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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Ss. Trinità anno C – 2019

IMG_4241Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

I vangeli attestano che un aspetto essenziale della vita di Gesù consiste nel suo rapporto con Dio, il Padre. Tutta la sua esistenza terrena può essere indicata con queste parole: “sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38).

Soprattutto nel quarto vangelo è presentata la comunione tra Gesù e il Padre: Gesù è indicato come il Figlio che esprime e comunica la vita del Padre: egli è la Parola, la sapienza del Padre. Il loro rapporto è nella reciprocità e nel dono. Tutto viene dal Padre e colui che è la Parola tutto riceve dal Padre: ‘in principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio…’ (Gv 1,1). Questa Parola, sapienza del Padre, ha messo la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. Nella sua vita Gesù continua a rimanere nel Padre, in ascolto di lui, per compiere la missione da Lui ricevuta.

Ai suoi discepoli, prima di lasciarli, Gesù lascia la promessa di non lasciarli soli. Si apre un cammino nuovo per entrare più profondamente nell’incontro con lui. E il IV vangelo indica Gesù stesso come la verità: Io sono la via la verità e la vita’: ‘quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto ciò che il Padre possiede è mio’ (Gv 16,14-15).

Gesù con la sua vita comunica il volto di Dio Padre come amore che giunge alla fine. Nella Pasqua di Gesù si possono cogliere i tratti del volto di Dio. Gesù, il Figlio è rivolto verso il Padre che lo ha mandato. Compiere la sua volontà è vivere fino in fondo il dono della sua vita consegnando se stesso. Gesù, il Figlio fatto uomo, ha vissuto la sua vita come ‘servire’ fino a lavare i piedi ai suoi discepoli e a dare la sua vita per tutti. Lo Spirito è dono della Pasqua, presenza di colui che ‘insegnerà ogni cosa’, in rapporto a Cristo. L’azione dello Spirito è ricordare ciò che Gesù ha fatto e ha detto.

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere tutto ciò parlando del volto di Dio come uno solo e come trinità di persone, Padre Figlio e Spirito santo. La trinità è mistero di amore, nell’unità e nella relazione. Si parla così di una medesima natura, per indicare l’unità, e di tre persone per indicare le relazioni dell’amore. Nella Trinità si guarda così all’unica vita che sgorga dal Padre, sorgente di ogni cosa, il Figlio, Parola che comunica il Padre e lo Spirito Santo, dono dell’amore.

La fede in Dio Trinità apre la possibilità di comprendere più profondamente la nostra identità e la nostra esistenza. Siamo costituiti ad immagine di Dio Trinità, chiamati alla comunione con lui e tra di noi. L’esperienza dell’incontro con l’altro è la via in cui scoprire le radici del nostro essere ad immagine di Dio.

La seconda lettura parla della pace, dono del Padre che viene a noi per mezzo di Gesù Cristo: la pace sta al centro del disegno del vangelo, e non è ‘qualcosa’ ma è qualcuno: è Lui, Gesù Cristo, la nostra pace. “Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo… L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”

La pace proviene dall’aprirci al dono della vita di Gesù Cristo ed è chiamata ad attuare scelte sulla via che Gesù ci ha indicato. ‘Noi siamo in pace per mezzo del Signore Gesù Cristo’. La pace diviene così già esperienza della comunione che lega Padre e Figlio e Spirito Santo ed orientamento alla comunione piena che è orizzonte ultimo del disegno di salvezza per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

IMG_4398Pace e segni dei tempi

Accogliere la pace quale incontro con Cristo risorto si traduce in percorsi di costruzione di una convivenza di giustizia, di riconciliazione e di pace. Recentemente un gruppo di cristiani del Triveneto ha intrapreso un cammino comune per riflettere sulla situazione del Paese e delle chiese nel contesto sociale e politico del presente. Il documento espressione di questo percorso (consultabile al link https://forumdilimena.com/) è ricco di spunti di interpretazione del tempo che stiamo vivendo e di motivi di impegno. Nella parte di analisi si evidenzia l’urgenza di non stare zitti a fronte della situazione sociale e politica:

“Stiamo vivendo tempi fuori dell’ordinario, uno di quei crocevia della storia in cui i contorni essenziali della convivenza vengono ridefiniti. Siamo da ciò obbligati a chiederci tutti: “Che futuro vogliamo per noi e per i nostri figli?”. Sappiamo che in periodi come questi ci sono rischi, ma anche nuove opportunità, e che queste ultime potranno realizzarsi solo se proviamo seriamente a riprendere in mano il nostro futuro”

Viene posta sin dall’inizio la domanda preoccupata se il futuro sarà democratico: “Per la prima volta nella nostra vita, in questi termini e con questa portata, non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria”.

Si pone anche in risalto come la tendenza prevalente oggi è quella di costruire muri: “La disponibilità all’incontro con mondi diversi viene perciò sostituita dalla chiusura e dalla paura. Giorno dopo giorno ci troviamo impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti, a badare ai confini piuttosto che a creare relazioni”.

Si scorge il crescere di sensibilità che maturano un senso dell’identità non insieme ad altri, ma contro qualcuno e la ricerca di sicurezza individuando un colpevole: “I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendono da un colpevole esterno. Si individua una minoranza poco accettata e priva di voce e la si incolpa di essere l’origine di tutti i nostri mali. Al legittimo bisogno di sicurezza non si risponde aumentando la sicurezza, ma additando un colpevole. Se il colpevole non c’è lo si inventa togliendogli quel po’ di protezione che aveva…”

Viene poi osservato il venir meno del senso di compassione, la capacità di sentire e prendere su di sé il dolore dell’altro: “Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia in certe posizioni, e ancor più nel fatto che vengano condivise, è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza la quale non possiamo veramente vivere”.

Questa lettura della realtà prosegue con una osservazione della situazione delle chiese di cui si nota un ripiegamento per lo più nei problemi interni di tipo amministrativo: “Ci chiediamo qui come le nostre chiese possano sentirsi interpellate dai tempi. C’è oggi un bisogno particolare di calarsi nella vita e nella storia, perché siamo incamminati a vivere tempi straordinari e quando un assetto sociale e politico può venire messo in discussione le tradizionali divisioni dei compiti non reggono più: tutti sono chiamati a esprimersi”.

Viene auspicato una riflessione che coinvolga una chiesa aperta in cui sia possibile la discussione e in cui attuare un serio discernimento. Se da un lato un pluralismo di orientamenti nella vita è possibile ed anzi auspicabile tuttavia alcune opzioni non sono compatibili con il riferimento al vangelo: “Dall’ispirazione evangelica non discende meccanicamente una sola etica; una pluralità di opzioni è possibile anche muovendo da essa, ma non tutte sono compatibili con i suoi principi e ci sembra che siano proprio questi oggi a venire talvolta dimenticati. Bisogna perciò aprire la discussione”.

