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1 domenica tempo di Avvento – anno C – 2018

Luca

Ger 33,14-16; 1 Tess 3,12-4,2; Lc 21,25-36

Un nuovo anno liturgico, un tempo nuovo, nel segno dell’attesa di una venuta.

“In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

Nell’immagine di un grande albero è narrata la genealogia di una famiglia. L’albero racchiude la storia di una comunità fatta di volti e nomi: la storia di popoli, con radici nascoste e profonde è la storia di tanti volti intrecciati nel tempo come i rami di un albero. Ogni identità sorge dall’intreccio di relazioni. Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace, il re ricordato da Israele come ideale riferimento di un tempo di benessere e pace. Il germoglio che nascerà dall’albero di Davide porterà un tempo nuovo, una nuova era di pace: è immagine di vita nuova e speranza.

E’ una presenza nuova, l’intervento del Signore nostra giustizia. Giustizia è sinonimo di ‘fedeltà’. Dio rimane fedele alle sue promesse. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi è senza difesa, vittima dell’ingiustizia. Il suo venire non è quindi da guardare con paura ma è liberazione e salvezza. Per questo il salmo canta: “Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri, abbatterà gli oppressori. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” (Sal 72,4.7)

Un seconda immagine è la strada: l’esperienza di fede del popolo di Israele prima e dei discepoli di Gesù sorge sulla strada. Abramo è chiamato a mettersi in cammino verso una terra nuova, Mosè guida Israele nel cammino verso la libertà, nell’esilio Israele scopre la possibilità di una via di ritorno nella gioia. “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità…. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (salmo 24). La strada è simbolo della vita, del tempo. Gesù chiama i suoi a seguirlo lungo la strada. Siamo invitati a riscoprire la Parola di Dio come lampada per i nostri passi e luce alla nostra strada.

Una terza immagine è il giorno. Luca nel discorso sulle ‘realtà ultime’ (cap. 21) utilizza un linguaggio apocalittico. Intende con esso indicare l’intervento di Dio che si comunica nella storia. Apocalisse significa rivelazione: “state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni… e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso…” (Lc 21)

‘Quel giorno’ non è tanto riferimento ad un tempo cronologico ma ad una azione di Dio: nel Primo Testamento è il ‘giorno del Signore’, attesa del suo intervento nella storia. E’ attesa del ‘giudizio’ di Dio di salvezza in una storia carica di ingiustizie.

Lo stile di vita del discepolo è così descritto: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina… vegliate e pregate in ogni momento”. Il discepolo è presentato come persona del giorno, che non si lascia prendere dalla sonnolenza della notte. Sta in piedi, si dà da fare coltivando la speranza. Vive il presente immerso nell’impegno perché già da ora hanno inizio le realtà ultime: oggi è il tempo della salvezza e nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

Paolo sintetizza i tratti di chi vive la fede nel Signore risorto: “il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per render saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.

Alessandro Cortesi op

Amal FathyLiberazione attesa

Se invece di essere impiccato
vieni sbattuto dentro
per non aver rinunciato a sperare
nel mondo, nel paese, nel popolo,
se devi farti dieci o quindici anni
oltre al tempo che ti rimane,
non dirai,
«Sarebbe stato meglio essere appeso a una corda
come una bandiera»…
Punterai i piedi e vivrai.
Potrebbe non essere esattamente piacevole,
ma è tuo solenne dovere
vivere ancora un altro giorno
per fare dispetto al nemico.

Una parte di te potrebbe sentirsi sola, là dentro,
come un sasso in fondo a un pozzo.
Ma l’altra parte
deve essere così coinvolta
nel vortice del mondo
che ti venga da tremare là dentro
quando fuori, a quaranta giorni di distanza, una foglia si muove.

Aspettare lettere mentre sei dentro,
cantare canzoni tristi,
o stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
è dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
dimentica la tua età,
stai attento ai pidocchi
e alle notti di primavera,
e ricorda sempre
di mangiare ogni ultimo boccone di pane…
E inoltre non dimenticarti di ridere di cuore.

E chissà,
la donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non è una gran cosa:
è come un ramo verde spaccato
per l’uomo che è là dentro.

Pensare alle rose e ai giardini fa male,
pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
e consiglio anche di tessere
e di costruire specchi.

Voglio dire, non è che non si possano passare
dieci o quindici anni dentro
e anche di più…
È possibile
fintanto che il gioiello
nella parte sinistra del tuo petto non perda la sua lucentezza.

Nazim Hikmet (1902-1963), poeta turco, scrisse questa poesia in riferimento alla sua esperienza di perseguitato politico e di prigionia. Per lunghi anni infatti fu prigioniero nel carcere di Bursa in Turchia. La sua poesia richiama al vivere giorno dopo giorno, resistendo al nemico e coltivando la speranza: “dimentica la tua età,… e ricorda sempre/ di mangiare ogni ultimo boccone di pane… “.

Con le sue parole conduce a pensare a tutti coloro che oggi nelle carceri di diversi paesi del mondo sono rinchiusi a causa delle loro idee politiche, o per un lavoro svolto nella promozione dei diritti e della libertà – gli avvocati come Amal Fathy in Egitto, moglie di un consulente legale della famiglia Regeni,  gli attivisti di diritti umani, insegnanti e giornalisti oggi in Turchia, o i perseguitati a motivo della loro fede religiosa – si pensi alla vicenda di Asia Bibi in Pakistan – o ancora a causa di una condizione di vita, dell’essere migranti – e il pensiero va alla Libia e alla condizione delle innumerevoli persone imprigionate e torturate oggi nei lager libici nell’indifferenza di un mondo preoccupato di allontanare i perseguitati dalla porta di casa.

