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Incontro sulla guerra in Ucraina

Incontro promosso da Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ e Giustizia e Pace – domenicani – provincia s.Caterina

SABATO 9 APRILE ORE 10-12.30

Link per collegarsi:

https://us02web.zoom.us/j/83238622784?pwd=anpxb3BzUHpqVGZ4NG9mS2M4azd5dz09

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V domenica di Quaresima – anno C – 2022

Lucas Cranach il vecchio – 1532 – Budapest Museo delle Belle Arti

Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”

Il messaggio del profeta suggerisce di guardare ad un’opera di Dio come germoglio che apre a vita nuova in un tempo di violenza e desolazione. Nel tempo dell’esilio il profeta indica una novità di piccoli germogli, come nel deserto questi segnano la gioia della vita che contrasta e vince l’aridità che sta attorno.

Il profeta annuncia una realtà nuova che porta a lasciarsi alle spalle la tragica esperienza dell’esilio. Invita a non lasciarsi imprigionare da cose passate, il ricordo della sofferenza, la distruzione di Gerusalemme, la devastazione del tempio, la deportazione verso i campi di Babilonia. E’ annuncio di un nuovo esodo, cammino che rinnova l’esperienza di incontro con Dio vivente e liberatore, il passaggio da un’esperienza di morte e oppressione ad una vita e speranza nuove.

La pagina del vangelo, considerata da molti come non appartenente al IV vangelo ma inserita come parte aggiunta, testimonia un aspetto dell’agire di Gesù e del suo sguardo verso chi è tenuto ai margini e condannato.

La vicenda è quella di una donna portata in mezzo perché sorpresa in adulterio. E’ portata lei sola, donna, e posta nella condizione di chi non ha alcuna difesa e sottoposto alla condanna. La sua identità è anonima, calpestata dal giudizio implacabile di maschi ipocriti: uomini che intendono di lapidarla ergendosi a detentori della moralità e giudici della vita altrui. Gli accusatori si rivolgono a Gesù con l’intendimento di presentargli un tranello e trovare motivo di accusa anche nei suoi confronti: lo interrogano infatti sulla questione se questa donna deve essere messa morte. Se egli prendeva posizione sulla liceità o meno della lapidazione si sarebbe posto in contrasto con un sistema giuridico, quello ebraico da un lato – perché essi leggevano nella legge di Mosé la prescrizione di lapidare – o con quello romano, perché solamente ai romani spettava il diritto di condanna a morte.

Gesù non accetta questa provocazione e sceglie il silenzio. E’ tuttavia un silenzio pesante e che reca con sè una provocazione. E’ una reazione alla violenza non nei termini della violenza, ma nella nonviolenza attiva. Inizia scrivere con il dito per terra: è un atteggiamento enigmatico che cela forse un riferimento alla voce dei profeti: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). C’è un adulterio profondo molto più grave di ogni mancanza di fedeltà umana, ed è abbandonare il Signore, scegliere le vie del potere religioso, del dominio e della violenza sugli altri al posto della fedeltà al Dio che vuole la liberazione dei suoi figli. Di fronte all’insistenza di chi voleva una sua presa di posizione Gesù non risponde alla loro questione ma ha parole che svelano l’ipocrisia: ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’. Queste parole racchiudono una critica radicale nei confronti di chi si atteggia a giudice implacabile degli altri. “chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”.

Il lento, silenzioso e progressivo andarsene di tutti i presenti, a cominciare dai più anziani, è momento sorprendente del racconto: questi uomini tronfi del loro potere sono smascherati nel loro preteso rigore che nasconde il grande peccato di tradire la fede d’Israele. Il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’, è una presa di congedo che lascia spazio solo al silenzio, in contrasto con l’agitarsi delle accuse e la violenza delle parola di accusa. La forza del silenzio di Gesù manifesta la sua opposizione nonviolenta alla violenza in atto, che addossava su quella donna una colpa per affermare un potere religioso e maschile.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: nel mezzo è indicazione non tanto della centralità di uno spazio, ma simbolo di un essere di Gesù nel mezzo della sua vita, nel profondo del suo cuore. La sua parola non condanna, è altra rispetto a tutto ciò che rinchiude la vita e la schiaccia. Fa rinascere ed apre una novità: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Dopo che tutti se ne furono andati Gesù rivolge alla donna un unico invito che è rivolto al futuro. Se c’è peccato è qualcosa che appartiene al passato: ‘d’ora in poi non peccare più!’. Queste parole recano con lor il, messaggio che il peccato è condizione che tutti coinvolge.  Per questo è relativizzato di fronte alla possibilità di un superamento ed alla novità offerta da Dio liberatore. Se da un lato c’è il peccato quale esperienza che segna il cammino umano è più forte il dono di speranza e di apertura ad un futuro nuovo che viene dallo sguardo di Dio. Gesù rende possibile questo nel suo stare lì davanti alla donna, nell’offrirle la sua presenza e il suo sguardo di bene: le apre possibilità di un futuro che è già cominciato.

Alessandro Cortesi op

Kyiv, Ukraine February 25, 2022. REUTERS/Umit Bektas

Responsabilità nel dilemma

Di fronte alla violenza non è facile prendere posizione: è la questione drammatica di questi giorni mentre giungono notizie e immagini delle devastazioni, della guerra che miete vittime tra la popolazione inerme, distrugge le abitazioni e infrastrutture della vita civile e demolisce ogni attesa e speranza delle persone, facendo il deserto: scene già viste a Grozny, ad Aleppo si ripetono. Ma sono anche le medesime scene dell’Irak, del Kosovo, della Libia, dell’Afghanistan. La barbarie s’impone quale spettacolo quotidiano e tragica realtà per milioni di persone. L’orrore della guerra con strumentazione bellica che causa devastazioni e dolori senza limite è la tragica realtà della guerra di questo tempo con potenza inaudita di morte. E per questo folle.  L’insegnamento che proviene dall’esperienza è che non c’è più alcuno spazio né per la guerra santa né per la guerra giusta. “Torniamo a pensare a questa mostruosità della guerra e rinnoviamo le preghiere perché si fermi questa crudeltà selvaggia che è la guerra” sono le parole di papa Francesco all’udienza del 30 marzo.

Raccolgo alcune voci, nel drammatico interrogarsi di chi si chiede quali vie seguire a fronte di questa aggressione brutale di Putin contro l’Ucraina per giungere ad un cessate il fuoco, per preparare una pace possibile, per orientarsi ad un futuro non per vie che prolunghino il conflitto rendendolo situazione endemica e con possibilità continue di escalation, né per vie che conducano a prospettive addirittura impensabili nel tempo delle armi atomiche e del possibile conflitto nucleare.

