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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4106.JPGAt 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

“Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, …, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba durante il loro viaggio missionario si rivolgono per la prima volta ai pagani. E’ punto di svolta nella storia del cristianesimo primitivo. Matura una comprensione più profonda di scelte e gesti di Gesù. ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’ (Is 49,6). Il servo di Jahwè è presenza di luce, inviato a portare la salvezza sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione. Ad Antiochia si attua un passaggio che trova il suo fondamento nelle promesse di Dio

Sorge una comprensione del disegno di Dio come dono di salvezza per tutti i popoli. La scelta di Paolo e Barnaba si connota in continuità con la fede ebraica: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà alla stessa Parola.

Le parole di Paolo e Barnaba contengono una critica indirizzata a coloro che non accolgono il loro messaggio, ma anche a tutte le forme di religiosità che si rinchiudono e non si lasciano interrogare da un disegno Dio che va oltre i progetti religiosi umani.

Questa disponibilità ad accogliere il vangelo in modo nuovo, passaggio importante nella prima comunità cristiana, trova le sue radici nelle benedizioni di Dio che sono per Israele ma anche per tutte le nazioni.

La stessa chiamata fondamentale per Israele è di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita per tutti i popoli e le genti. L’elezione è uno dei cardini della storia del popolo d’Israele, ma essa è ordinata ad un disegno divino più ampio. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come iscritti nei registri dei nati a Gerusalemme, quindi cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli,: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Paolo e Barnaba ad Antiochia si lasciano convertire dalla forza della Parola: fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con il coraggio della fede, con l’attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito.

La pagina dell’Apocalisse presenta una visione con al centro l’immagine di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma si apre ad abbracciare ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. E’ la moltitudine di coloro che hanno tra le mani il segno della vittoria: hanno vissuto la prova e provengono da ogni direzione.

Viene qui riletto il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione termina con una parola di speranza e di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, è simboleggiata dall’agnello: Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono per tutti, nel segno dell’inermità e della nonviolenza, apre ad una comunione nuova possibile che non pone chiusure e limiti, si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

“le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Usando la similitudine del pastore Gesù parla del rapporto con pecore di diversi ovili: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17).

Il pastore ha un’unica preoccupazione, poter custodire e comunicare la vita. Nel linguaggio giovanneo ‘vita eterna’ non è realtà vaga e lontana, è piuttosto risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore. Vita eterna significa l’essere accolti e amati, nell’incontro con Dio – fonte della vita. Il Padre si fa a noi incontro nella presenza di Gesù ed apre possibilità di rapporti nuovi con gli altri.

Anche per noi oggi approfondire il nostro incontro con Cristo, agnello e pastore, è motivo per cercare come vivere l’esperienza di chiesa, non nella chiusura e nell’esclusione, ma in aperture nuove Le chiamate del Signore ci raggiungono nell’incontro con chi, apparentemente lontano, ci spinge a convertirci al vangelo come bella notizia di salvezza per tutti.

Alessandro Cortesi op

122893070_oDebolezza e comunità

E’ morto in questi giorni Jean Vanier. Aveva 91 anni. Nato nel 1928 in Svizzera a Ginevra fu attratto dalla vita militare. Entrò così molto giovane nel 1942 al collegio della Royal Navy (Inghilterra) e proseguì la carriera nella marina britannica e canadese.
Nel 1950 impressionato dagli effetti della guerra si dimette dalla marina e si dedica agli studi di filosofia iniziando una ricerca esistenziale. Visita in quel periodo una casa per persone disabili mentali a Trosly-Breuil, vicino a Parigi, animata da p.Thomas Philippe. Così egli ricorda quel momento: «Rimasi profondamente colpito dalle persone che erano diventate amici di p. Thomas. Ciascuna di esse era piena di vita, aveva sofferto molto e era grandemente assetata di amicizia. Con ogni loro gesto e ogni parola mi chiesero: “tornerai?” “mi vuoi bene?”»

Nel
 1964 decide così di stabilirsi a Trosly-Breuil (Oise) con due handicappati mentali. Inizia con questa piccola convivenza l’avventura delle comunità dell’Arche. Lì ha accolto, per più di 40 anni, un grande numero persone handicappate, condividendo il loro quotidiano e da lì le comunità de l’Arche si diffonderanno a partire dagli anni ’70 in tutti i continenti.

La sua esperienza ha posto al centro la dimensione della vulnerabilità e quella della comunità. In una intervista del 21 dicembre 2012 (nel sito http://www.lavie.fr) così parlava della sua scoperta del farsi debole come via di relazione e di incontro:

“Nella vita quotidiana, ho capito che per accogliere e amare una persona ferita, la mia motivazione non era sufficiente. Ho dovuto prendere coscienza della mia debolezza. Innanzitutto, ho capito che non potevo agire da solo, che avevo bisogno degli altri. Quando Pauline è arrivata all’Arche nel 1973, aveva 40 anni, ed era stata umiliata, rifiutata per anni. Per accogliere Pauline, bisognava che io fossi circondato da una comunità e da collaboratori che mi sostenessero. E, soprattutto, bisognava che io diventassi piccolo e umile, che rinunciassi ad essere dominatore, cioè ad essere quello che sa tutto e che dice a tutti quello che bisogna fare. Perché a Pauline non serviva un professionista che le “facesse” del bene. Aveva bisogno di una persona che le dicesse: “Sono contento di vivere con te.” Le persone con un handicap mi hanno quindi insegnato che, se mi credo forte, devo diventare debole”.

Richiamando l’insegnamento di Etty Hillesum ricorda l’importanza di scorgere nel pozzo del proprio essere una presenza nascosta di Dio stesso:

“Etty Hillesum si paragona ad un pozzo, in fondo al quale Dio esiste, ma che è ostruito da detriti. Quei detriti rappresentano la mia tendenza compulsiva a provarmi che sono migliore degli altri. Voglio essere riconosciuto, con dei titoli, delle etichette. È un modo di pormi in una gerarchia, spesso culturale, che mi rassicura. Ma Gesù mi dice: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi ricchi vicini, ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Allora sarai benedetto.” E aggiunge: sarò veramente felice quando le mie barriere, quelle del potere e del conformismo, cominceranno a cadere. È una lotta, perché la promozione e il successo sono al centro di tutto. Anche nelle scuole cattoliche, si mette al primo posto il 100% di successo all’esame di maturità… Il mio scopo è aiutare le persone a scoprire di essere un pozzo e che possono donare la vita nel loro incontro con l’altro. È una vera lotta in una cultura della normalità, in cui l’ossessione è mendicare l’approvazione dei capi, invece di aiutare le persone ad essere vere”.

