la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “storia”

II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

Annunci

Gesù e le prime comunità: tra storia e teologia

E’ appena uscito fresco di stampa l’ultimo volume della collana ‘Sul confine’ pubblicato dalla casa editrice Nerbini di Firenze:

A.Cortesi, G.Ibba (edd.), Gesù e le prime comunità cristiane. Tra storia e teologia, ed. Nerbini Firenze 2017

Per informazioni e richieste di copie del volume cliccare qui

copertina Ibba Cortesi.jpg

indice Ibba Cortesi

autori1

 

autori2

La Biblioteca dei domenicani di Pistoia: ottocento anni di storia

126_Coco_cop.jpg

E’ appena uscito il volume di Alberto Coco*, La biblioteca dei domenicani di Pistoia, (Collana Approfondimenti) ed. Nerbini, Firenze 2016. Pubblicazione curata in occasione dell’800° anniversario dell’Ordine domenicano.

Si può consultare l’indice del volume e leggere qui l’introduzione di Alessandro Cortesi.

dalla IV di copertina: “La storia della Biblioteca di san Domenico a Pistoia può essere appassionante per questo: può essere guardata come frammento di uno specchio in cui si rifrange non solo la storia di una comunità dell’Ordine presente a Pistoia dalla prima metà del XIII secolo e giunta dopo tante peripezie ai primi decenni del XXI, ma anche la storia della città, in un intreccio tra vita sociale e vita religiosa, e in uno svolgersi di stagioni con caratteristiche diverse. I libri recano con la loro presenza – e anche con la loro assenza, nel loro essere portati via magari in modo affrettato e avventuroso – la testimonianza di vicende travagliate che costituiscono il tessuto della storia umana” (AC).

* Alberto Coco, laureato in scienze politiche e in storia contemporanea, diplomato in biblioteconomia, lavora come bibliotecario della Biblioteca dei domenicani di Pistoia.

——–

Per richieste di copie del volume ci si può rivolgere alla segreteria del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’: info@domenicanipistoia.it

Europa in discussione

 

europa copertina 3

E’ appena uscito il volume

Europa in discussione (a cura di A.Cortesi), ed. Nerbini Firenze 2015

– pubblicazione promossa dal Centro Espaces Giorgio La Pira – Pistoia –

“Quando parliamo di Europa infatti non parliamo di qualcosa di altro dalla realtà in cui siamo ormai comunemente immersi, quotidianamente. Noi siamo Europa e non solo per ragioni di tipo storico, culturale o per i vincoli giuridici che abbiamo scelto nel corso dei decenni passati ma perché l’Europa è ormai il terreno coltivato dove crescono le vite di milioni di cittadini, i cui destini sono ormai intrecciati sia nel bene, le prospettive di un futuro migliore, sia nel male, la condivisione delle difficoltà presenti…” (dall’introduzione di Giovanni Paci)

INDICE DEL VOLUME

Giovanni Paci              Introduzione

Parte I – Unione europea: storia e diritti

Pietro Giovannoni      Introduzione storica

Vincenzo Caprara       Europa e diritti: tra diritti dichiarati e diritti negati

Parte II – Politica e quadro internazionale

Renzo Innocenti         Europa in discussione. Punti di crisi dell’Unione Europea e prospettive di uscita

Antonio Miniutti        Europa, quale destino?

Claudio Monge          Mediterraneo-Europa: uno sguardo al futuro nei rivolgimenti del presente dall’osservatorio turco

Parte III – Società, economia e lavoro

Filippo Buccarelli       Diritti, doveri, sfide per la cittadinanza europea

Sebastiano Nerozzi     Squilibri economici e unificazione politica: quale futuro per l’Europa?

