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XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Prov 31,10-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti è una tra le parabole del capitolo 25 del vangelo di Matteo situata nel contesto dell’ultimo dei cinque grandi discorsi che compongono il vangelo. E’ il discorso cosiddetto escatologico sulle realtà ultime della venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi come sposo – la parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13) – e del giudizio sulla storia – il quadro del Figlio dell’uomo/re che separa, come fa il pastore, le pecore dai capri (Mt 25,31-46)-.

Messaggio centrale di questa parte del vangelo è l’invito a vigilare: la storia è orientata verso un incontro, il Signore viene come sposo e sarà il giudice della storia. E’ urgente rispondere all’invito di accogliere il suo regno. Già nel presente lo si accoglie nelle scelte della vita nel rapporto con gli altri: ‘ogni volta che avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me’ (Mt 25,40). 

L’intero capitolo è attraversato da uno sguardo al punto finale della storia: sarà un incontro di comunione e di amore. Per preparare la venuta del Signore è necessario coltivare l’attesa e  ‘vegliare’: “Vegliate dunque perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,12).

Il discorso è anche segnato da un esigente richiamo: non ci si deve lasciar prendere dalla distrazione e dall’indifferenza perché sin d’ora è da rimanere svegli e operare. 

La parabola dei talenti si situa in questo contesto. Potrebbe essere indicata come la parabola dei tre servi: il racconto vede tre momenti. Un padrone affida i suoi beni a tre suoi servi prima di partire per un viaggio. I tre si comportano in modo diverso durante l’assenza del padrone, infine – ed è la parte più estesa – i tre rendono conto di quanto hanno fatto quando il padrone ritorna. 

Alla sua partenza Il padrone distribuisce i suoi beni ‘secondo le capacità di ciascuno’, non quindi operando discriminazioni e a tutti dà un numero diverso di talenti. E’ da tener presente che i talento al tempo di Gesù era un lingotto d’oro o d’argento di 36 chili: una ricchezza spropositata che era più abbondante del guadagno di un’intera vita. Il racconto converge verso la parte finale e si concentra sul contrasto tra la lode dei servi, che sono detti ‘buoni e fedeli’ perché hanno fatto fruttare il dono ricevuto e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato.

Come tutte le parabole anche questa è da leggere non a partire dai singoli elementi ma nel quadro dell’intera struttura della narrazione con attenzione al punto focale dell’intero racconto. Il vertice va colto nel dialogo tra il padrone e il terzo servo: infatti i primi due sono elogiati ma il terzo viene rigettato non perché abbia compiuto qualcosa di sbagliato ma proprio perché non ha fatto nulla e non è stato creativo nel far sì che il dono ricevuto potesse moltiplicarsi in qualche modo. Soprattutto è rimasto chiuso in una condizione di paura  e di sospetto verso il padrone. Agli altri servi è detto di ‘entrare nella gioia’. Ad essi il padrone si rivolge con l’espressione: ‘servo buono e fedele’. Gesù accompagna a scorgere che qui sta parlando del rapporto non con un padrone umano ma con Dio. 

I talenti non sono le doti personali di ciascuno ma un dono dal valore quasi incalcolabile. Accogliere l’affidamento di un dono richiama a responsabilità. Ciò che il terzo servo non ha compreso è che l’autentica ricchezza è costituita dal rapporto con il padrone nel quale Gesù tratteggia il volto di Dio Padre. Egli rimane bloccato dalla paura, rinchiuso in un’idea preconcetta che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma sis sente sotto il controllo di un padrone cattivo. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con il coinvolgimento di tutta la sua vita e che il desiderio di Dio è far entrare nella sua gioia. Non ha compreso che al cuore di quell’affidamento stava la chiamata a vivere un’esistenza nel servizio e nella creatività.

La parabola racchiude un messaggio che invita a considerare innanzitutto come Dio a tutti affidi un dono grande. Da qui sorge la responsabilità di essere fecondi nell’amore. L’attesa del ritorno del Signore non è motivo di paura ma di fiducia e di apertura.  Quel che abbiamo ricevuto dev’essere portato ad altri, in atteggiamento di servizio. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non secondo una religione della paura che porta all’immobilismo e al rifiuto di ogni cambiamento, ma ad entrare in una relazione di gioia che apre l’esistenza alla novità all’inedito e alla fecondità nell’amore. 