Una descrizione di chi oppresso si interroga sulla sua colpa è presentata dalla voce femminile di Dareen Tatour (1982-), poetessa palestinese imprigionata nel 2015 per aver pubblicato sui social media una poesia dal titolo “Resist, my people resist them”, (“Resist, my people, resist them. / Resist the settler’s robbery / And follow the caravan of martyrs.“) e accusata di istigazione alla violenza:

“(…) Non conosceranno mai la loro colpa …
poiché l’amore è il loro crimine
e per gli innamorati, la prigione è il destino.
Ho interrogato la mia anima,
fra dubbio e sbalordimento:
“Qual è il tuo crimine, anima mia?”.
Non lo so ancora.
Ho fatto una cosa sola:
svelare i miei pensieri,
scrivere di questa ingiustizia…
tracciare con l’inchiostro i miei sospiri …
Ho scritto una poesia…
La colpa ha vestito il mio corpo,
dalla punta dei piedi al capo.
Sono una poetessa in prigione,
una poetessa dalla terra dell’arte.
Sono accusata per le mie parole. (…)”

Non è facile alzare il capo nelle condizioni dell’oppressione e guardare alla liberazione futura e vicina. E’ stato questo alzare il capo a nutrire la speranza di coloro che non hanno rinunciato alla loro libertà anche quando attorno a loro tutto imponeva disperazione e degrado. ““alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina…”

Alessandro Cortesi op

 

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V domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ … ‘Io sono la via, la verità e la vita’. La via è spazio attraversato per camminare: è direzione verso una meta, è luogo di movimento, passaggio e incontro. Nel cammino si genera e cresce un incontro che procura vita. Gesù indica se stesso come via, percorso aperto di un cammino per un incontro. E la sua promessa apre orizzonti di comunione: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Ai suoi Gesù indica una via e promette un luogo di comunione. Non la riduzione ad un unità indistinta, ma la presenza dei molti in relazione: ci sono molti posti. Provenienze diverse possono incontrarsi: i molti possono trovare casa dove trovare ospitalità. La sua via non esclude ma è orientata al prendere con sé, allo stare insieme di molti.

Il IV vangelo insiste sul fatto che Gesù nella sua vita ‘mostra il Padre’. Il Verbo, la Parola è ‘rivolto verso il Padre’ (Gv 1,1). Gesù è indicato come ‘la porta’, soglia per entrare ed uscire e trovare vita. L’incontro con lui non chiude cammini ma apre strade. Per coloro che l’hanno accostato tutta la sua vita è stata spazio di aperture a partire, a vivere il coraggio del mettersi in cammino. Gesù stesso dice il senso del suo venire “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. La via di Gesù apre ad orizzonti di libertà. Non è via di schiavitù e oppressione. E’ un dato importante della prima testimonianza cristiana che tutta la vita di Gesù sia stata essa stessa orientata al Padre, a stare in dialogo e a seguire i suoi sentieri, a mostrare il volto della cura e della vicinanza. Così l’esperienza umana di Gesù è luogo in cui si può scorgere il volto invisibile del Padre. Nessuno ha mai visto Dio ma le opere di Gesù, i suoi gesti, la cura il servizio sono racconto del volto del Padre.

Gesù mostra il volto del Padre. Il IV vangelo esprime questo nel dire che Gesù ha manifestato la gloria del Padre, lo ha ‘glorificato’ nella sua vita. Nel suo cammino fino alla croce. E’ questo l’esito della sua fedeltà nel dono e nella consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono e del servire.

La prima lettera di Pietro offre uno sguardo al cammino della chiesa. La comunità di stranieri e pellegrini che camminano fissando lo sguardo su Gesù formano una costruzione composita di tanti elementi, pietre viventi. Unico fondamento è Cristo, non altri. Pietro chiama a stringersi a Gesù solo, ponendo lui al centro e tornando a lui.

E’ pietra scartata dagli uomini, ma allo sguardo di Dio è base su cui tutto cresce, è la prima pietra per una costruzione nello Spirito: ‘Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Si ricordano così le parole del salmo ‘La pietra rifiutata dai costruttori è diventata la pietra principale. Questo è opera del Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!’ (Sal 118,22-23). Tutto l’edificio, una vita comune di molti diversi, dovrà crescere sulla base di questa pietra d’angolo (cfr. Mt 21,42-43).

C’è uno scandalo al cuore dell’esperienza del seguire Gesù: è il paradosso della ‘gloria’ che si rende presente nella croce e nello svuotamento. Ogni tentativo di evitare questo paradosso è tradimento da parte della chiesa che vive del suo unico Signore. E’ perdere di vista il fondamento di questo edificio che vive del medesimo respiro, lo Spirito di Gesù. Lo Spirito ha spinto Gesù nel deserto e lo ha guidato nel fare della sua vita un servire per gli altri. Il popolo che vive nello Spirito è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via.