Francesco Lauria        L’Europa e la scomparsa del futuro. Ritrovare il tempo nella crisi della rappresentanza sociale e della democrazia

Parte IV – Teologia

Alessandro Cortesi     Un’Europa diversa è possibile

Daniele Aucone            Antropologia del credere. Una sfida per la teologia in Europa

******

chi desidera ricevere una o più copie può farne richiesta scrivendo all’indirizzo mail: espacespistoia@gmail.com

IV domenica di Quaresima – anno B – 2015

Cima_da_Conegliano,_Cristo_in_pietà_sostenuto_dalla_Madonna,_Nicodemo_e_san_Giovanni_Evangelista_con_le_Marie,_bis

(Cima da Conegliano, Cristo in pietà sostenuto dalla Madonna, Nicodemo e Giovanni Evangelista con le Marie, Gallerie dell’Accademia – Venezia)

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

La promessa di Dio attraversa la storia, ed è continuamente riproposta in una vicenda colma di contraddizioni e di interruzioni. La pagina che sintetizza il cammino di Israele tratteggia lo stile con cui Dio guida la storia. L’infedeltà del popolo, il non ascolto dei messaggeri, i profeti, vien così vista come causa nascosta dietro il disastro dell’esilio. Il Dio dei padri si prende cura con attenzione e passione. Il suo agire è in vista di salvezza e non viene meno, è senza riposo, non ha termine. Esso si attua con la chiamata di uomini e donne che divengono portatori della parola, richiami dell’alleanza. Messaggeri, figure di mediatori, chiamati ad essere protavoce, testimoni, richiami viventi ad una parola di promessa che non viene meno. L’agire di Dio è libero e non si lascia rinchiudere né dall’infedeltà, né dall’assenza di risposta. La vicenda dell’esilio è così letta come conseguenza di un rifiuto di accogliere l’alleanza proposta con premura e ripetutamente. E Dio non si stanca di offrire salvezza. Ad un certo punto suscita lo spirito di Ciro, re di Persia, un pagano, che con il suo editto di liberazione apre la possibilità al popolo d’Israele di uscire dall’esilio, di ritornare alla terra promessa. Ciro il re pagano, dominatore di un nuovo impero è visto come portavoce, suo malgrado, senza consapevolezza, di liberazione e di un cammino nuovo per il popolo d’Israele. L’editto del nuovo re che apre la possibilità di ritorno dall’esilio è così letto come un segno della premura di Dio stesso che ci raggiunge sempre dentro la storia e attraverso l’operare umano che fa procedere una storia di salvezza.

“Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” L’autore della lettera agli Efesini insiste sull’azione di Dio: la salvezza giunge per grazia e proviene da un dono di misericordia. La salvezza non è prodotto umano, né è esito delle opere, ma un dono. E’ una prospettiva che contrasta ogni visione religiosa che pone al centro il merito dell’uomo e la grandezza dell’operare umano. Queste parole ci riportano al cuore dell’esperienza di fede, ad un essere creati secondo un disegno di bontà: ci ha creato per le opere buone. C’è un rovesciamento di ogni concezione che mette l’efficienza e il vanto umano al centro. La salvezza irrompe come dono da accogliere nella fede come affidamento. Non c’è alcun motivo di vanto nell’esperienza di fede: unico vanto possibile sta nello scoprire l’agire di Dio in se stessi e nella storia. Da qui sorge una storia nuova. ‘Camminare in opere belle’ è espressione che indica una direzione per divenire ciò che siamo. L’esperienza della fede non può essere confusa con una teoria che non tocca l’esistenza, o con una ideologia religiosa che garantisce lo status quo, si compie piuttosto nel coinvolgimento della vita: è un camminare. Ed è camminare in fedeltà ad un atto creativo: creati per un operare buono, di salvezza nella responsabilità per la vita degli altri, per la vita in tutte le sue espressioni.