Alessandro Cortesi op

Talenti: dono fecondo

Pier Giorgio Cattani era consapevole di cosa significassero i talenti della parabola di Gesù. Ha vissuto la sua disabilità con la forza e il coraggio di chi accoglie l’esistenza come dono e ha saputo rendere la sua fragilità feconda di vita per gli altri. Nell’impegno, nella fatica del pensare, nel condurre una sofferta e profonda ricerca spirituale, nell’apertura a creare legami e generare amicizie, nell’intendere la vita come viaggio.

Costretto sin da bambino in carrozzina da un patologia invalidante, la distrofia muscolare di Duchenne, non si è lasciato impedire nei movimenti interiori dell’intelligenza e del sentimento, della creatività, del pensiero, delle relazioni: “una delle sue tante qualità era la capacità di creare legami, tessere relazioni, avviare un dialogo sollevando in un certo senso i suoi genitori comprensibilmente in ansia per le sue condizioni di salute che avrebbero potuto isolarlo, ma non è mai stato così” (M.T.Pontara Pederiva, Piergiorgio Cattani: le fragilità e le risorse, “Settimananews” 11 novembre 2020)

La scrittura e l’attività editoriale unite all’impegno a livello sociale e politico sono stati gli ambiti della sua azione, che si nutriva di una profonda fede e di una continua riflessione sul senso di essere cristiani in questo tempo. E’ stato presidente dell’associazione ‘Oscar Romero’ (2007-2015) e tra i fondatori della casa editrice “Il Margine” per cui ha scritto alcuni libri. Tra di essi una intensa meditazione sulla fede in “Cara Valeria, lettere sulla fede” – ventiquattro lettere a un’amica alla viglia del matrimonio nell’intento di rintracciare le radici della fede – e l’ultimo libro “Il pane di Farina: conversazioni al tramonto di un mondo”, un dialogo con don Marcello Farina uscito nel 2016. 

Era direttore del quotidiano online unimondo.org, e collaboratore del quotidiano “Trentino”, e di “QT – Questo Trentino”, il giornale delle Acli Trentine.

Così l’hanno ricordato i responsabili de “Il margine”: “Chiunque abbia avuto la grazia di conoscere Piergiorgio ha ricavato senz’altro l’impressione di trovarsi di fronte un resistente. Un uomo che non conosceva la parola «rassegnazione». Il suo modo di resistere era quello di elaborare progetti sempre nuovi. Di uno degli ultimi abbiamo avuto la fortuna di essere messi a parte. Per la rivista «Il Margine», espressione della Associazione Oscar O. Romero, aveva ideato un ciclo di otto articoli ispirati da una rilettura dei Sepolcri di Foscolo. Essi avrebbero dovuto trattare i seguenti argomenti: la condizione umana e la morte; il legame tra gli uomini e con la natura oltre la fine; la necessità di lasciare, per laici o credenti, una «eredità di affetti»; la morte e i cimiteri dimenticati dalla città; la sepoltura come inizio della civiltà e il cimitero/giardino; la morte e la politica; oltre l’oblio: l’arte e la memoria. Il titolo che aveva scelto ci sembra la migliore eredità che possiamo (dobbiamo) raccogliere da lui: «Con soavi cure. Riflessioni sulla morte e la vita, sulla memoria e il tempo, sull’arte e la natura».” (Andrea Schir e Francesco Ghia, Caro Piergiorgio: la cura della vita e della morte, “Trentino” 9 novembre 2020). 

Aveva vissuto un intenso impegno politico prima della ‘Margherita’ – raccontato nel libro “Ho un sogno popolare” (2001) – poi del ‘Partito democratico’ in Trentino, da cui poi aveva preso le distanze – esponendo la sua lettura critica nel libro “Solo al comando: Dellai, i gregari, il Trentino” (2013) -. Recentemente aveva collaborato alla fondazione dell’associazione “Futura” di cui era  presidente. Nel 2015 aveva riportato la sua esperienza di malattia e ricovero in ospedale in un libro: Guarigione: un disabile in codice rosso