All’inizio, l’Arca era una comunità formata soltanto da cattolici. Ma, quando giunsero come collaboratori anche persone di confessione protestante e anglicana Vanier allargò la sua visuale: la fraternità si estese anche chi apparteneva ad altre confessioni per un cammino comune. In India l’Arca si aprì a nuove presenze ancora: cattolici, musulmani e induisti. Fu un’ulteriore occasione per scoprire tutto ciò che vi era di comune, per pregare e celebrare insieme le feste di tutte le religioni.

Al cuore della sua vita e del suo riflettere sta anche l’esperienza della comunità:

“La comunità è il luogo nel quale sono rivelati i limiti, le paure e l’egoismo di una persona. Si scopre la propria povertà e le proprie debolezze, l’incapacità ad intendersi con alcuni, i propri blocchi, la propria affettività turbata, i desideri che sembrano insaziabili, le frustrazioni e le gelosie, gli odi e la voglia di distruggere. Finché si era soli si poteva credere di amare tutti e di andare d’accordo con tutti.

Quando i rapporti sono ravvicinati, quando si trascorrono alcuni giorni insieme a tempo pieno, quando i rapporti diventano stabili, forse addirittura quotidiani, allora ci si rende conto di quanto si è incapaci di amare, di quanto si rifiutino gli altri, di quanto si è chiusi su di sé. E se si è incapaci di amare, che resta di buono? Non c’è più che disperazione, angoscia e bisogno di distruggere. Allora l’amore sembra un’illusione.

La vita comunitaria è la rivelazione penosa dei limiti, delle debolezze, delle tenebre di ogni essere; è la rivelazione, spesso inattesa, dei mostri nascosti dentro di noi. È difficile accettare questa rivelazione. Si cerca di allontanare rapidamente questi mostri, o di nasconderli di nuovo, di illudersi che non esistano; oppure si fuggono la vita comunitaria e le relazioni con gli altri; o ancora si pretende che quei mostri siano negli altri e non in noi. I colpevoli sono sempre e solo gli altri …

Ma la ferita che tutti portiamo in noi e che cerchiamo di non vedere e di fuggire, può diventare il luogo dell’incontro con Dio e con i nostri fratelli e sorelle; può diventare il luogo in cui impariamo ad amare, ad avere compassione degli altri”. (Jean Vanier, La comunità: luogo del perdono e della festa, Jaca Book, Milano 2000, 44-45.47)

“All’inizio la «comunità» può essere una madre che nutre. Ma col tempo, ognuno deve scoprire il suo proprio nutrimento attraverso le mille attività della comunità. Può essere una forza data da Dio, che viene in aiuto alla sua debolezza e alla sua insicurezza per aiutarlo ad accettare la ferita della sua solitudine, del suo grido di sconforto” (ibid. 221).

“La comunità deve essere segno di risurrezione. Ma una comuni- tà divisa nella quale ognuno va per la sua strada, unicamente preoccupato della propria soddisfazione e del proprio progetto perso- nale, senza tenerezza per l’altro, è una contro-testimonianza. Tutti i rancori, le amarezze, le tristezze, le rivalità, le divisioni, tutti i rifiu- ti di tendere la mano al «nemico., tutte le critiche fatte dietro le spalle, tutto questo mondo di zizzania e d’infedeltà al dono della comu- nuoce profondamente alla sua vera crescita nell’amore. E rive- la anche tutti questi tizzoni di peccato, tutte queste forze del male che sono sempre nel suo cuore, pronte ad infiammarsi”. (ibid. 222)

La sua testimonianza di solidarietà nella debolezza con chi è più vulnerabile e di impegno nel costruire comunità è il dono della sua vita.

E così tornano alla memoria le ultime pagine de ‘Il Regno’ del romanziere francese Emmanuel Carrère che riporta l’esperienza strana e pur coinvolgente, per lui, raffinato intellettuale, laico, allonatanatosi dalla fede eppure appassionato ricercatore dei rincipi dell’esperienza cristiana, di trovarsi in una comunità de l’Arche in una liturgia in cui tutti erano invitati a lavarsi i piedi, come Gesù aveva fatto con i suoi discepoli:

“Ci togliamo le scarpe e i calzini, arrotoliamo l’orlo dei pantaloni. Comincia il direttore delle risorse umane, si inginocchia davanti al preside, versa con la brocca acqua tiepida sui suoi piedi, li strofina un po’– una decina di secondi, una ventina, piuttosto a lungo, mi sembra che lotti contro la tentazione di fare svelto e ridurre il rituale a un gesto puramente simbolico. Prima un piede, poi l’altro, li asciuga con l’asciugamano. Dopo tocca al preside inginocchiarsi davanti a me e lavarmi i piedi prima che io lavi quelli della funzionaria della Caritas. Guardo i suoi piedi, non so a che cosa sto pensando. È veramente molto strano lavare i piedi di uno sconosciuto. Mi torna in mente una bella frase di Emmanuel Levinas sul volto umano, che mi ha citato Bérengère in una mail: appena lo si vede, non si può più uccidere. Bérengère diceva: sì, è vero, ma è ancor più vero per i piedi: i piedi sono ancora più poveri, più vulnerabili, sono proprio la cosa più vulnerabile: il bambino in ognuno di noi. E anche se lo trovo un po’ imbarazzante, mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo.

Il giorno seguente, domenica dopo pranzo, il ritiro finisce. Prima di separarci e tornare a casa, cantiamo tutti un canto religioso del tipo Gesù che sta passando. La deliziosa signora che si occupa di Élodie, la ragazza down, ci accompagna alla chitarra, e siccome è un canto allegro tutti cominciano a battere le mani e i piedi a tempo, a dimenarsi come in discoteca. (….) Improvvisamente sbuca accanto a me Élodie, che si è lanciata in una specie di farandola. Mi si pianta davanti, sorride, getta le braccia in aria, ride di cuore, e soprattutto mi guarda, mi incoraggia con lo sguardo, e nel suo sguardo c’è una tale gioia, una gioia così pura, così fiduciosa, così abbandonata, che comincio a ballare come gli altri, a cantare che Gesù mi sta passando accanto, e mi salgono le lacrime agli occhi mentre canto, ballo e guardo Élodie che intanto si è scelta un altro partner, e devo ammettere che quel giorno, per un attimo, ho capito che cos’è il Regno. (Emmanuel Carrère, Il Regno (Fabula), Adelphi)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

III domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

getty-gospel

Gn 3,1-5,10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Un racconto di chiamata fa ripercorrere i passi dei primi discepoli di Gesù. Lungo il mare accolgono subito l’invito Vieni. Ascoltano il suo messaggio e lo seguono.

