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I domenica di Quaresima- anno C – 2019

IMG_3443Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Israele professa così la sua fede: non è un elenco di definizioni su Dio, ma è il racconto di una storia di schiavitù e di liberazione. In questa storia Israele ha incontrato il Dio vicino e liberatore. E’ un Dio che agisce, libera, ascolta il grido degli oppressi scende a liberarli. I suoi pensieri non sono i pensieri dell’uomo; eppure nello stesso tempo è il Dio che si prende cura dei più deboli.

La sua azione è descritta nei termini del far uscire dalla terra di oppressione: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. Da qui sorge un camino per Israele e la terra diviene segno di fedeltà alla promessa.

Iniziare il cammino di Quaresima significa situarsi in questa storia, aprirsi a vivere un cammino di fede in ascolto di Dio che libera e salva. Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di tanti popoli. Quaresima è tempo di riscoperta di un cammino nel rapporto con Dio che fa uscire ancora.

Anche Luca nel suo vangelo presenta la scena delle tentazioni di Gesù: il suo racconto può essere letto in parallelo a Matteo che descrive tre momenti e tenendo presente quanto solamente accenna Marco che vede le tentazioni come chiave di lettura dell’intero cammino di Gesù.

Nella versione di Luca appare un elemento particolare: la conclusione delle tre tentazioni di Gesù non avviene su di un alto monte (come fa invece Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore quindi della città santa. La città di Gerusalemme ha per Luca un’importanza particolare: da lì tutto inizia, al cuore del tempio, con l’annuncio dell’angelo a Zaccaria, e a Gerusalemme tutto si compie nei giorni della passione e della morte.

Nel racconto delle tentazioni Luca intende comunicare che la prova non costituisce un momento passeggero ed unico nella vicenda di Gesù. E’ piuttosto un’esperienza che attraversa tutta la sua vita. E a Gerusalemme trova il suo culmine. Nel momento della morte Gesù si affida fino in fondo al Padre: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Così di fronte alle diverse ‘tentazioni’, la risposta di Gesù non è altro che un ripetere la sua fiducia e il suo affidamento in Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”.

In primo luogo Gesù non risponde alle attese di chi vuole un salvatore che risponda alle esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane’. Gesù non intende essere un messia funzionale alle richieste di risolvere i problemi della vita come la sussistenza.

La sua non è nemmeno la risposta ad un’attesa di potere, sia esso di natura politica o religiosa: ‘ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’. Gesù rifiuta di essere un messia di tipo politico e del successo. Non si piega al potere che tutto vuole comprare con il denaro e con la propria arroganza.

Si oppone infine – ed è il terzo momento – a manifestarsi come un messia che suscita meraviglia: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Gesù rigetta di essere un messia che viene con potenza, con colpi di scena. I suoi gesti di bene, il suo agire attraversa il quotidiano ed invita a scoprire che l’incontro con Dio non è questione di eventi eccezionali, ma è vicino nel tessuto della vita. I suoi sono gesti di guarigione, di cura, di dono, di speranza. Per lo più sono attuati prendendo le distanze dalla folla che ricerca spettacolarità e prodigi. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero.

Luca pone l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo aver indicato la sua genealogia che lo unisce ad Adamo: Gesù riprende nella sua vita la storia dell’umanità. Gesù indica il senso più profondo di questa storia nell’affidamento a Dio, il Padre di misericordia che salva e apre cammini di liberazione.

Alessandro Cortesi op

Marc Chagall L'ebreo errante 1923-25 olio su tela Musée du Petit Palais Ginevra      Marc Chagall, L’ebreo errante 1923-25 olio su tela – Musée du Petit Palais Ginevra

Un arameo errante

L’ebreo errante è figura che richiama elementi diversi e lontani. Alcuni risalgono ad antichissime leggende: nel suo profilo evoca la sorte di chi a causa di un atto sacrilego è costretto a pellegrinare nell’esistenza preso dal rimorso per il proprio peccato, come Caino. Per altri aspetti richiama le leggende attorno a figure presenti alla passione di Gesù e che lo offesero. In racconti medioevali come la Historia maior del benedettino inglese Matthew Paris del XIII secolo si trova il ricordo – proveniente dall’Armenia – di un certo Cartaphylus, portiere del palazzo di Pilato che aveva esortato Gesù a muoversi e che ricevette come risposta: “Io vado, ma tu aspetterai fino a che io ritorni”.

