la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “Spirito”

XX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0599_2Ger 38,4-6.8-10; Ebr 12,1-4; Lc 12,49-57

“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”.

Gesù parla della sua passione come di un ‘battesimo’, termine che traslittera l’espressione greca che significa ‘immersione’. Immergersi è scendere giù, sotto, sprofondare. Immersione è discesa sotto l’acqua in una condizione che evoca la sepoltura. L’immagine del battesimo/immersione richiama così lo sprofondare nella morte. In tale discendere è indicato il percorso di Gesù nella passione: uno scendere nell’abisso dell’ingiustizia e della violenza, un farsi sommergere dalla malvagità e dalla cecità del potere. Il suo battesimo è la sua morte. La discesa nelle acque ne diviene metafora come segno di una scelta di fede nel seguire Gesù nel suo cammino.

Gesù manifesta lucidità di fronte a quanto lo attende, ma non fugge di fronte ad un esito della sua vita che si profilava tragico. Nei vangeli si trova attestazione della sua dirittura nell’andare incontro al rifiuto e alla violenza ostile per portare fino in fondo la sua fedeltà al regno di Dio. Di fronte a questa ‘immersione’ ha paura e angoscia: non è un eroe superiore alle sofferenze e insensibile, ma condivide l’angoscia e il senso di debolezza di chi si sente fragile. Gesù vive questa immersione nella morte in un modo nuovo: la rende luogo di dono e di consegna di sé sino alla fine. Non si fa complice del male, non sceglie la via della violenza, ma apre una via nuova: fa di quella morte il luogo di una testimonianza della possibilità di amare anche lì, fino alla fine.

Un desiderio forte prevale al cuore della sua vita: è il desiderio che il fuoco della sua missione possa rimanere acceso e accendere altri. Fuoco è immagine biblica che rinvia alla parola dei profeti (cfr. Ger 5,14 ad es.), alla fine dei tempi ed al giudizio (Is 66,15; Lc 3,). E’ anche riferimento al dono dello Spirito: Luca presenta infatti nel quadro della Pentecoste (At 2,3) le fiamme di fuoco che si dividono e si poggiano sul capo di ciascuno degli apostoli quale segno del dono dello Spirito. L’immersione nella passione porterà ad un dono che è dono del respiro di Gesù, lo spirito che animava la sua esistenza, lo Spirito che rimane dentro e dà vita a coloro che lo seguono.

Anche nel vangelo di Marco si ritrova questo riferimento alla morte di Gesù come battesimo. Ai due discepoli che gli chiedevano i primi posti Gesù dice: “‘Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui sono battezzato?’ Gli risposero: ‘Lo possiamo’. E Gesù disse: ‘Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo” (Mc 10,38-39).

La passione ha così i tratti di un’immersione nella morte. Ma la violenza e la morte non sono l’ultima parola. Si apre una vita che sconfigge le forze della morte: è il dono dello spirito. E il discepolo è chiamato a seguire il percorso del maestro.

“…corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb 12,1-4). Il battesimo che Gesù ha vissuto è immersione nella morte per poter comunicare quel fuoco che non distrugge ma vince ogni male che rende la vita meno umana ed è quindi forza di vita nuova.

“D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre”. Aderire a Gesù, alla sua persona, conduce ad una decisione che non può lasciare indifferenti o neutrali. Il fuoco che Gesù comunica genera scelte di cambiamento, di ripensamento della propria esistenza in rapporto agli altri, di condivisione. La scelta segna la vita di ogni comunità che prende sul serio la proposta di Cristo. Il tempo presente è il tempo della comunità in cui sono già iniziati gli ultimi tempi: ognuno è posto di fronte a scelte decisive sull’orientamento di fondo dell’esistenza. Luca sottolinea la radicalità della scelta nel seguire Gesù.

Seguire Gesù non pone ‘contro’ qualcuno, eppure suscita ostilità o rifiuto da parte di chi non vuole cambiare nulla, intende mantenere situazioni di ingiustizia, è preoccupato solo di difendere privilegi o potere. La scelta di stare con Gesù lasciandosi prendere dal fuoco della sua missione non si compie senza difficoltà e incomprensioni: genera rifiuto e conduce a subire emarginazione. Lo stile che Gesù ha scelto, quello della nonviolenza, deve essere lo stile del discepolo.

Gesù infine chiede di ‘giudicare da voi ciò che è giusto’: è una chiamata a scegliere in rapporto a lui ed è un appello alla responsabilità. E’ una chiamata a prendere posizione e a leggere i segni della presenza di Dio nella storia.

Alessandro Cortesi op

Team Refugees

Fuoco sulla terra

In questi giorni si stanno svolgendo i giochi olimpici a Rio de Janeiro ed un fuoco è al centro della grande manifestazione che raccoglie atleti da tutto il mondo nella partecipazione alle gare. Quel braciere, acceso con la torcia olimpica portata dai tedofori nella lunga corsa, può facilmente sfuggire allo sguardo quale frammento di una gigantesca coreografia delle olimpiadi divenute un ingranaggio della grande macchina del mercato mondiale. Ma nel suo fuoco reca tuttavia con sé antichi e dimenticati riferimenti. E’ rinvio al fuoco sacro di Olimpia che rimanendo acceso durante tutta la durata dei giochi segnava anche un confine alla guerra facendola tacere almeno per un tratto e delimitava un tempo di sospensione dalla violenza.

Quel fuoco recava in sé una nostalgia e una promessa di pace, tutti elementi tragicamente negati dagli eventi che viviamo in questi giorni. Altri fuochi ben diversi sono  sputati da armi che alimentano il conflitto senza tregua in Siria, vengono accesi nella durissima repressione del golpe in Turchia in cui ogni diritto viene calpestato. Ancora fuochi ben diversi sono quelli delle bombe che hanno portato distruzione in ospedali in luoghi di cura di malati e bambini, o nell’assedio di Aleppo dove due milioni di persone sono rinchiuse senza acqua e elettricità, proprio in questi giorni in cui le prime pagine dei giornali sono occupate dai record dei migliori atleti mondiali.

Forse questo fuoco olimpico può illuminare anche aspetti rimasti al buio dell’evento delle Olimpiadi e di situazioni dei nostri giorni che rischiamo di vivere da spettatori distratti: illumina le favelas di Rio in cui le Olimpiadi vengono percepite solamente come eco di un mondo ricco e inavvicinabile, dove lo spettacolo è osservato da lontano mentre la vita di stenti non è per nulla cambiata. Esso illumina la squadra dei rifugiati che è riuscita a partecipare alle Olimpiadi 2016, senza attirare troppa attenzione da parte dei media: di essa fanno parte atleti fuggiti dai loro paesi tra i tanti migranti che hanno cercato rifugio ed hanno continuato a coltivare un sogno, pur essendo ormai senza patria, o meglio avendo scoperto che siamo tutti stranieri in cerca di una patria comune.

Il fuoco di quel braciere può ricordare che nel nostro tempo dovrebbe essere rovesciato il motto olimpico: citius, altius, fortius. Quel fuoco può suggerire ad un mondo che guarda solo ai primi e si lascia attrarre solo dai record o dai fallimenti e delusioni dei campioni, di pensare al senso perduto di un evento ordinario e quotidiano come il gioco nella vita umana indirizzndo lo sgaurdo a chi resta indietro, a chi solo ha partecipato. Nel gioco ciascuna e ciascuno può partecipare, indipendentemente dalle fattezze del proprio corpo, nel riconoscimento della propria provenienza,  e vivere quel sentimento profondamente umano della gioia di gareggiare, di affrontare insieme lo sforzo e la fatica. Nel gioco tutti possono misurarsi nella competizione in cui l’altro non è un nemico ma un volto accomunato nella medesima umanità e passione, tutti possono manifestare l’abilità quale dono di natura e frutto di esercizio, tutti possono vivere la gioia di vincere ma anche assaporare la gioia di perdere scoprendo come proprio nel perdere s’impara l’autentica vittoria non di un momento ma del crescere nel divenire più umani.

Quel fuoco ricorda allora di cambiare prospettiva, non solo in rapporto alle olimpiadi, da scorgere recuperando la luce di quell’antico fuoco liberandolo dal rimanere elemento decorativo e retorico. E’ richiamo ad una conversione in rapporto al modo globale di concepire l’esistenza: non più citius altius fortius più veloce, più in lato, più forte, ma lentius profundius suavius, più lentamente, più in profondità, più dolcemente. Questo potrebbe essere il motto di un mondo che scopre dimensioni inedite e da praticare nella scelta della possibilità dell’impossibile. Lo ricordava Alex Langer anni fa in un suo intervento ripreso nella raccolta di suoi scritti ‘Il viaggiatore leggero’:

“Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ – più veloce, più alto, più forte – che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius – più lento, più profondo, più dolce -, e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso(da Intervento ai Colloqui di Dobbiaco 94, in Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio 2011, 210).

Alessandro Cortesi op

 

Pentecoste – anno C – 2016

Il Salterio Hunterland, Pentecoste, Miniatura del XII secolo, Folio 15v, Università di Glasgow, Scozia UK(Pentecoste, Miniatura del XII secolo, Salterio Hunterland, f. 15v, Università di Glasgow)

At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8,17; Gv 14,15-16.23b-26

Il dono della legge è per Israele segno di alleanza per la vita. Le parole della legge possono permeare l’esistenza e sono eco dell’unica parola dono di fedeltà, il ‘sì’ pronunciato da Dio, promessa di vicinanza e di reciproca appartenenza: ‘voi siete mio popolo’.

Nel racconto della pentecoste alcuni elementi rinviano alla narrazione del dono della Legge al Sinai: il monte allora era fumante, il Signore scese nel fuoco e iniziò un dialogo tra Dio e Mosè con la presenza di una voce dal cielo (Es 19,16-19).

Così nella pagina degli Atti degli apostoli il rumore, il fuoco e le parole sono simboli che richiamano quell’evento di alleanza. Quanto avviene nell’esperienza di Pentecoste è in legame all’esperienza di Israele: la legge dello Spirito ora è riversata nei cuori.

Accanto a questi riferimenti altri elementi ricordano il racconto del battesimo di Gesù: ‘il cielo si aprì… e scese lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo…’ (Lc 3,21-22). Ciò che Gesù visse al momento del suo battesimo al Giordano, è ora esperienza della comunità nella Pasqua.

Tanti richiami simbolici sono così usati per introdurre nell’esperienza indicibile e interiore dello Spirito che investe la prima comunità: ‘tutti furono ripieni di Spirito Santo’. Dopo la Pasqua la comunità impaurita vive un evento nuovo inatteso di raduno e di coinvolgimento. Il racconto offre parole per un’esperienza indicibile. I discepoli che avevano abbandonato Gesù avvertono l’irrompere di un incontro che è forza di vita, di apertura e coraggio: come fuoco e vento che spinge ad aprire porte e finestre e uscire. Scoprono in se stessi una capacità nuova di comunicazione. Il ‘parlare’ in altre lingue è segno della pluralità e della differenza in cui la comunità nasce.

