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XXXIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

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Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

In tempi di persecuzione sorse in ambito ebraico la letteratura apocalittica, o di rivelazione: utilizzava particolari visioni, immagini e simboli, descrizioni di sconvolgimenti del mondo e del cielo, descrizioni di battaglie e conflitti per parlare della vicinanza di Dio nella prova, del suo rivelarsi. Eventi di angoscia e terrore venivano raccontati, ma all’interno di essi stava un messaggio di speranza e di attesa.

A tale genere di scritti appartiene la pagina di Daniele in cui viene presentata una enigmatica figura, quella del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo e con allusione ad eventi nel tempo ultimo in cui la storia giunge al suo termine.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con  grande potenza e gloria”

Sono molteplici i tratti di questo ‘figlio dell’uomo’: per un lato può essere letto come figura personale, appartenente al mondo di Dio, con funzione di giudice; per altro una figura collettiva, che racchiude una moltitudine e indica così il destino dell’Israele fedele.

Appare nei tempi ultimi, ed ha un potere eterno conferito da un vegliardo. La sua è funzione di giudizio nei confronti dell’umanità e della storia. Il suo regno si differenzia dai tanti imperi che si sono succeduti ed hanno dominato nel corso dei secoli perché durerà in eterno e non sarà mai distrutto. Nel giudizio il male viene definitivamente eliminato, e si attua la vittoria definitiva del bene. I santi sono coinvolti nel compito di giudici della storia (Dan 7,22).

Ad una prima lettura questa pagina può suscitare timore e inquietudine, ma al suo cuore sta un profondo messaggio di speranza. E’ stata infatti scritta nel II secolo a.C. al tempo dell’oppressione di dominatori che imposero ad Israele l’adozione di costumi dei pagani e il rinnegamento della fede.

Il messaggio di speranza è rivolto al popolo con annuncio di una vita oltre la morte, una vita risvegliata in Dio per chi è stato fedele: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3)

Nel tempo della persecuzione Daniele diffonde un messaggio per resistere e richiamando il valore della fedeltà. L’ultima parola è quella di Dio che affida il potere di giudizio alla figura del ‘figlio dell’uomo’.

La prima comunità cristiana conosceva questa immagine e la utilizzò per indicare Gesù come figlio dell’uomo: davanti a lui si scorge la sua vita come proveniente da Dio e nei suoi gesti è visto l’irrompere dei tempi ultimi.

Gesù indica ai suoi che la storia non è senza orizzonte ma è indirizzata verso un futuro di speranza. Il tempo ultimo non sarà la fine, ma tempo di incontro e invita  scorgere i segni di un’estate vicina. “Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”

In queste parole sta racchiusa una promessa e un orientamento al futuro. Gesù promette che tornerà e sarà compimento della novità della risurrezione, la comunione per sempre con Dio e con gli altri: “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Accogliere la promessa di Gesù apre ad un  futuro che si fa av-venire: è lui, il risorto, che conduce al Padre ed alla comunione.

L’esempio del fico è richiamo allora ad attenzione e responsabilità nel tempo presente: “quando il suo ramo si fa tenero e mette le foglie voi sapete che l’estate è vicina…”. Sin da ora si possono scorgere segni di novità, di fioritura che annuncia una nuova stagione di gioia  disseminati nella storia. Sono segni da scorgere pur nelle contraddizioni e nelle difficoltà del tempo.

Nel tempo della storia già ci sono segni della presenza di colui che tornerà. Nel tempo sta crescendo come seme il ‘regno’: è la presenza stessa di Gesù che ha preso su di sè la storia umana ed inaugura nuovi rapporti umani e Gesù per questo ai suoi chiede di scrutare i ‘segni dei tempi’.

La vita cristiana si pone tra l’attenzione al presente nello scorgere i segni del regno e l’attesa del compimento della promessa. ‘Vieni Signore Gesù’: con questa invocazione le prime comunità esprimevano la loro attesa e la loro speranza. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Alessandro Cortesi op

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Tempo

Momo è la protagonista dell’omonimo romanzo di Michael Ende (ed Longanesi 1993, orig. ted. 1973). E’ una bambina vestita con una larga giacca che si presenta in una città senza nome senza conoscere la sua età, forse 8 forse 10 anni, provenendo da un orfanotrofio. Vive in un antico anfiteatro romano. Momo ha un cuore buono e il suo sguardo sa soffermarsi sui volti e cose cogliendo sfumature che fanno vivere: ha capacità di ascolto e un’apertura che suscita la fantasia e genera pace attorno a sè. Nella città senza nome quando qualcuno ha dei problemi diviene usuale l’invito: “Ma va’ da Momo che ti passa!”.

Alcune persone che incontra diventano suoi amici particolare, come Beppo spazzino, da cui apprende l’importanza di spazzare la strada dalle foglie, un colpo alla volta, senza fretta e con pazienza, scorgendo così il senso di ogni momento e di ogni passo nella vita da affrontare con un preciso ritmo: passo- respiro-colpo di scopa-passo-respiro-colpo di scopa. Così Beppo, mentre spazza, nel silenzio dell’alba, lascia spazio ai suoi pensieri che cercano di distanziarsi da ogni falsità. E poi Gigi Cicerone, improbabile guida turistica dell’antico anfiteatro che usa la sua parlantina per proporre storie inventate ai turisti che lo seguono ammirati dal suo cappello con visiera, ed è capace di scherzi e risate spensierate. E così altri tra cui Mastro Hora che abita nella Casa di Nessun Luogo all’interno Vicolo di Mai dove sono collezionati orologi classici, pendole, orologi da taschino, cucù, altri segnatempo di ogni genere e tipo. Lì per andare veloce bisogna camminare piano.

Momo non compie grandi cose, sta in ascolto e diviene poco alla volta presenza che nella città guarisce conflitti, consola, riesce a dar valore a chi sembra non avere nessuna capacità. I ritmi di una vita in cui vi è spazio per pensare agli altri lasciano tempo per la spensieratezza, per il gioco, per il lavoro che accetta i limiti e insieme per la festa.

Tuttavia il clima di serenità è turbato dall’arrivo degli uomini grigi, strani personaggi, vestiti tutti uguali e con il volto oscuro. Il loro progetto, che cercano di attuare con metodi subdoli, è quello di impadronirsi del tempo. Il tempo rubato dagli uomini grigi agli abitanti della città alla fine è il tempo della gratuità e della bellezza, il tempo della cura e delle cose inutili che però danno respiro ai cuori. Gli uomini grigi intuiscono che la presenza di Momo  è la più grave minaccia ala loro strategia di rubare il tempo inducendo alla logica di un consumo senza limiti, ad un’efficienza che non guarda più in faccia le persone,e  le fa divenire struemnti e merce di un grande ingranaggio che mira a far diventare ricchi e al denaro tutto assoggetta. Gli uomini grigi si presentano infatti come agenti della ‘cassa di risparmio del tempo’ e cercano di convincere a risparmiare sempre più tempo. I minuti, le ore, i giorni risparmiati verrebbero restituiti dopo il sessantaduesimo anno con gli interessi.

Ma rubando così il tempo rendono irrealizzabile ciò che è più bello nella vita, che si compie nel tempo perduto, in un gesto gratuito, nella bellezza condivisa, come il tempo impiegato per stare accanto a qualcuno o  solamente ascoltare, o per svolgere il proprio compito quotidiano senza angustia.

“Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo.”

La favola di Momo è una riflessione sul senso del tempo. Sul valore del tempo dedicato con gratuità, agli altri, a tutto ciò che fa respirare la vita e che non può essere assoggettato ad una logica di consumo, di dominio, di efficienza e produzione. Il tempo come luogo di incontro e di respiro della vita.

“Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo. Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che talvolta un’unica ora ci può sembrare un’eternità, ed un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quell’ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.”

Alessandro Cortesi op

 

III domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

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Gn 3,1-5,10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Un racconto di chiamata fa ripercorrere i passi dei primi discepoli di Gesù. Lungo il mare accolgono subito l’invito Vieni. Ascoltano il suo messaggio e lo seguono.

Gesù inizia ad annunciare il regno ‘dopo che Giovanni fu arrestato’. Sin dall’inizio sul suo cammino è presente l’ombra della vicenda di Giovanni, profeta perseguitato. Gesù inizia dalla Galilea delle genti (Is 8,23). Le sue prime parole nel vangelo di Marco sono la sintesi del suo annuncio: ‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo’. Due indicativi in riferimento al tempo e al ‘regno di Dio’; e due imperativi che indicano le conseguenze dell’ascolto. Un tempo unico da non perdere, un’occasione che segna l’urgenza di accogliere e seguire in un cambiamento radicale della vita. E’ un’urgenza che si accompagna all’invito a cambiare in radice il proprio modo di pensare e di intendere l’intera esistenza.

‘Il tempo è compiuto’: il tempo è ora tempo forte della visita di Dio, tempo della salvezza. Paolo dirà: ‘il tempo ormai si è fatto breve’ evocando l’immagine della nave vicina al porto che scioglie le vele. I marinai sono presi dall’impegno ma già vivono la felicità dell’arrivo, la gioia dell’incontro. Paolo così presenta lo stile di chi vive immerso nel presente ma orientato al senso ultimo della vita. Tutto acquista senso nuovo dall’ incontro con Cristo e genera un vivere in tensione, nell’inquietudine.

Il regno di Dio era attesa presente in vario modo nel contesto in cui Gesù viveva. Su di essa si radica l’annuncio di Gesù che parla della signoria di Dio come di un dono di relazione e vicinanza che genera una trasformazione della storia nella linea della liberazione: il regno – dice Gesù – è già in mezzo a voi, si è avvicinato. Nelle sue parole e nelle sue opere si rende presente come Dio agisce: guarendo liberando, accogliendo gli esclusi, nel servizio. La morte e risurrezione sono il segno del regno giunto.

Da questa indicazione un duplice imperativo ‘convertitevi e credete al vangelo’: il regno è dono gratuito ed è chiamata e responsabilità offerta. Convertirsi implica un mutamento interiore e radicale. Si tratta di una conversione che provoca sul volto di Dio in cui credere innanzitutto, conduce a rivedere le nostre strade sulla base della strada che Gesù ha percorso.

Anche Giona (prima lettura) chiede una conversione con la minaccia e chiedendo urgenza. I cittadini della grande città credettero a Dio e cambiarono vita. Ma soprattutto Giona per primo deve vivere nel suo cuore un faticoso percorso di conversione: è guidato a cambiare modo di pensare a Dio: non il Dio che separa, che vuole appartenenze e privilegi di pochi contro altri, ma il Dio che s’impietosisce e perdona, il Dio che spinge ad andare e ad incontrare il lontano, l’altro, nella grande città.

Marco poi narra la chiamata dei primi quattro discepoli. Il presentarsi di Gesù li coglie nel quotidiano della loro esistenza, mentre lavoravano come pescatori. Gesù ‘vide’ Simone e Andrea Giacomo e Giovanni. Il suo sguardo si fissa su ciascuno con l’irripetibilità e originalità del proprio nome. Li incontra e li osserva nel quotidiano della loro attività, con in mano le reti del loro lavoro di pescatori. La sua parola è un imperativo: ‘su dietro di me!’. Chiede immediatezza di risposta. E la loro risposta si fa decisione e si mettono a seguirlo. E’ rottura con il passato e trasformazione radicale della vita. ‘E subito, lasciate le reti, lo seguirono’. L’avverbio ‘subito’ indica un passaggio carico di prontezza e di risposta ad una urgenza. ‘Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguìto’ dirà Pietro. Ma saranno anche coloro che, abbandonando Gesù, fuggono al momento della sua passione.

Compiono una separazione ed un distacco: lasciano il lavoro, il loro padre Zebedeo e coloro che lavoravano insieme. Iniziano un percorso nuovo, al seguito. La loro vita sarà ancora di ‘pescatori’, dovranno attendere, essere al servizio di dare vita, procurare cibo per altri, ma in modo nuovo. Iniziano a seguire Gesù, a stargli dietro lunga la sua via, discepoli dell’unico maestro venuto per servire e non per essere servito, nel fare della sua vita un dono per tutti.

Sarà un discepolato di uguali, di uomini e donne al seguito di Gesù, vissuto nella condivisione senza maestri e padri se non il Padre che è nei cieli. Si tratta di una profonda rottura con il passato e con il loro presente che si apre alla via del vangelo. L’intero racconto di Marco presenterà Gesù che cammina lungo la via predicando il regno e aprendo faticosamente ai suoi discepoli la strada su cui seguirlo.

Alessandro Cortesi op

WhatsApp-Image-2018-01-08-at-23.12.501-720x1024Chiamata per le chiese

Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6). E’ questo il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2018). Ogni anno un tema è scelto da un gruppo di chiese di una diversa regione nel mondo. Quest’anno sono le chiese dei Caraibi ad aver scelto il tema e ad aver proposto un sussidio di preghiera.

Il riferimento all’inno di lode al Signore dopo il passaggio del mar Rosso non è una forma di esaltazione della guerra ma è affermazione del potere di Dio sul male e sul dominio del faraone che genera schiavitù. La destra potente del Signore è simbolo dell’agire di Dio che non rimane indifferente di fronte al male ma opera per liberare. Il passaggio del mare è così una nuova creazione.

Come richiamano le parole di un canto che sarà ripreso nelle celebrazioni: “La mano di Dio
 sostiene la terra; 
essa solleva chi cade, uno per uno. 
Ciascuno è conosciuto per nome e salvato dalla vergogna perché la mano di Dio si è alzata” (The right hand of God*).

Le chiese dei Caraibi sono unite da una storia di colonialismo che ha segnato quelle terre. Quest’anno queste chiese propongono di vivere la celebrazione ecumenica con attenzione a due simboli: la Bibbia e le catene. Le catene sono simbolo di schiavitù, disumanizzazione e razzismo così pure del potere del peccato che ci separa da Dio e gli uni dagli altri. Si propone di far cadere le catene della schiavitù e formare «una catena umana che esprime vincoli di comunione e di azione congiunta contro le moderne forme di schiavitù e ogni tipo di disumanizzazione individuale o istituzionale». La Bibbia è punto di riferimento per il cammino di liberazione, come è stata ed è luce per tanti nel momento della prova.

Anche oggi le chiese sono chiamate a scoprire la comune chiamata di Dio ad essere testimoni di liberazione: “O Dio eterno,
 Tu non appartieni ad alcuna cultura né ad alcuna terra, ma sei Signore di tutte,
 Tu ci chiami ad accogliere tra noi lo straniero.
 Aiutaci con il tuo Spirito 
a vivere come fratelli e sorelle,
 accogliendo tutti nel tuo nome,
 e vivendo nella giustizia del tuo regno.
 Te lo chiediamo nel nome di Gesù.
 Amen”.

Alessandro Cortesi op

 

* The right hand of God

The right hand of God
is writing in our land,
Writing with power and with love;
Our conflicts and our fears,
Our triumphs and our tears,
Are recorded by the right hand of God.

The right hand of God
is pointing in our land,
Pointing the way we must go;
So clouded is the way,
So easily we stray,
But we’re guided by the right hand of God.

The right hand of God
is striking in our land,
Striking out at envy, hate and greed;
Our selfishness and lust,
Our pride and deeds unjust,
Are destroyed by the right hand of God.

The right hand of God
is lifting in our land,
Lifting the fallen one by one;
Each one is known by name,
And lifted now from shame,
By the lifting of the right hand of God.

The right hand of God
is healing in our land,
Healing broken bodies, minds and souls;
So wondrous is its touch,
With love that means so much,
When we’re healed
by the right hand of God.

The right hand of God
is planting in our land,
Planting seeds of freedom, hope and love;
In these many-peopled lands,
Let his children all join hands,
And be one with the right hand of God.

 

III domenica – tempo ordinario anno C – 2016

decani-monastery-fresco2Ne 8,2-10; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

“Tutto il popolo piangeva mentre ascoltava le parole della legge”. La grande scena descritta nella pagina del libro di Neemia reca in sé due messaggi propri dell’esperienza del ritorno di Israele dall’esilio e che presentano anche aspetti su cui riflettere in modo critico per vivere l’esperienza di fede oggi.

Un primo messaggio sta nella centralità e nell’importanza dell’ascolto del libro della legge. Durante l’esilio e nella fase successiva l’esperienza di fede di Israele si concentra sul libro che reca la legge di Dio. Dopo la conquista di Gerusalemme e la deportazione ad opera dei babilonesi nel 586 con le conseguenze drammatiche della perdita della terra e della distruzione del tempio, la spiritualità di Israele si concentra sulle promesse, sulla Parola di Dio ricevuta.

L’ascolto è il richiamo proprio dei profeti dell’esilio. Nel periodo successivo, del ritorno e ristabilimento esso trova formulazione il libro. L’assemblea che ascolta il sacerdote Esdra mentre legge il libro della legge esprime questo movimento di nuova concentrazione attorno alla legge e il libro assume una rilevanza particolare come indicazione della Parola al cuore dell’esistenza di Israele, nutrimento della fede.

Questa pagina pone un secondo accento: il libro che contiene la parola di Dio nella legge è letto e spiegato dai leviti. Viene a comparire una classe di sacerdoti che hanno le chiavi della legge e si pongono in qualche modo al di sopra del popolo. La spiritualità dei sacerdoti che troverà affermazione in questa fase della storia di Israele sottolineerà fortemente la funzione sacerdotale in quanto mediazione, ma con tutti i rischi connessi di divenire un potere preoccupato della propria conservazione. Si attua così una lenta sottrazione della Parola di Dio ad un ascolto di tutto il popolo: essa viene fatto passare attraverso una mediazione necessaria del libro letto e interpretato.

