la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “straniero”

XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

IMG_0607.JPG

Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

Annunci

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_0843_22Re 5,14-17; 2Tim 2,8-13; Lc 17,11-19

“Naaman siro scese e si lavò nel Giordano sette volte e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto: egli era guarito”

Naaman, un ufficiale di provenienza siriaca, straniero al popolo d’Israele è un lebbroso guarito dal profeta. Eliseo non chiede a lui alcun gesto eccezionale solamente quello di scendere a lavarsi sulle rive del fiume Giordano. Chiede ascolto insieme ad un gesto ordinario simbolo di pulizia e purificazione. Naaman guarì. Preso da meraviglia chiede di portare con sé alcuni sacchi di quella terra santa perché si rende conto della grandezza del dono ricevuto e della preziosità di quel luogo. Si apre con cuore di povero alla consapevolezza di essere guarito perché una presenza più grande avvolge la sua vita: una presenza che sta dentro la terra. Per questo chiede di portare via un po’ di terra: ‘Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele’. Mentre c’erano tanti lebbrosi in Israele in quel tempo il profeta Eliseo si fa tramite di una guarigione che tocca Naaman, un uomo venuto da lontano, uno straniero (cfr Lc 4,27).

La vicenda di Naaman rimane un riferimento importante. Luca quando narra il primo annuncio di Gesù nella sinagoga di Nazaret lo ricorda: Gesù annuncia la sua missione di vicinanza ai poveri senza limiti ed esclusioni. Così pure Luca rinvia a quel gesto di Eliseo quando racconta dell’incontro di Gesù con dieci lebbrosi: la salvezza è per tutti e può sgorgare dal cuore umano, senza esclusioni. Gesù è uomo libero che nell’incontro si lascia stupire dalla fede che salva.

“Vennero incontro a Gesù dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce dicendo: ‘Gesù maestro, abbi pietà di noi!… Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un samaritano”.

Anche qui si parla di guarigione. La lebbra, malattia che racchiudeva tutte le forme di patologie della pelle, era considerata in Israele una sorta di castigo di Dio, vista come malattia pericolosa (cfr. Lev 13-14). I lebbrosi erano costretti a vivere in condizioni di marginalità e lontananza Per questo: ‘fermatisi a distanza, alzarono la voce’. Il lebbroso non solo era un malato, ma era considerato come un uomo segnato dall’esclusione: da tener lontano dal consesso umano e lontano da Dio stesso. Gesù si comporta come uomo libero, supera barriere e distanze imposte da regole igieniche e religiose.

Luca è particolarmente attento a sottolineare i gesti di Gesù verso i malati: Gesù non ha timore di entrare a contatto, fino a toccare un lebbroso contro ogni regola (Lc 5,12-16). Nell’incontro con i dieci li invita ad affidarsi ad una promessa. Li ascolta nella loro richiesta e li invia presso i sacerdoti. Gesù è presentato da Luca come nuovo profeta, come Eliseo: solamente invita ad ascoltare una parola. Mentre obbediscono alla sua parola si compie per loro la purificazione. Dietro a questo termine usato da Luca è da scorgere come quell’invito di Gesù genera un’accoglienza un superamento della distanza in cui i lebbrosi erano tenuti rispetto a Dio. Non sono più impuri ma puri. E questo passaggio è evidenziato dalla guarigione. Solamente uno dei dieci, poi, ‘tornò lodando Dio a gran voce’, gettandosi ai piedi di Gesù per ringraziarlo. L’unico che ritorna diviene sotto la penna di Luca l’esempio del credente. Loda Dio perché ha sperimentato l’aprirsi della sua vita ad una dimensione nuova. E Luca, ora, precisa: ‘Era un samaritano’. Non era solamente lebbroso, ma anche straniero: doppiamente escluso e lontano dalla salvezza.

Lo straniero, che sperimenta il superamento della sua condizione di escluso e impuro, è l’unico che ripercorre il cammino per ringraziare. Vive nel suo cammino i due atteggiamenti propri del credente, dire il bene e ringraziare. Riconosce in Gesù l’agire di Dio e per questo dà gloria a Dio. Gesù riconosce la fede e lo invita ad andare: ‘Alzati e và, la tua fede ti ha salvato’. Tutti gli altri furono guariti in quanto ‘purificati’ dalla lebbra, ma solo lui, lo straniero fece l’esperienza di essere ‘salvato’, nel vivere l’apertura all’agire di Dio nelle parole e nei gesti di Gesù. Il Dio ‘Altro’ e straniero si fa incontro a noi nell’incontro con i volti di ogni ‘altro’ che incrocia la nostra strada.

Alessandro Cortesi op

Tacuina_Sanitatis XIV sec.,_Casanatense.jpg

(Taccuino Sanitatis, Casanatense, XIV sec.)

Curare

Sin dall’antichità la cura della malattia ha spinto alla ricerca sulle cause delle infermità umane e sui rimedi possibili ai diversi mali. La malattia che giunge improvvisa, come forza sconosciuta che si diffonde in modo dilagante ha attirato l’attenzione e ha generato le più angoscianti paure. Dalle narrazioni di Tucidide della peste  nel Peloponneso nel 430 a.C, passando per il Decamerone di Boccaccio scritto nei tempi della peste nera a Firenze del 1348, sino a Manzoni che ricorda la peste del 1630, e ad Albert Camus la letteratura ha recato testimonianza dell’esperienza della malattia nella storia umana. Così anche l’arte ha condotto a raffigurazione l’attività del curare in rappporto al male che procura la morte. E’ una lotta tra la morte e la vita in cui malato, persone vicine che assistono e la presenza di chi cura, dei medici, sono tutte presenze in relazione.