Nel racconto di Babele la diversità delle lingue era stato esito di una dispersione. Di fronte alla pretesa di un impero simboleggiato dalla torre, quale unico dominio di una sola lingua, l’azione di Dio genera differenza. Il disegno di Dio non è quello di un’uniformità imposta: ‘scendiamo dunque perché nessuno comprenda più la lingua dell’altro’ (Gen 11,7). A Babele cessarono allora di costruire la città la cui cima doveva toccare il cielo.

A Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste Luca vede compiersi la possibilità del ‘farsi intendere’ nel modo proprio dell’altro: ‘com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?’. Lo stupore non proviene tanto dalla diversità delle lingue ma perché l’altro, lo sconosciuto e straniero, parla in modo comprensibile, fa risuonare echi di lingua materna, si fa intendere. I lontani divengono vicini. Tra lingue diverse non ci sono muri invalicabili ma ponti di traduzione.

E’ questo il segno proprio della presenza dello Spirito: è l’esperienza della prima comunità di ‘parlare’, con le parole e con la vita, è l’instaurarsi di una autentica comunicazione. La ‘parola’ diviene così ambito dell’intendersi. Lo Spirito Santo riempie i cuori, rende presente quel ‘parlare’ affettuoso di Dio all’umanità di alleanza, di appartenenza, come al Sinai.

Secondo il IV vangelo lo Spirito è il dono offerto nel giorno della risurrezione di Gesù. ‘nello stesso giorno, il primo dopo il sabato’. E’ esperienza che esprime la pasqua. Gesù passato dentro la morte, innalzato sulla croce è presente in modo nuovo, nello Spirito.

Il IV vangelo evidenzia come Cristo risorto dona lo Spirito ai suoi: il suo ‘alitare’ sui discepoli è soffio di una nuova creazione e comunica la sua vita nuova. In filigrana si può leggere la scena della Genesi in cui il primo Adamo tratto dalla terra ricevette il respiro di Dio (Gen 2,6).

Il gesto di Gesù è accompagnato dalla parola: ‘Ricevete lo Spirito Santo’. Lo Spirito, soffio, è forza di vita inafferrabile, è ‘respiro’ di vita presente nella creazione e Cristo vivente lo comunica come presenza: consolatore, suggeritore, maestro che farà ricordare. Lo Spirito guiderà alla verità tutta intera, all’incontro con Cristo ancora da scoprire nel corso della storia umana.

Nella creazione, nella storia dei popoli, nella vita personale lo Spirito è all’opera, spinge a non rinchiudere il ricordo di Gesù in una memoria sbiadita o lontana, invita a cercarlo e a lasciarsi incontrare da Lui.

snoopy_scrittore(1).png

Parole

Le parole sono ancora oggi luogo di scoperta: sono le piccole grandi scoperte di chi vive l’insegnamento spesso in situazioni di difficoltà e di scarso riconoscimento, o in realtà marginali. Le parole provenienti dai bambini aprono alla meraviglia della loro fecondità. E’ il caso di Franco Lorenzoni maestro elementare nel paese di Giove in Umbria che ha raccolto la sua esperienza in un libro dal titolo I bambini pensano grande (ed. Sellerio 2014):

“Ho desiderato raccontare un anno di vita di una quinta elementare del piccolo paese umbro dove insegno da molti anni perché ascoltando nascere giorno dopo giorno parole ed emozioni, ragionamenti, ipotesi e domande, che emergevano dalle voci delle bambine e dei bambini con cui ho lavorato per cinque anni, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a scoperte preziose, che ci aiutano ad andare verso la sostanza delle cose e verso l’origine più remota del nostro pensare il mondo”. (F.Lorenzoni, I bambini pensano grande, Sellerio 2016).

Il racconto si dipana lungo la durata di un anno scolastico, che chiude il tempo della scuola elementare. Alcuni capitoli sono intessuti sul dialogare tra gli scolari: quasi una riproposizione della più antica scuola dove, proprio nel dialogo, Socrate lasciava spazio alla scoperta e al venire della parola. Ma ciò avviene come una danza: “Anche se ha l’ambizione di dilatare il tempo, l’atto educativo vive solo nel presente, come la danza” (p.192).

Al centro sono i bambini e le bambine che pensano, ed emerge la consapevolezza del compito educativo come un togliere ostacoli, lasciare che il ‘pensare grande’ possa trovare spazio, e la fertilità propria dei bambini si esprima soprattutto dando occasione che tocchino con mano le cose.

Cronaca di un’avventura, dove qualcosa avviene, qualcosa irrompe nel miracolo della parola, nell’accompagnare il formarsi di parole in un bambino e bambina che cresce. La preziosità del suo vivere non sta solo nel grande che sarà, ma nel bambino che nel momento presente è.

E’ ancora l’esperienza delle parole che sorgono come poesia in cui la parola dice la vita e non fa sentire nessuno ‘fuori’, come nei seminari di poesia di Chandra Livia Candiani in diverse scuole elementari di Milano che cita Paul Celan: “Non vedo alcuna differenza tra una poesia e una stretta di mano.” “La poesia porta a scuola la parola viva, quella che dice le cose che di solito sono fuori scuola. Quand’ero piccola, ho scritto spesso temi che venivano valutati con una scritta blu ‘fuori tema’ o perfino: ‘gravemente fuori tema’. Era una frustrazione tremenda. Mi faceva sentire fuori mondo, fuori gente, eppure è proprio questa ferita che adesso mi aiuta a incontrare chi è letteralmente fuori mondo, fuori patria.

“Il silenzio mi passava tra le vene / sembra infinito il silenzio”. Sono le parole di un bambino di nove anni scritte negli incontri di poesia. Un libro ha raccolto questa esperienza e alcune poesie bambini. “Molti vengono da paesi stranieri, molti vivono qui scomodi. C’è un silenzio dietro queste voci, un silenzio che gli ha permesso di parlare. Questo silenzio è esposizione massima al rumore delle vite degli altri. Di cosa si fidano bambini? Si fidano del silenzio di indirizzi, di indicazioni di giudizi, si fidano del non sapere prima, si abbandonano al viaggio insieme. Per mano. Senza rete”.

Non si comunica infatti solamente parlando una lingua diversa ma partecipando al mondo interiore dell’altro, vivendo empatia e com-passione. La ‘parola’ non è solo strumento di comunicazione ai fini dell’utilità, ma fiore e frutto che in se stessa rivela l’esistenza di radici profonde e nascoste. E’ spazio dell’intendersi, di riconoscimento di senso della propria vita, di comunione con l’altro. La parola è ponte con chi è diverso per cultura, lingua, religione e nella diversità può essere dono, per scoprire le aperture nuove a cui conduce l’incontro. La parola spesso non emerge al termine di una faticosa elaborazione ma giunge, come dono, magari al culmine di una lunga attesa.

La parola, al centro dell’esperienza della scuola, è mare di navigazione in cui scorgere nuovi orizzonti e la possibilità di incontri. E’ porto che mai può essere ridotto ad un chiuso rifugio ma è da scorgere nell’infinito spazio del mare aperto. La parola, quando reca in sè espressione di esistenza e riconoscimento si fa breccia per passaggi nuovi, per scoperte e legami. In se stessa è soffio dello Spirito, da ascoltare, da cui lasciarsi prendere: «Dunque, per ascoltare/avvicina all’orecchio/la conchiglia della mano».

“L’universo non ha un centro,

ma per abbracciarsi si fa così:

ci si avvicina lentamente

eppure senza motivo apparente,

poi allargando le braccia,

si mostra il disarmo delle ali,

e infine si svanisce insieme,

nello spazio di carità

tra te

e l’altro”.

(da Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Einaudi 2014)

Pentecoste è evento di parola: è il sorgere della comunità dall’accoglienza della Parola, che scende come fuoco, annuncio di risurrezione e incontro nuovo con Cristo vivente. E’ evento di parola nello scambio di parole nuove capaci di legami, cariche di riconoscimento per l’altro, diverse nella pluralità.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1074Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

Durante il cammino dell’Esodo Mosè aveva scelto settanta uomini fra gli anziani di Israele perché lo aiutassero nel guidare il popolo. A questi è donato lo Spirito di Dio, lo spirito di profezia, per questa missione di guida. Ma Eldad e Medad, che non erano nel numero dei settanta anziani, furono anch’essi investiti dallo Spirito e ‘si misero a profetizzare nell’accampamento’. Questo dono di profezia a coloro che non erano nel gruppo dei designati suscitò la reazione e la denuncia allarmata di Giosuè. “Ma Mosè gli rispose: Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

Questa pagina apre uno squarcio luminoso sull’agire di Dio che va oltre le appartenenze e la contrapposizione di chi ‘è dei nostri’ e chi sta ‘fuori’. Nelle parole di Mosè emerge la consapevolezza della libertà dello Spirito e di ciò che questo comporta da parte del popolo: l’esigenza di una attitudine a rimanere in ascolto, nella docilità a riconoscere l’operare dello Spirito in modi nuovi. Non si può racchiudere lo Spirito e soffocare la sua iniziativa. L’agire di Dio coinvolge anche altri, liberamente. Mosè indica di accogliere e rimanere disponibili a quanto lo Spirito suscita anche al di fuori delle appartenenze visibili e costituite.

Il dono dello Spirito è dato agli anziani ‘fuori dell’accampamento’. C’è un dono ampio, sono suscitati profeti, chiamati a testimoniare la Parola di Dio che spinge al di fuori dell’accampamento. Tuttavia è sempre presente il pericolo di rinchiudere in un gruppo ristretto ed esclusivo, in un clero, il monopolio della profezia. Eldad e Medad, i due che avevano cominciato a profetizzare, erano nell’accampamento, e proprio la loro profezia viene denunciata da Giosuè. Si crea così una situazione paradossale: essi sono ‘dentro’ in modo autentico perché aperti allo Spirito che spinge ad uscire mentre Giosué e coloro che li rifiutano sono ‘fuori’: infatti non comprendono che lo Spirito è dono di Dio e non soggiace alle regole umane e alle logiche di esclusione. Il profetizzare di Eldad e Medad sconcerta e disorienta: profezia è memoria dell’alleanza, richiamo alla fedeltà al disegno di salvezza di Dio, testimonianza di giustizia e di esigenza di cambiamento. La promessa di essere tutti profeti si allarga e non può essere rinchiusa.

Il racconto suggerisce una promessa e una speranza, che tutti siano profeti, che tutti cioè siano testimoni e portatori della Parola di Dio. Mosè sa scorgere nella profezia di Eldad e Medad la chiamata e l’azione dello Spirito. In queste parole sta l’indicazione di una comunità in cui la responsabilità della profezia, della fedeltà alla Parola sia riconosciuta in ogni suo membro. Nel contempo compare uno stile: essere profeti implica saper riconoscere una azione che proviene dallo Spirito e stare al suo servizio. Lo Spirito è più grande e va oltre. Non si può pretendere di esaurirlo nella propria comprensione e azione. E’ questa la radice di un atteggiamento di ricerca, di accoglienza e di valorizzazione di quanto proviene dalla profezia di altri.