Nel documento si espongono le linee di una visione del futuro diversa da quella che oggi prevale, indicando nell’orizzonte europeo un riferimento fondamentale nonostante le delusioni e le inadempienze.

Si indica infine un senso di fiducia da recuperare quale motivo di impegno condiviso e capillare nella società: “C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare; fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, da criticare, ma per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza nessuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Ricostruire, faticando magari, la speranza che un mondo migliore sia possibile. Combattere in questo modo la paura e l’insicurezza, senza rifugiarsi in un passato ideale che forse non è mai esistito e che mai più ritornerà. Le molte iniziative di società civile che in questo periodo animano l’Italia indicano che non si è disposti a restare passivi”.

“Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi; che vengono prima dello stato e sono indispensabili per il benessere e la costruzione di senso da parte delle persone. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate”.

Costruire la pace è impegno quotidiano che implica capacità di ascolto dei segni dei tempi e impegno nel presente soprattutto sapendo indicare le false vie di soluzione, le illusioni possibili e offrendo energie per aprire sentieri diversi di futuro, in cui la fraternità sia posta al centro del convivere e le comunità cristiane possano essere luoghi di responsabilità nella tessitura di pace.

Alessandro Cortesi op

Solennità della Ss. Trinità – anno B – 2018

Spirito-Santo(Dina Figueiredo – Spirito Santo)

Dt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Nell’esperienza della fede di Israele Dio è presenza nascosta e vicina: non è una tra le creature della terra, sta infatti ‘lassù’, luogo del divino, nelle altezze dei cieli, metafora di una dimensione non racchiudibile entro i confini del creato. Nel medesimo tempo si fa vicino ed irrompe nel ‘quaggiù’, nei luoghi della vicenda umana, sulla terra.

Il Dio unico e vicino, è il non dominabile, non racchiudibile. Non sta nelle mani dell’uomo, non è uno tra gli elementi del cosmo. Per questo tutto nel creato viene così sdivinizzato e il mondo è restituito ad essere mondo dell’uomo. Nessuna manifestazione naturale, nessun essere per quanto meraviglioso, nessun uomo o donna possono prendere il posto di Dio. Dio è altro.

Ma il Dio che sta lassù è anche il vicinissimo, E’ presenza che soffia non sopra ma dentro le cose, con il suo spirito che è respiro di vita donata. ascolta il grido del popolo che soffre e scende a liberarlo. è coinvolto nella vita del popolo. Abramo padre dei credenti è l’esempio di chi ha ascoltato una parola interiore, una chiamata di Dio. E così Mosè. Quest’esperienza del cuore, non di uno solo ma di popolo, viene espressa con l’immagine del fuoco che avvolge il roveto e non lo consuma. Un fuoco che arde e non dà morte ma porta vita.

Da lì sorge una storia di incontro che si delinea come amore impegnativo e di relazione. Israele lo esprime nei termini dell’alleanza, un patto di dono e fedeltà: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”.

I testi biblici non offrono una definizione di Dio ma raccontano l’esperienza di un popolo nell’incontro della fede. Il suo volto si delinea solo in una storia. E’ una storia sospesa, fondata sull’affidamento: la fede è espressa con l’immagine di appoggiarsi su un piccolo appiglio di roccia, una parola accolta nel cuore, una promessa custodita e trasmessa, una stabilità fragile. Israele scopre l’agire di Dio negli eventi della storia. La sua è esperienza non tanto della ricerca umana di Dio, quanto del venire di Dio in cerca dell’uomo. E’ un venire, il suo, che continuamente si ripropone in modi nuovi, e passa per la chiamata di persone che si fanno voce della sua Parola, che annunciano la sua fedeltà, che allargano i confini di un raduno.

Nei vangeli un dato fondamentale del profilo di Gesù è indicato nel suo rapporto con l’Abbà, Dio il padre. Partecipe della fede del suo popolo Gesù, come ebreo vive la fede dei padri. Nella sua vita manifesta la coscienza di un rapporto particolare con l’Abbà: a lui si affida senza riserve. Nella sua preghiera sta la profondità del suo rapporto con Dio. All’Abbà si rivolge nella solitudine e soprattutto nei momenti di scelta e di prova. Si affida a Dio di cui annuncia il regno, come vicinanza che apre senso della vita e salvezza per chi non ha speranza. La sua preghiera respira di una confidenza unica fino al grido sulla croce in cui affida a Dio il suo grido che esprime l’esperienza dell’abbandono. Marco riporta che il centurione vedendolo morire a quel modo, sotto la croce, disse ‘Veramente quest’uomo è Figlio di Dio’. Dopo la Pasqua la comunità riconosce a Gesù i titoli di ‘Figlio’ e Signore.

L’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, si può sintetizzare nell’esperienza dello Spirito che fa sentire accolti, figlie e figli: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”.

Dire Abbà non è esito di sforzo umano: è in radice un dono, opera dello Spirito, dono della Pasqua (cfr Gv 20,22). Nello Spirito, lasciando spazio a lui, colui che ricorda tutto quello che Gesù ha detto (cfr. Gv 14,26) e consola (Gv 14,15), la comunità vive l’esperienza di essere coinvolta in un evento di comunione: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (cfr. Gv 14,20).

Se il volto di Dio è comunione il volto autentico di ogni persona e dell’umanità stessa è nell’orizzonte della comunione. La comunità di Gesù dovrebbe essere segno e strumento, profezia e annuncio, di tale comunione nel cammino della storia. L’esperienza di vita nelle famiglie, delle comunità umane, dei rapporti tra i popoli, può trovare nel volto di Dio Trinità, una promessa, una chiamata ed un orizzonte di speranza.

Alessandro Cortesi op

Versione 2Dubitare

Pagano: Ti prego, fratello, guidami a capirti quando parli del tuo Dio. Dimmi: che cosa sai del Dio che adori?
        Cristiano: So che tutto ciò che so, non è Dio, e che tutto ciò che concepisco, non gli è somigliante, ma che egli è al di sopra di tutto”.

E’ questo un rapido scambio di battute tra il pagano e il cristiano, protagonisti dell’opera Dialogo tra un pagano e un cristiano di Niccolò Cusano. Filosofo, teologo, vescovo del XV secolo, Cusano, in questo intenso dialogo fa emergere profonde domande ed apre nuovi orizzonti nel pensare Dio stesso. Presenta soprattutto il pericolo insito in ogni pretesa umana di dire Dio e di nominarlo. E’ continuo il rischio di rinchiuderlo in una gabbia che non lascia spazio al suo essere Altro. Il ‘dare il nome’ è sempre indirizzato a piccole cose e di fronte a Dio ogni nome è incapace a disegnarne il profilo. Così Cusano parla di un non sapere riguardo a Dio che tuttavia costituisce la grande e autentica saggezza: è una dotta ignoranza.

