una chiesa ancor troppo centrata su di sé.

Parla del suo percorso come di una progressiva scoperta a partire da un ‘sentimento di presenza’ che l’ha aperto progressivamente alla scoperta della portata dell’incarnazione come “prossimità di Dio in un’esistenza umana, ma anche come regime integralmente umano dei doni di Dio”.

Al sorgere dell’esperienza del credere in tale senso è seguita la scoperta di Gesù, esito di una lettura continua e approfondita dei vangeli condotta insieme ad altri . Ma questa scoperta si connota in modo particolare e viene sperimentata in una condizione di assenza e di interiorità.

Raccontando di questo passaggio Jossua giunge a parlare dello ‘Spirito di Dio’: “Tuttavia non ho ancora detto tutto. Gesù è presente nella mia ‘memoria’ come un riferimento o meglio: come una fonte permanente. Lo credo presente nell’atto con cui si fa comunitariamente ‘memoria’ di lui. Ma non ho una relazione attuale – immaginativa dialogica – con la sua persona. Perché questa relazione non struttura la mia fede?…. perché faccio esperienza di Gesù come di uno che è partito, che è assente. Una partenza, un’assenza indispensabili per instaurare il regime che corrisponde veramente alle promesse: quello della prossimità di Dio non più nell’ordine della visibilità, ma dell’interiorità. Il solo ordine che può assicurare la totale libertà del credente. (…) In lui, ciò che io credo e a cui mi appello è lo ‘Spirito’ di Dio, profondamente presente nella mia preghiera, nelle mie azioni, nel mio essere, più di qualsivoglia presenza esplicita. Perché io non ho un’esperienza vissuta dello Spirito, che mi consenta di identificarlo, ma la mia fede consiste nell’attribuire a lui, in una maniera diversa che a Gesù, tutto quello che ho detto finora e nell’abbandonarmi al movimento con cui credo che egli mi conduca…” (p.30).

C’è un segreto dello Spirito da scorgere nell’esistenza umana: è la sua prossimità interiore nell’assenza di Gesù. Il cammino credente vive di questa mancanza e di questa ferita. E’ dolore e ferita che rinvia a tutti i posti vuoti nella vita. Sono i posti di ognune e ognuno che ci manca perché ci ha lasciato, perché è andato avanti o anche perché, pur nel suo esser vicino, è sempre inaccessibile nella profondità della sua esistenza inattingibile. Questa ferita che segna l’umano è piena di nostalgia e di desiderio, movimenti insieme verso il passato e verso il futuro, tensione e attesa. E tutto ciò genera sguardo pensoso a scorgere tracce, memorie, rinvii ad una presenza che si fa interiore e coinvolgente, verso una sorgente nascosta.

Ancora Jossua osserva: “Essendo nato nel XX secolo non posso sentire né concepire la natura come una strada verso Dio… amando appassionatamente l’idea che il servizio del prossimo ha un valore assoluto, non ho mai sperimentato un atto di accoglienza come qualcosa che mi colleghi a Dio. Abito in un mondo profano ed è per questo che l’autonomia morale e l’agnosticismo religioso non mi sorprendono. Tuttavia, a partire dalla mia fede, ogni bellezza scoperta in un istante dell’universo o in una creazione umana, ogni scintilla di libertà o di bontà riconosciuta in un essere, ogni avvenimento felice e in particolare l’incontro con una persona, sono vissuti da me – senza essere alterati nella loro emozione e nel loro significato proprio, e rimanendo condivisibili con tutti – come altrettanti doni e segni posti nel cuore della mia relazione con Dio e che suscitano un’immensa gratitudine. E’ questa forma di relazione che posso chiamare Creazione e che collego al mi sentimento iniziale di una onnipresenza (…) Essa potrebbe essere paragonata a quella del poeta che ritrova, attraverso un contatto col reale nella sua semplicità, il cammino dell’unità e una parola vera, senza abolire una distanza ormai ineluttabile, anzitutto quella della vita ordinaria e della scienza. Ma percorrendo un cammino inverso: il cammino della fede che si accorda alla Sorgente nascosta per ritrovare il mondo” (pp. 16-17).

L’apertura del cuore in questo parlare della propria esperienza dello spirito, prossimità interiore di Dio, è ricca di motivi per pensare, soprattutto quando sottolinea che il cammino di fede nella sua esperienza si è alimentato e trova continuo nutrimento  proprio nel rapporto con tutto ciò che è lontano, diverso, anche talvolta contrastante, ben lungi da una cultura chiusa e paga di se stessa. Sono osservazioni che provengono da un teologo che si è dedicato a sondare la letteratura quale luogo della teologia e che, pioniere della ‘teologia letteraria’, ha aperto la via a scorgere come la letteratura offra grammatica e linguaggi per una meditazione della fede oltre i confini stabiliti.

