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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1254Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il capitolo 2 di Genesi è racconto che non intende ricostruire un passato primordiale, ma pone la domanda sul senso della vita umana e del cosmo. Nella vicenda della creazione in filigrana si deve cogliere il senso di un cammino che è il cammino umano. L’essere uomo è presentato nella sua condizione di solitudine e di desiderio di vivere in relazione con altre creature. E’ posto in un giardino, un mondo di creature belle che stanno attorno a lui e a cui è chiamato a dare un nome entrando in relazione. Nel racconto di Genesi l’uomo ha ricevuto il compito di dare un nome alle altre creature: “il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati”. Dare il nome è azione di chi è custode e si prende cura con attenzione. Ma emerge una apertura costitutiva del cuore a rapportarsi a qualcuno di ‘simile a lui’. “Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. C’è una sete di incontro che va oltre la presenza delle creature e della presenza di Dio stesso.

Nel cuore umano è presente il bisgono di un tu, qualcuno capace di pronunciare il suo nome: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sperimenta la mancanza di qualcuno che ‘gli stia di fronte’ capace di dialogo, di reciprocità. “E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Viene così descritto il dono di un altro a lui simile, una presenza che ‘sta di fronte’. E’ dono di Dio, e Dio agisce nel sonno di Adamo. “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. Al suo risveglio si trova di fronte una presenza nuova, segno di gratuità. E’ presenza inattesa e insperata: è parte di lui e nello stesso tempo è diversa: gli sta di fronte. ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’: così canta Adamo.

Questo dono è accolto con gioia e meraviglia: “…la si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”. I nomi che indicano uomo (ish) e donna (isha) sono uguali e nello stesso tempo diversi. La medesima radice che indica una comunanza nella medesima vita e nel contempo una differenza che indica l’impossibilità di pensare l’altro come uguale a se stesso ed apre all’avventura del riconoscimento dell’alterità e delle diversità per vivere un incontro nello starsi di fronte.

Da questo dono al principio sorge la chiamata a percorrere la storia dell’incontro. “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola”. La ‘carne’ che l’uomo e la donna sono chiamati a compiere è una vita, non è una teoria. E’ unità sempre da ricercare nella differenza e nel dialogo.

Dall’essere simili e diversi sorge la bellezza e la fatica della comunicazione. Bellezza perché da lì inizia l’avventura dell’inconro che porta ad uscire dalla terra, dalla casa di origine, da se stessi. Come nel cammino di Abramo è cammino di uscita e di fede. Fatica perché lo stare di fronte all’altro implica un cambiamento, l’apprendimento a non voler riddurre l’altro a sè. Il riconoscimento di essere simili carne della mia carne, può divenire incomprensione della diversità e della libertà dell’altro.

“E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie?” Gesù è posto di fronte alla provocazione di chi vuole metterlo di fronte alla legge e alle sue determinazioni che non considerano la vita e peraltro si pongono in un’ottica di discriminazione per cui l’uomo solo può ripudiare la moglie. La sua risposta è rinvio al progetto di Dio, che rinvia a quel principio dei racconti di Genesi, in cui è offerto non tanto la fissazione di una legge ma è delineato l’orizzonte ultimo a cui tendere. Richiama alla responsabilità del cuore. Dio ha un progetto di amore per ogni uomo e donna e Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri. Richiama così il disegno originario di Dio quale orizzonte di fondo che nessuna esperienza compie in pienezza ma a cui è chiamata a tendere in fedeltà alle sue chiamate.

Alessandro Cortesi op

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Incontro e chiusure

In un puntuale commento ai primi libri di Genesi sui racconti della creazione Lidia Maggi (Maschio e femmina Dio lo creò, “Esodo” 3,2018) sottolinea come la parola di Genesi ‘Facciamo l’essere umano a nostra immagine e somiglianza…” (Gen 1,26) possa essere interpretata nel senso di scorgere nel ‘noi’ plurale, soggetto del ‘facciamo’, come comprendente l’opera di Dio creatore e generatore di vita e l’opera stessa dell’essere umano chiamato a farsi in un divenire continuo. Quindi un riferimento a Dio e all’umanità contemporaneamente. Non si nasce umani, ma lo si diventa scoprendo la relazione che è chiamata nella vita. Il capitolo 2 di Genesi parla così dell’umanità impastata di terra (Adam da adamah/terra), in relazione con la terra, e situata in un legame con l’altro. L’impatto con la differenza e il cammino dell’incontro si attuano nella vita di coppia, nello stare di fronte all’altro, riconoscendone la diversità: “La creatura umana ha bisogno di un tu orizzontale, qualcuno che possa incontrare, in una relazione di riconoscimento e differenza” (ibid.).

Nell’incontro è presente una apertura ma anche l’ombra della crisi, quando il rapporto è inteso nel senso del dominio, dell’esclusività, del non riconoscimento dell’altro, della pretesa di ridurre l’altro/a a se stessi. L’esperienza di coppia come pure di ogni relazione può essere luogo di scoperta di un progetto di Dio del divenire umani, nell’incontro che cambia, che fa uscire da sé, in un esodo di liberazione, oppure può divenire il luogo di una chiusura che erige muri, esclude presenze e disumanizza:

“Nell’esperienza di coppia si può sperimentare una sterilità ben più tragica di quella biologica, quando l’io rimane ancorato a se stesso, quando l’in-contro avviene senza un’uscita dal sé originario (padre e madre). La coppia, come esperienza di eccedenza del sé, più che immagine radicale di tutte le altre alterità e del dinamismo della relazione, può deformarsi in esperienza difensiva di chiusura. La coppia, dogmatizzata, moralizzata, rischia di non rimandare più a quel laboratorio di passioni che si espandono, a quel giardino dove si impara un alfabeto che l’umanità è chiamata a parlare anche altrove. Se viene meno la dialettica dell’in-contro – e può venir meno persino in nome di Dio! – la coppia torna a vivere l’esperienza del bastare a se stessa. (…) Non è proprio questo un nodo del nostro presente? Dove l’esperienza di coppia perde il mondo, ripiegandosi in un’intimità, (…) incapace di scommettere sulla condizione relazionale dell’umanità intera, sulla sua irriducibile pluralità. La coppia funziona se c’è differenziazione, ma non solo al proprio interno; se non pretende di avere l’esclusiva sull’esperienza di alterità” (ibid.).

Intendere i rapporti nell’egoismo che chiude e impedisce l’incontro è la malattia mortale che contagia i nostri giorni. Esperienze di incontro, di novità di vita condivisa sorgono nelle periferie a ricordarci che l’avventura dell’incontro è possibile in termini nuovi quando vi è ascolto del grido dei poveri nella storia.

L’esperienza di Riace, un paese disabitato e abbandonato che negli ultimi vent’anni è tornato a vivere in virtù dell’incontro con gli immigrati è stato esempio di questa ‘possibilità dell’impossibile’. Ma in questi giorni il suo sindaco Mimmo Lucano è stato posto agli arresti domiciliari per la sua opera di accoglienza.

La Rete dei 164 Comuni Solidali italiani (Re.Co.Sol.) ha manifestato sconcerto a fronte di tale decisione del Gip: «Che nella Locride in cui la ‘ndrangheta spadroneggia si arresti Domenico Lucano è paradossale. Quando il sindaco di Riace fu accusato di molteplici reati non esitammo a schierarci dalla parte del sindaco certi della sua innocenza. Oggi nelle parole del Gip ne troviamo la conferma, Lucano non avrebbe colpe. Ma nel corso delle indagini sarebbero emerse altre irregolarità che oggi hanno portato all’arresto del sindaco di Riace» (da http://viedifuga.org/)

«Lucano – continua il comunicato della Rete – viene accusato di avere cercato di impedire, senza nessun vantaggio personale o economico ma per un senso morale di giustizia che degli esseri umani finissero nel limbo della clandestinità. Invece di un premio per la sua umanità, in una Italia in cui cresce l’intolleranza e si restringono gli spazi di libertà, riceve le manette. Noi continuiamo a stare con l’Italia che si oppone alle leggi razziali e all’odio. Con i tanti amministratori che sul territorio combattono una pericolosa deriva xenofoba e razzista. Domenico Lucano è colpevole del reato di integrazione. A lui, a Riace e all’Italia che non si arrende la nostra incondizionata vicinanza e solidarietà» (ibid.).

Riace è simbolo di una possibilità di intendere la vita umana non nella chiusura di riduzione dell’altro a se stessi, ma nell’apertura alla novità che sorge dall’incontro laddove c’è accoglienza. Per questo la solidarietà a Mimmo Lucano e a tutti coloro che collaborano alla sua esperienza oggi è scelta irrinunciabile per chi pensa che il futuro dell’umanità sia possibile se si costruisce convivenza solidale nel farsi carico delle sofferenze degli altri.

Alessandro Cortesi op

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