Nella comunità ci sono diversi doni e servizi. Di fronte a situazioni nuove che pongono nuovi interrogativi ed esigenze si pone la questione di ripensare i servizi nella comunità. Ogni servizio viene da un dono e non è privilegio o motivo di superiorità. Chiede di essere vissuto nella forza dello Spirito, sorgente di ogni dono. Lo Spirito porta a scoprire l’altro non come nemico da escludere ma come volto da accogliere nella sua sofferenza e ascoltare, da servire come Gesù che si è chinato a lavare i piedi ai suoi e in questo gesto ha raccontato il mistero del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

(Bill Viola, The path / Il sentiero, 2002)

(Il video di Bill Viola presenta nel giorno del solstizio d’estate, di primo mattino, una folla di persone diverse, di età, condizione sociale e colore della pelle che cammina attraverso una pineta, formando un flusso continuo, senza interruzione, con ritmi diversi dei passi. E’ espressione del cammino che si compie sul ‘sentiero della vita’ – Mostra Palazzo Strozzi Firenze maggio 2017)

Piedi e cammino

Spesso, frequentando l’ambiente dello scoutismo, si sente ripetere un’espressione enigmatica ed evocativa: “lo scoutismo s’impara dai piedi”. C’è un’immagine che può esprimere visivamente quest’affermazione. E’ la foto scattata da Vladimir Cicmanec durante una manifestazione a Brno nel mese di aprile 2017. Una giovane scolta, 16 anni, di nome Lucie Mysilkova, regge uno striscione e affronta discutendo un naziskin con la testa rasata che con gesti agitati e i muscoli tesi le sta urlando qualcosa. Stavano discutendo di rifugiati e migranti.

La ragazza esprime nel suo volto sereno la forza di affrontare la rabbia contrapponendo le ragioni dell’accoglienza. La sua leggerezza pervade la scena, mentre attorno galleggiano nell’aria alcune bolle di sapone che riflettono i colori dell’arcobaleno. A fronte della violenza e dell’urlare del populismo becero di chi propone l’odio e l’esclusione c’è lo stare ritto, inerme, di questa scolta. Espressione di una forza mite che si contrappone alla violenza. Veramente dalla concretezza di gesti, di impegno, di coinvolgimento sale dai piedi un percorso educativo. E’ vero della grande avventura educativa che è lo scoutismo ma anche di tutti i percorsi autentici di comunicazione e di crescita.

Ogni maturazione profonda di vita non parte dall’alto, dai discorsi, dalle istruzioni, ma sorge dalla pratica vissuta, dalla condivisione, dal contatto diretto, dal tempo speso insieme, dalla terra… insomma da dove stanno i piedi. Dall’esperienza. Da lì sale qualcosa di indefinito e inesprimibile fino a raggiungere tutta la persona, fino a poter essere detto e comunicato. Non allora… dalla testa ai piedi ma il contrario.

Tante sono le cose che si apprendono nella vita ‘a partire dai piedi’ e forse è possibile anche declinare aspetti diversi di questa profonda indicazione pedagogica. Ciò che sale dai piedi è possibile per tutti perché per chiunque il contatto con la terra, con tutto ciò che sta in basso è possibile. A partire dai piccoli che non arrivano in alto, ma in basso sì. Quanto sta in basso è accessibile, senza esclusioni, anche per chi si sente ‘a terra’.

Il riferimento ai piedi parla anche di una concretezza che si attua nel camminare e nel tenere i piedi per terra. L’esperienza operativa, con le mani e con i piedi, il tirocinio delle cose, del concreto, costituisce luogo di crescita proprio perché implica un misurarsi con la realtà, un prendere le misure non solo in senso teorico, ma direttamente: attua un contatto con la vita e dà forma. E’ verifica della verità di quanto si dice. Tutto ciò che sale dai piedi dice concretezza e riferimento alla terra dove i piedi si poggiano. Non fuga ideale, copertura fumosa e ipocrita di parole vuote, ma luogo di formulazione di parole che respirano di esperienza vissuta. Ed è anche processo che si apre ad un divenire che non è chiuso, ma che si fa cammino. Forse per questo anche Gesù amava camminare sulla strada e ha indicato la via come luogo dell’incontro.

Camminare in tal senso, fare strada, e farlo insieme, è scuola di vita, esperienza di spiritualità più di tante elucubrazioni spesso compiute in luoghi asfittici e chiusi. E chi viaggia a piedi impara a guardare le cose in modo nuovo, diverso, con tempi lunghi, osservando. Camminare è arte da apprendere passo dopo passo, scoprendo il ritmo del respiro, imparando a dosare le forze, scoprendo il segreto del progredire in modo graduale, senza salti e senza la pretesa del ‘tutto e subito’. Senza illusioni su di sé, anzi nel lasciare che fragilità e debolezze si smascherino. Senza corse vissute ‘a perdifiato’ che conducono a spendere ogni energia e a trovarsi spossati senza più forza per perseverare nei tempi distesi del cammino. Perché camminare esige lentezza e pazienza.

Camminare chiede sguardo lungo e fiducia di compagnia. Non si arriva mai da soli. C’è una saggezza nascosta nel passo del camminatore che vale tante lezioni di maturazione nella scoperta di sé, nell’apprendere il bisogno degli altri, nell’aprirsi al senso di essere partecipi di una natura più grande di cui si è parte e che custodisce il rumore sordo dei passi. E quanti rumori diversi su suoli i più vari, un tappeto di foglie nella faggeta, una traccia sulla neve, un stretto sentiero di ghiaia tra le rocce, i sassi di una mulattiera, la sabbia levigata dalle onde sulla spiaggia o l’asfalto bagnato di città.