“È piccola cosa quella che è nominata. La grandezza di ciò che non può essere concepito, rimane ineffabile”.
 Ineffabile, ma anche sopra ogni nome, oltre.

La grandezza di certi testimoni della fede e del pensiero sta nell’introdurre a domande inquietanti: essi spingono ad uscire da comode certezze e da situazioni acquisite. L’avventura della vita umana forse troppo spesso non ha il coraggio di affacciarsi sugli strapiombi dei grandi interrogativi che fanno percepire la fragilità, l’incertezza, il dubbio. C’è un sottile crinale che non si delinea fuori dei cuori ma li attraversa all’interno, in modi che difficilmente sono giudicabili. Tra questi soprattutto il crinale tra credere e non credere: ognuno reca in sé stesso un non credente e un credente che tra loro si parlano e s’interrogano in un ininterrotto dialogo interiore. E domande inquietanti sorgono. “Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (Carlo Maria Martini).

E’ questa l’attitudine che si ritrova nei cercatori e camminatori su vie di confine, laddove l’ascolto dell’altro pone in questione dati acquisiti:

“La mia fede in Dio è tutta intrisa di dubbi e sento che non potrebbe essere altrimenti, perché credere è affidarsi a ciò che è oltre i propri orizzonti. Trovo spiritualmente esaltante questo affidarmi all’oltre i miei orizzonti, dove le mie certezze si indubbiano e da quelle crepe intravedo l’oltre in cui esisto. Io, dalla fede intrisa di dubbi, provo prossimità con l’ateo dall’ateismo intriso di dubbi. I re magi dovevano proprio essere personaggi così: non riuscivano a negare che quella stella mai vista avesse un senso; d’altra parte non sapevano dove li avrebbe condotti qualora l’avessero seguita”.

Così parla di ‘una fede intrisa di dubbi’ p.Luciano Mazzocchi, sensibile all’incontro di fedi e culture, testimone del dialogo tra vangelo e zen. E così continua suggerendo il movimento del credere come un volare in un cielo che qualsiasi volo non può rinchiudere o comprendere e che pure lo custodisce: “L’uccello gusta di volare dentro il cielo che rimane sempre più ampio del suo volo; lo preferisce a un qualsiasi spazio recintato tutto suo. La fede è gusto religioso del dubbio, vissuto con fiducia, senza indietreggiare. Ma tutto svanisce se il dubbio viene eretto a criterio assoluto: non è più dubbio. Si può fare la farsa di dubitare, mentre non ci si vuole minimamente spostare dal tepore del dubbio. Non ci si vuole mettere in cammino. Perché chi sa dove si può andare a finire! La fede è gaudio esistenziale di esistere “finito” dentro l’”infinito”. Di essere sempre ambedue gli aspetti, senza che uno assorba l’altro. Se il finito assorbe l’infinito, l’infinito cessa di essere infinito mancandogli il finito; e viceversa. L’uccello vola sospeso dentro il vuoto del cielo; il credente cammina immerso nel mistero della vita”.

E’ forse bene ricordare che al dubbio non si oppone il credere, ma la certezza, il sapere. E il credere stesso è popolato di domande, di inquietudini in cui grande è la consapevolezza del non sapere. Il credere non si confonde con una via intellettuale di conoscenza, ma vive di fiducia, nel ‘dire sì’ consegnandosi, di un sapere anche, ma particolare, che proviene dallo sguardo dell’amore. Per questo si mantiene solo nel cammino. Traccia ne è l’esperienza del dono, della cura, dell’amore.

Tiene insieme inquietudine, la fatica del dubbio, come uno stare al bivio, e cammino che si affida continuando a superare l’immobilità. Non si nutre di evidenze ma di intuizione profonda che indica una direzione. Non vive di spiegazioni ma di testimonianza accolta e di promessa. E’ continuamente cercato e atteso nel lasciarsi coinvolgere. E proprio il percorso umano fatto di incontri, di parole scambiate, di silenzi, nell’incapacità di esprimere il segreto delle cose o di trovare parole per dire se stessi, lì è luogo di una ricerca che, affidandosi, rimane sospesa… “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono…”

Alessandro cortesi op

 

 

S. Trinità – anno A – 2017

IMG_3793.JPGEs 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”.

‘Mostrami la tua gloria’ è la preghiera di Mosè. Il desiderio di vedere il volto di Dio sta al cuore di ogni esistenza credente. E’ tensione di conoscenza ma non solo: è apertura sull’inafferrabile. E’ inquietudine presente in ogni persona che ha percepito la sua vita toccata da una presenza più grande e indicibile. ‘mostrami’ è invocazione a togliere un velo che impedisce di vedere e fa rimanere nel rischio e nell’incertezza dell’affidamento.

Nella pagina dell’Esodo il Signore risponde alla richiesta di Mosè dandogli un appuntamento: la sua gloria passerà, mentre Mosè è sulla montagna. Gli chiede di rimanere tra le fenditura della roccia e di attendere lì: “ti coprirò con la mano fino a quando sarò passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai di spalle” (Es 33,22-23). Bellissima immagine, questa, della mano che Dio pone avanti a sé per proteggere Mosè e per coprire il suo passaggio. E’ una mano che custodisce una presenza e nel contempo nasconde e fa scorgere il suo passare solo di spalle. Come la parola di Dio è sempre appello ad un cammino, così il suo volto – la sua gloria – è custodito in una lontananza che apre al desiderio e al ricercare. Non è a disposizione. Dio è più grande e lo si può incontrare solamente nel seguirlo. La gloria di Dio, la sua presenza se pur passa accanto potrà essere intravista da Mosè solamente di spalle. Rinvia sempre oltre.

Così in questa pagina viene suggerito il cammino del credente nel cercare il volto di Dio, nel lasciarsi incontrare dal Dio vicino che non può essere racchiuso in definizioni e in immagini. Mosè scopre il nome di Dio non pronunciabile, che non può essere trattenuto ma chiede di consegnarsi nelle sue mani, e rimane nascosto nei percorsi di amore, di misericordia, di fedeltà. Questa è la radice della legge dono di una alleanza che si fa cammino nell’esistenza quotidiana, nelle opere e nei giorni per incontrare il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà.

“Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna… non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.