Anche i discepoli di Gesù non riconoscevano come ‘uno dei nostri’ uno che scacciava i demoni, persona che con il suo agire apriva liberazione per chi era oppresso. Ai discepoli che riferiscono a Gesù: ‘maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri’. Gesù dice “Chi non è contro di noi è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Gesù reagisce non secondo la logica dell’esclusione ma invitando a scorgere che lì dove ci sono gesti di liberazione, scelte di umanizzazione è presente lo Spirito, e non c’è contrasto con il suo agire che dà vita. “Non glielo proibite”: è parola che apre ad una attitudine non di divieto, ma di discernimento. Gesù apre a scorgere che vi è una adesione a lui che non si identifica con una appartenenza all’istituzione di una comunità che rischia sempre di intendere se stessa come una setta. Gesù apre alla considerazione della precarietà della comunità in rapporto al centro e fondamento che è la sua persona e il regno di Dio.

I vangeli di Matteo e di Luca riportano un altro detto di Gesù che sembra opporsi a questo atteggiamento: ‘Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde’ (Mt 12,30; Lc 11,30). Gesù propone a chi l’ha incontrato di riconoscere in lui il senso più profondo della propria esistenza. L’incontro con Gesù diviene decisivo e centrale nella vita dei discepoli. E’ anche da pensare che la sua presenza di Figlio accanto al Padre e come risorto, sta dentro alla vicenda del creazione ed è unita in qualche modo ad ogni uomo e donna: è Cristo il senso profondo e nascosto di ogni realizzazione umana autentica. Sta qui la radice di poter guardare agli altri, ai diversi cammini umani non con atteggiamento di esclusione e contrapposizione, ma con sguardo teso a riconoscere e dare spazio, nel dialogo e nella compagnia, ad ogni seme di profezia presente nella storia.

La vita al seguito di Cristo si riconosce nella concretezza di gesti e scelte di cura e accoglienza: “chiunque vi avrà dato da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Ogni bicchiere d’acqua offerto ad un uomo o donna, che è immagine di Dio e appartiene a Cristo – perché ‘voi siete di Cristo e Cristo è di Dio’ (1 Cor 3,21) – non andrà perduto e ogni gesto di gratuità e dono reca in se stesso la traccia di Dio.

C’è poi forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) a chi è più debole nella fede. Rompere con ogni occasione di male e di peccato è cammino di responsabilità. Il perdere se stessi è cammino per intendere la propria vita in rapporto agli altri, non isolata e disinteressata: la salvezza è movimento di comunione.

DSCN1230Alcune riflessioni per noi oggi

La tentazione dell’esclusione è un tratto del nostro tempo a diversi livelli. La contrapposizione contro chi ‘non è dei nostri’ sorge da un sentimento di difesa e timore dell’altro, di chi proviene dall’esterno. I muri, le recinzioni di filo spinato, le barriere sono l’espressione tangibile di una difesa che intende tener lontano al di là della cerchia rassicurante e riconoscibile di una comune appartenenza. Chi proviene dal di fuori è visto come il nemico, pericolo da allontanare e da eliminare. La radice di ogni fondamentalismo di tipo sociale e religioso si alimenta nel non voler fare i conti con le provocazioni che provengono dalla vita dell’altro, dalla sua condizione di bisogno che ci rivela la nostra condizione umana. Si lascia così spazio alla paura contrapponendo chi è dei nostri e chi non lo è. Tanto più nelle tradizioni religiose che vivono il rischio di assolutizzare la propria struttura religiosa e di coltivare un esclusivismo centrato su di sè.

C’è una voce della profezia che giunge da chi nella storia non ha voce e che dovrebbe invece suscitare l’interesse e la ricerca da parte dei discepoli di Gesù, per scorgere le testimonianze che suscitano un cambiamento in fedeltà al vangelo. Queste pongono in discussione la nostra vita spesso chiusa in una situazione di assestamento e di comodità giustificata religiosamente, indifferente alle sollecitazioni che ci porterebbero ad uscire. Le chiamate dello Spirito giungono oggi dall’esperienza di tutti coloro che cercano una vita dignitosa fuggendo dalla violenza e dalla miseria. L’agire dello Spirito è presente nei gesti di chi non si riconosce esplicitamente come cristiano e pur nella sua vita dà testimonianza di opere secondo il vangelo. Proprio queste chiamate ci invitano a rimanere in ascolto, docili a seguire le chiamate di Dio nella storia, umile aperti a quei passaggi di novità evangelica.

La provocazione a sorgere l’agire dello Spirito in voci che stanno al di fuori dei quadri riconosciuti e istituiti può essere motivo per crescere in una spiritualità dell’apertura e della scoperta. Anche nella chiesa ci sono voci da ascoltare: sono le voci di chi spesso è tenuto ai margini, le voci delle donne ad esempio, ricordate in una lettera aperta indirizzata a Francesco nel suo viaggio in USA: “Il tuo impegno contro la povertà e per la misericordia, per la vita dei poveri e per la sofferenza spirituale di molti – per quanto sicuri si possano sentire materialmente – ci dà una nuova speranza nell’integrità e nella santità della Chiesa stessa. (…) c’è anche una seconda questione nascosta sotto la prima cui anche tu dovresti prestare rinnovata e seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori retribuiti; di poche donne nel mondo si può dire lo stesso. Gli uomini hanno chiari diritti civili, giuridici e religiosi nell’ambito matrimoniale; per poche donne al mondo vale lo stesso. (…) E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra”. (Joan Chittister, Caro Francesco, non puoi parlare dei poveri senza parlare delle donne “www.adista.it” 22 settembre 2015)

Essere tutti profeti: è promessa che provoca ad ascoltare le voci profetiche nascoste e lasciate ai margini. E’ compito aperto a riconoscere, fare attenzione e lasciarsi provocare dalla profezia diffusa e quotidiana.

Ci sono profeti in ricerca voci che si aprono all’ascolto: tra di esse ricordo la voce di Thomas Merton (1915 – 1968) recentemente ricordato a ‘Torino spiritualità’ da don Mario Zaninelli.E’ stato uno tra i principali autori di spiritualità del ventesimo secolo. Nacque il 31 gennaio 1915 in Francia, a Prades, da padre neozelandese e madre americana. La sua vita può essere suddivisa in tre fasi: quella della formazione culturale, prima in Francia poi in USA e il battesimo a ventitré anni a cui seguì l’ingresso nei Trappisti all’Abbazia del Gethsemani, Kentucky, dove nel 1941 ricevette il battesimo e venne ordinato presbitero nel 1949. Una seconda fase è la sua esperienza monastica di cui egli parla nella sua autobiografia ‘La montagna dalle sette balze’ (1948), e in scritti di spiritualità. Infine l’ultima parte della sua vita, a partire dal 1965, vissuta nell’apertura all’operare per la pace e nella ricerca del dialogo interreligioso. Nel suo Diario di un testimone colpevole scrisse: «Purtroppo molti credono che la vita contemplativa sia pura e semplice ‘clausura’ e immaginano i monaci come piante di serra coltivate in una vita di preghiera gelosamente protetta e surriscaldata spiritualmente. Bisogna invece ricordare che la vita contemplativa è prima di tutto vita, e che la vita implica apertura, crescita, sviluppo”.

E così motivava nel medesimo scritto la sua apertura ad orizzonti di rapporto con diverse tradizioni religiose: «Se la Chiesa cattolica rivolge lo sguardo al mondo moderno e alle altre Chiese cristiane, e se forse per la prima volta prende seriamente in considerazione le religioni non cristiane così come sono, è necessario che almeno qualche teologo contemplativo e monastico porti un proprio contributo alla discussione. È appunto ciò che voglio tentare… presentando i problemi contemporanei nella visione personale di un monaco. La singolarità, l’esistenzialità e la poeticità della loro impostazione s’inquadrano perfettamente nella visione monastica della vita». Questo impegno condusse fino alla sua morte nel 1968 a Bangkok. Stava scrivendo il suo scritto ‘Diario asiatico’, il diario del suo viaggio in Oriente vissuto come pellegrinaggio di vita e in ricerca di dialogo, pubblicato dalla casa editrice Gabrielli di recente: una parola di profezia e di rinnovamento.

C’è un perdere che è cammino di realizzazione della vita. Non si tratta di aumentare e di arricchire, ma di lasciare spazio, di accontentarsi di meno, di togliere ciò che è superfluo e inutile, di limitare non solo la necessità di tante cose, spesso inutili, che appesantiscono, ma anche di divenire semplici nel cuore, capaci di accogliere. La scoperta di autenticità di vita passa attraverso un cammino di essenzialità, di recupero di ciò che conta veramente, e questo va di pari passo con l’attenzione agli altri, con l’incontro con i poveri, con chi è più piccolo. Le dure parole della lettera di Giacomo rivolte ai ricchi che opprimono il giusto richiamano ad uno stile di vita in cui la relazione con gli altri è decisiva: non si può vivere nel disinteresse nell’indifferenza e agendo con sfruttamento e oppressione. Ogni tesoro diverrà ruggine se non si vive nell’orizzonte della responsabilità e della condivisione.

Alessandro Cortesi op

XXI domenica – ordinario B – 2015

DSCN0944Gs 24,1-2a.15-17.18b; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

La grande assemblea di Sichem è vivace descrizione di un momento di alleanza dopo il cammino nel deserto. Giosuè chiede alle tribù d’Israele una decisione, provoca ad una scelta di parte: “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: se gli dèi che i nostri padri servirono oltre il fiume (Eufrate), oppure gli dèi degli Amorrei, nel paese dei quali abitate”

Questa scelta sorge dalla memoria di un cammino e di un’esperienza di scoperta. Nel suo lungo discorso Giosuè ripercorre infatti le tappe di una storia scandita dai segni della presenza di Dio che ha ascoltato il grido dell’oppressione e ha fatto uscire dalla schiavitù. Da questa memoria sorge l’invito a prendere posizione e a scegliere per un rapporto diretto e personale con JHWH che impegni l’esistenza e il futuro. “Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Perché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto… Perciò anche noi vogliamo servire il Signore perché egli è il nostro Dio”. La scelta è di stare con il Dio di Abramo, di Isacco e di Mosè, il Dio vicino che si relaziona ai volti e ai nomi aprendo percorsi di libertà. La scelta è quella di lasciarsi scegliere riconoscendo una vicinanza.

La risposta è comune, è espressione di un popolo che dicendo ‘noi’ scopre la sua identità. Essa affonda le sue radici in un credere come affidamento della vita. Si radica in una storia di liberazione in cui JHWH è il primo protagonista. La conseguenza sarà vivere una responsabilità di accoglienza e di liberazione per tutti i popoli della terra. “Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce”. Il popolo radunato a Sichem incontra Jahwè come un Tu vivente. Prender posizione per il Dio dell’esodo comporta l’impegno a servire il Dio che si è manifestato come liberatore.