Uno spunto di riflessione proviene da Olivier Bleys, scrittore francese che ha vinto il Prix Goncourt des Lycéens del 2015 per un suo libro dal titolo Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes. Bleys è camminatore che ha deciso di dedicare un mese all’anno al camminare, senza fretta e senza ansie di record, in un tempo limitato. Rilevante è la sua sottolineatura che il camminare è una forma di resistenza come pure la sua scelta del viaggio come risposta alla precarietà che caratterizza la condizione odierna:

“Camminare è una forma di resistenza. Non solo fisica ma anche nei confronti del mondo. E’ un elogio alla perseveranza, alla lentezza, allo sforzo, che in una società ossessionata dai risultati, è decisamente controcorrente. Farlo in questo modo, un mese all’anno, è l’equivalente contemporaneo della cattedrale medievale: un progetto a lunghissimo termine, da tramandare eventualmente di padre in figlio. E’ la generosità di creare qualcosa che vada oltre la nostra esistenza… Nel suo essere ancestrale la marcia è un’attività super contemporanea, perché risponde ai bisogni di chi soffre per la folle velocità che ci impone il quotidiano… Quando cammino non penso a nulla, non lavoro, non costruisco storie. Non vado ‘oltre’. Al contrario, mi sento, totalmente parte del presente e del mondo che mi circonda, con il corpo e con la mente” (L.Traldi, On the road, La repubblicaD, 27 marzo 2017).

A proposito di piedi… Erri De Luca ha elencato una serie di ragioni per cui farne l’elogio: alcune fanno sorridere, altre danno a pensare:

“Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali.
Perché scalzi sono belli.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene lo scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte” (Erri De Luca, Elogio dei piedi qui in una versione letta da Gian Maria Testa)

I piedi sorreggono e danno equilibrio al camminare. Nel loro toccare la terra sono memoria dell’importanza del cammino: quello sulle strade, sui sentieri di montagna o nei viottoli. Ma sono anche ricordo di cammini interiori da far rimanere vivi, da far progredire sempre oltre: quelli dell’interrogarsi, del rimanere fedeli alla terra, del non lasciarsi incatenare da un modo di vivere di fretta e di fuga dalla realtà.

Gesù lavò i piedi ai suoi amici quei piedi che avevano camminato su vie polverose. I suoi piedi, quei piedi da cui aveva imparato la concretezza della strada, glieli strinsero le donne al mattino di Pasqua: “Gesù venne loro incontro e disse: ‘Salute a voi’. Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi…”

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0149_2.jpg1 Re 19,16-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è investito della chiamata a seguire il grande profeta Elia quando viene coperto dal mantello gettato su di lui. La sua vita cambia: il mantello diviene così simbolo di una svolta, indica una chiamata ed un invio. Lascia il suo lavoro, la cura dei buoi che guidavano la sua aratura e si pone al servizio di Elia, lo segue divenendo suo discepolo: si apre il cammino alla missione del profeta. Sarà uomo di Dio; la sua missione non è un attività da eseguire ma consiste nel rimanere in ascolto, nello stare sotto la parola di Dio, esserne annunciatore senza temere i potenti. Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), con esso aprirà ancora le acque, segno di un esodo che si rinnova: testimoniare la parola di Dio è apertura di percorsi di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Nei suoi gesti Eliseo si manifesta ‘uomo di Dio’, testimonia che Dio è liberatore e vicino, e non segue le logiche di dominio umane. Il mantello ricevuto al momento della sua chiamata gli apre la strada ad attuare in modo nuovo il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si allarga a divenire esperienza di popolo.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”. La strada verso Gerusalemme è luogo del camminare di Gesù, percorso che simboleggia l’intera sua vita. Le prime testimonianze su Gesù lo presentano come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il suo cammino è un andare attraversando strade luogo di incontro, ma anche un rimanere in cammino interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario.

Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: decide liberamente di affrontare il rifiuto che si oppone al suo camminare, al suo passare facendo del bene. Si dirige verso la città del tempio e della classe sacerdotale, centro dei poteri politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Ma Gerusalemme è anche il luogo dell’alzarsi dalla morte, dell’orizzonte di pace a cui il suo stesso nome fa riferimento.

Il suo cammino diviene anche proposta ai suoi di mettersi in cammino, di uscire dalle tranquille sicurezze, per vivere la sfida e la precarietà del viaggio. Israele era nato come popolo nel cammino dall’Egitto alla terra promessa. La fede biblica è impregnata del senso del camminare, nel deserto, nella scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, a guardare al futuro come suo dono.

Nel cammino Gesù rifiuta ogni logica di violenza anche di fronte a chi non vuole riceverlo. Rimprovera i suoi che pensano di mandare il fuoco quale segno di Dio. Gesù si distanzia da tutto ciò: il fuoco che vuole accendere è di tipo totalmente diverso dal fuoco che distrugge, è piuttosto fuoco di dedizione nonostante il rifiuto.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Al cuore di questo brano Luca indica così la questione del seguire Gesù. ‘seguire’ è verbo che racchiude tutta la vita di chi si pone in relazione con Gesù. Non si tratta di acquisire un sapere riservato o particolari abilità. Seguire non è neppure sinonimo di una esecuzione obbediente di un codice di comportamenti o di regole stabilite. E’ piuttosto movimento dell’intera esistenza: è verbo di movimento, implica scelte libere, ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire sulla strada implica soprattutto una condivisione di vita, entrare in un rapporto personale.

La strada, interiore ed esteriore costituisce il luogo in cui il rapporto si attua nella vita. Gesù chiama con urgenza e con una sorprendente radicalità. A differenza di Eliseo Gesù chiede un’apertura al futuro che non lasci spazio a chiusure o nostalgie del passato. Chi decide di seguire Gesù è chiamato a condividere la sua precarietà, non ci saranno ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’. Gesù pone una esigenza radicale che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso tra le mani è simbolo di scelte capaci di durata nell’affidamento a lui. E’ un aratro per rivolgere le pesanti zolle della terra della nostra vita, un aratro per poter seminare e rendere la terra accogliente di un dono.