Nicodemo, come tutti i personaggi nel IV vangelo, è una figura simbolo, un paradigma in cui molti altri si possono riconoscere. E’ il maestro di Israele che, di notte, si reca da Gesù. E’ uomo di studio, capace di insegnare ad altri, tuttavia è anche inquieto ricercatore, capace di lasciarsi colpire da una parola nuova: la parola e la libertà di Gesù non lo lasciano indifferente e per questo va ad incontrarlo. Di notte si reca da lui; la notte è elemento simbolico carico di signifcato nel Iv vangelo. Il buio è simbolo di chiusura e d’incapacità legata ad un sapere che chiude, ed anche di rifiuto. In questo buio sta però una ricerca incerta. Nicodemo è figura complessa perché interroga e vive un desiderio. Gesù lo spiazza: a lui, maestro maturo dice che è necessario rinascere, tornare bambini, ricominciare di nuovo. Lo disorienta perché gli dice che rinascere non è sforzo nostro, ma viene dal soffio dello Spirito, Esige solamente attitudine di accoglienza, apertura ad un dono, che viene dall’alto. Nicodemo così deve rinascere dall’alto e di nuovo. Da oltre e con un nuovo inizio. Non è opera sua, non è frutto del suo sapere. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Nel cuore di Dio sta la premura che nulla vada perduto, che sia data vita, che tutti abbiano la vita. Vedere il regno di Dio, entrare nel regno di Dio. Non c’è condanna ma premura per la vita. Ma questo implica un rinascere, un lasciarsi prendere dal soffio dello Spirito. C’è una passione di Dio di vita per tutti. La vita eterna non è una dimensione futura, ma esperienza che può iniziare sin d’ora.

Per rinascere la questione fondamentale è entrare in una relazione con Gesù nel suo dare la vta fino alla fine. A questo punto sta il riferimento all’innalzamento. Gesù innalzato è Gesù visto nel suo essere posto sulla croce. E’ un paradosso. Colui che è appeso sulla croce dal punto di vista umano è un uomo abbassato, ridotto all’umiliazione alla sofferenza e al disprezzo. Non è l’innalzato ma l’abbassato. Eppure, il IV vangelo legge la croce come luogo alto, dove si attua un innalzamento: proprio nel suo essere innalzato il crocifisso è in grado di radunare attorno a sé tutti coloro che possono fissare su di lui lo sguardo. Il luogo dell’abbassamento cela in modo paradossale l’essere posto in alto, un movimento così di innalzamento, e diviene luogo dello svelarsi della gloria in una esistenza donata. L’essere innalzato è segno di vita donata, come nel deserto il serpente innalzato da Mosè sull’asta fu motivo di salvezza per il popolo (Num 21,4-9). Fissare lo sguardo su di lui è motivo di speranza e di vita. Sulla croce secondo il IV vangelo Gesù diviene centro di un raduno che coinvolge vicini e lontani: per trovare e ricevere vita. E in quanto innalzato sulla croce mostra lì la ‘gloria’ di Dio, lo spessore della sua vita, il suo amore. E’ questa la vita che Gesù è venuto a portare, vita eterna: Gesù mostra sulla croce il volto di Dio che ama. Per questo a Nicodemo Gesù spiega che non è inviato per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. E Nicodemo, sempre nel IV vangelo è indicato come uno tra coloro insieme a Giuseppe di Arimatea, che si presero cura del corpo di Gesù, dopo la sua morte, portando oli e profumo, mirra e aloe (Gv 19,39). Credere in Gesù si connota per il IV vangelo come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine.

 DSCF5561

Alcune riflessioni per noi oggi

Compito dei profeti è leggere la storia cercando di cogliere la chiamata di Dio presente e la rivelazione continua che si attua all’interno di una storia segnata dalla promessa. Israele ha imparato a leggere anche negli eventi drammatici come l’esilio un richiamo ad una relazione con Dio che non viene meno. Anche oggi viviamo le contraddizioni di una storia in cui la violenza, il terrore, la sopraffazione e l’esclusione sono presenti. Ci sono forze che si oppongono alla ricerca di vita buona e rifiutano ciò che costituisce il desiderio umano, la ricerca della pace e della vita, di dignità, lavoro e relazioni. In questa storia siamo chiamati a denunciare tutto ciò che costituisce tenebra, ma anche a scorgere i segni di una chiamata, le proposte da parte di Dio che non vuole che nulla vada perduto, che è appassionato per la vita. Lo sguardo profetico dovrebbe condurci a scorgere le figure di chi porta avanti la storia di alleanza, progetti di pace, di riconoscimento della preziosità di ogni vita quali messaggeri che Dio non si stanca di suscitare perché la storia proceda verso un fine di salvezza e di vita.