La pagina del vangelo di Giovanni è la parte conclusiva del lungo capitolo 6. Il momento è collocato – non a caso – a Cafarnao. Gesù è presentato mentre insegna nella sinagoga. Aveva compiuto il gesto del pane, aveva parlato di sé come pane vivo disceso dal cielo. Ora è nella sinagoga luogo dell’insegnamento e della Parola di Dio. Il IV vangelo suggerisce che Gesù sta compiendo nel suo insegnamento una rilettura e attualizzazione (un midrash) dell’episodio narrato al cap. 16 dell’Esodo. Lì il popolo mormorava, ora sono i discepoli che mormorano; nel deserto gli israeliti ricevono il dono della manna e delle quaglie per poter mangiare e continuare il cammino, ora Gesù distribuisce ai cinquemila i pani e parla del Padre che dà il pane dal cielo, quello vero. Infine parla di se stesso come pane disceso dal cielo che dà la via al mondo: ‘Chi mangia questo pane vivrà in eterno’.

Il IV vangelo così suggerisce che la manna era solamente un anticipo, un segno: la realtà è qui presente ed è la presenza di Gesù come pane vivo. “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. La carne ossia la dimensione umana nella sua debolezza non può fare nulla. La Parola si è fatta carne e può donare spirito e vita. Molti discepoli reagiscono dicendo “questa parola è dura. Chi può ascoltarla?”

Gesù chiede ai discepoli di passare ad un nuovo modo di comprendere nell’affidamento allo Spirito: è il lasciarsi rinnovare rinascendo dall’alto, aprendosi ad una logica nuova e diversa. Si possono intendere le cose e la in modo nuovo nell’affidamento alle parole di Gesù, nella forza dello Spirito.

E’ provocazione ad un cambiamento che si fonda sulla sua parola: Gesù stesso si presenta come Parola fatta carne, proprio nella sinagoga luogo della Parola. Lo avevano cercato dopo il segno dei pani, ma Gesù apre ad una fame nuova, della Parola stessa di Dio. La sua parola rinvia allora al segno del pane. Il pane vivo è la sua carne per la vita del mondo. A questo punto “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”. Dai cinquemila ai discepoli, ai dodici. La parte finale si concentra sulla reazione dei dodici: sono messi di fronte alla scelta: ‘Volete andarvene anche voi?’. Le parole di Pietro si fanno voce dell’esperienza dei dodici: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio'”. Pietro si rivolge a Gesù chiamandolo ‘Signore’ e ‘Santo di Dio’: sono due espressioni sulla sua identità. Il dove andare è un incontro e un presenza. Nelle sua parole è racchiuso tutto il senso di affidamento allo Spirito, quale atteggiamento di ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù. L’intero capitolo 6 del IV vangelo è un accompagnamento ad entrare nell’incontro con Gesù, con la profondità della sua persona da riconoscere come pane della vita, disceso dal cielo, colui che dà la vita al mondo. Al cuore sta il mistero pasquale di discesa e di salita (discesa dal Padre e consegna nel tradimento subito e salita come innalzamento). Gesù è la Parola di Dio, Pane che sfama le attese di liberazione di chi è senza nulla.

DSCF6049Alcune riflessioni per noi oggi

Anche noi oggi siamo invitati a ripercorrere la nostra personale e la storia delle nostre comunità come storia di salvezza. Fare memoria è scoprire una presenza nascosta ma che ha guidato e accompagna. Tra passato e futuro il senso dell’impegno è affidamento ne presente. Rinnovare liberamente l’adesione al Signore, come comunità, è fare spazio al coraggio del credere che si esprime nelle scelte concrete di una vita che rifletta l’agire liberatore di Dio stesso.

‘Volete andarvene anche voi?’ È domanda che si fa provocazione a lasciarsi coinvolgere in un incontro in cui la presenza di Gesù è al centro, con il suo presentarsi come pane e parola. L’esperienza del credere non è piegare la sua divinità alle nostre misure, ma è lasciarci trasformare dalla sua presenza.

“questo mistero è grande…” Motivo centrale del brano della lettera agli Efesini è presentare la bellezza dell’alleanza tra Cristo e la chiesa. Il modo in cui Gesù ha amato è stato nel servizio e nel dono. Non una sottomissione servile, ma scelta di un amore nella cura e tenerezza, non secondo una logica giuridica, ma nella scelta della dedizione. L’amore umano ha davanti a sé la prospettiva di questo cammino. Può divenire espressione concreta di questa grazia. Da essa trae anche forza per poter vivere ogni giorno la fatica di ricominciare ad amare. Anziché leggere questa pagina come una idealizzazione perfezionistica della vita familiare si può cogliere in essa l’invito ad un cammino che coinvolge Cristo stesso e la chiesa come comunità di tutti coloro che sono chiamati ad entrare in rapporto con Cristo. Imparare ad amare è per tutti la grande sfida della vita, mai conclusa, sempre soggetta all’imperfezione e alla fatica. Le difficoltà e le incertezze dell’amare, nella sua complessità, possono essere lette come momenti di un cammino che rimane aperto su orizzonti ampi e può trovare nuova forza alla presenza di Cristo.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN0842

1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

Nella vicenda di Elia c’è un momento drammatico, di fuga, delusione, fino al desiderio di morte. Dopo uno scontro con i sacerdoti di Baal, il profeta che richiama la fedeltà a Jahwè contro ogni idolatria, è costretto a fuggire. La sua è fuga di un uomo solo. Prende su di sè le conseguenze del suo aver risposto alla chiamata di Dio. Nella fatica della prova, ormai sfinito interiormente giunge ad invocare un termine: “Ora basta Signore”. La sua è la preghiera di ogni sofferente, e di chi si trova a sperimentare le difficoltà di condurre a termine una chiamata accolta di cui non si coglie conferma. Il tempo nella prova diviene un peso impossibile da sostenere. Elia giunge al punto di desiderare la morte e si abbandona nel deserto al sonno.

Ma proprio durante questo momento che per certi aspetti è confine con la morte, Dio gli si manifesta vicino, eppur sempre nascosto. Una focaccia, cotta su pietre roventi ed un orcio d’acqua gli è portata in modo inatteso da una mano anonima, misterioso messaggero di Dio. E’ cibo donato, inatteso, e scoperto con stupore. Elia trova nel cibo la forza per non fermarsi in una situazione di morte, ma per andare avanti nella vita, pe continuare nel cammino. Quel cibo lo fa rialzare e gli fa così vincere la morte. Con la forza di quel cibo potrà camminare ancora sino al monte di Dio l’Oreb. E lì l’esperienza di incontro con Dio il cui volto si cela non nella potenza ma nella fragilità di un lieve silenzio. Dietro quel cibo sta anche una presenza di chi l’ha preparato, cuocendo raccogliendo l’acqua e facendosi vicino: è volto umano di nomade che ha scorto Elia esanime nel deserto? Nel gesto silenzioso e umano del dare pane, dell’offrire forza possibile di vita dove non c’è più speranza, del farsi pane per gli altri si rende attuale il volto di Dio.

Anche nella pagina del vangelo compare una contrapposizione tra cibo e morte, attorno al segno del pane: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti: questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”

Dopo il segno dei pani Gesù si ritira per fuggire al desiderio della folla di farlo re (cf. Gv 6,11-15) e tuttavia continuano a cercarlo. Reagisce di fronte a questo tipo di ricerca in vista della sazietà, indisponibile ad aprirsi al significato dei segni. Invita a scoprire la sua presenza come nutrimento, ‘pane disceso dal cielo’. La reazione è di sconcerto di fronte alla ‘normalità’ del suo essere uomo: ‘Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire ‘sono disceso dal cielo’?’. Compare ancora il verbo ‘mormorare’, proprio di Israele nel deserto, stanco del cammino e colmo di nostalgia delle sicurezze d’Egitto (cf. Es 16,1-10; 17,1-7).

Di Gesù si sa da dove viene, chi sono i genitori, e non c’è fiducia. La sua umanità è troppo normale e non può corrispondere ad un idea di Dio della grandezza e della potenza. E’ l’incredulità di chi non si lascia mettere in discussione. Gesù presenta il primato dell’agire del Padre. Il suo essere inviato proviene dal Padre. Ancora dal Padre viene anche l’attrazione di chi crede verso Gesù.

La sua identità è racchiusa in due verbi: discendere e dare. Discendere dice la sua provenienza: Gesù proviene da altro, tutta la sua vita si radica in una relazione: il suo venire dal Padre. Dare è poi l’orientamento fondamentale della sua esistenza. Nel suo agire manifesta il volto di Dio di pura positività che dona e vuole vita per tutti i suoi figli. Il suo venire dal Padre ed il movimento del credere in lui si connotano come evento di gratuità. Riconoscere Gesù è aprirsi a un Dio che non vuole il male ma ha un disegno di vita e di compimento per ogni uomo e donna, capace di un amore che si mette in balia dell’umanità.

Il suo darsi non è stato solo nella croce, ma questo momento si colloca all’interno di tutta la vita di Gesù: il suo darsi è infatti scelta quotidiana, stile che innerva i suoi incontri, orientamento del cuore fondamentale.

Nello stesso tempo questo dono chiama all’ascolto e all’adesione: “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. Gesù provoca ad entrare in un rapporto profondo con lui, il conoscere lui, e l’affidarsi al Padre. Chi entra in questo rapporto di fiducia – è questo il senso del credere – entra già da ora in una dimensione della vita in cui c’è comunione e speranza. La vita eterna non è un orizzonte futuro ma è realtà nel presente che si può sperimentare in rapporti nuovi e in una vita segnata dalla dimensione dell’amore che non viene meno.

Al popolo che mormorava nel deserto Dio aveva dato la manna; ora di fronte al mormorare della folla, Gesù dice: ‘Io sono il pane della vita’: al rifiuto oppone il dono di sé fino alla fine, il farsi pane per la vita del mondo. E conduce ad un approfondimento del segno dei pani. Parla di un pane che egli stesso dona: ‘Il pane che io darò è la mia carne’. Viene qui introdotto il termine ‘carne’ presente anche nel prologo del IV vangelo. E’ riferimento alla condizione di precarietà e debolezza umana. Gesù parla della sua carne “per la vita del mondo”. Da un lato il farsi vicino della Parola di Dio dall’altro la presenza di Dio vicina in modo paradossale nella debolezza della condizione umana.

Il capitolo 4 della lettera agli Efesini inizia la parte esortativa dello scritto in cui sono presentate una serie di indicazioni concrete di vita. La nuova vita dei cristiani è nel segno della chiamata di Dio: essi partecipano ad una sola fede e ad un solo Signore nel battesimo.