Il cammino racchiude l’esistenza di Gesù e nell’appello seguimi Gesù coinvolge la nostra nella sua: è una chiamata alla speranza, alla vita condivisa, al generare una convivenza di pace.

Luca presenterà l’esempio della vita del discepolo come l’andare per la strada: i due discepoli, sconsolati, di Emmaus, incontrano proprio sulla strada uno sconosciuto che si affianca, li segue e si ferma con loro accendendo un fuoco di presenza e di gioia nel loro cuore. Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa progressivamente strada il riconoscimento la scoperta del significato della sua morte e l’apertura alla novità della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_0143_2.jpgFuoco dal cielo

“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo”

E’ un pensiero di Aung San Suu Kyi, leader della resistenza nonviolenta da trent’anni in Birmania, che sintetizza la sua azione e la sua testimonianza. Fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia nel 1988, Premio Nobel per la pace nel 1991. Benché avesse vinto le elezioni del 1990 fu costretta agli arresti domiciliari per quindici anni in un paese in cui le forze militari, in seguito ad un colpo di stato nel 1962, hanno tenuto per decenni il controllo del parlamento instaurando una dittatura e soprattutto dominando l’economia instaurando un monopolio di aziende che ha generato ingenti ricchezze per i generali. Una clausola della costituzione redatta appositamente contro San Suu Kyi le impedisce di essere presidente. Dopo la vittoria nelle prime elezioni libere svoltesi nel novembre 2015 dopo 54 anni di dittatura, non ha così potuto ottenere la carica di presidente, affidata al suo amico d’infanzia Htin Kyaw, ma certamente guiderà le politiche del governo nonostante il persistente controllo e la presenza in parlamento di una forte componente dei militari.

Aung San Suu Kyi ha resistito in stile di nonviolenza alla privazione di libertà a cui è stata sottoposta ed ha sopportato la sofferenza del distacco dai suoi figli e dal marito, fino a non poterlo vedere nel tempo della malattia che l’ha condotto alla morte. The Lady – questo è il soprannome con cui è stata indicata, divenuto il titolo del film di Luc Besson del 2011 – ha mantenuto fedeltà ad una solidarietà con il suo popolo sulle tracce dell’insegnamento buddista e dell’esempio di Gandhi della nonviolenza, con fermezza ma senza mai cedere alla logica della violenza propria dei generali del regime. Famosa è la canzone a lei dedicata dagli U2, dal titolo Walk on, vai avanti (estratto dall’album “All That You Can’t Leave Behind”:

“E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E’ tutto ciò che non puoi lasciare indietro
E se la tenebra è per tenerci separati
E se la luce del giorno sembra essere molto lontana
E se il tuo cuore di vetro si spezzasse
E per un secondo tu tornassi indietro
Oh no, sii forte
Vai avanti, vai avanti
Quello che possiedi, non possono rubartelo
No, non possono nemmeno sentirlo
Vai avanti, vai avanti
Stai al sicuro questa notte
Stai facendo la valigia per un posto
Dove nessuno di noi è stato
Un posto che deve essere creduto per essere visto
Avresti potuto volare via
Un uccello che canta in una gabbia aperta
Che volerà solamente, volerà solo verso la libertà
Vai avanti, vai avanti ……”

Orchidea d’acciaio è stato il nome con cui San Suu Kyi è stata descritta per la sua decisione unita alla gentilezza a cui mai è venuta meno.

“Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Si voltò e li rimproverò…”(Lc 9,54-55)

Alessandro Cortesi op

1 domenica di Avvento – anno C 2015

DSCN1739.JPGGer 33,14-16; 1 Tess 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

“In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

L’immagine di un grande albero narra la genealogia di una famiglia. E’ albero che racchiude, nei volti e nei nomi, la storia di una comunità e di un popolo: anche le nostre famiglie, pur avendo radici magari perdute nel tempo e ormai non più ricostruibili, sono la storia di tanti incontri, di tanti volti che si sono intrecciati nel corso degli anni come i rami di un albero. La nostra identità sta nell’intreccio di queste relazioni: Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace, il re ricordato da Israele come colui che ha portato il benessere nel paese. Il germoglio che nascerà dall’albero di Davide porterà un tempo nuovo, una nuova era di pace: il germoglio è immagine di vita nuova e di speranza. E’ una presenza nuova, e sta ad indicare l’intervento di qualcuno che porterà giustizia: nel linguaggio biblico ciò significa che Dio è fedele e rimane per sempre fedele alle sue promesse. Giustizia è quindi sinonimo di ‘fedeltà’ e quando si parla del ‘giudizio’ di Dio fedele significa che questo sarà il compimento di un disegno di salvezza e di vita per tutti. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi è senza difesa, di chi è oggetto dell’ingiustizia e dell’esclusione. Non quindi un intervento di cui avere paura ma la manifestazione del volto di Chi viene per salvare. Per questo il salmo canta: “Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri, abbatterà gli oppressori. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” (Sal 72,4.7)

Una seconda immagine è la strada: l’esperienza di fede del popolo di Israele prima e dei discepoli di Gesù sorge sulla strada. Abramo è chiamato a mettersi in cammino verso una terra nuova, Mosè è scelto per guidare Israele nel cammino attraverso il deserto verso la libertà, nell’esilio Israele scopre inaspettatamente la possibilità di percorrere una via di ritorno nella gioia e nella pace. Gesù stesso chiama i suoi ad andare con lui lungo la strada, che – nel vangelo di Luca che leggeremo in quest’anno liturgico – viene presentata come strada verso Gerusalemme, e da Gerusalemme, dopo i giorni della Pasqua, strada verso tutti i confini della terra. Per questo nel salmo preghiamo: “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità…. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (salmo 24). La strada è simbolo di tutta la nostra vita, del tempo e dei momenti delle nostre giornate in cui trovare criteri di riferimento e orientamento per le nostre scelte e di fronte alle difficoltà sempre nuove e diverse. Siamo invitati a riscoprire la Parola di Dio come lampada per i nostri passi e luce alla nostra strada.