Attorno a questa figura si sviluppa in età medioevale la tradizione di un pellegrino dai contorni misteriosi e il racconto è utilizzato con forti accenti antiebraici. Dopo la Riforma soprattutto in Germania la leggenda trovò nuovo sviluppo in libri popolari. Nel Volksbuch tedesco, edito per la prima volta nel 1602 e più volte ripubblicato in diversi Paesi, compare la figura di un ebreo pellegrino dal nome Aashuerus con cinque soldi nelle sue tasche che si rinnovano: il suo vagare continuo per tutta l’Europa è un modo per manifestare la propria colpa, ma anche il proprio pentimento, senza mai trovare un porto di riposo al suo errare.

Nella ripresa del mito da parte di Goethe, Aashuerus diviene paradigma del vagabondo che non comprende la profondità del divino, ma peraltro manifesta lucida lettura della condizione umana. In epoche successive la figura dell’ebreo errante trovò espressioni letterarie diverse con vari accenti simbolici. Per un verso figura di chi nega la divinità e dopo un lungo errare si riconcilia con Dio, per altri aspetti figura del perenne camminare dell’umanità che continua a ricercare pace e giustizia.

L’ebreo errante manifesta nella cultura europea l’esempio della figura dell’ ‘altro’, che per un verso non si riconosce nella tradizione e nella fede cristiana e dall’altro è un testimone diretto della presenza di Cristo e della sua passione. E’ espressione dello straniero che inquieta e non cessa di interrogare sull’identità e sulla differenza proprio nella sua itineranza senza fine (cfr. R.Bernasconi, D. Wood (edd.), The Provocation of Lévinas. Rethinking the Other, London-New York, Routledge 1988).

Marc Chagall nei suoi quadri riprende questa antica figura. L’ebreo errante diviene nella sua interpretazione un riferimento alla sorte degli ebrei vittime dell’odio, costretti a fuggire di fronte alla persecuzione. Ebreo errante e Cristo crocifisso nell’arte di Chagall divengono simboli che si rinviano l’uno all’altro e richiamano alla persecuzione ed alla sofferenza inflitta al popolo ebraico.

Chagall capovolge nella sua lettura la prospettiva del mito: la figura dell’ebreo errante non è colui che ha offeso, ma la vittima costretta a fuggire e ad andare errando lontano. Così nella Crocifissione bianca, del 1938, l’ebreo errante è paradigma non dell’offensore ma di colui che è perseguitato, ed è vittima. Come Gesù sulla croce, che nella sua sofferenza è pienamente solidale con i patimenti del suo popolo.

Il dipinto dal titolo ‘L’ebreo errante’ (1923-1925) di Chagall riprende questo motivo. Sullo sfondo sono presentati alcuni elementi simbolici: si individua infatti la presenza dell’asino, animale tipico della campagna, la chiesa ortodossa di Vitebsk con i tetti delle isbe del villaggio dell’infanzia dell’artista, e quale figura imponente che occupa grande spazio della tela, il profilo del profugo in fuga con un sacco sulle spalle pieno di tutto ciò che un uomo in fuga può salvare. La figura dell’ebreo in cammino occupa quasi tutto lo spazio della tela. Il colore che si distingue tra gli altri è l’arancione. E’ un rinvio all’esperienza dell’errare propria del popolo ebreo a seguito dei pogrom e persecuzioni ma anche di Chagall stesso che fu costretto ad abbandonare Vitebsk per recarsi a san Pietroburgo e poi a Berlino e Parigi. Il bastone e il sacco sono simboli di un errare in cui si porta con sé la propria fede, la tradizione del popolo, il tesoro di un’identità ebraica che non è perduta. Una prima versione del dipinto, riportata su una fotografia e accompagnata da uno scritto di Bella Chagall, reca il titolo En route (In cammino).

Chagall con questa immagine evoca da un lato il cammino di una umanità sofferente che desidera pace e si trova a dover fuggire dalla violenza e dalla guerra. Dall’altro pone insieme il riferimento al cammino del popolo ebraico, cammino di vittime dell’odio e della malvagità associato alla figura di Cristo stesso, che ebreo di Galilea nel suo cammino ha condiviso il cammino di un popolo vittima dell’oppressione e dell’esilio e con esso il cammino delle vittime della storia.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire: M.Massenzio, La passione secondo l’ebreo errante. I mitici itinerari del testimone vivente. Dalla passione di Cristo alla crocifissione di Chagall, Quodlibet 2007. M.Massenzio, L’ebreo errante di Chagall. Gli anni del nazismo, Editori Riuniti, 2018.