Vengono così indicati alcuni comportamenti di una esistenza ‘nuova’: la rinuncia alla menzogna motivata dalla consapevolezza che siamo membri gli uni degli altri, il non farsi prendere dall’ira, un atteggiamento nei confronti dei beni centrato sul lavoro e la condivisione: ‘chi era abituato a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani per avere la possibilità di aiutare chi si trova nel bisogno’. Il lavoro vissuto con onestà trova la propria finalità nell’aiuto per gli altri. Il parlare poi deve essere sempre luogo di costruzione di rapporti.

Tutte queste indicazioni trovano sintesi nell’esortazione a ‘non rattristare lo Spirito santo. La vita del cristiano è una vita nello Spirito: è una condizione di cammino, in cui è possibile crescere, progredire, cambiare scoprendo orizzonti nuovi. La pagina si chiude con un invito a camminare nella carità. Chiamata della vita nello Spirito è vivere ogni ‘come Cristo ci ha amati’. “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

11050317_10207028863947707_5784040003828360689_nAlcune riflessioni per noi oggi

Morte e vita: il pane è elemento di vita, per la vita del mondo. Questo pane fa vivere e vincere la morte. Sono giorni in cui ricordiamo eventi di morte: la morte procurata dalla bomba atomica e dalle sue conseguenze su Hiroshima il 6 agosto 1945 e la morte come divisione che ha segnato la storia del XX secolo, in particolare nella costruzione del muro di Berlino nei primi giorni di agosto del 1961. Sono due eventi lontani eppure la loro memoria ci riporta al presente. Il commercio delle armi continua ad alimentare la fabbrica di morte, e nuovi muri vengono eretti per dividere popoli. Nuove forze di disgregazione e di esclusione stanno attraversando l’Europa al suo interno e la realtà mondiale.

Contro queste esperienze di morte – la morte delle armi sofisticate e la morte dei muri di divisione – oggi siamo invitati a accogliere il ‘pane che discende dal cielo che dà la vita al mondo’. Condividere il pane è il gesto che fa vincere la morte. Attuare sceltei in cui si porta silenziosamente speranza laddove ce’è stanchezza e desiderio di morte è esperienza che porta a continuare il cammino. Assumere lo stile di vita di Gesù, che si è fatto pane spezzato, è via per superare la condizione che ci rende morti e per portare vita al mondo.

Vincere il male con il bene è l’invito che sgorga dalla seconda lettura. Era questo uno dei temi cari a fr.Dalmazio Mongillo (1.09.1928-13.07.2005) nel suo approfondimento della vita morale da intendersi come vita nello Spirito e per questo capace di umanità ricca e profonda. A dieci anni dalla sua morte lo ricordiamo con una sua riflessione che richiama alla responsabilità profetica oggi: “Si può pensare che la Chiesa tutta intera è, nei confronti dell’umanità in cui e con cui vive, nella posizione in cui era il profeta nel popolo eletto. La profezia, nella nuova alleanza, è vocazione e carisma del popolo che deve vivere il rischio della anticipazione provocatrice di assetti umani più ricchi di umanità. Il limite degli interventi non ispirati da codesta condizione è percepito non da coloro che chiedono rassicurazione e conferma al possesso, al già, ma da quelli che nei presente concepiscono il fascino delle dimensioni nuove della libertà e della comunione. Codesta attesa è illusione presto delusa, in coloro che non lottano per pensare e realizzare con tutti il maturare delle possibilità concrete di fruirne. Coloro che hanno la nostalgia del nuovo sono sacrificati non privilegiati; sono chiamati, scelti, per cooperare al bene “concreto dell’umanità”. Soggetto della storia e della liberazione umana sono donne e uomini che vivono in sintonia con quel popolo che non oppone resistenza a lasciarsi condurre al bene di tutti, che persistono nell’aggredire le attese ispirate dall’istinto di morte quale che sia la forma sotto la quale si manifesta. Il potere della morte evidenzia i suoi limiti in coloro che, quando hanno individuato le vie della vita, avanzano in esse nonostante la lotta e le difficoltà”. (Allargare i confini della speranza, in “Tempi di fraternità”, 1976).

Alessandro Cortesi op

XI domenica tempo ordinario – anno B 2015

DSCF5762Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Al cuore delle parabole sta l’annuncio del ‘regno di Dio’. Tutto inizia con un paragone: così avviene come… E’ un paragone non statico, ma è similitudine in cui si evocano azioni, movimenti, processi di vita. Così il venire di Dio, così il suo esser vicino nella vita: non è una definizione, non è una nozione da fissare nella mente ma è un invito, un cammino, una storia, un dinamismo che investe e coinvolge. Le parabole parlano del regno di Dio come incontro di vita, come parola di bene – benedizione – che sta al cuore dell’esistenza di chi pensa di non contare nulla.

Nelle parabole c’è anche racchiusa la meraviglia di Gesù per la natura, per i gesti quotidiani, per il lavoro, per la vita ordinaria di chi è tenuto ai margini: chi semina, chi fatica, chi soffre. C’è il suo emozionarsi per la vita della terra e per il respiro della natura che gli parla di Dio e di un progetto di bene che investe umanità e cosmo. Le parabole contengono in sé il sentimento della sorpresa: come cresce un seme, nemmeno il contadino lo sa. C’è una vita al fondo delle cose e racchiusa nella vicenda umana che attende di essere liberata. E’ la sorpresa per i germogli e per la fioritura. E’ la meraviglia di fronte ad una potenza nascosta nella realtà della terra. E poi la meraviglia di fronte a ciò che è piccolo, come il seme di senape, il più piccolo di tutti i semi ma che dentro in sé reca potenzialità e promessa.

Gesù parla e si rivolge in linguaggio comprensibile per chi lo ascolta: fa riferimento ad esperienze quotidiane, ai gesti della semina, al crescere di una pianta. Comunica così che Dio si è fatto vicino anche e soprattutto pensava di essere lontano e dimenticato non solo dagli uomini ma anche da Dio. Le parabole racchiudono innanzitutto un messaggio di vicinanza: il regno non è un dominio, ma è una relazione in cui Dio prende le parti dei piccoli e chiede di cambiare la vita in fedeltà al suo agire. Si tratta di una presenza che sta già iniziando a cambiare la realtà dal presente. E tuttavia è una storia che apre ad un futuro da attendere, a cui rendersi disponibili, da affrettare. Un seme, piccolo e inavvertito, ma presente con tutte le sue potenzialità nella terra della vita personale, nella storia, nelle realtà della vita, nella natura. Le parabole in questo modo parlano di fede: è la fiducia di chi sa che il seme, quello piccolo diverrà albero capace di ospitare e di fare ombra, è la fiducia di chi non cerca di tenere sotto controllo ma si abbandona e confida in colui che non dimentica i suoi figli. Nelle pagine di Ezechiele il regno di Dio era presentato come un grandissimo albero, un cedro la cui cima toccava il cielo. Gesù parla del granello si senapa che cresce e diventerà un albero alto, ma rimane nelle dimensioni familiari e non avrà espressioni di potenza.

Nelle parabole c’è anche una indicazione della presenza di Gesù: è presenza di chi è debole, non ha i mezzi forti e ricchi, si presenta nella povertà e ha scelto di condividere la sua esistenza con i poveri. Le parabole racchiudono il segreto del suo agire, dei suoi gesti: anche questi sono semi, sono piccola cosa di fronte alle esigenze di cura, di guarigione, di vita, eppure sono semi di un inizio nuovo, sono segni che indicano una presenza di Dio che sta cambiando la storia. Le parabole quindi parlano di Dio e parlano della vita umana che può accogliere la provocazione a pensarsi come vita di fraternità e di dono.

Le parabole esprimono anche una modalità di parlare e di relazione che genera un cambiamento: sono una parola che fa, che apre a scelte e a orientamenti di vita. Gesù non comunica teorie, ma provoca a cambiare stile di vita.

Le parabole racchiudono la fiducia di Gesù nella efficacia nascosta nel seme, indicazione della potenza dello Spirito.

“quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all’ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo”: dietro a queste parole sta il messaggio che la realtà di un rapporto nuovo tra le persone è a disposizione – l’alberello di senapa cresce tra gli ortaggi dell’orto domestico -. Non solo, ma questa realtà nuova ha come carattere fondamentale l’ospitalità: rami dove possono ripararsi gli uccelli, le creature che migrano, viaggiano e si spostano, si fermano in cerca di ristoro o fanno il nido dove covare nuova vita per poi ripartire .

Il messaggio del regno è annuncio di un modo nuovo di vivere insieme, di una società che si fonda non sul dominio e sull’ingiustizia, ma sulla fraternità e solidarietà. E’ un parola esigente e inquietante in questo tempo segnato dalla ricerca di manifestazioni evidenti eclatanti e incapace di scorgere le possibilità di cambiamento nel presente, negli incontri. Ed è anche provocante nel tempo in cui come gli uccelli che migrano migliaia di persone uomini e donne sono alla ricerca di rifugio, di casa, pane, lavoro.

Marco sottolinea come in disparte Gesù parla ai suoi discepoli: egli incontra anche da parte dei suoi la incapacità di comprendere. C’è una durezza e una chiusura da superare.

DSCF5667Alcune riflessioni per noi oggi

In questi giorni ricordiamo la figura di Alex Langer, profeta di incontro, di dialogo, costruttore di ponti e capace di viaggiare cioè di visita nella terra dell’altro, a distanza di vent’anni dalla sua morte. Per la riflessione riporto un suo testo del maggio del 1995 per la rivista “La Nuova Ecologia” (1.5.1995), tratto dal sito della Fondazione Langer:

“Ha ragione Eibl-Eibesfeldt (Irenäeus Eibl-Eibesfeldt, etologo austriaco, allievo di Konrad Lorenz, studioso dei comportamenti umani ndr.): la tendenza alla xenofobia, all’ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all’esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari, senz’altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e più forti le ragioni che spingono alla migrazione, più frequentemente lo xenos ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.

Epperò – tutta la storia culturale dell’uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell’omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività, che per l’appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?

Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non è detto che l’eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l’espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da lì, non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione scientifica.

Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l’inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica o culturale né come provocazione né come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che “inter-etnico è (può essere) bello”; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto (“etnico è bello”).

Ma la realtà è che non esiste una astratta e teorica possibilità di scelta. Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d’oggi, e soprattutto le grandi città. Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto ed oltretutto innaturale”.

Alessandro Cortesi op

Ss. Trinità – anno B – 2015

girotondoDt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Cieli e terra, lassù e quaggiù. Sono le dimensioni della nostra esistenza. Ci sono i cieli lontani ma anche i cieli vicini, quelli interiori, quelli dentro al cuore. C’è una terra che sta sotto i piedi, la zolla di terra dove ha luogo l’esistenza quotidiana e il nostro lavoro e c’è una terra desiderata e sognata, quella che sta davanti a noi e che attrae nella tensione al futuro. Dio è presenza che avvolge cieli e terra, l’alto e il basso. Ma anche il tempo e i tempi della vita, il passato, il presente, il futuro, con tutte le stagioni e le età.