Don Marcello Farina amico di Piergiorgio e a lui legato dalla comune ricerca su temi filosofici ed esistenziali testimonia la profondità e libertà del suo pensiero: “Piergiorgio ha avuto un coraggio inimmaginabile e immenso. La sua forza arrivava da un insieme di cose, dall’idea di poter essere presente tra le persone portando un contributo di profondità: uno degli aspetti più veri della vita di Piergiorgio è stato quello di riempire i contatti con la serietà, con la bellezza dell’esperienza umana e della ricerca. Questa curiosità profonda, questa stima per l’umano, Piergiorgio l’aveva in una condizione che si potrebbe dire paradossalmente così poco ricca di umanità per lui dal punto di vista fisico, ma con una sovrabbondanza di spirito che gli veniva dal senso della dignità di ogni persona, oltre che da una profonda ricerca spirituale. Perché Piergiorgio è stato un uomo di grande spiritualità…” (Ci ha insegnato la libertà di pensiero e di coscienza. Intervista a Marcello Farina a cura di Marica Viganò, “L’Adige” 9 novembre 2020)

In particolare ha sottolineato che motivo ispiratore della vita di Piergiorgio è stato “la libertà che il Vangelo porta con sé, l’idea che la religione poteva essere uno degli stimoli a coltivare la libertà di pensiero, la libertà di coscienza. Questa apertura che egli vedeva soprattutto nel Vangelo, nel rispetto delle coscienze” (ibid.).

Il suo ultimo articolo pubblicato in Trentino l’8 novembre testimonia tale profondità critica nell’affrontare le questioni dell’oggi. Confrontandosi con il tema della legge naturale e giungendo ad affrontare la questione dell’omosessualità alla luce della Bibbia così scriveva: “C’è un concetto molto scivoloso e che si usa troppo spesso a sproposito: quello di ‘legge naturale’. … La confusione regna però sovrana e la parola natura si usa disinvoltamente indicando sia l’ambiente esterno sia le caratteristiche intrinseche a un fenomeno. In ambiti religiosi – confondendo naturale con ‘essenziale’ – ci si riferisce alla ‘legge naturale’ come il disegno che Dio ha voluto per la creazione: se si segue quel disegno si asseconderà una “legge morale” oggettiva e universale, inscritta nelle cose: altrimenti si trasgredisce. Ovviamente sono alcuni specialisti del sacro che interpretano, sanciscono e descrivono questo disegno di Dio” (Il concetto di legge naturale, “Trentino”, 8 novembre 2020). 

L’interrogarsi sulle domande del tempo si accompagnava in lui al riflettere sull’esistenza, segnata dal dolore, dal limite, dalla fragilità trovando motivo di speranza nell’affidamento a Dio amante della vita e che si prende cura di ogni volto. Nel suo libro “Cara Valeria” così scriveva: “La nostra insignificante vita costruisce una parte di storia, forse poco appariscente, lontana dalle decisioni che contano, ma proprio per questo fondamentale agli occhi di Dio […] E la fede significa sentirsi parte di questa storia … scaturisce da una convinzione personale che trova il suo senso in una storia comune, la storia di Dio”.

E la sera prima di morire così scriveva ad un amico, Paolo Ghezzi (già direttore dell’Adige) che ha condiviso su facebook questo suo appunto: “Coloro i cui desideri hanno la forma delle nuvole sono mutevoli, fuggitivi, leggeri. Il viaggio per loro è necessità: non conoscenza, ma impulso, non esperienza, ma attesa costante dell’impossibile. … Sul loro desiderio – che è il desiderio di chi culla il proprio “infinito sul finito dei mari” – si commisura lo scarto che ogni viaggio rivela tra l’attesa e l’evento, tra il sogno senza confine e il limite, tra la rappresentazione del mondo e l’esperienza del mondo” (Antonio Prete, I fiori di Baudelaire, Donzelli 2007, p. 42). Mi piacerebbe essere così”.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1495.jpgProv 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti si legge nel capitolo 25 del vangelo di Matteo. E’ il discorso cosiddetto escatologico, che concerne le ‘cose ultime’: la venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi che richiede vigilanza e attesa (la parabola delle dieci vergini, Mt 25,1-13), il giudizio sulla storia (l’azione del re che separa le pecore dai capri: Mt 25,31-46).

Messaggio centrale di questo capitolo è l’urgenza della decisione: tutta la storia va verso un incontro per essere con il Signore, per entrare in una festa di comunione. L’esperienza cristiana è attesa, si attua in un tempo supplementare. Il Signore viene come sposo.

