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Solennità di Cristo re dell’universo – anno B – 2015

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“Dunque tu sei re?”: il procedere del dialogo tra Pilato e Gesù si accentra sull’essere re. In realtà non si tratta di dialogo. Piuttosto un interrogatorio in un processo dove l’imputato sta inerme senza difesa davanti al rappresentante del potere imperiale. E tuttavia proprio il suo stare lì davanti pone la questione inquietante: quale tipo di re? quale potere di fronte alla pretesa di dominio dell’impero?

“Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Essere re per Gesù – evidenzia il IV vangelo – rinvia al suo essere testimone. La sua vita viene raccolta nei termini della testimonianza, l’essere rivolto ad altro e capace di comunicare. La questione si sposta sulla verità, l’orizzonte ultimo del senso dell’esistenza, la dimensione profonda dell’esistere.

I profeti in Israele avevano rivolto la loro protesta contro i re empi, con il richiamo ad un senso dell’esistere fondato sulla promessa di Jahwè e sull’alleanza. Gesù è re in quanto si pone in contrasto con le scelte dei re infedeli che avevano anteposto i loro disegni di dominio alla chiamata ad essere ascoltatori della Parola di Dio, suoi portavoce nel soccorrere l’orfano, la vedova, il forestiero. La verità di cui è testimone non è costruzione intellettuale ma fedeltà all’amore. Nel suo agire rivela il volto di Dio che nessuno ha mai visto. L’essere re assume i tratti paradossali della testimonianza e della fedeltà all’amore: veramente un regno diverso dalla sete di potere e dominio a base degli imperi umani.

Di fronte alla predicazione e all’agire di Gesù che avevano suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione e di riscatto sorge un’inquietudine nel potere religioso e in quello politico. Il suo stile poneva domande e faceva problema. In lui si rende presente una minaccia di sovversione: il suo parlare toccava le attese di vita e delle persone, dei piccoli, di coloro che erano esclusi dai circuiti dei poteri religioso e politico. Il suo annuncio del regno d Dio non rinviava ad una realtà al di là della storia ma ad una forza presente di trasformazione in atto nel presente, già iniziata. Il suo agire e le sue parole ponevano l’esigenza di un nuovo tipo di relazioni: non il dominio ma la fraternità e sororità di uguali in una comunità in cammino. La comunità di discepole e discepoli che Gesù raccoglie diventa un primo segno di tale disegno di raduno che esprime la novità del suo regno. Una forza di trasformazione del convivere secondo logiche nuove non di esclusione ma di ospitalità. Gesù esprimeva tuto ciò parlando del regno di Dio ormai presente, già immesso nella vicenda della storia come seme capace di crescere con forza autonoma. La questione sul regno di Dio nella predicazione di Gesù costituisce una questione centrale.

Gesù risponde fino ad un certo punto a Pilato: si assiste ad un crescendo in cui vengono delineati alcuni caratteri del regno: non proviene di questo mondo “se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù si era infatti ritirato da solo in disparte quando volevano farlo re: il suo regno viene da altrove. Non mette in campo la spada per difendersi e per imporre il proprio dominio: Gesù si è liberamente consegnato a chi è venuto ad arrestarlo. Tuttavia il suo essere re si pone in rapporto con la realtà del mondo: si presenta in una scelta fondamentale di rifiuto della violenza. Così davanti a Pilato vive l’inermità e la ‘consegna’ fino alla fine. Si sottrae alle logiche del dominio, della sopraffazione della violenza che genera e combatte la violenza: è possibilità dell’impossibile. La sua vita si offre come testimonianza della presenza di Dio.

Per questo è anche provocazione a ripensare il volto di Dio, a ripensare in modi nuovi rapporto con lui: il Padre incontrato come il Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza. E la sua testimonianza chiede anche di ripensare i rapporti con gli altri: se il volto di Dio fedele viene raccontato nella testimonianza di Gesù, i rapporti tra le persone possono essere diversi: non più di sopraffazione, di disuguaglianza, ma di cura e di pace, rapporti in cui la presenza dell’altro è questione decisiva nella vita e diviene possibile cammino di incontro. Il regno non è percorso di singoli ma ha una valenza che coinvolge la dimensione sociale, i rapporti.

Il IV vangelo suggerisce come in quel drammatico dialogo tra Pilato e Gesù si stia svolgendo un processo più profondo, un giudizio di fronte a Gesù. I protagonisti prendono posizione davanti a lui. La questione di fondo accettare o meno il suo essere ‘re’, in modo unico e scandaloso. “Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. [6]Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”.

Gesù è re sulla via del crocifisso: la sua vita donata è consegna fino alla fine. L’accoglienza della testimonianza della, verità si pone come proposta di accoglienza dell’uomo spogliato di ogni potenza. Non tanto un umanesimo come ideologia, ma l’umanità dell’uomo Gesù umiliato e offeso che si identifica con gli umiliati e i marginali della storia. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un luogo di servizio e di condivisione di umanità. ‘Ecco l’uomo’: nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della nostra vita, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re mentre tutti lo giudicavano il miserabile e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti gli oppressi.

Si identifica con le vittime e i condannati della storia: la gloria di Dio – secondo il IV vangelo – si manifesta nel condannato e nel crocifisso che fa propria la vicenda dei condannati e crocifissi della storia. Il regno che Gesù ha iniziato è comunione di poveri che si affidano solamente alla salvezza che viene accolta come dono e non è intesa come conquista e progetto umano.

Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nella concretezza di ogni giorno.

notinmyname18Alcune riflessioni per noi oggi

Le vicende degli ultimi giorni – le violenze e le stragi opera di terroristi e le reazioni a livello dei vertici e a livello diffuso – possono trovare luce nel riferimento alle pagina del IV vangelo. La storia umana è lacerata in una lotta senza quartiere per la conquista di regni umani. E’ conquista sanguinosa, fatta di uso della violenza, di guerra, di terrore. Certamente atti efferati di terrorismo esigono una condanna senza riserve, ma altrettanto dovrebbe addolorare e suscitare reazione e condanna la violenza attuata in tante forme, e portata in particolare nel dominio economico, nella devastazione ambientale, nella guerra. Le vittime sono nella stragrande maggioranza innocenti, persone sconosciute e appartenenti ai miserabili del mondo.

In questo momento sarebbe essenziale rifuggire da attitudini di sospetto e contrasto tra cristiani e musulmani. I musulmani sono le prime – e più numerose – vittime di violenti che pur si richiamano alla religione, tradendo profondamente l’ispirazione di fondo dell’Islam. La reazione di presa di distanza da una violenaza che si richiama alla religione è segnale fondamentale: ‘Not in my name’.

“Questa incapacità di capire, presente in tutte le guerre complesse, è particolarmente forte in questa guerra, che non deve però esimerci dallo sforzo di pensare, e poi combattere soprattutto le tesi false e ideologiche che ci stanno inondando all’indomani della strage di Parigi. Una tesi molto popolare è quella che individua nella religione, e in particolare nella natura intrinsecamente violenta dell’islam, la principale, se non unica, ragione di questa guerra. Una tesi, questa, tanto diffusa quanto sbagliata. Il Corano ha una sua ambivalenza riguardo alla violenza, lo sappiamo. Ci sono passaggi dove invita alla «guerra santa». Ma c’è anche una versione del fratricidio tra Caino e Abele che più della Bibbia ebraico-cristiana, parla forte di non violenza. Nel racconto coranico i due fratelli parlano nei campi. Abele intuisce che Caino sta levando la sua mano contro di lui per ucciderlo, e gli dice: «Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti» (“Il sacro Corano”, al-Ma’idah: Sura 5,28). Abele presentato come il primo non-violento della storia, che muore per non diventare esso stesso assassino (…) (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, in “Avvenire” 17 novembre 2015)

In questo momento è anche da coltivare l’attenzione e la reazione alla violenza alimentata con il commercio delle armi, con mentalità di colonialismo e di sfruttamento di terre e popolazioni da parte dei popoli ricchi del pianeta. La situazione di tensione e di violenza che viviamo deve interrogarci sul rischio di coltivare una mentalità violenta, di superiorità, discriminazioni e di esclusione anche all’interno di comunità religiose e sulla base di contrapposizioni culturali e di fede.

“Viviamo tempi duri. Tempi in cui quello che è sempre sembrato normale è messo in discussione. E non è la partita di calcio a cui i populisti vorrebbero ridurre la faccenda. Non è musulmani cattivi contro il resto del mondo buono. Siamo davanti a persone pericolose che hanno un piano preciso, un piano di guerra, e sono contro tutti. Sono terroristi che sono contro la vita. Sono contro i musulmani che considerano “finti” perché non violenti come loro e quindi più infedeli degli infedeli. Sono contro gli altri perché rei di non partecipare alla loro ideologia di morte. Il loro scopo è chiaro, quasi lampante, vogliono la nostra disgregazione, vogliono suscitare paura, vogliono farci vivere nell’angoscia. Vogliono che ci guardiamo in cagnesco, che cominciamo a odiarci, a darci mille e più coltellate… (Igiaba Scego, Non permettiamo ai terroristi di farci vivere a metà, “Internazionale”, 14 novembre 2015).

La via seguita da Gesù si pone come alternativa radicale all’uso della violenza, e rimane ancora per noi scandaloso il suo silenzio, la sua testimonianza, la sua libertà di donare la vita di fronte al potere di Pilato rappresentante del potere che dominava il mondo.

L’uomo Gesù, nel suo stare inerme, senza armi, di fronte al giudice che poteva decretare su di lui la condanna a morte, sta come volto umano che ci interpella. Per restare umani, per divenire umani.

L’attenzione al presente esige anche uno sguardo disincantato sulle cause del disordine e del terrorismo che viviamo. E’ pensiero fortemente avvertito oggi da persone che hanno esperienza diretta di ciò che la guerra produce.

Così osserva Gino Strada in un suo post: “… dopo 15 anni di guerre ci sentiamo più in pericolo, più indifesi e impotenti in questa guerra che non riusciamo a fermare. E abbiamo ragione, perché è così, il pericolo c’è ed è crescente. Ancora una volta, purtroppo si sta scegliendo e praticando la guerra, la mortale altalena delle bombe e delle autobombe, dei droni e dei kamikaze, delle bombe buone e di quelle cattive. Chi vincerà? Io so soltanto che perderanno i cittadini. Quante volte è cambiato “il mostro” negli ultimi 15 anni di guerre? Eppure il mostro è ancora lì. Sono convinto che sia la guerra il vero mostro da eliminare, da bandire dalla storia degli umani in quanto dis-umana, distruttiva dell’umanità”.

Fulvio Scaglione in un intenso articolo ha cercato di smitizzare alcune parole d’ordine che emergono all’indomani di eventi tragici e dolorosi come quello della strage di Parigi: “Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente” (F.Scaglione, Francia: almeno smettiamola con le chiacchere, “Famiglia cristiana” del 15 novembre 2015).

E ricorda che “Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza”(ibid.).

L’importanza di cercare almeno elementi seri di analisi del presente aiuta per pensare al futuro: “In questi mesi si parla molto delle armi che alimentano questa guerra. Occorre parlarne ancora di più, perché è un elemento decisivo. Proprio pochi giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso la Siria, prodotti e venduti da imprese italiane. L’Italia, assieme alla Francia, è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro.” (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, “Avvenire” del 17 novembre 2015)

Può essere importante in questi giorni ritornare a riflettere su quanto scriveva Christian de Chergé monaco di Tibhirine il 1° gennaio 1994 un paio d’anni prima del rapimento e dell’uccisione ad pera del Gruppo Armato Islamico in Algeria nel 1996:

“Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha valore più di un’altra. (…) La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto”.

Reagire alla violenza è sfida per tutti oggi. Ma la reazione anziché essere improntata alla vendetta che si pone nella medesima logicae genera altro male – oggi può vedere una alternativa: la scelta di un ripensamento radicale di modi di vita che escludono e generano violenza e la ricerca, insieme, tra uomini e donne – chi si richiama a visioni religioni e chi no – di vie che non sono già date. E’ questa la sfida e opportunità del tempo presente di fronte all’inefficacia della guerra e della sopraffazione. Oggi più che mai è davanti a noi la sfida a tracciare le vie del dialogo con tutti coloro che resistono alle forme della violenza e ne offrono concretamente una alternativa credibile: o troviamo modi per vivere tutti insieme oppure insieme periamo. Non è via facile né immediata è paziente lavoro fatto di silenzio e di crescita in umanità. Possiamo scoprire che responsabilità comune dell’umanità è scegliere vie di generazione di vita e non di morte per gli altri in un mondo mai come oggi legato insieme e interdipendente.

Alessandro Cortesi op

Quegli zainetti insanguinati

Tra le riflessioni lette in questi giorni sullo sconcertante atto di terrorismo compiuto ieri davanti ad una scuola a Brindisi intitolata a Francesca Morvillo Falcone, colpendo ragazze di sedici anni che si stavano recando a seguire le lezioni ho trovato di particolare profondità questa pagina di Alessandro D’Avenia pubblicata su La Stampa di oggi, in cui ricorda i suoi sedici anni e le figure di Giuseppe Falcone, di Paolo Borsellino, di Pino Puglisi e riporta parole cariche di attesa da parte di giovani che oggi hanno sedici anni, compagne di Melissa vittima dell’attentato e delle sua amiche ferite.  In queste sue parole ritrovo la capacità di esprimere non solo lo sconcerto, il senso di smarrimento di fronte ad un atto che colpisce giovani e li colpisce nel luogo della scuola, luogo di maturazione di futuro, di preparazione alla vita, di incontro e di trasmissione tra generazioni, ma anche una analisi che scorge l’importanza di riscoprire proprio nella scuola, proprio nella cura dei giovani, nei luoghi del formarsi,  la via per aprire ad un modo diverso di vivere, in cui le diverse mafie, le scelte di violenza trovino modo di opposizione non assecondando le logiche della violenza, o quelle dell’emozione che viene presto superata, ma sappiano coltivare una diffusa presa di consapevolezza che tocchi il quotidiano. Consapevolezza che la legalità inizi dai piccoli gesti a partire dal quotidiano, consapevolezza che nessuno può delegare la propria responsabilità nei confronti dell’altro e per la costruzione di città in cui la giustizia sia bene comune e da difendere insieme, consapevolezza che ogni volto è depositario di  dignità. Tutto questo si può fare dando importanza proprio alla scuola e a tutti i luoghi del sapere, dell’istruzione. Sono i luoghi della maturazione non solo di competenze utili e spendibili sul mercato (la famosa scuola ridotta alle tre ‘i’ – inglese impresa informatica) ma di tutto quel sapere che apre al senso della vita propria e degli altri e al vivere insieme.  Così D’Avenia ci ricorda il senso della vera crisi e la provocazione di riscatto che proviene da eventi come questi: “la vera crisi è avere abbandonato un Paese alla forza cieca dell’avidità, del potere, del compromesso, del silenzio omertoso, dello sberleffo, della disunione, del cabaret, della raccomandazione, della parola vuota. Questo ci ha indebolito sino a chiudere gli occhi: basteranno tre bombole di gas a risvegliarci? Il sangue dei martiri è da sempre il seme della rinascita. Lo sapevano bene quei tre uomini che ho visto morire nella mia città”. (a.c.)

Qui di seguito l’articolo da La Stampa 20/05/2012

Gli zaini insanguinati chiedono risposte e un futuro di giustizia

ALESSANDRO D’AVENIA
Sedici anni. Anche io li ho avuti. E quando ho visto quei libri aperti e che nessuno leggerà più, quegli zaini svuotati e abbandonati con il fardello di fatiche e sogni che accompagnano ogni sedicenne, quelle scarpe senza piedi che le portino sulle strade di una vita tutta incerta ma piena di prospettive e progetti, tutta da immaginare e assaporare, non ho potuto trattenere le lacrime. Le lacrime versate quando sedici anni li avevo io e nel giro di pochi mesi vidi nella mia città i rottami delle auto della strage di Capaci, le macerie di via D’Amelio, dove era saltato Borsellino, che incontravo tutte le domeniche nella mia parrocchia, e il sangue secco di Padre Pino Puglisi a Brancaccio, professore di religione del mio liceo. Credevo che non avrei mai più riassaporato lacrime della stessa sostanza, generate dallo stesso nonsenso. Avevano lo stesso sapore, anzi, erano ancora più amare. Perché al ricordo si è aggiunta l’evidenza che questo è accaduto in un luogo dove lavoro tutti i giorni: una scuola.

Una sedicenne che mi conosce per i libri mi ha scritto da Brindisi: «Io ero lì esattamente 10 minuti dopo la strage perché la mia scuola si trova a venti metri circa dal luogo maledetto. Oggi alle 18 tutti noi Brindisini scenderemo in piazza, ma non basta. Vogliamo che da tutt’Italia giunga il grido di forza di un popolo che si è stancato e che vuole ritrovare se stesso. Vogliamo che si dia appoggio alla gioventù e soprattutto a noi giovani del meridione che abbiamo il sole nel cuore ed il mare che ci palpita nell’anima. E non abbiamo paura». A lei fa eco un’altra ragazza: «Nella mia mente è nato il terrore. In Italia è nato ancora una volta disordine, angoscia, insicurezza. Più di quanto già non ce ne fosse. L’Italia ha perso ancora, siamo deboli. Parlo dal basso dei miei 16 anni, ma credo che ciò valga per ogni singolo giovane, uomo, anziano, che si senta realmente Italiano».

Questa volta a cadere non sono uomini coraggiosi che lottano consapevolmente, ma sono dei sedicenni che prendono un autobus per andare a scuola, quelli che accolgo in classe tutte le mattine e lottano per un’interrogazione, una fidanzata, un po’ di futuro. E li vedo lì ogni mattina, prima che la campanella squilli, a scambiarsi sbadigli, idee, sorrisi, racconti, con una vita tra le mani tanto fragile quanto forte. Quegli zaini, quei libri, quelle scarpe rimarranno immobili, come statue di una memoria pietrificata e tenteranno di pietrificare tutto il resto: sogni, speranze, fiducia. Quegli oggetti muti ci sussurreranno di ritirarci in silenzio fino a convincerci che tutto è inutile, che siamo soli, che lo Stato non riesce a difenderci, che non abbiamo nulla da sperare in un Paese ferito da una politica inefficace, ingorda e debole, preda facile di una malavita dai connotati terroristici o mitomaniaci, che sferra un attacco che non ha precedenti nel nostro Paese.
Portare il sangue in una scuola è un peccato originale in Italia. Non è come le altre stragi.
Abbiamo visto zaini schiacciati da scuole crollate per disastri naturali o incuria umana, ma non abbiamo mai visto zaini innocenti svuotati da una ferocia calcolata. Sono rimasto in classe, fermo, come se quell’aula in cui fare innamorare i ragazzi della verità, del bene, della bellezza e del sacrificio che comportano, fosse diventata un campo minato; e cattedra e banchi una trincea di sangue. Anche lì può arrivare la mano cruenta del terrore, per colpire alla cieca e lasciare, insegnanti e studenti insieme, orfani di un orizzonte che dia senso a quello studio, a quelle discussioni, a quelle parole. Ma che te ne fai di queste cose adesso? Non ci credi quasi più. Tu costruisci giorno dopo giorno e in un attimo tutto viene spazzato via. Quella speranza che a fatica hai seminato e sta germogliando in un filo d’erba viene bruciato dal fuoco di una bomba.

La paura ci fa tremare vene e polsi, ma «chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» ripeteva Borsellino: sfidare questa paura che pietrifica e ci toglie ogni certezza è la sfida, adesso.

Proprio come i rottami di Capaci, le macerie di via d’Amelio, il sangue sulla piazza di Brancaccio, quegli zaini abbandonati, quei libri macchiati, quelle scarpe svuotate, daranno una scossa a tanti uomini e donne, che non sanno cosa hanno finché non lo perdono. Da quella follia omicida dei primi Anni Novanta nacque una primavera di ribellione e di rinnovamento. E sarà proprio dalla scuola di Brindisi che spero di vedere sorgere una Scuola che le unisca tutte, scaturire la forza di una gioventù che non vorrà più scendere a patti con la noia e il qualunquismo. L’errore più grande è stato colpire una scuola e i giovani. Adesso non potremo più ignorare a che cosa veramente abbiamo rinunciato da troppo tempo: il futuro dei nostri ragazzi. Il terrore non ci paralizzerà, ma darà nuovo slancio ad un eroismo per troppo tempo compresso per affrontare una crisi già in atto da anni e che abbiamo accettato solo quando è diventata economica. Ma la vera crisi è avere abbandonato un Paese alla forza cieca dell’avidità, del potere, del compromesso, del silenzio omertoso, dello sberleffo, della disunione, del cabaret, della raccomandazione, della parola vuota. Questo ci ha indebolito sino a chiudere gli occhi: basteranno tre bombole di gas a risvegliarci? Il sangue dei martiri è da sempre il seme della rinascita. Lo sapevano bene quei tre uomini che ho visto morire nella mia città. Proprio loro continuano a darmi speranza: Falcone diceva che «la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine» e la ricetta l’aveva proprio il suo collega Paolo Borsellino, le cui parole oggi rimbombano forti e dovrebbero essere pronunciate in ogni scuola alla prima ora di lunedì prossimo: «Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo». E proprio di onnipotenza parlava Padre Puglisi, ma quella vera: «La mafia è forte, ma Dio è onnipotente». Io non so se quella di Brindisi sia una strage mafiosa. Preferirei di no. Quello che so è che tocca proprio a noi, docenti e studenti, a scuola, indossare quelle scarpe svuotate, mettere in spalla quegli zaini abbandonati e leggere quei libri macchiati di sangue. Altrimenti dimenticheremo ancora una volta perché siamo arrivati sin qui e non sapremo rispondere alle domanda che ieri, Mia, sei anni e nipotina di un’amica, le ha posto: «Zia, perché mettono le bombe nelle scuole? Io a scuola non voglio più andare se mettono le bombe, voglio studiare, diventare grande e diventare una dottoressa come te».

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