Contro le visioni che separano cieli e terra, luoghi del divino e luoghi dell’umano, nella Bibbia il volto di Dio è percepito come presenza personale dentro la vita, in tutte le sue dimensioni. Sta oltre, è ‘lassù’, ma anche è presente ‘quaggiù’. Il Dio lontano, il ‘totalmente altro’ è anche il vicinissimo, più intimo a noi di noi stessi. L’incontro con Dio non è allora esperienza remota, riservata a persone o momenti eccezionali, ma può essere esperienza vicina. Può essere vissuta nel cuore dell’esistenza, nei suoi momenti, nel quotidiano. Racchiude una presenza che mai è dominabile, sempre oltre e mai a disposizione di pretese di controllo e potere, e nessuna cosa e nessun uomo può essere considerato dio: per la Bibbia la grande incomprensione nei confronti di Dio, il grande peccato anche, sta nell’idolatria e nella costruzione di falsi divinità a cui dedicare tutta la vita.

Il Dio dei cieli e della terra è presenza che si fa incontro, comunica se stesso e rivolge la parola: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”

Udire la voce è scoprire una parola donata ed entrare in un dialogo. Israele come popolo, guidato dai grandi profeti uomini dell’ascolto, ha scoperto l’agire di Dio nella propria storia, si è sentito chiamato e coinvolto. Per accostarsi a Dio, la via da percorrere attraversa l’esistenza: si tratta di ascoltare una storia. La sua chiamata non è per costituire in stato di privilegio ma comunicazione di un dono di alleanza e di liberazione. L’intera vicenda di Israele trae origine dalla chiamata di Dio che suscita un’apertura universale.

Gesù indica il volto di Dio chiamandolo Abbà, Padre. I vangeli testimoniano un rapporto vissuto in modo unico con Abbà da parte di Gesù. Si è affidato totalmente all’Abbà soprattutto nei momenti decisivi e drammatici della sua esistenza: così nell’orto degli ulivi (Mc 14,36; cfr Gv 11,41; 17,1). Ma anche nei momenti quotidiani delle sue giornate in cui il suo ritirarsi in disparte, lontano dalla folla, in preghiera, rimase nella memoria dei suoi. Tutto ciò è esplicitato nella prima comunità dopo la Pasqua con l’espressione a lui attribuita di ‘figlio’ (Mc 13,32; 12,6; Mt 11,27; 22,37; Lc 10,22). Gesù è figlio perché tutta la sua vita è stata in rapporto al Padre Abbà. In lui ogni discepola e discepolo è invitato a scoprirsi figlia, figlio, e insieme fratello e sorella. E’ l’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, quando Gesù dona ai suoi di vivere la gioia di una sua presenza nuova nello Spirito.

Paolo esprime tale consapevolezza: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”. Gridare Abbà è un dono di respiro, di voce. Ma è come vagito di un bimbo che cerca il volto che l’ha portato. E’ grido non di schiavi ma di figli. E’ voce di un’esistenza che si scopre in relazione ed avverte la propria fragilità. E’ un respiro che sta oltre la nostra misura e che pure è al più profondo di noi stessi. La presenza dello Spirito si incontra con lo spirito al cuore della vita. C’è un soffio di vita che proviene da Dio che è attesa e apertura al soffio dello Spirito. “Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24). Il termine Spirito (ruach) nella lingua ebraica è femminile ed esrpime la forza e la energia del soffio.

C’è una presenza dello Spirito nella natura e nella storia oltre ogni confine. Figli di Dio sono tutti coloro che sanno lasciare spazio all’agire dello Spirito. Negli appelli alla cura, alla accoglienza, alla riconciliazione, al servizio, alla benevolenza lì è presente un soffio silenzioso dello Spirito. Tutti coloro che intendono la vita non chiusa nei propri interessi ma per gli altri, chi vive di attenzione per chi è solo, chi accompagna deboli e indifesi, chi lotta per la giustizia e sta accanto a chi è oppresso, chi accompagna a crescere passo dopo passo, chi con il proprio lavoro e la propria attività quotidiana rende il mondo più umano, chi semina bellezza per dissetare ricerche di gratuità, chi vive il rispetto mite per gli esseri viventi e per le cose, tutti costoro sono persone disponibili all’opera delicata dello Spirito. E’ una chiamata che attraversa tutta l’umanità e il cosmo stesso. Lo spirito soffia nel desiderio umano di pane e di dignità, nella ricerca di affetti e di riconoscimento, nella costruzione di relazioni di ospitalità e cura, nella gratuità di chi spende il tempo nella preghiera e di chi lo vive nel servizio e nella dedizione ad educare.

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo… ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”

L’incontro con Gesù risorto è anche invio: ora la sua presenza si fa vicina in modo nuovo nello Spirito. Gesù affida la sua promessa ai suoi discepoli dopo la Pasqua sul monte, come sul monte – secondo Matteo – aveva pronunciato il discorso in cui chiamava ‘beati’ tutti coloro che potevano scorgere nei suoi gesti la vicinanza di Dio. Li chiama ad andare e consegna anche una promessa. E’ una missione con orizzonti vasti: i discepoli sono inviati a tutti i popoli. Inviati a immergere (battezzare) nella vita di Gesù, a comunicare l’incontro con lui che coinvolge la vita, e a trasmettere le sue parole, la sua testimonianza. E’ un invio per far crescere persone libere capaci di ascolto della chiamata a seguirlo, capaci di vivere come lui ha vissuto, nel servizio. Ed è anche affidamento di una promessa. ‘Sarò con voi’: è questa la parola al cuore della speranza che sorregge la vita di chi segue Gesù.

e434c6d259c2155e427671bb95eb98cf

(Le Corbusier, Notre Dame du Haut Ronchamp)

Alcune riflessioni per l’oggi

Sostare sul volto di Dio come comunione conduce a pensare la vita personale e la vita di comunità. Siamo così chiamati a scoprire l’origine e  la radice della vita in un dono di relazione. Di qui siamo chiamati a compiere quell’immagine che è ancora promessa.

Essere docili all’agire dello Spirito non è facile: esige disponibilità interiore, libertà, coraggio nel lasciarsi condurre laddove lo Spirito attrae. “quando uno stormo si alza in volo – dice un proverbio africano – vuol dire che qualcuno per primo vi ha dato inizio”. Certamente esige ascolto, delle persone, delle situazioni, della natura. solamnete una vita più semplice può renderci sensibili a quella sintonia da trovare tra lo Spirito e il nostro spirito.

Insistenti segnali di esclusione e di chiusura sono presenti nella vita sociale: ‘andare’ è il verbo della missione. Ma missione non significa fare qualcosa, né entrare in una logica di proselitismo. La riflessione soprattutto dopo il Vaticano II ha condotto a scoprire che la chiesa non ha una missione, ma il suo essere stesso è missione, è coinvolgimento nell’invio di Gesù, è seguire le chiamate dello Spirito. Andare, vivere la missione oggi si declina nei termini del dialogo e dell’incontro, dell’ospitalità e della visita. Credere in un Dio comunione è oggi sfida a dire nella vita la fiducia nei rapporti e nel costruire tessiture di ‘noi’, di ascolto e di cura come luoghi in cui lasciare spazio al suo venire.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno B – 2015

75_259.00

(Pentecoste – William Congdon)

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Ci sono alcuni verbi che segnano le letture di questa festa: parlare (in altre lingue), camminare (secondo lo Spirito) e dare testimonianza. Sono tre verbi che riguardano la vita dei credenti. C’è poi un verbo che sintetizza la missione dello Spirito: vi guiderà… alla verità tutta intera.

Parlare in altre lingue. La narrazione della discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste, mentre il giorno stava per finire, nel momento inatteso e come dono, è espressa da Luca in una serie di immagini. E’ narrazione che reca in sé il tentativo di rendere tangibile un’esperienza interiore e profonda: la prima comunità dopo la morte di Gesù si trova investita di una forza nuova e vive un’esperienza di trasformazione e di apertura inattesa.

Per dire la discesa dello Spirito si fa così riferimento ai prodigi dell’esodo, al momento dell’alleanza e del dono della legge ad Israele (cfr. Es 19,3-20): ol vento, imprendibile e imprevedibile, il fuoco che investe e trasforma mutando la paura in coraggio, un parlare nuovo, capace di comunicare nelle lingue diverse. Lo Spirito inaugura un percorso diverso da quello di Babele: lì la pretesa di avere una sola torre e di imporre una sola lingua sotto un dominio che impone il silenzio, qui la possibilità di comunicare che rende ciascuno in grado di intendere nella propria lingua. Lì la pretesa di un potere unico, qui la presenza della diversità dei popoli. Lì un disegno di egemonia, qui il compimento delle promesse dei profeti (Gioele 3,1-5): ‘io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figlie le vostre figlie’. Dio rimane fedele ed è la sua fedeltà l’origine del dono dello Spirito per tutti i popoli della terra. La presenza dello Spirito è dono che rende presente la promessa di Dio a Babele, quando portò scompiglio nella costruzione della torre. Vento, fuoco e parola in lingue diverse rinviano ad una novità possibile, ad una apertura che rompe le chiusure, ad una diversità riconciliata di razze popoli e lingue: è un dono nuovo da accogliere di riconoscersi figli legati insieme, chiamati a costruire una storia di riconciliazione.

Camminare (secondo lo spirito). Il dono dello Spirito genera una vita nuova: ma è una vita in cui c’è da camminare con tutta la precarietà e i rischi del cammino. Camminare è accogliere la legge dello Spirito, legge di libertà e di dono di sé. Perché nella vita c’è la possibilità di un ripiegamento radicale: il vivere secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: tutto ciò Paolo lo sintetizza nell’espressione ‘legge della carne’. ‘Carne’ è qui sinonimo di ‘egoismo’, di una vita preoccupata di interessi, comodità e indifferente alla sofferenza dell’altro. Non è discorso dualista che disprezza la sessualità e la corporeità (come spesso si intende ‘la carne’), piuttosto Paolo indica come l’egoismo può segnare ogni aspetto dell’esistenza. A questo modo di intendere la vita si oppone radicalmente la ‘legge dello Spirito’. Una vita nell’apertura e che si comprende come cammino aperto a crescere a nuove comprensioni e maturazioni sempre nuove è una vita che porta frutto. I frutti sono “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni che indicano i tratti di una vita – in tutte le sue componenti – nella quale si apre la disponibilità a farsi orientare dalla forza dello Spirito.