La parabola dei talenti potrebbe essere piuttosto definita la parabola dei tre servi: si svolge in tre movimenti. All’inizio l’affidamento dei beni da parte del padrone a tre suoi servi, poi il diverso comportamento dei tre durante l’assenza del padrone, infine la parte più estesa, il rendiconto al ritorno del padrone dal viaggio. La distribuzione dei beni è compiuta dal padrone ‘secondo le capacità di ciascuno’. Tutto converge verso il finale. Appare un contrasto tra la lode dei servi, detti ‘buoni e fedeli’ e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato. Un talento era unità di misura per metalli preziosi, ed indicava decine di chili d’oro; a livello monetario equivaleva a circa 6000 dramme o denari quando la retribuzione giornaliera di un operaio era circa di un denaro al giorno.

La parabola nella tradizione è stata letta come richiamo a porre a frutto le proprie capacità e le qualità umane: i talenti sono stati identificati con i doni naturali o di formazione che devono produrre risultati. Da qui nel linguaggio comune il termine ‘talenti’ sta ad indicare le doti di una persona e le sue capacità.

Certamente l’esigenza dell’impegno è un messaggio presente nella parabola ma questa interpretazione è sviante e piega la parabola ad una logica di efficienza e di successo. Gesù insiste su altro.

Nella parabola è da cercare il vertice verso cui tutto il racconto è orientato, che si può individuare nel dialogo tra il padrone e il terzo servo. Il dialogo con i primi due serve da preparazione, per contrasto. Il terzo servo viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato. Piuttosto trova rimprovero perché non ha fatto nulla e soprattutto e in modo particolare perché è rimasto succube della paura. Il rapporto con chi gli aveva affidato una così grande ricchezza è stato da lui inteso nella logica della paura e della sottomissione.

Gesù parlava di cose comprensibili a chi udiva: un rapporto di ricchi e di lavoratori, di padrone e di servi. Con l’accenno ai talenti volge però il riferimento ad un altro piano e presenta il comportamento sconcertante del padrone che innanzitutto affida ricchezze così spropositate e inoltre dice ai servi: ‘entra nella gioia del tuo padrone’. L’appellativo ‘servo buono e fedele’ è espressione che va ben oltre la possibilità di relazione tra un padrone e i suoi servi. Gesù intende rinviare al volto di Dio e alla relazione con lui. Chiede a chi lo ascolta di intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti non sono allora le doti di ciascuno, o le ricchezze, piuttosto il dono gratuito e non quantificabile che viene da Dio.

I talenti indicano l’affidamento di un dono spropositato che richiama ed esige responsabilità: il dono di una comunione. Il terzo servo non ha compreso proprio questo: l’autentica ricchezza affidatagli stava nella fiducia, nell’essere accolto in un rapporto oltre ogni paura, oltre ogni esigenza. Si è invece lasciato imprigionare dal sospetto che gli ha impedito di vivere. Rimane chiuso in un’idea di Dio quale padrone esigente e terribile che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma lo trattiene come cosa estranea, non sua, da restituire senza nemmeno toccarla. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione. Non si apre a scorgere che nel talento stava il segreto di un affidamento perché potesse vivere la sua vita con la libertà dei figli, con la creatività di chi mette in circolo i doni.

La parabola è allora un richiamo a vigilare: l’attesa del Signore chiede di cambiare modo di pensare a Dio il Padre, chiede di uscire dalla paura che è contraria alla fede.

I talenti allora possono essere letti come le occasioni innumerevoli della vita nel tempo dato e negli incontri e opportunità di scelta: Dio il Padre affida a ciascuno la vita, ricchezza inesauribile in cui poter vivere tale affidamento. Il disegno del Padre sta nel far entrare i suoi figli nella gioia di una comunione di vita per sempre. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non come rapporto contrattuale, fatto di paura, ma come accoglienza delle innumerevoli occasioni per essere creativi nel suo amore. Con gratitudine e responsabilità consapevoli di un dono.

Alessandro Cortesi op

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Talenti

Concetta Candido è un’operaia torinese. Il suo nome è stato ripreso dalle cronache nel giugno scorso. In un giorno di inizio estate nella sede dell’Inps di Torino Concetta ha appiccato il fuoco a se stessa riportando ustioni molto gravi.