Gesù inizia ad annunciare il regno ‘dopo che Giovanni fu arrestato’. Sin dall’inizio sul suo cammino è presente l’ombra della vicenda di Giovanni, profeta perseguitato. Gesù inizia dalla Galilea delle genti (Is 8,23). Le sue prime parole nel vangelo di Marco sono la sintesi del suo annuncio: ‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo’. Due indicativi in riferimento al tempo e al ‘regno di Dio’; e due imperativi che indicano le conseguenze dell’ascolto. Un tempo unico da non perdere, un’occasione che segna l’urgenza di accogliere e seguire in un cambiamento radicale della vita. E’ un’urgenza che si accompagna all’invito a cambiare in radice il proprio modo di pensare e di intendere l’intera esistenza.

‘Il tempo è compiuto’: il tempo è ora tempo forte della visita di Dio, tempo della salvezza. Paolo dirà: ‘il tempo ormai si è fatto breve’ evocando l’immagine della nave vicina al porto che scioglie le vele. I marinai sono presi dall’impegno ma già vivono la felicità dell’arrivo, la gioia dell’incontro. Paolo così presenta lo stile di chi vive immerso nel presente ma orientato al senso ultimo della vita. Tutto acquista senso nuovo dall’ incontro con Cristo e genera un vivere in tensione, nell’inquietudine.

Il regno di Dio era attesa presente in vario modo nel contesto in cui Gesù viveva. Su di essa si radica l’annuncio di Gesù che parla della signoria di Dio come di un dono di relazione e vicinanza che genera una trasformazione della storia nella linea della liberazione: il regno – dice Gesù – è già in mezzo a voi, si è avvicinato. Nelle sue parole e nelle sue opere si rende presente come Dio agisce: guarendo liberando, accogliendo gli esclusi, nel servizio. La morte e risurrezione sono il segno del regno giunto.

Da questa indicazione un duplice imperativo ‘convertitevi e credete al vangelo’: il regno è dono gratuito ed è chiamata e responsabilità offerta. Convertirsi implica un mutamento interiore e radicale. Si tratta di una conversione che provoca sul volto di Dio in cui credere innanzitutto, conduce a rivedere le nostre strade sulla base della strada che Gesù ha percorso.

Anche Giona (prima lettura) chiede una conversione con la minaccia e chiedendo urgenza. I cittadini della grande città credettero a Dio e cambiarono vita. Ma soprattutto Giona per primo deve vivere nel suo cuore un faticoso percorso di conversione: è guidato a cambiare modo di pensare a Dio: non il Dio che separa, che vuole appartenenze e privilegi di pochi contro altri, ma il Dio che s’impietosisce e perdona, il Dio che spinge ad andare e ad incontrare il lontano, l’altro, nella grande città.

Marco poi narra la chiamata dei primi quattro discepoli. Il presentarsi di Gesù li coglie nel quotidiano della loro esistenza, mentre lavoravano come pescatori. Gesù ‘vide’ Simone e Andrea Giacomo e Giovanni. Il suo sguardo si fissa su ciascuno con l’irripetibilità e originalità del proprio nome. Li incontra e li osserva nel quotidiano della loro attività, con in mano le reti del loro lavoro di pescatori. La sua parola è un imperativo: ‘su dietro di me!’. Chiede immediatezza di risposta. E la loro risposta si fa decisione e si mettono a seguirlo. E’ rottura con il passato e trasformazione radicale della vita. ‘E subito, lasciate le reti, lo seguirono’. L’avverbio ‘subito’ indica un passaggio carico di prontezza e di risposta ad una urgenza. ‘Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguìto’ dirà Pietro. Ma saranno anche coloro che, abbandonando Gesù, fuggono al momento della sua passione.

Compiono una separazione ed un distacco: lasciano il lavoro, il loro padre Zebedeo e coloro che lavoravano insieme. Iniziano un percorso nuovo, al seguito. La loro vita sarà ancora di ‘pescatori’, dovranno attendere, essere al servizio di dare vita, procurare cibo per altri, ma in modo nuovo. Iniziano a seguire Gesù, a stargli dietro lunga la sua via, discepoli dell’unico maestro venuto per servire e non per essere servito, nel fare della sua vita un dono per tutti.

Sarà un discepolato di uguali, di uomini e donne al seguito di Gesù, vissuto nella condivisione senza maestri e padri se non il Padre che è nei cieli. Si tratta di una profonda rottura con il passato e con il loro presente che si apre alla via del vangelo. L’intero racconto di Marco presenterà Gesù che cammina lungo la via predicando il regno e aprendo faticosamente ai suoi discepoli la strada su cui seguirlo.

Alessandro Cortesi op

WhatsApp-Image-2018-01-08-at-23.12.501-720x1024Chiamata per le chiese

Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6). E’ questo il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2018). Ogni anno un tema è scelto da un gruppo di chiese di una diversa regione nel mondo. Quest’anno sono le chiese dei Caraibi ad aver scelto il tema e ad aver proposto un sussidio di preghiera.

Il riferimento all’inno di lode al Signore dopo il passaggio del mar Rosso non è una forma di esaltazione della guerra ma è affermazione del potere di Dio sul male e sul dominio del faraone che genera schiavitù. La destra potente del Signore è simbolo dell’agire di Dio che non rimane indifferente di fronte al male ma opera per liberare. Il passaggio del mare è così una nuova creazione.

Come richiamano le parole di un canto che sarà ripreso nelle celebrazioni: “La mano di Dio
 sostiene la terra; 
essa solleva chi cade, uno per uno. 
Ciascuno è conosciuto per nome e salvato dalla vergogna perché la mano di Dio si è alzata” (The right hand of God*).