Dare testimonianza “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

Il Paraclito ‘consolatore’ è colui che sta accanto e sostiene: è questo ciò che ha vissuto Gesù, e lo Spirito è presentato come presenza vicina di chi sarà il grande suggeritore – vi suggerirà ciò che dovrete dire -, e la grande guida – vi guiderà alla verità tutta intera-. Lo Spirito è indicato come presenza interiore, non racchiudibile, che starà così accanto nel momento della prova, nella faticosa testimonianza quotidiana. E’ lo Spirito di Cristo risorto vivente e da incontrare pur nelle contraddizioni della storia. La presenza dello Spirito è soffio silenzioso che guida all’esperienza dell’incontro con Gesù. E’ lui la verità tutta intera, una verità che non è dottrina da conoscere e di cui pensarsi padroni, ma persona vivente: ‘Io sono la via la verità e la vita’.

Lo Spirito guida e accompagna a lui perché totalmente rivolto a quanto Gesù ha compiuto: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Lo Spirito è presenza dono, capace di ospitalità. Il Iv vangelo parla dello Spirito come  presenza di accoglienza senza limiti nei confronti del Padre, presenza dono che introduce nella relazione tra Padre e Figlio, nella comunione dell’amore che è il volto di Dio: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

minoromero2006cast_499x785Alcune riflessioni per noi oggi

Parlare lingue nuove. 23 maggio 1915: con la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria l’Italia inaugurava il tempo tragico della ‘grande guerra’. Grande perché è stata diversa da tutte le guerre precedenti, grande perché è entrata in ogni famiglia e nelle piccole storie delle persone in una Europa che ha sperimentato come mai prima le sofferenze che la guerra reca con sè e l’assurdità di tanta violenza che ha prodotto dolore e morte. A distanza di tempo da quel giorno le domande sono molte. Ad un secolo di guerre devastanti è seguito un tempo di una guerra diffusa, costituita di tanti conflitti regionali, ma anche da una grande atmosfera di armamento globale, armamento delle coscienze, imbarbarimento delle attitudini verso l’altro, fondamentalismi religiosi e intolleranze razziste. E’ una atmosfera ammorbata quella che respiriamo nel quotidiano, dove la violenza diffusa è generatrice di guerra. In questo tempo in cui ritornano gli appelli alla violenza per scacciare violenze e orrori è da coltivare una memoria sulla assurdità della guerra, è da maturare attenzione alle cause dei conflitti in corso che generano vittime e devastazioni, è importante non lasciarsi vincere dall’indifferenza, lasciar spazio all’ascolto delle voci dei piccoli, di chi è colpito dalla violenza, e porre gesti di vicinanza. Parlare lingue nuove è oggi lasciare spazio al soffio dello Spirito che spinge a comunicare, a tracciare percorsi di pace e giustizia.

Camminare secondo lo Spirito. Lo spirito soffia in chi dà testimonianza al vangelo, e la testimonianza al vangelo è stare dalla parte dei poveri e vivere in solidarietà con loro. Romero è uno dei testimoni delle esigenze del vangelo che ha pagato con la vita la sua scelta per la giustizia, la scelta di alzare la voce contro le sopraffazioni e si è scontrato con chi nella chiesa cercava il compromesso con il potere. Mons. Oscar Arnulfo Romero ucciso il 24 marzo 1990 sarà riconosciuto beato ufficialmente dalla chiesa sabato 23 maggio. In questa occasione è opportuno riflettere sulle parole di Jon Sobrino, uno dei gesuiti sopravvissuti al massacro del 16 novembre 1989 alla Università Centro Americana di El Salvador perché si trovava in Thailandia in quel momento (“La Stampa-Vatican Insider”, 21 maggio 2015): «Sul serio… lo dico sul serio: non mi è mai interessata la beatificazione di Romero (…) Quando l’hanno ammazzato, la gente di qui – non gli italiani e nemmeno in Vaticano – ma i salvadoregni, i nostri poveri, hanno detto subito: ‘È santo!’. Pedro Casaldaliga quattro giorni dopo ha scritto un gran poema: ‘¡San Romero de América, pastor y mártir nuestro!’. Ricorda che anche Ignacio Ellacuria, abbattuto a pochi metri da qui, «tre giorni dopo l’assassinio di Romero ha detto Messa in un aula della Uca, e nell’omelia ha detto: ‘Con monsignor Romero Dio è passato per El Salvador'”. “Ero in Tailandia quel giorno e per questo non mi hanno ucciso, ho visto correre il sangue di molta gente nel Salvador, non mi interessano le beatificazioni, spero che le mie parole aiutino a conoscere di più e meglio Ellacuria, vediamo se seguiamo il suo cammino, questo è quello che mi interessa”. La beatificazione di Romero, ‘martire degli incontri’ dovrebbe porre interrogativi sul cambiamento dello stile di chiesa in una chiara determinazione a vivere il vangelo in modo incarnato nella storia, realizzando percorsi di chiesa come popolo di Dio, stando dalla parte degli ultimi e delle vittime.

Dare testimonianza. Una parola di frère Roger di Taizé a dice anni dalla sua morte: “Non arrestarti mai, cammina con i tuoi fratelli, corri verso la meta, seguendo le tracce di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno B – 2015

Reidersche_Tafel_c_400_AD

Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. – Bayerisches Museum, München

At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. ‘Tornerà’: con questo annuncio inizia il libro degli Atti degli apostoli. Dopo la risurrezione Gesù non può essere incontrato come prima, ma si fa incontro in modo nuovo: l’umiliato nella morte, tornerà come il vivente. La sua presenza non è solo attesa, ma sin d’ora è possibile vivere l’esperienza d’incontro con lui in modo nuovo, nella comunità, nei segni da lui lasciati in sua memoria, nell’operare dello Spirito che anima la missione dei credenti. Tornerà ma anche ritorna nel presente e si dà ad incontrare: non c’è solo un futuro da aspettare ma c’è un presente in cui immergersi.

Gli apostoli sono protesi al futuro, sono curiosi rispetto a ‘i tempi e i momenti’. Ma Gesù li distoglie da questo, indica piuttosto di volgere lo sguardo non al cielo ma al quaggiù, al presente, per poter sperimentare sin d’ora la sua presenza in modo nuovo. Li invita a vivere un attendere fondato sulla promessa, ‘la promessa del Padre’, ad accogliere la discesa dello Spirito, forza della testimonianza. Promessa del Padre è un coinvolgimento di tutti nella morte e risurrezione di Gesù: l’essere immersi (battezzati) nello Spirito Santo e ricevere da lui forza.

Lo Spirito è il dono di Cristo risorto: la presenza di Gesù si attua in modo nuovo nell’azione dello Spirito. Dopo la Pasqua non sarà più possibile incontrarlo come prima ma in modalità diverse. La sua presenza è reale e interiore. ‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube è immagine biblica che suggerisce una presenza di Dio vicina eppure nascosta, rinvia alle teofanie. E’ qui usata per indicare che Gesù è vivente nello spazio di Dio, uno spazio altro rispetto alla dimensione umana, e nel medesimo tempo la sua presenza continua nei segni che ci ha lasciato: lo Spirito introduce all’esperienza dell’incontro con lui nella fede e rende testimoni della sua risurrezione. D’ora in poi l’incontro con Gesù sarà vissuto nell’incontro con qualcuno che testimonia le sue parole, i suoi gesti. Nella forza dello Spirito, ci sarà qualcuno che parla di lui e vive la strada da lui percorsa: ‘voi mi sarete testimoni’. La sua presenza è affidata alla testimonianza.

Anche nell’ultima pagina del vangelo di Marco sono riportate le parole di Gesù che invia i suoi ad annunciare il vangelo. I discepoli sono presentati come presi dal dubbio, segnati dall’incredulità. E’ un quadro realistico e per certi aspetti sconfortante. Nonostante il cammino con Gesù il loro cuore è indurito incapace di fede. Eppure proprio a loro viene detto: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”.

Gesù li invia a continuare quanto egli ha vissuto, l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12). Non li invita al proselitismo, piuttosto chiede loro solamente di continuare i segni di liberazione da lui vissuti (Mc 1,32-34). Nel partire e nell’annunciare sperimentano da subito una presenza nuova del Signore e la fecondità dell’agire dello Spirito: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

Il cammino dei discepoli è come quello del cieco che si apre al ‘vedere’ solamente per opera di Gesù che lo ‘rialza’ e poi si mette a seguire Gesù lungo la strada (cfr. Mc 10,46-52). La potenza della risurrezione apre ad un vedere nuovo, fa passare dall’incredulità al credere, e di qui a vivere la vita sulla strada percorsa da Gesù stesso, seguendo il suo cammino, riproponendo i gesti di lui.

Ascensione è festa della comunità. Gesù nella risurrezione, non abbandona i suoi, dona la presenza dello Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. La molteplicità di doni e la diversità di servizi, frutto dell’azione dello Spirito sono per l’edificazione del corpo di Cristo, un corpo fatto di tante presenze, dove nessuno è escluso e dove ognuna e ognuno può scoprire il proprio posto: “E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo”. In Cristo si attua una chiamata di tutta l’umanità e di tutto il cosmo.

Al cuore della festa dell’ascensione sta l’annuncio dell’incontro nuovo con Cristo iniziato nella Pasqua: nella sua umanità Gesù sale al Padre. In questo salire, nella sua risurrezione, coinvolge tutta la realtà umana. Pasqua di Cristo che si fa Pasqua dell’umanità intera. E’ quanto la preghiera esprime: “Esulti di santa gioia la tua chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, perché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria”.

DSCF5745Alcune osservazioni per noi oggi

L’agire dei testimoni, pur segnati dalla fatica e dall’incredulità,  a questo solo è invitato, a porre segni che ripropongano i segni del passare di Gesù. Si potrebbe tentare di tradurre i segni che Gesù chiede di compiere: scacciare i demoni è interpretabile nella linea di lottare contro tutte le forze di male, contro le oppressioni che deturpano l’immagine di Dio presente in ogni persona, contro le diverse forme della violenza. Parlare lingue nuove oggi può essere inteso come invito ad essere creativi nel comunicare con gli altri, nello scoprire vie nuove per dare spazio alla parola, vincendo i silenzi dell’indifferenza, gettando ponti e opponendosi alla costruzione di muri, nello scoprire i nuovi linguaggi non verbali della accoglienza generosa. Prendere in mano i serpenti è forse traducibile nei termini di un nuovo rapporto con tutto ciò che appartiene alla terra, con il mondo animale, le piante, la natura, nel percorrere vie di cura e salvaguardia. Imporre le mani ai malati può significare oggi trovare spazio nelle ore dei giorni per tendere la mano a chi fa fatica ed è nella malattia,  dire a chi soffre, con il tendere la mano, una vicinanza e una compagnia che diventano respiro di speranza. Questi sono i segni della Pasqua e della risurrezione, e là dove sono presenti questi segni c’è vangelo, bella  notizia, da accogliere, da cui lasciarsi cambiare.