Un passo decisivo nel sorgere della scienza medica si ha con la dissezione dei corpi e gli studi anatomici. Nel più antico teatro anatomico d’Europa nell’università di Padova, costruito nel 1594, si legge un’iscrizione che rinvia alla ricerca come orientamento a far crescere e fiorire la vita: hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae: Questo è il luogo in cui la morte gioisce nel porsi a servizio della vita.

Théâtre-anatomique-Padoue.JPGNel suo dipinto La lezione di anatomia del dottor Tulp del 1632 Rembrandt ha offerto una raffigurazione di tale passaggio decisivo per il sorgere di una scienza medica. Gli sguardi intensi dei discepoli del dottor Tulp, i gesti precisi e autorevoli delle mani che da un lato mostrano e dall’altro offrono spiegazione della configurazione anatomica di un braccio e della mano, convolgono lo spettatore in un sentimento di ammirazione, di interesse e fiducia per la ricerca e per questa osservazione sui corpi.

Rembrandt lezione di anatomia del dr Tulp 1632.jpg

Le risorse della scienza tuttavia erano assai limitate e scarsi erano gli strumenti  di diagnosi atti ad offrire cure in rapporto ad una conoscenza approfondita delle diverse patologie. Come ricaviamo dalle delicate descrizioni fissate dal pennello di Jan Steen, artista olandese attivo soprattutto negli anni tra il 1660 e 1670 la visita del medico è presentata in un aura di solennità pur nel quadro di ambientazioni domestiche e quotidiane. Il suo profilo è quello di un personaggio autorevole, i suoi gesti sono delicati: dalle persone malate e dai vari componenti della famiglia è guardato con ammirazione e stima e nei confronti dei pazienti si china con delicatezza.

Jan_Havicksz._Steen_-_The_Doctor's_Visit 1665.jpg

Jan_Steen_the Doctor's visit 1660-1670.jpg

SteenThe sick woman 1663-1666 Doctor_and_His_Patient-1.jpg Il suo sentire il polso o esaminare il colore delle urine sono alcuni gesti che indicano la ricerca di segni per scorgere rimedi alla malattia. Nel dipinto La malata d’amore, il medico forse coglie più per la sua sensibilità psicologica che non da altri indizi le ragioni del deliquio della giovane nobildonna.

Die_Liebeskranke_by_Jan_Steen 1659-1663.jpg

Francisco Goya (1746-1828) nel dipingere una sua opera  in ringraziamento al dottor Arrieta (1820) che gli ha salvato la vita, ne raffigura il volto che traspare preoccupazione, senso di impotenza e compassione mentre porge allo stesso Goya, che presenta il suo autoritratto mentre è spossato dalla febbre, un bicchiere per bere.

Francisco Goya autoritratto con il Dott. Arrieta 1820.jpg

Pablo Picasso (1871-1973) in un dipinto che risulta essere una sua opera giovanile, dipinta all’età di circa sedici anni, propone un suo sguardo sul significato della cura. Al capezzale di una donna malata è posta la figura del medico – forte è il contrasto tra il colore livido delle mani della malata e quelle del medico  – che con attenzione e rigore sta controllando il battito cardiaco. Dall’altro lato in piedi una suora della carità è raffigurata secondo i canoni della classica presentazione della virtù della carità come donna con in braccio un bambino che sta porgendo forse una bevanda calda come ristoro. Due figure che divengono paradigmi e metafore di scienza e carità appunto. Il titolo del dipinto è ‘scienza e carità’ e offre uno squarcio sulla compresenza nella cura di competenza scientifica e vicinanza umana e compassione.

Pablo Picasso 1897 scienza e carità 16 anni.jpg(Pablo Picasso, scienza e carità)

Ma è forse lo sguardo umoristico e disincantato di Norman Rockwell (1894-1978) artista e ilustratore statunitense, che può condurre al sorriso nel fissare l’espressione dei volti del ragazzo forse costretto alla prima sua visita dall’oculista, mentre il suo pensiero è rivolto alla partita di baseball che l’attende, o al bambino, in visita dal medico, attirato dal diploma di specializzazione incorniciato sulla parete verso il quale manifesta curiosità, e, forse, dubbio, sulle competenze del suo dottore…

  1956-the-optician.jpg(Norman Rockwell, The optician 1956)

Norman rockwell.jpg(Norman Rockwell, The patient 1959)

Alessandro Cortesi op

(Cfr. L’evoluzione della medicina nella storia dell’arte: https://www.youtube.com/watch?v=SKBl0Yk1erU)

XXX domenica – tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0535“Uno di loro lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro, qual è il grande precetto della legge?”. Gesù è ancora interrogato da chi si avvicina a lui non per ascoltarlo, ma per metterlo alla prova. Se si confronta il brano di Matteo con il parallelo del vangelo di Marco (Mc 12,28-34) si potrebbero notare un serie di differenze importanti. In Marco il dialogo tra uno degli scribi e Gesù si svolge in un clima di simpatia, che offre il senso di una ricerca da parte dello scriba e di condivisione. Gesù riconosce questa attitudine dello scriba con parole di apertura e di speranza: “Non sei lontano dal regno di Dio”.

In Matteo nulla di tutto questo. Matteo con probabilità riprende l’atmosfera polemica che dopo il 70 segnava i rapporti tra il fariseismo e la comunità giudeo-cristiana e colloca questo dialogo di Gesù in un quadro in cui la domanda gli è posta dai farisei convenuti insieme per metterlo alla prova, come sfida.