Aveva in quel periodo ricevuto il licenziamento da una pseudo cooperativa, di quelle riconosciute legalmente ma che risultano essere sistemi riconosciuti legalmente per sfruttare il lavoro. E si era trovata nella triste situazione di iniziare la trafila burocratica di chi ha perso il lavoro mentre a casa le bollette continuavano a giungere, i debiti aumentavano e le giornate si facevano sempre più pesanti.

La sua storia ha suscitato scalpore e ha colpito molti. Gad Lerner ne ha scritto un libro pubblicato da pochi giorni (Concetta, ed. Feltrinelli). In esso articola una lettura della deriva in atto nel mondo del lavoro in Italia: “La deroga generalizzata dalle conquiste sindacali del secolo scorso si ripercuote a ogni livello con effetti nefasti che nessuna rivoluzione tecnologica sembra in grado di contenere. Basti osservare la prima conseguenza di lunga durata della riforma detta Jobs Act, una volta esaurito il triennio di esonero contributivo concesso alle aziende che assumevano nuovi dipendenti a tempo indeterminato, con un risparmio di 8060 euro il primo anno, e 3250 euro nei successivi 24 mesi. Scaduti nel 2017 i termini di questa imponente defiscalizzazione a carico dell’erario (oltre 10 miliardi), in più del 90% dei casi le nuove assunzioni risultano essere a tempo determinato, cioè precarie”.

E’ in atto una trasformazione che vede venir meno e frantumarsi le acquisizioni di difesa dei lavoratori e porta sempre più ampie fasce di persone a precipitare nella disperazione, senza sostegni e disorientate tra uffici e obblighi sempre nuovi. L’analisi di Lerner fotografa una realtà di drammi personali e sociali per lo più nascosti che richiederebbero invece attenzione diffusa e una progettualità nuova per mondo del lavoro:

“Chi perde il lavoro ha scarsissime probabilità di trovarne un altro a parità di tutele o di reddito. Chi lo cerca per la prima volta, e non dispone di un’alta specializzazione, mette in conto di doversi scordare il posto fisso. Del resto, anche le nuove forme di lavoro autonomo, l’incentivo propagandistico al fai-da-te, mascherano pratiche di autosfruttamento servile in concorrenza feroce con i propri simili. L’esercito della manodopera di riserva è un vasto contenitore di solitudini e frustrazioni che solo i meccanismi spontanei di reciproco sostegno familiare, e il rapido consumo di risorse patrimoniali accumulate dalle generazioni precedenti, proteggono dalla minaccia dell’indigenza” (G.Lerner, Concetta, Feltrinelli).

Quarant’anni fa, in questi giorni, moriva Giorgio la Pira. Può essere motivo di riflessione riascoltare la sua voce di professore di diritto che aveva assunto l’impegno politico a partire dalla sua chiamata ad essere testimone del vangelo. Per lui politica significava cura per le diverse dimensioni in cui si esplica la vita delle persone: la possibilità di una casa, del lavoro, della scuola, della vita sociale e comunitaria.

In una lettera a Fanfani del 27 Novembre 1953 così scriveva: “è mezzanotte, non prendo sonno, e sento la necessità di rispondere subito a qualche punto essenziale della tua lettera odierna. Anzitutto: vedi caro Amintore; io non sono un “sindaco”; come non sono stato un “deputato” o un “sottosegretario”: non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro (ricordi l’offerta di De Gasperi?). Quanto al “sindaco” mi pare che il mio telegramma di una quindicina di giorni fa parla chiaro. E la ragione di tutto questo è così chiara: la mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo… mi sarete testimoni (eritis mihi testes) mia vocazione. la sola. è tutta qui! Sotto questa luce va considerata la mia “strana” attività politica: non bisogna dimenticare che durante i tempi più acuti e dolorosi del fascismo è stata questa mia vocazione di “testimonianza a Cristo” a mettermi in prima linea nella trincea del più aspro combattimento. E se poi, necessariamente, i cattolici italiani mi misero in prima linea nella vita politica – costringendomi! – quella vocazione di testimonianza fu, almeno come ideale, la sola stella della mia azione. Veniamo ora al “sindacato”: figurati, se io posso rinunziare alla verità ed alla giustizia per servire alla lettera della legge: e poi: quale legge? Guardare senza operare alle iniquità che si nascondono sotto i velami della legge? Summum jus summa iniuria dicevano i romani; e S. Tommaso: non est lex sed corruptio legis: non è legge ma corruzione della legge! Osservare duemila sfrattati senza intervenire in qualsivoglia modo? Quali iniquità: leggi che hanno un solo destinatario: il disgraziato, il povero, il debole; per caricare su di lui altri pesi ed altre oppressioni (legge sfratti, fatta alla insegna D.C.)! Osservare novemila disoccupati senza intervenire in qualsivoglia modo? Senza stimolare, per vie diritte e per vie storte, un governo apatico, quasi ignaro del dramma quotidiano del pane di novemila disoccupati? Non c’è danari: quale formula ipocrita e falsa: non c’è danari per i poveri la formula completa e vera! Siamo un paese povero: altra formula ipocrita: siamo un paese povero pei poveri, è la formula vera!”.