Le chiese dei Caraibi sono unite da una storia di colonialismo che ha segnato quelle terre. Quest’anno queste chiese propongono di vivere la celebrazione ecumenica con attenzione a due simboli: la Bibbia e le catene. Le catene sono simbolo di schiavitù, disumanizzazione e razzismo così pure del potere del peccato che ci separa da Dio e gli uni dagli altri. Si propone di far cadere le catene della schiavitù e formare «una catena umana che esprime vincoli di comunione e di azione congiunta contro le moderne forme di schiavitù e ogni tipo di disumanizzazione individuale o istituzionale». La Bibbia è punto di riferimento per il cammino di liberazione, come è stata ed è luce per tanti nel momento della prova.

Anche oggi le chiese sono chiamate a scoprire la comune chiamata di Dio ad essere testimoni di liberazione: “O Dio eterno,
 Tu non appartieni ad alcuna cultura né ad alcuna terra, ma sei Signore di tutte,
 Tu ci chiami ad accogliere tra noi lo straniero.
 Aiutaci con il tuo Spirito 
a vivere come fratelli e sorelle,
 accogliendo tutti nel tuo nome,
 e vivendo nella giustizia del tuo regno.
 Te lo chiediamo nel nome di Gesù.
 Amen”.

Alessandro Cortesi op

 

* The right hand of God

The right hand of God
is writing in our land,
Writing with power and with love;
Our conflicts and our fears,
Our triumphs and our tears,
Are recorded by the right hand of God.

The right hand of God
is pointing in our land,
Pointing the way we must go;
So clouded is the way,
So easily we stray,
But we’re guided by the right hand of God.

The right hand of God
is striking in our land,
Striking out at envy, hate and greed;
Our selfishness and lust,
Our pride and deeds unjust,
Are destroyed by the right hand of God.

The right hand of God
is lifting in our land,
Lifting the fallen one by one;
Each one is known by name,
And lifted now from shame,
By the lifting of the right hand of God.

The right hand of God
is healing in our land,
Healing broken bodies, minds and souls;
So wondrous is its touch,
With love that means so much,
When we’re healed
by the right hand of God.

The right hand of God
is planting in our land,
Planting seeds of freedom, hope and love;
In these many-peopled lands,
Let his children all join hands,
And be one with the right hand of God.

 

II domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1689.JPGIs 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

‘Consolate consolate il mio popolo…’. La parola del profeta invita il popolo a sollevarsi e a prepararsi per un ritorno. E’ la fine dell’esilio, della desolazione. Si apre un tempo nuovo, un cammino dai tratti di un secondo esodo. Nel deserto Dio sarà ancora guida e si attuerà un incontro nuovo. Dio è il signore della storia: è vano inseguire altri idoli che si rivelano inconsistenti (Is 41,29). In questo evento di liberazione si apre la comprensione di fede nell’unico Dio signore del creato e della storia: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore delle schiere: Io sono il primo, io sono l’ultimo, oltre a me non c’è nessun altro Dio” (Is 44,6).

Un messaggero annuncia che Dio sta per intervenire e torna a camminare con il suo popolo così come nell’uscita dall’Egitto quando accompagnava gli spostamenti delle tribù di notte e di giorno nella nube e nel fuoco (Es 13,18.21). Si apre ora una ‘via sacra’, diritta come quelle dei templi di Babilonia, nuovo passaggio attraverso il mare. Immagine di liberazione e di novità. Memoria dell’esodo che non deve venir meno e si rinnova in tempi diversi. In essa Dio stesso si fa incontro e il popolo dovrà camminare ancora, con gioia, verso la promessa. ‘Il Signore che viene con potenza’ è il Dio dal volto della tenerezza che raccoglie le pecore madri e guarda gli agnellini. La via del ritorno dall’esilio è cammino di nuovo esodo verso la terra promessa.

All’inizio del suo vangelo Marco: dice subito che Gesù stesso è la bella notizia. L’amore del Padre si fa vicino nei suoi gesti e nelle sue parole. Vangelo è così annuncio di consolazione, e non solo. La bella notizia è un incontro con Gesù, inizio di un cammino per stare dietro a lui, per seguire i suoi passi, su quella strada da lui percorsa.

Nel suo inizio Marco richiama due testi di profeti: annunci del giorno del Signore, e indicazione di un messaggero che prepara la via. Introduce prima di Gesù la figura del Battista. Il suo profilo è descritto come ‘voce’ che prepara una svolta radicale, il giorno del Signore, l’intervento definitivo di Dio. E’ annuncio tutto rivolto ad un altro, ad una presenza vicina: è Gesù il più forte (cfr. Mc 3,22; Lc 11,22) che vince le opere di ‘colui che divide’, e battezza con Spirito Santo. E’ colui che viene a sconfiggere il male e donare lo spirito, dono degli ultimi tempi. Egli ‘viene’ e il Battista lo annuncia con una parola scarna, con lo stile sobrio del profeta del deserto. Al cuore della sua testimonianza sta appello alla conversione.

Sono inviti che si rinnovano: vivere l’incontro con Dio riscoprendo la precarietà e il cammino dell’esodo, ascoltare l’appello dei messaggeri che indicano Gesù come il veniente che lotta contro il male e dona lo spirito. Accogliere la bella notizia di Gesù apre ad un cambiamento della vita.

Alessandro Cortesi op

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Voce nel deserto

Si susseguono, come un gocciolamento da un lavandino rotto, episodi inquietanti di intimidazioni, gesti sguaiati, azioni violente. Sono i tratti di un ritornante fascismo che rispolvera antichi tragici simboli, nega i crimini attuati nella storia, offende la dignità di vittime innocenti di discriminazioni e persecuzione, recupera rituali di gruppo per alimentare arroganza e senso di dominio nella volgarità propria di espressioni e lugubri gesti. Sono le attitudini che si manifestano nelle curve degli stadi, in azioni provocatorie di gruppi e di singoli. Sono i messaggi di razzismo e xenofobia che coagulano nuove aggregazioni alla ricerca di consenso nei quartieri del disagio, nelle aree più degradate, ma anche nelle aree borghesi laddove si diffonde la paura. E la paura è incentivata ad arte da chi ha interesse a sollevare l’allarme sociale. Si rende presente nell’atteggiarsi prepotente, nell’insulto e nello svillaneggiamento, nell’offesa urlata sui social network con pesanti intimidazioni e minacce. Spesso tali manifestazioni vengono minimizzate e addirittura giustificate.

