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Riflessioni nel dibattito su unioni civili

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Come leggere la recente approvazione della legge Cirinnà? Vorrei evidenziare alcuni aspetti rilevanti anche per una considerazione da parte di chi si pone come credente di fronte ad un tema posto dalla vita e da trasformazioni in atto nella società, di fronte alla questione posta dal riconoscimento di diritti a livello legislazione civile e per orientarsi nel dibattito attuale.

Una prima osservazione riguarda la questione di considerare una determinazione legislativa per ciò che intende regolare e non per quello che si ritiene potrebbe implicare ma che non risulta presente nel testo. C’è infatti chi in modo semplicistico ha presentato l’intento della legge nei termini di una furbesca introduzione del matrimonio gay. E’ la posizione manifestata da uno tra i principali promotori del Family Day, presidente del comitato ‘Difendiamo i nostri figli’, Massimo Gandolfini, quando afferma che il testo della legge “tradisce le richieste del Family Day perché di fatto introduce il matrimonio gay” (riportata in La Repubblica del 25 febbraio). In modo più articolato tale obiezione è presentata da chi attribuisce alla legge di ingenerare una confusione tra l’unione civile (che per la Corte costituzionale deve fondarsi sull’articolo 2 della Costituzione) e la famiglia fondata sul matrimonio (basata sull’articolo 29).

Proprio su queste questioni non si dovrebbe ignorare il lavoro di elaborazione che ha condotto alla redazione di questa legge che costituisce un esito di mediazione tra diversi orientamenti di tipo etico e giuridico presenti nell’opinione pubblica e nel panorama culturale del Paese e rappresentati in Parlamento.

L’accettazione della laicità dello Stato è passaggio rilevante da compiere da parte di credenti e non credenti in una società democratica. Inoltre la funzione della legge non è quella di istruire una morale espressione di uno Stato etico, ma quella di regolare fenomeni in atto nella società segnata dal pluralismo di convinzioni, che esigono orientamento sulla base dei principi riconosciuti nel dettato costituzionale.

La legge va considerata quindi non leggendo eventuali intenzioni non espresse nel testo e non desumibili da esso, e nemmeno sulla base di considerazioni per cui se tale riconoscimento di diritti viene utilizzato in vista di altri scopi allora verrebbe meno l’esigenza di riconoscere questi diritti.

Entrando nel merito delle questioni una parte delle critiche alla legge si muoveva nella linea di non ritenere urgente un intervento del legislatore. C’era chi sottolineava la possibilità di un riconoscimento di diritti sul piano individuale, in riferimento ad una legislazione già esistente, e non all’unione civile in qualità di istituto.

Talvolta tale affermazione è stata posta insieme al richiamo all’urgenza maggiore di tutela dei diritti sociali e del diritto alla vita. A tal proposito si può osservare che l’espressione e attuazione di diritti fondamentali è un percorso che non può essere considerato in modo diviso e settoriale. Il riconoscimento dei diritti come percorso che esprime anche dei doveri relativi non può essere limitato ad alcuni ambiti e l’acquisizione di nuovi orizzonti non contraddice altri ambiti di diritti: per questo il riconoscimento di diritti politici non osta l’ambito dei diritti economici e questi ultimi vanno di pari passo con diritti sociali e civili.

E’ da tener presente che questa legge sorge da una condanna all’Italia dalla Corte europea di Strasburgo – che giudica sulla base della Convenzione europea, a cui l’Italia è vincolata dall’art. 117.1 della Costituzione – con sentenza del 21 luglio 2015, per non attuare i diritti fondamentali alla vita privata e familiare delle coppie omosessuali, così come già è avvenuto in tutti gli altri Stati europei.

La Corte costituzionale peraltro con due sentenze (138 del 2010 e 170 del 2014) ha ritenuto che l’articolo 2 della Costituzione fosse violato finché il Parlamento non avesse provveduto con una legge sulle unioni di persone omosessuali.

Una ulteriore considerazione rendeva importante l’elaborazione di un quadro legislativo: compito del diritto, di fronte al vivere sociale, non è l’affermazione di principi generali, ma quello di regolare le situazioni di vita esistenti secondo l’orizzonte dei principi riconosciuti nella Costituzione. Proprio il principio personalistico che ne sta alla base esige una attenzione allo sviluppo della persona come un dinamismo sempre da attuare. Oggi di fatto nel nostro vivere sociale sono già presenti forme diverse di vita familiare.

Monica Cocconi, giurista, credente e impegnata nella vita ecclesiale di Parma in questi giorni ha scritto una interessante riflessione delineando la complessità delle situazioni attualmente esistenti nella vita sociale: “Vi sono convivenze di fatto, nuclei monogenitoriali con minori, coppie sterili o adottive, coniugi rimasti soli per la morte del coniuge, nuclei riformati dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio, genitori separati e divorziati con figli e coppie omosessuali, talora con figli. A queste realtà negheremmo oggi con difficoltà, nella sostanza e nel linguaggio quotidiano, la definizione di ‘famiglia’. Appare quindi altrettanto inconcepibile negare a qualcuna di queste il riconoscimento dei diritti e l’imposizione delle responsabilità necessarie a garantire il rispetto e la dignità di ciascuna persona impegnata in una convivenza affettiva stabile, solo sulla base del suo orientamento sessuale. La fedeltà al dato costituzionale vigente va dunque necessariamente coniugata con il rispetto dei vincoli costituzionali europei e l’adeguamento al mutamento sociale in atto”.

Non dimentichiamo che l’ultimo intervento legislativo in Italia sulla vita familiare risaliva al diritto di famiglia del 1975.