Paolo Naso in un suo articolo sulla rivista “Confronti” presenta il dilemma di chi si pone su posizioni pacifiste oggi: il pacifismo ha infatti  “di fronte a sé un dilemma morale che non può risolvere solo ideologicamente ma che impone un criterio anche etico e quindi una valutazione sulla moralità della resistenza. Da alcuni passaggi della Storia non si esce “in santità e purezza” e la resa umanitaria richiesta agli ucraini sarebbe il riconoscimento del potere del più forte e del più violento. Gli spazi di manovra sono stretti perché ogni mossa deve essere volta a sostenere il negoziato e a fermare il conflitto: quindi, più tecnicamente, è politicamente saggio e doveroso non istituire una no fly zone che potrebbe accendere altre micce in un campo già minato. Ma il sostegno alla resistenza ucraina può e deve essere altro. Sappiamo bene che non è condotta né da santi né da eroi senza macchia; sappiamo anche che al suo interno c’è una forte componente nazionalistica. Ma di fronte a noi, oggi, vediamo un popolo che, a larga maggioranza, si sta difendendo da un’aggressione violenta e irragionevole che non si ferma neanche di fronte ai civili inermi. Questo è ciò che abbiamo di fronte a noi. E ognuno è libero di voltarsi da che parte preferisce”. (Pace (e pacifismo) secondo giustizia, “Confronti” aprile 2022)

Stefano Allievi, sociologo dell’Università di Padova offre indicazioni sulle domande di chi in una linea di scelta nonviolenta si pone di fronte alla complessità del reale: “Chi si considera nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti, e si sottrae persino all’idea di prendere posizione di fronte ad essi. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni precedenti e alternative alla guerra. Sono un antico obiettore di coscienza. Per me impugnare le armi non è un’opzione. Credo che in molte situazioni (ma ho l’onestà di dire: non in tutte) sia possibile trovare mezzi diversi, e persino più efficaci, per combattere un nemico, un aggressore, rispetto all’uso della stessa forza che sta usando lui. Ma ho sempre pensato che questo valga per la mia coscienza. E non implica che sia sbagliato, o moralmente ingiustificabile, rispondere alla violenza difendendosi anche usando la violenza, da parte di chiunque. Tanto meno presuppone una superiorità morale di chi rifiuta di combattere, rispetto a chi sceglie di lottare: al contrario, bisogna riconoscere la virtù o il coraggio di chi si ribella all’imposizione, pagandone il prezzo, in qualsiasi modo lo faccia. Credo che di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina sia necessario prendere una posizione chiara ed esplicita a fianco dell’Ucraina. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi: a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque debolezza della parte aggredita; b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ong e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria, ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous; c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome del pacifismo, non è accettabile”. (Guerrafondai e pacifisti a parole? No, grazie La nonviolenza attiva faccia un passo avanti, “Avvenire” 1 aprile 2022)

In conclusione afferma “Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta”. indica qualcosa che può essere fatto oltre a vari tipi di impegno, la presenza di una solidarietà attiva contro la guerra e contro l’ingiustizia: con una grande marcia della pace.

E’ quello che sta già avvenendo in questi giorni: è partita oggi la carovana ‘Stop the War Now’ organizzata dall’associazione Papa Giovanni XXIII, con l’adesione di ottantanove organizzazioni religiose e laiche. «Il viaggio a Leopoli viene esattamente trent’anni dopo la grande marcia per la pace organizzata nella Sarajevo assediata proprio dal vescovo Bello, che all’epoca era il presidente del movimento cattolico Pax Christi» osserva Tonio Dell’Olio, discepolo e continuatore dell’impegno di don Tonino Bello, punto di riferimento del movimento pacifista italiano. “Riteniamo che il pacifismo e la nonviolenza siano più diffusi di quanto non si creda e che questo sia il momento di riprendere una costruzione dal basso. Ogni guerra è una sconfitta per tutti, e noi andremo a Leopoli incoraggiati dalla fierezza di papa Francesco che è andato oltre tutti i suoi predecessori, quando ha definito la guerra un atto barbaro e sacrilego» (R.Michelucci, Si parte ricordando don Tonino, “Avvenire” 1 aprile 2022).

Giulio Marcon su “Il Manifesto” peraltro ricorda come la scelta di aumentare le spese militari in questo momento costituisce una scelta foriera di ulteriore uso delle stesse in guerre e devastazioni: “Armandoci fino ai denti non ci sarà pace e sicurezza, ma solo crescita dei rischi di nuove guerre e di altre tensioni internazionali. È sempre stato così nella storia del secondo dopoguerra. E la guerra in Ucraina è solo l’occasione per accelerare politiche sbagliate fondate su un riarmo fonte di nuovi pericoli. Ecco perché la strada non può che essere quella della prevenzione dei conflitti, delle Nazioni unite e del disarmo”. “Rimane poi il nodo di fondo. A cosa servono le armi? Ad essere usate per la guerra. Ora la guerra, oltre che essere un crimine, ha dimostrato di essere negli ultimi 30 anni completamente un disastro, una distruzione di risorse e di vite umane, soprattutto dei civili. Fallimentare in Afghanistan dove, dopo aver speso una montagna di soldi (solo l’Italia 9 miliardi di euro) in 20 anni per la guerra, siamo al punto di partenza. Fallimentare in Medio Oriente, dove dopo due guerre del Golfo, non c’è certo sicurezza nell’area, né pace per i palestinesi. Fallimentare in Libia, dove – dopo i bombardamenti occidentali propedeutici alla defenestrazione di Gheddafi- da 10 anni si combatte una sanguinosa guerra civile interna e contro i migranti. E fallimentare sarà la guerra di Putin contro l’Ucraina” (Elogio del disarmo, ovvero finché non c’è guerra c’è speranza, “Il Manifesto” 1 aprile 2022).

E così osserva Fulvio Ferrario, rinviando in modo competente e profondo alla testimonianza ed alla riflessione di Dietrich Bonhoeffer: “L’ambizione, davvero non piccola, dell’etica della responsabilità consiste nel coniugare radicalità e realismo. Il suo fondamento teologico risiede nel fatto che Cristo è vissuto ed è morto nella realtà del mondo e non nell’empireo dei princìpi. L’etica della responsabilità ha una connotazione specificamente protestante, non priva però di interesse ecumenico, che riassumerei così: nel mondo intriso di violenza, nessuno ne esce pulito. L’etica non libera dal peccato, questo lo può fare solo il perdono di Dio. Il compito etico consiste nell’aiutare a vivere umanamente nel mondo attraversato dal peccato, il che comporta scelte inevitabilmente ambigue. Non esistono guerre giuste né, tanto meno, guerre sante. La responsabilità morale vive nello spazio della fallibilità umana, che cerca, come può, di circoscrivere le peggiori tra le conseguenze storiche del peccato. È sempre troppo poco, ma merita l’impegno più profondo” (Responsabilità, “Confronti” aprile 2022).

Alessandro Cortesi op

Leggere il presente: un incontro sulla guerra in Ucraina

Invito ad un incontro su: La guerra in Ucraina: le radici storiche, il ruolo delle chiese, le questioni aperte.

Dialogo con LUIGI SANDRI

(già inviato ANSA a Mosca e Tel Aviv, vaticanista rivista Confronti, quotidiani ‘Il Trentino’ e ‘L’Adige’)

VENERDI’ 1 APRILE ore 16-19.

