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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Jean Delacroix, Tempesta

Gb 38,1-8-11; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-40

Un breve brano del libro di Giobbe, testo difficile e scandaloso del Primo testamento, è tratto dal discorso di Dio a conclusione dei dibattiti di Giobbe con i suoi amici. Giobbe è giusto sofferente che ha il coraggio di alzare la sua protesta contro Dio sollevando domande difficili davanti al male e all’ingiustizia.  Suoi amici cercano di convincerlo che le sue proteste non sono valide ma devono riconoscere che tutto rientra in un quadro in cui il volto di Dio corrisponde alle costruzioni del pensiero umano. Ma Giobbe si ribella. Alla fine Dio interviene  riconoscendo a Giobbe la sua sincerità e accogliendo la sua sfida. Ma nello stesso tempo lo pone  davanti al limite anche del suo ragionare. Gli si presenta come creatore e gli pone davanti la sua grandezza che non può essere sondata dal pensiero umano:

Chi ha chiuso tra due porte il mare, / quando usciva impetuoso dal seno materno, / quando io lo vestivo di nubi / e lo fasciavo di una nuvola oscura…?     

Non dà risposte a Giobbe ma gli parla come Dio del bene e della vita e riconosce che Giobbe non si è accontentato di spiegazioni facili, ma ha veramente cercato il suo volto.

Il vangelo di Marco pone in luce in modo progressivo la domanda sull’identità di Gesù. A  Cafarnao quando, dopo la guarigione dell’indemoniato nella sinagoga, la gente dice: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono” (Mc 1,27). Poi al capitolo 4, Gesù è presentato nella sua capacità di dominare non solo gli spiriti immondi, ma le forze del vento e del mare.

Nella forza della tempesta in mare sta il simbolo di forze oscure di male non dominabili dall’uomo. Marco presenta Gesù come ‘il più forte’, anche della tempesta, e riporta ad obbedienza il vento ed dal mare. Nel racconto della tempesta calmata l’agire di Gesù richiama la potenza di Dio: “Egli parlò e scatenò un vento burrascoso che fece alzare le onde; salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentuvani venir meno nel pericolo…nell’angustia gridarono al Signore ed egli li fece uscire dalle loro angoscie. La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare” (Sal 107,25-29).

Ma Marco non solo sottolinea la potenza di un agire che vince le forze del male. Ricorda anche la debolezza e la fatica che lo opprime: il sonno profondo che lo prende sulla barca mentre si scatena la tempesta fa intuire il paradosso dell’identità di Cristo: debolezza e potenza sono in lui compresenti. Il Gesù sfinito è anche colui che ordina al mare di tacere. Proprio questo contrasto suscita ancora l’interrogativo: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?” Nel vangelo questa domanda rimane aperta e si fa invito ai discepoli perché seguano Gesù.

Alessandro Cortesi op

Tempesta e fraternità

L’immagine della tempesta ci riporta a questo tempo di pandemia da leggere come un momento di tempesta. Questo periodo ha rivelato tante disfunzioni e malattie del nostro mondo e del sistema di vivere che ha  generato la devastazione ambientale e l’emergenza climatica che sperimentiamo. Una riflessione su tutto ciò dovrebbe condurre a pensare e ad agire in vista di un futuro diverso. E’ illusorio un ritorno alla normalità di prima pensado che non si debba cambiare stile di vita, scegliendo strade di attenzione nuova per la creazione, di giustizia sociale, di ascolto delle tante sofferenze ce sono emerse in modo particolare in questo periodo.

Dal consumismo alla fraternità: è questo il titolo del messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la giornata nazionale per la custodia del creato che si terrà il prossimo 1 settembre. https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/la-transizione-ecologica-chiede-un-nuovo-patto-sociale.

L’appello che i vescovi propongono vede al centro il motivo della transizione ecologica “una transizione che trasformi in profondità la nostra forma di vita, per realizzare a molti livelli quella conversione ecologica cui invita il VI capitolo dell’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Si tratta di riprendere coraggiosamente il cammino, lasciandoci alle spalle una normalità con elementi contraddittori e insostenibili, per ricercare un diverso modo di essere, animato da amore per la terra e per le creature che la abitano. Con tale transizione diamo espressione alla cura per la casa comune e corrispondiamo così all’immagine del Dio che, come un Padre, si prende cura di ognuno/a”.

“Nella transizione ecologica, si deve abbandonare un modello di sviluppo consumistico che accresce le ingiustizie e le disuguaglianze, per adottarne uno incentrato sulla fraternità tra i popoli. Il grido della terra e il grido dei poveri ci interpellano, così come il grido di Israele schiavo in Egitto è salito fino al cielo (Es 3,9). La ricchezza che ha generato sprechi e scarti non deve far nascere nostalgie”.

Sono poi indicati vari ambiti in cui si rende necessario un cambiamento che deve trovare attuazioni pratiche. Soprattutto è sottolineato che si tratta di un processo che esige una nuova visione del ‘noi’ uscendo da orizzonti di individualismo: “Il cambiamento si attiva solo se sappiamo costruirlo nella speranza, se sappiamo ricercarlo assieme”. E’ infine ricordato di mantenere l’attenzione ecumenica. Trent’anni fa nel 1991 l’assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese ebbe come titolo “Vieni Spirito Santo: rinnova tutta la creazione”. Successivamente nel 2001 fu sottoscritta in modo congiunto la Charta oecumenica con una presa di impegno condiviso per la custodia del creato insieme alla cura per la giustizia, quali luoghi in cui già sperimentare l’unità delle chiese per il bene della terra e la pace dei popoli.

Alessandro Cortesi op

XII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN0400Gb 38,1-8-11; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-40

“Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola scura, quando gli ho fissato un limite?”

La pagina di Giobbe costituisce l’inizio di un lungo discorso, il primo, di Dio a Giobbe. Dalla sua condizione di sofferenza Giobbe aveva sfidato Dio, era giunto a maledire il giorno della sua nascita, e aveva posto una critica radicale al piano di Dio, al disegno della creazione. Gli amici giunti a visitarlo gli avevano presentato tentativi di spiegazione della sua condizione elaborando teologie costruite come ragionamenti con la pretesa di spiegare il suo dramma; ma erano costruzioni di ragione in cui Dio stesso risultava asservito ad un sistema di pensiero. Più che vedere Dio essi desideravano prevedere le sue opere.

A questo punto nel libro di Giobbe prende la parola Dio stesso. Il suo discorso non è una risposta che offre soluzioni o spiegazione al dramma di Giobbe, al suo dolore. E’ piuttosto un accompagnamento ad interrogarsi su se stesso e sulla realtà attorno, a maturare uno sguardo attraverso lo stupore di fronte alla bellezza e grandezza della creazione. Il discorso è una presentazione, passo passo, dei vari elementi, la terra, il mare, la luce, gli abissi e le porte della morte, le tenebre, i fenomeni atmosferici e poi la vita degli animali, in particolare di alcuni tra essi che sfuggono al controllo umano. Una presentazione ricca di poesia di un mondo in cui si può cogliere traccia della grandezza di Dio come creatore di ogni cosa e custode nella cura. Giobbe viene guidato a scoprire di essere piccolo e fragile. E’ un lungo attraversamento fatto di domande.

E il Signore parla a Giobbe nel turbine: si presenta come il Signore di Israele che guida il suo popolo nell’attraversare il mare. Non il Dio lontano distributore di pene e retribuzioni, oggetto inaridito della teologia degli amici di Giobbe, ma il Signore vicino, Colui che non risolve la domanda sul male ma aiuta Giobbe a scoprire un nuovo modo di stare davanti a Lui. L’intero discorso è contrappuntato da una interrogativo ‘dov’eri tu?’ In questa parola sta un incontro con Dio come Tu che si rivolge a Giobbe: è parola che lo cambia. Gli fa scoprire che la sua vita, e la vita dell’umanità stessa, non sta al centro o al di sopra delle altre creature ma va accostata come parte di una realtà più grande, nella sua fragilità e debolezza, piccolo frammento di una creazione tenuta dalla custodia e dalla cura da Dio. Lo fa uscire da una visione in cui l’uomo sta al centro, e lo apre a scorgere che c’è una bellezza ed una libertà nel creato. Il volto stesso di Dio non può essere racchiuso in categorie anguste di un ragionare che tutto pretende esaurire e dominare.

Nella creazione c’è un limite per tutto, anche per le insondabili forze del male. E Dio stesso si pone un limite di fronte alla libertà umana. La consapevolezza di essere piccolo, di non essere a capo e al centro, conduce Giobbe a decentrarsi, a scoprire di dover mettersi in rapporto con Dio in modo nuovo. Non a partire dalla sua imprecazione o dalla sua pretesa di spiegazione, ma accogliendo Dio come presenza nascosta, da ricercare, da riconoscere. Scopre che deve giudicare le cose non dal suo punto di vista ma da un altro punto, inattingibile, che lo supera, e scoprire la sua piccolezza e il suo limite.

Si apre così ad una meraviglia nuova. A Giobbe si manifesta il volto di Dio che non offre soluzioni alle sue domande e non spiega il perché del suo dolore, ma soffre insieme a lui e gli fa scoprire che lui si pone come vicino, in relazione con lui. Si potrà parlare di Dio solamente a partire dalla sofferenza dell’innocente. Giobbe si rende consapevole del suo essere piccolo di fronte a Dio. Scopre così di poter scorgere la sua presenza vicina solamente quando vive il passaggio di accettare di non vedere e di non trattenerlo entro i limiti angusti di un ragionamento umano.

Gustavo Gutierrez individua la linea di fondo del libro di Giobbe nell’apertura all’esperienza di una fede gratuita, nuda, vissuta come affidamento radicale. E’ possibilità che può attuarsi solo mantenendo insieme ribellione e speranza, dolore individuale e compassione per la sofferenza presente nel resto del creato: “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teologia sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (Gustavo Gutierrez, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente. Una riflessione sul libro di Giobbe, ed. Queriniana)

Marco nel racconto della tempesta calmata evoca l’agire di Dio che ha messo un limite alle acque del mare e lo ha racchiuso come in un otre. Dio è presentato nei salmi come colui che sgrida le acque ed esse si acquietano (Sal 104/103,5-9; 106/105,9). Al cuore del brano sta una domanda sull’identità di Gesù. E’ colui che è più forte, a cui il vento e il mare, simboli del male, ma anche gli spiriti impuri obbediscono (cf. il passo che può essere letto in parallelo di Mc 1,24-28). Il brano è percorso da un’allusione all’evento della morte e della risurrezione: sulla barca i discepoli si sentono soli e abbandonati, Gesù ‘dorme’: è un verbo che allude alla sua morte. Ma si risveglia al grido dei suoi e li rimporvera. Si manifesta più potente delle forze scatenatesi dal mare in burrasca: sono le forze della natura ma anche le forze del male.

Gesù non abbandona i suoi, ci dice Marco, e la sua Parola vince la tempesta. La sua presenza è nella barca e risponde alla drammatica invocazione ‘non ti importa che siamo perduti?’. Marco spinge così il lettore ad interrogarsi sull’identità di Gesù ‘Chi è costui?’. Nell’immagine della barca sta il rinvio alla vita di una comunità che nel tempo vive la tempesta, le prove. Ma è chiamata a scoprire che la presenza di Gesù risorto come vicina, più forte di ogni male, che spinge ada vere un affidamento a lui, a non avere paura di ‘passare all’altra riva’, di vivere cambiamenti e aperture e a subire l’opposizione e la persecuzione per causa del suo nome, in fedeltà al vangelo.

11535862_649321331870976_2825218545965594869_nAlcune riflessioni per noi oggi

Limite: è oggi parola chiave per intendere un rapporto con la natura in cui scoprire che le risorse sono limitate ma anche e soprattutto che la presenza dell’umanità ha dei limiti nei confronti della possibilità di utilizzo delle realtà naturali, delle risorse. Di fronte alle possibilità aperte dalle potenzialità della tecnologia è richiesta oggi una responsabilità nuove nell’orizzonte del porre limiti e nell’assumere responsabilità. Si pone oggi sempre più urgente l’interrogativo tra possibilità dell’azione tecnica e di trasformazione e la custodia del creato. Una question posta all’umanità, uomini e donne che vivono la specifica situazione di poter essere consapevoli e responsabili.

A tal riguardo importanti suggerimenti provengono da Simone Morandini in una sua nota dal titolo ‘La lode e la custodia’ su ‘Moralia’ (in preparazione all’enciclica di Francesco ‘Laudato si’): “L’interrogativo morale sarà allora piuttosto come orientare alla sostenibilità e alla custodia la stessa azione tecnica e trasformatrice; come farne espressione di solidarietà e non di desiderio di profitto per pochi; come far sì che essa rafforzi il nostro legame con la terra e non lo estenui. Essenziale diviene qui la categoria di limite, ma essa stessa essenziale a un orizzonte mobile, a una lettura del mondo che ricerchi in essa sempre e di nuovo in esso gli spazi per un agire teso al bene comune, al bene possibile”.

11009909_10206626955543404_6996312186235649658_nprofughi a Ventimiglia (giugno 2015)

La sofferenza di Giobbe si fa vicina in tutti coloro che cercano di gridare in questi giorni al mondo il dramma della loro vita segnata dal dolore e dalla violenza. Se oggi è possibile parlare di Dio solo a partire dalla sofferenza degli innocenti le vicende di coloro che cercano solamente un posto per vivere ma non lo trovano perché ‘non c’era per loro posto nell’albergo’ sono per noi appello.

Oggi potremmo dire che non trovano posto nell’Europa che ha tradito i motivi fondanti del suo sorgere e si è strutturata come compagine di paesi preoccupati dei propri interessi, del dominio della finanza, della società ridotta a mercato. I loro viaggi che evocano l’esodo e la vicenda di Gesù sono un appello per noi.

Appello innanzitutto a non perdere di vista le cause di tali movimenti di popoli, a non dimenticare le guerre, le dittature – come in Eritrea dove la feroce dittatura di Isaias Afewerki ha trasformato il paese in una prigione a cielo aperto – i luoghi dove è quotidiana la violazioni di diritti e la violenza (come in Sud Sudan, Mali, Nigeria, Somalia, Libia)  da cui tante persone cercano di fuggire.

Essere nati e trovarsi a vivere in una terra dove c’è la guerra è una condizione non determinata dalle scelte dei singoli e dovrebbe essere motivo, da parte di chi si trova in condizioni di pace, per sentire più profondamente il senso di solidarietà del fare propria la sofferenza dell’altro e porre in tutti i modi un limite al male. Ci sono guerre – si pensi a quella in Siria giunta al suo quarto anno – che non scaldano più i cuori, ma se ciò avviene è un problema di cuori da cambiare.

La sofferenza di coloro che cercano di varcare i confini segnati da filo spinato della Siria: , la solitudine di chi attende di poter ricongiungersi da profugo ai propri cari già esiliati, la condizione di chi è stato cacciato dalle proprie case nella valle di Mosul, la vita quotidiana delle migliaia di persone ospitate nei campi profughi ai confini tra Siria e Giordania – si calcolano circa quattro milioni di profughi di cui due milioni di bambini, la più grandi crisi umanitaria dopo la seconda guerra mondiale – la sofferenza di chi deve attraversare il deserto nella speranza di fuggire la dittatura e la miseria, sono un appello non per cercare spiegazioni, ma per vivere l’incontro con Dio nel farsi carico di coloor che soffrono.

Uomini e donne come noi che devono essere chiamato con il loro nome ‘compagne e compagni nella medesima umanità’, fratelli sorelle segnati dal dolore. Sono proprio loro, i migranti, i profughi, i rifiutati e respinti da chi vive la paura e il sospetto che ci provocano a comprendere in modo nuovo la nostra esistenza nell’unica direzione che può dare un senso al nostro vivere individuale e sociale: dare ospitalità alla sofferenza dell’altro e lasciarci ospitare e cambiare in questo incontro.

DSCF5780Un’ultima riflessione la trarrei dal riferimento all’immagine della barca. Simbolo di comunità nella tempesta, ma anche simbolo di una umanità che nella storia percorre una navigazione in cui si può distruggere ogni cosa ma si può anche seguire e indirizzare la barca nel corso che lungo il fiume della storia, va verso il mare: è immagine utilizzata da Giorgio La Pira che la utilizzava per sintetizzare la sua visione sulla storia. Scriveva “la storia dei popoli (ed anche, in un certo senso la storia stessa del cosmo) è come un unico fiume che viene da una sorgente e va inevitabilmente (attraverso frequenti e spesso dolorose anse) verso una foce! Tutti i popoli (la storia di ogni popolo) formano con la loro storia – come tanti affluenti – questo fiume unico: si tratta di tante storie particolari che formano insieme – nel corso dei secoli e dei millenni – la storia unica e totale del mondo” (Lettera  Pino Arpioni 14/04/68, in G.La Pira, Il sentiero di Isaia, 367).

E ancora evocando l’espressione ‘I care’ – mi sta a cuore, mi interessa – di don Milani: “.. nessun popolo e nessuna persona può dire : – non mi riguarda e non mi interessa! Non ti riguarda e non ti interessa? Ma come, si tratta del destino della tua esistenza e del tuo inevitabile cammino lungo l’intiero corso della tua vita: come fai a dire ‘non mi interessa’? E’ questa la cosa fondamentale che deve interessare la tua meditazione, la tua preghiera (se sei credente) e la tua azione! Credente o non credente, giovane o anziano, volente o nolente: il fatto esiste: sei imbarcato e la navigazione alla quale, volente o nolente, tu partecipi, interessa l’intiero corso della tua vita! Sei sulla barca ed un colpo di remo lo dai inevitabilmente, anche tu! Sei sulla barca, e se la barca affonda, affondi anche tu; e se la barca giunge in porto, giungi in porto anche tu” (Lettera  a Pio XII, 19/02/58, in G.La Pira, Beatissimo Padre, 226).

Il viaggio di tanti su barconi stracarichi, con nel cuore la speranza di vita e di salvezza, è viaggio che richiama una navigazione di popoli, oggi, sulla barca dell’umanità in cui tutti siamo imbarcati insieme, in cui non si può dire ‘non m’interessa’.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF56011 Re 19,9-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

‘E subito costrinse i discepoli a salire sulla barca’. Con un passaggio repentino segnalato dall’avverbio ‘subito’ e da un verbo di comando (costrinse) Matteo suggerisce l’atteggiamento di Gesù a seguito del segno del pane condiviso. Ora può congedarsi dalla gente, dopo aver risposto alla fame ma prima indica ai discepoli che non è il loro posto quello in cui si raccoglie la stima o il successo per un grande segno. Gesù li distoglie così dalla logica del miracolo e li ‘costringe’ a precederlo sull’altra riva, ma non vi sarà alcun precedere. Marco (Mc 6,45) puntualizza che si tratta della direzione di Betsaida. Gesù frequenta piccoli villaggi sulle rive del lago. Inizia così una traversata che non giunge a compimento.

Frattanto Gesù sale sul monte da solo, in preghiera. Il cuore della sua vita sta nel rapporto con il Padre e la sua solitudine è ricca di un dialogo racchiuso nel suo silenzio, un dialogo di accoglienza di tutta la sua vita come dono, e di ogni cosa come proveniente dal Padre, come sua benedizione, come i pani accolti e donati perché fossero distribuiti sono accolti come benedizione.

La traversata dei discepoli incontra però una tempesta ed un vento contrario. Matteo nel descrivere la navigazione dei discepoli ha tratti propri rilevabili dal confronto con il racconto originario di Marco: precisa che la barca è lontana ‘diversi stadi’, una distanza assai limitata e ben diversa dalla annotazione di Marco che ‘erano in mezzo al mare’. Matteo inoltre dice che ‘la barca era sballottata’ dalle onde mentre Marco parla della difficoltà dei discepoli nel remare (Mc 6,48). Questi tratti possono suggerire come nella lettura di Matteo non si tratta di descrivere un grande prodigio, ma un racconto che ha un significato per la comunità. Gesù liberamente e per primo viene incontro alla sua comunità, camminando sul mare ‘nella quarta veglia della notte’ cioè sul far del mattino. Il mare è simbolo di tutte le forze del male e il male in tempesta è simbolo delle contrarietà e ostacoli che la comunità sperimenta. Gesù si fa incontro ai discepoli mentre si apre il tempo del mattino. Il suo farsi incontro sul mare richiama il passaggio del mare nel racconto dell’esodo. Lì, ‘alla veglia del mattino’ (Es 14,24) il Signore intervenne procurando il disastro dei carri degli egiziani, suscitando un forte vento d’oriente(Es 14,21) e questo passaggio rimarrà fisso nella memoria di Israele. Il Salmo 77 ad esempio canta la presenza del Signore vicino al suo popolo, che passò sul mare e le sue orme rimasero invisibili. La paura dei discepoli e la parola di Gesù ‘Coraggio, io sono’ sono avvicinabili ai percorsi dell’esodo, all’esperienza di Mosè che nel deserto accoglie la rivelazione del nome ineffabile di Dio come promessa di fedeltà e di compagnia ‘Io sarò con te’ (Es 3,14).

Matteo presenta questo racconto della traversata incompiuta come un incontro con Cristo con tratti che richiamano le esperienze dopo la Pasqua: un’esperienza di Lui che si dà ad incontrare, aprendo ad un nuovo modo di vedere e iniziando la storia di una fiducia che ha lui d’ora in poi come punto di riferimento della vita. Ma Matteo pur riprendendo questo racconto da Marco aggiunge una parte propria: in Marco al centro sta la figura di Gesù e lui solo. In Matteo l’attenzione si sposta anche sui discepoli. Pietro è il discepolo che chiede di camminare sulle acque nell’andare incontro a Gesù. E’ un particolare funzionale a sottolineare la ‘fede piccola’ di Pietro e dei discepoli che poco dopo Gesù rimprovera. Pietro intende porsi in atteggiamento di verifica e intende sottoporre ad una prova: ‘se sei davvero tu…’ Non vive la fiducia in modo pieno. Pietro peraltro vuole fare quello che sta facendo Gesù, ma è una pretesa che non comprende le esigenze del seguire Gesù. Non si tratta di fare quello che compie lui, ma di seguirlo: è questa la chiamata dei discepoli. Pietro pone qui una pretesa di porsi in qualche modo sul piano del maestro. Inizia a scoprire cosa significa seguire Gesù quando grida ‘Signore salvami’. Comprende cosa significa seguirlo quando sperimenta che senza di lui non può fare nulla, non può pretendere di imitare e di compiere gesti pur buoni e eroici. ‘Signore salvami’ è il suo grido e il paradigma di ogni preghiera credente. Nell’afferrarlo Gesù dice una parola sulla fede di Pietro: ‘uomo di poca fede, perché hai dubitato?’. Se Marco sottolineava nella sua versione l’incomprensione dei discepoli, Matteo conclude l’episodio con una professione di fede da parte dei discepoli ‘che erano sulla barca’: ‘Tu sei veramente il figlio di Dio’. E’ una dichiarazione che riporta a livello della comunità quel passaggio costituito dal riconoscimento in Gesù del volto del messia. Ma è un cammino che implica un cambiamento di modo di intendere il messia stesso e di mettersi a seguirlo nel trovare salvezza non nelle forze umane, non nei carri e cavalli, ma nella sola fiducia a lui rivolta, seguendo lui solo.

Teaser Mossoul Chrétiens-1Alcune riflessioni per noi oggi

L’interesse principale di Matteo sembra ruotare attorno alla ‘barca’: egli sta probabilmente pensando alla comunità. La barca naviga tra i pericoli, segnata dalla paura e da una fede debole. Nella sua navigazione più che le forze avverse, è scossa dalla paura, dalla scarsa fiducia che impedisce di riconoscere il Signore. Matteo presenta così la più grande debolezza della comunità: il lasciarsi prendere dal timore, il non saper invocare con fede ‘Signore salvami’. La ‘barca’ della comunità può superare la paura ed ogni male solo se si affida al Signore. Gesù, colui che incontra il Padre nel silenzio nella scelta non dell’affermazione e del compromesso con il potere ma nel servizio e nella condivisione.

Viviamo in questi giorni la paura e l’angoscia di comunità cristiane, le antiche comunità cristiane del Medio oriente, dell’Irak, della zona di Ninive (Mosul Qaraqosh) costrette a fuggire perché perseguitate e costrette a lasciare le loro case e i loro beni. Centinaia di migliaia di persone nella piana di Ninive. Una catastrofe umanitaria, una situazione di ingiustizia e di violenza che vede la timidezza e il disinteresse per popolazioni avvertite lontane. Un esodo di persone costrette ad allontanarsi per la loro fede religiosa insieme ad altre minoranze. Enzo Bianchi ha scritto “in Iraq come in Siria non è a rischio solo la sopravvivenza di una comunità cristiana presente nella regione fin dai primissimi secoli: è a rischio l’umanità intesa come capacità di sentirsi ed essere responsabili del proprio simile; è a rischio quella dote umana di esprimere sentimenti e istanze morali che chiamiamo cultura; è a rischio il patrimonio etico della convivenza, del dialogo, del confronto per fronteggiare insieme il duro mestiere del vivere; è a rischio il rapporto stesso con il creato” (La Stampa 8 agosto 2014).

In queste tempeste della violenza e del male che hanno responsabili e menti direttrici, il grido ‘Signore salvaci’ è appello ad una condivisione di destino e ad una sequela che renda capaci di umanità e di attenzione.

Così per le popolazioni di Gaza da cui proviene l’appello a non pregare solamente per la pace ma a stare accanto a chi soffre in una tempesta di male che vede operatori di crimini e vittime. E’ il grido che proviene dalle comunità cristiana presente a Gaza e che condivide la condizione di oppressione di tutti coloro che vive nella Striscia subendo l’umiliazione e l’aggressione di Israele: “Chiediamo alle chiese di assumersi le loro responsabilità verso la terra Santa, la terra delle loro radici, se veramente si preoccupano per le loro radici, per la Terra Santa e la sua gente. Molte chiese sembrano essere indifferenti o intimidite ad agire. Le chiese devono fare pressione su Israele e anche sui loro governi nazionali per porre fine all’impunità di Israele e renderla responsabile”

“Siamo i cristiani della parrocchia di Gaza e, come tutti gli altri palestinesi della Striscia, siamo sotto una pioggia di bombe anche quando i vostri giornali parlano di tregua e di ritiro. Lo sapete che anche a noi arrivano le telefonate dell’ IDF che ci chiedono di abbandonare la Chiesa e, visto che non l’abbiamo lasciata, ci hanno bombardato la scuola, terrorizzando gli sfollati e costringendo le suore e i bambini disabili a rintanarsi in chiesa? 8…) Siamo contenti che gli stessi preti che in questi giorni scelgono di tacere, promuovono ogni anno pellegrinaggi in Terra Santa, ma chiediamo loro, di aprire gli occhi sulle conseguenze che da anni l’occupazione e la colonizzazione producono sulla nostra vita di sopravvivenza e umiliazioni” (da un messaggio dei cristiani di Gaza comunicato da don Nandino Capovilla).

Tempeste della storia presente che ci rendono attenti a scoprire il volto di Cristo che ci viene incontro con una chiamata ad essere comunità liberata dai legami con il potere, con il desiderio di comodità e di successo, per seguire il volto del messia che ha percorso la via della vicinanza alle vittime, della croce come dono e solidarietà.

Alessandro Cortesi op

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