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VI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

Jesús+cura+a+un+leproso+4.jpgLv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

Nel mondo antico il riferimento alla lebbra rinviava alle più diverse patologie dermatologiche. Fonte di timore soprattutto per i pericoli del contagio, la lebbra era definita nella Bibbia ‘primogenita della morte’ (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Così i lebbrosi erano particolarmente temuti e tenuti a distanza: non potevano entrare nelle città ma erano costretti a stare lontani ed isolati. La lebbra era anche connessa al religioso e considerata impurità. Era compito dei sacerdoti constatare tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, accogliere il sacrificio richiesto quale ringraziamento (Lev 14,1-32).

La narrazione della guarigione di Naaman lebbroso e pagano, da parte del profeta Eliseo è indicata come un passaggio dalla morte alla vita, opera di Dio (2Re 5,7). E la guarigione dei lebbrosi è uno segni del tempo del messia (Mt 11,3-6).

Nel suo vangelo Marco narra l’incontro di Gesù con un lebbroso. Gesù si lascia avvicinare, lo tocca e gli parla. Entra a contatto con la sofferenza di quell’uomo, esprime la sua compassione e la sua libertà nel lasciarsi coinvolgere dal suo grido e dalla sua richiesta di aiuto.

Una variante del testo fa riferimento alla collera di Gesù davanti al male: ‘si turbò’ esprime la sua reazione di contrasto di fronte al male che disumanizza. Altre lezioni dicono ‘provò compassione’: è un sentimento di dolore profondo che investe il cuore (‘preso nelle viscere’). E’ ripresa del verbo indicante un sentimento di commozione tipicamente femminile usato per parlare del dolore di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Avvicinando il lebbroso Gesù tocca un impuro, va oltre la prescrizione di tenersi a distanza da questi malati. Ma facendo questo va al cuore della legge: restituisce quell’uomo alla sua umanità, gli riconosce dignità innanzitutto come persona. Lo avvicina al di là della sua malattia e nella sua sofferenza. Lo riconsegna alla relazione. Nel suo agire Gesù manifesta una pretesa e una autorità. Con le sue parole e i suoi gesti afferma che compimento della Legge è l’amore. E’ questo che suscita opposizione e rifiuto da parte di chi ha paura del venir meno di un sistema religioso. Da qui ha inizio un movimento di ostilità verso Gesù da parte delle autorità (cfr. Mc 3,6) che lo condurrà alla morte.

Nell’accostare il lebbroso Gesù compie gesti di vicinanza e guarigione. Come la mano stesa da Mosé sulle acque e il braccio potente di Dio nel percorso dell’esodo. Il suo toccare il lebbroso è segno del suo coinvolgimento. Non teme di entrare a contatto e di toccare un impuro. E’ sensibile alla sofferenza. Prende su di sé la condizione che tiene esclusi. Dona accoglienza e restituisce al futuro.

Gesù invita quell’uomo guarito a non dire nulla a nessuno, ma egli ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco qui presenta il profilo del discepolo come di chi ‘annuncia la parola’: nella sua vita ha accolto la liberazione da parte di Gesù, e si scopre restituito ad un rapporto nuovo con gli altri e con Dio.

La scena finale del racconto presenta un rovesciamento: ‘Gesù non poteva entrare più palesemente in città, ma stava fuori in luoghi deserti’ (1,45). Ora è Gesù costretto a stare fuori della città. Ha preso su di sé la condizione del lebbroso. Marco invita a guardare Gesù stesso come il servo sofferente, irriconoscibile ‘percosso da Dio e umiliato’ colui ‘di fronte al quale ci si copre la faccia’ (Is 53,3-4). Il suo volto non è quello del messia dominatore si identifica con quello di coloro che sono tenuti in disparte. E’ il servo che prende su di sé la condizione di esclusione e annuncia l’accoglienza senza limiti del Padre. Marco così richiama ad una sequela che sia memoria di questa vicinanza agli esclusi della storia.

Alessandro Cortesi op

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Intoccabili

Il 26 dicembre 2013 un bambino di due anni si ammala a Meliandou, un villaggio della Guinea nell’Africa occidentale. Da quella prima scintilla si diffonde come un fuoco tra la paglia la epidemia di Ebola una malattia il cui contagio passa attraverso il contatto.

“Raccontare cosa sia stata ‘Ebola non è facile. Per Medici senza Frontiere un impegno enorme, oltre ogni aspettativa, qualcosa che ha toccato picchi che nessuno poteva prevedere. Per me sono state tre missioni estenuanti, decine di colleghi e migliaia di pazienti morti. Chiunque l’abbia incontrata sulla propria strada , medici, infermieri, malati, amici che hanno perso qualcuno di caro, le ha dato una definizione diversa. L’ha raccontata in maniera diversa. Io non so ancora come parlarne. Non ho una frase a effetto che cominci con ‘l’Ebola è…’ e qualcosa a seguire , che possa davvero spiegare”.

Dalla missione di Roberto, il dottor Robi, è nato un libro scritto da Valerio La Martire, dal titolo Intoccabili. Un medico italiano nella più grande epidemia di Ebola della storia (ed. Marsilio 2017). I suoi racconti conducono a sorgere ciò che nessuna immaginazione poteva toccare riportando le esperienze vissute a Monrovia. “Toccava il fondo di un inferno da cui nessuno è uscito indenne, neanche quelli che ce l’hanno fatta” ha detto l’autore.

“Mi chiedevo se riuscissi a ritagliarti un po’ di tempo, diciamo un mesetto, sai con l’Ebola siamo messi maluccio, Sierra Leone o Liberia, ancora non so, le cose si stanno muovendo rapidamente. Ce la faresti? Ah, come al solito, partenza il prima possibile. Giorni, ore…”

Da questo invito accolto in una telefonata inattesa ad agosto 2014, mentre stava recandosi al mare dopo una giornata di lavoro in ambulatorio, inizia una progressiva immersione in una realtà di morte e di vita.

“Quando si parte per una missione, una piccola parte di noi rimane ancorata al pensiero del ritorno, alla sicurezza di casa, alla sensazione che alla fine si tornerà indietro, magari prima del previsto. Penso sia qualcosa che accomuni tutti gli operatori umanitari che decidono di andare dove c’è bisogno. Eppure, ogni volta che torniamo decidiamo di ripartire e quella voce che ci consiglia di restare a casa finisce sempre inascoltata”.

Il dottor Roberto parte per rimanere trenta giorni in una missione difficile e poi affrontare i ventun giorni di quarantena al rientro. Il rischio del contagio era alto all’inizio per la poca conoscenza delle procedure e alla fine del periodo per la disinvoltura con cui si svolgevano le procedure ormai apprese.

“’Roberto ben arrivato, io sono Jackson’. Allungai la mano per stringerla, lui mi sorrise e non alzò il braccio. No touch mission. Missione dove il contatto è proibito. Lo sapevo, mi era ben chiaro, eppure stringere la mano è un riflesso incondizionato, qualcosa che è difficile ricacciare indietro”. Roberto giunge al centro di Elwa 3. Al centro giungevano malati da ogni parte in preda ai sintomi della malattia.

“No touch mission, non potevo toccare gli altri, non potevo toccare me stesso. Non potevo toccare i pazienti, cosa diavolo potevo fare? Strizzai gli occhi per togliere il sudore che mi colava dalle ciglia”.

La missione viene descritta nei suoi aspetti drammatici. Sono descritte le scene di persone che si accalcano nella richiesta di aiuto, che si accasciano nell’agonia mentre arrivano al Centro, o muoiono sui sedili delle auto in cui sono state accompagnate. Sono anche ricordati con senso di pietà i momento in cui i medici in tuta accompagnavano coloro il cui test era risultato positivo alla zona ad alto rischio, là dove esausti avrebbero solo cercato un posto dove sdraiarsi per morire. “Ti rendi conto di non averli guardati negli occhi, di non aver detto niente mentre la loro malattia veniva confermata”.

Viene anche raccontato nel libro la sensazione provata da medici e operatori quando al momento del ritorno a casa hanno scoperto che le persone, gli amici avevano paura di loro e li tenevano a distanza. Senza toccarli.

Così Luca in una lettera in cui cerca di ricostruire gli inizi dell’epidemia scrive: “L’Ebola è una malattia che ti punisce. Punisce e rende una colpa l’amore. La prima donna, quel caso zero che ha portato oltre confine la tragedia era una persona come te, qualcuno che vuole curare gli altri. E si è ammalata ed è morta per farlo. E quelle che ha contagiato erano donne che le volevano bene, che le sono state vicine nella fine”.

Valerio La Martire ripercorre nel suo libro le vicende, i pensieri, le emozioni e le fatiche di tanti operatori sanitari che si sono resi disponibili a porsi tra il contagio e le vittime, per fermare l’epidemia, e sono riportate le testimonianze di Roberto Scaini medico di Rimini, Alessia Arcangeli infermiera di Roma, Luca Fontana logista di Lodi, Umberto Pellecchia antropologo toscano, Fanshen Lionetto, medico di Bergamo. Tutti impegnati con Medici senza Frontiere in missioni a cui hanno ripetutamente partecipato. Per stare vicini agli intoccabili del nostro tempo.

Così scrive Alessia: “Quello che facciamo tocca le persone che curiamo e quelli che hanno visto gli altri guarire, tocca chi collabora con noi e impara un lavoro, tocca chi si sente di aver partecipato a qualcosa di importante, tocca quelli che erano lontani e si sono fatti un’idea più vera di quello che succedeva dove eravamo, tocca chi non ce l’ha fatta , ma comunque ha avuto qualcuno che si è preso cura di lui quando stava morendo… Io c’ero quando si combatteva l’Ebola in Africa Occidentale io c’era quando cercavamo di salvare quelle persone. E non si fa il conto di quante ne salviamo, però mi piace pensare che qualcuno si è salvato proprio perché io ero lì e allora tutto assume un senso e penso che ripartirò ogni volta che sarò in grado di farlo”.

L’epidemia dal 2013 al 2016 ha contagiato 28.646 persone e ha toccato i territori di Guinea Sierra Leone e Liberia. Circa un terzo dei contagiati sono stati accolti in un Centro MSF. Di queste 2478 sono stati guariti nei Centri di Medici senza Frontiere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine ufficiale dell’epidemia il 9 giugno 2016.

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario anno B

imageLev 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

“Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e disse: Lo voglio sii purificato”. Si potrebbe tentare di ripercorrere i gesti di Gesù espressi in questa successione nell’essenziale stile di Marco.

‘Ne ebbe compassione’. Gesù si trova di fronte alla presenza di un uomo affetto da lebbra. Giunge dal deserto, cioè a distanza dai centri della vita pubblica. E’ un uomo isolato per ragioni igieniche, tenuto separato dal ordone sanitario posto tra malati e sani, ma anche isolato per la sua condizione di impuro. La questione della purità sta al cuore di questo brano. Nel mondo di Gesù la questione della purità implicava una distanza e una preoccupazione di non avere nessun tipo di contatto con persone cose e situazioni impure, portatrici cioè di una forza che impediva il rapporto con Dio stesso. Oggi non percepiamo questo genere di separazione e tuttavia sappiamo bene cosa significa l’emarginazione: chi è tenuto fuori dalla convivenza sociale per motivi economici, sociali, religiosi, di provenienza culturale, etnica, di genere… non si parla più di purità o impurità ma viviamo nel tempo della grande separazione tra coloro che sono considerati ammissibili alla società umana e coloro che possono essere tenuti fuori, esclusi.

Gesù di fronte all’impuro prova compassione. La compassione è il sentimento che lo situa di fronte all’altro: ai suoi occhi quel malato era una persona e recava una sofferenza, insieme ad una richiesta di essere riammesso alla relazione. Aveva avuto anche il coraggio non solo di avvicinarsi, cosa vietata, ma anche di esprimere una profonda fiducia in Gesù: ‘se vuoi puoi guarirmi’. Gesù vive nei suoi confronti il sentimento proprio di Dio, il rapprendersi delle viscere, il sentire dentro di sé la sofferenza di quell’uomo non solo segnato dalla malattia ma anche tenuto escluso e a distanza, costretto ad una solitudine che diveniva addirittura percezione di essere allontanato da Dio. Gesù vive la compassione nel prendere su di sé e nel fare sua la sofferenza e la speranza di quell’uomo. In alcune versioni del testo evangelico questa espressione è resa con ‘andò in collera’. E’ l’indicazione della reazione di Gesù di fronte al male, alla malattia devastante e all’emarginazione di cui quell’uomo era vittima; ma anche indicazione della forza del sentimento, della passione che è al contempo di ira contro la malattia e di vicinanza a quell’uomo.

‘Stese la mano’. Il secondo gesto di Gesù è il gesto che colma una distanza. Tendere la mano è il gesto del soccorso, del protendersi vicino, del coprire lo spazio che lascia l’altro solo, per aprire un ponte di vicinanza e di aiuto. Tendere la mano è anche il gesto che indica un decentramento, un’apertura che diviene chinarsi e inchinarsi verso la mano che sta dall’altra parte, incerta e sta in attesa. Tendere la mano è gesto quotidiano del sollevare e dell’accompagnamento i bambini, della cura degli anziani, della cura per gli infermi a letto, del soccorso portato a chi non ha più forza per reggersi perché provato dal dolore. Tendere la mano è anche immagine per indicare un movimento interiore di sguardo che si fa partecipe e vicino. In questo gesto, che è gesto quotidiano, di un’umanità che si fa carico, Gesù dice che quell’uomo non deve rimanere chiuso nella solitudine, non deve rimanere prigioniero di un sistema che lo esclude. Dice anche e soprattutto che non deve sentirsi abbandonato da Dio, ma che Dio stesso gli si fa vicino. Il gesto di Gesù dello stendere la mano è così espressione del regno di Dio che è giunto e apre un mondo nuovo di relazioni possibili.

‘Lo toccò’. Gesù sceglie di toccare l’impuro. Questo gesto vietato dalla Legge è compiuto da Gesù che nel contatto si lascia contaminare e prende su di sé la condizione di impuro secondo le normative della Legge. Quell’uomo non è scomunicato, ma viene accolto, viene ristabilito in una relazione in cui scoprire che Dio lo accoglie. Il toccare è segno di una vicinanza fisica che indica l’accoglienza e il coinvolgimento, il suo farsi carico della sofferenza. Il tocco di Gesù è segnod elal tenerezza e della forza, della vicinanza e della solidarietò. E’ anche segno dell’importanza della corporeità nel contatto con gli altri, del suo non avere paura di toccare.

Gli disse: ‘lo voglio sii purificato’. C’è un gesto di vicinanza, di accoglienza, un gesto che parla da sé di una paradossale ospitalità. Gesù senza casa propria si fa luogo ospitale a chi era tenuto lontano ai margini. Il suo cuore e la sua vita si fanno spazio di condivisione ospitale. La parola accompagna i gesti: c’è un dono di gesti e un dono di parola. Ed è un comunicare in cui Gesù libera il cuore di quest’uomo, lo apre a scoprire che non è scomunicato, ma è benvoluto, accolto da Dio. Tutto questo avviene fuori dal tempio, non per opera del sistema religioso e Gesù invia il lebbroso purificato a riconoscere la purficazione avvenuta dai sacerdoti.

Gesù si sottrae ad avere forme di riconoscimento che rischiano di cogliere solo aspetti superficiali del suo agire. Non è tanto operatore di miracoli, ma profeta della accoglienza ospitale, profeta che si scaglia contro il male e contro la malvagità umana, motivata anche religiosamente, che genera emarginazione e solitudine. Ma anche, allontanando da sé la persona ormai liberata, la sottrae ad una sorta di dipendenza. Gesù vive incontri che generano percorsi di libertà.

L’ultima scena del brano presenta Gesù nei luoghi deserti: Gesù ha preso su di sé la condizione di colui che dai luoghi deserti lo aveva raggiunto. Ora si trova lui stesso in luogo desertico. Si è fatto carico nella solidarietà fino in fondo. Per una liberazione, per una storia di accoglienza. Nel deserto, nella solitudine della sua preghiera Gesù vive la sua esperienza pienamente umana di incontro con il Padre, di ascolto di Lui.

98a9e1b9bce5c8da045900de44a69c07-kp4E-U10401919742063LIF-700x394@LaStampa.itAlcune osservazioni per noi oggi

La mano tesa di Gesù a toccare il lebbroso ci riprta drammaticamente alle mani tese di tanti che si protendono a tirar fuori dai barconi fatiscenti immigrati che attraversano il mare, sfruttati e schiavizzati da chi guadagna sulla miseria di tanti. Il Mediterraneo, da mare nostrum, nostro, al plurale, di tutti, è divenuto frontiera invalicabile che separa chi è riconosicuto da chi non è considerato nella sua dignità di uomo e donna. Pretendere di difendere le proprie sicurezze nell’erigere muri di esclusione senza farsi carico dell’altro è il dramma che l’Europa oggi sta vivendo. Gli impuri da cui guardarsi oggi sono divenuti i miseri, i disperati, coloro che senza alcuna cosa propria cercano di accostarsi gridando la loro dipesrazione dai sud del mondo, dai paesi della fame, dello sfruttamento, della guerra. Cosa vuol dire oggi tendere la mano e toccare chi protende la propria mano e cerca di toccare una terra dove avere pane e riconoscimento di dignità? Sono anche coloro che per accogliere le regole economiche sono costretti ad una condizione di smantellamanto di ogni protezione sociale: cosa vuol dire oggi tendere la mano al popolo della Grecia che apre una provocazione a prendersi carico, ad una vicinanza solidale?

Paolo affronta una delle questioni che la comunità gli aveva presentato e che sintetizza nell’affermazione di una libertà percepita senza limiti: ‘Tutto è lecito’ (1Cor 10,23). Ricorda che la conoscenza gonfia d’orgoglio, ciò che costruisce è l’amore. Suggerisce così il criterio della edificazione: vivere la libertà è in vista costruzione di sé e della relazione con lo sguardo rivolto all’altro. Indica poi il criterio dell’attenzione alla coscienza dell’altro e della sua crescita e suggerisce una linea di comportamento dei credenti: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, tutto fate per la gloria di Dio” (1Cor 10,31) E’ un primo orientamento di tipo teologico. C’è poi il criterio della vicinanza alle persone, e di attenzione alle coscienze, una visione in cui al centro si pone non la ricerca del proprio interesse ma l’attenzione all’altro… perché possano salvarsi” (1Cor 10,33). Nelle parole di Kayla Mueller, la ventiseienne statunitense presa in ostaggio e uccisa nei giorni scorsi dall’Isis in Siria per portare soccorso alla popolazione vittima della guerra, si ritrova un’eco di questa tensione a vivere perche altri possano salvarsi. E’ confessione drammatica e toccante di poter vivere la condizione di libertà anche nella prigionia: “Sono arrivata ad un punto della mia esperienza in cui, in ogni senso della parola, mi sono arresa al creatore perchè letteralmente non c’era nessun altro… + mi sono sentita teneramente cullata nella caduta libera da Dio + dalle vostre preghiere. Mi è stata mostrata nel buio la luce + ho imparato che persino in prigione, uno può essere libero, ne sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, qualche volta dobbiamo soltanto cercarlo. Prego ogni giorno che, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza + anche un arrendersi a Dio+ abbiate formato un legame di amore + supporto tra di voi…” – trad. di Marina Palumbo (agb) della sua ultima lettera ai famigliari dalla prigionia-.

Alessandro Cortesi op

XIII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Sap 1, 13-15; 2,23-24;
Sal 29,2.4-6.11-13;
2Cor 8, 7.9.13-15;
Mc 5, 21-43

Nel cap. 5 del vangelo di Marco sono intrecciate due narrazioni di liberazione, una liberazione di una donna malata adulta, una liberazione di un’altra donna bambina. Gesù libera due donne. La prima è la figlia di uno dei capi della sinagoga, di cui è indicato il nome, Giairo. Una bambina di cui alla fine della narrazione viene indicata l’età, dodici anni. Intrecciato con questo è presentato l’incontro di Gesù con una donna che subiva perdite di sangue da dodici anni e non aveva trovato soluzioni per questa sua malattia.

C’è un tratto che ritorna in questi due racconti: la donna che aveva emorragie dice “se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti sarò salvata”. E dice Marco – “da dietro toccò il suo mantello”. Gesù si accorge che qualcuno, mentre tutti premevano intorno, lo aveva toccato e chiede “Chi ha toccato le mie vesti?”. C’è un messaggio dietro a questa descrizione: Gesù toccato e premuto da ogni parte si accorge che qualcuno lo ha toccato in modo particolare. E ‘la cercò’. C’è un’insistenza sull’azione di toccare: è il toccare della donna che spera di essere guarita e che compie un gesto pieno di coraggio ed anche di trasgressione della legge. Dal punto di vista religioso era impura per la sua malattia (Lev 15,25-27), eppure ha il coraggio di toccare la veste di Gesù. E’ un toccare particolare, diverso da quello di tutti coloro che premono intorno. La fola, sembra dire Marco, con la sua ricerca delle cose meravigliose e nell’impersonalità dei rapporti  è impedimento all’incontro con Gesù. Nella folla spingono e premono ma non entrano in contatto con Gesù, non lo toccano. Nella mano della donna che tocca le sue vesti sta invece un desiderio, una sete di vita, una speranza e una fiducia. Gesù cerca e riconosce questa attesa, le dà spazio, si fa attento e in ascolto. Accoglie senza condizioni e scorge come questa sua apertura è già fonte di liberazione e salvezza: ‘Figlia la tua fede ti ha salvata’. La tua fede: la fede della donna è riconosciuta da Gesù come forza di salvezza, quella fede che si esprimeva attraverso un gesto che trasgrediva le regole religiose di un Dio separato dall’uomo e che vive della fiducia di un contatto personale. Quel movimento che aveva condotto la donna a venire a lui e di toccarlo è già liberazione e indica come la donna abbia compreso l’importanza di un rapporto personale e unico.

Marco presenta un secondo toccare: questa volta è il toccare di Gesù. Gesù prese la mano della bambina, la figlia di Giairo e le dice ‘Fanciulla io ti dico: Alzati’. In questa parola sta racchiuso l’annuncio della risurrezione come un alzarsi. Dietro a Gesù ci sono solamente a Pietro Giacomo e Giovanni, i discepoli che lo seguono nella trasfigurazione e nel giardino del Getsemani. E’ un momento particolare in cui si manifesta qualcosa di importante della sua vita e della sua persona. Gesù indica che la bambina non è morta ma dorme. A Giairo, ormai sconfitto dall’annuncio della morte della figlia, Gesù aveva detto: ‘Non temere soltanto abbi fede’. Gesù prende la mano della bambina non tra la confusione dei curiosi, ma nella casa, preso con sé solo il padre con lei. Accompagna a leggere nella fede la presenza di Dio che dà vita: la fanciulla non è morta ma dorme – e Marco sottolinea che lo deridevano -. Il suo annuncio è incredibile. Gesù è così presentato nel suo gesto profondamente umano del toccare, del prendere per mano. Prende per mano, riconsegna alla vita e alla relazione. E annuncia già in questo il suo prendere per mano l’umanità in attesa di liberazione. Tutto Israele (il riferimento di dodici è allusione alle dodici tribù di Israele) ma anche tutta l’umanità nella condizione degli impuri è presa per mano, è invitata alla fede. La morte non è l’ultima parola, nella fede va letta come un dormire. Gesù prende per mano, rialza e accompagna ad un incontro con Lui.

Alessandro Cortesi op

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