Tiziano Terzani poco dopo il settembre 2001, quando l’attentato alle torri gemelle di New York segnò l’inizio di una nuova stagione di guerra, cercava di richiamare ad una lettura profonda della storia per scorgerne le esigenze di una conversione alla pace e alla trasformazione in radice delle attitudini di odio in orizzonti di incontro. In questa provocazione a cogliere il presente come motivo di ripensamento richiamava le intuizioni di Gandhi, parole che hanno ancora una attualità sorprendente in un tempo di rinfocolamento di nuovi odi e intolleranze: “Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E’ un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi e a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. ‘Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. E aggiungeva: ‘Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza’” (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi Milano 2002, 38).

Nicodemo è figura complessa ed anche contradittoria: esprime una orgogliosa chiusura nel suo essere sapiente, e nello stesso tempo è uomo che si lascia interrogare. Esprime forse la contraddizione e la fatica presente in ognuno. Riceve la provocazione a rinascere, a concepire la vita non come conquista ma come dono, ad uscire da costruzioni frutto di una sua pretesa autosufficienza e da un sistema di cui era divenuto un ingranaggio. E’ provocato da Gesù a lasciarsi prendere da un soffio nuovo, da un respiro che lo apre ad una novità inedita nella sua stessa vita: è lo Spirito. Forse Nicodemo potrebbe raffigurare una chiesa che deve scendere dai piedistalli delle proprie certezze, per lasciarsi rinnovare profondamente, per cambiare sia nelle strutture ma anche nella percezione che al centro deve mettere la imprendibilità dello Spirito che soffia dove vuole ed è da ricercare al di fuori degli ambiti scontati. Solo se ci si apre a vivere una libertà di pensare la vita cristiana non come mantenimento di una dottrina intangibile, ma come esperienza di affidamento a Dio appassionato dell’umanità, nella chiamata a comunicare vita e salvezza per le persone, sta la possibilità di futuro in fedeltà al vangelo per le comunità oggi.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento – anno C – 2012

DSCF2666Bar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare… Luca è attento ad indicare date e nomi, luoghi e indicazioni geografiche. Ricostruisce così un quadro di tempo e di spazio in cui la vicenda di Gesù si inserisce. E la sua attenzione si concentra su Giovanni il Battista e il messaggio al centro della sua vita.

Si potrebbero cogliere alcuni aspetti propri di questa pagina che divengono motivo di riflessione per il nostro cammino di fede oggi.

Luca colloca Gesù in una storia: non è preoccupato di costruire una biografia di Gesù – i vangeli non sorgono come opera di cronaca e con intenti biografici – ma è molto attento nell’indicare che la vicenda di Gesù è quella di un uomo, membro del popolo d’Israele che s’inserisce in una storia ed in un tempo. Parlare di Gesù, per Luca, implica riferirsi ad una vicenda storica, concreta di un uomo che ha incrociato altre persone: in particolare per lui è stato importante un incontro che ha segnato una svolta nella sua vita, con Giovanni Battista.

In questa storia Luca evidenzia il peso dei grandi imperi e delle vicende politiche e di spartizione di territori e di aree di potere. Legge anche la presenza di una autorità religiosa indicata nei capi del sinedrio, punto di riferimento del sistema religioso del tempo.

Ma in questa storia, segnata da capi e da autorità che rappresentano i sistemi del potere, politico e religioso, Luca improvvisamente fa scorgere uno squarcio che apre questa storia ad un’altra dimensione. Non solo apre a considerare che in questa storia è da ricercare la presenza dell’agire di Dio, ma l’attenzione alla parola di Dio smaschera una storia fatta dai dominatori come storia di grandezze fatue e instabili. La presenza di ciò che rimane, della Parola va cercata altrove.