Sta crescendo da tempo in vari paesi europei un diffuso sentimento nutrito di stereotipi, che individua negli stranieri la causa dei mali di società frammentate, che denigra i poveri in quanto colpevoli della condizione di indigenza, che si scaglia contro i deboli, che sostiene forme di esclusione e di scarto scagliandosi contro i più fragili ed afferma in modi nuovi il mito della forza, l’uso della violenza, che riprende gli slogan contro gli ebrei e i rom della retorica nazista oltraggiando simboli e negando i crimini della storia.

Parole e gesti sono usati per intimidire, per impedire a giornalisti di compiere il loro lavoro, per scoraggiare chi è impegnato sul piano dell’accoglienza dei migranti. Anche in Italia si stanno susseguendo episodi in varie città, in situazioni diverse. Assommati gli uni agli altri non costituiscono più momenti isolati e insignificanti, prese di posizione momentanee di esaltati sguaiati. Sono invece da leggere come un sintomo ormai evidente della diffusione di una pericolosa malattia, il ritorno di una attitudine che non è limitata ad un’epoca del passato e chiusa. Il fascismo non è solamente un periodo della storia nazionale dei decenni del potere di Mussolini con i suoi esiti tragici da relegare ai libri di storia: è piuttosto una modalità di intendere i rapporti basata sul dominio, sulla mancanza di rispetto dell’altro, sull’eliminazione della libertà, sul prevalere della forza e dell’arroganza. E’ una malattia i cui germi sono ancora presenti nella nostra società. E il rinascente fascismo si nutre del silenzio di chi non reagisce e vive indifferenza o tacita assuefazione.

Mariapia Veladiano s’interroga con riferimento a fasce sociali, quelle dei più giovani, particolarmente vulnerabili a tale nuovo proselitismo: (Perché i giovani non capiscono la sostanza del fascismo, “La Repubblica” 5 dicembre 2017): “Fascismo è un’esperienza politica, sociale e umana illiberale e violenta. Un problema è che per i ragazzi la sostanza illiberale del fascismo è inimmaginabile. Non tanto perché crescono immersi nelle libertà fondamentali dell’individuo e del cittadino: parlano quando vogliono e di quel che vogliono, si spostano dove li porta il desiderio, si ritrovano, si aggregano e disaggregano. Protestano. Ma soprattutto perché si percepiscono illimitati. Questa libertà di espandersi non conosce il limite dato, ad esempio, dal divieto di turpiloquio, di offesa, di aggressività verbale. Semplicemente dal rispetto dell’altro. È per molti di loro inimmaginabile che tutto non sia assolutamente sempre ovvio nel momento in cui lo pensano buono per se stessi e così è per i loro genitori, per la politica, per la società. E quando un piccolo limite oggettivo si concretizza, come il numero chiuso a scuola o un’assemblea negata per giusto motivo, scatta la rabbia di lesa maestà e la rabbia è buona nemica del pensiero. Quanto alla sostanza violenta del fascismo, anche qui ci si scontra con qualcosa di diffuso che è la profonda accettazione sociale della violenza”.

L’accettazione della violenza costituisce il dato più grave contro cui reagire in modo lucido oggi. In tale propagazione si celano i germi di una malattia che intacca le società nei suoi strati più deboli e in quelli più arroccati sulle proprie sicurezze e si diffonde. A fronte di tutto questo forse è da pensare una reazione in cui la responsabilità diventa impegno sociale. E non solo nelle forme di manifestazioni pubbliche di piazza ma scegliendo con chiarezza l’impegno diffuso e capillare, nei luoghi quotidiani, quelli della scuola, dello sport, del lavoro, e trovando nuovi modi per limitare e annullare quella diffusione che attraversa il mondo della comunicazione virtuale. Mantenere uno sguardo attento a lottare contro il fascismo come attitudine violenta e illiberale è questione che interpella nella capacità di essere testimoni di una buona notizia che narra del sogno di Dio, la possibilità di fioritura di giustizia nei rapporti umani. Voce nel deserto è quella che annuncia la possibilità di scoperta del senso più profondo della vita non nella violenza e nella sopraffazione dei più forti e prepotenti, ma nella capacità di riconoscimento dell’altro e di convivenza nelle differenze. E’ questa una voce da lanciare nel deserto di tante solitudini oggi, per risvegliare sussulti di coscienze che appaiono preda di una nebbia che tutto avvolge e reca con sé violenza e devastazione.

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

DSCF6375.JPGGer 1,4-19; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Ti ho stabilito profeta delle nazioni… cingiti i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò”.

Dio stesso si rende presente nella testimonianza del profeta: le sue parole sono rinvio alla volontà di Dio, alle sue promesse. I profeti in Israele operano una critica radicale a pratiche religiose che tuttavia generano ingiustizia, si pongono contro comportamenti che negano la dignità dell’uomo, non hanno paura nel denunciare le istituzioni del regno o del sacerdozio in quanto funzionali a disegni di dominio umano, indifferenti al prendersi cura del forestiero, dell’orfano, della vedova.

Gesù viene indicato da Luca come un profeta. “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi… nessun profeta è bene accetto in patria”. Anche Gesù è profeta e vive la sorte dei profeti: il rifiuto, il sospetto, l’ostilità. Nei primi passi della sua vita pubblica presenta l’annuncio di una bella notizia: Dio è vicino, si prende cura delle sorti di chi è oppresso e imprigionato, di chi fa fatica, dei poveri. I gesti di Gesù indicheranno questo stile di cura e di vicinanza per portare liberazione: il suo annuncio è un tempo nuovo di rinnovamento e liberazione (con rinvio alla memoria del tempo del giubileo che era anno della remissione dei debiti della redistribuzione delle terre e della giustizia sociale).

Luca presenta Gesù come profeta che vive la sua missione in rapporto alle Scritture. Reca l’annuncio che Dio è vicino, per salvare, oltre le barriere che i poteri umani e religiosi tendono a porre. L’accoglienza dello straniero e la fiducia generosa sono luoghi in cui Dio si rende presente: la vedova di Zarepta e il lebbroso, incontrati da due profeti del Primo Testamento Elia e Eliseo sono esempi da ricordare.