Riflettere oggi sui talenti potrebbe condurre a pensare a tutti i mezzi da usare per redistribuire il lavoro e per difendere la dignità di tutti coloro che lavorano. Ed è lavoro sia quello riconosciuto e retribuito sia ogni forma di lavoro non retribuito e non riconosciuto come tale, per esempio nella vita domestica. Talenti possono essere anche le occasioni in cui è richiesta creatività per progettare un mondo del lavoro con maggiore equità, non costruito su privilegi ed esclusioni dei più fragili. Talenti sono anche i doni che non si identificano con il profitto e il denaro quali fini assoluti, ma sono la vita delle persone, delle loro famiglie quali tesori non da sfruttare ma da custodire e coltivare con cura.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica – tempo ordinario A – 2014

DSCN0617Prov 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

Le letture di questa domenica, la penultima dell’anno liturgico, guidano ad un interrogarsi sulla vita, su quanto è veramente importante, sul senso dell’esistenza. Sono invito a scorgere la vicenda umana come fedeltà alla terra tesa all’incontro definitivo con Dio che ci ha affidato il dono del tempo e si è affidato a noi. E’ uno sguardo a quanto sta alla fine, che richiama tuttavia al presente come occasione per compiere il nome ricevuto, per accogliere le molteplici chiamate della quotidianità e il senso profondo della storia umana.

Avverrà come a un uomo che chiamò e consegnò… Chiamare e consegnare sono le due coordinate entro cui è posta la vicenda dei servi della parabola. Chiamati a custodire non solo e non tanto dei beni, ma più profondamente a custodire un rapporto, anche nell’assenza. Il padrone di casa affida loro qualcosa ma in realtà si affida a loro. I servi sono depositari di una consegna che racchiude un affidamento originario. Il loro rimanere in quella casa li pone in una condizione non di possessori, ma di affidatari. I beni sono loro dati non in proprietà, ma per una custodia attenta e li provocano a riconoscere il valore di quanto hanno ricevuto, a divenirne responsabili. Sono chiamati da quel momento a vivere l’assunzione di un peso e l’opportunità di una risposta: posti in una situazione di responsabilità di fronte al loro padrone. Chiamò e consegnò: questi due verbi indicano un dinamismo che è una storia di relazione fatta di attesa e di un compito offerto.

E’ questa la condizione della comunità che segue Gesù: il cammino inizia da una chiamata, si radica in una relazione che attraversa la storia. Anche se il tempo dell’attesa si prolunga non viene meno la chiamata, piuttosto essa si rinnova in modi sempre nuovi nelle differenti stagioni della vita nel quotidiano. Da qui il sorgere della responsabilità. Le cose prestate non sono da custodire gelosamente bloccati dalla paura, ma da coltivare come doni che possono portare frutto abbondante. E’ posta in gioco la capacità di essere creativi e inventivi. La parabola sottolinea così un tratto della vita dei discepoli di Gesù chiamati a vivere la risposta ad una consegna: tanto o poco non importa, ciò che è importante è scoprire la responsabilità nell’incontro.

