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Marocco è… (2)

“Eterna scia verso il tempo, ardente passione silenziosa, la spiritualità è il ricorso e il rifugio delle persone semplici, spesso analfabete ma profondamente religiose, nel senso di una comunione con lo Spirito che continua a restare anche quando non esiste più niente. In questo sta la distinzione fra i popoli che non sanno a chi votarsi e gli altri, quelli che hanno ripudiato tutto ciò che non possono capire e toccare con mano. Così accade nei paesi in cui la spiritualità è presente nella vita quotidiana, presente ovunque e celebrata con il rituale dell’amore. Potremmo dire che questa relazione con la santità è in un certo senso un palliativo di fronte alle mancanze e le ingiustizie che si accaniscono sugli indigenti. Ma c’è anche un mistero, un legame indefettibile con esseri morti la cui memoria diviene fonte di Bene” (Tahar Ben Jalloun, Maroccco romanzo, 183).

Marocco è … la presenza dei luoghi dei marabutti. Persone buone che hanno avuto una presenza positiva nella comunità, la cui vita è riconosciuta come luogo di presenza dello Spirito e del Bene.

“In arabo, nel termine muràbit c’è la nozione di legame e, per estensione, quella di attaccamento, fissità.  (…) A ben guardare la santificazione degli esseri eccezionali è un pratica estranea allo spirito dell’islam. Semplicemente perché questa religione , a differenza delle altre due che l’hanno preceduta, non ammette intermediari fra il credente e il suo creatore, rifiuta la gerarchia e semplifica la relazione fra il temporale e lo spirituale. (…) Il casod el Marcco è diverso. Di rito sunnita malikita, il Marocco è il paese della moderazione. L’islam vi ha vissuto in modo tranquillo e aperto. Da sempre questo paese è stato il luogo in cui hanno prosperato confraternite e associazioni che discutono sulle diverse interpretazioni dell’islam senza mai rimettere in discussione il titolo di Comandante dei credenti, che fa parte delle funzioni del re, né voler applicare sul territorio marocchino la sharia come ai tempi della nascita e del consolidamento del messaggio di Dio” (Maroccco romanzo, 184).

“Il dizionario ci dice che ‘il marabutto è una sorta di eremita musulmano che ha avuto una vita contemplativa’. In realtà è più semplice: il ‘santo’ non è né un prete né un monaco, e la sua vita non è contemplativa, ma dedita all’azione. Si preoccupa di agire per compiere il bene e di essere utile a chi lo circonda. Innanzitutto è un uomo fra gli altri uomini e si distingue per la conoscenza del Corano e dell’islam, per la sua forte relazione con la spiritualità. Non fa miracoli e soprattutto non fa profezie, è un uomo di qualità la cui vita è stata integralmente consacrata allo Spirito e al Bene. Alcuni hanno qualche dote, non ultima quella di saper parlare alle persone in difficoltà, di insegnare agli altri la pazienza e di metterli sul cammino della virtù. Non sono mai persone che agiscono per interesse o per calcolo; predicano la semplicità, l’umiltà, la solidarietà e illustrano i benefici della fede. Non sono né veggenti né ciarlatani” (Maroccco romanzo, 185).

Marocco è… scoprire, accanto alla tomba del marabutto, il cimitero contrassegnato da pietre poste in modo disordinato. Senza nome, senza costruzioni, senza lapidi, date e frasi di ricordo. Anche nel cammino il credente ha l’essenziale per poter essere sepolto: il turbante bianco – lungo undici metri – diviene il lenzuolo per la sepoltura, anche nel deserto. Due pietre, una alla testa e una ai piedi, per gli uomini. Tre pietre, una in corrispondenza del ventre, fonte della vita, per le donne. Un basso muretto a circondare e custodire questa terra santa. Nessuno ha un segno particolare perché accostandosi al cimitero tutti i defunti possano essere ricordati  insieme e senza differenze, nella misericordia del Dio fedele e misericordioso…

“La santità non si limita alla consacrazione di una persona che ha dedicato la vita al bene e alla virtù, è anche l’elogio della scienza e del sapere. Questo vale per la mèdersa di Ben Youssef, un istituto superiore per l’insegnamento religioso e giuridico, che risale al XVI secolo. Scuol,a università, città universitaria, la mèdersaè un luogo che coniuga la ricerca spirituale e quella conoscitiva. sull’architrave di legno c’è scritto: ‘Sono stato edificato per le scienze e la preghiera dal Principe delle scienze, il discendente che porta l’impronta dei profeti, Abdallah, il più glorioso dei creatori. Prega per lui, o tu che varchi questa porta, affinché le sue più alte speranze siano realizzate” (Marocco romanzo, 195)

Marocco è… il contrasto di colori e profumi. Il color terra, la monocromia che regna nel deserto – tra l’ocra della terra e l’azzurro del cielo – e in certi paesaggi di montagna…

ed improvvisamente la varietà di colori e odori che scoppia negli angoli dei suk… colori di vesti, di veli, colori di cibi e di prodotti delle mani dell’uomo…

Marocco è anche varietà di colori laddove un artista contemporaneo con la sua vernice ha mutato aspetto alle pietre erose dal vento…

Marocco è il segreto di porte chiuse che nascondono l’intimità di una vita che cerca di proteggersi dal caldo ma anche da una invasione che non permette più di custodire le semplici cose della casa e i sussurri comprensibili solamente a chi vi entra non da colonizzatore e sfruttatore, ma da ospite e mendicante…

Marocco è… occasione di formulare nuove domande, di uscire dal consueto, di lasciarsi sorprendere dalla profondità di una vita che rivela culture tanto diverse.

Marocco è anche provocazione a sospendere formulazioni e giudizi affrettati, stereotipi antichi, è sfida a non farsi trascinare da quella forza che conduce sempre a catalogare il diverso e a ricondurlo a parametri già noti e definiti.

“Essere marocchino oggi significa appartenere a questo quadro in cui il Marocco e la sua immagine sono stati rovinati. Che fare adesso per pulire la Casa Marocco? (…) Certo il marocchino è ospitale, anch’io ho iniziato il mio libro parlando dell’ospitalità, ma non bisogna esagerare. spesso persegue i suoi interessi immediati. Introdurre uan dose di serietà in tutto ciò che intraprendiamo. In questo, le cose sono semplici e difficili insieme: non si diventa seri dall’oggi al domani: è un fatto di cultura, di pedagogia quotidiana. solo la serietà paga. Avevo un professore algerino – che Dio l’abbia in gloria! che ci diceva : ‘C’è un’espressione che deve sparire dal vostro vocabolario: kde haja! Il giorno in cui i marocchini non accetteranno più il kde haja – il lavoro raffazzonato -, il Marocco progredirà!” (Marocco romanzo, 212)

Marocco… è la lentezza e la grazia dei cammelli, ed è anche la fatica e la povertà di chi trascina carretti in mezzo a vie affollate…

“Malika è una piccola berbera di undici anni che ama la scuola. E’ felice quando la mattina si mette la cartella in spalla e segue il fratello in direzione della scuola del villaggio. si sistema il foulard appena prima di entrare nel cortile, raggiunge il gruppo delle ragazze e chiacchera ridendo. (…) Ha solo un timore, una paura che la tormenta da quando ha dieci anni: che il padre la ritiri da scuola. In effetti, non appena una bambina si avvicina alla pubertà, i genitori la tengono in casa nell’attesa di darla in sposa” (Marocco romanzo, 166)

Marocco è… la domanda che sorge osservando giovani generazioni così diverse dai loro padri. E’ l’interrogativo su un cammino di popoli che risente anche qui di vento di libertà. Un tassista nel viaggio di poche ore nel suo incerto francese faceva risuonare con insistenza questa parola ‘libertà’: le libertà concesse dal re venerato come colui che ha inaugurato uno stile di maggiore onestà nella vita pubblica e ha aperto novità soprattutto per le donne nella vita famigliare. Ma dietro alle concessioni del re conosciamo il soffio del vento che ha soffiato a partire dalla Tunisia dal dicembre 2010 e poi nel gennaio 2011 in Egitto… e poi le fatiche di passaggi i cui esiti non sono decifrabili. Ma un movimento profondo è in atto…

Marocco è il tagjine dove intingere insieme le mani prendendo la propria porzione con il pane rotondo spezzato dal padrone di casa che dice ospitalità nel distribuire il pane e i cibi più prelibati agli ospiti…

Marocco è … tradizione di tribù e villaggi, di orgoglio di abilità a cavalcare tenendo tra le mani il fucile per sparare all’unisono in omaggio al pascià. Tradizione interrogata da un presente in cui ripensare il senso dell’orgoglio e la sottomissione al signore – il Sid (Sidi è un toponimo assai diffuso a dire l’appartenenza di un territorio ad un signore). Si potranno trasformare le armi in strumenti di pace?

Marocco è… scoprire dimensioni inedite del tempo e dei volti, chiamati ad incontrarsi in una varietà che possa divenire riconoscimento reciproco e scambio di doni in un mondo in cui ai popoli che si mescolano sta la responsabilità di costruire percorsi di una pace multicolore.

(a.c.)

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XXII domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Dt 4,1-8; Sal 14; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

La questione al centro della discussione tra Gesù e i farisei e scribi verte sulla tradizione degli antichi. L’osservanza di molte pratiche ‘per tradizione’. La polemica è diretta e Marco presenta parole particolarmente dure di Gesù di fronte ad un modo di vivere la fede indicato come ipocrita. Anziché vivere l’ascolto del precetto di Dio si osservano tradizioni degli uomini: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini”.

“Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla”. E’ l’indicazione di Deuteronomio circa la legge data da Dio come segno della vicinanza di Dio e di un rapporto con lui che va vissuto nell’esistenza. Ma ciò implica non aggiungere né togliere: non appesantire, ma rimanere fedeli all’essenziale. La tendenza presente nella tradizione ebraica era stata invece quella di articolare una serie innumerevole di precetti per proteggere la stessa legge, come una siepe attorno a qualcosa di prezioso da custodire. Ma è questa anche la tendenza in ogni tradizione religiosa: aggiungere e appesantire quanto è essenziale, e venir meno in tal modo ed eliminare ciò che sta al cuore. Precetti e tradizioni rischiano così di soffocare e sostituire quanto è consegnato da Dio come tesoro da custodire: la legge parola viva da ascoltare, come segno della sua vicinanza, della sua opera di liberazione e come legge di libertà, da vivere nel tempo.

Le parole di Gesù si concentrano sul richiamo all’essenziale, delineato come il comandamento di Dio. E’ importante evitare un rischio sempre presente nell’accostare testi come questo: leggervi cioè una contrapposizione di Gesù alla spiritualità ebraica, un rifiuto della fede dei padri e la proposta di una alternativa in senso di opposizione. Gesù vive la sua fede in piena fedeltà al cuore della legge,e  proprio per questo ne richiama il cuore e la radice profonda: il suo richiamo è indicazione di fondo su come intendere e vivere il rapporto stesso con Dio. Qui sta la carica di sovversione della sua parola di fronte al sistema religioso che pretende di possedere la legge stessa di Dio, la sua parola.

Ciò che è irrinunciabile va ricercato al di là di tante prescrizioni che possono essere tradizioni solamente degli uomini e che offuscano e fanno perdere di vista il centro. Ma non vi è solo la critica ad un modo di vivere una religiosità tutta concentrata sull’esecuzione di norme che fanno perdere di vista il senso profondo del rapporto con Dio. C’è un richiamo profondo al cuore dell’uomo. Non ha senso una osservanza di tradizioni che portano a considerare le cose in se stesse pure o impure.

La polemica si concentra sul modo di intendere la vita nell’opposizione di puro e impuro. Essa genera la mentalità di preservarsi dall’impurità e poter così giudicare gli altri, ritenendosi preservati e garantiti. Essa genera anche tutte le forme di discriminazione, di disprezzo dell’altro, di esclusivismo e di superiorità. Gesù richiama all’interiorità, alla coscienza. Richiama al primato di una fede vissuta come incontro e relazione e non come esecuzione di norme: il ‘cuore’, nel linguaggio biblico, è la sede delle decisioni, il luogo delle scelte e degli orientamenti di vita, il luogo in cui si unifica pensiero e vita, orientamento e azione. Non c’è nulla che può rendere impuro l’uomo dal di fuori, ma ciò che reca impurità proviene dal di dentro, dal cuore. Viene messa in questione la responsabilità personale e Gesù presenta una critica a quella tendenza di ogni tempo di delegare la responsabilità del male ad altro non assumendosi il peso di scelte e decisioni.

Il problema della tradizione degli antichi viene quindi spostato: ciò che si deve considerare non è tanto l’adempimento di prescrizioni ma l’orientamento del cuore: è una esigenza profonda che interroga sulla direzione di fondo dell’esistenza. E’ provocazione a vivere un rapporto con Dio che non si esaurisce nel compimento di prescrizioni ma esige un cuore nuovo, disponibile sempre a cambiare e a camminare nell’ascolto. Ciò che Gesù chiede è una fedeltà da scoprire e vivere in modo sempre nuovo. Certamente essa implica anche una traduzione concreta nell’ambito della vita e dei comportamenti ma non può esaurirsi in una serie di indicazioni, in un elenco di comportamenti. E’ un rapporto vivente con Dio, l’apertura ad un cammino nella ricerca di colui che cambia il cuore e lo rende capace di amare. Non un ripiegamento su di sé ma l’ascolto di quanto Dio chiede nell’interiorità del cuore e che esige di farsi vita. Ascolto in una relazione in cui ci si scopre toccati dallo sguardo di Dio che fa camminare nella libertà.

La lettera di Giacomo parla a questo proposito di legge di libertà: “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, … questi troverà la sua felicità nel praticarla”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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