Gesù è presentato da Luca come ebreo non appartenente alla classe dei sacerdoti. La sua lettura del libro, il rotolo di Isaia nella sinagoga, è azione che richiama il compito e servizio di ogni ebreo adulto, che può leggere e commentare la Scrittura in mezzo all’assemblea. Gesù legge una pagina di Isaia che parla dello Spirito che consacra e invia il profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio”. Luca vede questo momento come inizio della missione di Gesù. E’ anche manifestazione del suo cammino come inviato. Gesù compie la missione del profeta mandato ai poveri. Nelle parole di Isaia il messia era colui che avrebbe portato liberazione a partire dai poveri. Luca fa intravedere in Gesù il volto di chi si fa povero e in questo ‘oggi’ prende tutte le speranze e le accoglie. Tutta la sua vita è nella linea di portare liberazione e salvezza: proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vita, rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. Luca legge il tempo di Gesù come tempo con carattere nuovo: è occasione in cui scorgere la tenerezza e la vicinanza di Dio, la sua grazia. E’ così un tempo di grazia che compie le attese, un oggi in cui Dio si fa vicino portando liberazione e salvezza: “oggi si è compiuta questa scrittura”. L’ascolto a questo punto rinvia non ad un libro, ma alla vita di Gesù.

Nella prima lettera ai Corinzi Paolo invita ad intendere la vita della comunità come un corpo, in cui ogni membro è importante e ad ognuno è dato qualcosa, un dono per l’utilità di tutti e in vista dello scambio e del bene comune. La diversità delle membra del corpo non è un fattore di negatività, è piuttosto motivo per scorgere come non tutti hanno i medesimi don e non tutti sono chiamati a fare le medesime attività e servizi. Se tutti sono invitati a scoprire un dono proprio, ciascuna e ciascuno è chiamato a scorgere un compito e un servizio specifico a cui dedicarsi. “Tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo…. Tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Il respiro di vita del corpo è lo Spirito che inizia una umanità nuova: questo corpo viene indicato come ‘Cristo’. Il corpo per Paolo è grande immagine che esprime la vita stessa di Cristo che coinvolge in se stesso tutti coloro che condividono la sua vita e la continuano e prolungano vivendo come lui. Al centro è la considerazione di Gesù Cristo che accoglie con sé e fa vivere della medesima vita.

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Il libro e le parole

Ascoltare l’esperienza di un credente musulmano nei confronti del libro può essere occasione per scoprire la sensibilità propria di una fede radicata nella recita e nell’ascolto del libro ma anche per comprendere meglio il rapporto di un credente cristiano nei confronti della Bibbia come libro che rinvia alla Parola di Dio e alla vita di Gesù.

Nasr Hâmid Abû Zayd è uno studioso del Corano. Nel suo testo Una vita con l’Islam, a cura di Navid Kermani, (Bologna, Il Mulino 2004) ripercorre la sua vita a partire dal tempo della sua infanzia in un villaggio rurale nell’Egitto Quhâfa, segnato dalle trasformazioni culturali del dopoguerra, in un mondo in cui in cantastorie lasciavano spazio alla radio, le famiglie dormivano tutte insieme in un unica stanza e la nicchia con scaffali, la kutbiyya, era il luogo che conservava nella casa i documenti importanti e dove il Corano era posto.

La sua vita è segnata dall’apprendimento del Corano nel kuttâb, la scuola coranica: “Nel kuttâb non vi era nemmeno una sedia di paglia: assieme all’‘arrif sedevamo sulla nuda terra, mentre lì accanto, presso lo shaykh c’erano quelli che memorizzavano il Corano. E siccome sognavo di trovarmi anch’io nella stanza accanto ero particolarmente diligente” (p.32). In quell’ambiente impara a memoria il libro e già all’età di otto anni diviene capace di recitarlo.

“Il Corano recitato … scandisce la vita della comunità e del singolo musulmano, anche se questi in molteplici situazioni non se ne rende nemmeno conto. Mi sembra che proprio nell’importanza rituale della recitazione, che travalica i confini della comprensione razionale, vada ricercata una delle ragioni per le quali i musulmani si attengono rigorosamente al testo coranico e hanno paura di uno studio critico letterario (…). La recitazione è molto importante perché il Corano non è un testo di lettura” (p. 36).

La prima parola della sura 95 considerata la prima rivelazione è l’invito a recitare (iqra’) e un detto di Maometto secondo la tradizione (hadîth) su questa rivelazione riporta come lo stesso Gabriele disse a Maometto ‘recita’ nel senso di ‘ripeti le mie parole’ (p.138).

Abû Zayd narra così il suo percorso che lo condusse con grandi difficoltà a passare da una condizione di figlio di contadini a poter frequentare la scuola. Poi le prime esperienze di lavoro tecnico mentre il desiderio coltivato nel cuore era quello di proseguire nello studio del Corano. La sua storia personale si intreccia con quella dell’Egitto negli anni ’50 al tempo di Nasser, che morì nel 1970 e poi negli anni di Sadat e di Mubarak. Spiega così alcuni passaggi avvenuti nel modo di considerare la religione stessa all’interno del mondo islamico.

Sottolinea come il principio fondamentale secondo cui la religione consiste in ‘servigi nei confronti di Dio e in azioni’ (espressione che dà molta importanza al rapporto con Dio e all’aspetto pratico della vita soprattutto quelle azioni che hanno effetti sugli altri) trova una comprensione diversa ed una reinterpretazione nel Novecento passando dall’essere intesa ‘servizi a Dio e azioni’ al divenire ‘dottrina di fede e legge’: in tal modo si aprì la strada ai fondamentalisti che interpretavano il binomio nel senso di ‘religione e stato’ (p. 68).

La sensibilità di Abû Zayd è però diversa: la fede costituiva per lui una forza per il singolo e la preghiera un’esperienza spirituale, il pellegrinaggio un’esperienza da cui si tornava colmati di bellezza, principio fondamentale della religione era quello del rispetto del più debole: “l’idea che religione e stato fossero la stessa cosa non rientrava nei principi della religione che ho appreso” (p.68).

La sua passione, l’aiuto fondamentale della famiglia lo condussero a divenire uno dei docenti all’Università del Cairo, appassionato dell’insegnamento, soprattutto del rapporto con gli studenti nel far emergere in loro la capacità di pensare e di rapportare il passato con il presente. Giunge così ad approfondire un approccio al Corano ricco dei suoi studi letterari e scrive Il concetto di testo. Il suo approccio al Corano non pone in discussione la sua valenza spirituale, ma lo legge con un tentativo di comprensione di tipo scientifico letterario sulla scia di alcuni studiosi come Muhammad Abduh e di Mahmud Muhammad Taha, sudanese giustiziato nel 1985 dopo essere stato ritenuto colpevole di apostasia (p.121).*

“Quando definisco il Corano un testo letterario non intendo assolutamente ridurlo ai sui elementi poetici. Il Corano è un’opera religiosa un ‘libro che indica la retta via’ come lo definisce Muhammad Abduh. Ma come arriviamo all’identificazione della retta via? Come dobbiamo comprendere il testo per arrivare ad essa? Lo dobbiamo decodificare…” (p.113).

Abû Zayd si pone nella linea dei mutaziliti, una antica scuola del IX-X secolo secondo cui la parola del Corano è creata: la lingua araba è infatti creata dagli uomini e non di origine divina. In quanto creata la parola va decodificata con strumenti umani, senza far venir meno il fatto che rechi in sé un messaggio religioso (p.119). Ma questa linea non ha prevalso.

“Temono che il Corano diventi ciò che è la Bibbia, cioè un libro ispirato che parla di Dio, non più il discorso stesso di Dio. Io trovo invece che non vi sia contraddizione tra l’esperienza sensibile e recitativa di un testo, da un lato, e la sua lettura e analisi scientifica come testo dall’altro” (ibid.)

A causa dell’impostazione dei suoi studi e della sua critica storica del testo coranico Abû Zayd ha dovuto subire l’esilio, approdando con la moglie Ibtihâl, a Leiden in Olanda. Conclude così il suo libro intervista: “L’esilio non è solo il mio destino, è il destino di tutta una generazione…” (p.198)

“Spesso rifletto su come siano potute nascere dalla fede dei musulmani tante complicazioni. L’Islam è una fede semplice, senza complicazioni. L’Islam mette in relazione il singolo essere umano con l’assoluto e dunque con l’universo o con l’essere (…) E’ una religione della comunità (…) E’ musulmano chiunque si prenda cura dei suoi simili e dell’universo e si impegni a lasciare una buona impronta in questo mondo (…) Chi si rende utile alla società, all’umanità, chi aggiunge qualcosa di buono al Regno di Dio, è figlio di questa comunità, che sia cristiano, ebreo, ateo, druso o qualsiasi altra cosa voglia essere. (…) Dio ci ha concesso capacità creative e l’uomo ha la facoltà di generare del bene nell’universo di Dio” (pp.214-215).

Alessandro Cortesi op

* per approfondire cfr. M.Campanini, Il Corano e la sua interpretazione, Bari Laterza, 2004 in part. il capitolo Letture contemporanee del Corano, pp. 98-128.

Buon anno

DSCF6361.JPG“Tu Signore, sei il Dio della passione sempre accesa, della speranza inestinguibile, della novità che non invecchia: sei il Signore che ci difende dall’usura del già detto e ci ridà la gioia di ciò che è nuovamente da dirsi, da farsi, da viversi. E il ‘buon giorno’ ritorna ad essere ‘buon giorno’, ricco di cielo e di sole; e il ‘buona notte’ ricco di stelle e di luna: ed entrambi ricchi di simpatia e di amore.

Così Signore, sia per il nostro ‘buon anno!’ che, in questi giorni diciamo tanto spesso. Fa’ che sia un anno pieno di stagioni, di erbe primaverili, di affocate stoppie estive, e di frutti pendenti d’autunno, e di silenzio candido e innevato, di fuochi accesi, di tavole imbandite come quelle che accoglievano te, quando pranzavi con gli amici… Riempi, Signore i nostri auguri: di questa densità esistenziale; e dacci la passione dell’amicizia e la capacità di auspici veri”

(da Adriana Zarri, Quasi una preghiera, Einaudi 2012)

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XXXIII domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

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Il libro di Daniele si pone nel quadro della letteratura apocalittica: tentativo di lettura della storia scorgendovi la presenza di Dio nonostante il male e le contraddizioni presenti. Utilizzando molteplici simboli parla di un giudizio in un tempo lontano e introduce la enigmatica figura del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.

Figlio dell’uomo ha qui i tratti di una figura collettiva, un popolo di ‘santi dell’Altissimo’ con una funzione di giudizio che inaugurerà un regno diverso da quello degli imperi umani nella storia. Un giudizio nel quale il male viene definitivamente eliminato (Dan 7,22).

Ad un primo impatto queste pagine suscitano timore e inquietudine, ma intendono proporre un messaggio di speranza per tutti coloro che hanno vissuto la fedeltà: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3). Nel tempo della persecuzione e della fatica Daniele offre parole di sostegno a chi sperimenta la fatica di resistere e per chi è stato fedele risultando agli occhi umani un fallito. L’ultima parola sulla storia – dice Daniele – è quella di Dio che salva.

“Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Gesù affida ai suoi la promessa che la nostra storia non è un vagare senza orizzonte ma è situata in un incontro. Il pensiero al futuro non dev’essere motivo di angustia perché sin d’ora c’è una novità in atto, già al di dentro della storia e della vita. Quello che ci è dato è tempo di speranza, di germogli perché è tempo di incontro.

Gesù distoglie così dal farsi domande sulla ‘fine del tempo’, inviata invece a puntare l’attenzione sul tempo in cui è possibile vivere nell’orizzonte di ciò che vale per sempre. Richiama i suoi ad un’attenzione al presente: è già occasione in cui è possibile vivere in modo nuovo. Nel presente è già in atto quella presenza che sarà il fine di tutta la storia. Per questo non è tempo vuoto, ma tempo in cui la vita sta spuntando. Come le foglie del fico mentre l’estate si avvicina. E’ momento per vivere l’incontro con qualcuno che viene. Gesù è già venuto, ma promette ai suoi che tornerà e sarà allora un ritornare definitivo. In questo frattempo è possibile coltivare l’incontro, la novità inaugurata con la risurrezione, fino alla comunione per sempre con Dio e con gli altri. “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”: per chi accoglie la promessa di Gesù il futuro assume i contorni di un av-venire in cui al centro sta la presenza del risorto. E’ presenza che spinge all’incontro. Ed è un incontro che apre agli altri, a coloro con cui Gesù si identifica, il povero, il marginale, l’ammalato. Questo approdo finale già offre segni nel quotidiano e nella storia. Il germogliare del fico è una parabola che riguarda la presenza della novità del regno di Dio.

L’atteggiamento da coltivare è apprendere a scrutare e leggere i ‘segni dei tempi’. Viviamo già in un tempo salvato, in cui sono presenti chiamate e trace di salvezza. All’interno di esso sta crescendo come seme il ‘regno’: il regno è la presenza stessa di Gesù che ha incontrato e ha preso su di sè la storia umana e ha inaugurato un nuovo mondo, nuovi rapporti umani, un nuovo rapporto con Dio. Spesso siamo troppo preoccupati di portare qualcosa, quando invece forse l’atteggiamento di una chiesa povera sta nella dimensione dell’ascolto e dell’accoglienza. Ascolto delle chiamate che giungono dalla storia; accoglienza negli incontri con il volto di colui che viene e si fa incontro. Fissando lo sguardo su ciò che Gesù ha fatto. Per questo il presente è tempo di attenzione e responsabilità.

DSCN1472Alcuni motivi di impegno per noi oggi.

Il tempo si è per molti aspetti abbreviato: con i mezzi a disposizione riusciamo a fare tante più cose, e riusciamo a farle contemporaneamente, tendendo a superare ogni limite. La possibilità di comunicazione immediata è grande occasione che ha reso più veloci gli scambi e con essi la possibilità di lavorare, di collaborare, di scambiare idee, scritti, conoscenze. Il rischio che oggi viviamo è quello di lasciarsi sopraffare dagli strumenti a disposizione: è l’esperienza che sperimentiamo di essere talmente assorbiti dalla tensione a sfruttare ogni attimo con l’uso di strumenti tecnologici, da non avere più tempo, parole e attenzione per le persone che ci troviamo davanti. Così non c’è più il tempo che interrompe il lavoro e l’efficienza, non c’è più il tempo libero in quanto tempo liberato da impegni, esigenze e scadenze. E progressivamente viene meno il tempo della gratuità, dei gesti che non producono e non procurano efficienza, delle parole scambiate e che sono semi gettati di legame a scalfire le solitudini degli individui connessi con tutti ma isolati e inascoltati.

Imparate dal fico: ci sono segni da leggere. C’è una disponibilità da maturare a scorgere i piccoli segni. Centrando lo sguardo su Gesù. E’ quello che Francesco ha ricordato in modo chiaro ai delegati al convegno della chiesa italiana a Firenze nei giorni scorsi ridefinendo un indirizzo di stile di chiesa che abbandoni ossessioni che l’hanno segnata e continuano peraltro a segnarla pesantemente.

Con rinvio all’inno di Filippesi cap. 2 ha richiamato ad un cammino di chiesa che assuma l’umiltà di Cristo, il suo scendere e svuotarsi come criterio di fedeltà a lui: “Il primo sentimento è l’umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre”.

Il tema del convegno era centrato sull’umanesimo, e la declinazione del tema articolata da Francesco è stata nel senso di liberarsi da pretese di costruzione di una nuova organizzazione di potere. Ha così spostato la riflessione dall’umanesimo – quale riferimento per molti aspetti complesso e con possibili ambiguità – all’umanità di Gesù. In tal modo ha fatto cogliere come sia presente il rischio di una costruzione culturale e ideologica, radicata nella nostalgia di stagioni in cui la società coincideva con una cristianità di tipo culturale e sociale. Riferirsi all’umanità di Gesù assumendo i suoi sentimenti è progetto essenziale che indica un cammino da condurre in modi nuovi, con libertà e apertura di fronte alle situazioni del presente: “Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente (…) L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49)”.

12227767_920009754745010_3831964021268357173_nHa poi richiamato alla direzione di una autentica riforma che si pone nella linea della inquietudine e della novità radicandosi in Cristo con spirito di apertura: “La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22)”.

Interpretando il presente come un cambiamento d’epoca ha infine invitato ad affrontare i problemi come occasioni per cammini nuovi, dove l’incontro, l’accompagnare e l’essere vicini divengono tratti fondamentali di un agire che mette al centro il vangelo: “Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr. Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.

In questo discorso si possono cogliere piccoli segni di qualcosa che sta ancora germogliando e chiede una partecipazione e coinvolgimento di comunità e di persone adulte nella fede.

A conferma di una situazione che dovrebbe cambiae per molti aspetti una coraggiosa e bella lettera di mons. Giovanni Giudici che è stato vescovo di Pavia, che ha raggiunto i 75 anni e ‘uscendo di scena’ confida i suoi pensieri. Qui di seguito un paio di pssaggi e la conclusione della sua lettera pubblicata in ‘Settimana’ (8 novembre 2015):

“Sono persuaso che una certa superficialità nella vita spirituale consente – e forse favorisce – l’enfasi data alla dimensione devozionale dell’esperienza di fede. Quante carovane di pullman e di macchine per i luoghi dove viene riferito che fratelli e sorelle hanno ricevuto rivelazioni private! Mi sono domandato e ancora mi domando se non è possibile porre lo stesso zelo nel proporre iniziative che favoriscano l’ascolto della Parola e la conoscenza dei movimenti dello Spirito nel cuore dei credenti. (…)

“quanti educatori svolgono la loro opera con grande abnegazione e con il dono del proprio tempo e delle proprie energie! Quanti operano nel servizio di carità nelle più varie forme in cui l’amore per il prossimo può essere esercitato! Quanti volontari sono impegnati nella cura per i sofferenti, i più deboli e poveri con una operosità in cui si manifesta intraprendenza e collaborazione. Questa figura di comunità fedele al Signore e attiva nella carità sollecita una presenza dei laici che non sia solo esecutiva ma anche partecipativa e decisionale nei vari ambiti in cui si svolge la vita ecclesiale”.

“… in questa mia condizione di uno che sta uscendo di scena, vorrei dire che mi ha sempre fatto impressione la grandiosità dell’apparato della CEI. Persone, commissioni, libri, pubblicazioni, convegni. Sono proprio tutti utili o necessari? Qualche volta si ha l’impressione che tutto questo ce lo possiamo permettere per la condizione privilegiata in cui ci troviamo a seguito del discreto successo dell’otto per mille. In particolare, desidero ricordare che mi è sembrato istruttivo il progressivo impallidire del Progetto Culturale. Era preannunciato, perché si è voluto riflettere e discutere di questioni che stanno a valle della fede. Il punto centrale è invece l’immissione nella società e nelle sue istituzioni dello spirito del Vangelo. Prego con riconoscenza e gioia per questa Chiesa di cui sono figlio”.

Alessandro Cortesi op

Buon anno

DSCF4743La conclusione di un anno è momento per riflettere sul tempo, sul nostro passaggio in una vita che a volte si manifesta per qualcuno passaggio repentino, per altri lungo cammino. Per tutti tempo di prove e di sofferenze, e tempo di gioia, di amore, di benevolenza. Nel nostro tempo si impastano ingiustizie ed errori ed insieme generosità e realizzazioni grandi. La fine di un anno è occasione per pensare alla fragilità del nostro esistere, come erba del campo…
Più che momento per soffocare nel rumore i pensieri profondi può essere occasione per restare in silenzio, per vivere lo spessore di un grazie di fronte alle ore e ai giorni di un tempo trascorso che si scopre come donato, e di fronte agli attimi che saranno ancora dono e che attendono di essere vissuti con consapevolezza e gratitudine, con impegno e dedizione, agli altri, alla bellezza, a tutto ciò che va oltre noi stessi, perché il tempo vissuto possa essere lasciato alle spalle come ricco di gesti di cura, come eredità di bene, di segni di pace e giustizia, come tempo speso per ciò che rimane. La fine di un anno può essere momento di affidamento alla misericordia di Dio e degli altri…

Suggerisco questa preghiera di Hans Küng, scritta nel momento in cui sta vivendo la malattia dopo tanti anni della sua lunga vita nel libro ‘Memorie’, presentato nell’ottobre scorso a Monaco e Tübingen:

«La nostra vita è breve, la nostra vita è lunga
e con grande meraviglia sto davanti ad una vita
che ha avuto le sue inattese svolte, e tuttavia la linearità di un percorso:
una vita di oltre 31.000 giorni, belli e oscuri,
cangiante, che mi ha portato molto in esperienze,
nel bene come nel male,
una vita, davanti alla quale io posso dire: è stato bene così.

Io ho incommensurabilmente ricevuto più di quanto ho potuto dare,
tutte le mie buone intuizioni e le mie buone idee,
le mie buone decisioni e azioni
mi sono donate, rese possibili dalla grazia.
E anche dove mi sono deciso erroneamente e ho agito male,
Tu mi hai guidato in modo invisibile.
Ti domando perdono per tutto, dove ho sbagliato.

Io ti ringrazio, imprendibile, onniabbracciante e tutto dominante,
principio originario, sostegno originario e senso originario del nostro essere,
che noi chiamiamo Dio,
Tu, il grande mistero indicibile della nostra vita,
Tu, l’infinito in ogni finitezza,
Tu, l’inesprimibile in ogni nostro discorso.

Io ti ringrazio per questa vita con tutte le sue oscurità e stranezze.
Io ti ringrazio per tutte le esperienze, quelle chiare e quelle oscure.
Io ti ringrazio per tutto ciò che è riuscito, e per tutto
ciò che alla fine hai volto in bene.
Io ti ringrazio che la mia vita ha potuto divenire una vita riuscita,
non per me solo, ma anche per coloro
che hanno potuto partecipare a questa vita.

Il piano secondo il quale scorre la nostra vita
con tutti i suoi erramenti e sconvolgimenti lo conosci Tu solo.
Non possiamo riconoscere fin da principio questa tua intenzione con noi.
Non possiamo vedere, come Mosè e i Profeti,
il tuo volto in questo mondo.
Ma come Mosè nella cavità della roccia
ha potuto vedere alle spalle il Dio che passava,
così anche noi retrospettivamente
possiamo riconoscere e sperimentare
la tua mano, o Signore, nella nostra vita;
riconoscere e sperimentare che Tu ci hai sostenuto e guidato
e che ciò che noi stessi abbiamo deciso e fatto
sempre di nuovo da te è stato ricondotto al bene.

Pongo il mio futuro, con abbandono e fiducia, nelle tue mani.
Potrebbe essere di molti anni o di poche settimane.
Mi rallegro di ogni nuovo giorno che ricevo come dono
e affido a te pieno di fiducia, senza preoccupazione e angoscia,
tutto ciò che mi attende.
Tu sei l’inizio dell’inizio, e il centro del centro
come anche la fine della fine, e il fine dei fini.
Ti ringrazio, mio Dio,
perché sei misericordioso
e la tua bontà dura per sempre.
Amen. Così sia»
(H.Küng, Memorie, pp. 702-703, trad.it. Forum teologico diretto da Rosino Gibellini, Editrice Queriniana, Brescia).

1 gennaio 2012 – Maria ss. madre di Dio – Giornata mondiale della pace

Num 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

“Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

C’è una parola di benedizione al cuore di questa giornata dedicata alla preghiera per la pace e alla memoria di Maria. Una benedizione che racchiude anche il senso del tempo che trascorre, il passaggio da un anno civile ad uno nuovo. Nell’atto di benedire si racchiude la chiamata a stare nel tempo in un modo nuovo. Senza farsi travolgere dalle cose. Ma con capacità di sguardo al senso delle opere e dei giorni. Si può infatti subire il tempo che scorre come una maledizione, oppure assumere ogni momento come luogo di una benedizione: parola di bene da accogliere e da donare.

Benedire non è si esaurisce solamente nel ‘dire’, nel pronunciare una benedizione. Tanto meno può essere identificato con un gesto clericale, quello a cui siamo abituati e a cui spesso si pensa in rapporto a questa espressione, come se fosse qualcosa che dal di fuori si aggiunge alle cose. Benedire è piuttosto scoprire il bene che è presente già dentro nelle cose, gioire di un bene che è dono. Nella natura che ci è data, nei volti delle persone, nelle situazioni, nonostante tutte le contraddizioni. Certamente il male offusca il bene, lo contrasta ma non vince i semi di bene presenti nella vita, la radice di un bene che sta dentro e che se scoperta può aprire a duna fiducia fondamentale. Benedire non si connota allora come dare qualcosa dall’alto, ma può essere un modo di guardare alla realtà, un modo di ascoltare le vicende e le esistenze, e di starvi dentro e di incontrare gli altri con uno sguardo particolare, con quell’abbraccio benedicente che ripropone l’attesa e la speranza del padre misericordioso della parabola di Gesù.

E’ in questo senso una attitudine laica, non sacrale, tutt’altro dalla religiosità affettata di chi va in cerca di santoni e di ‘benedizioni’. E’ un modo di essere che può essere di tutti, uno stile del vivere che attraversa non tanto spazi e tempi separati, quelli del sacro, ma le case e le strade, i momenti quotidiani dell’esistenza e le diverse stagioni della vita. E’ così gesto – o meglio atteggiamento – possibile a tutti, che si esprime in sguardi, pensieri, parole, nel modo di ascoltare, di toccare, nell’attuare scelte, nell’agire, nel costruire, nell’incontrare. Benedire è uno stile di porsi di fronte a se stessi – accettandosi con pazienza e benevolenza – agli altri, alle cose, a Dio. In questo senso benedire è strettamente legato alla pace: “Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Benedire è espressione di un cuore nonviolento.

Dire il bene è innanzitutto scoprire che nella nostra vita c’è una radice di gratuità. Non tutto proviene dal calcolo, dalla compravendita, dalla misura di ricchezza o di efficienza. La nostra vita ha radice in un movimento di gratuità. La Bibbia legge tale gratuità come un piegarsi di Dio. C’è questo rinvio nelle parole della benedizione di Aronne: ‘Dio ti sia propizio’. Il suo essere propizio si attua come chinarsi di grazia. Dio si è curvato su di noi, e da questo atto creativo, nucleo prezioso al cuore delle cose e degli incontri, carico di benevolenza, può scaturire una novità. E’ la novità dello stupore di fronte ad un nascere possibile ad ogni istante, ad un inedito che si apre all’impossibile.

Leggiamo questa benedizione di Aronne nel tempo del Natale: Dio si è chinato guardando Maria, la serva del Signore e si è chinato su di noi nel Figlio che ci è dato. In Gesù, volto del Dio umanissimo, il Padre mostra il suo sguardo di benedizione verso l’umanità piegata da tanti pesi e dall’incapacità di liberarsi da tante forme di oppressioni. Gesù, diranno i suoi primi testimoni, è passato ‘facendo del bene’: il benedire riassume l’agire del profeta di Nazaret. E il benedire dovrebbe connotare il profilo di coloro che desiderano appartenere alla famiglia degli amici di Gesù.

Il ‘benedire’ di Dio che è il suo piegarsi e chinarsi su noi, genera possibilità di uno sguardo stupito che si fa risposta ad un bene ricevuto. E fa diventare benedizione per gli altri. E’ l’atteggiamento dei pastori che “tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”. I pastori sono l’esempio di chi, tenuto ai margini, in stato di esclusione e lontananza, espulso dalla cerchia dei religiosi e dei ‘puri’, ha mantenuto un cuore libero, capace di lasciarsi toccare dalla gratuità. Capace di apertura verso qualcosa di inedito e nuovo nella vita. I pastori non appartengono alla cerchia dei devoti delle benedizioni clericali che escludono e selezionano, ma sono i cantori di quel sussurrare il bene nella vita da parte del Dio che va in cerca di chi è perduto, che si fa vicino a chi pensa di essere lontano e non benedetto. Il Dio che si rivela nel volto del ‘maledetto’ sulla croce.

Augurare un buon anno, nell’orizzonte della fede è ben diverso dagli auguri illusori di spensieratezza. Talvolta questi rivelano un tentativo disperato di fuga momentanea dalla durezza dell’esistenza. Un tempo vissuto nell’orizzonte della benedizione è un tempo che può essere di gioia e di serenità, ma anche di dolore e di prova. Può essere un tempo che si scontra con la difficoltà inattesa, con la  malattia, con la morte. Ma ogni attimo ed ogni situazione, anche le più difficili a sostenere, possono divenire esperienza di benedizione. In ogni momento si può scoprire la luce del volto del Signore che si china sui suoi poveri e che ci raggiunge nella benedizione delle cose, nei piccoli segni di cura. Segni di un Dio che è presente nella nostra vita, senza far rumore. E in ogni momento si può vivere una risposta di benedizione che assume i  tratti della gratitudine, dell’impegno, della preghiera, della disponibilità, dell’abbandono. Così il nostro augurio può avere uno spessore nuovo: Il  Signore ti guardi e ti benedica… in tutto il tempo che ti è dato…

Alessandro Cortesi op

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