La parabola dei talenti è divenuta sinonimo di un modo di concepire la vita dando il primato all’esigenza di porre a frutto capacità e competenze umane. Tale linea interpretativa rischia di perdere di vista il messaggio centrale e di piegare la parabola ad una logica di efficienza e di produttività propria del mondo capitalistico. Lo sviluppo del racconto conduce in altre direzioni: il suo vertice non sta nell’esigenza di produrre e di moltiplicare le ricchezze. Sta piuttosto nel dialogo tra il padrone e l’ultimo servo: i primi due ricevono un elogio per la loro immaginazione nell’aver reso fecondo quanto avevano ricevuto. Il terzo servo invece viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato ma perché ha vissuto prigioniero della paura e si è chiuso ad orizzonti di libertà. Talmente impaurito da avere nascosto, mettendolo sotto terra il talento ricevuto. Il rapporto con il padrone è stato da lui concepito non come uno spazio di responsabilità e di creatività, ma un’esperienza di oppressione, di blocco, di morte. Il seppellimento del talento è metafora di una scelta di morte e non di vita.

Gesù introduce con questa parabola un appello ad intendere la vita scoprendo il volto di Dio della consegna e dell’affidamento: è una parola sul volto di Dio. ‘Entra nella gioia del tuo padrone’ è l’invito rivolto ai servi. Tale parola va ben oltre la possibilità umana di relazione tra un padrone e i suoi servi: Gesù introduce qui un insegnamento sul regno e conduce così ad intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti costituiscono una realtà donata: un talento indicava decine di chili d’oro, una ricchezza spropositata. Racchiudono quindi l’affidamento di un dono senza misura che diviene appello ad una risposta e ad una responsabilità. Il servo che non ha compreso la ricchezza del rapporto con quel padrone non comprende nulla del volto di Dio Padre. Vive nella paura e si lascia rinchiudere in un’idea preconcetta (un volto di Dio pensato ad immagine dei padroni terreni) che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento come ricchezza da conservare, non carica di una attesa e di un affidamento di speranza. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con tutta la sua vita. Con riconoscenza e creatività. E’ questa la gioia a cui Gesù intende aprire i cuori di chi lo ascolta.

300px-FusiAlcune osservazioni per noi oggi

La paura è uno dei tratti del nostro tempo. La paura che blocca, intristisce, rende incapaci di immaginazione creativa. E’ la paura di perdere qualcosa, ed è la paura di sottostare alle regole di un sistema economico che si pone come nuovo impero. La creatività si oppone alla paura. Come vincere le paure diverse che impediscono oggi di accogliere il presente con senso di responsabilità di fronte agli altri, come dare spazio alla creatività per individuare soluzioni nuove di fronte ai problemi e difficoltà della vita? Come passare dalla mentalità di possessori impauriti alla logica di chi deve custodire in modo creativo una realtà preziosa ricevuta, anche nel cammino della chiesa?

“Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”. I gesti della tessitura, segno dell’attenzione al quotidiano di un lavoro paziente e respira della vita della casa, e i gesti di attenzione al povero, che costruiscono la relazione con gli altri. Sono i movimenti di una vita fatta di operosità concreta, di lavoro, di costruzione di rapporti nella consapevolezza che siamo tutti legati. Sono queste le immagini della quotidianità, segni di una fedeltà alla terra, all’attenzione rivolta alle piccole cose. Nel profilo di una donna – forse anche simbolo della sapienza, ma anche rinvio alle attività quotidiane di tante donne conrete – sono indicati i gesti di custodia e di costruzione di rapporti. Come una casa fatta di presenze e di volti. E’ l’indicazione di una spiritualità delle cose, dove nell’uso delle mani, nei gesti di ogni giorno si incontra lì vicino, non in luoghi lontani, la presenza di Dio e della sua chiamata. Questa attenzione al quotidiano, la scelta di dare spazio alle cose, a tutto ciò che possiamo fare con le mani è via di una spiritualità che dà spessore all’umano come luogo di fedeltà a Dio.

Paolo alla comunità di Tessalonica indica un tempo che si conclude. Le doglie giungono improvvise. Il Signore tornerà. Il suo giorno sarà incontro e compimento di una lunga attesa. E così richiama a vivere il presente mantenere desta l’attesa, orientando le proprie scelte in ciò che rimane, che umanizza la vita ed è più importante. E’ un invito a recuperare il senso di una fede orientata al futuro e non solo ripiegata sulle costruzioni del presente: è la prospettiva liberante che relativizza le cose e pone al giusto posto ogni costruzione umana. E’ richiamo ad uno sguardo di speranza.

Alessandro Cortesi op

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