Erano persone povere e disponibili, che non appartenevano al popolo d’Israele e per questo né credenti né puri. Elia è accolto da una vedova pagana che divide con lui l’ultimo pane rimasto. Eliseo guarisce un lebbroso di nome Naaman originario della Siria: in lui ritrova disponibilità e umiltà. Elia nella sua visita alla vedova che stava per morire nella carestia, fa sì che il pane e l’olio non vengano meno. Eliseo dona guarigione. Ma entrambi sono aperti proprio da questi poveri a scoprire il volto di Dio.

Gesù viene rifiutato, ed è cacciato dalla città perché il suo discorso non corrisponde alle attese dei suoi compaesani. Non vi è disponibilità ad accettare che una chiamata di Dio possa venire dal ‘figlio di Giuseppe’, così vicino e ordinario. Il suo agire pone in crisi una religiosità fatta di appartenenze, di privilegi, di contrapposizioni con ‘chi non è dei nostri’. Sconvolge anche una religione di un Dio distante e garante di uno stato di separazione. Le sue parole e l’esigenza di passare dalla Scrittura alla sua persona mette in crisi, obbliga a ripensare la fede stessa e la vita in modo nuovo. Dalla sua bocca uscivano ‘parole di grazia’. Dio si fa vicino donando liberazione e vita buona con la vicinanza e la difesa delle vittime e degli oppressi, non solo per alcuni ma per tutti. Dio si fa vicino nei poveri: con la loro vita sono portatori di vangelo. Questo annuncio viene rifiutato perché pone in crisi, spinge ad un cambiamento nel modo di pensare il volto Dio e di intendere il rapporto con lui.

Gesù invita a cogliere come l’azione di Dio si sta già attuando laddove si vive ospitalità, attenzione a chi è dimenticato, cura per gli oppressi: sono i gesti della vedova e la fiducia del lebbroso i segni del vangelo. Gesù presenta così la bella notizia, il vangelo, al centro del suo agire. E’ forse questo il nostro primo compito di credenti oggi: saper riconoscere e dare spazio a questi segni dell’operare di Dio che si lascia incontrare oltre i confini delle religioni, delle chiese, dei gruppi e fa fiorire l’apertura al suo regno nei cuori di chi si apre all’altro.

 

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Maestro e profeta

E’ morto all’ospedale di Nairobi qualche giorno fa, il 19 gennaio. Il suo nome è comparso rapidamente sulle agenzie per scomparire presto coperto dalle risonanze più forti e dai richiami di nomi di chi perpetra violenze e si impone con le armi spianate e con l’uso della religione per avere predominio ricchezze, gloria.

Il suo nome è Salah Farah, era un maestro. Anch’egli era in viaggio, nel pullmann che il 21 dicembre 2015 stava percorrendo la strada in direzione Mandera in Kenya insieme a tanti altri passeggeri, di diversa religione e provenienza. Quando improvvisamente si scatenò l’attacco di un gruppo di miliziani del gruppo terroristico fondamentalista di al Shabaab si trovò in mezzo all’inaspettato: dividevano cristiani e musulmani per abbattere i cristiani, secondo la modalità già attuata nella strage di Garissa. Salah era musulmano.

«Ci hanno detto se sei un musulmano sei al sicuro. C’erano alcuni che lo non erano e si nascondevano. Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci in pace. Siamo fratelli, cristiani e musulmani devono aiutarsi reciprocamente».

Le sue parole davanti ai colpi delle armi non riuscirono ad opporre resistenza, nemmeno scalfirono il pensiero di chi, accecato da un modo di concepire la religione come strumento di negazione degli altri, scaricò anche su di lui il suo odio. Due uomini rimasero uccisi, tre feriti. Colpito e ferito, Salah da allora non è riuscito a superare le complicazioni insorte.

Nei giorni in cui fu ricoverato al Kenyatta National Hospital a Nairobi era in grado di ricordare quei momenti e ne parlò in alcune interviste: «La gente dovrebbe vivere in pace. Solo la religione ci distingue dai cristiani ma siamo fratelli, per questo chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani e viceversa, così da vivere insieme in pace».

Salah rimane maestro e profeta, nella sua morte. Maestro di un modo di intendere la fede oltre le barriere di sistemi religiosi, per farne motivo di incontro. Profeta di un modo di incontrare Dio riconoscendolo nel volto degli altri.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1300Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. E’ domanda che esprime una ricerca e racchiude una attesa. La vita ha un significato che la renda capace di oltrepassare il tempo, di rimanere. Avere la vita eterna è immagine che rinvia ad una vita che non passa, che si pone nella comunione con Dio. Cosa si deve fare allora sin da ora? La domanda tocca la questione dell’agire, non solo la sfera delle idee delle convinzioni, ma il da farsi… Cosa fare perché nella vita sia aperta ad un ‘per sempre’?

‘Un tale’, dice Marco, rivolge questa domanda a Gesù. E’ un personaggio senza nome del vangelo. Forse un profilo che può racchiuderne molti. Nascosto dietro il suo profilo sta una persona impegnata in un cammino religioso, formato ad intendere la vita non limitata da un orizzonte solo finito, ma aperta all’oltre, teso a dare un significato al suo impegno. O forse un uomo capace di interrogarsi e che si era sentito provocato dallo stile di Gesù. La sua può essere paradigma di tutte l domande proprie di chi è mosso dal desiderio di un senso autentico della propria vita, anche se si cerca spesso a tentoni, anche se si vive un tempo in cui l’orizzonte è difficile da cogliere.

Nel prosieguo del dialogo si scopre che questo tale è un ebreo credente, educato nell’osservanza dei comandamenti, un osservante della legge. Ed è anche un uomo aperto, impegnato, disponibile per darsi da fare, per vivere la vita in modo significativo. E’ un uomo buono che da sempre ha osservato le parole della legge. Gesù, di fronte a questo uomo prova sentimenti di ammirazione, simpatia e amore: il suo sguardo è sguardo sintonia e di amore: “Fissatolo lo amò…”. Forse proprio il suo impegno, la sua dirittura, la sua tensione lo rendono un uomo troppo pieno di quanto ha, non solo in termini di beni materiali, ma di quelle sicurezze che rendono la vita stabilizzata e chiusa.