Dopo aver parlato dei poteri politici e religiosi infatti Luca improvvisamente conclude: “la parola di Dio venne su Giovanni”. Giovanni il Battista si fa accogliente della parola di Dio che scende. In questa storia, in cui sembra che gli attori principali e unici siano i potentati umani, v’è una dimensione presente e nascosta: è l’agire della parola che non segue le logiche del potere umano, ma segue altre vie ed emerge altrove. Non nel dominio dell’imperatore o nel potere dei sacerdoti nel tempio, ma nella vicenda di un profeta che si allontana da Gerusalemme, che lascia la sua famiglia di origine sacerdotale per dedicarsi totalmente ad un annuncio di preparazione ad un intervento imminente di Dio nella storia. La parola di Dio scende nel deserto. E il deserto si contrappone alle sedi delle coorti imperiali presiedute dal prefetto, dai palazzi ellenistici costruiti da Erode, vassallo dei romani, e dal Tempio di Gerusalemme, sede dei sommi sacerdoti e della classe sacerdotale.

Mi sembra che Luca suggerisca così due atteggiamenti da coltivare: il primo è l’attenzione alla vicenda di Gesù stesso radicata in una storia. E’ stato veramente uomo e va ascoltata  e letta la storia in cui egli ha vissuto. Ma la storia va letta non lasciandosi prendere dalla visibilità dei dominatori, ma alla ricerca dello scendere della Parola di Dio. Questa storia va letta anche per comprendere quale via Gesù ha seguito, che tipo di umanità ha indicato con il suo cammino umano. In particolare il fatto che Gesù sia stato affascinato dalla presenza del Battista – un dato indiscusso del suo percorso storico – costituisce una domanda che Luca apre. Come mai Gesù vide in Giovanni qualcuno di importante per  il suo cammino? Perché proprio il Battista, questo profeta che lasciò la sua famiglia di stirpe sacerdotale – figlio di Zaccaria – per recarsi nel deserto, lontano da Geruslaemme, dal sistema religioso e lontano dai centri del potere politico? E poi in quale modo Gesù si distaccò anche da Giovanni presentando un annuncio ed un volto di Dio diverso da quello del Battista?

In secondo luogo Luca suggerisce di sostare sulla dimensione del deserto, dove Giovanni si reca e dove la Parola si rende presente. E’ il percorso scelto da Gesù quando si recò dal Battista nel deserto. E’ anche il passaggio richiesto ad ognuno che desideri seguire Gesù. Il deserto è luogo che  rinvia all’esodo e all’esilio, luogo in cui scoprire una dimensione di pellegrinaggio e di cammino come aspetto costitutivo dela fede stessa: il deserto è luogo di conversione alla parola, al modo di agire di Dio, luogo di incontro con Dio senza appoggi umani. Una fede in cammino, sciolta, libera, capace di cambiamento e di mettersi in discussione. Spoglia di certezze che derivano da costruzioni culturali, di potere e racchiuse in sistemi religiosi, ma alla ricerca del soffio della Parola. Un invito ad un fede povera, ma per questo più autentica, nel seguire il cammino di Gesù e nel riscoprire il suo cammino umano…

Alessandro Cortesi op

 

 

L’immagine del crocifisso

La raffigurazione del crocifisso e la croce di Giotto 

(in rapporto ad una visita a santa Maria Novella a Firenze) 

La prima immagine della croce e del crocifisso che possediamo è una caricatura che proviene da qualcuno che intendeva irridere i cristiani, un graffito del II secolo, ritrovato sul Palatino a Roma, raffigurante un crocifisso con la testa d’asino.

Eppure anche nella sua irrisione questa immagine ci parla di qualcosa di importante e di vero perché i cristiani sono essenzialmente comunità in cammino chiamata a vivere la pasqua: come gli ebrei nell’esodo uscendo dalla terra di schiavitù d’Egitto si trovarono a seguire gli asini selvatici, così i cristiani erano visti come coloro che stavano al seguito di un condannato al supplizio. Cercare il volto di Gesù è mettersi in cammino in un peregrinare talvolta senza esito.

A confronto con il Cristo rappresentato senza barba e con i tratti di un giovane, seduto su di una roccia ed appoggiato ad una croce in forma di scettro, nel mosaico di una lunetta del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (della prima metà del V sec.), il contrasto era stridente.

