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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5343.JPGSir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

L’umiltà è attitudine che fa rimanere con i piedi per terra (humus). Porta a tener sempre presente la differenza tra la terra e il cielo, e soprattutto a mantenere coscienza del limite della propria vita. Anche le azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno le loro radici profonde nell’humus di un dono: non possiamo dire ‘nostro’ fino in fondo il cammino compiuto. Esso è piuttosto fioritura di una gratuità che precede sempre, di doni da riconoscere con umiltà. L’attitudine del vantarsi rivela immaturità e incapacità di giudicare, una radicale insipienza di fronte alla vita.

Gesù pronuncia una parabola a partire dal suo sguardo alla vita, osservando gli invitati nella casa di uno dei capi dei farisei: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti. Tanto spesso anche nella nostra esperienza quotidiana il problema del posto è rilevante: dal ‘posto’ prenotato e difeso con durezza quando si sale su un mezzo pubblico, al ‘posto’ come ruolo nella società, nel lavoro. C’è chi occupa i primi posti e chi all’ultimo posto o senza posto: il nostro mondo sempre più sta divenendo la ‘società dei senza…’: senza diritti, senza posti da rivendicare, senza cura e attenzione.

Così chi sta ai primi posti nella società è considerato più importante di altri, da riverire nel riconoscimento di meriti e capacità. Ed è bene che ai primi posti, i posti di responsabilità, di guida, di orientamento stiano persone che si distinguono per competenza, per preparazione, per faticosa acquisizione di esperienza e studio. Talvolta tuttavia chi è ai primi posti lo deve ad appoggi, a privilegi, a facilitazioni avute, quando non a malaffare. Ma nello stare in un posto nella vita c’è modo e modo di atteggiarsi: ci può essere la modalità di chi dà spazio solo a chi è tra i primi ed attua disprezzo verso chi sta agli ultimi posti.

Gesù non intende elaborare una teoria sui ruoli nella società. Propone invece con la sua parabola un cambiamento radicale da un modo di vivere secondo una mentalità di competizione, teso a superare gli altri. Propone uno stile di vita alternativo, in cui i rapporti sono intesi come opportunità di un cammino insieme, dove la vita dell’altro è vista come parte della mia stessa vita: un cammino solidale.

Ma nella parabola di Gesù non c’è innanzitutto un messaggio che smaschera ogni arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto vuoto. Il messaggio profondo della parabola ha una valenza propriamente teologica: Gesù sta parlando del volto del Padre. E tale messaggio implica la proposta rivoluzionaria di una modalità di rapporti nuovi in cui venga superata la discriminazione e la disuguaglianza.

E’ infatti il Padre ‘colui che invita alla festa di nozze. E’ lui l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. L’annuncio al centro della parabola riguarda il volto di Dio come ‘colui che invita’: è invito a scorgere l’annuncio della grazia del Dio che chiama ‘amici’ i suoi commensali. Da qui deriva la responsabilità di vivere nella propria vita la testimonianza di questa scoperta: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Il regno di Dio apre ad una situazione nuova di rapporti in cui l’attenzione principale è per coloro che sono agli ultimi posti. La nuova regola che Gesù propone ai suoi è di fare come il padre, che invita, che fa salire. E’ l’invito a prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi era considerato da escludere. Anche lo stare ai primi posti non ha altro senso se non quello di farsi accanto, nel sostegno e nella compagnia , condividendo il posto di chi è più svantaggiato. E’ occasione di dare, quando qualcosa si ha, sapendo di aver ricevuto, e di farlo con semplicità. Il suo invito è a far salire al primo posto chiamando ‘amici’ tutti coloro da cui non si può avere contraccambio: perché la gratuità è il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

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La vita dei senza…

Le vite ineguali… è il titolo di un libro dell’antropologo francese Didier Fassin che così scrive: “La vita dei senza. Che siano persone senza permesso di soggiorno, senza domicilio, senza cittadinanza, senza una terra, senza diritti, la possiamo comprendere solo in relazione alla vita dei ‘con’, per così dire, ovvero la vita di coloro che beneficiano di queste cose generalmente date per scontate in una relazione mediata dall’insieme delle istituzioni che contribuiscono a legittimare e mantenere tali disuguaglianze. (…) Considerare la vita nella prospettiva della disuguaglianza (…) permette di passare dall’espressione di compassione al riconoscimento dell’ingiustizia”.

La brava giornalista Francesca Mannocchi, autrice di Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi 2019), riprende le riflessioni di Fassin in un recente articolo su L’Espresso dal titolo ‘La vita dei senza’, del 25 agosto 2019 e scrive:

“I corpi, i volti degli uomini della Open arms (la nave con circa un centinaio di migranti bordo salvati nel Mediterraneo e costretti ad attendere per più di quindici giorni un porto sicuro dove sbarcare ndr) impongono di chiederci se possiamo dirci ancora capaci di ospitalità, del crocevia di cammini – per dirla con Edmond Jabès – che riconosce il valore di chi è accolto e, attraverso l’ospitalità, conferisce valore a chi accoglie. Raccontano la paura dell’hospes che può rivelarsi hostis, cioè dell’ospite che può divenire nemico, o peggio, capro espiatorio quando i sentimenti della cura e dell’ospitalità vengono negati. Perché è dalla nostra capacità di fare spazio all’Altro, qualunque Altro che inaspettatamente bussi alla nostra porta, che dipende la qualità del nostro cammino nel mondo. E con esso il nostro gradi di civiltà. La medesima radice può generare rifiuto o comunità, sta a noi decidere, sempre, da che parte stare. Decidere cioè se Hos diventi ospite, o se invece diventi ostile. (…) Lo straniero ci consegna domande ostiche: la vita di Te che mi tendi la mano ha lo stesso valore della mia? Lo straniero, non il migrante, il rifugiato, il richiedente asilo, il minore non accompagnato – lo straniero, non le griglie semantiche, le categorie burocratiche in cui vogliamo spingere le persone per semplificare le implicazioni sociali della loro biografie – lo straniero, colui che semplicemente diverso da noi perché proviene da un altro paese, ha una storia diversa dalla nostra, è banalmente nato altrove, ci affida con la sua presenza, con la sua richiesta di ospitalità, la responsabilità delle ‘politiche della vita che affrontino gli effetti delle disparità di trattamento e le configurazioni sociali che incorporano tali disuguaglianze. Mentre la politica nazionalista e sovranista, la politica dei confini, impugna rosari appellandosi al cuore immacolato di Maria, la politica progressista, moderna dovrebbe essere capace di leggere il mondo nella sua complessità e di relazionarsi a tale complessità non con soluzioni reazionarie e retrive ma incoraggiando la pluralità. Perché le vite sono plurali”.

Viviamo un tempo in cui la vita dei ‘senza’, di coloro che sono relegati agli ultimi posti e vengono esclusi perché non c’è posto per loro nel mondo impegnato alla rincorsa dei primi posti, è provocazione a scorgere la sfida della costruzione di una comune umanità plurale. Proprio il rapporto con chi sperimenta sulla sua pelle la vita ineguale è luogo di costruzione di un percorso altro, che sappia accogliere l’utopia lanciata da Gesù: ‘invita i poveri alla mensa … e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Apre l’orizzonte di una vita intesa non nei termini del commercio per cui tutto ha un prezzo e ad ognuno è richiesto di essere sempre più ricco per poter comprare, ma secondo un altro criterio che è quello del valore supremo dei volti sopra ogni cosa. I volti degli altri da riconoscere come appello a scoprire il proprio autentico volto e a condividere il comune invito alla tavola della vita.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_1241Sir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

Dio è glorificato dagli umili. Umili sono coloro che si sanno legati alla terra (humus). Vivono l’ascolto della terra che parla di limite, di relazioni, di fatica e di pazienza, di cose quotidiane e piccole, di vita e di morte. Essere umile è essere fedele alla terra. La terra parla di concretezza e di quotidiano, è grembo di aria, acqua che precede e supera. Manifesta realtà da conoscere, rispettare, coltivare, di cui aver cura. La terra indica un quaggiù in cui esercitare responsabilità. Maturare consapevolezza del proprio limite è grandezza, ed è cammino di umanizzazione. Anche azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno radici nella terra di un dono: tutto quello che abbiamo, facciamo o siamo non può essere ridotto a proprietà esclusiva: fiorisce infatti sul terreno di una gratuità originaria. Il vanto dei presuntuosi rivela una profonda insipienza di fronte alla terra. E’ invece l’atteggiamento degli umili che glorifica Dio: la sua grandezza capovolge i criteri della potenza umana. La sua presenza è nascosta e sta dentro la terra: il suo manifestarsi è nel farsi piccolo.

Gesù è uomo fedele alla terra: legge nei fatti della vita la traccia di Dio. Mentre gli invitati sceglievano i primi posti nella casa di uno dei capi dei farisei dice: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti: la ricerca dei primi posti prende tutte le energie della vita. Chi sta ai primi posti è personalità da riverire perché ha un qualche potere, dai più è visto come persona realizzata dotata di privilegi o di superiorità. I primi posti sono per i notabili e per chi esercita un dominio. Per tutti gli altri può non esserci posto secondo una visione esclusiva dell’esistenza.

Gesù capovolge questo modo di intendere la vita: la sua proposta scardina la mentalità della competizione e dell’esclusione. Non solo per qualcuno ma per tutti c’è un posto. Il suo invito è nella linea di vigilare per non pensare di essere superiori e di vantarsi rispetto agli altri. Gesù pone al centro lo sguardo ai rapporti e richiama ad uno sguardo solidale. Ognuno si ritrova ad avere un dono particolare e può svolgere compiti e servizi diversi. Ma ciò va fatto con semplicità. Il posto che ciascuna e ciascuno ha nella vita è punto di connessione tra tanti altri posti.

Gesù non solo smaschera l’arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto. Nelle sue parole traspare il volto di Dio. Il Padre è infatti ‘colui che ti ha invitato’ l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. Al centro della parabola sta una proposta sul volto di Dio come ‘colui che invita’. E’ lui che chiama ‘amici’ i suoi commensali e invita ciascuno ad un posto in una festa dove i posti sono tanti e dove ai primi posti sono invitati non i grandi ma gli umili. Da qui deriva un modo nuovo di vivere: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti’. Con queste parole Gesù smaschera la logica della corruzione dei rapporti, basata sullo scambio di favori, e capovolge le gerarchie; propone ai suoi di prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi viene escluso e non considerato perché non ha potere e non può contraccambiare. Avere un posto diviene così chiamata a condividere: aver cura di chi è lasciato all’ultimo posto, dare sapendo di aver ricevuto, con semplicità. La gratuità è il volto di Dio. Per questo ‘amici’ possono essere tutti coloro da cui non si può avere contraccambio.

Alessandro Cortesi op

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Invito

Terra Madre è il nome di una rete mondiale che associa insieme le comunità locali del cibo. A fondamento di tale rete sta un modo di pensare la vita nel senso della relazione e con al centro l’attenzione il cibo. Le idee ispiratrici di Terra Madre si sono tradotte in un progetto che coinvolge pescatori, contadini, pastori e agricoltori. Tutti produttori di cibo a piccole dimensioni attivi in diverse parti del mondo. Al cuore del progetto è porre attenzione alla dimensione locale e valorizzare il proprio lavoro, che proviene da saperi ereditati dalla tradizione. Connettersi in una rete offre un’occasione per dare al proprio lavoro una valenza di costruzione di relazione, una dimensione autenticamente politica. Un progetto che si pone in modo alternativo alle modalità di produrre consumare cibo nel mondo globale. Ancora oggi in un mondo che ha possibilità di produrre cibo per sfamare tutti, esistono intere regioni colpite dalla scarsità di cibo e un miliardo circa di persone soffrono la fame. Questo dato sconvolgente denuncia il fallimento di un sistema di produzione consumo del cibo che genera da un lato lo spreco e la sovrabbondanza e dall’altro la miseria.

Mangiare è il gesto che lega l’umanità alla terra in modo speciale, ma oggi il cibo per lo più è prodotto per essere venduto e non per saziare la fame di persone e popoli. “mangiare è un atto politico” è affermazione di Carlo Petrini, fondatore di Terra madre e autore del libro in cui offre una sintesi della sua visione Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo, ed.Giunti-Slow Food, 2010 e del più recente: Buono, pulito e giusto, ed. Slow Food 2016. Una alleanza nuova va oggi stabilita tra chi produce il cibo e chi si sfama con quel cibo. Al centro sta l’attenzione al principio della sovranità alimentare che consiste nel “garantire a tutti i popoli il diritto a una produzione alimentare sana, abbondante e accessibile”.

Al cuore del progetto di Terra madre sta la provocazione a far crescere la consapevolezza dell’importanza di ogni scelta anche piccola legata all’alimentazione, al cibo, dalla sua qualità, ai luoghi di acquisto ai modi di mangiare, al contrastare la logica dello spreco.

Come non farsi mangiare dal cibo è l’interrogativo che Petrini apre nella sua riflessione. Mangiare è possibile anche da soli ma è sempre un gesto che lega insieme perché quel cibo che sta sulla tavola proviene da una lunga serie di attività umane e di passaggi che tengono insieme lavoro di persone e la terra.Il cibo lega insieme esseri umani e terra nella scoperta di essere insieme partecipi e soggetti di un medesimo respiro e di una casa comune.

Tanto più quando si offre un pranzo o quando si accoglie un invito a mangiare insieme. Mangiare insieme è esperienza quotidiana ricca di una profondità spesso non considerata: è luogo possibile di un sistema diverso di intendere i rapporti tra le persone, i popoli, le tradizioni e le culture: mangiare è veramente un gesto che costruisce un modo di vivere insieme diverso e alternativo rispetto alle modalità dell’esclusione e del privilegio. “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti’.

Alessandro Cortesi op

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