la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “trasfigurazione”

II domenica di quaresima – anno B – 2018

IMG_2209.jpgGn 22,1-18; Rm 8,31-34; Mc 9,2-10

Nelle prima letture del tempo di quaresima in quest’anno siamo accompagnati a ripercorrere una storia di alleanza in cui anche le nostre storie personali si collocano.

La narrazione della legatura di Isacco è passaggio decisivo nell’alleanza con Abramo può essere definito ‘il sacrificio del sacrificio’. Il racconto costituisce espressione della scoperta di un volto nuovo di Dio: non è Dio violento che vuole la morte ed esige i sacrifici umani, ma Dio della promessa e della vita.

Abramo risponde alla chiamata con disponibilità radicale. Fino a costruire l’altare e sistemare la legna per restituire a Dio quel figlio che era il segno della promessa di Dio stesso. Sul monte Mòria, indicato dal Signore, Abramo sale insieme ad Isacco. Ma un angelo del Signore sventa il suo gesto. Abramo messo alla prova nella sua fede scopre che il Dio dell’alleanza non chiede la morte dei suoi figli.

Abramo ha sperimentato che la chiamata di Dio è totale, e pone la vita in un cammino di fede mai concluso, come ascolto alla sua Parola. Ma a lui Dio si rivela come Dio della vita, donatore di una discendenza ‘come le stelle del cielo e come la sabbia del mare’, Dio della vita e della benedizione. E’ il Dio che benedice e che lo rinvia ad un cammino di ascolto: ‘tu hai obbedito alla mia voce’.

Paolo ha probabilmente davanti a sé la vicenda di Abramo quando si rivolge ai cristiani di Roma dicendo: “se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà ogni cosa insieme a lui?”

La consegna è il movimento di tutta la vita di Gesù: davanti al Padre e per gli altri. Liberamente ha consegnato se stesso e tutta la sua vita sta nella linea del dono. E’ da scorgere in quest’orizzonte il senso del termine ‘sacrificio’ che si presta tuttavia a profonde incomprensioni. In Gesù è dono di sé, fino alla fine, vissuto nella solidarietà con le vittime.

Nel suo consegnarsi la sua vita manifesta il volto del Padre che consegna egli stesso il Figlio e in lui il suo amore. Gesù vive così il restituire tutto al Padre perché tutto ha ricevuto.  In Gesù si svela il volto del Padre che consegna e si consegna nel Figlio.

Il dono di sé è ciò che vive Gesù nella sua Pasqua. Marco pone il racconto della ‘trasfigurazione’ al centro del cammino di Gesù, offrendo così una chiave per comprendere la sua morte.

Marco usa un verbo al passivo: “fu trasfigurato” per esprimere un evento che coinvolge la persona di Gesù. E in questo passivo è celato il rinvio all’azione di Dio stesso. Quanto Gesù compie ha radice in Dio stesso. Questo racconto parla della Pasqua di Gesù. Il monte rinvia all’altura del Calvario. Accanto a Gesù compaiono tre discepoli, gli stessi che saranno con lui nell’orto del Getsemani (Mc 14,33). La luce che irrompe e splende parla della vita e della gloria del risorto.

La presenza di Mosè e Elia suggerisce il riferimento al percorso delle alleanze di Dio. Marco offre così un collegamento con la passione e la morte di Gesù nel suo consegnarsi al Padre e agli altri. Al centro la luce del suo corpo in vesti così bianche che ‘nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche’: la sua è una esistenza luminosa nell’amore che risplende e comunica. Pietro propone di fare tre tende, con allusione alla festa ebraica delle capanne, la festa che anticipa il riposo della fine dei tempi e ricordando il luogo della ‘dimora’ di Dio: ora la dimora è la stessa umanità di Gesù.

La nube che avvolge nell’ombra, evocazione della presenza di Dio nella tradizione dell’Esodo (Es 16,10;24,18) lascia spazio ad una voce: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo”. Anche qui come al momento del battesimo al Giordano, la voce indica Gesù come il Figlio: è il mistero della sua identità. Ora la voce è rivolta ai discepoli e invita ad ascoltare lui.

All’inizio del percorso quaresimale la liturgia della Parola ricordando l’alleanza con Abramo provoca ad interrogarci sul cammino della fede e dell’ascolto del Signore Gesù seguendo la via che ha percorso.

L’episodio della trasfigurazione è un testo pasquale: il cammino di Cristo verso la croce, come scelta di dono di sé e di servizio è via che rivela una luce inaccessibile, la luce del volto di Dio. Il progetto di Gesù è associare i suoi nella sua strada. Il nostro cammino verso la pasqua quest’anno può essere percorso di speranza: nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio

Alessandro Cortesi op

 

the-sacrifice-of-isaac-1966(M.Chagall, Il sacrificio di Isacco, Nizza – Musée National Message Biblique Marc Chagall, 1960-66)

Slegare

Al centro della narrazione di Gen 22 sta un gesto con il coltello: anziché uccidere il figlio, Abramo taglia la legatura che teneva bloccato Isacco.

“C’è motivo se questo episodio dell’Antico Testamento ha tanto appassionato pensatori come Kierkegaard e Derrida, ed è la sua natura di sacrificio sospeso. La mano di Abramo non sferra il colpo, perché qui la vera vittima non è Isacco, ma il dispositivo del sacrificio. In questo modo il figlio si pone come l’’insacrificabile’, (…) Ecco, il fatto che l’uomo, nella sua singolarità, sia sottratto per sempre al sacrificio rappresenta, secondo me, la più importante acquisizione politica del cristianesimo”. (Massimo Recalcati, Intervista a cura di A.Zaccuri, Lo psicanalista. Massimo Recalcati: ‘Oltre la logica del sacrificio’, La Repubblica 3 dicembre 2017)

Così afferma Massimo Recalcati in un’intervista in cui ripercorre la sua ricerca ed il modo in cui proprio attraverso la psicanalisi è giunto a riscoprire le radici bibliche di questa scienza e scorgere come psicoanalisi e cristianesimo “hanno in comune l’obiettivo di sacrificare il sacrificio”. E’ quanto articola in modo ampio nel suo libro Contro il sacrificio (ed.Cortina 2017).

Egli sottolinea che: “la mistica del sacrificio sta alla base di tutte le ideologie totalitarie, dal nazismo allo stalinismo, fino ai fondamentalismi nostri contemporanei. Nel momento in cui ci rendiamo conto che in questa accezione lo ‘spirito di sacrificio’ è estraneo al cristianesimo, diventa impossibile cancellare l’uomo in nome di un presunto ideale. Più in profondità, il fatto di riconoscere in ogni uomo il volto di Dio ci permette di stabilire relazioni reciproche libere e feconde, che si fondano sulla consapevolezza del carattere insacrificabile della singolarità di ciascuno» (Intervista a Massimo Recalcati, “La Repubblica” 3 dicembre 2017)

S. Kierkegaard nella sua opera Timore e tremore aveva offerto una lettura di questa pagina cogliendo in esssa il dramma del conflitto tra due tipi di leggi che non possono stare insieme, la legge etica umana quella che chiede la responsabilità del padre nei confronti del figlio, e la legge di Dio che richiede un’obbedienza senza limiti religiosa. Abramo è posto davanti a un aut aut nel suo essere “cavaliere della fede”.