 

 

 

 

I domenica di Quaresima – anno B – 2018

IMG_2137.jpgGen 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

“Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi… e non ci saranno più le acque del diluvio…”. La quaresima è tempo per sostare e orientare il nostro cammino ad accogliere l’alleanza donata da Dio. La prima lettura di queste domeniche accompagna a ripercorrere e ricordare le diverse alleanze di Dio. Dono di vita e di fedeltà non solo per l’umanità ma per tutta la creazione. Dopo il diluvio e le sue distruzioni, l’arco da guerra, simbolo di ogni arma, è appeso per sempre tra le nubi e diviene arco che unisce cielo e terra. L’arcobaleno si fa segno e ricordo di un incontro che non viene meno e di un sogno di pace. Quaresima è tempo favorevole per ricordare questa alleanza, il disegno di pace nonostante ogni contraddizione e malvagità umana.

La lettera di Pietro che sottolinea il senso battesimale della quaresima, ricorda il diluvio in riferimento al battesimo: prepararsi alla pasqua è cammino battesimale per riscoprire come nelle acque del battesimo, rinasciamo come nuove creature in Cristo, nostra Pasqua.

La breve narrazione delle tentazioni di Gesù nel deserto è seguita dal primo annuncio del vangelo nei suoi caratteri essenziali.

Marco introduce questo brano utilizzando un avverbio a lui caro: ‘e subito’. E’ indicazione di scelte compiute sotto l’ispirazione dello Spirito (1,10.16.20.23.39). Poi dice solamente che Gesù ‘fu espulso’ nel deserto. Gesù è ‘spinto fuori’ dallo Spirito: un rinvio all’essere gettato fuori di Adamo dal paradiso. Gesù è presentato nei tratti di colui che assume la condizione di Adamo, è vicino all’Adamo che nel deserto vive la prova.

E’ così anche sottolineata l’azione dello Spirito nella vita di Gesù: lo Spirito sceso su di lui al battesimo ora lo spinge nel deserto. E con l’accenno al deserto si ricordano così i quaranta giorni di Mosè (Es 24,18), il cammino di Elia (Re 19,8), la vicenda del popolo d’Israele (Dt 8,2). Deserto è luogo della prova e della fatica, ma è anche luogo del fidanzamento, della tenerezza di Dio (Os 2,16).

Marco non si dilunga nella narrazione delle tentazioni. Al centro pone il confronto con il grande avversario, satana, personificazione del male. Non è solo un momento ma Gesù in tutta la sua vita vive questo combattimento. E’ Gesù – ci dice Marco – il più forte, venuto per legare il suo nemico e per saccheggiarne la dimora. La tentazione che Marco vede iniziarsi nel deserto continua e riguarda l’identità di Gesù, la sua via. E’ la tentazione di Gesù ma sarà anche dei discepoli quando avranno davanti il messianismo della violenza e del trionfo umano: “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione” (Mc 14,38).

Nei quaranta giorni accanto a Gesù stanno le bestie selvatiche e gli angeli. La presenza degli animali e la loro tranquillità sottolinea una situazione di armonia fra tutti gli esseri, ed evoca il ricordo del racconto della creazione. Gesù inaugura una creazione nuova segnata dalla pace; anche le fiere, che nella Bibbia sono considerate una grande minaccia alla vita umana (Ez 14,21; Ap 6,8) sono in pace. Isaia con sguardo profetico aveva annunciato un tempo in cui il lupo sarebbe stato accanto al capretto e il vitello e il cucciolo di leone avrebbero pascolato insieme (Is 11,6ss.). Gli angeli sono creature celesti, inviati di Dio (Sal 91,11). Dicono che cielo e terra non sono separati e distanti, ma trovano nuova comunicazione. Sono anche segno del rapporto tra Gesù e il Padre. Gesù è riconosciuto come Figlio, in lui è presente l’armonia della creazione, e nel suo volto traspare il volto dell’Adamo che ha vinto le forze di ogni male, di ogni violenza.

Nel deserto Gesù è così presentato come messia che vince Satana, e vive una condizione di pace con la natura, con gli animali, con Dio. La sua identità è del Figlio amato dal Padre. Ha inizio un mondo nuovo, riconciliato e in pace. Nel deserto lotta contro il male e tutta la sua vita sarà un percorso di liberazione e guarigione che Gesù comunica aprendo a nuovi rapporti di pace, con la natura, con gli altri, con Dio.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_2134.jpgAlleanza con la terra

“La storia comincia con un enorme incendio che scoppia e si propaga nella foresta. Tutti gli animali, grandi e piccoli, scappano al limitare del bosco e si fermano a osservare le fiamme. Tutti tranne un colibrì. ‘Farò qualcosa per spegnere l’incendio’, dice il minuscolo uccellino. Vola fino al torrente più vicino e si tuffa nell’acqua. Si risolleva poi nell’aria portando nel becco una perla d’acqua che lascia cadere sulle fiamme. L’incendio divampa, ma il colibrì continua a volare al torrente e a tornare con una goccia d’acqua nel becco, convinto che quell’azione farà la differenza. Nel frattempo gli altri animali, alcuni dei quali con lunghe proboscidi e grandi bocche, come l’elefante, la giraffa, il leone e il leopardo, ridono della minuscola creatura. ‘ma cosa credi di fare?’ lo scherniscono. ‘Sei solo un colibrì. Lo vedi quanto è esteso l’incendio. Pensi davvero di poter fare qualcosa di buono?’. Senza sprecare tempo e stanco delle loro parole scoraggianti e della loro inazione, il colibrì si volta verso gli altri animali mentre si prepara a tornare al fiume ed esclama: ‘sto facendo del mio meglio!’. A prima vista sembra assurdo che un minuscolo colibrì, trasportando poche gocce d’acqua nel becco possa condizionare un enorme incendio in una foresta. Ma, chiaramente, non è quello il senso della storia. Le lezioni che possiamo trarne sono queste: il colibrì sta lavorando al massimo delle sue capacità per il bene più grande di tutti gli altri animali e delle foresta. (…) La loro inerzia amplifica solo la fatica dell’uccellino. La morale più ampia della storia è che non si raggiunge nulla senza fare sforzo. Come recita la massima attribuita al maestro cinese daoista Lao Tzu: ‘un viaggio di mille miglia inizia con un solo passo’. (…) Per quanto possiamo sentirci dei colibrì, dobbiamo prendere i nostri piccoli becchi e trasportare quella goccia d’acqua (quella goccia di cambiamento) dove è necessaria, e continuare a farlo, a dispetto di ogni previsione. Magari ci attireremo il disdegno, il dileggio o l’indifferenza di quelli più potenti di noi. O magari incoraggeremo altri a fare un passo avanti e seguirci. Non lo sapremo mai finché non abbandoneremo la nostra inerzia e daremo agli altri l’energia per agire. Alla fine, tutto quello che siamo chiamati a fare è il nostro meglio.”

E’ questa una breve storia che Wangari Maathai, biologa e attivista nell’ambito dell’ambientalismo, riporta nel suo libro La religione della terra (Sperling & Kupfer 2011), una storia legata al messaggio che percorre il testo e l’impegno della sua vita, riassunto nelle ‘tre R’, ovvero Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. 

A Wangari Maathai (1940-2011) è stato conferito premio Nobel nel 2004 con la motivazione di essere stata ispiratrice delle lotte per la democrazia e i diritti umani in Kenia ed in particolare per l’impegno delle donne nel migliorare la propria condizione. In Kenia ella è stata una delle iniziatrici del Green Belt Mouvement per il rimboschimento del territorio: in questa sua azione ha suscitato il coinvolgimento e l’impegno di molte donne allargando l’attività del movimento all’intera Africa negli anni ’80. Suo obiettivo era creare reti di collaborazione tra donne per piantare alberi, unendo in tal modo insieme l’ascolto del grido della terra e l’ascolto del grido delle vittime di ingiustizia e discriminazione.

La ‘signora degli alberi’ si fece promotrice della linea del ‘Mottainai’, termine giapponese che indica un sentimento di dispiacere per quanto viene sprecato: è un’esclamazione di disagio ad esempio quando si vede cibo sprecato o tempo perso in cose futili. Ed è un invito invece a scorgere un nuovo rapporto con le cose e con la terra, con i beni della natura di cui non considerarsi padroni, ma custodi e coltivatori, con il pensiero rivolto all’armonia della creazione e alla vita delle generazioni future.

“Se amiamo l’ambiente, dobbiamo identificarci con l’albero che è stato abbattuto e con le comunità umane e animali che stanno morendo perché la loro terra non le sostiene più. Dobbiamo esprimere rammarico per le terre devastate, rabbia quando sentiamo di una specie in pericolo a causa delle attività umane, o quando vediamo un fiume inquinato o una discarica. Dobbiamo onorare la nostra fame di bellezza in mezzo alla sterilità di un ambiente urbano privo di parchi o alberi o fiori. Dobbiamo riconoscere il dispiacere che possiamo provare quando un fiume non arriva più al mare, o il fondo di un lago è incrostato di fango crepato.”

Wangari, divenuta famosa nel mondo per le sue attività fu vice ministro per l’ambiente nel suo paese dal 2003 al 2005 e quando ricevette il Nobel nel 2004 disse “la sfida è ridare ai nostri figli un mondo di bellezza e meraviglia”.

Papa Francesco nella lettera enciclica Laudato si ricorda quanto detto dai Vescovi dell’Australia che hanno parlato di conversione necessaria come una nuova riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore» (LS 218).

L’esigenza di tale cambiamento non è solo individuale ma si rende necessario creare reti comunitarie in cui le forze di ciascuno possano essere unite. “La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria” (LS 219).

Alessandro Cortesi op

 

 

I domenica Quaresima anno B – 2012

Gen 9,8-15; Sal 24; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Quaresima inizia con il segno dell’arcobaleno: un arco in cielo. Meglio, un arco tra cielo e terra. Un segno di alleanza, un raccordo tra due mondi che possono essere pensati distanti, il mondo di Dio – il cielo – e il mondo dell’uomo – la terra -. Mantenere questi mondi separati ha generato e continua a suscitare modi di vivere e spiritualità della separazione, dell’opposizione, e ad alimentare così esistenze che non gustano le vie di un incontro possibile. L’arcobaleno invece è ponte che unisce diverse sponde, tutt’altro dall’essere muro che divide: è segno di alleanza, di incontro, di relazione che non viene meno. E’ segno di un impegno irrevocabile e offerto con libertà e gratuità da Dio, senza condizioni previe, all’umanità. “Pongo il mio arco sulle nubi perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”: l’arco, strumento di offesa e di guerra, espressione della potenza di Dio, è appeso. E diviene così segno di incontro: è alleanza con l’umanità uscita dal diluvio, ma non solo. E’ alleanza che comprende animali, e tutti gli esseri viventi. E’ indicazione di qualcosa che sta all’inizio, un disegno di Dio, ma anche di qualcosa che sarà alla fine: una chiamata a costruire un mondo di relazioni nella pace: un sogno, un’utopia? Certamente una traccia del disegno di Dio.

Questa alleanza (parola ripetuta più volte in questa pagina) viene prima dell’alleanza con Abramo, è prima dell’alleanza con Mosè nell’esodo. Qui sottesa sta una intuizione ancora da scoprire fino in fondo. Dio ha stretto alleanza con l’umanità nell’atto stesso di creare e poi con l’umanità segnata dalle diversità. C’è un legame e c’è possibilità di incontro, di comunione tra questa umanità e Dio. E tutta la creazione, animali, piante terre e acque… è coinvolta in questa corrente di pace. Prima ancora dell’esperienza storica della liberazione dell’esodo, prima della legge. E forse i tanti cammini religiosi dell’umanità, quelli che cercano una armonia con la natura non hanno forse al loro cuore questa intuizione di un incontro con Dio che si apre in ogni ricerca di armonia che investe interiorità e corporeità, umanità, tutti gli esseri animati e inanimati? In tutto una medesima vita, una medesimo incontro, un medesimo amore (forza di Dio) che ha eliminato la violenza ed unisce?

C’è poi la grande immagine di una discesa  che apre la Quaresima. è quella discesa di cui parla la lettera di Pietro, la seconda lettura: “e nello spirito (Cristo) andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere…”. E’ un’immagine che porta dritto alla Pasqua. All’inizio di Quaresima uno sguardo al punto finale. C’è un modo di pensare alla Pasqua, per certi aspetti proprio della tradizione occidentale la Pasqua è pensata come una salita: Gesù nella risurrezione (come ‘rialzamento’) sale ed è innalzato come signore alla destra del Padre. E’ una ascesa che è anche glorificazione. Ma c’è un altro modo di pensare alla Pasqua, questo sì proprio della tradizione dell’Oriente. Negli absidi delle chiese orientali e nelle icone la grande immagine per raccontare la Pasqua è una discesa: Gesù risorto che scende agli inferi per prendere per mano una umanità simboleggiata da Adamo ed Eva che lo attendeva da un tempo non calcolabile. Così la Pasqua assume i caratteri di una discesa fin negli abissi più profondi, fin nelle prigioni più nascoste, fin nelle oscurità più impenetrabili, per liberare. E’ liberazione e discesa per far risalire chi stava prigioniero, e per liberare tutti, con un abbraccio universale. Pasqua come autentica liberazione da schiavitù e da pesi insopportabili che tengono le persone in prigione.

All’inizio del vangelo la spinta dello Spirito: quasi un cacciare Gesù nel deserto. Le poche righe del brano di questa liturgia sono da leggere in continuità con quelle che immediatamente precedono, il momento del battesimo di Gesù. Marco è stringatissimo nel suo scrivere. Due rapidi colpi di penna, ma con pochi cenni offre un aprirsi di riferimenti di richiami, di evocazioni.  il deserto

Il deserto è il luogo che segna questo episodio scandaloso della vita di Gesù: le tentazioni. Deserto è il luogo del cammino dell’esodo. Deserto è più che un luogo fisico, è luogo interiore, di solitudine, di mancanza di sicurezze e di appoggi. Di Gesù si dice che  è sospinto con forza dallo Spirito nel deserto. Si delinea così la sua esperienza – che lo segue non solo in un momento ma in tutto il suo percorso umano – della fatica. La prova per lui si delinea come questione della fedeltà alla consapevolezza maturata del momento del suo battesimo: è il figlio con la missione di ‘servo di Jahwè’ in rapporto al Padre che lo ama ed è inviato a vivere il suo cammino di messia.

La grande prova riguarda per lui il modo di essere figlio e messia. C’è una prova che viene dall’esterno: le attese di un messia che stabilisce un regno di potere e di gloria con la forza, usando le armi della prevaricazione, del successo, dell’esibizione. Ci sono anche le prove che proverranno dai suoi: Pietro, che è della cerchia dei dodici, sarà chiamato Satana proprio da Gesù nel corso del vangelo (Mc 8,33) quando reagisce all’annuncio di Gesù che parla della sua via come via del figlio dell’uomo, una via di sofferenza e di servizio.

Marco delinea Gesù nel deserto: stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Non solo compie il cammino di Israele nell’esodo in modo nuovo. Diviene figura singola che riassume il cammino di tutto un popolo. Vive quella fede che Israele nel deserto non aveva vissuto. Ripercorre il deserto in modo diverso rispetto a Israele. Ma egli ha anche il profilo di Adamo, che stava con le fiere, e che aveva dato un nome alle fiere. Gesù è colto nei tratti dell’uomo, nuovo Adamo, che compie il disegno di Dio, quell’immagine pensata sin dall’inizio. E compie il cammino di Adamo. Una vita in una sintonia tra fiere e angeli, terra e cielo. Marco la descrive quasi come una liturgia indicando l’azione degli angeli che lo servivano (con utilizzo di un verbo del servizio liturgico nel tempio). Il tempio è il mondo; Gesù compie i passi di un Adamo che realizza l’immagine autentica, la chiamata di Adamo. Sta in ascolto del Padre della voce di amore che lo aveva inviato nel battesimo. Vive il suo cammino di messia rifiutando la tentazione del potere e della violenza e vive invece l’obbedienza/ascolto del Figlio amato.

Queste letture ci aprono ad una comprensione profonda nuova della Quaresima. Non tanto il tempo della penitenza, della centratura su di sé nella ricerca di perfezione, ma il tempo in cui lasciarsi liberare. La Quaresima tutta orientata alla Pasqua prende senso da lì. Apre a scoprire la chiamata di una alleanza che investe umanità plurale e realtà create; apre ad uno sguardo nuovo sulla natura come creazione da custodire, da ascoltare, da coltivare e dei vari percorsi umani e religiosi dell’umanità in cui scorgere una parola efficace di Dio. Apre al dialogo, all’incontro, al domandarsi come essere fedeli all’alleanza di pace di Noè. Molteplici sono i luoghi, segnati dalla contraddizione, in cui costruire e lottare per il superamento dei conflitti, per rapporti di dialogo e di incontro, per scorgere il dono dell’arcobaleno della pace, alleanza di Dio che chiede di divenire alleanza di popoli, cammino di giustizia, custodia del creato. La Quaresima ci conduce a seguire Gesù nel suo cammino di uomo. Gesù propone un modo di vivere una umanità piena. Un modo di intendere la vita alternativo: segnato dal deserto, dall’essenzialità, dalla condivisione, segnato dall’essere ‘figlio’ in ascolto, teso a testimoniare il volto di Dio come Padre che dà e si offre e ama questa umanità, segnato dalla scelta del servire e dare la sua vita per gli altri.

Alessandro Cortesi op

 

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