Alla questione che gli è posta Gesù risponde: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. La ‘cosa che manca’ ha a che fare con il fare spazio. Far venir meno il troppo pieno, per lasciare spazio ad un vuoto. E’ anche appello alla condivisione, cioè ad una apertura agli altri come depositari di qualcosa che non sia più proprio, ma messo in comune. Sono le ricchezze materiali ma anche le ‘ricchezze di vita’ a dover essere messe insieme. Gesù indica così la via dell’avere di meno, del liberarsi da tutto ciò che costituisce motivo di sicurezza e di appoggio, ma che diviene poi una gabbia che impedisce di vivere: indica la via di una povertà che ha i caratteri della sobrietà e della condivisione. E’ un discorso difficile, perché l’avere è una dimensione dell’umano che tocca corde profonde e difficilmente si espone a discussione. La povertà è lo stile di Gesù, colui che si è fatto povero per noi perché noi potessimo divenire ricchi della sua povertà.

“Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Se questo ‘cammello’ alludesse ad una ‘corda’ utilizzata dai marinai oppure ad una porta stretta della città di Gerusalemme – detta ‘cruna d’ago’ e dalla quale si passava quando tutte le altre porte erano chiuse – forse poco importa. Il messaggio racchiuso in quest’immagine sta nella chiamata a seguire Gesù. Ma questo non è opera della capacità umana, della volontà.

I discepoli sono smarriti e impauriti: “e chi mai si può salvare?” Gesù propone ancora un affidamento senza riserve a Dio, la via di cercare e trovare solo in lui la forza per vivere uno stile nuovo sin d’ora. La pretesa di salvarsi con le proprie forze – cioè di dare un senso alla vita con lo sguardo ripiegato su di sé – è fallimentare.

Tuttavia Gesù non chiede di vivere ciò che è possibile, ma provoca a quell’impossibile che diventa spazio di un rapporto: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio della salvezza come opera del Dio che viene e per primo ci ha amati (cfr Lc 1,37).

Se la salvezza, cioè trovare una vita autentica e compiuta è possibile solamente a Dio, allora il senso autentico della nostra vita non è esito e ricompensa di sforzi e meriti umani, non viene dall’osservanza dei comandamenti, ma è radicalmente dono, è agire gratuito di Dio che ci coinvolge e trasforma la nostra vita suscitando la nostra libertà. Per questo richiede il fare spazio, il rendersi disponibili a ricevere, come chi è povero dentro. Non è orizzonte da attendere nel futuro ma è da scoprire nelle relazioni nuove nella vita quotidiana luogo in cui Dio viene ad incontrarci: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

DSCF6293Alcune riflessioni per noi oggi

La chiamata rivolta a quel tale è anche per chiunque si lascia inquietare per seguirlo. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Non viene detto se in seguito iniziò a seguire Gesù: si può solo sperare. Forse anche lui ha compreso, non senza fatica e dopo passaggi graduali nella vita. Come noi. Questa scena rimane come sospesa, una provocazione per noi. E’ indicazione per la comunità dei discepoli a scoprire un rapporto nuovo con le ricchezze e cosa significhi la salvezza che non è frutto della nostra ricchezza.

Ci sono ricchezze che impediscono di accogliere la chiamata del Signore costituite dai beni, o meglio dalla preoccupazione di perdere e di accumulare beni, e dall’energia investita nel preoccuparsi per tutto ciò che appartiene all’esteriorità. Ma ci sono anche ricchezze costituite da convinzioni, certezze, costruzioni ideologiche e di dottrina assimilate e che rendono arroccati, inamovibili, incapaci di scorgere quella chiamata a condividere che è appello a riconoscere la vita degli altri, a lasciarsi smuovere dalla vita dei poveri. In questo tempo di sinodo si rendono evidenti certi arroccamenti e chiusure sulla base di certezze acquisite, di visioni, idee, dottrina, espressioni di una mentalità incapace di ascoltare la vita, le sofferenze di tante persone. C’è un modo di essere ricchi magari non di beni preziosi, ma di sicurezze, che fa venire meno la capacità di guardare alle sofferenze degli altri, dei poveri soprattutto, poveri di aiuto, di affetto, di stima, di comprensione. L’attitudine di misericordia è possibile solamente se non ci lascia occupare il cuore da tutto ciò che lo rende incapace di compassione e di consapevolezza di qualcosa che manca: ‘una cosa sola ti manca’. Solamente nel riconoscere un essere vuoto, un ‘mancare’ può farsi strada una parola che suscita il senso della vita non come pienezza, ma come vuoto da lasciar riempire da altro e da altrove, come vuoto in cui lasciare spazio alla sofferenza dell’altro, sapendo che la misericordia ha sempre la meglio nel giudizio.

arvanitakis2-k1TE-U10601605779195DOB-700x394@LaStampa.itDyonisis Arvanitakis è il nome del panettiere di Kos che ogni giorno porta ai rifugiati che sbarcano nell’isola greca, del pane. Anche lui ha vissuto la migrazione e la fame tanti anni fa nel 1957, emigrante in Australia: «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perché non parlavo inglese – racconta – e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro». Rientrato in Grecia negli anni ’70 riesce ad aprire una bottega. Brandon Stanton, fotografo americano, ha riportato la sua foto, ripresa nel negozio tra ritratti del progetto Humans of New York. Un uomo capace di trovare occasione nel suo quotidiano di rispondere alla chiamata a condividere. Una parola di vangelo che dice come ciascuno può scoprire che la vita eterna inizia nel presente vivendo ciò che ci rende più umani e reca vita agli altri. 

Povertà è poter fare uso delle cose, accontentarsi del necessario, ma pensare che quanto si ha è per la condivisione. Non essere preoccupati di accumulare, non essere legati ad una ricchezza che fa grandi e superiori e diversi da chi ha meno. E poi c’è una povertà interiore che è l’atteggiamento di chi non si pensa senza gli atri, ma intende la sua vita nel rapporto, nella capacità di aprire ponti e vie di comunicazione e di aver bisogno degli altri. E allora sceglie la via della condivisione. Farsi solidali con i poveri è via per fare come ha fatto Gesù, e per poter entrare in un più profondo rapporto con lui. Lasciarsi liberare da quanto appesantisce e ingombra la vita permette di ‘seguirlo’.