Nel suo approccio dal punto di vista psicanalitico Recalcati osserva come la questione riguardi il rapporto con Isacco in quanto figlio della promessa. La richiesta da parte di Dio al cuore di questa pagina non è il sacrificio, piuttosto è una grande provocazione a slegare, a lasciare andare. Dio richiede ad Abramo la rinuncia a possedere ed ad intendere proprietà tutto ciò che è dono nella vita, anche il figlio della promessa. E’ proposta di un amore che lascia la libertà dell’altro e lo libera dal considerarlo proprietà. L’amore come responsabilità che apre e scioglie.

“Non è forse questo il gesto che più di ogni altro riflette il dono di un padre e di una madre? Saper abbandonare, dopo averli amati e cresciuti, i loro figli nel deserto dell’esistenza? Non a caso Sara morirà all’indomani del ritorno di Abramo. E Isacco potrà trovare moglie in Rebecca solo una volta disceso senza la compagnia del padre dal monte Moria” (M.Recalcati, Il gesto di Abramo padre tormentato tra amore e timore, “La Repubblica” 15 maggio 2016).

“La croce di Gesù è l’atto di donazione in cui la Legge trova compimento Ma già in Isacco viene salvaguardata la singolarità dell’essere umano”.

In un Midrash, che riporta i commenti rabbinici a Genesi, (Midrash Bereshit Rabba 3) nel commento a Gen 22,6: “Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco” il commento rabbinico segnala: “come quello che porta la sua croce sulla spalla”. Tale interpretazione accosta il profilo di Isacco che porta la legna del sacrificio a quello di un uomo che porta la croce. E’ lettura rabbinica che lascia aperte interpretazioni e interrogativi.

Una lettura cristiana di questa pagina è attestata nella Lettera agli Ebrei (11,17-19): Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”. In Isacco è vista un’allusione a Gesù, la sua morte e risurrezione, a colui che si avvia verso il Golgota «portando la croce» (Gv 19,17).

Una lettura artistica del gesto di Abramo può essere colta in una grande tela di Marc Chagall dal titolo Il sacrificio di Isacco (1966) in cui in primo piano sta il volto di Abramo nel momento in cui la sua mano su Isacco legato. Essa è fermata nello scendere di un angelo a braccia aperte a fermare la sua mano, e sullo sfondo si può scorgere la figura di Gesù «come colui che porta la propria croce sulla spalla». Figura questa – nella simbologia di Chagall – delle sofferenze dell’intero popolo ebraico e insieme di tutta l’umanità che porta sulle sue spalle il peso della violenza e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

 

II domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Giovanni Bellini, Trasfigurazione, 1478 part.)

Gen 12,1-4a; 2Tim 1,8b-10; Mt 17,1-9

Quaresima è tempo per pensare l’esperienza di credenti come un viaggio. La fede è cammino: uscita da sicurezze per vivere accogliendo una chiamata di Dio. Nelle domeniche di questo periodo sono delineati alcuni tratti di tale cammino: la tentazione, la bellezza e la passione, la ricerca e la sete, l’apertura alla luce, la scoperta della vita come dono, la via della croce. In questa domenica sono indicati i caratteri del viaggio e del legame tra via della croce e risurrezione: ‘sul monte Gesù manifestò la sua gloria e indicò agli apostoli che solo attraverso la passione si giunge alla risurrezione’.

Il cammino di Abramo è storia di fede suscitata dalla chiamata del Dio della promessa. ‘Va’, lascia…’: Abramo sulla base di questa parola abbandona una situazione conosciuta e si apre ad un futuro nascosto nelle mani di Dio. ‘Farò di te un grande popolo e ti benedirò… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’. La sua vita si allarga a relazioni nuove: sarà benedizione per altri in una dimensione che oltrepassa i confini del prevedibile. E’ chiamato a superare la fatica del non vedere, la delusione, il dubbio passo dopo passo, non una volta ma quale costante del suo cammino. L’affidamento a Dio non è di un istante ma deve rinnovarsi. Le vie di Dio non sono le vie dell’uomo. Nella vicenda di Abramo è così delineato il cammino di ogni credente.

Al cuore del vangelo di Matteo il racconto della trasfigurazione fa intravedere il senso del cammino di Gesù. In questo racconto è racchiusa la testimonianza pasquale: il crocifisso è risorto. Il volto del messia che segue la via della passione è il medesimo volto del risorto. La sua risurrezione è vittoria del male e della morte ed acquista il suo senso se si guarda alla via del dono e del servizio che Gesù ha percorso in fedeltà al Padre. Gesù incontra fallimento e rifiuto ma viene confermato da Dio perché la sua vita è stata segnata dall’amore.

Matteo situa questa pagina subito dopo l’annuncio della passione e dopo le parole di Gesù ai discepoli per seguirlo sulla via in cui troverà ostilità e rifiuto fino alla morte. Gesù sta camminando verso Gerusalemme ma il suo volto sul monte risplende di luce: le sue vesti divengono splendenti. Matteo riprende riferimenti al libro di Daniele che parla dei tempi ultimi: “ecco, mi apparve un uomo vestito di lino con i fianchi cinti da oro puro. Il suo corpo era come il crisolito, il suo aspetto come la folgore, i suoi occhi come fiamme di fuoco… appena udii il suono delle sue parole caddi stordito con la faccia a terra” (Dan 10,6). La luce che avvolge il monte è un aiuto per scorgere il senso profondo del cammino di Gesù.

Gesù è presentato insieme a Mosè ed Elia che conversano con lui. Questo ricordo rinvia all’intero percorso di Israele, la legge e i profeti. Elia (2Re 2,11) come Enoc (Gen 5,24) era figura attesa alla fine dei tempi. Tutto il contesto poi rinvia al deserto, dove Mosè sul monte Sinai visse l’esperienza dell’incontro con Dio e il dono della legge.

Il monte, lo splendore, la nube, la voce richiamano l’esodo e il manifestarsi della vicinanza di Dio (la sua gloria) che accompagnava il cammino del popolo nel segno della nube: “Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la gloria del Signore riempiva la dimora…la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla dimora, e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d’Israele, per tutto il tempo del loro viaggio’ (Es 40,34-38)

L’umanità di Gesù è ora tenda e dimora in cui si rende vicino l’amore del Padre. In questo momento Pietro si rivolge a Gesù e chiamandolo ‘Signore’ titolo del risorto, riconosce già nel volto di colui che si prepara a vivere la via della croce il profilo del risorto. Il riferimento alle tende fa pensare alla festa delle capanne, ricordo dell’esodo, festa di attesa messianica. Nelle parole di Pietro che esprime il desiderio di fermarsi, di costruire tre tende, sta l’annuncio che ormai i tempi del messia sono giunti (2Pt1,16-18).

Il racconto della trasfigurazione di Gesù sul monte è quindi ricco di teologia. Può essere il ricordo di un momento intenso di preghiera, ma è anche racconto pasquale: intende esprimere ed annunciare una testimonianza sull’identità di Gesù. Al momento del battesimo la voce divina aveva indicato l’identità di Gesù come messia (Mt 3,17). Sulle acque del lago i discepoli lo riconoscono come messia: ‘tu sei veramente il figlio di Dio’ (Mt 14,33). Anche Pietro lo riconosce come Figlio di Dio, cioè messia (Mt 16,16). Il messia ha il volto di colui che percorre la via del dono e del servizio ed è il risorto.

Questo racconto non solo parla di chi è Gesù, ma racchiude anche un messaggio sul volto dei discepoli: questi sono coloro che sono chiamati a seguire Gesù sulla medesima via. Sono coloro che avvertono il desiderio di fermarsi: ‘è bello per noi stare qui’, ma sono inviati a stare nel cammino. I discepoli infine sono coloro che accolgono l’invito: ‘Ascoltatelo’.

La quaresima può essere tempo in cui lasciare spazio al silenzio ed alla povertà dell’ascolto della Parola di Dio ed al seguire Gesù.

Alessandro Cortesi op

(René Magritte, La Reponse imprévue, 1933)

Credere, andare, vedere oltre

Nel 1960 l’artista francese Magritte dipingeva un quadro che intitolò “l’atto di fede” (L’acte de foi). Circa trent’anni prima aveva dipinto un altro quadro in cui compare il medesimo motivo della porta a lui caro, che intitolò La réponse imprévue. In esso è raffigurata una porta chiusa contornata da una parete color rosso mattone. La porta è ben chiusa e tuttavia uno squarcio la rende vuota al suo interno. E’ infatti sfondata e si può cogliere come oltre quel limite ci è un altro spazio. Il pavimento della stanza infatti continua oltre la soglia. Ma lo spazio al di là è solo parzialmente visibile perché un’ombra buia impedisce di scorgere cosa vi sia oltre. La porta chiusa nella pittura di Magritte intende esprimere una dimensione della realtà entro la quale si realizza la nostra percezione che è bloccata. La maniglia sigilla questa chiusura.

Tuttavia questa porta non impedisce di guardare al di là, perché uno squarcio la sfonda e le linee della rottura disegnano una sorta di umano ritagliato senza precisione. L’apertura è così invito ad oltrepassare la porta stessa con lo sguardo, ad andare al di là, a scorgere dimensioni più lontane, oltre le chiusure e i muri.

Se La Reponse imprévue fa intravedere uno spazio nero, insondabile, oltre la porta, il dipinto del 1960, L’acte de foi rappresenta un diverso orizzonte. Ancora compare il motivo del muro e della porta. Qui la porta è di un interno di casa signorile, laccata di bianco, ancora è contornata da un muro rosa. Ma la porta è sfondata questa volta non su uno spazio d’ombra, ma su un balconcino delimitato da una ringhiera che si affaccia su un cielo notturno. Oltre il balcone un cielo e un mare – forse? – indistinto dal cielo, e sullo fondo il profilo di un esile spicchio di luna. Un cielo notturno sta al di là della porta chiusa. E’ possibile osservarlo solamente attraverso lo squarcio della porta sfondata, andando oltre la sagoma disegnata. Oltre la porta c’è ancora un’oscurità, ma in questo dipinto è oscurità notturna, illuminata.

La pittura di Magritte non è pittura di definizioni o di risposte; è piuttosto arte che richiama al valore delle immagini che non sono al servizio delle parole ma rivendicano la loro autonomia: un linguaggio diverso dalle parole, evocativo di percorsi unici. Le immagini non fungono a rappresentazione di pensiero ma  sono pensiero esse stesse, tentativo di andare oltre le illusioni, allegoria che dà a pensare. Nella porta sfondata è racchiuso un invito ad andare oltre, a volgere lo sguardo ad una realtà che ha dimensioni più profonde di quella che trattiene il nostro quotidiano. Oltre ad essa c’è una oscurità da affrontare, ma anche la prospettiva di una luce verso cui andare. E’ invito a partire, a solcare la soglia per entrare in orizzonti che sembravano chiusi e che invece sono aperti oltre il reale a portata di mano. E’ anche invito a vivere la fede come oltrepassamento per non lasciarsi rinchiudere entro un mondo dove tutto sembra sia chiaro e spiegato entro confini determinati.

L’Acte de foi può essere una immagine che fa scorgere la dimensione della fede come viaggio, come un andare oltre. E d’altra parte indica come la fede stessa sia immersione in un ‘oltre’ fatto di oscurità, ma anche di spazi sconfinati solcati da luce, pur nella notte, per entrare in una realtà più autentica di quella che appare a portata di mano e che delimita e racchiude. Richiesta di superamnto di barriere. La porta sfondata evoca un passaggio di sfondamento per liberarsi dall’illusione, per scorgere la molteplicità che sta dentro al reale, per non lasciarci rinchiudere nel dominio di parole ma lasciarsi guidare dalla luce.

(René Magritte, L’acte de foi, 1960)

Domenico Pompili, vescovo di Rieti, zona toccata dal terremoto dell’estate e autunno 2016 ha scritto una lettera pastorale intitolata “L’atto di fede” riflettendo su come vivere la condizione di chi è stato segnato fortemente dall’esperienza dei lutti, della distruzione e della paura del terremoto. Verso la conclusione di questa lettera riprende il riferimento al quadro di Magritte annotando: “in questo attraversare in prima persona le macerie di un mondo da ricostruire siamo anche, noi per primi, a guardare la vita dalla prospettiva di quella porta sfondata. Pronti a quel salto non garantito che è l’atto di fede adulta. Più vicini alla verità, più capaci di sentire nelle fibre del nostro essere che si può vivere, con dignità e umanità, senza muri, ma non senza fede. Che poi è corda, legame, senso della connessione di tutto con tutto. Sapere che ogni nostro gesto, parola, silenzio porta inevitabilmente qualcosa nell’universo, dà forma al mondo.” (D.Pompili, L’atto di fede, Lettera pastorale 2017)

Alessandro Cortesi op

 

 

II domenica di Quaresima – anno C – 2016

0002.jpgGen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Venne la parola di Adonai ad Abramo nella visione”. La traduzione letterale del testo può aiutare a cogliere l’esperienza di Abramo. I profeti non solo ascoltano ma in qualche modo ‘vedono’ la Parola efficace di Dio venire incontro a loro, sono perciò veggenti  della Parola (cfr. 1Sam 9,11; 2Sam 24,11; 2Re 17,13): vedono perché coinvolti in un movimento di comunicazione che li prende e trasforma il loro sguardo. Dio stesso è il protagonista. Abramo, chiamato profeta (Gen 20,7) vive questa esperienza di incontro: senza figli chiede a Dio che cosa gli darà e vive la fatica di accogliere la promessa di Dio nella sua vita, la promessa della discendenza.

A questo punto Dio lo condusse fuori: Adonai è il Dio dell’esodo che trae fuori. Conduce Abramo a guardare le stelle. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia. Abramo vive un affidamento a Dio nella prova: per questo è il padre dei credenti (cfr. Rm 4,13.16-25). Credere per Abramo è porre in Dio la sua sicurezza, fidarsi di lui lasciando che sia Lui a disporre della sua vita.

Nel secondo racconto di questa pagina ancora Dio è presentato come colui che fa uscire: Ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese. Dio dona la terra ad Abramo: in questo sta  il segno di liberazione. Chi dona la terra è colui che riscatta dalla schiavitù. È la prima volta che la vocazione di Abramo è strettamente legata al possesso della terra, ma anche alla vicinanza di Dio come quella del parente più vicino.