Nicodemo maestro di Israele indagatore e curioso si reca a Gesù di notte e Gesù gli parla di una nascita da acqua e Spirito. Gesù presenta il credere come relazione con il ‘Figlio innalzato’: accenna così alla croce. Croce è luogo dell’umiliazione, ma per il IV vangelo è lì, nell’innalzamento il luogo dove si manifesta la ‘gloria di Dio’: lì il Figlio mostra il volto del Padre. La gloria di Dio è la fedeltà all’amore fino alla fine, la consegna di sé. Nicodemo è così provocato ad uscire da un approccio intellettuale e a lasciare spazio alla sua ricerca di incontro: può aprirsi ad esso nel lasciare spazio allo Spirito. Per questo deve rinascere di nuovo e dall’alto: non con i suoi ragionamenti ma accogliendo un soffio di vita nuova. E’ richiamato ad un respiro nuovo, ad inseguire il movimento dello Spirito che soffia dove vuole, a rincorrere i richiami della sua voce percepita.

“Vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13)”.

Ci sono atteggiamenti semplici che costruiscono comunità. Sono l’attenzione e la cura quotidiana di chi intende la vita non per sé ma con gli altri, e cerca di tessere nell’ordito della vita reti di incontro e di comprensione. In questi luoghi, in questi percorsi si rende visibile una traccia del volto di Dio comunione. Sono esperienze che raccontano e aprono strade ad incontrare il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

IMG_3759.JPGDio di tutti i nomi

Può darsi che la preghiera ci divida?

O che combattiamo perché Tu non sei il loro Tu?

E’ possibile pregare insieme in solo silenzio?

E’ proibito godere della sinfonia?

O vogliamo che sia il nostro Dio a dirigere l’orchestra?

Conosciamo così bene il nostro Dio?

E’ meglio allora non pregare?

(…)

Dire che Tu hai Tutti-i-Nomi

è affermare che Tu non possiedi Nessun-Nome,

che Tu sei anonimo

che la preghiera non può avere nomi, né concetti, né idee

(…)

Una preghiera posso ancora recitare.

Una preghiera rivolta anzitutto ai miei simili.

E’ un gemito di compassione,

e un grido di speranza:

che ci sia pace e armonia

fra la gente che prega.

(Raimon Panikkar, Preghiera in Mistica pienezza di vita, Opera omnia vol. I, 355-356)

Volto di Dio, Tu che non si pone contro altri Tu. Il Tu che non può essere racchiuso in un nome ma che continuamente può essere incontrato nel pronunciare tanti nomi. Dio di Tutti-i-Nomi. Così la preghiera si fa silenzio. E’ contestazione della preghiera ma nel momento stesso è preghiera che si domanda: “Tu il mio vero Io, e io il tuo vero tu?”

Raimon Panikkar ha riflettuto nella sua ricerca esistenziale sulla presenza della Trinità al fondo e alla radice della vita dell’umanità e del cosmo stesso. Per lui Trinità è dimensione che sta all’origine e alle radici di tutto il reale. Parla infatti di ‘Trinità radicale’ quale dimensione originaria dell’esistenza umana e cosmica. Immagine nascosta e presente al fondo di ogni vita.

Tutta la realtà vive in un unico respiro che tiene insieme in reciproco scambio, cosmo divinità e uomo: Panikkar esprime questa intuizione con la parola cosmoteandrismo. Il cosmo, l’umano e il divino non stanno uno accanto all’altro, ma sono uno dentro l’altro, si interpenetrano in una danza (pericoresi) trinitaria.

A partire da questa ‘esperienza umana primordiale’ il suo cammino è stato un tentativo mai concluso di accostare l’esperienza spirituale nelle diverse e molteplici forme, nell’accogliere l’esperienza della comunione nel respiro del creato, nei percorsi delle culture e delle religioni, nella nascosta presenza del divino al cuore dell’esistenza umana.

Il Dio di tutti i nomi non ha tuttavia il nome della violenza e della morte, con cui viene invocato nei gesti del terrorismo e con cui viene portato a giustificazione dell’uso delle armi e del dominio della terra. Nel tempo in cui il nome di Dio trova nuove forme di essere pronunciato invano, lo stare in silenzio, purificando le parole, facendo proprie le parole autentiche della vita e dell’umanità è impegno urgente. Può essere strada per scorgere la struttura trinitaria al fondo della vita umana e cosmica, relazione che reca con sé il sogno e la promessa di godere di sinfonia, di convivialità di diversi nella pace. Ma per tutto questo si pone urgente una limitazione della pretesa di possedere parole risolutive, il disarmo dalla propria arroganza, l’uscita dalla mentalità di esclusione e di supremazia, l’abbandono di mentalità religiose di conquista e di disprezzo, e la condivisione delle parole miti degli altri.

“Sì, posso pregare in molte lingue.

nessuna di loro dice la stessa cosa,

perché la fede non ha oggetto.

Ma tutte dicono, cantano, soffrono, gioiscono…

Tutte queste preghiere sono mie,

e delle mie sorelle e dei miei fratelli.

Forse posso solo pregare con le loro preghiere.

E di questo sono immensamente grato”. (Raimon Panikkar, ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

Ss. Trinità – anno C – 2016

Congdon Trinità.jpg(William J.Congdon – Tre alberi venerdì santo 1998

Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

Gesù nel suo agire ha sempre rinviato alla presenza del Padre nella linea di accogliere e custodire tutto e tutti quale dono proveniente da Dio, il Padre. Ha inteso la sua vita non nei termini di un possesso o di conquista, ma nella radicale accoglienza e vivendo lo spirito del povero che tutto riceve.

Il IV vangelo ha scorto così in Gesù il profilo dell’inviato. La sua esistenza terrena trova modo di essere racchiusa nelle parole: ‘Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me; colui che viene a me non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato’ (Gv 6,38; cfr 4,34; 5,30). La richiesta di Gesù ai suoi discepoli si pone nella medesima linea, per essere suoi fratelli e sorelle: ‘chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre’ (Mc 3,35).

Il IV vangelo ha posto attenzione particolare alla comunione tra Gesù e il Padre: sta qui una fessura luminosa per entrare nel mistero della persona di Gesù. Nel suo volto si manifesta l’espressione del Padre: Gesù è così indicato la Parola fatta carne che comunica la vita di Dio, e in lui si rende vicina la sapienza del Padre. Tutto viene dal Padre e da sempre colui che tutto riceve è la Parola. Il loro rapporto è reciprocità del dono: ‘in principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio…’ (Gv 1,1). Nella vicenda di Gesù, il IV vangelo scorge come questa Parola, sapienza del Padre, ha posto la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. L’incontro con Dio si rende così possibile nella concretezza dell’esistenza.

Gesù, prima di morire, ha affidato ai suoi la promessa di non lasciarli soli, e l’apertura di un cammino ancora da compiere, non da soli, ma con una guida: ‘quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto ciò che il Padre possiede è mio’ (Gv 16,14-15). In questa promessa è indicata una presenza viva e personale di qualcuno che starà accanto. Verità, in coerenza con la tradizione biblica, indica la persona stessa di Gesù Cristo: “Io sono la via, la verità, la vita. Nessuno viene al padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6).

In rapporto a lui, alla sua presenza come ‘farsi vicino’ del volto di Dio, compito dello Spirito nel tempo della chiesa sarà quello di accompagnare e di guidare ad entrare in un rapporto vivo con Cristo. Così il IV vangelo individua la funzione dello Spirito nel guidare in un rapporto nuovo vivente con Gesù. Gesù presenta nel suo agire il volto di Dio Padre: è Lui la sorgente che riversa il suo amore. Il Figlio fatto uomo, ha vissuto la sua vita nella via del servizio. Lo Spirito è dono della Pasqua, presenza di colui che ‘insegnerà ogni cosa’, e conduce a Cristo. La sua azione sta nel ricordare il dono di Gesù, nel rinviare alle sue parole per accogliere la sua presenza come via di incontro con il Padre.

Il volto di Dio assume i tratti di una relazione in se stesso: il Padre il Figlio e lo Spirito, distinzione e unità nella comunione. La profondità dell’esistenza di Dio apre orizzonti di stupore, di invocazione ma anche di comprensione nuova della nostra esistenza come uomini e donne. L’esperienza dell’incontro con l’altro e il luogo della relazione è strada in cui scoprire che siamo costituiti ad immagine di Dio amore, fonte e orizzonte ultimo del nostro esistere.

La festa della Trinità ci spinge a riflettere sul volto di Dio, sul rapporto di Gesù con il Padre, Abbà, e sul dono dello Spirito, centro dell’esperienza cristiana. Lo Spirito rende figli di Dio, apre cammini di cambiamento, e di novità di vita.

La seconda lettura di quest’oggi ci dice che la pace è dono del Padre che viene a noi per mezzo di Gesù Cristo: la pace sta al centro del disegno del vangelo, e non è ‘qualcosa’ ma è qualcuno: è Lui, Gesù Cristo, la nostra pace. “Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo… L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.

La pace da costruire con scelte politiche, istituzioni, percorsi di dialogo è in radice superamento dell’odio e dell’inimicizia, è lasciarsi cambiare da Gesù, è vivere sulla via che Gesù ci ha indicato. Per questo Paolo dice: ‘Noi siamo in pace per mezzo del Signore Gesù Cristo’. Pace è possibilità i rapporti tra le persone, i popoli. La vita umana è chiamata ad una comunione, che ha la sua fonte nella relazione che lega Padre e Figlio e Spirito nella pace.

Alessandro Cortesi op

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Chiesa di Dio Padre misericordioso – Roma quartiere Tor Tre Teste – (2000) progetto dell’architetto Richard Meier (le tre vele sono simbolo della Trinità)

In tutto il cuore, in tutto il fiato, in tutte le forze…

Per pensare il rapporto con Padre, Figlio e Spirito può essere utile sostare sullo scavo che Erdi De Luca propone del duplice comandamento: amerai con tutto il cuore, con tutto il fiato (egli traduce) con tutte le forze e amerai il tuo compagno. C’è una trinità nascosta nell’immagine custodita nel cuore umano (come Agostino osservava pensando alla struttura umana) e l’incontro con il Padre il Figlio e lo Spirito solo si attua nella concretezza dei gesti dell’amore.

“L’antico ebraico sapeva che la conoscenza si radica nel cuore, non nel remoto cervello, sede di organi di superficie, naso, occhi, orecchie, gusto. Sa che senza uno scatto di cuore, non si fissa esperienza. Solo il cuore conosce la profondità e non si concede pausa, a differenza della testa che ha bisogno di spegnersi nel sonno. Di questo sta parlando la divinità quando chiede di essere amata «in tutto il tuo cuore». Come misurare questo tutto? Non si dà scale di valori, non va a litri, a chili. Misura è il riempimento dei bordi, sentire che tracimano. L’esperienza di avere superato la capienza del proprio cuore è l’unità di misura. La certezza di essere arrivati al colmo della capacità di amare è l’esperienza richiesta. È estremista la divinità che la richiede. Ma essa sa che l’amore è una strana provvista: solo quando è al suo colmo ed è tutta versata fino allo svuotamento, solo a quel punto aumenta. (…) Rimesso il pezzo al centro, non suona più estremista la richiesta di amare «in tutto il tuo cuore». «E in tutto il tuo fiato»? Pure. Con la pienezza di voce e di polmoni, con parole e con canti, con sospiri e singhiozzi e sorrisi, con tutta la varietà degli strumenti a fiato, con tutte le sfumature di volume dal bisbiglio al grido. La divinità vuol essere chiamata. Serve l’intera scorta di fiato fino all’apnea per poi riempire di nuovo gli alveoli. Ogni sportivo sa che la sua riserva è accumulata dall’allenamento che forza i limiti di tenuta e di resistenza. Così è la richiesta di amore «in tutto il tuo fiato»: ogni volta svuotato fino al bisogno violento di inghiottire altra aria da naso e bocca per proseguire, sollevando il torace per accogliere la nuova scorta, il fiato è forza di vita indipendente dalla volontà. Chi ama così, in tutto il fiato, non ha resto per altri pensieri, altre mosse. Chi ama così è intero, un’unica intenzione. È uno, come una è la divinità. Questo modo di amare, è il suo «uno a uno», che non è una x sulla schedina, non è pareggio, è saccheggio di ogni risorsa. In matematica uno per uno dà risultato uno. In amore uno per uno fa avvenire lo scambio, l’andata e ritorno da uno a uno. «In tutte le tue forze»: anche il resto del corpo, nervi, ossa, muscoli, organi, tessuti sono coinvolti dalla piena d’amore. Dopo cuore e fiato, fornitori d’ossigeno, tocca alle forze far reagire il corpo all’unisono. È un coro il corpo umano e solo nell’amore raggiunge la stessa nota, tonalità e volume. È strano come sia così esperta di fisiologia la notizia sacra. Esercita la sua presa sul corpo intero, lo coinvolge non come strumento, ma come fine dell’esperimento dell’amore, massimo sentimento estraibile dal giacimento delle risorse umane. Dopo cuore e fiato arriva il turno di prontezza del resto della persona. Le sue forze vanno ad aggiungersi spontaneamente alle altre due indipendenti. Non so se la teologia cristiana si sia già impadronita di questa trinità del corpo impegnata nell’amore. Dal mio punto di vista la somiglianza è fatta: padre è il cuore, figlio il fiato, spirito santo le forze riunite. Sono tre punti di un’unità tenuta insieme dal comando di amare. Senza questa energia che li concentra; cuore, fiato e forze si disperdono nei loro circuiti separati. «E amerai Iod tuo Elohìm»: il verbo imperativo è al futuro perché il traguardo di questa perfezione è fuori portata, ma chiama lo stesso in quella direzione. La divinità chiede amore perché esso colma chi lo dà, non chi lo riceve. Chiede amore non per riceverlo, ma per addestrare la creatura a darlo. Così il monoteismo ha fatto breccia nel fitto degli idoli e ha sbaragliato la loro concorrenza accampandosi in cuore, fiato e forze della persona. Ma non è solo affare tra divinità e creatura, questo amore. «E amerai il tuo compagno come te stesso», è scritto in Levitico/Vaikrà (19,18). È opera difficile. Qui per compagno s’intende il vicino, anzi il prossimo che è superlativo di vicino, cioè il più vicino a te. Perché non ti è imposto di amare tutta l’umanità, però quella che sta nel tuo raggio, che inciampa un metro avanti, quella persona sì. Nel comandamento c’è un tu e c’è una persona da amare, perché l’amore avviene da uno a uno”. (Erri De Luca Penultime notizie circa Ieshu/Gesù, ed. Messaggero 2009, 73-79)

Solennità della Ss. Trinità – anno A – 2014

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(nella foto: Villa Maria College Chapel – Santiago de Chile)

Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

“Gesù disse a Nicodemo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”

Dalle testimonianze dei vangeli sull’esperienza storica di Gesù emerge il rapporto unico e profondo che lo legava al Padre. La sua preghiera ne era un segno, il suo ritirarsi da solo sul monte per vivere un dialogo personale con l’Abba. E così anche l’orientamento radicale della sua esistenza di compiere unicamente la volontà del Padre. Il suo annuncio e testimonianza si possono sintetizzare nelle parole: ‘il regno di Dio è vicino’. Dopo la Pasqua la comprensione dei discepoli sulla vita di Gesù si apre a dimensioni nuove: essi scorgono allora che nei suoi gesti e nelle sue parole stava nascosto il mistero profondo della sua persona e della sua identità. Scoprono che Gesù non è stato solamente un grande profeta di un passato ormai concluso, ma è vivente, vicino che si dà ad incontrare. L’intera sua sua vita è stata segnata dalla relazione con il Padre, dal sapersi ‘mandato’ dal Padre: “Lo Spirito del Signore è su di me… Egli mi ha scelto per portare ai poveri la bella notizia della salvezza” (Lc 4,18). Ricordano quanto Gesù fece e disse quando era con loro e cercano di esplicitarlo. Nella luce nuova della Pasqua scoprono in modo nuovo che la vita stessa di Gesù affonda le sue più profonde radici nella vita di Dio, anche la sua morte è divenuto luogo dell’affidmaneto più profondo. Il quarto vangelo parla così del ‘Figlio’, colui che da sempre sta in rapporto di accoglienza e di dono nei confronti di Dio, il Padre principio di ogni cosa. A partire dal modo in cui Gesù ha vissuto, dal suo donarsi poco alla volta scorgono il volto di Dio narrato nei suoi gesti e da lui reso vicino: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito…”

Il volto di Dio è amore che si dona. Gesù, uomo che ha fatto della sua vita un percorso di dono e di servizio agli altri ha narrato il volto del Padre. Nella sua vita si scorgono dimensioni più profonde di quelle umane: è il messia, l’inviato, il servo che ha compiuto la volontà del Padre che nessuno ha mai visto. E’ lui, dice il IV vangelo, il Figlio del Padre, l’interprete del Padre per noi, colui che lo ha raccontato divenendo parabola di Dio: ‘Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere’ (Gv 1,18).famiglia1

Ricordarono anche le promesse di Gesù che aveva parlato loro di un Consolatore che sarebbe rimasto con loro, lo Spirito di verità.

Nel colloquio con Nicodemo, un uomo saggio ed in ricerca, Gesù parla del volto di Dio: è il volto di chi ‘dà’. C’è un dono del Padre e il dono del Figlio e tutti sono per la vita e la salvezza dell’uomo. Vivere questo incontro, dice Gesù a Nicodemo, non è questione di capacità o di sapienza umana, ma è opera di una nascita ‘di nuovo’ e ‘dall’alto’, opera non dello sforzo umano ma dello Spirito, da implorare e da accogliere. Così il IV vangelo esprime l’identità di Gesù: ‘io e il Padre siamo una sola cosa’ (Gv 10,30): tutta la sua vita sta sotto il segno del dono per farci entrare in questa comunione di amicizia con il Padre.

Gesù ha reso vicino il volto di Dio comunione: il suo progetto non è giudicare il mondo, ma che il mondo si salvi. E’ un volto affascinante e nuovo: ha i caratteri dell’amore personale, della cura e della passione perché tutto il mondo trovi salvezza. Paolo esprime questo dicendo che lo Spirito è la presenza Dono: “Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato” (Rom 5,1-5).

Le ultime parole della seconda lettera ai Corinzi, fanno scorgere il profondo legame tra il volto di Dio comunione e la nostra vita, vita non di schiavi ma di figli (cfr. Gal 4,6-7), chiamata ad accogliere il dono della comunione e a renderlo : “Fratelli, vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13).

Alessandro Cortesi op

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Il nome e il volto di Dio vanno venerati nel silenzio. E’ questa una attitudine propria degli autentici credenti che percepiscono la delicatezza e il rischio di un parlare su Dio che diviene immancabilmente una chiacchera umana, spesso vuota quando non ambigua. Una delle affermazioni meno considerate di Tommaso d’Aquino è che di Dio è molto più quello che non conosciamo di quello che possiamo pensare di conoscere. Per questo accostarsi a parlare di Dio può essere possibile solamente togliendosi i sandali. Un togliersi i sandali dovuto anche ai rischi del parlare di Dio riducendolo ad una costruzione che giustifica le ideologie umane, i sistemi di potere politico o religioso, le ingiustizie dell’iniquità e dello sfruttamento. In nome di Dio nella storia sono state compiute le violenze e le ingiustizie più atroci. Il suo nome è stato posto sulle bandiere di eserciti, inciso sui cinturoni dei carnefici di Auschwitz, invocato prima di provocare attentati o posto a sigillo di dichiarazioni di guerra fino ai nostri giorni. C’è una pronuncia del nome di Dio invano che è grande peccato del nostro presente quando non si legge il suo nome unito ai nomi dei sofferenti, degli oppressi e di chi chiede giustizia.

Una festa dedicata al volto di Dio Trinità può essere occasione per riflettere sul volto di Dio di Gesù Cristo partendo da quel passaggio fondamentale del prologo del IV vangelo: “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha raccontato” (Gv 1,18)

Due immagini nella storia dell’arte presentano la tradizione occidentale e quella orienatle sul volto di Dio di Gesù Cristo. Nell’affresco di Masaccio in santa Maria Novella a Firenze al centro dell’immagine sta il crocifisso: è l’uomo della croce morente che manifesta una umanità affidata totalmente affidata al Padre. La croce è tenuta dalle braccia aperte del Padre raffigurato nella classica iconografia di un anziano di anni, con lo sguardo fisso e la barba bianca. Non un Dio impassibile, ma un Dio della compassione e della sofferenza. Gesù sulla croce parla di “uno della Trinità che ha sofferto” come insistevano nei secoli dei dibattiti cristologici coloro che intendevano porre accento sulla identità divina del Figlio. Sulla croce la morte ha toccato la vita di Dio stesso: lì, nell’evento della morte di Gesù è narrato il volto di Dio. Paolo parla di Gesù come di colui che ‘mi ha amato e si è consegnato per me’ (Gal 2,20): la croce è rivelazione dell’amore che si affida e consegna fino alla fine.
L’affresco di Masaccio suggerisce anche un altro aspetto del volto di Gesù in rapporto al Padre. La centralità della croce nell’immagine parla della storia umana del profeta di Galilea: è una croce piantata sulla terra e dice riferimento all’intero cammino di Gesù. La vicenda di Gesù è segnata da una consegna, dal tradimento di qualcuno tra coloro che aveva scelto per stare con lui, e anche dall’abbandono di tutti gli altri. Gesù è consegnato ma tutta la sua vita nelle sue dimensioni più profonde è una consegna: ad una lettura più profonda si può vedere come Gesù liberamente si è consegnato, ha fatto della sua esistenza una pro-esistenza, un darsi fino alla fine per gli altri e in ascolto al Padre. La croce è evento che dice qualcosa di Gesù come ‘figlio’, presenza che sta in relazione. Ha inteso la sua vita totalmente nella relazione davanti al Padre, con lui e per l’umanità. Dio lo trattò da peccato in nostro favore (2Cor 5,21), è diventato egli stesso maledizione per noi (Gal 3,13;). L’intero percorso di Gesù comincia ad essere compreso dalle prime comunità cristiane dopo la Pasqua come una ‘discesa’: si è svuotato assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,7-8). Nel suo discendere Gesù giunge ad aprire e liberare gli abissi più remoti e lontani dell’esistenza umana: è quanto viene espresso in 1Pt 3,19: ” e nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere”. La sua discesa è svuotamento che giunge a toccare gli inferi, simbolo della solidarietà con tutti gli abbandonati della storia.

L’ora della croce in questo affresco è l’ora della grande rivelazione del Padre e del Figlio: il Figlio narra il volto di un Dio che discende negli abissi della morte, passa attraverso la morte, e si fa carico del peccato umano, vivendo così la vicinanza più radicale con la vicenda dell’umanità. Non un Dio lontano e impassibile ma un Dio che si carica del peccato per liberare l’umanità e aprirla ad una storia nuova. Non c’è più alcun luogo della storia che può dirsi lontano e inascoltato dal Dio di Gesù.
Sulla croce Masaccio presenta anche l’allusione allo Spirito. Nel IV vangelo al momento della morte ‘Gesù consegnò lo Spirito’ (Gv 19,30). Gesù consegna lo Spirito. La sua consegna al Padre, la consegna del Padre che dà il Figlio per la vita del mondo, si fa consegna dello Spirito. E’ dono del soffio che fa nuove tutte le cose, genera comunità, apre alla comunione. Lo Spirito è dono del Risorto per noi: sulla croce è così narrato un volto di Dio non solo come mistero del mondo ma come Dio amore, non solitudine ma relazione: il Padre fonte di ogni relazione e di ogni gratuità, il Figlio che da sempre si è lasciato amare e vive l’ascolto e la gratitudine dell’amore come obbedienza e risposta; lo Spirito vincolo del Padre del Figlio, presenza-dono, che unisce e tesse la comunione.

Nell’affresco di Masaccio il volto di Dio amore si comunica nella croce piantata al cuore della vicenda umana e della storia a coinvolgere una storia di chiesa, di comunità chiamata ad entrare in questa vicenda di incontro. L’uso della tecnica della prospettiva e la presentazione dei personaggi sotto la croce, con le figure dei committenti in un altro piano, è allusione ad un evento che percorre la storia, ad una comunione che unisce storia di Dio  e storia dell’umanità. Coinvolge coloro che, entrando a s.Maria Novella dalla porta di via degli Avelli dopo aver attraversato il piccolo antico cimitero, dopo essere passati attraverso il ricordo della morte, evocata anche nella parte inferiore dell’affresco (nella raffigurazione del cadavere con su scritte le parole: ‘io fui già ciò che voi siete, quel che io sono voi ancor sarete’) , si trovano coinvolti come figli, partecipi di una vicenda di amore, di vita, di risurrezione.

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Nella tradizione orientale una tra le icone che evocano la presenza di Dio descrivendo un evento biblico è l’icona dell’ospitalità di Abramo, opera del monaco Roublev: in essa si possono distinguere tre angeli raffigurati in una immagine che evoca la visita dei tre ospiti ad Abramo alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno (Gen 18). La quercia sullo sfondo e la roccia sono due simboli che ricordano come l’evento di Mamre è momento della rivelazione di Dio che sul monte si rivela e si fa incontrare ad Abramo nel momento dell’ospitalità offerta e ricevuta. In ogni gesto di ospitalità c’è una traccia di Dio.

I tre angeli sono per un verso uguali: i medesimi volti, i medesimi abiti che li coprono – pur se i colori con la loro simbologia, sono diversi – i medesimi troni su cui siedono come sovrani. Ma sono anche diversi: c’è un gioco di sguardi che traccia tra i tre una circolarità. Fonte e sorgente è il volto della figura dell’angelo di sinistra con il mantello dorato segno della trascendenza divina (figura che evoca il Padre) e passa per l’angelo al centro (il Figlio), in tunica blu e mantello rosso (evocazione della divinità, umanità e della passione), che china il capo in segno di accoglienza di una missione e di ascolto. Con la sua mano accenna ad indicare l’agnello posto al centro della mensa che sta nel mezzo. La corrente degli sguardi giunge all’angelo di destra (lo Spirito santo) unito agli altri due dal medesimo colore blu della tunica e con un manto verde, colore della speranza. Unendo i volti dei tre lungo le aureole con una linea si può così disegnare un cerchio e la loro posizione è tale che apre uno spazio di inserimento e di accoglienza da parte di chi si pone davanti all’icona. Ma anche i gesti delle mani e delle dita in qualche modo sono segni di un dialogo profondo e intimo, che avvolge da un lato i tre e dall’altro li apre ad accogliere in una ospitalità che si fa apertura e porto.

trinita-di-rublev-520x245L’unità dell’unico Dio, ci dice questa immagine, non è una realtà immobile senza vita e senza passione. E’ piuttosto un movimento senza posa, una danza di sguardi e di presenze, di parola donata e ricevuta. Il volto di Dio di Gesù Cristo è totale inabitare dell’uno nell’altro; è quella relazione che è nostalgia profonda di ogni relazione umana. Il rimanere l’uno nell’altro in una reciprocità di gioia e di dono. Ed è un continuo muoversi, una danza appunto, che sorge da un donarsi e da un rimanere, espressi nella sensibilità della teologia orientale con il termine ‘pericoresi’ (reciproco stare l’uno nell’altro). Lo Spirito in questa linea di lettura è l’estasi di Dio, colui che apre la relazione del Padre e del Figlio in una circolarità che si allarga. La chiesa è allora icona della Trinità, ma più profondamente tutta la vicenda umana, la struttura stesa dei singoli e delle comunità umane portano un’impronta di questa vita che è relazione come origine e sorgente e come patria e porto a cui tendere.

Alessandro Cortesi op

Solennità della Santissima Trinità – anno B

Dt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

Quale è il luogo di Dio? Se la terra è luogo della vita umana il luogo di Dio è lassù, nel cielo. Ma l’esperienza fondamentale di Israele è che Dio si rende vicino e scende  nel ‘quaggiù’, ascolta il grido degli oppressi, scende a liberare. Quaggiù, nel luogo della vicenda umana, la terra. “Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”. Se da un lato Dio è il lontano, non s’identifica con nessuna realtà della storia e non può essere confuso con alcun elemento della creazione – è  Signore, infatti e creatore, contro ogni idolatria – tuttavia è anche il Dio vicinissimo, unico e vicino, è coinvolto nella vita di un popolo chiamato a diventare segno per tutti i popoli. A lui rivolge la sua parola, offre alleanza: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa  e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?” La cosa grande è che Dio si fa vicino a un popolo piccolo, gli rivolge una parola.

Israele scopre così il volto di un Dio vicino. Dio chiama, sceglie non secondo i criteri della potenza ma si fa vicino ad  un popolo oppresso, si comunica per liberarlo. Il suo volto è quello di Dio liberatore. Israele è così continuamente chiamato a scorgere la voce di Dio che chiama nei segni della storia. Sarà sempre lì acanto alle vittime e nelle attese di liberazione. Stare in ascolto di Lui comporta uscire dagli schemi che lo pongono lassù, senza rapporto con il quaggiù. Non si può mai pretendere di possederlo o rinchiuderlo in pensieri umani. Il Primo Testamento è narrazione non tanto della ricerca umana di Dio, quanto del venire di Dio in cerca dell’uomo. E’ un venire, il suo, che continuamente si ripropone in modi nuovi, nella chiamata di un popolo che sia testimone per tutti del Dio che scende a liberare.

Gesù ha manifestato un tratto proprio che ha colpito i suoi ed è rimasto nella memoria di lui custodita dai vangeli: la sua vicinanza, il senso di affidamento a colui che egli chiama Abbà, Padre. A lui, l’Abbà, Gesù si affida senza riserve. Nei momenti decisivi della sua esistenza, nella sua preghiera, prima della passione nell’orto degli ulivi (Mc 14,36; cfr Gv 11,41; 17,1). E’ un rapporto di intimità particolare. Gesù vive la sua esperienza umana nell’affidamento radicale, nella fiducia che gli farà affrontare anche l’ostilità, il rifiuto, la morte nel mantenersi fedele a Dio, nella certezza che il suo regno si compie.

Gesù aveva comunicato ai suoi la sua fiducia parlando della preghiera. Preghiera non è sprecare tante parole come fanno i pagani, non è rivolgersi a un Dio lontano per controllarlo o piegarlo ai propri disegni, ma è aprirsi ad un rapporto con colui che Gesù chiama il Padre, l’Abbà. E’ Padre che ama e desidera vita e salvezza per tutti (Lc 11,1-4; Mt 6,9-13). Gesù usa questa parola così vicina all’esperienza umana dell’essere situati in un rapporto di amore: dietro quel volto del padre sta la tenerezza dell’amore femminile di un Dio che ha cura. Non il dio maschio e guerriero, ma il padre/madre che attende che abbraccia i suoi figli con tratto di donna.

Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù è così riconosciuto e chiamato come ‘il figlio’, che viene dal Padre. In lui ognuno è invitato a scoprirsi figlio del Padre e fratello suo. E’ l’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, quando Gesù dona ai suoi di vivere la gioia di una sua presenza nuova. Nello Spirito. Promette ai suoi che la sua assenza apre ad un incontro nuovo. Lo Spirito è presenza interiore, da inseguire, come il vento: nei vangeli si parla di lui come il grande suggeritore, colui che ricorderà tutto quello che Gesù ha detto (Gv 14,26)  colui che consola (Gv 14,15). In lui possiamo scoprirci innestati nella vita dell’Abbà, dono di comunione: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (cfr. Gv 14,20).

Paolo esprime questo con le sue parole ai romani: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abbà, Padre’. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Rom 8,15-16) .

Riconoscere Dio come  Abbà  è in radice un dono,  non viene da noi, è possibilità che può provenire dall’accogliere la presenza dello Spirito, dono della Pasqua (cfr Gv 20,22).

Queste tracce ci aiutano a scoprire che il volto di Dio che Gesù ci ha raccontato è volto di comunione, di amore che si dona e genera accoglienza. Ma ci fa anche  scoprire che la nostra identità più profonda, la chiamata che sta al cuore della nostra vita umana  è comunione, dono di sé, apertura all’altro, gioia dell’incontro.

Nel cuore della nostra vita, negli affetti e legami che viviamo avvertiamo una sete ed una nostalgia di comunione. In queste aperture del nostro essere possiamo scorgere da dove proveniamo. La parola di Gesù ci dice che la vita del Padre del Figlio e dello Spirito, una vita di comunione e relazione, è sorgente e grembo della nostra stessa vita. E’ anche il porto dei nostri giorni. Ed è questo motivo di speranza nei giorni e nella fatica del presente.

E’ anche ricco di provocazione leggere che nel momento in cui Gesù affida ai suoi la promessa, nel vederlo essi però dubitavano (Mt 28,17). Gesù affida il racconto del Padre del Figlio e dello Spirito alla pochezza e alla debolezza degli undici. Non dovranno abituarsi a questo diventandone i padroni, ma dovranno mantenere sempre il senso della loro pochezza e lo smarrimento. Scoprire il Dio lontano eppure il vicinissimo fa sentire piccoli e inadeguati. Gesù accetta anche il nostro dubbio. Proprio a chi dubita si affida, perché si possa riconoscere il volto di Dio amicizia sempre al di là eppure anche dentro la nostra esperienza umana laddove si sperimenta comunione, apertura sincera all’altro, relazione.

Alessandro Cortesi op

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