Una terza immagine: il giorno. Nel discorso sulle ‘realtà ultime’ presentato al cap. 21 di Luca compaiono tanti simboli del genere apocalittico, un modo di espressione a noi di difficile comprensione ma che, nella ricchezza dei simbolismi e nelle raffigurazioni ad effetto, vuole indicare l’intervento di Dio che si comunica nella nostra storia (apocalisse significa rivelazione): “state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni… e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso…”.

‘Quel giorno’ non è solo una espressione del tempo cronologico, ma è riferimento ad una azione di Dio: ‘quel giorno’ è il ‘giorno del Signore’, il giorno in cui Lui interviene nella storia. Si tratta del giorno in cui è atteso il compiersi di un ‘giudizio’ di Dio che manifesta la sua fedeltà di salvezza in una storia in cui ci sono scandalose ingiustizie. In rapporto a questo giorno che è già presente nei nostri giorni si apre un invito per i discepoli: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina… vegliate e pregate in ogni momento”. Il discepolo è presentato come persona del giorno, che non si lascia prendere dalla stanchezza e dalla sonnolenza della notte: sta in piedi, guarda ad un orizzonte di speranza e vive il presente in modo attivo. E’ immerso nell’impegno perché già da ora hanno inizio quelle che saranno le realtà ultime: oggi è il tempo della salvezza e nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

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(Ribbon Chapel – Japan – Hiroshi Nakamura)

State attenti…

Tutti gli esercizi di scuola che richiedono veramente uno sforzo di attenzione sono interessanti, ed hanno la medesima importanza. Così annotava Simone Weil nel 1942 nella sua riflessione su “L’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio” situata nella raccolta di scritti Attente de Dieu. Ogni esercizio sia di matematica o di geometria, o lingue o altro è prezioso non tanto perché svolgendolo si giunge ad una soluzione o si accresce qualche abilità, ma per il fatto di tendere ad essa. La fatica stessa di avanzare verso la ricerca di soluzione di un problema fa progredire verso una dimensione misteriosa, più profonda, della vita stessa. “Anche se gli sforzi di attenzione rimanessero in apparenza sterili per anni e anni, un giorno, una luce esattamente proporzionale a questi sforzi inonderà l’anima”:

Spesso si confonde l’attenzione con uno sforzo di tipo muscolare: quando si invitano gli scolari a stare attenti si pensa spesso ad una tensione che fa aggrottare le sopracciglia stringere i denti e tendere i muscoli ma questo genere di fatica non ha rapporto con l’apprendimento profondo. Piuttosto s’impara nella misura in cui si lascia spazio al desiderio. E’ il desiderio la sola forza che fa salire l’anima. Coltivare il desiderio apre alla scoperta non di un salire e di un percorso di conquista, ma di disponibilità ad accogliere. Dio solamente viene, scende e prende la vita.

L’autentica attenzione non consiste così in uno sforzo che affatica e si propone di trattenere, ma nel lasciare spazio, nell’abbandonare. “I beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi”. L’attenzione si fa attesa. Così in ogni piccolo esercizio scolastico è possibile cogliere la possibilità di formarsi ad una tale attesa con il desiderio, senza sforzarsi di cercarla. E’ questo il cuore dell’amore di Dio da accogliere non come conquista ma come esperienza di dono gratuito, radicale nella vita. Ma questa è anche la sostanza di ogni apertura all’altro, di ogni amore del prossimo.

Fare attenzione: siamo consapevoli di quanto sia difficile oggi l’attenzione in un tempo segnato dalla molteplicità di strumenti che continuamente interrompono il tempo e lo frammentano in continui richiami, Nella loro utilità ci offrono la possibilità di considerarci senza limiti, di spazio, di tempo, nel poter raggiungere ogni obiettivo e vivere un’efficienza mai raggiunta. In uno sforzo continuo di andare oltre, più velocemente, con più produzione.

“pienezza dell’amore del prossimo – scrive Simone Weil – è semplicemente essere capace di domandargli ‘quale è la tua sofferenza?” Questo sguardo è uno sguardo attento, che si è laciato affinare nel lasciare apertura al desiderio. L’attenzione si connota come disponibilità non a riempire, ma a lasciare spazio e vuoto. Se gli esercizi di scuola sono un’occasione unica per camminare su questa via, anche gli esercizi di attenzione richiesti dalla vita quotidiana possono essere opportunità per questa crescita. Per saper leggere i segni, per scorgere oggi il germogliare di una promessa e di una liberazione che è vicina.