Al tramonto Abramo è chiamato a porre animali squartati sulla terra, secondo un rito di alleanza tra popoli che stringono un patto. Il gesto di disporre gli animali divisi era seguito dal percorso dei contraenti che dovevano passare in mezzo agli animali. Esprimeva così una sorta di minaccia di ciò che poteva accadere in caso di infedeltà al patto stabilito (Ger 34,17-20). Ma quella notte solamente un forno di fuoco passa in mezzo agli animali. Nell’immagine del braciere fumante e della fiaccola fumante compare un riferimento all’alleanza del Sinai, quando il monte stesso divenne infuocato per la presenza di Dio (Es 19,16; 20,18; 24,17). Il fuoco è simbolo della presenza di Dio, inafferrabile come forza imprendibile e trascendente. Il rito esprime la relazione personale tra chi contrae alleanza. Abramo obbedisce e assiste in silenzio al passare di Adonai. Solamente Dio passa, Abramo sta solo a guardare. Nel fuoco è la presenza di Dio che passa: Dio solo si impegna a rimanere fedele all’alleanza non verrà meno. Per Abramo quella notte fu inizio dell’esperienza della fede come fuoco che brucia e investe nella gratuità la sua vita. La fede è relazione personale, incontro di vita in riferimento alla presenza del Dio della promessa che apre al futuro di una terra verso cui andare. Il Signore concluse questa alleanza con Abramo…alla tua discendenza io do questa terra dal fiume d’Egitto…al fiume Eufrate.

Luca pone il racconto della trasfigurazione dopo la professione di fede di Pietro che risponde alla domanda di Gesù Voi chi dite che io sia? (Lc 9, 20-21). A questo punto, e per la prima volta, è presentata la prospettiva della passione: Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno (Lc 9, 22).

Gesù si rivolge a tutti: Poi, a tutti, diceva: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9, 23). Luca sta forse pensando alla sua comunità che vive la fatica della fedeltà nel tempo al vangelo. Prendere la croce non è ricerca di sofferenza, ma sequela della via seguita da Gesù, condivisione del suo passare come colui che guarisce e risana. Si tratta di prendere la croce ‘ogni giorno’: è cammino che implica la durata e il saper ogni giorno ricominciare. Non solo i grandi momenti eroici, piuttosto la quotidianità, talvolta monotona e non eclatante dell’esistenza. La pagina della trasfigurazione va quindi letta come annuncio della passione di Gesù, e nel contempo annuncio anche della strada che i discepoli sono chiamati a seguire ogni giorno.

La croce di Gesù non è ricerca della sofferenza. E’ piuttosto via di fedeltà all’amore nel dono di sé. Gesù accetta di andare incontro all’ostilità e alla condanna, contestando l’ingiustizia e la violenza degli uomini in coerenza con tutte le scelte della sua vita. La sua stessa morte può essere letta come fedeltà al disegno di bene e di vita che Dio ha sulla storia.

Dinanzi al rifiuto Gesù decide di continuare il suo cammino nella consegna al Padre e agli altri: una vita spesa per gli altri, un pro-esistere. In una fiducia totale di attuare così la chiamata del Padre, il senso della sua vita: Nelle tue mani affido il mio spirito. La croce è così esito di una scelta di coerenza in un darsi che oltrepassa confini e divisioni di tipo politico e religioso. Luca presenta Gesù nella passione come il testimone, che subisce ingiustizia ma rimane fedele con uno sguardo di bene rivolto a tutti, anche ai nemici. Ha parole di perdono, non salva se stesso ma salva gli altri; dona speranza e salvezza a chi si rivolge a lui con fiducia: ‘oggi sarai con me nel paradiso’. In questo senso Luva presenta in gesù il volto di Dio come misericordia.

La trasfigurazione parla della passione ed insieme della risurrezione: è evento luminoso, esperienza di trasparenza. Mosè aveva il volto trasformato dalla luce nei momenti in cui aveva parlato con Dio faccia a faccia (Es 33,11); di lui si parla come del profeta che parlò con Dio ‘bocca a bocca’ (Num 12,7-8). Così pure Elia aveva incontrato Dio sul monte Oreb (1Re 19). Nello stesso modo si parla qui di Gesù nel suo rapporto con Dio, il Padre: il suo volto è trasfigurato.

Mosè Gesù e Elia, parlano del suo ‘esodo’: la morte di Gesù è evocata come ‘esodo’. Tutta la storia d’Israele sta sotto il segno dell’esodo: nel passaggio dalla schiavitù alla libertà, Israele scopre il volto di Dio come liberatore che fa alleanza. L’esodo di Gesù si innesta nell’esodo del popolo d’Israele e dell’umanità e apre alla vita della chiesa come cammino. Pietro che aveva riconosciuto Gesù il Cristo di Dio (Lc 9,20) è tra i testimoni chiamati a far suo questo cammino: li prese con sé e salì sul monte a pregare…. Sta qui il senso del cammino dei discepoli. Gesù li prende con sé perché si aprano ad incontrarlo in un modo nuovo di intendere la vita. La comunità dei discepoli non sarà un gruppo di potere teso a portare una visione politica e sociale da applicare alla storia ma una comunità di testimoni disponibili a lasciarsi trasfigurare da Lui, a guardare Lui solo che si fa incontrare nell’umanità e nella storia, a seguire la strada di servizio che Lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

 

1314363517.jpg

La notte di fuoco

Eric-Emmanuel Schmitt è un letterato, drammaturgo, autore di varie opere che hanno avuto un successo non solo letterario e teatrale – e rappresentate in più di cinquanta paesi – ma anche nella loro trasposizione cinematografica: si pensi tra le altre alla deliziosa storia di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Più recentemente ha scritto un romanzo dal titolo Il vangelo di Pilato (2000) in cui ripercorre la vicenda di Gesù e gli interrogativi del prefetto romano  rappresentante dell’impero nella Palestina degli anni 20 e 30 del I secolo.

In questi giorni esce l’ultimo suo libro che non è un romanzo ma si connota per essere un testo autobiografico, una narrazione personale e intima del suo percorso di incontro prima con il divino e poi della sua scoperta dei vangeli e di Gesù (Eric-Emmanuel Schmitt, La notte di fuoco, edizioni e/o, 2016).

La narrazione è accattivante perché parte dalla situazione in cui Schmitt viveva, nutrito di studi di filosofia e lontano dall’interrogarsi sul cristianesimo, come egli stesso testimonia: «Ho impiegato molto tempo a pormi il problema del cristianesimo sia perché sono nato alla fine di un secolo che ha accumulato tante guerre e genocidi da proibire ai suoi figli lucidi di credere ancora al bene, sia perché sono cresciuto ateo in una famiglia atea e sia perché ho fatto i miei studi di filosofia in una Parigi divenuta completamente materialista. Non avevo pertanto prestato attenzione alcuna a questa strana storia di un falegname, morto su una croce, costruita da un altro falegname.”

La storia richiama un tempo, il 1989 e un viaggio nelle terre di Algeria. Schmiti partecipa insieme ad un gruppo più vasto del progetto di recarsi nelle terre del massiccio dell’Hoggar in Africa, sulle tracce di Charles de Foucauld (1858-1916) con l’intento di girare un documentario sulla vicenda di questo grande testimone del vangelo che fece del deserto in terra di presenza musulmana il luogo del suo seguire Gesù in una scelta di essenzialità e povertà.

La magia del deserto coinvolge e attrae: “il deserto ci elevava fino ai cieli. Le stelle scintillavano così vicino che avrei potuto coglierle. Pendevano come grosse mele brillanti a portata di mano su quel frutteto chiamato Hoggar. Di notte il Sahara assume un’aria di festa. Mentre sotto il sole infligge l’ascesi, col buio diventa ricco, profuso, generoso, orientale, prodigo di un’orgia di gioielli realizzati dal più pazzo dei gioiellieri, collane, spille, diademi di diamanti, catene d’oro e braccialetti di scintille. Migliaia di stelle ornano lo scrigno di velluto color bistro, e l’argentea luna sovrana, come la regina del ballo, spande tutto intorno la sua imperiosa chiarezza. Ci eravamo allontanati dal fuoco per abituare le pupille alla luminosità degli astri. La terra lugubre amalgamava pianure, dune e rocce in uno stesso crogiolo cinereo. In mezzo ai quei pellegrini avvolti nelle coperte Jean-Pierre, in piedi, ci dava una lezione d’astronomia. Da scienziato all’osservatorio di Tolosa e docente all’università, insegnare in quell’aula stravagante lo faceva vibrare di emozione. Per la prima volta in vita sua poteva indicare una determinata stella con la coda dell’occhio o tracciare col dito sulla lavagna del cielo le linee che formavano una costellazione. Mai Orione, l’Orsa Minore o l’Orsa Maggiore avevano avuto quella consistenza e quella prossimità. In assenza di qualsiasi inquinamento luminoso dovuto alla civiltà il cosmo concedeva i suoi splendori. A me sarebbe bastato contemplarli…”

Tuttavia nello svolgersi di quel viaggio e nel procedere del lavoro avviene l’imprevedibile: Schmitt, allora ventinovenne, perde contatto con il gruppo e si ritrova solo a vagare disperso in un deserto che gli si rivela nei suoi aspetti più inospitali e drammatici. Si trova di fronte al rischio di perdere la vita, nella solitudine. Si scava una buca nel terreno e vi trascorre la notte. Così egli stesso ne narra: “Un giorno, discendendo da una montagna, mi sono messo alla testa della comitiva, impaziente e veloce, senza mai voltarmi indietro, incurante di verificare il tragitto. È capitato quanto, senza dubbio, cercavo: mi sono perduto. Alle sette di sera è piombata la notte, si è alzato il vento, il freddo ha riempito lo spazio, e mi sono trovato solo, a varie centinaia di chilometri dal vicino villaggio, senza né acqua né cibo, consegnato all’angoscia, promesso presto alla morte e agli avvoltoi. Invece di cadere nella paura, ho avvertito, distendendomi sotto un cielo carico di stelle, grandi come mele, il contrario della paura: la fiducia. Durante questa notte di fuoco, ho vissuto un’esperienza mistica, l’incontro con un Dio trascendente che mi placava, mi istruiva e mi dotava di una forza che non poteva provenire da me. Al mattino, come una traccia, in impronta, deposta nel più intimo di me, c’era la fede. Dono. Grazia. Meraviglia. Potevo morire con la fede o vivere con la fede”.

Il giovane drammaturgo conspevole delle sue capacità di pensiero e di scrittura si ritrova meravigliato e trasfigurato, lo sguardo immerso nelle stelle, la sua vita avvolta nel buio della notte nel deserto, nel suo silenzio che non lo impaurisce più come assenza, ma quale atmosfrea che reca il calore di una presenza.

Quella notte si trasforma per lui in una notte di fuoco. In quella notte sotto le stelle che costituiscono il panorama luccicante del deserto, vive l’incontro con l’assoluto che lo immette in una ricerca nuova. Riesce a ricongiungersi con il gruppo nei giorni successivi ma la sua vita è cambiata, segnata da un incontro. Ha vissuto la sua notte di fuoco e come Pascal riconosce il divino che brucia al di là di ogni percorso di ragionamento e di sapere. Blaise Pascal appuntò quel momento del 1654 facendosi cucire nella fodera della giacca quel foglietto memoriale della notte di fuoco, della sua scoperta del Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe, Dio dei viventi che solo alla sua morte fu ritrovato.

In questo percorso Schmitt è spinto a fare della sua attività di scrittore il luogo in cui lasciar scorrere una parola che lo attraversa dentro, facendogli maturare una fede che lo poneva in rapporto con i cammini dell’umanità. In qualche modo anche Schmitt mantiene questa esperienza celata in una ricerca che da quel momento lo conduce a divenire curioso dei percorsi religiosi dell’umanità, fino ad accompagnarlo a leggere e rileggere i vangeli e a riconoscere in quell’esperienza del trascendente la presenza del Dio di Gesù.

“A lungo ho tenuto segreta la mia fede. Mi modificava in sordina. Mentre si scavava il suo alveo, la mia percezione del mondo si arricchiva: leggevo libri che spingevano alla spiritualità, sia orientale che occidentale, entravo nel giardino delle religioni dalla porticina di fondo, quella discreta, la porta dei poeti mistici, uomini ritrosi, lontani dai dogmi e dalle istituzioni, che sentono anziché prescrivere. Allo sguardo umanista con cui vedevo le credenze dei popoli si aggiungeva la fiamma interiore, quella che condividevo con individui di tutte le epoche e tutte le latitudini. Si tessevano fratellanze.

L’universo si ingrandiva. Tornato dallo Hoggar, lo scrittore embrionale che sonnecchiava in me da sempre si è seduto al tavolo ed è diventato lo scriba delle storie che lo attraversano. Sono nato due volte: la prima a Lione, nel 1960, e la seconda nel Sahara, nel 1989. Da allora si sono susseguiti romanzi, opere teatrali, novelle e racconti tracciati dalla mia penna sotto un cielo sereno, a volte con difficoltà, spesso con facilità, sempre con passione.

La notte ispirata mi aveva reso armonico: anziché andare ognuno per conto proprio, corpo, cuore e intelligenza vibravano di concerto. L’esperienza mi aveva conferito soprattutto una legittimità. Un talento rimane fatuo se si mette al servizio di se stesso, senza altro scopo che farsi riconoscere, ammirare o applaudire. Un autentico talento deve trasmettere valori che lo veicolano e lo superano. Dato che una sera ero stato il destinatario di una rivelazione, a mio modo di vedere avevo il diritto di prendere la parola…”

Finchè un giorno, nel dialogo con una giornalista, si sente provocato da una domanda che lo raggiunge e suscita in lui una risposta sincera improvvisamente gli fa trovare la forza di di riconoscere ed esprimere la radice della sua ricerca e del suo scrivere:

“«Come mai nelle cose che lei scrive risplendono tanto amore per la vita e tanta pace del cuore?» continuava a ripetere. «Per quale miracolo è capace di affrontare argomenti tragici senza compiacimento né pathos né disperazione?». La conoscevo, la apprezzavo, sapevo che era protestante, e di fronte alla sua insistente lucidità le ho confessato che avevo conosciuto Dio ai piedi del monte Tahat. «Ci ritornerebbe?» mi ha chiesto. «Ritornarci… Perché?». Una volta è sufficiente. Anche una fede è sufficiente. Quando uno si imbatte nella sollecitazione dell’invisibile bisogna che se la cavi con quel che gli è stato regalato. La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla. Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo.

Non mi sono mai sentito così libero come dopo essere stato manipolato dal destino, perché posso sempre rifugiarmi nella superstizione del caso. Un’esperienza mistica si rivela un’esperienza paradossale: la forza di Dio non annienta la mia, il contatto tra l’io e l’Assoluto non impedisce che poi l’io torni al primo posto, l’intensità perentoria del sentimento non sopprime affatto le deliberazioni dell’intelletto. «Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo». Sennonché spontaneamente la ragione non ha la minima umiltà, bisogna scuoterla. Pascal, razionalista supremo, filosofo, matematico e virtuoso dell’intelligenza, il 23 novembre del 1654 era stato costretto ad arrendersi: verso mezzanotte Dio l’aveva folgorato. Per tutta la vita, di cui ormai aveva scoperto il significato, aveva portato su di sé, nascosto nella fodera della giacca, il racconto sibillino di quella notte, che lui chiamava la notte di fuoco. «La fede è diversa dalla prova. La prima è umana, la seconda è un dono di Dio. Il cuore, non la ragione, sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione ». Durante la mia notte nel Sahara non ho imparato niente, ho creduto”.”

Alessandro Cortesi op

II domenica Quaresima – anno B – 2015

6a0133f38798fd970b0133f3893e2d970b-500pi

Gen 22,1-18; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è il termine chiave per entrare nel dramma di Abramo e nel significato della pagina scandalosa della ‘legatura di Isacco’. Al centro sta il profilo di Abramo come uomo di fede, ma il racconto racchiude anche l’indicazione di una rottura e di uno ‘scioglimento della legatura’. Il Dio di Abramo non è una divinità dei sacrifici. Questo testo sorse per indicare le origini di un antico santuario in Israele dove non si praticavano i sacrifici umani come nei culti cananei. Il racconto infatti è quello di un sacrificio mancato, non effettuato: una legatura che alla fine viene sciolta.

La pagina può essere letta come una grande contestazione nei confronti dei sacrifici umani e della logica sottostante all’idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole sacrifici umani: è radicalmente diverso da un’immagine della divinità che pretende di essere temuta e rabbonita con la distruzione della vita umana. E’ il Dio della discendenza ‘come le stelle del cielo e come la sabbia del mare’, Dio della vita e della benedizione. E’ il Dio che benedice perché ‘tu hai obbedito alla mia voce’. Ciò che chiede è l’ascolto del cuore, la disponibilità dell’affidamento radicale alle sue chiamate. Chiede di intendere la vita come dono in cui tutto può essere letto nel suo provenire da un disegno di amore: Dio amante della vita che dà oltre ogni attesa. Dona la vita e non la toglie. Il suo rivolgere la parola è per instaurare una relazione nella fiducia, nell’affidamento. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

Al centro del racconto sta l’attitudine della fede di Abramo. Una fede non dei sacrifici ma del cuore, della consegna di sè. Abramo è uomo dell’ascolto: si lascia coinvolgere da una chiamata: tutta la sua esistenza è presa in un dialogo di affidamento totale. Dio è il fedele, ha offerto la sua alleanza e attende una risposta di amore: Abramo è padre della fede perché vive la disponibilità di mettere Dio stesso al primo posto della sua esistenza, in un ascolto radicale della sua parola. E’ l’uomo che accetta di venire spossessato di ogni cosa di cui possa rivendicare la proprietà: in questo senso è libero. Vive la libertà della relazione e accoglie ogni cosa come donata.

C’è poi la presenza di Isacco. Isacco è il figlio restituito: è restituito a Dio perché da Dio, dalla gratuità della sua promessa e del suo dono, proveniva. Ma colui che nel suo nome reca il rinvio al riferimento al sorriso di Dio, viene restituito anche ad Abramo, suo padre, perché il Dio del dono non viene meno alla sua fedeltà. Isacco è quindi figura di una restituzione. Abramo è disposto a restituire a Dio tutto quello che aveva ricevuto. Nella drammaticità del racconto e del dialogo tra Dio e Abramo il figlio diviene il simbolo più alto e profondo del dono di Dio che investe tutta la vita di Abramo. Consegnando, restituendo Isacco, Abramo è disposto a restituire a Dio l’intera sua esistenza. In questo attegiamento di restituzione Abramo vive la sua fede: la sua vita viene riportata a Dio, ricevuta come dono immeritato. In tal modo rinuncia alla logica di un possesso che trattiene, vive la riconoscenza come riconosciemnto di un volto: tutto viene da Lui come Tu amante.

Questa pagina presenta anche il tratto fondamentale del volto del Dio di Abramo. Jahwè è il fedele, presenza che restituisce: ridona ancora Isacco, il figlio della promessa, come affidamento nuovo, a simboleggiare un dare se stesso, un darsi nell’incontro. Un Dio che non trattiene nulla: si rivela così come Dio che si affida. Si possono così scorgere nel procedere del racconto alcune caratteristiche del cammino di fede come incontro: la promessa e il dono di Dio alla radice. Abramo si consegna totalmente e vive così la sua fede spoglia. Dio stesso che si affida e restituisce. Isacco si scopre restituito e coinvolto in un cammino di fiducia. E’ il superamento di una religione dei sacrifici e apertura di percorso nuovo, di una fede nel prendersi carico.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto che conduce a dimenticare l’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa: “smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20)

“…se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà ogni cosa insieme a lui?” Paolo ha probabilmente davanti a sé la vicenda di Abramo quando scrive questa pagina della lettera ai Romani. Il consegnarsi del Figlio non va letto secondo lo schema dei sacrifici religiosi. Con i sacrifici sono gli uomini che cercano di propiziarsi una divinità esigente e vendicatrice e per questo ricercano una espiazione. E’ in essi presente una concezione del Dio del sacrificio, bisognoso di appagamento e vendicativo. I profeti insistevano sul ‘vero sacrificio’ non del rito, ma della vita vissuta come disponibilità all’alleanza (Is 58,5-9). Paolo avendo a mente questi riferimenti, dice che Dio ha compiuto un intervento liberatore per mezzo di suo figlio. Non è un movimento umano ad avere il primato: non l’uomo si avvicina a Dio ma “Dio in Cristo ha riconciliato a sé il mondo” (2Cor 5,19). In Gesù si svela il volto del Padre che consegna e si consegna nel Figlio. Gesù si consegna raccontando con la sua vita l’amore del Padre. Il suo darsi è vissuto in piena comunione con il movimento di dono che il Padre da sempre vive, è la più alta obbedienza vissuta come sintonia e accoglienza di quell’amore.

Marco costruisce la pagina dell’evento della trasfigurazione al centro del suo vangelo, ponendola in rapporto al momento del battesimo – lì Gesù aveva ascoltato la voce che diceva ‘Tu sei il mio Figlio, l’eletto…’ – e in rapporto alla croce in cui la voce del centurione riconosce veramente quest’uomo era figlio di Dio… -. Marco presenta un evento di rivelazione, di teofania e tesse il racconto sulla filigrana del capitolo 24 del libro dell’Esodo.

Il volto di Gesù ‘cambiò d’aspetto’, dice Marco, e le sue vesti sono pargonate al biancore degli abiti appena lavati da un lavandaio. In contrasto con la luminosità e insieme ad essa, la nube e la sua ombra. E’ segno della presenza di Dio, avvolge tutti, svela una presenza ma nel contempo la mantiene velata. Paradosso di un farsi vicino che avviene nella concretezza dell’umanità. Il Dio umanissimo si rende vicino nel volto umano di Gesù. Nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’alto, questa volta udita dai presenti, proclama che egli è il Figlio e rinvia all’ascolto: ‘Ascoltatelo’. La sua vita si comprende come esistenza di ‘figlio’ interamente posta nella relazione fondamentale al Padre e agli altri.

Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne, memoria del cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva anche un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù è così presentato con i tratti del Messia. Ma è un messia dal volto nuovo e scandaloso: è il messia debole, che percorre la via del servizio, venuto per servire, fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri. Al termine non videro più nessuno, se non Gesù, solo, con loro. Questo rimanere con Gesù, il seguirlo nel suo cammino umano è l’indicazione che Marco offre anche a noi per poter vivere un incontro che cambia i nostri criteri e li apre alla via di Gesù.

images

Alcune considerazioni per noi oggi.

Sacrificio di Isacco rinvia all’uccisione di uomini e donne oggi, vittime di sacrifici. Anche oggi l’uccisione di persone e la distruzione è connessa ad una pretesa purezza religiosa, ad un culto. Le decapitazioni operate dai fondamentalisti del Stato islamico, la distruzione di libri e statue antichissime e reperti storici testimonianze di civiltà sono tragici segni di un modo di intendere la religiosità componendola con la distruzione di ciò che è opera dell’intelligenza umana e con la eleiminazione delle stesse vite umane: l’uccisione come atto di offerta a Dio, come esecuzione di condanne motivate con la fede.

Una logica della religione del sacrificio è presente anche nella retorica dei sacrifici richiesti ad interi popoli per sottostare alle regole del Moloch di un’economia che ha le sue leggi e i suoi centri sacerdotali. A questi nuovi dèi sono sacrificate le sorti di tanti, costretti a mendicare in fila il pasto di un giorno, come accade quotidianamente alle porte della sede della Caritas di Atene in Grecia, o in modo meno visibile ancora, nell’impoverimento di intere popolazioni nei paesi africani, ridotte alla miseria e allo sfruttamento nella condizione di schiavitù, che è una condizione di morte.

A fronte di tali barbarie possiamo chiederci cosa implichi vivere la fede di Abramo come appello ad un affidamento a Dio che non può comporsi in modo assoluto con il sacrificio di esseri umani, che può essere vissuto solamente in un restituire la propria vita riconoscendo la dignità di ogni volto…

Chi condannerà? Domanda Paolo ponendosi di fronte alla consegna di Gesù, che ha fatto della sua vita un servizio per tutti divenendo uomo per gli altri. Chi condannerà? E’ forse questo l’atteggiamento da maturare nel superamento della logica di una religione dei sacrifici, per aprirsi alla testimonianza di Gesù. La sua vita ha annunciato il regno come vicinanza di Dio, compimento di vita umana bella e luminosa: un annuncio per tutti, senza condanne, ma con il fascino dell’indicazione e della testimonianza. Trasfigurazione è grande simbolo di una vita capace di bellezza e intesa nel senso del servizio. Eppure la logica della condanna è ancora abbondantemente presente nella sensibilità ecclesiale ed è segno di incapacità di vivere di seguire Gesù. Quando la chiesa nei suoi diversi soggetti imparerà a liberarsi dalla logica della condanna per porre ogni energia nel testimoniare – accettando la consapevolezza della gradualità e dell’imperfezione – il vangelo?

Alessandro Cortesi op

II domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3264Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Avvenne che dopo queste parole, circa otto giorni dopo, avendo preso con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, salì sul monte a pregare”.

Sul monte, luogo tra cielo e terra, avviene un cambiamento. In questa narrazione si esprime innanzitutto una risposta alle domande: ‘chi è Gesù?’, ‘Quale è la sua via?’ ‘Quale il cuore della sua esistenza?’. Seguendo una traduzione letterale del testo si possono cogliere alcuni rinvii preziosi nascosti tra le pieghe e inseriti da Luca come indicazioni di un percorso.

“Otto giorni dopo – dice Luca – dopo queste parole…”. Sono le parole pronunciate nella domanda rivolta ai suoi “chi dicono le folle che io sia?”, e ancora “ma voi chi dite che io sia?”. Sono ancora le parole con cui Gesù aveva annunciato la sua via, non una via di successo e di affermazione politica, ma la via del figlio dell’uomo, la via del servo sofferente, e aveva così indicato anche la via di chi vuole seguirlo, del discepolo: “se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda  ogni giorno la sua croce e mi segua”. E’ specifico di Luca (nel confronto con Matteo e Marco) l’aggiunta ’ogni giorno’, un richiamo ad una fedeltà che non è di un momento ma diviene un cammino che attraversa il tempo e trova la sua verifica nella quotidianità, nel tempo che si prolunga.

Dopo queste parole sul monte Gesù sale con Pietro Giacomo e Giovanni, per pregare. Anche l’attenzione al pregare di Gesù è insistenza propria di Luca. L’evangelista non si stanca di fissare i momenti del pregare di Gesù, un pregare vissuto in spazi di solitudine ed anche facendosi accompagnare da alcuni tra i suoi. Sul monte, proprio “mentre pregava”, avviene qualcosa che genera uno stupore nuovo nei testimoni. Si tratta di un momento vissuto dai discepoli di Gesù, durante il suo cammino? Si tratta forse di una pagina che esprime in una narrazione l’indescrivbiile e il non dicibile dell’incontro con lo sguardo e con la persona di Gesù che per i suoi amici è stata esperienza interiore e reale quando accolsero la sua chiamata e si misero a seguirlo? Si tratta forse di un racconto che Luca scrive dopo la Pasqua rileggendo il percorso di Gesù e anticipando l’esperienza dell’incontro con lui dopo la risurrezione? Possiamo lasciare aperti tali interrogativi e seguire il racconto come comunicazione di un evento – che va oltre il dato di cronaca – vissuto nelle profondità dell’esistenza e che ha segnato la vita dei testimoni. E’ un evento indicato con il nome di trasfigurazione.

Nel suo vangelo Luca non utilizza il verbo usato da Marco e Matteo: ‘fu trasfigurato’. Usa un linguaggio molto diverso: “l’aspetto del suo volto divenne un altro e il suo abito bianco sfolgorante”. Cerca così di evitare una descrizione che dia adito a pensieri di tipo magico. Cerca di mantenere la distanza rispetto a tutto ciò che potesse richiamare facilmente uditori – che conoscevano i racconti della mitologia greca e romana – alle metamorfosi delle divinità capricciose. Luca parla di un ‘volto altro’. Il suo volto trasfigurato indica una realtà profonda che si rende visibile: riluce di una luce diversa. C’è un cambiamento ma è un cambiamento particolare, unico: c’è una luce che rifulge e cambia ma sta dentro il volto umano e vicino di Gesù.

E con Gesù due uomini, Mosè e Elia, che parlavano del suo esodo: Gesù è accostato ai due grandi profeti che sintetizzavano nella loro vicenda tutta la storia dell’alleanza, della comunicazione di Dio con Israele, la storia della promessa e dell’attesa. Mosè, la guida del popolo verso la terra promessa, Elia, il profeta del fuoco, atteso negli ultimi tempi. Gesù con loro parla del suo esodo, dice Luca: c’è un esodo che si rinnova. La via di Gesù viene così indicata come esodo richiamando la memoria di quell’esperienza di passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla servitù degli schiavi al servizio di uomini liberi. E’ il cammino di Gesù, un esodo, ma esso coinvolge anche quanti hanno ascoltato le sue parole: “se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso prenda la sua corce e mi segua…” Gesù parla del suo esodo, dopo le parole dette a chi desidera seguirlo.

E Pietro e quelli che stavano con lui “videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui”. Quell’evento è nel cammino del figlio dell’uomo, un momento di luce e di gloria. Luca introduce questo termine, ‘gloria’, proprio sul monte, mentre i tre stanno dialogando. ‘Gloria’ indica qualcosa che appartiene a Dio, è la ‘pesantezza di Dio’. La presenza di Dio si rende vicina nel cammino dell’esodo in alcuni segni, la nube, il fuoco. Questi la velano e la nascondono, ma la rendono anche presente. Ed è presenza, lontana e vicinissima, che non può essere trattenuta e che pure si rende vicina, segue il cammino e sosta insieme. La gloria di Dio scendeva e si rendeva presente nella tenda dell’incontro. Così mentre Pietro dice “maestro è bello stare qui, allora facciamo tre tende…venne una nube e li copriva con l‘ombra … e venne una voce dalla nube che diceva. Questi è il mio figlio l’eletto ascoltatelo”.

Il cammino del ‘figlio dell’uomo’, il profeta di Nazaret rifiutato e sofferente, dal punto di vista umano è un fallimento. Luca indica che lì in quel volto sta la gloria di Dio: nella storia di Gesù, nel suo corpo, si manifesta l’amore che perdona e salva, il volto di Dio come amore pieno di compassione.  Gesù parla ai suoi della sua strada indicandola come esodo in cui si espone a subire il rifiuto e la sofferenza in fedeltà alla testimonianza di un amore di Dio senza confini, che guarda agli umili, si distanzia dalle logiche dei poteri umani e rompe con  tutti i sistemi religiosi divenuti luoghi di potere umano. Dentro a questo cammino sta qualcosa d’altro: nel volto umano di Gesù, che vive il suo esodo di sofferenza è presente una luce inafferrabile e vicina: è il ‘volto altro’ di Gesù. Lì, nella sua debolezza, nella sua scelta di percorrere fino in fondo la strada del dono di sé e del servizio, della vicinanza ai poveri, si manifesta una luce unica, la presenza di Dio. E la nube e l’ombra e la voce rinviano ad un esodo che si rinnova: è esodo di Gesù, ed è esodo di chi lo segue.

‘Ascoltatelo’ è l’imperativo finale: ascoltare Gesù e lui solo dovrebbe essere il riferimento unico per coloro che hanno scoperto come la sua parola non esprime un sistema di pensiero ma rivela il senso più profondo della vita umana, ciò a cui siamo chiamati.

Alcune  osservazioni per noi oggi.

L’episodio della trasfigurazione ci parla di una conversione da attuare: conversione che è innanzitutto un modo nuovo di pensare al volto di Dio. La gloria, la presenza di Dio si fa vicina nel volto fragile di colui che vive la sua vita come offerta al Padre e solidarietà con gli altri. Sta qui il significato profondo della croce e ad esso rinvia tutta la pagina della trasfigurazione sul monte: la croce, che di per sé è conseguenza dell’ingiustizia e della cattiveria umana, è vissuta da Gesù nella libera scelta di trasformare il rifiuto e l’ingiusta condanna subita nello spazio in cui attuare un amore senza confini. E’ uno svelamento del volto di Dio come amore, ma anche del vero volto dell’uomo, della sua immagine più nitida, l’immagine che respira della chiamata al dono di sé.

Il volto altro di Gesù dovrebbe indicarci come seguirlo sulla sua via: è questa la preoccupazione di Luca nel situare questo evento proprio all’inizio del cammino verso Gerusalemme. Gesù indica la via per ritrovare se stessi, il senso profondo dell’esistenza. Non è una metamorfosi ma un vivere uno sguardo altro, un cogliere un volto altro in se stessi e negli altri… Non è un cambiamento dovuto ad una scelta volontaristica, si tratta piuttosto di lasciarsi illuminare, lasciarsi aprire ad un modo di vedere tutto in un’altra luce. Ci dice che lo sguardo sulle persone, sulle situazioni e sulla storia è questione di un volto altro, di uno sguardo altro, che si è lasciato permeare da luce, che si è aperto all’ascolto.

C’è nella nostra vita un profondo desiderio di cambiamento. Cambiamento di condizioni di vita, cambiamento nella società, nella vita politica, cambiamento nella chiesa. L’evento della trasfigurazione ci parla di un cambiamento che non è andar dietro all’ascolto di facili venditori di illusioni. Non è neppure inseguire un cambiamento come capovolgimento di tutto, come in un atto magico, in una metamorfosi istantanea. Gesù indica un cambiamento che coinvolge interiorità e genera percorsi nuovi di una comunità chiamata a seguirlo. Rinvia ad un cammino.

“Ascoltatelo” è l’invito della voce: un invito ad entrare nella sua preghiera. Tutta la vita di Gesù sta nell’ascolto del Padre per cogliere il suo disegno e la sua chiamata nella sua vita. Ascoltare è il verbo di una relazione in cui si dà spazio all’altro. Ascoltare Gesù dovrebbe essere il primo atto di una chiesa che ritorna a lui, alle sue parole, che ritorna al vangelo. Solo nell’ascolto e non in altre strategie è possibile scoprire come le crisi e le difficoltà del presente possono essere lette come tempo favorevole, occasione per una trasformazione profonda dell’esistenza. E’ un cambiamento possibile perché si lascia spazio all’altro, e il volto, come quello di Gesù, diviene ‘altro’. Ascoltare è scoprire la parola più tenera e profonda che trasforma l’esistenza, la parola della relazione: ‘tu sei figlio, tu sei figlia, tu sei amato, tu sei amata’. E’ la parola che rompe la solitudine e la distanza, che cambia le esietnze perché le apre ad una ospitalità originaria e ad una attesa accogliente. E’ la parola che rivela quell’ascolto all’origine dell’esistenza, e che attende. E’ un ascolto impegnativo ed esigente perché implica anche il tralasciare tanti altri tipi di ascolto: ‘ascoltatelo’ indica una direzione ben precisa, ed un rapporto da coltivare nel quotidiano. In questo percorso sta la nostra conversione non opera nostra, ma dello Spirito in noi e nostra nello Spirito, apertura a lasciarsi cambiare la vita nell’incontro con Gesù, dalla sua Parola.

Alessandro Cortesi op

 

Navigazione articolo