La pagina della lettera agli Efesini parla di una comunità dove sono presenti tanti doni e dove a ciascun uomo e donna è data occasione di mettere a disposizione il proprio dono per una edificazione comune. È provocazione a pensare una comunità in stato di servizio, e soprattutto a considerare l’importanza di doni diversi che contribuiscono alla costruzione di un ‘noi’ ecclesiale. In un momento in cui tante sfide si pongono alla vita delle comunità sarebbe importante dare spazio e importanza a diverse forme di servizio e riconoscere anche nuove modalità di ministeri per la vita e la crescita di un noi ecclesiale che trae la sua origine dal dono dello Spirito fonte dei doni e primo costruttore della comunione.

E’ anche una provocazione a pensare la vita di una chiesa che sia custode di percorsi di umanità e di umanizzazione. Edificare un noi, in cui i doni di ciascuno siano al servizio degli altri: è progetto di una umanità capace di solidarietà, è provocazione ad intendere la vita in rapporto all’altro come responsabilità e come dono. E’ anche suggerimento a pensare che l’incontro con Cristo e la vita della chiesa nascosta nei cuori è presente e cresce là dove vi è qualcuno che con le sue scelte, nel suo agire e con la sua dedizione costruisce legami di incontro e di pace, edifica relazioni viventi di comprensione e ospitalità.
Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno B – 2015

Cima_da_Conegliano,_Cristo_in_pietà_sostenuto_dalla_Madonna,_Nicodemo_e_san_Giovanni_Evangelista_con_le_Marie,_bis

(Cima da Conegliano, Cristo in pietà sostenuto dalla Madonna, Nicodemo e Giovanni Evangelista con le Marie, Gallerie dell’Accademia – Venezia)

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

La promessa di Dio attraversa la storia, ed è continuamente riproposta in una vicenda colma di contraddizioni e di interruzioni. La pagina che sintetizza il cammino di Israele tratteggia lo stile con cui Dio guida la storia. L’infedeltà del popolo, il non ascolto dei messaggeri, i profeti, vien così vista come causa nascosta dietro il disastro dell’esilio. Il Dio dei padri si prende cura con attenzione e passione. Il suo agire è in vista di salvezza e non viene meno, è senza riposo, non ha termine. Esso si attua con la chiamata di uomini e donne che divengono portatori della parola, richiami dell’alleanza. Messaggeri, figure di mediatori, chiamati ad essere protavoce, testimoni, richiami viventi ad una parola di promessa che non viene meno. L’agire di Dio è libero e non si lascia rinchiudere né dall’infedeltà, né dall’assenza di risposta. La vicenda dell’esilio è così letta come conseguenza di un rifiuto di accogliere l’alleanza proposta con premura e ripetutamente. E Dio non si stanca di offrire salvezza. Ad un certo punto suscita lo spirito di Ciro, re di Persia, un pagano, che con il suo editto di liberazione apre la possibilità al popolo d’Israele di uscire dall’esilio, di ritornare alla terra promessa. Ciro il re pagano, dominatore di un nuovo impero è visto come portavoce, suo malgrado, senza consapevolezza, di liberazione e di un cammino nuovo per il popolo d’Israele. L’editto del nuovo re che apre la possibilità di ritorno dall’esilio è così letto come un segno della premura di Dio stesso che ci raggiunge sempre dentro la storia e attraverso l’operare umano che fa procedere una storia di salvezza.

“Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” L’autore della lettera agli Efesini insiste sull’azione di Dio: la salvezza giunge per grazia e proviene da un dono di misericordia. La salvezza non è prodotto umano, né è esito delle opere, ma un dono. E’ una prospettiva che contrasta ogni visione religiosa che pone al centro il merito dell’uomo e la grandezza dell’operare umano. Queste parole ci riportano al cuore dell’esperienza di fede, ad un essere creati secondo un disegno di bontà: ci ha creato per le opere buone. C’è un rovesciamento di ogni concezione che mette l’efficienza e il vanto umano al centro. La salvezza irrompe come dono da accogliere nella fede come affidamento. Non c’è alcun motivo di vanto nell’esperienza di fede: unico vanto possibile sta nello scoprire l’agire di Dio in se stessi e nella storia. Da qui sorge una storia nuova. ‘Camminare in opere belle’ è espressione che indica una direzione per divenire ciò che siamo. L’esperienza della fede non può essere confusa con una teoria che non tocca l’esistenza, o con una ideologia religiosa che garantisce lo status quo, si compie piuttosto nel coinvolgimento della vita: è un camminare. Ed è camminare in fedeltà ad un atto creativo: creati per un operare buono, di salvezza nella responsabilità per la vita degli altri, per la vita in tutte le sue espressioni.

Nicodemo, come tutti i personaggi nel IV vangelo, è una figura simbolo, un paradigma in cui molti altri si possono riconoscere. E’ il maestro di Israele che, di notte, si reca da Gesù. E’ uomo di studio, capace di insegnare ad altri, tuttavia è anche inquieto ricercatore, capace di lasciarsi colpire da una parola nuova: la parola e la libertà di Gesù non lo lasciano indifferente e per questo va ad incontrarlo. Di notte si reca da lui; la notte è elemento simbolico carico di signifcato nel Iv vangelo. Il buio è simbolo di chiusura e d’incapacità legata ad un sapere che chiude, ed anche di rifiuto. In questo buio sta però una ricerca incerta. Nicodemo è figura complessa perché interroga e vive un desiderio. Gesù lo spiazza: a lui, maestro maturo dice che è necessario rinascere, tornare bambini, ricominciare di nuovo. Lo disorienta perché gli dice che rinascere non è sforzo nostro, ma viene dal soffio dello Spirito, Esige solamente attitudine di accoglienza, apertura ad un dono, che viene dall’alto. Nicodemo così deve rinascere dall’alto e di nuovo. Da oltre e con un nuovo inizio. Non è opera sua, non è frutto del suo sapere. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Nel cuore di Dio sta la premura che nulla vada perduto, che sia data vita, che tutti abbiano la vita. Vedere il regno di Dio, entrare nel regno di Dio. Non c’è condanna ma premura per la vita. Ma questo implica un rinascere, un lasciarsi prendere dal soffio dello Spirito. C’è una passione di Dio di vita per tutti. La vita eterna non è una dimensione futura, ma esperienza che può iniziare sin d’ora.

Per rinascere la questione fondamentale è entrare in una relazione con Gesù nel suo dare la vta fino alla fine. A questo punto sta il riferimento all’innalzamento. Gesù innalzato è Gesù visto nel suo essere posto sulla croce. E’ un paradosso. Colui che è appeso sulla croce dal punto di vista umano è un uomo abbassato, ridotto all’umiliazione alla sofferenza e al disprezzo. Non è l’innalzato ma l’abbassato. Eppure, il IV vangelo legge la croce come luogo alto, dove si attua un innalzamento: proprio nel suo essere innalzato il crocifisso è in grado di radunare attorno a sé tutti coloro che possono fissare su di lui lo sguardo. Il luogo dell’abbassamento cela in modo paradossale l’essere posto in alto, un movimento così di innalzamento, e diviene luogo dello svelarsi della gloria in una esistenza donata. L’essere innalzato è segno di vita donata, come nel deserto il serpente innalzato da Mosè sull’asta fu motivo di salvezza per il popolo (Num 21,4-9). Fissare lo sguardo su di lui è motivo di speranza e di vita. Sulla croce secondo il IV vangelo Gesù diviene centro di un raduno che coinvolge vicini e lontani: per trovare e ricevere vita. E in quanto innalzato sulla croce mostra lì la ‘gloria’ di Dio, lo spessore della sua vita, il suo amore. E’ questa la vita che Gesù è venuto a portare, vita eterna: Gesù mostra sulla croce il volto di Dio che ama. Per questo a Nicodemo Gesù spiega che non è inviato per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. E Nicodemo, sempre nel IV vangelo è indicato come uno tra coloro insieme a Giuseppe di Arimatea, che si presero cura del corpo di Gesù, dopo la sua morte, portando oli e profumo, mirra e aloe (Gv 19,39). Credere in Gesù si connota per il IV vangelo come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine.

 DSCF5561

Alcune riflessioni per noi oggi

Compito dei profeti è leggere la storia cercando di cogliere la chiamata di Dio presente e la rivelazione continua che si attua all’interno di una storia segnata dalla promessa. Israele ha imparato a leggere anche negli eventi drammatici come l’esilio un richiamo ad una relazione con Dio che non viene meno. Anche oggi viviamo le contraddizioni di una storia in cui la violenza, il terrore, la sopraffazione e l’esclusione sono presenti. Ci sono forze che si oppongono alla ricerca di vita buona e rifiutano ciò che costituisce il desiderio umano, la ricerca della pace e della vita, di dignità, lavoro e relazioni. In questa storia siamo chiamati a denunciare tutto ciò che costituisce tenebra, ma anche a scorgere i segni di una chiamata, le proposte da parte di Dio che non vuole che nulla vada perduto, che è appassionato per la vita. Lo sguardo profetico dovrebbe condurci a scorgere le figure di chi porta avanti la storia di alleanza, progetti di pace, di riconoscimento della preziosità di ogni vita quali messaggeri che Dio non si stanca di suscitare perché la storia proceda verso un fine di salvezza e di vita.

Tiziano Terzani poco dopo il settembre 2001, quando l’attentato alle torri gemelle di New York segnò l’inizio di una nuova stagione di guerra, cercava di richiamare ad una lettura profonda della storia per scorgerne le esigenze di una conversione alla pace e alla trasformazione in radice delle attitudini di odio in orizzonti di incontro. In questa provocazione a cogliere il presente come motivo di ripensamento richiamava le intuizioni di Gandhi, parole che hanno ancora una attualità sorprendente in un tempo di rinfocolamento di nuovi odi e intolleranze: “Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E’ un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi e a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. ‘Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. E aggiungeva: ‘Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza’” (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi Milano 2002, 38).

Nicodemo è figura complessa ed anche contradittoria: esprime una orgogliosa chiusura nel suo essere sapiente, e nello stesso tempo è uomo che si lascia interrogare. Esprime forse la contraddizione e la fatica presente in ognuno. Riceve la provocazione a rinascere, a concepire la vita non come conquista ma come dono, ad uscire da costruzioni frutto di una sua pretesa autosufficienza e da un sistema di cui era divenuto un ingranaggio. E’ provocato da Gesù a lasciarsi prendere da un soffio nuovo, da un respiro che lo apre ad una novità inedita nella sua stessa vita: è lo Spirito. Forse Nicodemo potrebbe raffigurare una chiesa che deve scendere dai piedistalli delle proprie certezze, per lasciarsi rinnovare profondamente, per cambiare sia nelle strutture ma anche nella percezione che al centro deve mettere la imprendibilità dello Spirito che soffia dove vuole ed è da ricercare al di fuori degli ambiti scontati. Solo se ci si apre a vivere una libertà di pensare la vita cristiana non come mantenimento di una dottrina intangibile, ma come esperienza di affidamento a Dio appassionato dell’umanità, nella chiamata a comunicare vita e salvezza per le persone, sta la possibilità di futuro in fedeltà al vangelo per le comunità oggi.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo