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Domenica II di Pasqua – anno A – 2020

Ev9mmF8DhH_McZ5lakaQtAahGZm0AsSeQy6Jj9ZZ-4awEtxkiaqFQR1ixhMrOb3oIZ8SfR45Iqt99vucPNxrOo3adhs6iX7LehtOvkEFzDp4LuSqVvrd1Bk_I0YvrPdpO8JyyCL82AV8v8LcMiniatura dal codex aureus – Echternach (ca. 1030-50)

At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

I racconti di incontro con Gesù dopo la Pasqua esigono di essere letti non come  resoconti cronachistici, ma come narrazioni che esprimono in termini narrativi l’esperienza pasquale dei discepoli, un’esperienza che sorge da un’irruzione inattesa e insperata (il darsi ad incontrare di Gesù) e che peraltro coinvolge in un cammino ineriore personale e collettivo di cambiamento e trasformazione nella fede.

Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli ed è riconosciuto come il vivente. E’ sera. Il luogo è la sala in cui i discepoli hanno condiviso con Gesù la cena prima della sua passione. Sono elementi importanti e simbolici: la sera rinvia al buio che accompagna la passione, così pure alla sera della cena, alla memoria vicina del mangiare insieme e dei gesti di Gesù. Ora non c’è più l’intimità e l’amicizia ma la paura e la chiusura delle porte e dei cuori. Il luogo è chiuso e i cuori dei discepoli sono bloccati nel loro disorientamento.

In questo contesto – che parla di una condizione di assenza di prospettiva, di impreparazione e di impotenza – ‘Gesù venne’. Gesù risorto oltrepassa le porte e i cuori chiusi e irrompe inatteso, presenza che si fa vicina in modo totalmente nuovo, inedito, soprendente. Ogni motivo di paura è vinto. Anche la morte non ha più potere. In tutti i racconti di incontro con Gesù dopo la sua morte il suo venire è inatteso e l’iniziativa è sua. La sua presenza non è preparata né programmata. Il suo venire non è costruzione interiore di chi ha elaborato la sua morte, ma è un irrompere fonte di stupore e insieme nuovo percorso esistenziale che coinvolge la fede. Gesù venne e si fermò: il suo ‘venire’ particolare, oltre le barriere. Sta qui un richiamo alla Pasqua ebraica, che secondo la tradizione dell’Esodo fu celebrata dietro le porte segnate dal sangue degli agnelli.

Il suo primo saluto di Gesù è un saluto di pace. E’ il primo dono della Pasqua in stretto legame con le piaghe delle mani e del costato mostrate ai discepoli. Chi ‘venne’ non è un altro: è il crocifisso risorto, con i segni delle ferite nel suo corpo. Offrendo la pace fa un gesto di rivelazione: ‘mostra’ loro le ferite. Nel IV vangelo la pace è connessa alla passione e risurrezione di Gesù (14,27; 16,33; 20,19-26). Non è la pace del mondo, non elimina la morte e la sofferenza. E’ pace dono di Gesù: ‘Io ho vinto il mondo’ (Gv 16,33).

I discepoli ‘gioirono’. Il secondo dono della Pasqua di Gesù è la gioia. E’ una gioia che non dimentica la croce, ma che proprio nella croce legge il manifestarsi di un volto di Dio come amore che si dona. In questo sta la ‘gloria’ di Dio che si comunica sulla croce. Là dove c’è pace e gioia sono presenti i segni del Risorto e vi sono tracce per poterlo incontrare.

Gesù invia i suoi, li rende partecipi di una missione “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Gesù dona lo Spirito: la prima comunità è trasformata: è accompagnata a superare la chiusura per portare il perdono di Cristo, dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi, a tutti insieme non solo a qualcuno, di continuare la sua missione, di essere presenza di riconciliazione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Ciò apre a noi una visione di speranza e di fiducia: in ogni percorso umano in cui la pace è ricercata per superare conflitti, laddove c’è gioia che vince chiusure e distanze, laddove c’è opera di riconciliazione lì vi sono tracce della presenza del Risorto che ha consegnato il suo Spirito.

Alessandro Cortesi op

Taddeo Gaddi, armadio di s.croce,1335-40

Taddeo Gaddi, armadio della sacrestia di s.Croce, Galleria dell’Accademia Firenze 1335-40

Ricostruire comunità

Gesù stette in mezzo… La prima esperienza della Pasqua per i discepoli fu quella di una ricostituzione della comunità insieme attorno ad una presenza che raduna, raccoglie e genera comunione laddove c’era stata dispersione, paura, disorientamento, chiusura.

Ci si può chiedere se questa esperienza non possa essere luce per ciò che stiamo vivendo nella crisi globale della pandemia: la domanda che si pone nel momento in cui si affaccia la possibilità sperata di un ripartire dovrebbe far riflettere sul fatto che non si può ripartire come se nulla fosse accaduto. E sarebbe prezioso far tesoro di quanto tale emergenza ci sta insegnando.

Il futuro dovrà vedere un comune impegno per una ricostruzione di un con-vivere universale che abbia chiara la consapevolezza della dimensione comunitaria del nostro vivere. Il mondo si è rivelato in questo frangente come un mondo collegato: persone e popoli diversi siamo interrelati, tutte e tutti partecipi di una medesima vicenda dell’unica famiglia umana. Ed insieme parte dell’unica casa comune dell’ambiente naturale.

Questa epidemia si è caratterizzata nella sua aggressività e letalità per il fatto di essere una malattia collettiva. E questo dato, nella sua evidenza quasi elementare tuttavia ha posto in discussione le modalità in cui è stata impostata la stessa struttura della sanità. Una sanità pensata in modo individualizzato per operare di fronte alla malattia pensata come condizione individuale si è trovata in grave difficoltà laddove la malattia ha invece presentato i connotati di un evento pubblico e collettivo. E’ stata questa la differenza di reazione nei modelli di sanità dei diversi Paesi ed anche in diverse regioni italiane. Una struttura concepita in modo privatistico non solo per il taglio delle risorse alla struttura pubblica e al privilegio offerto negli anni alla dimensione privata ma anche per la modalità di approccio alla malattia stessa si è trovata pur con il suo alto livello di qualità di fronte ad un’incapacità e ad un limite (in particolare nel rapporto tra assistenza ospedaliera, cura sul territorio e strutture di assistenza sanitaria non ospedaliere). Pensare la salute nei termini collettivi e di interrelazione implica una considerazione e scelte conseguenti sul piano della costruzione di una sanità orientata non al singolo ma alla comunità senza discriminazioni, privilegi ed esclusioni. Questa è una sfida aperta a diversi livelli per un possibile futuro.

Quattro proposte concrete in questi giorni sono state sollevate nella prospettiva di pensare ad un futuro nei termini di una tessitura di più profondi legami di comunità tra le persone.

La prima viene dal card. Tagle che ha proposto l’annullamento del debito dei paesi poveri. Il tempo che viviamo richiede una soluzione straordinaria di fronte alla condizione dei popoli più poveri del pianeta. Così ha detto in una sua omelia del 29 marzo u.s. commentando il brano evangelico della risurrezione di Lazzaro e prendendo spunto dalle parole di Gesù che inviata slegare e liberare Lazzaro facendolo uscire dalla tomba:

“Facciamo appello ai paesi ricchi: in questo momento potete rimettere i debiti dei paesi poveri, perché possano usare le loro scarse risorse per sostenere le loro comunità, invece che pagare gli interessi che voi imponete ai paesi poveri? Potrebbe la crisi del coronavirus portare a un giubileo, alla remissione del debito, perché quanti si trovano nelle tombe dell’indebitamento possano trovare vita? Slegateli, liberateli. Un’altra tomba: molti paesi spendono tanto in armamenti, in armi, per la sicurezza nazionale. Possiamo fermare le guerre? Possiamo smettere di produrre armi? Possiamo uscire da queste tombe e spendere questo denaro per una vera sicurezza? Ora ci rendiamo conto che non abbiamo abbastanza maschere, mentre ci sono pallottole in abbondanza. Non abbiamo abbastanza ventilatori, ma abbiamo milioni di pesos, dollari, euro spesi in un solo aeroplano per attaccare. Possiamo avere un cessate il fuoco permanente, e nel nome dei poveri, liberare risorse per la vera sicurezza, l’educazione, l’abitazione, l’alimentazione?”

La seconda proposta viene da papa Francesco in una sua lettera indirizzata ai movimenti popolari del 12 aprile 2020. Così egli scrive: “So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze. Ciononostante ne dovete subire sempre i danni. I mali che affliggono tutti, vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono alla giornata, senza alcun tipo di tutela legale a proteggervi. I venditori ambulanti, i riciclatori, i giostrai, i piccoli agricoltori, gli operai, i sarti, quanti svolgono attività di assistenza. Voi, lavoratori informali, indipendenti o dell’economia popolare, non avete un salario stabile per far fronte a questo momento… E le quarantene sono per voi insostenibili. Forse è giunto il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili lavori che svolgete; capace di garantire e trasformare in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti. Vorrei anche invitarvi a pensare al “poi”, perché questa tormenta finirà e le sue gravi conseguenze già si sentono. Non siete degli sprovveduti, avete la cultura, la metodologia, ma soprattutto la saggezza che s’impasta con il lievito di sentire il dolore dell’altro come proprio. Pensiamo al progetto di sviluppo umano a cui aneliamo, incentrato sul protagonismo dei Popoli in tutta la loro diversità e sull’accesso universale a quelle tre T che voi difendete: tierra, techo y trabajo, terra, tetto e lavoro”.

Il papa propone in questo frangente una misura concreta quale un reddito universale che sia riconoscimento per chi lavora in tante forme che non consentono uno stipendio e che non ha riconosciuti diritti fondamentali nell’ottica che sia garantito per tutti accesso alla terra, ad una casa e al lavoro.

La terza proposta è la regolarizzazione di tutti gli immigrati che lavorano in Italia ma non hanno una situazione regolare. E’ idea sostenuta in questi giorni da Tito Boeri: “ora se vogliamo davvero liberarci di questo maledetto virus, dobbiamo, volenti o nolenti, regolarizzare gli immigrati illegali che vivono nel nostro Paese. Tutti. Non solo quelli che devono lavorare in agricoltura. E non per ragioni umanitarie, ma per una pura e semplice questione di controllo del territorio e di sopravvivenza (…) Gli immigrati irregolari sono ormai più di 650 mila dato che prima la paura dei populisti e poi i populisti in carne e ossa hanno impedito per più di 10 anni che arrivassero regolarmente le persone di cui le famiglie e le imprese italiane avevano bisogno” (Tito Boeri, Per liberarci dal virus dobbiamo regolarizzare gli immigrati, “La Repubblica” 16 arile 2020).

La quarta è una proposta a livello italiano promossa da un gruppo di personalità il 7 aprile u.s. e ripresa da Livia Turco, già ministra e parlametare, che individua la possibilità di istituire un servizio civile pubblico di cura obbligatorio per essere preparati a fronte di emergenze che toccano così profondamente la vita sociale e di fronte alle quali nulla serve un approccio di tipo militaristico, ma in cui risulterebbe assai proficua una preparazione di tipo civile.

“La pandemia ha dimostrato la necessità di grandi competenze per il bene comune. Di qui la proposta di rilanciare e ripensare il Servizio Civile come una forza nazionale giovanile con la missione di aiutare le fasce deboli della popolazione a fianco della Protezione Civile e di altre organizzazioni. Una forza dotata di una adeguata formazione. E costruita pensando anche alla fragilità del pianeta. In futuro altre emergenze economiche, ambientali e sanitarie saranno inevitabili. (…)non basta attribuire al meraviglioso volontariato, alla capacità di dedizione dei cittadini, alle organizzazioni del Terzo settore il compito di sollecitare in tale direzione. Bisogna mettere in discussione, scardinare, anche attraverso un dibattito pubblico, la scansione del tempo che caratterizza la nostra società e la considerazione pubblica riconosciuta ai vari lavori e alle forme di impegno sociale. Oggi abbiamo una scansione del tempo che considera la cura delle persone un tempo privato, il lavoro retribuito il tempo pubblico che fonda diritti e cittadinanza ed alimenta la nostra democrazia, il tempo della gratuità e del dono come tempo onorato e anche riconosciuto nella Costituzione nella sua funzione di sussidiarietà rispetto al pubblico e in talune leggi e politiche (La legge 328/2000 sulle politiche sociali con la pratica della co-progettazione e le recente riforma del Terzo Settore), ma confinato in un cono d’ombra affidato al buon cuore dei cittadini. Se, dunque, il tema cruciale oggi è promuovere la ‘comunità competente’ per la realizzazione dei beni comuni, il tempo della cura delle persone, il prendersi cura delle persone deve essere riconosciuto anche come tempo pubblico, ingrediente della democrazia e motore della cittadinanza. (…) Il Servizio Civile Universale e obbligatorio sarebbe una grande politica che aiuta la promozione delle competenze dei giovani nei beni comuni, a costruire concretamente la comunità e il welfare universalistico e comunitario”. (Livia Turco, Costruire la “comunità competente”. Sì all’obbligatorietà del servizio civile, “Avvenire” 16 aprile 2020).

Costruire comunità solidali è un orizzonte che ora più che mai si rende presente come chiamata di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

Proposta per una celebrazione domestica – II domenica di Pasqua – 2020

IMG_7931immagine tratta da https://www.theobule.org/

A questo link si può scaricare una proposta di celebrazione domestica nella II domenica di Pasqua, domenica in albis –  19 aprile 2020 per vivere un momento di preghiera insieme come comunità della casa – chiesa domestica, in questo tempo (ac)

II domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_3937At 5,12-16; Ap 1,9-19; Gv 20,19-31

“Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Il libro dell’Apocalisse vuole testimoniare una rivelazione: cerca di interpretare la storia a partire dalla chiave di lettura che è Gesù Cristo risorto. Egli è colui che si è rialzato, il risorto, il primo e l’ultimo: non è stato tenuto prigioniero della morte ed ha ora potere su ogni potenza di morte e di male.

Gesù Cristo risorto dice: ‘io sono il vivente’: è questa una delle forme dell’annuncio pasquale ed è apertura di speranza. Se lui è il vivente, il futuro dell’umanità non sta nella morte ma in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono.

Negli Atti degli apostoli Luca offre alcuni quadri che sintetizzano le caratteristiche principali della vita della comunità cristiana dopo la Pasqua. In questi brevi quadri riassuntivi pone attenzione ad una comunità convocata (compare il termine ‘chiesa’) dalla parola del Signore, all’importanza dello stare insieme, al senso di ammirazione e gioia che permeava la loro vita. E’ anche posta in luce la diversa attitudine nei confronti dei sofferenti e dei malati: ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’.

Coloro che solitamente erano nascosti allo sguardo sono posti al centro ed è espressa la forza di guarigione propria della vita di una comunità di testimoni di Gesù. Il rapporto con la sofferenza può avere un mutamento: non è l’ultima parola della vita umana, c’è una forza nuova di salvezza che porta la comunità a farsi carico delle sofferenze, a non evitare le persone malate a non tenerle in disparte o escluderle: sono accolte e poste al centro.

Nelle guarigioni Luca scorge gli effetti della salvezza che Cristo ha donato con la sua morte e la sua risurrezione per tutti. Vi è un accorrere di folle quale movimento che coinvolge persone provenienti da diverse direzioni. La forza di colui che è vivente apre prospettive di vita nuova, di relazioni nuove.

Il IV vangelo ha un’insistenza particolare sul rapporto tra vedere e credere. Tommaso dice ‘ Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’. Gesù aveva sottolineato la difficoltà di chi cercava segni: ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48). L’intero capitolo 20 è così narrazione di un lento e progressivo percorso del credere. Dai segni, oltre i segni. Tommaso è figura di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù dopo la pasqua. Non è facile il percorso della fede e c’è tutto un cammino da compiere anche di crisi della fede per aprirsi ad una nuova esperienza del credere.

Nella comunità c’è posto per chi fa fatica, ed anche per tutti coloro che vivono il faticoso passaggio dal credere perché sono alla ricerca di segni, al credere ‘senza avere visto’.

C’è una insistenza così sul vedere: ‘i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’.

Il cammino di Tommaso viene presentato come un crescendo di difficoltà riguardo al ‘vedere’ Gesù, e nel contempo il suo vedere è rapportato al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole stesse del risorto sono tutte concentrate su questo rapporto tra il vedere e il credere: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente’, fino all’espressione della beatitudine: ‘perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’ (v.28).

Tommaso stesso si apre alla resa del credere di fronte a Gesù che gli pone davanti i segni delle ferite della passione, le mani, il costato. Credere è un cammino, esige una faticosa ricerca, ha bisogno di essere accompagnato da Gesù stesso che conduce a superare l’attesa di segni. Gesù non rifiuta di offrire dei segni: sono i segni dei chiodi, i segni della sofferenza e della croce. E’ il crocifisso che è risorto. I segni da rintracciare sono allora quelli della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. Lì, in quei segni si scorge una via… Tommaso si apre così ad un riconoscimento di fede dicendo ‘Mio Signore e mio Dio’ Ma Gesù rivolge ai suoi l’indicazione di un’altra beatitudine: quella del credere senza vedere. Sarete felici se vivrete questo: è possibile incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo, oltre i segni, non cercando appoggi ma nell’accogliere la testimonianza e nel lasciarsi coinvolgere nella sua parola e nella sua promessa.

Il vangelo stesso è stato scritto per questo: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto riferito ad un percorso del credere che conduca ad avere vita in pienezza.

Alessandro Cortesi op

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Vedere e agire

Quando aveva undici anni Greta Thunberg rimase profondamente colpita dal vedere l’isola di plastica che galleggia nell’oceano Pacifico meridionale prodotta dai rifiuti che inquinano i mari. Un’isola sconfinata dalle dimensioni più grandi del territorio del Messico. Il suo vedere non è stato passeggero ha toccato il suo cuore, ha cambiato la sua vita. Non solo ha visto ma ha si è soffermata a scorgere quello che noi non osserviamo e non vogliamo nemmeno guardare. Questo suo vedere si è allargato ad individuare le varie forme di inquinamento che stanno rovinando l’ambiente e che le fanno dire con insistenza che viviamo in una casa in fiamme in cui correre presto ai ripari perché tutto non venga divorato e il futuro stesso tolto a chi oggi è giovane e a chi verrà.

“Qualcuno dice che invece di scioperare dovrei andare a scuola. Qualcuno dice che dovrei studiare per diventare una climatologa, così potrò risolvere la ‘crisi climatica’. Ma la crisi climatica è già stata risolta. Conosciamo già tutti i dati e abbiamo tutte le soluzioni. L’unica cosa che ci resta da fare è svegliarci e cambiare. A cosa serve imparare nozioni nel sistema scolastico, quando i fatti elencati dalla scienza promossa da questo stesso sistema vengono ignorati dai nostri politici e dalla nostra società?” (Greta Thunberg, La nostra casa è in fiamme)

Come osserva il maestro Franco Lorenzoni nel suo articolo su “Internazionale” (19 aprile 2019) La sfida di Greta Thunberg alla scuola e a tutti noi, Greta con le sue affermazioni limpide, decise, lineari è venuta a scuotere una impalcatura che sostiene una grande incoerenza della scuola:

“Che senso ha, infatti, sostenere che la scuola debba costruire competenze, cioè permettere a ragazze e ragazzi di incontrare, elaborare e costruire saperi che valgano anche fuori, nella società e nella vita, quando le conoscenze essenziali, che hanno a che vedere con il mantenimento degli equilibri del nostro pianeta, sono ignorate e perfino derise dai potenti della Terra? Che senso ha accumulare conoscenze quando gli allarmi sostenuti da rigorose analisi scientifiche, illustrate fin nei dettagli da centinaia di scienziati e fatte proprie – almeno sul piano formale – da conferenze e riunioni internazionali, riescono solo in minima parte a orientare l’agenda politica e l’elaborazione di nuove leggi nei diversi paesi? Che senso ha studiare se non riusciamo a trasformare e riorientare le abitudini e i comportamenti distruttivi della maggioranza di noi abitanti della Terra? Non si tratta di aggiungere qualche nuovo contenuto di studio, ma di mutare il paradigma e criticare alla radice il bugiardo ossimoro dello sviluppo sostenibile. Capire è cambiare – ci ricorda la ragazza svedese – altrimenti è pura finzione.”

Greta Thunberg esprime insieme un grido di aiuto e una provocazione a scorgere nuovi orizzonti per la scuola e per il sapere: “Per quelli che, come me, ricadono nello spettro autistico, le cose sono sempre bianche o nere. (…) Se le emissioni devono essere fermate, dobbiamo fermarle. Per me questo è bianco o nero. Non ci sono zone grigie quando si parla di sopravvivenza.(…) Da molti punti di vista noi autistici siamo quelli normali, e quelli strani siete voi. (…) Il nostro sciopero della scuola non ha niente a che fare con la politica di un partito. Al clima e alla biosfera non importa niente della politica e delle nostre parole vuote, neanche per un secondo. A loro importa solo cosa facciamo nella pratica. Questo è un grido di aiuto” (Greta Thunberg, La nostra casa è in fiamme).

Lorenzoni osserva: “Lo sguardo e la testimonianza di Greta pongono con forza una questione educativa di fondo, riguardo alla nostra relazione con la conoscenza. All’origine della nostra cultura, nelle prime scuole filosofiche dell’antica Grecia, chi insegnava e studiava non si limitava a elaborare e trasmettere conoscenze, ma cercava di sperimentarle su di sé. Prima che studio, la filosofia era esercizio, pratica. Ed è esattamente di questo che parla oggi Greta”.

La richiesta che proviene dagli scioperi di Greta e dalle sue parole pronunciate davanti ai parlamentari dell’Europa e recentemente anche nel Senato italiano è una richiesta alla radice di ripensamento dell’educazione e della funzione della scuola ed anche del rapporto tra scuola e vivere sociale. Sarebbe importante non perdere queste occasioni di ripensamento e di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno C – 2016

1O21644a.jpgMaestro della vita di Cristo – Bergamo – sec. XIII-XIV

At 5,12-16; Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31

“Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Apocalisse è libro non di catastrofi ma di rivelazione: in un’epoca di violenza e di persecuzione è riflessione di speranza e di coraggio. Le comunità cristiane dell’Asia minore si sentono schiacciate dal sovrastare dell’impero di Roma. Lo scritto le invita a scorgere un disegno di Dio nella storia che vince il male che si presenta in forme diverse e sembra avere il predominio.

E’ quindi lettura della storia nella fede e in questo assume la vicenda di Gesù Cristo come chiave di lettura. Gesù è il vivente, il risorto: il primo e l’ultimo. Non è stato tenuto prigioniero dalla condizione della morte. Vi è stato immerso, e vi è passato. Ha ora potere su ogni potenza di morte e di male.

‘Io sono il vivente’ è una presentazione di Cristo stesso e racchiude una professione di fede. Tale presenza offre un orizzonte di speranza per tutta la storia. Se lui è il vivente il futuro dell’umanità non sta nella morte ma in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono, di morte e di male.

Gli Atti degli apostoli presentano quadri della vita delle comunità dopo la Pasqua. Sono riassunti che indicano un ideale più che descrivere una realtà. Le comunità/chiese sono convocate dalla parola del Signore. Al centro vi è lo stare insieme: la loro vita genera gioia e ammirazione.

Si continua lo stile di Gesù di attenzione e cura: ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’. I malati, che solitamente erano nascosti allo sguardo, sono posti al centro. La sofferenza non è l’ultima parola della vita umana, la salvezza si rende già presente in gesti di cura e di attenzione. Salvezza si sperimenta come salute quando si ristabiliscono relazioni, nei gesti della benevolenza. Il farsi carico delle sofferenze è un tratto della comunità di Gesù. Luca vede nella guarigione un segno della salvezza che Cristo ha donato con la sua morte e la sua risurrezione per tutti.

Gesù aveva detto ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48) e Tommaso vive l’attitudine di chi dice ‘ Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’.

Il IV vangelo offre così il racconto di un cammino del credere. Tommaso è figura di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù dopo la pasqua. Non è facile il percorso della fede e la crisi stessa è passaggio per aprirsi a nuove e più autentiche dimensioni del credere stesso.

Nella comunità c’è posto per tutti coloro che sono alla ricerca di segni, ad un credere ‘senza avere visto’. In questa pagina c’è una insistenza sul vedere: ‘ i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’.

Tommaso vive in un crescendo di difficoltà riguardo al ‘vedere’ Gesù e questo è in rapporto al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole del risorto sono tutte concentrate su questo nesso: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente… perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’.

Tommaso si arrende infine ma ciò avviene di fronte ai segni delle ferite della passione, le mani, il costato. Credere è faticosa ricerca, ha bisogno di essere condotto da Gesù stesso e da lui solo. Conduce a superare l’attesa di segni. Gesù non rifiuta di offrire a vedere dei segni: ma questi sono i segni dei chiodi, i segni della sofferenza e della croce. I segni da rintracciare che a lui rinviano sono i segni della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. E’ il crocifisso colui che è risorto, il medesimo.

Tommaso si apre ad una novità in quell’incontro – ‘Mio Signore e mio Dio’ -. C’è una beatitudine del credere senza vedere che è felicità possibile. Si può incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo: è un ‘vedere’ che va oltre i segni, nell’accogliere la testimonianza. Così termina il IV vangelo e si dice perché il vangelo stesso è stato scritto: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto orientato ad un percorso in cui incontrare Gesù. In questo incontro si può vivere un affidarsi a Dio per avere la vita. Credere non è qualcosa al di fuori dell’esistenza ma è cammino al cuore della vita, ha a che fare con la ricerca del senso profondo della stessa vita.

Alessandro Cortesi op

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I segni della tortura

La mamma di Giulio Regeni, ucciso dopo essere stato barbaramente torturato a fine gennaio in Egitto al Cairo, ha ricordato in questi giorni la sete di verità per la vicenda di questo giovane che ha subito una violenza ingiustificata e inaudita. Un cittadino italiano ma anche un cittadino del mondo e come tale vicino alla sorte di tanti altri: “Su mio figlio si è scaricato tanto male, tutto il male del mondo… Non possiamo dire, come ha detto il governo egiziano, che è un caso isolato… Non questo. Giulio, cittadino italiano, è un cittadino del mondo. Quello che è successo a Giulio non è un caso isolato rispetto ad altri egiziani, e non solo. Per questo continuerò a dire per sempre verità per Giulio”.

Parole che sfidano l’ipocrisia delle relazioni diplomatiche e chiedono risposte di onestà ad un governo: sono eco delle richieste di verità delle madri di plaza de Mayo in Argentina, di quelle dei 43 studenti  fatti sparire a Iguala in Messico nel settembre 2014 perché protestavano contro la corruzione, delle madri e sorelle di Ilaria Alpi, giornalista italiana uccisa in Somalia nel 1994, di Stefano Cucchi, ucciso dopo aver subito violenze e privazioni subito dopo l’arresto a Roma nel 2009, di Berta Caceres assassinata in Honduras per il suo impegno per i diritti dei popoli indigeni (a cui era stato assegnato il Nobel alternativo per l’ambiente nel 2015 Goldman Prize).

Ancora tanti altri, come il giovane ricercatore Giulio Regeni, in Egitto sotto la dittatura di Al-Sisi e altrove nel mondo, vengono arrestati senza motivo, fatti sparire, violentati, uccisi. Nel corpo torturato delle vittime di sistemi oppressivi, di governi che schiacciano le persone, di squadracce che usano metodi di annullamento del fisico e della psiche di innocenti, o di persone arrestate solamente per le loro idee e il loro impegno, continua oggi il mistero della croce e della risurrezione. In quei corpi martoriati c’è il volto di Cristo passato attraverso la tortura e la morte.

Credere nel risorto è  continuare nell’impegno quotidiano, fattivo, contro ogni ingiustizia, nella vicinanza a chi ha subito violenza, nella denuncia e nella richiesta di riconoscimento di diritti. In tutto questo c’è una questione di fede nel risorto.E’ credere nel sogno di Dio. Helder Camara, vescovo di Recife, così la esprimeva in un suo ‘credo’:

Io credo in Dio Padre di tutti gli uomini e che ad essi ha affidato la terra.

Io credo in Gesù Cristo venuto a darci coraggio,

a guarirci, a liberarci e annunciarci la pace di Dio con l’umanità

Io credo nello Spirito di Dio che lavora in ogni uomo di buona volontà

e credo che l’uomo vivrà della vita di Dio per sempre.

Io non credo al diritto del più forte, al linguaggio delle armi, alla potenza dei potenti.

Io voglio credere ai diritti dell’uomo, alle mani aperte,

alla potenza dei non-violenti.

Io non credo alla razza o alla ricchezza , ai privilegi, all’ordine stabilito.

Io voglio credere che il mondo intero sia la mia casa.

Io voglio credere che il diritto è uno, qui e là,

e che io non sono libero finché un solo uomo è schiavo

Io non credo che guerra e fame siano inevitabili e la pace impossibile.

Io voglio credere all’azione modesta,

all’amore a mani nude e alla pace sulla terra.

Io non credo che ogni sofferenza sia vana e che la morte sarà la fine.

Ma io oso credere sempre e malgrado tutto all’uomo nuovo.

Io non credo che il sogno dell’uomo resterà un sogno.

Io oso credere al sogno di Dio: un cielo nuovo una terra nuova dove la giustizia abiterà.

Amen.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno B – 2015

fc17-4(mosaico – Basilica san Marco Venezia)

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli presenta un quadro della primitiva comunità cristiana ponendo al centro lo stile di una vita comune. Lo presenta secondo i tratti di un ideale da raggiungere. La fede in Gesù rialzato da Dio suscita un modo nuovo di concepire l’esistenza in una comunità di uguali. Il centro da cui scaturisce l’esperienza di questa comunità sta nella risurrezione di Gesù e nella responsabilità della testimonianza che da questo incontro proviene: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”. La condivisione reale dei beni e la comunanza di vita sono la espressione concreta della fede e sua traduzione storica: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

La prima lettera di Giovanni pone in risalto il medesimo stile che il brano degli Atti presenta in forma descrittiva: la fede nel Signore risorto genera un incontro segnato dall’amore, indicato come comunione, con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. L’incontro con il Cristo vivente conduce ad un modo nuovo di intendere la propria vita. Il riferimento radicale al Dio ‘colui che ha generato’ apre a scorgere il suo volto come fonte di vita, forza di generazione. Da qui sorge l’esigenza di un amore che si apra agli altri. E’ il volto di figli e figlie creati da Dio per camminare insieme.

Al centro del IV vangelo sta una beatitudine che tocca l’esperienza del cerdere: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. L’intero IV vangelo offre diversi itinerari del credere: Tommaso in questa pagina è esempio di chi vive la fatica del credere e il suo cammino assume i tratti del percorso di ogni discepolo. E’ infatti accompagnato a passare da una fede ancora immatura, intesa come verifica di evidenze, bisognosa di miracoli, appoggiata sui segni e sul vedere, ad un credere che si affida alla testimonianza.

Giovanni, insiste su due aspetti particolari: nel presentare l’incontro nuovo dei discepoli con Gesù dopo la sua morte. Gesù è incontrato come colui che si pone in mezzo ai suoi, centro di nuovo raduno, e giunge in modo nuovo. Il Risorto è il medesimo Gesù incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. La narrazione del suo presentarsi in questo modo risponde all’inquietudine di Tommaso: fa cogliere l’identità e la continuità tra la sua esperienza prima della Pasqua e la sua vita nella situazione nuova della risurrezione. Nel medesimo tempo è un presentarsi come diverso: la modalità del suo esserci non è più come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede. La sua presenza è interiore, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto. Accompagna i suoi ad entrare in una nuova comunione con lui. Un incontro nello spirito e nel dono della pace e dell’invio. Si attua così un nuovo dono dello Spirito: come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37: “Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano…), simbolo del rialzarsi del popolo d’Israele dopo le sofferenze dell’esilio, così ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato visto dall’evangelista quale consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. ‘come il Padre così…’ non indica solo una somiglianza ma dice che l’invio dei discepoli trova la sua origine e forza nel primo movimento che sta al principio della vita di Gesù stesso: è la missione del Padre che genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Testimoniare la pace, per i credenti è accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Una prima osservazione può essere fatta nel confrontarsi con pagine che presentano un quadro di orizzonte, e che ha tratti di indicazione di percorso, non pretesa di attuazione. La vita comune delle pagine degli Atti dice i tentativi delle prime comunità di accogliere una modalità di rapporti che può essere piena solamente nel regno di Dio. Il rischio di una lettura ingenua consiste nel rapportare alle traduzioni storiche quelle che sono indicazioni di prospettiva e di impegno. Condividere le proprietà è cammino esigente e da condurre e tuttavia non è facile e ha sue traduzioni diverse ed una sua gradualità anche in chi cerca seriamente di viverlo. Così il mettere ogni cosa in comune è prospettiva che può guidare l’impegno di tutta una vita e che rinvia a cammini sempre ulteriori.

Tale attitudine di lettura può essere un aiuto per intendere le profonde esigenze della vita evangelica rapportandole ad uno sguardo di realismo e di consapevolezza della precarietà e insufficienza della vita umana. Sta qui la radice dell’esperienza della misericordia.

Può essere questa una riflessione rilevante nel cammino in preparazione al Sinodo che si terrà ad ottobre sulla famiglia. Si tratta di individuare infatti vie per discernere la chiamata del vangelo in rapporto ad ogni scelta esistenziale, sia in quella del matrimonio, sia nelle forme diverse di sequela di Gesù, cogliendo soprattutto la dimensione di tensione e di precarietà, di imperfezione, sì, esattemente di imcompiutezza e lontananza dall’ideale – pur nell’orientamento e nel desiderio -, proprie di ogni percorso umano.

Nessuna di esse si pone come perfezione raggiunta o adempimento pieno della chiamata, ma come tensione ad una risposta basato sull’accoglienza di un dono, davanti a Dio e per l’umanità. Come per ogni condivisione e per sperimentare la vita comune, tutte le scelte orientate al vangelo hanno bisogno di cammino paziente, si aprono ad approfondimenti e necessitano di perdono e di vie di misericordia laddove vi siano percorsi interrotti, fallimenti, incapacità, fatiche. Il vangelo è bella notizia perché dono di Dio che fa sgorgare aperture inedite di vita nuova dove sembra che non ci sia possibilità di futuro.

Enzo Bianchi a tal proposito ha scritto in questi giorni: “Perché allora non si usa misericordia verso il matrimonio andato in frantumi, mentre non fa alcun problema se un religioso, monaco o frate, abbandona la sua comunità e contraddice i suoi voti? La rottura del legame matrimoniale è impossibile, mentre l’abbandono della vita religiosa sembra non turbare, e se il religioso è laico, la dimissione è concessa subito, senza alcun problema (…) Occorre dunque uno sguardo capace di makrothymía, di vedere e sentire in grande, per leggere l’uomo, le sue storie personali, di amore e di fatica, con l’occhio di Dio, in particolare con la sua misericordia e compassione”. (E.Bianchi, Al sinodo serve makrothymìa, Jesus aprile 2015)

In questi giorni è ricorso l’anniversario della uccisione di Dietrich Bonhoeffer (9 aprile 1945). La sua vicenda costituisce una forte testimonianza in un tempo di prova, della fedeltà al vangelo e della responsabilità nel vivere scelte in coerenza al vangelo anche quando queste pongono a rischio la propria vita. La sua fedeltà a Dio e nel contempo la fedeltà alla terra sono una delle maggiori eredità che Bonhoeffer ha lasciato, con il suo messaggio a scoprire un modo di vivere il vangelo non come religione che difende e protegge una vita al riparo da ogni rischio, ma come fede che rinvia alla testimonianza e ad una presenza capace di critica e responsabilità nel proprio tempo. Uno tra gli scritti di Bonhoeffer in cui tradusse questa istanza di responsabilità verso l’altro e la storia ha proprio come titolo ‘Vita comune’.

Viviamo tempi segnati da fenomeni inquietanti e nuovi: il terrore come strumento di guerra, la violenza pervasiva nelle forme dell’uso delle armi e nelle forme nascoste dell’economia che uccide, l’orrore come modalità di dominio nell’era mediatica. Le parole della prima lettera di Giovanni non ci appaiano come una pia illusione di sognatori: esse costituiscono il punto di riferimento fondamentale della nostra fede e della nostra vita. Anche nelle contraddizioni del presente i cristiani sono chiamati a porre al centro la Parola del Signore e a ri-centrare la loro vita sull’annuncio della risurrezione. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che ci chiama ad essere responsabili.

Il massacro degli studenti di Garissa, ha alcuni tratti particolarmente atroci perché ha colpito un luogo come l’università dove si formano i giovani ad assumersi responsabilità di pensiero e di orientamento, per una responsabilità civile. Garissa inoltre era – e speriamo sarà ancora – una università dove convivevano insieme in modo pacifico giovani di diverse religioni, cristiani e musulmani, segno di un incontro possibile che ha il nome di ‘comunione’ e da favorire nelle forme del dialogo della vita quotidiana proprio nel tempo dell’offensiva dei fautori di intolleranza. Di fronte ai seminatori di morte siamo chiamati in modo nuovo a riporre al centro il riferimento alla risurrezione, anche ricordando quei 150 studenti non come un numero, ma dando un volto e scoprendo nei loro volti e sogni la forza di vita che essi comunicano: i loro nomi sono scritti nel libro della vita, non sono dimenticati dal Dio della compassione come seme di un sogno di convivenza in cui condividere la propria umanità.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua anno B – 2012

 

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

‘Vedere’ e ‘soffiare’ sono due verbi chiave del IV vangelo, che compaiono nei racconti pasquali. Due movimenti, si direbbe, due azioni proprie della Pasqua.

‘Soffiare’ è il primo gesto di Gesù, quando – dice Giovanni – ‘stette in mezzo ai suoi’ mentre essi erano riuniti, le porte chiuse e presi dalla paura. Chiusi perché rintanati e chiusi perché bloccati interiormente e impauriti.

‘Stette in mezzo a loro’ e offrì loro il primo dono della risurrezione, la pace. E’ solo la pace che può far uscire dalla paura e dalle chiusure. Poi soffiò su di loro. Stette in mezzo come era stato in mezzo ai due condannati insieme con lui. In mezzo, come centro di attrazione di una comunità che trova la sua ragione d’essere non in qualche tipo di gerarchia, ma nella presenza del crocifisso che attrae a sé. E’ il medesimo Gesù che si è chinato a lavare i piedi e aveva detto: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”.

‘Soffiò su di loro’. Attorno a lui si raduna una comunità che riceve come dono un soffio, un alito di vita. I credenti in Gesù dopo la sua risurrezione sono generati da questo soffio di vita che è il suo respiro: è soffio che ricorda e rinnova l’alito di Dio su Adamo, tratto dalla terra (Gen 2,7). E come nel giardino delle origini, così nel giardino vicino al sepolcro vuoto trova inizio una nuova creazione. E’ creazione di vita, è creazione che riprende il cammino di Adamo e lo apre ad orizzonti nuovi: è soffio che viene dal crocifisso e comunica Spirito santo.

In questo soffio si è rinviati all’ultimo gesto di Gesù sulla croce quando ‘consegnò lo spirito’. Nella sua morte Gesù porta a compimento una consegna totale di sé al Padre e all’umanità: consegna lo Spirito ai suoi, affida lo spirito come presenza. Sarà lui che guiderà alla ‘verità tutta intera’ – non una dottrina ma un incontro con Gesù che ha detto ‘Io sono la via la verità e la vita’ – in modi nuovi, più profondi, da scoprire nel cammino della storia. Il risorto affida colui che ricorderà, ma anche spingerà avanti e sarà consolatore e  guida. Lo Spirito è soffio di nuova creazione, affidato.

C’è poi il movimento del vedere: è movimento dei discepoli. C’è vedere e vedere, dice il IV vangelo. E il vedere ha a che fare con i segni. L’intero IV vangelo è popolato di segni: tutta la prima parte fino al capitolo 12 parla di segni. Poi nessun segno più, fino all’unico grande segno, il segno della morte di Gesù sulla croce. Tutti  segni orientati a quell’ora. E al mattino del primo giorno della settimana i segni del lenzuolo e delle bende piegati per bene. E poi il segno dei chiodi e delle ferite sul costato di Gesù in mezzo ai suoi incontrato vivente.

Ci sono segni cercati, talvolta richiesti con insistenza come riprova e come condizione del credere, segni eclatanti rincorsi da ricerche ambigue. E ci sono segni piccoli che devono essere visti con sguardo capace di leggerli. E’ questione allora non di grandiosità dei segni ma di vedere. Il IV vangelo sembra dirci che nella vita umana ci può essere un vedere che si ferma ai segni, che li cerca e non rimane appagato e soddisfatto di segni per quanto rilevanti essi siano. Ma c’è anche un altro vedere che si apre a scorgere, oltre i segni, la presenza di Gesù. Si apre al segno dell’amore che si china e si consegna. E così scorge i segni appunto come soglia per andare oltre. E c’è un vedere ulteriore di chi non vede eppure crede, perché si affida all’amore.

Tutti gli eventi della risurrezione di Gesù sono presentati con un’insistenza particolare sulla tematica del ‘vedere’. Maria Maddalena vede al mattino del primo giorno della settimana il sepolcro vuoto. E vide anche due messaggeri, e vide anche Gesù. Ma non riconosce. Non riesce ad aprirsi all’incontro con il risorto finché Gesù non la chiama per nome con la parola dell’amore: ‘Maria’. C’è il vedere di chi rimane fermo lì, chiuso nella ricerca di un passato ma non va oltre e come Maria deve essere accompagnata ad un vedere nuovo. E subito Maria vede in modo nuovo e riconosce. Anche Pietro – figura che sintetizza l’istituzione – vede i segni davanti a sé ma non riesce a leggerli. Il discepolo amato invece ‘vide e credette’. Vide i medesimi segni di Pietro, il sepolcro vuoto, il sudario piegato da parte con le bende. E vide e credette. Il discepolo che Gesù amava ha avuto uno sguardo con gli occhi spalancati dall’amore, da quel fidarsi che va oltre i segni.

E subito Giovanni annota: ‘Non avevano ancora compreso le Scritture’. C’è allora un vedere che passa attraverso un riandare alle Scritture e che può aprirsi al credere senza aver bisogno dei segni. E c’è un vedere che di fronte ai segni si apre al credere. Sa trovare le tracce anche laddove i segni sono ambigui e lasciano uno spazio vuoto, in cui aprire la ricerca. E’ anche la vicenda di Tommaso, il gemello: ‘se non vedo i segni…’ Quasi che i segni possano risolvere il percorso del credere. Il rischio è sempre quello di fermarsi ai segni e di non giungere ad un incontro personale con Gesù.

Ma Tommaso diviene esempio di ogni credente. Sì incerto e attardato, incapace di affidarsi, chiamato a passare dalla richiesta di evidenze, dimostrazioni e prove, ad un credere che si affida alla testimonianza. Come Tommaso anche noi non siamo a contatto con quei segni che Maddalena, e Pietro e il discepolo poterono vedere e da lì interpretare con la luce della fede come annuncio della presenza del Risorto, vivente, vicino.

Tommaso è nome del discepolo associato spesso al non credere. Si pensa a lui come incredulo bisognoso di segni. Eppure nel IV vangelo proprio Tommaso è colui che viene presentato come colui che ha capito dove conduce il cammino di Gesù, che ha compreso che questo cammino è da condividere ed è il primo a cui è posta in bocca la professione di fede che riconosce nel crocifisso con i segni della passione il Signore e il volto di Dio: ‘Mio Signore e mio Dio’.

Veramente dice Tommaso Gesù ci ha raccontato nella sua vita e nella sua morte il volto del Padre. C’è quindi un cammino del credere, talvolta lento, spesso faticoso.

Noi viviamo affidati al riandare alle Scritture e affidati alla testimonianza dei primi testimoni, ad un credere senza vedere: è la fragilità del credere come affidarsi a Gesù, alla sua parola che si radica nella promesse di Dio, e alla testimonianza. E’ un filo tenue e fragile che lega ogni esperienza del credere in una rete di relazioni, di affidamenti, di compagnia. Un credere fondato su null’altro se non sull’affidamento dell’amore. Non si può vivere come credenti nella solitudine di un privilegio. E’ uno stare nella relazione aggrappati a chi ha visto i segni, a chi è andato oltre i segni e con la sua parola ci regala il suo sguardo perché possiamo vivere nella beatitudine che chiude il IV vangelo: ‘beati coloro che pur non avendo visto crederanno’. E’ questa l’azione dello Spirito, è questa l’azione dell’amore: creare un vedere nuovo.

Nella nostra vita e nella storia non è cessato l’agire dello Spirito: il suo soffio guida e precede e rende ancora occhi nuovi per leggere i segni che ci sono dati, per valicare frontiere, per andare oltre ogni sistema di religione chiusa nella paura, per vivere la libertà dell’incontro con il Risorto.

Alessandro Cortesi op

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