Si è lascianto interrogare dalla ricerca presente in autori con convinzioni diverse, dall’inquietudine dell’assoluto presente nel cuore di credenti e agnostici, dalle parole pregne della vita dell’altro. E’ la fecondità dell’irruzione dello straniero nella vita: “La mia fede si nutre di ciò che le è straniero. Niente di peggio per lei di una cultura clericale bloccata sull’identico. Sul versante critico della teologia letteraria, gli scrittori e i poeti non cristiani (o cristiani altrimenti) mi hanno dato molto. Al di là del piacere della lettura, della lezione di scrittura, del risveglio dell’immaginazione e della capacità di sognare, nonché di una conoscenza crescente dell’uomo in sinergia con l’esperienza della vita – dono di ogni opera letteraria a coloro che veramente la amano – essi mi hanno offerto in maniera insostituibile un insegnamento sulla diversità dell’altro, compreso, amato e rispettato per quello che è” (pp.50-51).

A conclusione del suo breve scritto Jossua cerca di offrire pagine di preghiera tirando fuori dal profondo quello che ha da dire a Dio. Un aiuto a pronunciare parole sincere, ad esprimere un cammino del credere vacillante a fronte di tanta superficialità che attornia e pervade, un aiuto a lasciare lo spirito che respira nell’interiorità, invocare e far parlare la vita:

“Vorrei guardare con te mio Dio, i percorsi infinitamente complicati degli esseri, leggere come te le loro vite dall’interno. Non per curiosità ma per rendere loro giustizia. Sentire le ferite che hanno deviato il corso delle loro esistenze verso l’ottusità o la malvagità, le ragioni per cui alcuni sono stati fuorviati dall’assoluto e dal bene, o per cui altri, con tutti i doni, saranno votati allo scacco. (…) Io non aspiro al carisma di leggere nei cuori, spesso attribuito ai profeti e ai santi. Le poche intuizioni – psicologiche? spirituali? – che mi sono state donate non mi sembrano altro che dei risultati mediamente felici. Il sogno che ti dedico è piuttosto di raggiungere, per poco che sia, il tuo sguardo di misericordia” (pp. 116-117).

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0440Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

“Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Abramo è il padre dei credenti, nel suo cammino si può ritrovare il percorso di ogni credente. Ha vissuto l’accoglienza di una speranza inattesa, ha ricevuto la promessa di futuro e discendenza nel segno delle nelle luci di un cielo stelato, ha scoperto la presenza di un Dio vicino e fedele nell’alleanza. Nei volti degli stranieri giunti alla sua tenda ha accolto la visita di Dio nella sua vita. Di Abramo si ricorda anche il suo atteggiamento verso la città, il suo intercedere per un mondo vasto in cui forse vi è la presenza di alcuni giusti. La sua preghiera si fa speranza di cambiamento per la città inospitale, fondata sul seme dei giusti. La sua preghiera è espressione della sua fede in Jahwè. Abramo è il credente che sta davanti a Dio e intercede per altri. Non difende la città empia dall’ira di un Dio assetato di vendetta; piuttosto diviene nella sua preghiera specchio della speranza di Dio che non vuole la morte del peccatore. La sua preghiera svela il volto di un Dio che non vuole il male, ma desidera che ogni male sia vinto e superato nella scelta del bene. Svela anche il volto di un Dio che desidera che la sua cura divenga quella del suo fedele. Abramo assume il profilo di colui che in se stesso reca l’immagine stessa di Dio, specchio della ricerca di Dio di un solo giusto che possa essere segno di salvezza per tutta la città.

La preghiera di Abramo sembra trovare eco e interpretazione nelle parole di Etty Hillesum riportate nel suo Diario in data 11 di luglio del 1942 (uno Shabbat). Così scriveva nel tempo della violenza e dello sterminio: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi… Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita? E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».

Per Abramo la preghiera si fa eco della speranza di Dio, che nella grande città si attui un cambiamento. Abramo diviene uomo capace di non rimanere ripiegato su di sé. E’ aperto a de-centrarsi: la sua fede lo spinge a farsi carico di una storia segnata dal peccato, scorge come la sua esperienza può divenire vita per altri. La sua preghiera è anche sguardo all’invisibile, tensione a scorgere che vi è nella storia la presenza di alcuni giusti, una presenza spesso nascosta. Ma proprio tale presenza è preziosa: un solo giusto può essere seme di cambiamento per tutti. La preghiera diviene luogo non tanto per cambiare Dio ma per cambiare l’idea di Dio che abbiamo, convertendoci al Dio dell’alleanza e della promessa di vita.

Nel vangelo di Luca Gesù ad un certo punto viene sollecitato dai suoi ad insegnare a pregare ‘come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Gesù ‘si trovava in un luogo a pregare’: quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui. Gesù viveva la sua preghiera nel prendere le distanze dalle folle, nella solitudine, non si appoggia su altri elementi, è indicazione della suo spazio dato all’incontro con il Padre nella sua vita.