Ripercorrere questa ricerca è affascinante perché si scopre innanzitutto che ci vollero alcuni secoli prima che il volto di Gesù trovasse modo di esser raffigurato. Le più antiche immagini presentano Gesù come maestro, come colui che consegna la legge (nel famoso sarcofago di Giunio Basso), o guaritore (nell’immagine il sarcofago di Giunio Basso)

Ma bisogna attendere il V secolo per ritrovare la prima raffigurazione del Cristo sulla croce, in una tavoletta della porta lignea di s.Sabina a Roma, in atteggiamento di preghiera con le mani aperte a croce, vestito come un lottatore, in mezzo a due crocifissi e sullo sfondo delle edicole

L’annuncio cristiano si fonda su un paradosso e proclama la salvezza come dono proveniente da un crocifisso. Questo fece difficoltà sin dagli inizi nelle comunità cristiane e le prime forme di eresie si sviluppano attorno al rifiuto della morte di Cristo. Al momento della croce Gesù sarebbe stato sostituito e sarebbe salito al cielo.

Nei primi secoli la croce era per lo più raffigurata come simbolo che già racchiudeva il riferimento alla risurrezione, e per questo presentata come attorniata da una corona di alloro in alcuni antichi sarcofagi cristiani o tempestata di gemme ad esempio nel mosaico dell’abside di s.Apollinare in Classe a Ravenna (VI sec.): la croce è allora simbolo del Cristo risorto e segno della gloria.

Da qui si svilupperà l’iconografia del Cristo signore del cosmo (pantocratore), seduto in trono come nei grandi catini absidali, spesso con un gesto della mano destra che benedice, come nella Pala d’oro della basilica di san Marco a Venezia, e addirittura gravido di tutti coloro che saranno nella storia la schiera dei credenti nella sua risurrezione, come nel grande mosaico di san Miniato al Monte a Firenze (siamo già alla fine del XIII sec.).

Nell’affresco della crocifissione di s.Maria antiqua a Roma Cristo appare in croce ma vestito, con il colobium e con gli occhi aperti nel momento in cui un soldato lo trafigge con la lancia. E’ preminente il riferimento alla vita che vince la morte. C’è un profondo rapporto con l’interpretazione dei vangeli: è il crocifisso che è risorto, è il medesimo. Il risorto reca le piaghe del crocifisso ed esprime come la risurrezione sia in rapporto con tutta la sua vita.

L’arte bizantina intende la raffigurazione di Cristo come finestra visibile che rinvia all’invisibile volto glorioso del Risorto, ed è protesa, soprattutto attraverso lo splendore dei mosaici d’oro a rappresentare l’apertura sulla città celeste e sul mondo dischiuso dalla risurrezione. Ma l’Oriente è anche segnato dalla terribile lotta per le immagini che attraversa i secoli VII e VIII: se da un lato è presente una tradizione delle icone come opere per la devozione e la preghiera, è anche forte la sollecitazione a non raffigurare ciò che non può essere rappresentato secondo i modelli umani, per non ridurre il divino alla misura umana.

In Occidente in epoca medioevale inizia a svilupparsi la rappresentazione del Cristo in croce: in Italia, nell’area toscana e in Umbria tra XI e XII secolo trovano diffusione la cosiddette croci dipinte: immagini del crocifisso con a fianco le storie della sua vita narrate per via di raffigurazioni sulle tavole di queste croci lignee.  Al centro sta l’immagine del Cristo con gli occhi aperti, il Cristo vittorioso della morte: la sua umanità è raffigurata nei tratti di un corpo crocifisso (nell’immagine la croce di maestro Guglielmo di Sarzana del 1138).

Oppure, secondo un secondo tipo, il Cristo sofferente sempre più uomo anche nella raffigurazione che ne delinea i tratti del corpo umano e i segni della sofferenza, con gli occhi chiusi: Cimabue e Giotto sono i protagonisti principali di questo momento di svolta nell’arte, ispirato anche dalla predicazione degli ordini mendicanti.

Alcune di queste rappresentazioni, come ad es. Cimabue (nella chiesa di san Domenico a Arezzo e a santa Croce a Firenze) riprendono l’interpretazione del Nuovo Testamento della croce di Cristo: come il serpente innalzato da Mosè nel deserto era causa di salvezza per coloro che lo guardavano così il crocifisso innalzato è fonte di vita e di salvezza (cfr. Gv 3,14-15). Di qui l’usanza di costruire croci enormi da vedere da lontano.