Il dialogo è infatti introdotto all’indicazione del radunarsi insieme dei farisei, e uno tra di loro pone la domanda che verte sul ‘grande comandamento’. Il grande comandamento è riferimento alla questione dell’orientamento di fondo che dà senso a tutta la vita umana e si inserisce nella questione relativa alla moltreplicità dei precetti in cui ritrovare un filo centrale e più importante. Una corrente dell’ebraismo farisaico, quella di Hillel, prevedeva la articolazione di precetti più pesanti e più leggeri, e vedeva anche la possibilità di riassumere tutta la Torah in un unico principio. E’ la linea che Matteo riprende indicando la regola d’oro (Mt 7,12), che si ritrova anche nella tradizione rabbinica. Ma in modo generale era viva la ricerca di unificare i molteplici precetti della Torah e l’intera precettistica che si era formata nell’insegnamento orale attorno ad un nucleo fondamentale sintetico.

Ma ora la domanda posta a Gesù si connota come una sfida perché prenda posizione a favore o contro nel dibattito tra scuole religiose, nelle quali la questione è divenuta un problema fonte di discussioni raffinate fine a se stesse che non cambiano la vita.

Gesù non si sottrae, ma anziché parlare di un comandamento ne indica due; pone insieme due comandamenti che già erano presenti nella tradizione ebraica. Il riferimento è al comandamento dello Shemà (ascolta Israele) presentato nel Deuteronomio: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). E aggiunge: “Questo è il grande e primo comandamento”. E’ il comandamento centrato sull’amore verso Dio. Ma Gesù accosta immediatamente a questo comandamento il comando di amore verso il prossimo che egli riprende dal testo del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Amare Dio con tutto il cuore è il primo comandamento, ma ce n’è un secondo ‘simile al primo’. Il secondo viene ad avere un’importanza pari al primo. E’ come specchio nel quale si riflette e verifica l’ascolto del primo comandamento.

Con questa affermazione Gesù pone una novità e apre una forte provocazione: non c’è amore di Dio laddove non si attua un amore concreto verso coloro che sono prossimi. A questi due comandamenti sono appesi la Legge e i profeti, quasi come due cardini su cui la porta dell’intera Scrittura e della vita sta sospesa. La parola di Gesù riporta la questione dai dibattiti di scuola alla dimensione della vita e inserisce una novità nell’accostare i due comandamenti parlando di un primo e di un secondo come specchio del primo, simile.

Forse si può anche intravedere tra le righe come egli indichi anche un ‘terzo’ comandamento, perché per amare il prossimo è necessario passare attraverso un rapporto di amore con se stessi e una comprensione di cosa significhi ‘amare se stessi’: “amerai il prossimo come te stesso”. C’è un ‘come’ che porta a guardare dentro se stessi, scoprendo che la propria identità e scoprendo lì la radice di una apertura all’incontro e alla relazione. Amando gli altri si fiorisce nelle dimensioni più profonde del proprio essere e l’attenzione alle dimensioni più profonde di se stessi apre al dono e al servizio. Nell’amore del prossimo c’è una via per trovare se stessi.
Al primo posto sta il rivolgersi a Dio con una attitudine particolare: c’è una totalità di coinvolgimento che è richiesta: ‘con tutto il tuo cuore’. Non solo alcuni settori marginali della vita. Incontrare Dio significa metterlo al centro della vita, riferimento delle scelte in tutti i momenti. Negli aspetti quotidiani e ordinari della vita. E’ un cammino, un orientamento della vita che non è mai compiuto e sempre si apre alla scoperta di nuove esigenze.

Ma il problema è anche: quale Dio amare con tutto il cuore? Il rischio di fondo è inseguire un volto di Dio che corrisponde ad una costruzione umana, a propria immagine e somiglianza, che giustifica egoismi, ripiegamenti, indiffeenza all’altro: è il grande rischio dell’idolatria. Non si può pensare di amare Dio e disprezzare i volti che recano ins e stessi l’immagine del Dio creatore e amante dell’uomo. Amare Dio che non si vede si attua nell’amare il prossimo che si vede. La verifica dell’incontro con il Dio invisibile sta nella cura e nell’attenzione concreta e situata per qualcuno, con il suo volto, con la sua storia. Amare Dio non è cosa lontana ed evanescente, ma incontra la quotidianità, si fa orientamento di vita sulla terra: non c’è amore di Dio che non passa per un amore che ha tratti non emozionali e indefiniti connessi alla voglia del momento, ma si precisa nell’orientamento scelto di cura e dedizione verso l’altro, nella decisione di farsi prossimi. Gesù smaschera in tal modo un tipo di religione in cui si possa affermare di amare Dio e contemporaneamente maltrattare l’altro o vivere rapporti di sopraffazione e violenza con gli altri. Porta a considerare che il volto di Dio da amare è il Padre che ha cura e compassione delle persone nella loro individualità e concretezza.

DSCN0552Alcune osservazioni per noi oggi

La cura per l’altro assume oggi il nome di maturare il senso dell’ospitalità. “Non maltratterai il forestiero… perché anche voi siete ststi stranieri nella terra d’Egitto”. L’attenzione al forestiero e l’accoglienza si pone come esigenza  non di benevolenza paternalistica e di elargizione di qualcosa da una condizione di sicurezza e superiorità. Piuttosto il rapporto con lo straniero è indicato quale opportunità preziosa per scoprire gli aspetti più profondi della propria identità, delle proprie radici e del senso della vita: ognuno infatti vive nella condizione di essere straniero a se stesso, di percorrere la vita come un viandante bisognoso di riparo, di riconoscimento, di pane e dignità. E’ quindi occasione per aprirsi alla memoria della condizione di spaesamento presente nella propria esperienza, di difficoltà e necessità di trovare patria e accoglienza, della tensioen insita a porsi in relazione da bisognosi e portatori di doni nello stesso tempo. E’ la condizione che accomuna tutti gli esseri umani, chiamati ad una custodia reciproca nel cammino che li vede intrecciati insieme nella vita. La questione del rapporto con gli stranieri è oggi un luogo di scoperta del senso dela prorpia esistenza: proprio per questo scatena le paure più ataviche e genera reazioni di esclusione. E’ faticoso scoprire le profondità del proprio essere. Ma proprio l’appello e la presenza stessa dello straniero povero, provoca a guardare in profondità a se stessi. Conduce a scoprre di essere stranieri e bisognosi di quel mantello donato, che è l’unica copertura contro il freddo, per sopravvivere nelle notti dell’esistenza.

Si potrebbe allargare oggi la considerazione del duplice comandamento ‘ama Dio ama il prossimo’ fino a ritrovarvi l’indicazione di ‘amare la terra come se stessi’: la terra (adamah) da cui l’umanità (adam) è tratta. Oggi siamo di fronte all’appello a maturare uno sguardo ad un rapporto con Dio che passa attraverso l’attenzione e la cura alla terra come realtà vivente di cui l’umanità partecipa e che è matrice e grembo che custodisce le creature, ma che richiede anche custodia e salvaguardia. Ama Dio e il prossimo si collega ad un amore alla terra.

Paolo indica alla comunità di Tessalonica uno stile di vita: “voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito santo”. La vita cristiana si connota come accoglienza della Parola, nella forza dello Spirito, e nella gioia di fondo che solo dallo Spirito deriva. Può essere anche racchiusa nell’espressione ‘seguire l’esempio del Signore’ e di tutti coloro che hanno ritradotto nella loro esperienza lo stile di Gesù. Un richiamo ad una concretezza dell’esempio che genera la domanda e il coinvolgimento. Uno stile di comunicazione del vangelo in questo tempo, non basato su discorsi persuasivi di sapienza, non esaurito in parole vuote che non cambiano la vita, ma sulla potenza dello Spirito accolto in scelte concrete e in orientamenti di impegno e di coinvolgimento personale.

Alessandro Cortesi op

III DOMENICA DI PASQUA – ANNO A – 2014

DSCF8758(foto scattata durante una liturgia alla settimana ecumenica del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) a Chianciano 2010; sullo sfondo un cartellone con le tappe del cammino ecumenico come un grande fiume…e se Emmaus fosse un racconto in cui cogliere una grande metafora del cammino di chiese e percorsi umani e religiosi nella storia?)

At 2,14-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Nella pagina di Emmaus Luca presenta una riflessione sulla domanda dei cristiani della sua comunità, ma anche di ogni tempo. Come e dove incontrare il Risorto? L’incontro si compie nel cammino: c’è prima un cammino di allontanamento da Gerusalemme, di delusione. E’un cammino nel quale si ricorda solo il nome di uno dei due discepoli, Cleopa. Dell’altro si tace anche il nome. Quasi a dire l’anonimato come condizione di chi è senza più speranza e senza un riferimento per la sua identità.

In questo cammino di delusione dopo i fatti della passione di Gesù, i discepoli però sono presentati nell’atto di discorrere e di scambiarsi tra di loro parole. Parole cariche di amarezza ed interrogativi, e pur sempre parole che correvano dall’uno all’altro e tenevano aperta una comunicazione seppure di chi ritornava sui suoi passi e avvertiva il fallimento dentro. In questo loro discorrere un altro cammino si incrocia con il loro e si fa compagnia discreta e interrogativa. Non presenza invadente e ricolma di risposte, ma uno sconosciuto – senza nome anche lui – che offre solo disponibilità di ascolto e del tempo nell’accompagnare. E’ un pellegrino, uno straniero in cammino anch’egli ed è uno che pone domande e con il suo interrogare fa venire a galla tutti i tasselli della loro angustia. E’ presenza estranea al punto da non conoscere quanto è avvenuto in quei giorni. E si comporta come chi è pronto a ricevere, non come chi è pieno di qualcosa da offrire. E’ povero che accetta di essere ospitato nella tristezza e nelle parole dei due in cammino e che accetterà il loro invito a cena. Provoca così a mettere insieme uno ad uno gli elementi del loro cammino, a partire dagli ultimi giorni, e su su fino a quel primo incontro con Gesù e ciò che bruciava loro nel cuore: la delusione a fronte di averlo seguito, incontrato come profeta scoprendo in lui una grande apertura e speranza per la loro vita. Ma ora tutto è finito. I frammenti di questa storia sono elencati uno ad uno e c’è tutto ma manca una diposnibilità di fondo ad accogliere la testimonianza che pure essi hanno ricevuto. “Alcune donne delle nosre sono andate al sepolcro dopo la sua morte e hanno anche avuto una visione di angeli che hanno detto loro che egli è vivo”. Il cuore della fede sta nell’accogliere una testimonianza, annuncio affidato alle donne, coloro che avevano seguito e servito Gesù fino all’ultimo momento. Ma i due non riescono ad aprire gli occhi e il cuore a questo annuncio. Lo straniero li accompagna a ripercorrere le Scritture, una storia di alleanza, a comprendere come la vicenda del profeta di Galiela si pone all’interno di una necessità: è quel cammino percorso da giusti e profeti, che, sempre, proprio a causa della loro testimonianza hanno incontrato sospetto, opposizione e ostilità, fino ad essere eliminati e a vivere la sottomissione alla violenza. “Non doveva il messia subire queste cose?” Lo straniero li accompagna a scoprire il messia dal volto non di un trionfatore, o di un violento, capace di affermare con il suo imporsi una religione della potenza. Piuttosto un messia con il profilo del mite, dal volto del servo sofferente, che dà la sua vita e si mantiene fedele alla nonviolenza e affronta la sofferenza: intende la sua vita come consegna a Dio e agli altri per dare vita e salvezza ai poveri.

E i due avvertino crescere in loro una nostalgia che si rinnova, il desiderio di stare insieme: “Resta con noi perché si fa sera”. Così nel luogo dell’ospitalità, attorno alla tavola, nel gesto così quotidiano e amico dello spezzare il pane i loro occhi si aprono di fronte alla presenza di quello sconosciuto come il Risorto. Lo spezzare il pane: gesto che rimandava ai tanti momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane e condiviso la tavola con i suoi. Gesto nel quale aveva racchiuso in una ultima cena il senso profondo della sua vita data in una condivisione fino alla fine.

Il cammino dei due si fa a questo punto ritorno, esperienza di comunicazione: gli occhi si sono aperti. Credere è vedere in modo nuovo, è scoprire gli elemtni di quel racconto tenuti insieme da un incontro che apre futuro. Diventa ora, il loro, un cammino di gioia e di speranza che conduce a tornare alla comunità. Luca suggerisce così, ad una comunità delusa e appesantita dal presente i luoghi in cui incontrare il Risorto: la ricerca condivisa, il rileggere le Scritture, il gesto dello spezzare il pane come ospitalità data, la vita della comunità stessa in cui si lasci spazio ai racconti di chi deluso se n’era andato, ai sentieri interrotti di tante fatiche. Luca dice che i loro occhi si aprirono di fronte al gesto dello spezzare il pane. E’ questo il luogo in cui Gesù si fa riconoscere, o meglio apre gli occhi per leggere ogni cosa in modo nuovo.

Emmaus è un cammino, il cammino di ogni credente, se si lascia provocare a esprimere il suo dubbio, la sua angoscia, nel camminare insieme ad un altro. Per scoprire, nel dialogare e camminare che qualcuno si accosta e apre ad un racconto, e fa ritornare al ricordo, e suscita la nostalgia e la memoria. E fa mettere insieme tanti tasselli che conducono tutti ad una parola, ad una voce, ad un vedere: “una visione di angeli i quali affermano che egli è vivo”. “Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Come avevano detto le donne… presenza ancora incompresa e inascoltata. Presenza che sta all’origine di una storia nuova. Donne che l’hanno seguito ed hanno mantenuto il legame anche nel buio e nel silenzio dell’assenza. E poi quell’incontro, quel gesto che rinvia ai gesti quotidiani: prendere il pane, spezzare, dare… nel pane spezzato e dato l’aprirsi di uno sguardo nuovo. “Come avevano detto le donne…” e la scoperta che egli è vivo, e si incontra vivo laddove c’è un pane che si spezza, laddove c’è un gesto e una parola che invita “Resta con noi”… laddove c’è uno spazio per rimanere con loro…

Suggerisco rapidamente tre riflessioni per noi oggi.

Il cammino di Emmaus è un cammino di chi si trova ad essere senza nome. Chi è oggi senza nome? Tanti che improvvisamente si trovano senza lavoro scoprono di non avere più un nome per gli altri. Tanti che non hanno mai avuto una famiglia o un ambiente dove essere ccolti sono senza nome. Tanti giovani che si affacciano alla vita scoprendo che la dura legge dell’efficienza è affermare il proprio nome a scapito degli altri, si ritrovano senza nome. Tanti che hanno vissuto fatiche, anche errori e fallimenti nella loro vita si ritrovano senza nome. Gesù si fa accanto a tutti questi senza nome entrando in punta di piedi, non con rimproveri e giudizi, ma ponendo ascolto al filo del loro cammino, scaldando il cuore in un incontro che può ricominiciare dalla amicizia, da una tavola condivisa, da un camminare insieme. Gesù è sconosciuto, senza nome, che apre a scorpire un proprio nome, di poveri, accolti in lui.

Emmaus è un cammino pedagogico, è capolavoro di stile di incontro. C’è tutta una indicazione di pedagogia, di stile per accogliere l’annuncio del vangelo: e se evangelizzare oggi, anziché portare qualcosa fosse innanzitutto riconoscersi come quei due delusi e rattristati? E come loro guardare ai volti di stranieri, presenze inattese e sconosciute nelle nostre strade, di altre culture, convinzioni, religioni, persone senza nome, come volti da cui lasciarsi interrogare, da cui imparare di nuovo a leggere le Scritture e spezzare il pane?

Emmaus è un bellissimo racconto che racchiude la forza propria del racconto: comunica il passaggio dall’abbandono alla speranza, dalla solitudine all’ospitalità. E’ un racconto che rinvia allìimportanza di ogni cammino che si fa racconto, che si apre ad essere letto come cammino di liberazione di incontro e di alleanza alla luce delle Scritture e si apre anche a divenire racconto in cui scoprire già presenti in esso i tasselli di un senso nascosto, da accogliere. In che misura camminiamo insieme ad altri raccontando tristezze e angosce, gioie e speranze, lasciando l’esistenza farsi parola e condivisione? In qual modo sappiamo farci compagnia di racconti come sconosciuti che non intendono dominare sulla vita degli altri, ma essere servitori di una gioia scoperta nell’ospitalità e nell’ascolto e nell’amicizia?

Emmaus è un cammino che culmina nello spezzare il pane e nel far ritorno ad una comunità. Abbiamo fatto dello spezzare il pane un gesto rituale, ma è gesto di vita: Gesù accetta l’invito ad essere ospite alle tavole di vite deluse e segnate dalla tristezza. gesù ci invita, non escludendo nessuno, nemmeno quei due che erano forse tra coloro che lo avevano seguito ma poi l’avevano lasciato e si erano allontanati nei giorni dela passione. Lo spezzare il pane è gesto di perdono e di amicizia, gesto che adice la vittoria della debolezza disarmata del dono a fronte della violenza del potere. Spezzare il pane è cammino aperto a tutti in cui gli occhi possono aprirsi. Aprirsi sulla propria vita, aprirsi sulla relazione con altri, aprirsi alla fede…

Alessandro Cortesi op

Incroci di voci

incroci-di-voci-interno
incroci-di-voci-esterno

Un re un giorno, rese visita al grande mistico sufi Farid. Si inchinò davanti a lui e gli offrì in dono un paio di forbici di rara bellezza, tempestate di diamanti. Farid prese le forbici tra le mani, le ammirò e le restituì al suo visitatore dicendo: ‘Grazie, sire, per questo dono prezioso: l’oggetto è magnifico; ma io non ne faccio uso. Mi dia piuttosto un ago’. ‘Non capisco’ disse il re. ‘Se voi avete bisogno di un ago, vi saranno utili anche le forbici!’. ‘No’, spiegò Farid. ‘Le forbici tagliano e separano. Io non voglio servirmene. Un ago al contrario, cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è fondato sull’amore, l’unione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare l’unità e non le forbici per tagliare e dividere’.
(J.Vernette, Parabole d’Oriente e d’Occidente, ed. Messaggero Padova 1995)

——-

«Il tempo ci obbliga oggi a vivere le differenze come ponti per l’incontro. Vivere le divergenze come altrettante occasioni per il dibattito e il dialogo fraterni, sereni, obiettivi e rispettosi. Vivere la pluralità come una ricchezza incomparabile. Dobbiamo anche stupirci della parte di mistero che ciascuno cela in sé. Dobbiamo poi aprirci per scoprirci e offrirci al fine di accogliere»
(Dahmane Belaid, musulmano algerino, amico dei monaci cristiani di Notre Dame de l’Atlas)

——

Tempo verrà
in cui con esultanza
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti, è festa: la tua vita è in tavola.
(Derek Walcott, Amore dopo amore, in Mappa del nuovo mondo, Adelphi MIlano 1987,99)

testi citati in B.Salvarani, Vocabolario minimo del dialogo interreligioso, ed. Dehoniane Bologna, 2003, 2 ed.

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

800px-CodexAureus_Cleansing_of_the_ten_lepers(miniatura dal Codex aureus Echternach – 1040 ca.)
2 Re 5,14-17 2; Sal 97; 1Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

Guarigione di Naaman, re della Siria recatosi dal profeta Eliseo; guarigione di dieci lebbrosi, che nel cammino si ritrovano tutti guariti. Ci sono storie di percorsi e di guarigioni al centro delle letture. Ma anche una domanda che si apre sulla salvezza. Naaman scopre la presenza di Dio oltre i confini di terre e popoli; il lebbroso straniero, unico che ritorna indietro a ringraziare, nell’incontro con Gesù riceve l’annuncio: ‘la tua fede ti ha salvato’. Guarigione è evento che riporta salute, recupero di serenità e di vita. Un dono ricevuto che è segno di un cammino da compiere, in cui scoprire l’attitudine fondamentale di rendere grazie. La salvezza come incontro va oltre la guarigione ed è scoperta che la vita è visitata ed è in radice dono in cui ringraziare il Dio vicino.

La vicenda di Naaman può essere ripercorsa mettendo in luce alcuni passaggi del racconto: il re potente, straniero, riceve il suggerimento da una schiava deportata, di recarsi presso un profeta sconosciuto, un uomo di Dio in Israele. Non tutto proviene dal potere e dal denaro. Ricco e orgoglioso Naaman vive una profonda mancanza e sofferenza: è malato, e viene indirizzato a mettersi in cammino ad invocare guarigione. La sua sorpresa e la sua ritrosia sono grandi di fronte alla pochezza dei gesti che gli sono richiesti per trovare guarigione.

E dopo aver compiuto un gesto semplice, insignificante ed apparentemente infecondo, come il lavarsi nelle acque del Giordano, Naaman intende sdebitarsi. Ha percezione della ricchezza della salute recuperata, apre i suoi occhi davanti ad un dono inatteso, e vede la grandezza di un’esperienza a cui intende rispondere a suo modo, con quantità di beni e denaro, per coprire il dovuto, per non avere più nulla da dare, per ricambiare. In fondo pagare è modo per non mantenere legami, per saldare il conto dando il dovuto. La sua difficoltà di uomo potente e ricco sta nel riconoscere qualcosa nella sua vita che non può pagare e comprare, che non può mantenere senza avere bisogno di altri, e senza legarsi in una relazione.

Vuole così sdebitarsi ma di fronte a questa intenzione si scontra con il rifiuto del profeta che innanzitutto sposta l’attenzione sul vero protagonista della guarigione: è Dio stesso da ringraziare, non l’uomo di Dio, ma il ringraziare implica entrare in una logica diversa da quella del potere che compra e riversa denaro. Naaman vive così una scoperta che lo spaesa. Chiede così di poter portare una quantità della terra di Israele per poter lodare Dio anche nella sua terra. Naaman, straniero in Israele, povero nella sua malattia e ora guarito, scopre una sorta di ius soli: può anche lui godere di un diritto di stare su quel suolo, su quella terra portata nella sua, e da lì vivere la gratitudine che si esprime nella lode, nell’adorazione.

Viene così guidato a scoprire la gratuità della lode nel riconoscere la presenza di Dio che va oltre i confini. L’incontro con Dio non è rinchiuso solo ad una terra, ma può essere vissuto, in modi nuovi, anche in altre terre, in ogni terra, nell’attitudine della gratuità. E quei sacchi di terra portati da due muli sono quasi immagine di una terra nuova che attraversa i confini ed è la terra del gratuito, del dono che fa sorgere la gratitudine.

Anche la pagina di Luca parla di guarigione e di gratitudine. Dieci lebbrosi si fermano a distanza. La loro condizione era quella di chi doveva stare ai margini della vita sociale. I motivi sanitari di tale distanza si intrecciavano con una interpretazione religiosa della impurità che connotava la loro malattia. Doppiamente esclusi, perché malati in primo luogo e perché la loro condizione era letta come irregolarità dal punto di vista religioso e portatrice di impurità da non toccare. Malati quindi e considerati lontani da Dio.

Essi gridano il loro desiderio di guarigione e Gesù travalica le barriere poste dal sistema religioso. Si fa avvicinare e immediatamente supera quella distanza. Accoglie la loro richiesta, vede in loro innanzitutto persone e li pone in cammino, indica loro di recarsi dai sacerdoti, che devono confermare la guarigione avvenuta. Li invita a recarsi dai sacerdoti del tempio, luogo dell’incontro con Dio, reinserendoli nella condizione di chi è puro. E’ un primo grande gesto e annuncio: non sono lontani da Dio. I gesti di Gesù sono tutti testimonianza del Dio vicino che accoglie a sé e non vuole che nessuno vada perduto.

Ed essi partono, e si scoprono guariti nel cammino. E’ scoperta che la parola già realizza quello che essi scopriranno nel cammino. Vivono una profonda fiducia sulla parola, e nel cammino si ritrovano guariti. Ma uno solo, tra di essi, ritorna indietro per dire il suo grazie, per esprimere la gratitudine a Gesù. In questo gesto di ringraziamento Gesù legge l’apertura del suo cuore al dono e all’incontro che stanno al cuore della fede. Nel suo volto e nel suo grazie legge non solamente la vicenda di un guarito, ma l’esistenza di un salvato. Questo unico che è ritornato sui suoi passi non è giunto dai sacerdoti, non è arrivato al tempio, ma ha scoperto la presenza di Dio vicino nella parola e nel gesto di Gesù. Ha lasciato spazio a quella apertura di affidamento che sta al cuore di uomini e donne, sani e malati, lo spazio della fede come luogo dell’incontro con Dio. Il lebbroso tornato a ringraziare ha vissuto così un primo superamento dei confini del sistema religioso.

Ma c’è anche un secondo superamento che Luca introduce facendo notare come questo unico ritornato a rendere grazie era uno straniero. Era un samaritano e Gesù si accorge di questo: sono valicate e abbattute le barriere che dividono le appartenenze religiose e culturali. Gesù vede nel volto di questo straniero, guarito, capace di ringraziare, il volto di chi ha sperimentato la salvezza: ‘la tua fede ti ha salvato’. Salvezza non si limita ad essere guarigione in quanto salute, benessere fisico e psicologico e possibilità di vita. Salvezza è più in profondità, anche nella vita che si confronta con lo scandalo del male e della morte, la scoperta di un dono e di una relazione che dà un senso nuovo ad ogni gesto, ad ogni parola. La fede viene quindi presentata come relazione con Gesù e, attraverso di lui, con il Dio del dono e dell’accoglienza. E’ un modo nuovo di guardare la vita in cui il ringraziare è rimanere nello spazio di chi si riconosce di fronte ad un dono. E’ possibilità nuova di sperimentare la bellezza della gratuità e la piccolezza grande del ‘grazie’. Fede è accogliere e affidarsi in una relazione in cui la vita si illumina come dono e chiede di essere condivisa.

Per noi oggi penso che ci siano alcune provocazioni che giungono da queste letture.

Possiamo sostare sull’importanza di riconoscere il servizio della guarigione: è innanzitutto guarigione da tutte le distanze che separano le persone, e in particolare di chi, malato, averte più profondamente il peso della propria sofferenza e separazione. C’è una guarigione fisica da tutte le malattie che va cercata perseguita e accompagnata e, insieme e forse anche distinta da questa, una guarigione diversa, una guarigione più profonda, come esperienza di essere salvati, che porta a scoprire la propria vita visitata dall’amore di Dio che non abbandona mai, nemmeno nella malattia e nella morte.

Possiamo lasciarci interrogare dalle parole di Gesù ‘la tua fede ti ha salvato’: la fede è presentata come forza di salvezza della nostra vita, apertura ad un affidamento personale che passa attraverso il contatto con l’umanità di Gesù, con la sua vita (‘Ricordati di Gesù Cristo…’ è l’invito della seconda lettura. Siamo invitati a camminare sulla parola di Gesù e a lasciarci accogliere nel movimento di accoglienza di Gesù e del Padre.

Possiamo sostare sull’importanza della figura dello straniero come l’unico capace di ritornare indietro e riconoscere il luogo in cui Dio si rende presente, quel luogo che non è una terra, un tempio, ma l’umanità di Gesù. Viviamo in un tempo in cui l’incontro con lo straniero è esperienza storica di un incontro con Dio ‘altro e straniero’ che vuole aprirci a considerare come noi stessi siamo stranieri a noi stessi e chiamati a scoprire il suo autentico volto e il nostro nell’incontro con lo straniero.

Dobbiamo sempre imparare, di nuovo, a ringraziare, sia nei modi in cui viviamo la nostra preghiera, sia nella vita quotidiana, di fronte a tutti i piccoli segni che ci fanno toccare con mano la gratuità di doni spesso ricevuti senza accorgersene e di persone che senza riserve sanno vivere guardando alla felicità degli altri.

Alessandro Cortesi op

Un simbolo da leggere


L’immagine dell’abbraccio tra Mario Balotelli e la mamma dopo la fine della partita della semifinale degli Europei può essere letta come un simbolo. Un simbolo da leggere non come facile rinvio alle glorie di un giovane calciatore o al perdurare della figura del ‘mammismo’ italiano. Ma un simbolo colmo di dolore e di vissuto che propone la sfida del superamento del razzismo, la sfida mai conclusa di estirpare le radici di quella malapianta che è il disprezzo del diverso e dello straniero, di chi ha un colore diverso della pelle. Un simbolo che richiama la drammatica situazione di tanti figli di stranieri presenti tra noi e pienamente partecipi dei percorsi della scuola, delle amicizie, della vita sociale, ma ancora considerati stranieri per la legge in una Italia in cui da decenni sono state seminate a piene mani xenofobia e intolleranza e non sono state attuate scelte politiche capaci di orientare nella linea dell’integrazione processi sociali in atto. A tutti questi figli stranieri per primi sarebbe doveroso e più che mai urgente riconoscere il diritto di cittadinanza, passando dalla considerazione del diritto che deriva dalla consanguineità a quello che deriva dal condividere la vita in una terra che non è di ‘padroni a casa propria’, ma è terra di un’umanità in un cammino comune. In un articolo di oggi 30 giugno su ‘La Repubblica’ dal titolo Il figlio straniero, Gad Lerner si sofferma su quest’immagine e ne ricava riflessioni provocate da una vittoria calcistica ma che rinviano ad altre vittorie di civiltà ancora da attuare. Qui di seguito alcuni stralci (a.c.):

“La costruzione dell’amore c’entra assai poco con la consanguineità. Lo sanno bene tante altre madri come Silvia Balotelli. Tu puoi amare in quanto figlio il figlio di un’altra. E al tempo stesso rispettare la complicata presenza di lei. Sapendo che la parentela si cementa con più fatica al di fuori dalle convenzioni, ma che del resto neppure una famiglia cosiddetta “naturale” può reggersi solo sui buoni sentimenti.

Bisognerà finalmente imparare dai Balotelli che lo stesso vale per la cittadinanza, un vincolo comunitario che nulla ha a che fare con il sangue o il colore della pelle: si può essere italiani a pieno titolo portandosi dentro la reminiscenza di un altrove, di uno sbarco, di una diaspora, di un’ombra lunga. Povero Mario Balotelli, nostro goleador arrabbiato, risalito dalla polvere agli altari! Troppi potenti meccanismi di identificazione circondano la sua statuaria ma acerba figura, trasformandolo in simbolo a prescindere da ogni tormentata sua volontà. Che ne sappiamo di cosa vogliano dire i tuoi primi quattordici mesi di vita trascorsi in un ospedale pediatrico di Palermo, con tre operazioni all’addome e solo le infermiere accanto? Forse potrebbe spiegarcelo mamma Silvia, ma giustamente non lo farà mai. Perché quando all’età di cinque anni il ragazzino affidato ai Balotelli, famiglia bresciana con villino in quel di Concesio, sbalordiva tutti all’oratorio di Mompiano salendo e scendendo dai tavoli senza smettere di palleggiare, lei già s’era fatta esperta in ben altra corsa ad ostacoli: le file interminabili all’Ufficio stranieri della Questura per rinnovargli il permesso di soggiorno. Nato in Italia, affidato a una famiglia italiana, Mario Balotelli ha dovuto attendere il suo diciottesimo compleanno per conseguire l’agognata cittadinanza. Era il 13 agosto 2008, ormai da un anno faceva il goleador nerazzurro in prima squadra a San Siro, e già i più beceri fra le tifoserie avversarie lo assediavano col grido capace di farti impazzire: “Non ci sono negri italiani”. (…) Guardiamola e riguardiamola la foto dell’abbraccio fra Mario e Silvia Balotelli nello stadio di Varsavia. Pensiamo a quelle madri col figlio straniero, in fila per giornate intere. Possiamo sperare che almeno in onore del capocannoniere della Nazionale di calcio italiana, il nostro Parlamento approvi prima delle ferie estive la semplice normativa di civiltà vigente in quasi tutte le democrazie occidentali? Chi è nato qui o è arrivato in Italia da bambino, e ha compiuto fra noi il suo percorso scolastico, ha automaticamente diritto alla cittadinanza della patria adottiva. Il presidente Napolitano ha invano sollecitato che si colmi questa vergognosa lacuna di civiltà, ricevendo i promotori di una legge d’iniziativa popolare in tal senso. Le firme sono depositate in gran numero. Possibile che la destra resti così retrograda da opporvisi ancora? Possibile ignorare il significato delle lacrime di Mario Balotelli durante la visita degli azzurri a Auschwitz, lui che il razzismo lo assaggia di continuo sulla sua pelle? Vietato farla facile. Lo stesso Balotelli non sembra avere nessuna voglia di fare l’eroe positivo; chissà, forse a uno come lui divenire il simbolo della seconda generazione d’immigrati pare una roba da “sfigato”. Se neanche il gol più strepitoso gli basta per appagarsi nell’esultanza (è una prova d’intelligenza sdegnare certe liturgie artefatte, non trovate?), e se l’istinto lo porta a strapparsi di dosso la maglia quando esplode un tumulto interiore, vorrà dire che la sua non è una bella favola, ma piuttosto un’immane fatica. Che neanche il gioco del calcio riesce a scaricare. Ci sono di mezzo quattro genitori e diversi fratelli, un equilibrio affettivo delicato, il vissuto difficile sempre in agguato, nessuna voglia di sopportare le provocazioni. Troppa roba, in neanche ventidue anni. Però in quell’abbraccio multicolore di Varsavia tra un figlio e una madre che solo loro sanno davvero quel che hanno passato, in quella scelta di vita, in quell’amore, noi riconosciamo l’esistenza di un’Italia migliore, preziosa, dove padano fa rima con umano”.

Navigazione articolo