Coltivare l’attenzione è così lasciar spazio non ad un fare che è espressione di potenza, ma ad un’attesa. E’ scorgere oltre i segni cercando di leggerli come rinvio ad una novità di cui siamo resi responsabili, nel presente venire. Dentro tutto ciò che nella storia in questi giorni difficili genera paura e terrorizza, c’è un appello, una chiamata ad una attenzione nuova, a risollevare il capo, a mantenere un cuore leggero, non appesantito: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano…”

Alessandro Cortesi op

 

 

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento anno B – 2014

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(Pergamonmuseum -Berlino – porta di Ishtar)

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

‘Consolate’ è parola iniziale e termine chiave del messaggio di un profeta del tempo della fine dell’esilio. In una condizione di crisi, di buio e schiavitù, il profeta, uomo capace di ‘visione’ perché sa leggere il presente alla luce della storia di alleanza con Dio, intravede un cammino nuovo che si apre. Accoglie la spinta interiore ad alzare la voce e richiama alla fedeltà di Dio, se ne fa portavoce ed invita a partecipare alla chiamata a ‘consolare’. Sorge così una parola di consolazione rivolta ai deportati perché si sollevino guardino oltre il presente e si preparino ad un cammino.

Il ritorno e la liberazione dall’esilio sono così descritti con i tratti di un secondo esodo. Come nell’uscita dall’Egitto nel deserto così, in un tempo nuovo e diverso, il Dio d’Israele sarà ancora guida e il popolo incontrerà ancora il suo volto di Dio dell’alleanza. La questione fondamentale riguarda ancora il volto di Dio, la sua presenza vicina. E’ il signore della storia e di fronte a lui gli dèi delle potenze straniere sono nulla: “Ecco tutti costoro sono niente, nulla sono le loro opere; vento e vuoto sono gli idoli degli dèi” (Is 41,29). In questo si concentra la parola del profeta, nel richiamo alla fede nell’unico Dio signore del creato e della storia: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore delle schiere: Io sono il primo, io sono l’ultimo, oltre a me non c’è nessun altro Dio” (Is 44,6).

Viene così presentato il grido, a voce alta, di un messaggero: annuncia che Dio sta per intervenire e torna a camminare con il suo popolo così come aveva fatto all’uscita dall’Egitto: “Dio guidò il suo popolo per la strada del deserto verso il mare Rosso… Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (Es 13,18.21).

E mentre i deportati erano costretti a costruire la via lunga e diritta che portava ai templi delle divinità babilonesi, dove si sarebbero svolte le processioni in onore del dio Marduk, la visione nella fede apre un diverso orizzonte: quella strada sarà percorsa come ‘via sacra’, per uscire dalla schiavitù e sarà percorsa a ritroso da un popolo liberato, attraversando ancora il deserto. E’ questa una strada sulla quale Dio viene e su cui il popolo dovrà camminare con gioia per tornare alla terra, segno della promessa ad Abramo. E’ ritorno dall’esilio che riporterà Israele alla condizione dello scoprirsi ancora pellegrino, del vivere la provvisorietà, trovando appoggio e stabilità solo nella promessa e nella presenza del Dio vicino che continua a venire. ‘Il Signore Dio viene con potenza’. La visione del profeta è così una scena di trionfo paradossale, e sfocia in un quadro di dolcezza: Dio che detiene il dominio, il Dio della potenza che viene e opera i proidigi dell’esodo ha i tratti del pastore che si china sulle pecore madri e sugli agnellini e li prende con sè.

Marco, all’inizio del suo vangelo riprende il messaggio del secondo Isaia e la accosta alla voce di un altro profeta (Malachia, della prima metà del V secolo) in un tempo di crisi: si parla del giorno del Signore, preceduto dalla presenza di un messaggero che prepara la via a Dio stesso: (Mal 3,1-4). Ancora si rinvia al cammino dell’esodo e alla presenza di Dio che guida il suo popolo (Es 23,20; cfr 14,19; 33,2,). In questo quadro Marco introduce la figura del Battista. A differenza di Matteo che presenta il Battista come profeta dell’annuncio dell’ira imminente e del giudizio (cfr Mt 3,7-10) Marco insiste su un tratto del profeta battezzatore: egli è solamente ‘voce’, messaggero del giorno del Signore, dell’intervento definitivo di Dio. La sua voce è rinvio ad un altro, a Gesù, presentato come ‘il più forte’ (cfr. Mc 3,22; Lc 11,22): può vincere le opere di ‘colui che divide’, Satana, e battezzerà con Spirito Santo. Gesù è così presentato come l’atteso, colui che viene a sconfiggere il male e a donare lo spirito, il dono degli ultimi tempi (Gl 3,28-29; Is 44,3; Ez 36,26). Il presente ‘viene’ sta ad indicare l’imminenza del venire di Gesù. E’ Gesù il centro della nostra attesa.

Il deserto è il luogo in cui Marco, nella prima pagina del suo vangelo, introduce la figura di Giovanni Battista. Deserto è condizione di aridità, lo spazio in cui la voce del profeta si disperde: “voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore”. C’è una leggera variazione nella citazione: ora il deserto è luogo della voce, di un annuncio. E si compone acon l’invito del profeta che invitava a segnare una strada nel deserto.

Il deserto è lontano dal tempio, è simbolo dell’aridità della vita e di una condizione di mancanza. E nel deserto una strada… Deserto e strada sono forse le coordinate in cui intendere in modi nuovi la nostra esistenza credente oggi. La strada nel deserto è il cammino dell’esodo. Ma proprio sulla strada Gesù incontra le persone: Gesù è stato uomo che ha conosciuto la bellezza e la fatica del camminare, del percorrere strade di umanità. Sulla via indica come la fede non è né dottrina, né codice etico, ma un’esperienza d’incontro. Ha i tratti di un cammino che investe tutta la vita.

Nel deserto la voce di Dio è parola di consolazione: ‘Consolate il mio popolo’. Consolazione è bella notizia per la nostra esistenza, non atteggiamento che distoglie e rende indifferenti a trasformare quanto è ingiusto e malvagio. Nel deserto e nelle aridità del presente siamo spinti a portar quanto non è grandezza nostra, ma viene da Dio: “ Dio…ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-5).

DSCF2440Alcune osservazioni per oggi, in riferimento al deserto:

il deserto e la città.

Zygmunt Bauman ha definito le città contemporanee un ‘deserto sovraffollato’: la sensazione è quella di vivere da stranieri e perduti, nell’impossibilità di riconoscere vicini e lontani, amici e nemici e nella percezione dell’essere stranieri. Le città sono come laboratori in cui si sta attuando un enorme esperimento di convivenza globale.

“Il deserto, ha detto Edmond Jabés, … è uno spazio dove un passo dà vita ad un altro che lo cancella, e l’orizzonte significa speranza per un domani che parla. Non si va nel deserto per cercare un’identità, ma per perderla, per perdere la propria personalità, per diventare anonimi (…) In una terra natale, comunemente chiamata società moderna, il pellegrinaggio non è più una scelta del modo di vivere; sempre meno si tratta di una scelta eroica o santa. Vivere la propria vita come un pellegrinaggio non è più quel tipo di saggezza etica rivelata a, o intuita dagli eletti o dai giusti. Il pellegrinaggio è ciò che uno fa per necessità, per evitare di perdersi in un deserto; per dare al cammino significato mentre vagabonda senza meta. (…) il mondo-deserto obbliga a vivere la vita come un pellegrinaggio. Ma dal momento che la vita è un pellegrinaggio, il mondo sulla soglia è come il deserto, senza tratti specifici, dal momento che il significato deve ancora essergli conferito dal vagabondare, che lo trasforma in traccia che conduce alla fine del cammino, dove il significato attende. Questo «dare» significato è stato chiamato «costruzione dell’identità» il pellegrino e il mondo-deserto in cui egli cammina acquistano significato insieme, e l’uno attraverso l’altro. (Da Z.Bauman, La società dell’incertezza, Da pellegrino a turista, ed. Il Mulino 31-32)

il deserto: luogo della vita.

Sul deserto alcune parole di Arturo Paoli che in questi giorni ha compiuto 102 anni: “Prima del deserto la mia vita era stata piena e interessante, naturalmente con qualche stanchezza e con l’amarezza degli ultimi eventi che ci avevano costretti ad abbandonare Roma e tutti gli impegni ai vertici della Gioventù cattolica (…) Il deserto è stato un passaggio fondamentale nella mia vita, nell’aver capito di non vivere più per me e che negli anni precedenti avevo vissuto con egoismo, anche se non me ne rendevo conto e magari venivo elogiato per il mio altruismo, ma dentro di me sentivo che agivo egoisticamente. La grande virtù del deserto è quella di spogliarti, di farti morire al passato e farti rinascere, come Gesù dice a Nicodemo: devi rinascere in spirito e verità. La vita cristiana è morire a te stesso e rinascere per l’altro. Abbandonare la fede astratta verso un Essere invisibile e orientarla verso l’amicizia con Gesù e il suo progetto di pacificare il mondo. Penso spesso che il deserto non è solo un luogo. C’è il deserto del cuore. Ma affermo che non esiste altro mezzo per liberare il nostro cuore, per farne l’abitazione dell’”ospite sacro”. (da A.Paoli, Rinascere dal deserto, “Ore undici”, gennaio 2011)

il deserto: luogo dell’attesa

Sul senso dell’attesa nel deserto, una poesia di Clemente Rebora (1885-1957) che si chiude con il bisbiglio di una voce attesa:

Dall’immagine tesa / vigilo l’istante / con imminenza di attesa – / e non aspetto nessuno: / nell’ombra accesa / spio il campanello / che impercettibile spande / un polline di suono –
e non aspetto nessuno: / fra quattro mura / stupefatte di spazio / più che un deserto / non aspetto nessuno. / Ma deve venire, / verrà, se resisto / a sbocciare non visto, / verrà d’improvviso, / quando meno l’avverto. / Verrà quasi perdono / di quanto fa morire, / verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene / il suo bisbiglio.

il deserto: luogo dello spogliamento.

René Voillaume, Pregare per vivere, ed. san Paolo: “Anche noi, come Gesù durante la sua vita terrena, abbiamo bisogno di periodi di ritiro e di deserto, che’ non devono sembrarci periodi sottratti agli uomini. (…) Il periodo di deserto è una prova, un test come un tentativo pieno di fiducia per sollecitare Dio a venire verso di noi, nella nostra impotenza, per condurci a lui. Ciò che, dunque, è essenziale, in un periodo di deserto, è lo spogliamento totale e l’attesa serena e silenziosa di Dio in una certa inattività delle nostre capacità. Questa attesa passiva, senza una risposta di Dio sarebbe nociva se si prolungasse molto, ma è piena di vantaggi se è breve, come un grido di aiuto lanciato verso Dio e di cui noi abbiamo bisogno, di tanto in tanto, per sostenere la nostra preghiera”.

il deserto: luogo dell’incontro e dello scambio che genera cambiamento.

“Ma ciò che spinge a risalire fiumi e attraversare deserti per venire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio”. (da Italo Calvino, Le città invisibili, ed.Einaudi)

Alessandro Cortesi op

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