L’incontro è promosso dal Centro Espaces Giorgio La Pira. e si terrà a distanza via zoom a questo link https://us02web.zoom.us/j/89833864389?pwd=SzZUOUdDUEFpa0ltcjNWc1RJbkh1UT09

ID riunione: 898 3386 4389
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Lettera di fr. Timothy Radcliffe alla famiglia domenicana in Ucraina

Riporto qui di seguito il testo di una lettera scritta da fr. Timothy Radcliffe ex Maestro dell’Ordine alla famiglia domenicana in Ucraina in una mia traduzione in italiano (originale in https://info.dominikanie.pl/2022/03/list-do-rodziny-dominikanskiej-w-ukrainie/) (ac)

Nella foto: fr.Timothy Radcliffe nel periodo del suo mandato come Maestro Generale dell’Ordine domenicano (1992-2001) in una visita in Ucraina

Lettera di Timothy Radcliffe op

Miei cari fratelli e sorelle di San Domenico,

il nostro fratello Jarosław Krawiec OP, Vicario Provinciale dell’Ucraina, mi ha chiesto di scrivere una lettera a tutti voi. Lo faccio con una profonda consapevolezza dell’inadeguatezza di tutto ciò che posso dire. Vi trovate di fronte ad una violenza brutale e insensata che supera qualsiasi cosa che io abbia mai sperimentato o possa anche solo immaginare, e quindi perdonate la povertà delle mie parole.

‘Io sarò con voi fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20)

Milioni di persone sono fuggite dall’Ucraina e hanno trovato rifugio nei paesi vicini, specialmente in Polonia, che ha ispirato il mondo con la sua accoglienza generosa. Grazie a Dio hanno trovato sicurezza e protezione lontano dal conflitto. Ma ringraziamo anche Dio che siete rimasti, fratelli e sorelle ucraini e polacchi, religiosi e laici, quando questo è stato possibile. In tutto il mondo, la gente sta leggendo le lettere di Fra Jaroslaw, e tutti ci siamo commossi quando ha scritto: “Abbiamo deciso di rimanere insieme al popolo in Ucraina. Abbiamo lasciato Kharkiv solo quando la città, compresa la zona intorno alla nostra casa, ha iniziato ad essere bombardata”.

Il Signore risorto disse ai suoi discepoli: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). La vostra presenza fedele è un segno del Signore che rimane in Ucraina anche ora e per sempre. A volte la cosa più importante che possiamo fare è semplicemente stare accanto alle persone nell’ora del bisogno. Il Figlio dell’uomo disse: “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36). Rowan Williams, l’ex arcivescovo anglicano di Canterbury ha detto: “Non me ne vado” è una delle cose più importanti che possiamo sentire. Come vorrei essere con voi ora. Quando vorrete che ritorni, lo farò il più presto possibile!

Ho ricordi veramente lieti delle mie visite in Ucraina quando ero Maestro dell’Ordine. Mi ha colpito la bellezza di Kiev, dove voi fate tanto bene, insegnando nell’istituto Aquinas, con la predicazione e le pubblicazioni.  Ricordo l’affollata città di Fastiv, la chiesa con il tetto di rame e il nostro modestissimo priorato composto da capanne di muratori che, a quanto pare, sono ancora in uso oggi e testimoniano la preoccupazione dei confratelli per la missione piuttosto che per le proprie comodità!  Poi c’era la tranquilla Chortkiv con i suoi ricordi dei domenicani martirizzati dal NKVD (servizi segreti di Stalin ndr) e più chierichetti in chiesa di quanti ne potessi contare! Ci sono state tante visite memorabili – per esempio, al palazzo vescovile nella storica Zhitomir dove, mi rattrista apprendere che i missili stanno ora distruggendo le case della gente. La presenza domenicana si è molto accresciuta dalla mia ultima visita e non posso immaginare come sia per chi vive oggi a Kharkiv, vicino al confine russo, città che è stata oggetto di così tanti attacchi missilistici.  So che ci sono domenicani anche a Khmelnytskyi e Lviv – che fino ai recenti attacchi missilistici sembravano abbastanza sicuri. Ovunque sono andato in Ucraina sono stato accolto da una calda cordialità e dalla tradizionale ospitalità slava.

Ricordo di aver visto Fastiv quando la chiesa era ancora in corso di riparazione e quando la Casa di San Martino, l’orfanotrofio, era ancora un edificio vuoto e un sogno nella mente del nostro incredibile fratello domenicano, Zygmunt Kozar, il cui cuore era sempre aperto per gli anziani e i poveri.  Il suo sogno è ora una realtà ed è meraviglioso vedere il nuovo ruolo che la casa di San Martino sta avendo come luogo di sosta per i rifugiati: alcuni di essi sono orfani in viaggio verso un luogo più sicuro in Polonia grazie ai vostri aiuti.

‘Fate questo in memoria di me’.

Ogni giorno siete uniti ai vostri fratelli e sorelle di tutto il mondo mentre celebrate l’Eucaristia. Di fronte alla violenza folle che sta tentando di distruggere la vostra bella nazione, ricordate l’Ultima Cena quando in quel momento davanti a Gesù sembrava esserci solo violenza e distruzione. La sua piccola e fragile comunità era sull’orlo del collasso e tutti i sogni per il futuro sembravano distrutti. In quel momento buio Gesù compì questo gesto di generosa speranza, donandosi ai suoi amici e a noi. Ogni eucaristia proclama la nostra speranza che la violenza, la distruzione e la morte non avranno l’ultima parola. Quando la sua vita stava per essergli tolta con la forza, si è fatto dono. È la medesima speranza e generosità eucaristica che la Famiglia Domenicana sta vivendo giorno per giorno in Ucraina. Quando si vive il Venerdì Santo, la Domenica di Pasqua si avvicina!

Questa guerra brutale contro i civili indifesi nelle città, nei paesi e anche nei piccoli villaggi dell’Ucraina è veramente scioccante.  Vediamo missili e granate deliberatamente puntati sulle case di persone comuni che non costituiscono minaccia per nessuno. Di fronte a questo l’Eucaristia incarna la nostra speranza che la pace del Signore trionferà.

‘Raccogliete i frammenti rimasti, perché nulla vada perduto’. (Gv 6,12)

Tutto il mondo domenicano si è commosso per i racconti di Fra Jaroslaw per la gentilezza e la compassione di tutta la famiglia domenicana in questo tempo terribile: la cura dei rifugiati, la visita ai malati, la preparazione del cibo, e il viaggio record di Suor Anastasia in auto a Fastiv con il forno per cuocere il pane! Penso che il suo angelo custode deve aver fatto gli straordinari!  Fra Jaroslaw ha scritto: “Sto imparando a conoscere questa nuova realtà e sto diventando più sicuro che, durante la guerra, ciò che è necessario non sono solo i soldati ma anche tutte le persone dietro le quinte. Consegnano cibo e medicine. E quando è necessario, evacuano le persone in luoghi sicuri”. Gli autisti, i farmacisti, gli insegnanti, gli infermieri e i medici e tanti altri che vanno avanti giorno per giorno sono un segno di speranza.

Talvolta può sorgere l’interrogativo su quale bene si stia realizzando. Come possono queste piccole azioni avere importanza di fronte al massiccio potere distruttivo di missili, carri armati e aerei? Ma il Signore del raccolto farà in modo che nessuna buona azione vada sprecata. Come tutti i frammenti sono stati raccolti dal pasto dei cinquemila, così nessun atto di gentilezza sarà sprecato. Egli produrrà frutti che non potremo mai immaginare.