Ai suoi indica che la preghiera non è una pratica da eseguire. Piuttosto è imparare a stare davanti al Padre riconoscendolo come Presenza non per qualcuno solamente ma ‘nostro’. Le poche parole che Gesù lascia ai suoi indicano la debolezza del pregare. Pregare non è riducibile a fare qualcosa, ma si racchiude nel riconoscersi accoglienti: è vivere nella confidenza e affidamento, invocando il regno, rivolgere a Dio un balbettio di bambini, scorgere che ha cura di noi.

Le parole sono poche indicazioni, rinvio a scoprire che Dio è vicino nella nostra storia. Il suo nome, la sua santità si sta manifestando, il regno sta venendo. Accogliere il suo nome coinvolge. La parola chiave è allora ‘Padre’, indicato come ‘nostro’, che contrasta ogni logica di ridurre a Dio e la vita stessa ad una questione di proprietà e di vantaggi in senso individualista.

Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Le altre richieste, sono il pane, il perdono e la fortezza nella prova. Il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo, che reca con sé il simbolo della condivisione. Il perdono è dono senza confini che ha origine da Dio, e passa attraverso i percorsi umani di riconciliazione. E’ dono da invocare e ricevere, ed è anche via sulla quale scoprire la possibilità di rapporti nuovi. L’ultima invocazione è di non soccombere nella prova. Nel momento della sua prova Gesù vive un affidamento radicale al Padre (Lc 22,39-46).

In queste parole confluiscono come due corsi d’acqua lo sguardo al regno e l’impegno per rapporti nuovi in una storia di riconciliazione. Il Padre dona lo Spirito santo, la sua stessa vita. Luca ricorda che la preghiera reca in sé fecondità non secondo calcoli umani, ma oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

IMG_0434

Intercedere

E’ sempre difficile passare in mezzo e attraversare. E’ passaggio irto di pericoli ogni attraversamento sul confine tra terre lontane e situazioni diverse. Inter-cedere è attitudine di chi sceglie di porsi nel mezzo, di non farsi da parte con indifferenza, di non assumere una visione semplicistica, soprattutto di fronte a chi è responsabile di male. Intercedere è movimento di chi vive la consapevolezza di essere inserito in una rete di relazioni, in cui scoprire la propria responsabilità. Chi intercede sa cogliere le differenze, e sa distinguere: anche di fronte all’ingiustizia, alla cattiveria all’egoismo intercedere è attitudine che mantiene lucidità, che non confonde il male con il bene, ma sa cogliere l’importanza di distinguere lo sguardo alla persona, nel suo presente e nel suo possibile futuro, e il giudizio sulle sue scelte e azioni.

Intercedere è attitudine di chi non semplifica la realtà, di chi non rivolge uno sguardo a situazioni e persone in termini riduttivi. Intercedere è capacità di schierarsi dalla parte delle vittime per difendere i più deboli ed evitare nuove ingiustizie e malvagità. Intercedere implica camminare scorgendo che dietro ad ogni gesto c’è una persona che può distaccarsi dal male, dalle azioni compiute ed aprirsi ad una novità esigente.

Intercedere è anche un camminare in mezzo scorgendo nelle zone di conflitto i punti di passaggio, i varchi e le fessure per una riconciliazione possibile, per una giustizia più grande che implica superamento della logica della vendetta, rifiuto della violenza quale metodo di soluzione. Usando fermezza e forza per fermare ogni operatore di malvagità e con il coraggio di denunciare e opporsi all’ingiustizia.

Intercedere è scelta faticosa perché facilmente si può essere giudicati come conniventi con l’oppressione o con il male o, per contro partigiani di una sola parte. Così il card. Martini parlava dell’intercedere di Gesù sulla croce: “Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione. Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa. Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona. Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti”. (Omelia veglia per la pace, 29 gennaio 1991).

Intercedere implica un atteggiamento di chi cammina, di chi rimane in ricerca, e continua a inquietare e inquietarsi e non viene meno nel dare spazio a tutto ciò che implica un prendersi carico della vita altrui e attui riconciliazione possibile.

Nei terribili conflitti del nostro tempo è sempre più urgente la presenza di chi si faccia carico nello stare in mezzo ai luoghi di frattura e conflitto, camminando tra le frontiere, inter-cedendo nel tentativo paziente, spesso fallimentare, di costruire ponti di dialogo, parole di comunicazione, nella fatica di scorgere i volti di quei giusti che sono seme di cambiamento per tutti.

Così scriveva Fedör Dostojevskij ne I fratelli Karamazov presentando il senso della preghiera di intercessione, nel discorso dello staretz Zosima a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: “Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te”. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».

Alessandro Cortesi op

 

Navigazione articolo