Ma si sviluppa anche una ripresa dell’interpretazione eucaristica che rinvia alle parole dell’ultima cena. Nell’ultima cena Gesù aveva dato una interpretazione di salvezza alla sua morte, al suo sangue versato. Esso è ‘per voi’. Questa interpretazione fa riferimento alla liturgia ebraica del sacrificio e in particolare ai riti dello Yom Kippur, quando il sommo sacerdote dopo l’uccisione di animali con il loro sangue entrava nel Santo dei santi e aspergeva il coperchio dell’arca dell’alleanza. Con questo rito si realizzava l’espiazione come movimento di Dio verso il popolo peccatore, il ristabilimento della comunione come dono da parte di Dio.

Nella croce di Giotto Cristo è quasi disteso su di un tappeto, con la presenza a fianco dei dolenti.

La sottolineatura propria del crocifisso di Giotto sulla corporeità di Gesù, sulla sua umanità reale è un elemento che riporta alla dimensione della sua esistenza come motivo della sua morte, provocata dall’ostilità dei poteri religiosi e politici del tempo. Ma la raffigurazione di Giotto rinvia anche all’interpretazione che Gesù diede della sua morte e che il Nuovo Testamento ha ripreso. La salvezza non proviene dal successo, dal potere, dal denaro, ma viene da una esistenza vissuta nel dono e nel servizio, fino alla fine, dall’amore che serve. Gesù è quindi accostato al coperchio dell’arca coperto di sangue. Ma con la notazione della lettera agli ebrei ‘è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri’. Cristo è il luogo in cui si rende possibile la comunione con Dio che proviene dal dono della sua vita come solidarietà e servizio.

Ma c’è anche una seconda grande interpretazione della morte di Gesù che si riflette nella croce di Giotto. Il angue che scende dal costato di Gesù, va a toccare le rocce sottostanti fino a raggiungere il teschio di Adamo. La raffigurazione del teschio di Adamo si ricollega ala leggenda che voleva che il Calvario sorgesse sul luogo della sepoltura di Adamo. Ma a questa raffigurazione sottosta l’interpretazione che nel Nuovo Testamento lega insieme Cristo e Adamo. Adamo rappresenta il primo uomo, che ha nutrito la pretesa di farsi come Dio, di prendere per sé la condizione divina e ha così vissuto la disobbedienza il non ascolto. Gesù costituisce invece il nuovo Adamo. Porta a compimento il nuovo uomo che vive nell’obbedienza fino alla fine al Padre e per questo riconduce l’uomo alla sua autentica immagine. Queste tematiche sono svolte nella prima lettera ai Corinzi al cap. 15 e nella lettera ai Romani al cap. 5. La risurrezione di Cristo è presentata da Paolo come primizia di nuova umanità.

La figura dell’uomo è in tal modo posta al centro: si tratta di una sottolineatura che dà valore e importanza a tutte le componenti dell’umanità, in contrasto con le visioni di separazione che disprezzano la dimensione corporea e la vita terrena. L’umanità di Cristo è una umanità bella, compiuta che fa scorgere la bellezza della immagine voluta da Dio nella creazione. Il crocifisso inchiodato al legno, vive la sofferenza ma la sua è una sofferenza trasfigurata: egli regna perché la sua morte è stato passaggio alla risurrezione, ad una vita nuova.

La sua è una bellezza che dice anche la dignità di tutti i crocifissi della storia, e richiama alla dignità di ogni persona, sia essa dotata e di alto livello sociale sia essa senza capacità e di condizioni umili. Ogni volto umano è portatore di una dignità unica, che proviene dall’essere ad immagine di Dio.

La croce di Giotto diventa così manifesto di quella predicazione dei domenicani che a santa Maria Novella si trovavano ad annunciare il vangelo della grazia e dell’incarnazione del Figlio di Dio che ha preso su di sé la natura umana, senza alcun tipo di disprezzo per tutto ciò che è umano, senza annullare l’umanità, ma portandola ad una comunione nuova, trasfigurandola nell’incontro con l’amore di Dio.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo