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IV domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,14.36-41; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10

Il pastore è figura di relazione: la sua vita è in rapporto al gregge. Non è solo una funzione. L’esistenza dei pastori è di cura, vicinanza agli animali, condivisione di vita per poter vivere, loro stessi e il bestiame, insieme. Gesù aveva esperienza della vita dei pastori nei campi della Palestina. Tra le persone che incontrava alcuni potevano esser pastori. I racconti dell’infanzia parlano di pastori come i primi che accolgono la bella notizia del vangelo.

I pastori nomadi vivevano in un contatto profondo con gli animali e la loro esistenza era ritmata dai cicli della natura e dalle esigenze del gregge. L’origine stessa del popolo d’Israele affondava radici nell’esperienza di tribù che praticavano la pastorizia spostandosi nell’anno a seconda della possibilità di trovare pascoli e acqua: la pasqua stessa per Israele, era festa che inaugurava lo spostamento di pastori e greggi all’inizio della primavera verso nuovi pascoli.

‘Il Signore è il mio pastore… mi rinfranca mi guida per il giusto cammino’ (Sal 23,1.3). La figura del pastore viene usata quale riferimento per scorgere la vicinanza di un Dio premuroso che guida e sta accanto. Con essa i profeti descrissero la cura e lo sguardo di Dio, rimproverando duramente coloro che in mezzo al popolo erano guide preoccupate solo del proprio tornaconto e indifferenti alle fatiche del gregge. Tra essi Ezechiele richiama il disegno di Dio: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11-13).

Il vero ed unico pastore di Israele è Dio stesso: è lui solo che va in cerca della pecora perduta e riconduce quella smarrita, fascia quella ferita e cura la malata (cfr. Ez 34,16). Il Dio pastore con il suo agire genera una ‘alleanza di pace’ (Ez 34,25).

Nel IV vangelo Gesù parla di un ‘pastore bello’. Contrappone chi ha cura del gregge ai pastori mercenari. Sfruttano il gregge e sono ladri e briganti. Il vero pastore è riconosciuto dalla sua voce dalle pecore. Gesù così indica un rapporto speciale tra le pecore e il pastore custode: non è un mercenario, ma vive una relazione unica e profonda. Gesù chiama i suoi ‘piccolo gregge’ (Mt 25,31-32). Il desiderio espresso nella sua preghiera al Padre è che le molte pecore trovino unità: un solo gregge e con un solo pastore.

Gesù nel IV vangelo presenta se stesso come ‘porta’ delle pecore. Porta è soglia di passaggio: lì si entra e si esce. Entrare ed uscire è rinvio alla totalità dell’esperienza della vita, in cui si entra con la nascita e si esce con la morte. Gesù dice “Io sono la porta delle pecore: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo”. In lui si può passare per la vita.

Il riferimento probabilmente per chi lo ascoltava andava ad una porta del tempio di Gerusalemme, chiamata appunto ‘porta delle pecore’. Era un passaggio per accedere al Tempio, simbolo della presenza di Dio al cuore di Gerusalemme. Nel IV vangelo Gesù è presentato come porta, luogo di passaggio, soglia di incontro con Dio.  Il suo corpo è indicato come tempio, luogo dell’incontro con il Padre: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo…” (Gv 2,19-22). E’ un tempio non fatto da mani d’uomo (cfr. Mc 14,58). Gesù si prende cura e dà la sua vita per le pecore e il suo sguardo va oltre i confini di ovili che separano, in vista di un raduno che è chiamata alla vita di tutta l’umanità: “…ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16).

Alessandro Cortesi op

Tenerezza

Viviamo in un’atmosfera segnata da aggressività e violenza. Il respiro non riesce a distinguere le polveri disseminate nell’aria, e non può filtrarle. Di polveri sottili parlano gli esperti, quelle polveri che inquinano i cieli delle nostre città e si diffondono, penetrano ad originare malattie e morte. L’aria inquinata di un ambiente malsano è quella che deriva dalla devastazione naturale, ma ci sono anche le polveri sottili dell’inquinamento dell’aggressività e della violenza disseminata e pervasiva.

Le ultime statistiche sul commercio di armi nel mondo manifestano un processo di armamento in corso che vede un triste record per l’Italia. Il nostro paese ha aumentato in modo spropositato la spesa per le armi commerciandole con paesi che praticano la violazione sistematica dei diritti umani (cfr. N.Scavo, Armi da guerra. Quasi raddoppiato il nostro export. Record di missili, “Avvenire” 27 aprile 2017;  A.Tarquini, Armi, cresce la spesa in tutto il mondo. Italia da record in Europa: +11%, “La Repubblica” 29 aprile 2017).

Quello che queste statistiche non possono rivelare è la connessione tra il commercio di armi fatto di produttori di strumenti di morte e di mercanti di violenza, e l’armamento dei cuori. Viviamo in contesti seganti da aggressività, da nervosismo che si esprime in forme quotidiane di intolleranza, di sopruso, di affermazione della forza quale modello di vita. Siamo anche immersi in un clima di durezza dell’iperattivismo che non pone limite all’impegno ma è succube della esigenza di prestazioni sempre più efficienti ed elevate.

Il modo di vivere il tempo evidenzia tale disagio, quando il tempo non è più scandito nel ritmo del lavoro e del riposo, ma diventa indifferenziato, interamente orientato e consumato per obiettivi di profitto. Viviamo la stanchezza di una ricerca compulsiva di ben-essere che si rivela vuota e fonte di mal-essere profondo. Nella società della prestazione, vengono sempre più a mancare le legature di vicinanza, gli intrecci di parole rivolte e ricevute, ma anche l’incontro di mani capaci di protendersi, di prendersi e accarezzarsi.

C’è un commercio di armi che porta le nazioni ad armarsi all’inverosimile in una pazzia collettiva che ripresenta incubi che si pensava relegati a tempi lontani. E c’è un corazzarsi dei cuori che si fa strada quale processo in cui gli altri – ma anche noi stessi – veniamo trasformati in cose. E’ il movimento che sta alla base di formazione di attitudini di indifferenza e di freddezza fino a perdere la pietas davanti alla sofferenza non più riconosciuta nel volto altrui, fino al venir meno della capacità di piangere. La scuola della durezza e della freddezza conduce al punto di non considerare più l’essere uniti agli altri in una comunità di destino, il destino umano.

Isabella Guanzini nel suo testo Tenerezza svolge, con ricchezza di rinvii al pensiero filosofico e con leggero tratto poetico, la matassa di un’analisi che svela i tratti di una società in cui i rapporti, la vita delle città, sono segnati da indifferenza, stanchezza, narcisismo. Ma viene anche evidenziato il desiderio di vie nuove per un cambiamento possibile, le fessure dell’esperienza umana che ci ricordano – a partire dai bambini nella gratuità del loro giocare – il fallimento di un mondo fondato sull’ipertrofia dell’io e sulla pretesa dell’autosufficienza e del dominio.

“Parlare di tenerezza tocca molte corde sensibili, smuove affetti ancestrali, evoca l’intensità della vita elementare del corpo e anche dell’anima. La tenerezza ha preceduto la nascita e resisterà anche alla morte. I legami più umani che conosciamo anticipano la nostra vita cosciente e durano oltre ogni nostro congedo più o meno forzato. La tenerezza incoraggia il nostro corpo a formarsi, a nutrirsi, a riconoscersi. E poi orienta il nostro sguardo sul mondo, ci spinge a trovare parole per dirci, ci interpella con il nostro nome proprio, forgiando e rivelando la nostra unicità insostituibile. La tenerezza riesce a dare forma a una singolarità ancora priva di forza. Questo è il suo miracolo” (Isabella Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, ed.Ponte alle grazie 2017, 9).

La rivoluzione della tenerezza è via da scorgere come alternativa urgente, possibile e vicina. E’ rivoluzione di un potere gentile, in cui la cortesia è attitudine che esprime quasi una forma laica di preghiera. Sembra di ascoltare gli echi di una promessa di beatitudine che in modo paradossale indica i miti coloro che possederanno la terra. Un possedere che capovolge i significati: il potere può essere gentile, nella misura in cui scava le profondità di un umano in attesa.

“La tenerezza restituisce bellezza proprio all’umano provato dalla fatica di vivere: non la nasconde con imbarazzo, non la muove nello sballo, non la maledice con disprezzo. La tenerezza restituisce bellezza all’umanità della vita reale: la sottrae alla rassegnazione e all’avvilimento, la commuove per la sua semplice grandezza” (ibid. 109)

Con queste parole l’autrice chiude il libro:

“Contro i mostri del mare e le fatiche immani di uomini e donne in cerca di pace, contro la durezza impietosa di dispositivi che svuotano gli animi, la tenerezza, la piccola tenerezza che è come ‘una traccia madreperlacea di lumaca’ su terre battute, esporrà lucidamente la sua lucina ostinata, indicando sempre la via ai naviganti più attenti. Perché non tutto è confuso o perduto, anche sotto un sole che piange.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano come una be-

stia zoppa e questo mondo come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e di sangue.

Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.

Ma sentiamo. Sentiamo ancora.

Siamo ancora capaci di amare qualcosa. Ancora provia-

mo pietà.

C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto.

Io ora lo vedo di più.

C’è splendore. Non avere paura.

(M.Gualtieri, Paesaggio con fratello rotto, in Tutte le poesie, Mondadori 1990)”

Tenerezza può forse essere indicata come uno stile che non può essere delimitato a gesti o parole, ma da’ forma all’esistenza ed alle relazioni. E’ attitudine da cercare e formare con lavoro e pazienza di artigiani. Da qui può prender vita la cura perché tutti abbiamo la vita, quella vita percepita come ambiente comune, casa in cui per tutti sono da ricercare modi di ospitalità e spazio che aprano allo ‘stare accanto’. Sta nel cuore della figura di ogni pastore che si prende cura e vive la mitezza di chi conosce la vita del gregge. E’ uno sguardo di tenerezza alla radice di quella parola: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Alessandro Cortesi op

X domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

02

Elia la vedova e il figlio – mosaico – Cappella S.Monica dei padri agostiniani Roma

1Re 17,17-24; Sal 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Tante volte di fronte al dolore e alla morte ci troviamo incapaci di stare vicini a chi soffre e di pronunciare parole giuste e vere. Le letture di oggi recano l’annuncio che sta al cuore della fede: Gesù è testimone della vita che vince la morte. E’ lui il profeta che apre i tempi in cui si rivela un volto di Dio capace di tenerezza e amante della vita e un volto dell’uomo chiamato all’incontro e ad una vita oltre la morte.

Le pagine della prima lettura e del vangelo parlano di eventi di morte. Elia, ospitato nella casa della vedova di Sarepta si trova coinvolto nella vicenda della malattia e della morte del figlio della padrona di casa.

Gesù, nell’episodio narrato da Luca recandosi alla città di Nain, proprio vicino alla porte della città, su quella soglia, si imbatte nel corteo che accompagnava alla tomba “un  morto, unico figlio di una madre rimasta vedova, e molta gente della città era con lei”.

Elia viene presentato nelle parole della donna come portatore di una minaccia e di un giudizio. Dalle parole della vedova si coglie questa immagine negativa del profeta. Infatti gli dice: “Sei venuto per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?” Potremmo ritrovare in queste parole una formulazione simile a certe domande che affiorano in occasione della perdita di persone care: “Perché proprio a me?” e “Che cosa ho fatto per ricevere questo?” Sono domande che sottintendono un modo di pensare a Dio in quanto giudice, teso a punire le colpe dell’uomo e responsabile di castighi. La morte stessa viene così letta come punizione, e come evento che manifesta un volto di Dio esecutore di sentenze dure e disumane.

Elia reagisce e risponde con un gesto e con una parola. La sua preghiera è innanzitutto una invocazione rivolta a Dio e nel pregare si manifesta profeta uomo della Parola innanzitutto: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?”… Elia invocò il Signore e la sua preghiera fa scorgere un altro volto di Dio: non un Dio che opera il male ma un Dio del bene e della vita. Con la sua parola in forma di preghiera e il suo gesto di riportare il respiro vitale nella vita di quel bambino il profeta si fa così annunciatore di un volto di Dio diverso. “lo consegnò alla madre. Elia disse: ‘tuo figlio vive’”. La vita si compie in questo essere consegnati, in una relazione nuova.

E’ importante anche cogliere il contesto in cui il racconto è posto. Elia viene ospitato, nel tempo della carestia, da una vedova povera che consegna a lui la sua vita e quella di suo figlio, condividendo l’ultima farina e l’ultimo olio. Proprio lui, l’ospite straniero si rivela essere profeta che manifesta il volto di Dio amante della vita e porta la visita di Dio che vince la morte. Aveva ricevuto in un gesto di gratuità, dalla donna pagana, l’ultimo pane. Nel gesto della consegna del figlio alla madre annuncia che la vita piena sta nel consegnarsi gli uni gli altri. A questo punto la donna dice: “Ora so che tu sei veramente uomo di Dio….”. Si attua una circolarità di dono e di rivelazione: Elia scopre nel dono del pane un vangelo che lo precede, la donna si apre a scoprire un dono di vita che proviene da Dio presente al cuore della sua esistenza.

Nella pagina del vangelo Gesù si presenta come uomo di Dio. In cammino con i suoi discepoli ed una folla che lo seguiva incrocia il corteo che accompagnava il figlio della vedova di Nain alla tomba. Gesù fu preso da grande compassione. Di fronte alla morte Gesù manifesta innanzitutto la capacità di prendere su di sé il dolore di chi ne è coinvolto. Dice in questo modo che la sua opera è per la vita e non per la morte, e il suo operare è lotta contro tutto ciò che impedisce un vivere in pienezza. Si fa vicino nel condividere il dolore della donna. Le dice: ‘Non piangere’. Gesù con la sua vita annuncia che la morte non è l’ultima parola, ed apre a scorgere, nella tenerezza del suo farsi vicino, i tratti del volto di Dio capace di soffrire insieme e vicino. La sua parola forte ‘Ragazzo dico a te alzati” e il suo gesto di entrare a contatto diretto con la morte e con il male, sono già segni e annunci di risurrezione. “Ed egli lo restituì a sua madre”. Gesù si fa incontrare come profeta, testimone della vicinanza di Dio amante della vita. Tutti dicevano: “Un grande profeta è sorto tra noi” e “Dio ha visitato il suo popolo”.  Annuncia anche che la vittoria sulla morte, dono di Dio, si attua nell’essere restituiti alle relazioni: ‘lo restituì a sua madre’.

Finalità del racconto non sta nel suscitare il senso del prodigioso e nell’alimentare una mentalità miracolistica. Piuttosto tutto va nella direzione di cogliere come Gesù, nel suo passare facendo del bene, ha annunciato la sua risurrezione, ha reso vicino il volto di Dio che vuole condurre tutti ad essere restituiti alle relazioni più profonde.

Il miracolo più autentico è quello della tenerezza di Gesù che muta un corteo di pianto e di lutto in un corteo di riconoscimento che Dio è venuto a visitarci, facendolo divenire corteo che non accompagna più verso una tomba ma segue lui ‘signore della vita’, in un cammino di consegna reciproca.

Apre così a leggere come anche la perdita più dolorosa può divenire esperienza di speranza, di incontro con il Dio della risurrezione, ed anche esperienza umanissima di tenerezza, di scoperta della compassione di Gesù, che continua in ogni gesto di tenerezza  che si fa profezia oggi della compassione di Dio.

Alessandro Cortesi op

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