Primo Levi, il chimico italiano, incontrò Lorenzo nel campo di concentramento di Auschwitz. Lorenzo gli dava ogni giorno parte della sua razione di pane. Scrisse: “Credo che sia davvero grazie a Lorenzo se oggi sono vivo; e non tanto per il suo aiuto materiale quanto per il fatto che mi ha costantemente ricordato con la sua presenza, con il suo modo naturale e semplice di essere buono….qualcosa difficile da definire, una remota possibilità di bene ma per cui valeva la pena sopravvivere. Grazie a Lorenzo sono riuscito a non dimenticare che io stesso ero un uomo.[1] Ogni atto di gentilezza e compassione è una testimonianza della possibilità del bene, della nostra umanità, che il male non potrà mai distruggere.

La verità vi farà liberi’ (Gv 8,32)

Si dice spesso che ‘la prima vittima della guerra è la verità’. Eppure la violenza che si sta consumando contro il vostro bel paese è il frutto avvelenato della menzogna. Noi domenicani, con il nostro motto ‘Veritas’, e il nostro amore per la verità, abbiamo una testimonianza speciale da dare oggi in un mondo che spesso non si cura della verità. Quando ho visitato Baghdad durante la sofferenza del popolo iracheno, mi sono commosso nel vedere l’Accademia di Scienze Umane di Baghdad, fondata dai nostri frati nel 2012. In tutto l’Iraq ci sono scuole gestite dalle nostre suore domenicane, segni che gli esseri umani possono fiorire solo se cerchiamo insieme la verità. Ogni scuola è un segno della nostra speranza per i nostri figli e il loro futuro.

Quindi è meraviglioso che nel mezzo di questa guerra insensata, i domenicani continuino a studiare e a insegnare. Ero presente all’inaugurazione dell’Istituto di Studi Religiosi di San Tommaso d’Aquino, gestito dai domenicani a Kiev negli ultimi 30 anni, e che continua il suo lavoro fino ad oggi. Fra Pietro continua a dare lezioni on-line sui Vangeli sinottici. Ogni ora di studio o di insegnamento è una proclamazione della nostra speranza che la violenza senza senso non avrà l’ultima parola.

La luce brilla nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. (Gv 1,5)

Nessuna cultura della menzogna può durare perché distrugge le basi della comunità umana. Fra Pawel Krupa OP, è apparso recentemente in una clip su TikTok. Qualcuno gli chiede: “Hai qualche messaggio per i giovani?” Lui risponde: “Capita che questa domanda sia fatta a un prete, e ancora più specificamente a un prete della Chiesa cattolica. Ho qualcosa per i giovani e per gli anziani. Cercate la verità e la verità vi renderà liberi…”.  In due o tre giorni, ci sono state 5 milioni di visualizzazioni. Ora si contano più di 10 milioni di visualizzazioni e 1,7 milioni di like. Pochissime delle persone che hanno messo ‘mi piace’ sapevano che Pawel stava citando Gesù, ma quelle parole del Vangelo hanno toccato una fame profonda: “Cercate la verità e la verità vi farà liberi”. Rendo anche grazie a Dio per tutti gli insegnanti e gli studenti e per i giornalisti che rischiano la loro vita per condividere con il mondo la verità della vostra sofferenza.

Ricordiamo anche i vostri fratelli e sorelle russi che hanno il coraggio di protestare contro le menzogne del Cremlino, anche a rischio del carcere. Ci hanno commosso le parole del cattolico russo che sono state lette dal pulpito in cui esprime la sua vergogna per quello che sta facendo il suo paese. Che espressione di coraggio e di speranza!

Così, fratelli e sorelle, siete abbracciati nelle preghiere e nell’amore della Famiglia Domenicana in tutto il mondo. Vi ringraziamo di essere lì, in questo luogo di follia, una testimonianza visibile del Cristo che sarà con noi fino alla fine dei tempi. Ringraziamo con voi ogni giorno nella suprema espressione di gratitudine, l’Eucaristia, il sacramento della nostra speranza, che la guerra sarà sconfitta. Ringraziamo per le azioni di compassione e delicatezza che sono i semi del raccolto che il Signore porterà. Possa la vostra ricerca domenicana della verità essere un segno che la cultura della menzogna che alimenta questa violenza non durerà. Che il Signore mi conceda di essere con voi in Ucraina il più presto possibile! E perdoni le mie parole inadeguate.

vostro fratello in San Domenico

Fra Timothy Radcliffe OP, Blackfriars, Oxford, Regno Unito, 21 marzo 2022.

(1) ‘Survival in Auschwitz’ The Tablet 21 January 2006.

II domenica di quaresima – anno C – 2022

Gen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. 18In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate”. Nell’atmosfera segnata dall’allunarsi delle ombre nel tramonto, in un clima di oscurità e terrore che avvolge il cuore di Abramo, un rito antico appare evocato: i patti tra popoli al termine di una guerra venivano stipulati ponendo una serie di animali squartati sul terreno e tra di loro si passava in segno di un impegno nuovo. Tale rito arcaico si collega all’espressione ebraica che indica il tagliare come riferimento ad un patto. In questa potente immagine sta racchiuso il messaggio di un patto tra Dio che chiama e Abramo il suo ‘amico’: è un patto in una relazione reciproca che impegna e coinvolge. Ma solamente un braciere fumante e una fiaccola ardente passano tra gli animali squartati: è impegno da parte di Dio, che garantisce una fedeltà come promessa. Questa va oltre ogni possibile risposta umana e rimane offerta unilaterale e ferma. Il braciere e la fiaccola sono simboli della presenza di Dio, che come fuoco illumina e consuma. Nell’esperienza che segna la vita di Abramo da quel tramonto l’alleanza si delinea  qual dono di fedeltà. Ad Abramo è richiesto l’abbandono, nella fiducia disarmata e di resa al Dio che non verrà meno alle sue promesse. Al centro dell’intera vicenda di Abramo sta il suo atteggiamento di fede: ‘Abramo credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia’ (Gen 15,7).

E’ questo un primo tema che richiama alla Pasqua come compimento della promessa di fedeltà di Dio ad Abramo e all’umanità.

Nel racconto della trasfigurazione di Gesù Luca che sul monte Gesù pregava. In un contesto di preghiera avviene qualcosa di nuovo e particolare: “il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”. Luca scrive per lettori che conoscevano i fenomeni della metamorfosi e descrive l’aspetto di Gesù come Mosè dopo essere disceso dal Sinai, con il volto risplendente di luce poiché aveva parlato con Dio (Es 34,29-30). Così nel dialogo con Mosè ed Elia l’intera vita di Gesù è evocata come cammino di un nuovo esodo. Israele era uscito dall’Egitto verso la terra promessa, così Gesù nel suo andare verso Gerusalemme guida un nuovo esodo. Si tratta di una salita che giunge alla croce a quel salire al Padre nella risurrezione: una vita nuova. Ed è salita che coinvolge l’umanità. L’umanità di Gesù, il suo volto trasparente di una luce nuova – è il grande messaggio di questo racconto che racchiude una riflessione sul mistero pasquale – è via per scorgere la chiamata per ogni uomo di vivere nella comunione con Dio. Il cammino di Gesù è orientato a Gerusalemme: nei tratti del suo volto crocifisso si può cogliere la luce dell’amore del Padre. L’invito che chiude questo episodio è ad ascoltare Gesù. Luca richiama all’ascolto di Gesù come via per entrare nella dimensione nuova della comunione con Dio orizzonte finale dell’intera esistenza.

Alessandro Cortesi op

icona ucraina del XIV secolo, villaggio Busovyska, regione di Leopoli, Museo Nazionale – Leopoli 

Trasfigurazone e sfiguramento

La festa della Trasfigurazione è momento particolarmente importante nella tradizione cristiana orientali e racchiude un profondo significato.

Nell’interpretazione patristica dell’evento sul Tabor, Mosè e Elia che conversano insieme con Gesù sul monte raffigurano l’intervenire insieme della Legge e dei profeti. L’intera storia di Israele è ricompresa e il punto per scorgere il senso dell’intero cammino di rivelazione è la passione di Gesù a Gerusalemme, la sua morte e risurrezione: il suo esodo nella Pasqua. Gesù, prima della passione manifesta la gloria che pervade il suo corpo. Anche questo elemento è letto dai padri in continuità con l’esperienza di Mosè sul monte Sinai (Es 24,9) e Gregorio di Nissa ricorda che “la manifestazione di Dio viene data prima a Mosè nella luce; poi egli ha parlato con lui nella nuvola” (In Cant 11).

La Trasfigurazione è così letta come manifestazione divina che rinvia alla comunicazione della Trinità nella luce. La voce del Padre, segno della presenza del Dio che non può essere visto, indica il Figlio amato. La nube luminosa evoca la presenza dello Spirito santo. Come al monte Sinai anche sul Tabor la nube manifesta e nasconde tale vicinanza e comunicazione. L’evento sul monte racchiude così un profondo messaggio sull’identità di Gesù stesso, il Figlio amato, e sull’identità degli esseri umani. Richiama infatti la vocazione propria dell’umanità a partecipare alla condizione divina del Figlio. Ogni uomo e donna può accogliere l’invito a lasciarsi trasformare dal dono di luce che avvolge l’umanità di gesù e la nostra umanità. Gregorio Nazianzeno ricorda: “l’uomo ha ricevuto l’ordine di divenire Dio secondo la grazia” (In laudem Basilii Magni). E Gregorio di Nissa gli fa eco: “essendosi avvicinata alla luce, l’anima si trasforma in luce” (In cant. V). Ma tale accoglienza di luce non è questione di un momento ma si delinea come cammino e progressiva salita.

Autori spirituali che coltivano tale orientamento, detti esicasti, come Simeone il Nuovo Teologo, Gregorio Sinaita e Niceforo Atonita parlano della trasformazione della vita dei credenti nella luce del Tabor. Tale luce proveniente da Dio e manifestatasi in Cristo è da accogliere e tale dono fa entrare in un cammino di trasformazione dell’interiorità. Nel profondo del cuore dell’uomo si rende possibile una presenza della luce increata resasi visibile nell’esperienza del Tabor.

A partire dall’evento della trasfigurazione di Gesù Gregorio Palamas (1296-1359) parla della possibilità di percepire da parte degli uomini le energie divine. “Cristo pertanto non ha manifestato un altro splendore, ma quello che deteneva invisibilmente: egli possedeva, nascosto nella carne, lo splendore della divinità. Quindi quella luce è la luce della divinità ed è una luce increata” (Omelia sulla Trasfigurazione, 12)

C’è un importante messaggio per tutti coloro che contemplano questa luce: “Colui che partecipa dell’energia divina diviene egli pure in qualche modo luce; è unito alla luce e con la luce vede in piena coscienza tutto ciò che rimane nascosto a coloro che non hanno la grazia; egli supera così non soltanto i sensi corporali ma tutto ciò che può essere conosciuto per mezzo dell’intelligenza, poiché i puri di cuore vedono Dio che, essendo luce, abita in loro e si rivela a coloro che l’amano, ai suoi diletti” Omelia sulla presentazione della Santa Vergine al tempio, Omelia XXXV).

Tali concezioni stanno alla base dell’arte di ‘scrivere’ le icone: la luce manifestata in Cristo sul Tabor apre la possibilità di poter avere una manifestazione visibile nell’arte.  In particolare nelle icone della Trasfigurazione ogni elemento è illuminato e l’icona stessa diviene finestra visibile che si spalanca sull’invisibile luce che trasforma l’esistenza. Al cuore di tale esperienza artistica e di vita nello Spirito sta la consapevolezza di una presenza delle energie divine nel mondo umano e della luce increata che si è resa visibile sul Tabor.

L’icona della Trsfiugrazione qui sopra proviene dall’Ucraina: risale al XIV secolo ed esprime questa mistica della luce. E’ conservata nel museo di Leopoli, dove in questi giorni anche le opere d’arte vengono ricoverate in luoghi sicuri per essere protette dalle bombe.

Contemplare l’icona della trasfigurazione in questo tempo in cui la guerra nelle forme devastanti di una violenza inaudita sta imperversando nell’Ucraina porta a pensare. C’è un contrasto straziante tra la bellezza e la luminosità di questa icona e le immagini di volti sfigurati, di corpi di inermi abbattuti durante la fuga, di donne spaventate insieme ai loro bambini nell’uscire dall’ospedale di Mariupol bombardato.

L’uso di armi che portano morte, macerie e dolore distruggendo case, palazzi, ospedali, scuole, ponti, – tutto ciò che è segno della costruzione di città, luoghi del vivere insieme – dimostra la follia che contrasta radicalmente con la chiamata a partecipare di una luce che compie l’umanità stessa.

L’aggressione militare russa all’Ucraina nel suo dipiegamento di potenza distruttrice sta manifestando la portata disumanizzante dell’uso delle armi, del potere basato sulla violenza ed è anche manifestazione del buio della ragione, di ogni sentimento di umanità.

Il dolore delle famiglie spezzate, la sofferenza delle vittime civili, la desolazione dei feriti, l’angustia di chi vive nelle città sotto assedio, il pianto dei parenti delle vittime, la disperazione di chi è costretto a rifugiarsi nei corridoi della metropolitana o nelle cantine è espressione di uno sfiguramento dell’umanità a cui la guerra e un intero sistema fondato sulla produzione e commercio delle armi conduce. Le immagini che sono comunicate da questa terra martoriata per opera di giornalisti attenti che non si fermano di fronte ai rischi pur di raccontare le sofferenze delle vittime, documentano uno sfiguramento della vita umana.

L’icona della trasfigurazione, nella sua fragile luminosità ricorda una alternativa possibile, richiama l’affidamento ad una promessa che non viene meno: in questa terra desolata e devastata la possibilità di accogliere una luce che viene da altrove ed esige un’autentica conversione dei cuori, un cambiamento per volgersi verso, in altra direzione… per rimanerne cambiati profondamente.

Alessandro Cortesi op

In preghiera per la pace

Questa sera 9 marzo 2022 a san Domenico Pistoia incontro di preghiera per la pace in Ucraina e in tutti i Paesi del mondo.

Chi desidera condividere questo momento può collegarsi via Zoom
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Qui sotto si può scaricare lo schema della veglia con i testi che saranno letti e le immagini

I domenica di Quaresima – anno C – 2022

Persone cercano rifugio dai bombardamenti nei parcheggi sotterranei e nella metropolitana di Kiyv

Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un Aramèo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero … Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, … il Signore ci fece uscire dall’Egitto … Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele.”

La fede di Israele trova sintesi in queste parole che erano pronunciate ad accompagnare un gesti di offerta: non un elenco di dottrine ma racconto che ripercorre i momenti di una storia in cui il popolo d’Israele ha incontrato Dio come presenza vicina, capace di chinarsi ad accogliere grido degli oppressi. E’ Colui che è sceso a liberare ed ha stretto alleanza con il popolo d’Israele. Il Dio biblico è riconosciuto come il “Dio dei nostri padri” presenza che si rende vicina, attua liberazione ed apre futuro. E’ il Dio ‘totalmente altro’, lontano e diverso dall’uomo, non riducibile ai suoi pensieri, e nel contempo il Dio vicino che si prende cura degli indifesi.

“ci fece uscire dall’Egitto.. ci condusse in questo luogo”: la terra è segno della sua promessa. Quel grido che del popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido dei popoli oppressi.

Luca nel suo vangelo presenta con accenti propri l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto. In particolare Luca situa il momento conclusivo di un confronto drammatico tra Gesù e il ‘divisore’ (il diabolos) non su di un alto monte (come in Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme,  al cuore della città santa. Gerusalemme nel vangelo di Luca ha un’importanza particolare: da lì tutto ha inizio e lì si compie il cammino di Gesù che proprio a Gerusalemme è condotto a morte. Luca intende indicare che la prova non è un momento passeggero o limitabile ad un evento, ma attraversa l’intera vita di Gesù e vede il suo culmine a Gerusalemme. Gesù risponde alle provocazioni con il rinvio alla Scrittura, all’esperienza della fede di Israele e di fronte alle tre prove la sua risposta è sempre rinvio alla fiducia in Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”. E sulla croce, a Gerusalemme, Gesù vive l’affidamento ultimo al Padre con le parole ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Le prove che Gesù deve affrontare riguardano il modo di essere messia. Innanzitutto non risponde alle attese di chi da lui attendeva facili risposte alle proprie esigenze con attenzione ai bisogni immediati: ‘Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane’. ‘Figlio di Dio’ era il titolo riferito al Messia (unto, consacrato) atteso come colui che avrebbe portato la signoria di Dio sulla terra. Gesù non intende la sua missione di messia in termini sacrali o miracolistici.

Egli non risponde neppure risponde alle attese di potere, tema della seconda provocazione: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo”. Gesù rifiuta la logica del potere e non intende essere un messia di tipo politico sul modello di coloro che sulla terra detengono il potere e impongono il loro dominio: ai suoi dirà “tra voi non è così”.

La terza tentazione riguarda un messianismo di tipo spettacolare: “Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: ‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano’”. Gesù respinge anche questa provocazione. Le sue opere di potenza non sono gesti spettacolari ma atti finalizzati a guarire, sanare, ridare speranza. Sono gesti che Gesù compie per lo più nella distanza dalla folla che ricerca prodigi e miracoli. L’orientamento della sua vita è nella scelta di povertà.

Luca colloca il racconto delle tentazioni di Gesù subito dopo la genealogia: in lui l’intera storia dell’umanità trova una risposta. Gesù la indica nell’affidamento a Dio, Padre misericordioso che scende a liberare i suoi figli. La quaresima ripropone  un cammino di fede che ponga al centro l’accoglienza dell’agire di Dio che scende a liberarci.

Alessandro Cortesi op

Yelena Osipova – sopravvissuta all’assedio di Leningrado – arrestata dalla polizia a san Pietroburgo mentre protesta contro la guerra. Nel cartello è scritto: “Soldato lascia cadere la tua arma e sarai un vero eroe”

No alla guerra

Alcune voci possono essere raccolte per guardare in faccia che cosa è la guerra, che cosa porta nella vita delle persone: desolazione, disastro, dolore, morte. Null’altro. Le persone, i popoli, le città non volgiono la guerra perché sanno tutto questo. Ascoltare alcune voci può essere improtante per far tesoro dello sguardo di chi la guerra l’ha vista non lasciandosi condizionare dalla mentalità di militarizzazione che prende i cuori e si concretizza nell’uso delle armi produttrici di morte e distruzione. La testimonianza di Francesca Mannocchi inviata a Dnipro in questi giorni ricorda io dramma e il dolore sordo delle famiglie spezzate:

“Dnipro. ‘Posso raccontare come ho combattuto e sparato, ma raccontare quanto e come ho pianto non posso. Questo resterà non detto. So solo una cosa: in guerra l’uomo si trasforma in un essere spaventoso e oscuro’ (Svetlana Aleksievic).

La guerra è un affare di chi muore o di chi resta? La risposta a questa domanda si consuma sui binari delle stazioni ucraine che stanno separando le famiglie. Stazioni come quella di Dnipro, ieri mattina: da una parte gli uomini che restano a combattere, dall’altra le donne e i bambini che vanno via, ammassati prima sulle scale, in attesa, poi sul binario, col treno che si avvicina, e da ultimo confusi in un groviglio di corpi che si spingono, allontanano le persone vicine dalle porte di ingresso, cercando di salire per primi, con una mano tenendo i figli, con l’altra una busta di viveri. La lotta a conquistare un posto che porti via dalla guerra, l’immagine di un’umanità sradicata dai suoi istinti primitivi. Il primo: sopravvivere. In questo conflitto che ha il suono delle sirene degli allarmi aerei e il colore dell’inverno a Est, si va a tentoni, smarriti. È smarrito chi osserva e fatica a orientare il tempo della guerra nello spazio che sembra appartenerci più degli altri scenari di battaglia (ma è un’illusione, le guerre, si è già detto, si somigliano tutte). È smarrita la politica che tenta ma non sa ancora come uscire dalla nebbia, fitta, di una minaccia che ha già cambiato tutto. E sono perdute le esistenze, trasformate in meno di una settimana in una formula che le accomuna tutte: la vita di prima. Nessuno sa come comportarsi, né cosa sia meglio fare, nessuno pare sicuro del senso del suo agire. (…)

Come si fa a raccontare ai bambini che si parte per una vacanza, mentre le donne intorno gridano, salutando gli uomini che restano a combattere, consumando un congedo di necessità. Donne che si guardano, chiedendosi chi sarà la prima a trasformarsi da moglie in vedova. La guerra è separazione. Padri, figli. Mariti, mogli. Misha è qui ad accompagnare le donne della sua famiglia. Ha settant’anni e sul binario uno della stazione di Dnipro ci sono le due figlie, i quattro nipoti. Le figlie non riescono a parlare, la più giovane si allontana una decina di passi ogni volta che le scende una lacrima. Poi lo prende per mano e gli chiede di salutarsi prima che arrivi il treno. Abbracciami qui, papà, non dal finestrino, non piangendo. E lui si allontana con i bambini, compra loro due pacchetti di caramelle, come avrebbe fatto una settimana fa, all’edicola della stazione, un giornale per lui, le figurine dei calciatori, un album. Il leccalecca. E prende i più grandi per mano, torna dalle figlie le bacia, con la delicatezza frettolosa di chi è sicuro di rivedersi presto, come quando si consuma un addio volendolo mascherare da arrivederci.

Il treno arriva dopo un’ora. E sono lì, centinaia più dei passeggeri che le carrozze potrebbero trasportare, a tessere la storia parallela, quella che non fanno i titoli dei grandi avvenimenti, quella che non fanno i numeri, e quella che si perde più velocemente: la storia delle vite umane, che non riescono a trovare le parole per dire perché si va via. Perché ci hanno fatto questo.

La storia della guerra è fatta dalle vita di prima attraversata da crepe. Dai volti degli uomini che restano fermi sui binari a guardare il treno che scompare, non trattengono più le lacrime perché non c’è più nessuno a cui nasconderle, stringono le spalle nelle loro giacche per proteggersi dal freddo e tornano nelle case vuote di una città che si prepara alla guerra. E dai volti delle donne ucraine che vanno via, con le lacrime trattenute da nascondere ai figli e un bagaglio di solitudine paziente”. (F.Mannocchi, Famiglie spezzate, “La Stampa” 2 marzo 2022)

Nel libro postumo di Gino Strada che sarà pubblicato a breve ed ha come titolo Non arrendimaoci alle guerre, è riportata la domanda di Einstein nel 1955: «Questo è dunque il dilemma che vi sottoponiamo, crudo, spaventoso e ineludibile. Dobbiamo porre fine alla razza umana, o deve l’umanità rinunciare alla guerra?». E ricorda il progetto di scienziati riuniti in quel tempo.

“Il progetto a breve termine era procedere verso un disarmo nucleare, riportando la distruttività dei conflitti almeno ai livelli precedenti a Hiroshima. «Dobbiamo cominciare a pensare in una nuova maniera. Dobbiamo imparare a chiederci non che mosse intraprendere per offrire la vittoria militare al proprio gruppo preferito, perché non ci saranno poi ulteriori mosse di questo tipo; la domanda che dobbiamo farci è: che passi fare per prevenire uno scontro militare il cui risultato sarà inevitabilmente disastroso per entrambe le parti?». Gli scienziati non usavano mezze misure, in gioco c’era la distruzione totale del pianeta. E allora, perché giocare? Sarebbe stato come organizzare consapevolmente l’Apocalisse: ce l’eravamo costruita in laboratorio quella possibilità. (…)

«Se un dittatore opprime il suo popolo dobbiamo lasciarlo fare?», «Ma se c’è un genocidio non dobbiamo intervenire anche con la forza per fermarlo?». Potrei continuare con il repertorio di chi si è arreso all’idea della guerra, di chi la difende la invoca la giustifica, di chi la decide e di chi la fa. Queste domande, però, hanno già ricevuto una risposta. Sappiamo esattamente che cosa è stato fatto finora, quale scelta è stata compiuta, molte volte, negli ultimi decenni. La risposta è stata quasi sempre la guerra. In un Paese, l’Afghanistan, si nasconde un terrorista di nome Osama bin Laden, mandante degli attacchi dell’11 settembre 2001: si bombarda il Paese, si radono al suolo villaggi, lo si occupa militarmente per 20 anni, spendendo miliardi di euro per fare «la guerra al terrorismo». Saddam Hussein non è più un alleato affidabile? Si inventano le prove che lo identificano come un pericolo, il Segretario Usa agita provette per l’esame urine al palazzo dell’Onu spacciandole per armi chimiche. Infine si bombarda l’Iraq, lo si occupa militarmente. Muhammar Gheddafi in Libia non è più l’amico che fornisce petrolio a mezza Europa? Nessun problema. Si bombarda, si forniscono armi ai suoi nemici, nuova benzina sul fuoco della guerra. Ogni volta la stessa risposta, la stessa scelta. Chi ha deriso il movimento per la pace, accusandolo di non sapere offrire alternative, non si è mai fermato a riflettere sulle conseguenze delle sue scelte. E allora, verrebbe da chiedere: come è andata con la scelta ripetuta della guerra in tutti questi anni? Come vivono oggi le persone in Afghanistan e Iraq, in Libia e in Siria e in tutti gli altri luoghi devastati dalla violenza? Che cosa hanno da mangiare, possono studiare, ricevono le cure di cui hanno bisogno? Quanti morti hanno dovuto piangere, quante sofferenze sopportare, quanto orrore hanno dovuto vedere? Non ne ho mai sentito parlare, da politici e militari. La vita, la dignità, la libertà, la sofferenza e la morte delle persone sembrano argomenti minori, anche rispettabili ma sostanzialmente marginali per chi si sente sulle spalle l’arduo compito di sovrintendere i destini del mondo. Dopo tutti questi anni di guerra, la sola realtà, la sola verità inoppugnabile è che quello strumento, quella scelta ancora una volta non ha funzionato. Non c’è bisogno di avere principi etici intransigenti, né ideologie particolari, per capire che la guerra come strumento non funziona. Basta un minimo di intelligenza, basta solo guardare le cose in modo obiettivo e senza pregiudizi. Chi ricorda «la guerra per far finire tutte le guerre» del presidente americano Thomas Woodrow Wilson? Era il 1916.La guerra, anche quella che si invoca o si fa per porre fine ad altre atrocità, «per far finire tutte le guerre», non può funzionare perché è di per sé antitetica alle ragioni che la sostengono: la guerra è la negazione di ogni diritto” (Gino Strada, Non arrendiamoci alle guerre, “La Stampa” 3 marzo 2022).

All’Angelus del 27 febbraio papa Francesco ha richiamato che chi fa la guerra dimentica l’umanità e si affida alla logica perversa delle armi, ha ricordato la povera gente vittima di ogni conflitto, della follia della guerra, ed ha citato l’articolo 11 della Costituzione italiana: “Chi fa la guerra dimentica l’umanità. Non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio. E si distanzia dalla gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra. Penso agli anziani, a quanti in queste ore cercano rifugio, alle mamme in fuga con i loro bambini… Sono fratelli e sorelle per i quali è urgente aprire corridoi umanitari e che vanno accolti. Con il cuore straziato per quanto accade in Ucraina – e non dimentichiamo le guerre in altre parti del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… –, ripeto: tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza. Perché chi ama la pace, come recita la Costituzione Italiana, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Art. 11)”.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1429 2.jpgIs 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Una delle pagine del secondo-Isaia, profeta del tempo dell’esilio di Israele, presenta l’enigmatico profilo del ‘servo di Jahwe’. Dietro a questo appellativo sta una figura difficile da cogliere, perché da un lato può essere riferito ad una collettività, forse ad Israele nella sua storia di popolo oppresso e colpito. D’altra parte alcuni tratti del servo sono riferimenti ad un individuo singolo. Il servo di Jahwé è un uomo che subisce rifiuto e oppressione, e per l’esempio della sua vita vissuta in fedeltà a Jahwé è sottoposto a tortura disprezzo e sofferenza fino alla morte. “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”.

L’autore di questa pagina accosta il ritratto di quest’uomo offeso e privato di dignità e bellezza all’immagine di una pianta appena nata in mezzo al deserto. Benché attorno a lui domini la violenza e l’offesa, che non portano vita, ma morte, aridità appunto, la sua testimonianza è per contro un segno carico di fecondità per altri. E’ come una radice in terra arida. Egli sperimenta la contraddizione e il rifiuto ma fa sorgere una vita nuova per tutti. “vedrà una discendenza, vivrà a a lungo”. Il suo soffrire è letto come luogo di salvezza per altri, come il rito di sacrificio che costituiva esperienza della vicinanza di Dio che offre salvezza e perdona i peccati. Con la sua vita compie il progetto di salvezza di Dio. Dio infatti è liberatore e desidera salvezza per tutti. Accoglie la fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ rimasto fedele, per riproporre per tutti il suo dono di salvezza. “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”.

Questa figura del servo di Jahwè è stata vista dai primi cristiani che leggevano le Scritture ebraiche come una prefigurazione del cammino di Gesù: la sua via appare come quella del ‘servo di Jahwè’.

Nel dialogo presentato da Marco al cap 10, Gesù risponde ad una esigenza di due discepoli che lo seguivano sulla strada: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Sorprende innanzitutto cogliere come Giacomo e Giovanni, i più vicini a Gesù, poco comprendano della sua via e del suo progetto. Marco è attento a sottolineare tale incomprensione e durezza di cuore.

Nelle parole di risposta di Gesù ai due desiderosi dei primi posti si fa riferimento a due simboli, il calice e il battesimo, indicazione velata del cammino di Gesù “Potete bere il calice che io bevo , o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nella Bibbia indica la situazione che gli empi devono subire. Nel salmo 75 si legge: “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra” (Sal. 75,9). E’ un segno che rinvia alla collera e alla condanna da parte di Dio nei confronti degli empi. Ma anche il calice è il segno della comunione con Dio e dell’offerta a lui del ringraziamento per la salvezza. Nei riti e nel momento dei pasti il calice significava tale comunione e tale offerta. Il simbolo del calice rinvia al fatto che Gesù ha preso su di sé la condizione di chi è più lontano, dell’empio e che la sua vita è nell’orizzonte della solidarietà con tutti, ed è una consegna radicale a Dio suo Padre e per gli altri.

L’immagine del battesimo o immersione indica lo sprofondarsi in una situazione di morte e di prova. Nel salmo 69,3 si legge: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. Gesù entra nel buio della morte e condivide tale condizione.

Ai suoi dice che non sta a lui concedere i posti nel regno: il ‘regno’ è dono del Padre e non dipende da quanto gli uomini pretendono o progettano. I due discepoli manifestano sicurezza e ingenuità nel dire ‘noi possiamo compiere questo cammino. Ancora non comprendono e sono chiusi nei loro schemi di affermazione.

Gesù intende condurli a concepire la vita e ad orientare le lor domande secondo orizzonti totalmente nuovi: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”.

La vita di Gesù si sintetizza in queste parole, la strada che egli sta percorrendo è quella del servizio e del dono di sè. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’.

“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Figlio dell’uomo rinvia ad una figura presentata nel libro di Daniele che viene a giudicare con il potere di Dio (Dan 7,13): il potere di Dio è una forza debole e diversa rispetto alle attese umane: si rende presente nel servire.

Gesù propone ai suoi un modo alternativo di vivere i rapporti con gli altri e nella stessa comunità chiamata a scoprire il senso del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova, alla ricerca della gratuità.

Alessandro Cortesi op

Kyrill - Bartolomeo

Inquietudini e rotture ad Oriente

Nelle chiese ortodosse sta accadendo qualcosa di importante e grave, una rottura che ha dimensioni e conseguenze difficilmente calcolabili per la vita dei popoli e per il cammino delle chiese. L’11 ottobre il Sinodo di Costantinopoli, presieduto dal patriarca Bartolomeo I, ha deciso “di procedere alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina”. Bartolomeo che è primus inter pares tra i capi delle chiese che costituiscono la Chiesa ortodossa orientale ha preso questa decisione in un quadro segnato dalle vicende storiche del passato e del presente.

Le motivazioni di tale scelta affondano le radici in una storia lontana e nelle vicende più recenti. Il cristianesimo giunse in Russia con la conversione del principe Vladimir di Kiev nel 988. Da Kiev quindi dall’Ucraina la fede cristiana si diffuse in Russia. Nei secoli l’importanza della chiesa russa è cresciuta soprattutto a seguito della caduta dell’impero bizantino quando Costantinopoli nel 1453 fu conquistata ai turchi. Mosca assurge così al ruolo di terza Roma nel cristianesimo. Nel 1589 il metropolita di Mosca si proclama patriarca della Chiesa russa e nel 1686 prende l’eredità del patriarcato di Kiev.

Nel 1991 dopo lo smembramento dell’Urss, la Chiesa ortodossa ucraina, legata a quella russa, si è divisa in tre parti: la parte più numerosa è composta dalla chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del patriarcato di Mosca; la Chiesa ortodossa ucraina dell’autoproclamato patriarcato di Kiev guidata da Filarete; una piccola chiesa autocefala, la chiesa ortodossa autocefala ucraina di Macario. La decisione di Bartolomeo I comporta di fatto la revoca di una decisione del 1686 che poneva Kiev sotto la giurisdizione di Mosca (cioè il Patriarca di Mosca aveva il diritto di ordinare il Metropolita di Kiev), affermado che la lettera sinodale dell’anno 1686 fu “rilasciata per le circostanze dell’epoca”. Viene quindi proclamata “la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli”. Le ultime due chiese (di Filarete e Macario) verrebbero così a formare la nuova Chiesa autocefala; ma questa, senza la Chiesa ucraina-russa rimarrebbe monca.

La Chiesa russa aveva preannunciato che, nel caso Costantinopoli avesse approvato la richiesta di indipendenza del patriarcato di Kiev, avrebbe proclamato lo scisma, cioè la rottura della comunione eucaristica con Costantinopoli. Così Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ha “sospeso la Comunione eucaristica” con Costantinopoli, annunciando la decisione durante il Sinodo del 15 ottobre u.s., a Minsk in Bielorussia. “Con nostro grande dolore”, si legge nella Dichiarazione del Patriarcato di Mosca, “i membri del Santo Sinodo hanno ritenuto impossibile continuare ad essere in comunione eucaristica con il Patriarcato di Costantinopoli”.

Le decisioni prese e la situazione di rottura prodotta avranno profonde conseguenze nei rapporti all’interno dell’ortodossia e nel quadro più ampio del mondo cristiano, e non sono senza risvolti di tipo politico.

Tutto ciò avviene infatti in un momento in cui il Cremlino dopo l’annessione della Crimea nel 2014 sta conducendo una politica imperialistica in Ucraina dove è in corso una guerra nella regione del Donbass.

“Da parte sua, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha legato le sue fortune politiche all’ottenimento della “autocefalia”. E, se il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov ha detto che la decisione dell’11 ottobre è “una provocazione organizzata dal patriarca Bartolomeo col diretto sostegno di Washington”, Putin ha convocato il Consiglio russo di sicurezza per valutare le conseguenze della contestata “autocefalia ucraina”. E la “prima Roma”? Sul suo versante, di fronte al tremendo dissidio Mosca-Costantinopoli, si trova in croce”. (Luigi Sandri, A oriente incombe lo scisma,“Trentino” 15 ottobre 2018).

Tra voi però non è così…  la parola del vangelo rimane sfida per una testimonianza di Gesù credibile nel difficile presente.

Alessandro Cortesi op

 

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