La presa in carico da parte della legislazione di situazioni che oggi sono vissute da una parte della popolazione e provveda a garantire diritto alle persone che le vivono e ne sono – si pensi il diritto-dovere di assistere il partner bisognoso di cure, la reversibilità della pensione, i diritti in materia di successione, ecc. – non sembra essere alcun danno all’istituto del matrimonio riconosciuto dalla Costituzione e non genera di per sé alcuna confusione. La Corte costituzionale stessa nella sentenza 494 del 2002, aveva dichiarato che “la Costituzione non giustifica una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti”.

Tali diritti non sono da concepire solamente come diritti individuali perché esistono proprio in quanto quelle persone vivono in una condizione di coppia. Da qui l’esigenza di un istituto ad hoc. Parlare di diritti (e doveri sempre connessi) è in rapporto ad una stabilità di relazione affettiva e questo fatto non è solamente rilevante nella vita di due persone ma diviene importante nella dimensione sociale.

Proprio tale questione investe una visione comunitaria della società di cui cogliere le positività e le consonanze con una tradizione come quella cristiana segnata da una visione di relazione profonda ed essenziale tra persone e comunità e che fa uscire dalla dialettica di contrapposizione tra individuo e Stato.

In tale quadro di necessità di una legislazione che coprisse una condizione di discriminazione, la scrittura della legge si è mossa su di un piano di mediazione tra orientamenti diversi. Uno è quella di chi sosteneva e sostiene il matrimonio ‘paritario’ o ‘egualitario’. Secondo tale linea le unioni civili sono accettabili solamente se considerate un matrimonio ma solamente con nome diverso. In caso contrario si presenterebbe una discriminazione (che si scontrerebbe con l’art. 3 della Costituzione con la Carta europea dei diritti fondamentali in cui è sta cancellato il requisito della diversità di sesso per il matrimonio (S.Rodotà, La strada dei diritti, La Repubblica, 23 febbraio 2016; qui una sua intervista a La7 del 17 febbraio 2016).

Stefano Rodotà si è lamentato del non superamento di tale discriminazione nella legge Cirinnà approvata: “Ho sentito evocare la sentenza 138/2010 della Consulta, che porrebbe un vincolo insuperabile: non si può andare verso il matrimonio egualitario. Nella discussione sulla legge se ne è data una lettura ancora più restrittiva sottolineando in ogni occasione la distanza tra matrimonio e unioni civili. Ma c’è un fondamento comune nell’affetto, nella gestione della vita familiare, nella costruzione della genitorialità: i due istituti s’incontrano. La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2015 lo dice esplicitamente. Questa legge, che avrebbe dovuto sanare una discriminazione, non fa altro che ribadirla”.

Riguardo all’art. 29 della Costituzione proprio Aldo Moro all’Assemblea costituente aveva sottolineato l’intenzione sottesa all’espressione della ‘famiglia come società naturale fondata sul matrimonio’ non nel senso di restringere il modello di famiglia al dato biologico della diversità dei sessi ma nell’orizzonte di evitare l’ingerenza del potere dello Stato nella vita delle famiglie: nel tempo del regime fascista infatti ad es. attraverso le leggi razziali lo Stato era intervenuto pesantemente nelle dinamiche della vita familiare.

Un’altra tesi presente nel dibattito ma che non ha trovato piena accoglienza nel testo della legge è quella di chi sosteneva che fosse ammissibile la affermazione delle unioni civili a patto che mantenessero una differenza definita rispetto al matrimonio come presentato nell’art. 29 della Costituzione. E’ la tesi di chi sosteneva una rilevanza di tutelare le unioni civili ma in modi diversi dal matrimonio. Le unioni civili in tale prospettiva sono viste come formazioni sociali di tipo solidaristico e affettivo. Questa tesi traspare dalle dichiarazioni di Cesare Mirabelli presidente emerito della Corte costituzionale (L.Moia, Mirabelli: restano sovrapposizioni con il matrimonio, Avvenire 25 febbraio 2016) nella preoccupazione di limitare un riconoscimento solamente alcuni diritti a conviventi di fatto sia etero, sia omosessuali.

La linea seguita nell’impianto della legge appare un tentativo di mediazione e superamento della contrapposizione tra queste tesi. La scelta di mediazione è quella di una via che non è assimilabile all’affermazione del ‘matrimonio per gli omosessuali’ e tanto meno come introduzione surrettizia della possibilità di pratica dell’utero in affitto come proprio una certa visione semplicistica ha presentato nel dibattito mediatico.

Nella legge infatti si afferma il diritto per le coppie omosessuali di un istituto giuridico che assicuri la stabile convivenza e riconosca diritti e doveri derivanti da esso. In tal modo sono riconosciuti alle unioni civili tutti i diritti propri al matrimonio, ma riconoscendo una differenza per il fatto che l’unione omosessuale non esercita la funzione della procreazione. Come osserva Giorgio Tonini, senatore PD (Una legge buona e attesa da anni, L’Adige, 28 febbraio 2016) qui si situa la “differenza naturale tra la coppia di persone di sesso diverso e quella di persone dello stesso sesso” che, secondo l’ex-presidente della Corte ed ex-guardasigilli del governo Prodi, Giovanni Maria Flick, “non può consentire di evocare il principio di uguaglianza”.

Alle unioni civili tutti i diritti del matrimonio sono riconosciuti, come ha evidenziato Marco Gattuso, giudice del tribunale dei minori di Bologna dopo averli elencati puntualmente: “Insomma tutti, tutti i diritti conseguenti al matrimonio sono previsti anche per le coppie unite civilmente… Fatta salva la assai dolente materia della filiazione, la legge elimina in un sol colpo qualsiasi discriminazione fra coppie eterosessuali e coppie omosessuali” (Cosa c’è nella legge delle unioni civili: una prima guida, in www.articolo29.it).

La questione riguardante la filiazione appartiene all’ambito della differenza tra matrimonio e unione di persone del medesimo sesso, non della discriminazione.

La questione della stepchild adoption nel testo di legge si presentava come questione che faceva riferimento a due ambiti di considerazione: uno relativo alla solidarietà nella coppia e alla tutela del minore già figlio di uno dei partner. L’altro relativa alla filiazione. In questo caso rimane la possibilità per i tribunali di concedere l’adozione caso per caso, sulla base del criterio dell’interesse del minore. E su questo tema si aprirà la questione di una legge sulle adozioni sinora strettamente legate al matrimonio.

Sappiamo come attorno alla questione della maternità surrogata vi siano profonde obiezioni di tipo etico, condivise da persone di diverse convinzioni, e non solo religiose. Proprio la considerazione innanzitutto della tutela dei diritti dei bambini e l’attenzione a non favorire lo sfruttamento di donne che in situazioni di povertà sono costrette a prestare il proprio corpo per una gravidanza sta al centro. La preoccupazione per evitare ogni violazione della dignità delle donne e ogni tipo di commercializzazione del corpo sono motivi su cui promuovere una profonda riflessione etica.

Dal quadro che ho cercato di sintetizzare mi sembra che lo sforzo di elaborazione di questa legge sulle unioni civili costituisca una risposta ad una esigenza presente, che offre vie per ordinare forme di vita di fatto esistenti – e sinora oggetto di discriminazione – e le inquadra in un ordinamento dove non solo diritti sono riconosciuti, ma vi è connessa una esigenza di responsabilità. In questo si dà possibilità di cittadinanza riconoscimento e dignità a chi vive la condizione omosessuale e apre la possibilità di una società più giusta.

Il compito della legge è limitato: è quello di offrire strumenti per la vita del buon cittadino, non per educare ad una vita secondo i principi morali, ruolo proprio ad altri ambiti della vita sociale. In una società pluralistica tale elaborazione deve trovare forme mediazione tra le diverse componenti.

La presenza della chiesa dovrebbe essere quella di favorire lo sguardo alla crescita umana e ai fini dell’esistenza umana e di un vivere sociale nel senso della dignità e della solidarietà, dando valore a tutto ciò che riconosce dignità alle persone ed evita ogni esclusione.

In tal senso proprio l’orientamento della legge a muoversi sul piano della ‘formazioni sociali specifiche’ previste dall’art. 2 della Costituzione (non legando il riconoscimento delle unioni civili all’art 29 della Costituzione) dovrebbe generare un positivo riscontro in chi è attento ad una convivenza nella società che si attui secondo prospettive di responsabilità e di inclusione. Proprio tale orientamento permette di “stabilire un netto confine concettuale tra le due specie di ‘formazione sociale’: da un lato il rapporto matrimoniale che dà luogo alla famiglia, dall’altro il rapporto non matrimoniale che dà luogo all’unione civile. Fissata tale demarcazione, si può constatare senza angoscia il fatto che tra le due entità vi possano essere alcune zone di sovrapposizione, per i diversi istituti su cui si regge un rapporto di coppia, compresa la garanzia dei diritti dei minori coinvolti nel rapporto, che va comunque disciplinata” (D. Rosati, Le «formazioni sociali specifiche»: un cantiere da aprire, “SettimanaNews” 28 febbraio 2016).

Da parte della comunità cristiana legata ad una visione personalista e solidale della società potrebbe essere apprezzato e valorizzata l’esigenza ad un quadro normativo che indica una apertura ad un amore vissuto in termini di consapevolezza e di fedeltà. L’impegno per stabilizzare forme di convivenza e individuare forme normative per darne un istituto giuridico è un segno a mio avviso da apprezzare nella ricerca non solo di riconoscimento di diverse forme in cui la vita affettiva può esprimersi, ma di scorgere la dimensione di consapevolezza e responsabilità nell’amore.

Infine un’ultima osservazione. Il papa Francesco ha richiamato lo scorso novembre nel suo discorso nella Duomo di Firenze al Convegno ecclesiale della Chiesa italiana ad uno stile di chiesa segnato da tre caratteristiche: l’umiltà, il disinteresse, la beatitudine.

Sorge la domanda: quale tipo di chiesa può essere presenza che aiuta una società a vivere, e si fa compagnia dell’umanità a scorgere ciò che rende più umani? E’ una chiesa segnata da atteggiamento di separatezza, di rigidità, di condanna oppure una chiesa che fa suo impegno primario il tentativo di scorgere il bene ovunque esso sia, che può crescere, fiorire, mettendosi in ascolto delle relazioni di amore in cui è presente in modo sempre limitato un segno di un amore più grande? E’ una chiesa che alza la voce per giudicare persone o situazioni oppure è una chiesa che cerca di scorgere come nel cuore delle persone è nascosta una perla preziosa da scoprire, da far crescere? E’ una chiesa delle separazioni, del rigore nel riconoscere regolari e irregolari per procedere ad esclusioni e chiarezze oppure una chiesa appassionata dello stile di Gesù, capace di dare speranza a chi si sentiva non riconosciuto da nessuno, capace di dare tempo e offrire la sua ospitalità a chi viveva attesa e ricerca? L’ascolto nel cercare di comprendere le trasformazioni che oggi la società sta vivendo è luogo in cui ascoltare una chiamata a scoprire uno stile di essere chiesa, appassionata di una umanità in cui è presente una ricerca di senso, di vita, di umanizzazione.

Alessandro Cortesi op

Jean+Paul+Vesco

Riporto qui di seguito il testo dell’intervista di Luciano Moia a mons. Jean-Paul Vesco, vescovo di Orano (Algeria) pubblicata da “Avvenire” (9 marzo 2016).
“Chiesa, omosessualità, amore, castità, diritti, indissolubilità. Temi impegnativi che, nell’anno della misericordia, il vescovo di Orano, in Algeria, Jean-Paul Vesco, affronta in modo franco, con la consapevolezza di quanto prescrive la dottrina, ma anche del nuovo atteggiamento di accoglienza e di apertura sollecitato da papa Francesco. Domenicano per vocazione, avvocato per formazione, monsignor Vesco ha pubblicato nei mesi scorso un libro, Ogni amore vero è indissolubile (Queriniana, pagine 109, euro 119) che ha suscitato non poche sorprese, per il suo approccio originale al problema dell’amore indissolubile in rapporto ai divorziati risposati. Ora allarga la riflessione alle unioni tra persone dello stesso sesso.

Chiesa e omosessualità. Quale dovrebbe essere l’atteggiamento corretto?
Per la Chiesa non si pone il problema di “concedere diritti”. La Chiesa deve aprire le sue braccia e accogliere le persone senza condizioni. Quando un ragazzo, in una famiglia, rivela la sua omosessualità, la domanda per i genitori, per i nonni, non è di sapere se questa scelta è buona o sbagliata, se bisogna essere a favore o sono contro. La questione rimane quella di amare comunque, così com’è, il proprio figlio o nipote, di non giudicare. E offrire così tesori di intelligenza e di comprensione. Sogno che possa essere così nella Chiesa, che è una famiglia da cui nessuno deve sentirsi escluso.

Per la morale cattolica l’esercizio della sessualità tra omosessuali rimane, come recita il Catechismo, un «disordine oggettivo». Pensa che questa posizione dovrebbe essere riformulata?
Oggettivamente i rapporti sessuali sono guidati dalla complementarietà dei corpi e dei cuori, quello maschile e quello femminile. È in questa complementarietà che nasce e si sviluppa un bambino. La formulazione del Catechismo, certamente difficile da accettare, non dice nient’altro. Ma questo, dal punto di vista soggettivo, può rappresentare un ostacolo per una vita affettiva esigente e fedele in cui si può cogliere quell’amore bello e autentico che tutti sognano? Il confronto con la realtà mostra che questo esiste, e che è possibile.

Pensa che sia giusto aprire all’adozione per le coppie omosessuali?
Questo è il punto critico. Naturalmente, una relazione omosessuale non può prevedere la procreazione. È un dato di fatto. È anche chiaro che una coppia omosessuale possa offrire abbastanza amore per dare sollievo a un bambino adottato, gli esempi sono lì a mostrarlo, tutti certamente conosciamo dei casi. Ma, di fronte a un bambino voluto e progettato in vista dell’adozione da parte di coppie omosessuali, bisogna dire no. In questo passo si concentrano tutte la confusioni e tutte le manipolazioni che riguardano la procreazione. E questo mette in discussione il futuro dell’umanità.

Come comprendere l’amore omosessuale? Qualcuno ha prospettato anche per questi legami un significato di indissolubilità. È possibile ipotizzarlo?
Vediamo di capire bene il rapporto tra indissolubilità e matrimonio. L’indissolubilità è stata così caricata di peso teologico che ci si dimentica del significato originario. Il suo primo significato è che un amore umano, in cui davvero una persona impegna tutta se stessa, tutto il proprio essere, crea un legame definitivo che non si dissolve nella separazione. Un amore così segna tutta la nostra vita. Questo è il motivo per cui l’amore è una cosa “pericolosa”, e che una persona deve prestare attenzione a ciò che fa con il suo corpo e il suo cuore. Nella teologia cattolica non è il sacramento che rende matrimonio indissolubile, ma l’amore che si promettono gli sposi. Il sacramento dà particolare forza all’indissolubilità, che è già è presente, e la consacra. Sacramento del matrimonio e indissolubilità hanno dunque un legame di causalità reciproca, ma sono realtà di ordine differente.

Quindi non si può parlare di amore omosessuale indissolubile?
È possibile prendere sul serio una relazione omosessuale stabile e fedele, affermando però allo stesso tempo che è di natura diversa rispetto al matrimonio sacramentale tra un uomo e una donna, naturalmente orientato verso la procreazione. Ma questo non significa escludere che una relazione omosessuale possa avere caratteristiche di indissolubilità.

Non si tratta di una conclusione teologicamente rischiosa?
Rifiutando di ammettere che due persone omosessuali possono unire la loro vita in modo indissolubile, significa offrire a queste persone solo la possibilità di scegliere tra relazioni senza futuro o una castità intesa come l’astinenza dalle relazioni sessuali. Questa astinenza, per alcuni, può certamente essere intesa come vocazione. Ma se la Chiesa non ha che l’astinenza sessuale da proporre come modello virtuoso agli omosessuali, c’è il forte rischio che la dottrina sia salva ma che le 99 pecorelle del gregge siano abbandonate a se stesse, senza che nessun pastore abbia preso su di sé il loro odore.

E quindi cosa propone?
Quindi mi chiedo: gli omosessuali non hanno il diritto alla sfida della castità coniugale intesa come dono di sé all’altro nella fedeltà? Questa è una domanda seria.

Crede che la pastorale sia pronta a raccogliere questa sfida?
L’accoglienza delle persone omosessuali è una sfida che bussa alla porta di tutte le chiese del mondo, in ogni continente. Ed è un peccato che non sia stato possibile affrontare il problema con calma all’interno del Sinodo sulla famiglia. Non era forse ancora il momento giusto, ma lo è indubbiamente, e in modo davvero urgente, per le società civili”.

 

V domenica tempo ordinario – anno C – 2016

Pesca+Milagrosa_.jpgIs 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Il tema della chiamata è filo rosso delle letture. La narrazione della vocazione, di Isaia avviene nel tempio, luogo sacro, in un’atmosfera solenne, avvolta dal fumo degli incensi e da suoni di voci che inneggiano al ‘Santo’. Isaia avverte la sua piccolezza a contrasto con la magnificenza del luogo e delle sue liturgie. Percepisce le voci di un inno al Dio, unico Santo e alla sua gloria.

Toccato dalla manifestazione della santità di Dio, si sente schiacciato dal suo ‘peso’ (gloria) percepisce la sua fragilità. Si scopre uomo ‘dalle labbra impure’, che non può accostare il Santo. Irrompe un gesto simbolico, quasi un rito, ad opera di uno dei serafini: un carbone ardente preso con le molle dall’altare, gli viene posto sulle labbra. E’ fuoco di una parola che dovrà portare. La Parola del Dio potente e santo discende, si consegna e brucia le labbra impure che ne escono trasformate.

‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ ‘Eccomi manda me’. La risposta esprime una scoperta e consapevolezza nuova: è la risposta del profeta, che interpellato avverte la chiamata come una domanda che lo coinvolge. E’ chiamato a portare una parola non sua che l’ha bruciato dentro. La sua carne recherà quella cicatrice, segno di una ferita indelebile. La presenza di Dio chiede coinvolgimento e testimonianza: le labbra del profeta divengono memoria della Parola altra di Dio santo e della sua vicinanza che prende e trasforma.

Anche Luca narra una chiamata. L’ambiente è diverso: le rive del lago di Genesaret. Si può scorgere in questo racconto la memoria dell’incontro con Gesù dopo la risurrezione, riportato ad un momento della sua vita. Centro della pagina non è un miracolo di una grande pesca atto a suscitare il senso del meraviglioso, ma le parole e i gesti di Gesù che aprono a cogliere il significato del seguirlo.

Nel momento in cui Gesù termina di insegnare invita Simone. ‘Prendi il largo e calate le reti per la pesca’… Il suo insegnare si conclude con la richiesta di un’apertura, di una fiducia nuova: ‘prendere il largo’. Di fronte al fallimento Gesù solamente suggerisce nuovi orizzonti, al largo, e apre fiducia sulla sua parola: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso niente, ma sulla tua parola getterò le reti”. Una notte senza pesca, un fallimento si ribalta in una sorpresa per una pesca senza paragoni: “e avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”.

In un’immagine è presentata l’esperienza della comunità che si avverte svuotata dopo la fatica: il fallimento, la tristezza, la delusione, l’invito a ‘prendere il largo’, la sorpresa per qualcosa di totalmente nuovo. Irrompe un’abbondanza spropositata, inattesa e sconvolgente. Le reti stesse si rompono. L’apertura dell’incontro va oltre i mezzi, le reti utilizzate.

Pietro a questo punto riconosce in tale abbondanza la forza della parola: ha gettato le reti fidandosi di quella parola. La desolazione si trasforma in gioia, ma anche suscita in lui il senso del suo limite, la consapevolezza di indegnità. Si scopre peccatore, capace di indifferenza e di tradimento. ‘Signore, allontanati da me che sono un peccatore’. E’ la reazione dell’uomo religioso, che avverte impotenza e timore e vuol tenersi lontano, nella condizione del terrore davanti al sacro divino.

Come il carbone ardente sulle labbra di Isaia, ora la parola di Gesù rende Pietro un uomo nuovo. Da uomo ‘religioso’ è chiamato a diventare un credente, capace di affidarsi alla sola bontà di Dio. Non per la sua grandezza o purità, ma per puro dono di un amore gratuitamente ricevuto. La parola di Gesù è ‘non temere’. E’ un’eco dell’annuncio alle donne al sepolcro il mattino di Pasqua: ‘non abbiate paura’.

L’incontro con Gesù viene così descritto come superamento di ogni paura, liberazione dal peso di ogni indegnità. Pietro sarà così ‘uno di coloro che erano con Gesù’. Gli verrà ricordato da una delle serve nel cortile del sommo sacerdote (Lc 23,56ss.) proprio nel momento in cui Gesù stava subendo il processo. Pietro scoprirà nella sua vita di essere e rimanere uno dei suoi, e proprio nel momento più drammatico quando, nel medesimo istante, si stava sottraendo al suo maestro e veniva però raggiunto dal suo sguardo di amore. Nel suo essere tra coloro che lo abbandonò rimane ‘uno di quelli che erano con lui’, partecipe del cammino della comunità ‘uno dei loro’. Proprio nel suo peccato e nella sua lontananza è chiamato e salvato per essere ‘pescatore di uomini’ (non uno che porterà morte, ma ‘colui che porterà vita’): il suo prendere il largo avrà i caratteri del rapporto con altri trasmettendo vita, da quella parola accolta.

Chiamata è evento di incontro, di presenza interiore che spinge, apre, trasforma. E’ anche passaggio dalla paura ad una fiducia non basata sulle proprie grandezze, ma sulla scoperta della gratuità del dono di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Per grazia di Dio sono quello che sono

“Mi è chiesto un commento sulla nuova disciplina sulle unioni civili, cd. Cirinnà, come giurista, docente universitaria ma anche donna credente impegnata all’interno della Chiesa locale. Premetto che in queste settimane ho vissuto con fatica e disagio, sul tema, queste mie diverse ‘appartenenze’ nella ricerca di un’analisi fedele al dettato normativo ma anche filtrata dall’universo dei valori della mia formazione cristiana, sui quali cerco di fondare la mia vita. Questo scritto riflette dunque il difficile equilibrio che ho individuato fra queste mie diverse ‘radici’.”

Così inizia una puntuale e chiara riflessione di Monica Cocconi, giurista di Parma (consultabile nella sua versione integrale a questo link): ‘Le unioni civili tra diritto ed etica’. E’ un intervento che si muove a partire da una lucida considerazione delle questioni a partire dal riconoscimento dei diritti fondamentali, collocando la sua analisi in un riferimento attento al dettato della Costituzione nel quadro della giurisprudenza europea. Così infatti afferma: “Non ho condiviso, anzitutto, l’affermazione ricorrente per cui un intervento del legislatore sul tema delle unioni civili non è affatto urgente, data l’emergenza ben più pressante della tutela dei diritti sociali, imposta dalla crisi economica. L’attuazione dei diritti fondamentali, in realtà, è sempre essenzialmente indivisibile; ogni diritto è uno specchio o un Giano Bifronte che impone responsabilità e solidarietà parallele. Così proclama la stessa Costituzione nei Principi fondamentali, dove il riconoscimento dei diritti fondamentali, civili e sociali, all’art. 2, è associato al rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale”.

Chiarisce quindi che la condanna della Corte europea di Strasburgo (sentenza del 21 luglio 2015) all’Italia per non attuare i diritti fondamentali alla vita privata e familiare delle coppie omosessuali, così come già è avvenuto in tutti gli altri Stati europei, diviene a questo punto un obbligo non procrastinabile.

Segue una chiarificazione rispetto al riferimento all’art. 29 della Costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”): “E’ in ogni caso da escludersi, allo stesso modo, un’interpretazione dell’aggettivo ‘naturale’ utilizzato dall’art. 29 in relazione alla famiglia, inteso come riferito al dato biologico della diversità dei sessi che precluda il riconoscimento dei diritti civili ad una coppia omosessuale. Come precisò Aldo Moro all’Assemblea costituente l’intenzione del legislatore costituzionale era piuttosto quella di scongiurare un’ingerenza indebita dei pubblici poteri nelle dinamiche della vita familiare, non di irrigidire il modello familiare in uno specifico dato biologico”.

Oggi l’universo familiare si presenta in forme le più diverse, difficilmente assimilabili al modello ‘mamma, papà, bambino’. Compito del diritto, di fronte al vivere sociale, è regolare le situazioni di vita e non applicare modelli astratti e lontani. Così continua Monica Cocconi delineando la complessità delle situazioni attualmente esistenti nella vita sociale: “Vi sono convivenze di fatto, nuclei monogenitoriali con minori, coppie sterili o adottive, coniugi rimasti soli per la morte del coniuge, nuclei riformati dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio, genitori separati e divorziati con figli e coppie omosessuali, talora con figli. A queste realtà negheremmo oggi con difficoltà, nella sostanza e nel linguaggio quotidiano, la definizione di ‘famiglia’. Appare quindi altrettanto inconcepibile negare a qualcuna di queste il riconoscimento dei diritti e l’imposizione delle responsabilità necessarie a garantire il rispetto e la dignità di ciascuna persona impegnata in una convivenza affettiva stabile, solo sulla base del suo orientamento sessuale. La fedeltà al dato costituzionale vigente va dunque necessariamente coniugata con il rispetto dei vincoli costituzionali europei e l’adeguamento al mutamento sociale in atto”.

Infine conclude: “da credente impegnata nella Chiesa locale, aggiungo che proprio il Vangelo della Misericordia imporrebbe la massima delicatezza e rispetto umano nell’affrontare temi così legati alla vita intima e affettiva delle persone e l’astensione da alcun giudizio o condanna che possa ferirne la dignità o produrre inutili sofferenze”.

L’invito ad un atteggiamento che ponga al primo posto la considerazione ed il riconoscimento della dignità di ogni persona, che non sia occasione di condanna o di sofferenza per l’esclusione è quanto mai urgente. Questa riflessione mi sembra una parola saggia, a fronte di un dibattito in cui non si tiene conto della condizione delle persone, dell’autentica funzione della legge, e, per chi è credente, del valore di ogni vita umana immagine di Dio, e della fiducia nella grazia di Dio. Nella consapevolezza dei propri limiti, inadeguatezze ed anche della vicenda di peccato per ogni persona si apre la scoperta che ha dato speranza nella vita di Paolo: “per grazia di Dio sono quello che sono… la sua grazia in me non è stata vana”.

Alessandro Cortesi op

Verso il Sinodo dei vescovi sulla famiglia

Porta-della-Morte-Vaticano-1952-64(Giacomo Manzù, porta della morte, s.Pietro Vaticano)

In questi giorni in cui si rinnovano discussioni e manifestazioni su temi relativi alla famiglia e in cui peraltro ci si avvicina alla seconda sessione del Sinodo dei vescovi che si terrà ad ottobre prossimo, propongo una riiflessione, che suona come appello ed anche come suppllca.

E’ una pagina scritta da un laico credente, René Pujol. E’ una persona anziana. E’ stato negli anni giovanili presidente degli studenti cattolici di Tolosa. Dal 1974 al 2009 è entrato come giornalista in una casa editrice cattolica Bayard, in cui ha diretto per dieci anni la rivista Pèlerin. E’ stato hospitalier a Lourdes, catechista nella sua parrocchia, capo scout nazionale degli Scouts de France. E’ attualmente membro del Consiglio delle settimane sociali di Francia e della Conferenza cattolica dei battezzati francofoni (CCBF) amministratore dell’abbazia di Sylvanès (Aveyron). Nella sua riflessione dice esplicitamente di parlare a partire da un profondo radicamento nella chiesa in cui ha vissuto tutta la sua esistenza.

Pur non avendo occasione di conoscerlo personalmente trovo nelle sue parole un respiro che trasmette la serenità e la libertà del vangelo: sono parole cariche di umanità, di esperienza, di attenzione. Non sono parole che racchiudono esclusione, aggressività e nemmeno quell’attitudine di sospetto e di giudizio pretenzioso verso la vita degli altri che spesso segna i dibattiti in tale ambito. Sono parole buone di cui abbiamo tanto bisogno. Sono parole di un cristiano che proprio per la sua adesione a Cristo si sente chiamato a vivere un’ospitalità capace di compassione, a togliersi i sandali davanti all’altro.

Sono una indicazione che richiama a  mio avviso a quella attitudine evangelica che tanti, uomini e donne nella chiesa stanno cercando di vivere nel loro quotidiano, ma che proprio in virtù di una passione per il vangelo e per l’umanità, stanno attendendo anche come presa di posizione ufficiale da parte del magistero.  Propongo questa pagina in una mia traduzione. La versione originale francese può essere consultata nel blog di René Pujol dove si possono ritrovare anche le note e i riferimenti del testo. (a.c.)

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“Cari Padri eccoci ancora alla prima aurora di questo anno 2015 che vedrà il compimento del sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco.

Ne ho apprezzato l’intuizione, contento di ritrovarvi la generosità dello sguardo del Vaticano II che ha segnato la mia gioventù. Ho seguito la preparazione e poi i lavori della prima sessione, ho apprezzato la franchezza del dibattito, ho temuto per gli irrigidimenti suscitati dopo la relazione intermedia del card. Erdo, ho sofferto per il timoroso ripiegamento di cui è testimonianza la redazione finale dei Lineamenta, che vi sono stati inviati in prospettiva della sessione di ottobre 2015. So che i mesi che verranno saranno decisivi. Come invita la lettera del card. Baldisseri segretario generale del Sinodo, prendo la libertà di indirizzarvi questa lettera ‘aperta’.

Sono nato cattolico, in una famiglia molto credente, e lo sono rimasto sino ad ora, non avendo mai trovato ragioni sufficienti per rimettere in causa questa appartenenza e far vacillare la mia fede in Cristo. Che dire d’altro, senza cadere in forme di esibizionismo? Questo dice tuttavia il mio impegno costante da mezzo secolo nel seno della chiesa, e precisa il punto da cui vi parlo. E’ proprio dal cuore stesso di questo mio radicamento ecclesiale che vorrei dirvi, per il passato immediato la mia delusione, e per il futuro, che tenete nelle vostre mani, la mia fiducia e la mia speranza.

Mi è piaciuto il respiro del ‘rapporto intermedio’

Del rapporto intermedio, molto criticato, ho apprezzato soprattutto questo soffio di libertà che spingeva la chiesa a decentrarsi così come papa Francesco invita. Sicura della bella notizia che essa porta per la coppia e la famiglia, poteva offrire sul mondo uno sguardo ottimista e generoso. Il testo ci invitava a ‘percepire le forme positive della libertà individuale’, a ‘riaffermare il valore e la consistenza propria del matrimonio naturale’ e ‘riconoscere elementi positivi nelle forme imperfette’ del matrimonio civile, della coabitazione e della convivenza, come nei tipi di unione in cui si potevano ‘riscontrare valori familiari autentici’ laddove trovavano posto: ‘la stabilità, l’affetto profondo, la responsabilità di fronte ai figli, la capacità di resistere nelle prove’.

Ho apprezzato, a proposito dei divorziati risposati, l’idea che un approfondimento teologico possa aiutarci a superare l’unica apertura fatta a queste coppie di una ‘comunione spirituale’; così ho apprezzato il riconoscimento che ‘le persone omosessuali hanno doni e qualità da offrire alla comunità cristiana’ e l’invito a ‘prendere atto che esistono (in tali esperienze) casi di sostegno reciproco fino al sacrificio’ (§ 5, 18, 38 et 22). Come giornalista , ne sono stato testimone negli anni ’80, quando molti malati di AIDS, abbandonati dalla loro famiglia, anche cattolica, morivano nella solitudine avendo come unico sguardo amorevole, al momento del loro ultimo respiro, quello dell’uomo o della donna che condivideva la loro vita.

Se mi guardo intorno…

Ed ecco che la sintesi finale, approvata dai partecipanti al Sinodo romano, che serve ora come documento preparatorio al sinodo ordinario di ottobre 2015, al quale siete chiamati a partecipare, ritornava su queste affermazioni ‘audaci’. Come se, al termine dei loro lavori, ‘i padri sinodali (volessero) trovare i modi per riproporre la bellezza del matrimonio cristiano piuttosto che insistere sugli aspetti positivi delle situazioni problematiche’. Al punto di ricentrarsi sul primo punto rinunciando all’altro.

Cari Padri, se mi guardo intorno: i miei figli e nipoti, tutti in età per vivere l’esperienza di coppia, osservo una bella diversità di matrimoni religiosi o civili, PACS o semplici convivenze. Tra di loro ve n’è uno che ha fatto la scelta radicale di una vita monastica… ortodossa! I loro figli sono, in alcune famiglie, battezzati, in altre no; qualcuno ha celebrato un battesimo repubblicano in comune. Se offro uno sguardo alla nostra famiglia e ai nostri amici scopro vecchie coppie sposate, come noi, ma anche persone sole, o seconde unioni dopo il divorzio. E tra i vicini o conoscenti: omosessuali, coppie libere da ogni legame giuridico, altre che hanno stipulato i PACS o che si sono sposate da poco.

Mi trovo a vivere in mezzo a loro. Con felicità e riconoscenza. La domenica, alla messa, le porto senza differenze nella mia preghiera. Vedo in loro una testimonianza: di fedeltà nella coppia, di affetto reciproco e di sostegno, di responsabilità verso i figli, di capacità di resistere nelle prove della vita, di apertura agli altri… in breve tutte qualità percepite come costitutive del matrimonio cristiano per tutte e tutti coloro che accettano che Dio abbia qualcosa a che vedere con il loro amore! Ed essi sanno che verso di loro nutro rispetto, stima e affetto. E desidererei tanto renderli partecipi nella mia chiesa.

Queste ‘periferie’ dove sembra che non vogliate avventurarvi

Senza dubbio vivono in quelle periferie che papa Francesco ci invita a visitare, e dove al momento sembra volervi dissuadere dall’avventurarvi. A meno che vi sia qualche anima da riportare all’ovile. ‘Bisogna accogliere le persone, con le loro esistenze concrete, sostenere la loro ricerca, incoraggiare il loro desiderio di Dio e la loro volontà di fare pienamente parte della chiesa’. ‘Tutte queste situazioni devono essere affrontate in modo costruttivo, cercando di trasformare in occasione di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del vangelo’.

Vedete, cari Padri, coloro di cui vi parlo non esprimono necessariamente, oggi, un desiderio di Dio che li condurrebbe a voler far parte pienamente della chiesa. Vivono e sono contenti di vivere, apparentemente senza Dio e senza chiesa. Tuttavia, come laico credente, camminando da tanto tempo accanto a loro, con alcuni da sempre, desidero incarnare vicino a loro questa ‘arte dell’accompagnamento’ costitutiva del mio battesimo, che presuppone ‘di imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro’ quale che sia la sua appartenenza o il suo progetto di vita.

Quando la chiesa si rifiuta di vedere Dio all’opera nel cuore delle persone

Sulla situazione dei divorziati risposati osservo che vi è ormai proposto ‘un approfondimento ulteriore’ e su quella delle persone omosessuali, la ricerca di una attenzione pastorale in riferimento all’insegnamento della chiesa secondo cui: ‘non c’è alcun fondamento ad assimilare o stabilire analogie, neppure lontane, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia’. Ciò conduce al paradosso che la chiesa si rifiuta di vedere Dio all’opera nel cuore delle persone a meno che questo non corrisponda alla sua comprensione del piano di Dio. Senza neppure domandarsi se tale comprensione rimane valida!

Cari Padri, a distanza di qualche mese dall’evento che segnerà sicuramente la vita della nostra chiesa, misuro la vostra responsabilità e non dubito della vostra determinazione a volerla assumere in fedeltà alla parola di Dio. Sono consapevole dei mutamenti culturali che sono all’opera nelle nostre società e delle tensioni che sorgono dai nostri desideri contraddittori di libertà individuale e di servizio al bene comune. Comprendo la preoccupazione vostra di ricordare alle giovani generazioni come il cammino dell’amore, di fedeltà e di fecondità che è loro proposto risponde alle loro attese più profonde e che Dio può aiutarli ad assumerlo nelle prove della vita. Condivido lo sguardo pastorale al quale i Lineamenta invitano perché nelle nostre comunità nessuno si senta escluso, emarginato, disprezzato a causa di un suo fallimento, della sua sofferenza o del suo semplice desiderio di cercare la felicità.

Trasformeremo il mondo se non lo amiamo?

Ma gli altri, cari padri? Tutti gli altri che, per ragioni che sfuggono a voi e a me, si trovano indifferenti alla chiesa e alla religione? Tutti questi altri in mezzo a cui viviamo nel quotidiano perché sono i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini… non avremmo altro da dire loro che offrire loro un impossibile invito alla conversione? Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio? Se non sappiamo godere già del di più di umanità, di solidarietà? Se decidiamo di riservare il nostro sguardo e il nostro cuore alle sole persone che possono entrare nell’ambito della chiesa cattolica, apostolica romana? E saremo ancora fedeli al vangelo di Matteo 25, allo spirito delle beatitudini?

Cari Padri, non voglio abusare del vostro tempo che ci è prezioso. La XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo a cui siete invitati a partecipare ha per oggetto: ‘la vocazione e la missione della famiglia nella chiesa e nel mondo contemporaneo’. Abbiate il coraggio di discernere con noi, con generosità, in questo mondo contemporaneo così denigrato, l’ampiezza e la diversità dei semi del Verbo, per farli crescere insieme, sapendo che a Dio solo appartiene decidere delle condizioni di ingresso nel regno”. (René Pujol)

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