“La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio” (seconda lettura) E’ indicazione dell’importanza della Parola di Dio nella vita dei credenti. La parola è viva e opera nella nostra vita: è come pioggia, come seme caduto nel campo della nostra esistenza che non può non portare frutto. E’ come spada che penetra nel profondo e genera una ferita.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno B – 2014

DSCF5399Is 61,1-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

“Lo Spirito del Signore Dio è su di me… mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati…”. E’ una parola di consolazione quella che caratterizza la prima lettura: il profeta è uomo di Dio, inviato a consolare chi è afflitto, ‘unto’ per portare una bella notizia a coloro che in tanti modi sono prigionieri, spinto ad annunciare che città desolate e in rovina saranno ricostruite. Il vangelo è così bella notizia di liberazione e di consolazione di chi è oppresso.

I capitoli 60-62 di Isaia sono una pagina paradossale: respirano di consolazione e di speranza fino alla gioia di fronte ad una terra desolata. Nello smarrimento che succede all’esilio il profeta allarga lo sguardo, spinge lontano i suoi occhi a scorgere oltre le macerie del presente. Non per una vaga illusione ma per richiamare ad una fede che ritrovi il suo putno di appoggio in Dio. La capacità creativa di Dio apre una novità di vita, una bella notizia impossibile all’uomo, che Dio solo può donare. E’ la visione della storia come cammino in cui è possibile un rapporto nuovo di popoli, in cui l’ingiustizia avrà fine, e vi sarà un rovesciamento dalla desolazione alla gioia. La terra potrà produrre germogli nuovi perché Dio ha il potere di far germogliare cose nuove nella storia. Potrà esserci un cammino condiviso di popoli che riconosceranno l’agire di Dio. Ma questo germoglio è già la parola e l’azione che opera liberazione e cura.

“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. L’invito di Paolo alla comunità di Tessalonica fa riferimento all’immagine dello spegnimento di un lume. Basta un soffio per fare buio, per non lasciare che una luce, benché fioca, illumini la notte. La presenza dello Spirito nella nostra vita è come debole fiamma da custodire. Paolo indica una serie di atteggiamenti che segnano la vita dei credenti: l’attenzione e la responsabilità. E’ cura nel non soffocare l’agire dello Spirito. In tanti modi lo Spirito soffia, con chiamate diverse, nelle situazioni e negli incontri. C’è anche l’invito a lasciare spazio alla profezia, alle parole e testimonianze che riconducono al vangelo.

“Non lo sono… e io ho visto e ho testimoniato…” Giovanni Battista si presenta dicendo chi ‘non è…’: non è preoccupato di se stesso, non afferma una sua identità, appare totalmente disinteressato ad uno sguardo centrato su di sé. E’ invece teso al futuro, pronto a riconoscere la presenza di Gesù come messia. Il suo volto nel IV vangelo ha i tratti del testimone. E’ orientato ad altro, a dare e ad essere testimonianza. La sua vita sta in riferimento a Gesù indicato come ‘uno che non conoscete’ e che pure ‘sta in mezzo a voi’. La sua testimonianza apre cammini per riferirsi a Gesù come colui che non si conosce. E’ una voce che disorienta. Di se stesso Giovanni dice solamente di essere ‘voce’ e richiama l’invito del profeta Isaia: ‘rendete diritta la via del Signore’.

DSCF5387Alcune riflessioni per noi oggi

Restaurare le cità desolate

C’è un filo che lega la missione del profeta e la responsabilità di ognuno che cerca di imparare a credere e vivere fedeltà al vangelo. Missione del profeta non è avere gratificazioni, non è godere di costruzioni già fatte. Piuttosto è quella di annunciare che in una condizione di rovina, lì sta una chiamata ad essere riparatori di brecce, costruttori di case per abitarvi. Viviamo un tempo in cui forte è la percezione di macerie attorno a noi. Macerie di distruzioni causate dalle guerre, dalla violenza e dal disprezzo nei confronti del creato, dall’uso scriteriato delle risorse e dei beni comuni. Ma anche macerie morali e frantumazione sociale che generano senso di delusione e profonda desolazione interiore. C’è un appello alla fede anche nel nostro presente per offrire la nostra disponibilità a Colui che fa nuove tutte le cose. Il senso della gioia – tratto di questa liturgia di metà avvento – sorge dall’essere protesi a scorgere i germogli, a custodire tutto ciò che dice vita anche in situazioni di morte. E tutto ciò senza coltivare la pretesa di vedere i risultati di un lavoro e di un impegno che si basa solo sulla forza dello Spirito.

Dare spazio alla profezia

E’ questo l’invito della pagina di Paolo ai tessalonicesi. Coglierei da un’intervista a don Angelo Casati (‘Avvenire’ del 9 dicembre 2014) il suggerimento ad ascoltare oggi i profeti che sono sia persone di riferimento e guide capaci di indicare futuro di suscitare stupore nuovo, ma sono anche i piccoli ordinari maestri e maestre che possiamo incontrare nella vita quotidiana e che indicano il senso di un cammino.

“Sorriso, stupore: sono questi, oggi, i segni dei tempi? «Mi torna in mente il modo in cui il cardinale Carlo Maria Martini si riferiva al Concilio – risponde Casati –. Eravamo entusiasti, diceva, guardavamo al futuro, parlavamo al mondo. Ecco, è quello che sta accadendo adesso. C’è un’attesa di notizie buone che porta a riconoscere nel Vangelo la vera buona notizia per l’uomo. Questo passa per la figura di Papa Francesco, non c’è dubbio, ma poi travalica, va oltre. Si avverte nella Chiesa, nella società».

Quali sono stati per lei gli incontri più importanti? «Ho avuto molti compagni di strada e ho imparato a capire che ogni persona che mi si accosta può diventare per me pane per il cammino. Perché il cum-panis è colui che divide il pane con noi e che per noi si fa pane, appunto. (…) Il complimento più bello me lo fatto una bambina di neppure dodici anni. Si era sparsa la voce che stavo per lasciare la parrocchia di Lecco e lei mi ha fermato in una delle stradine che guardano sul lago. “Chi mi parlerà sottovoce di Dio?”, mi ha domandato. Ha espresso bene quello che ho sempre tentato di fare: cercare Dio non nella declamazione di una fede recitata, ma in una voce sottile, che sapesse farsi compagna di ciascuno »

Costruire la propria identità…

La costruzione dell’identità è oggi un tema che segna la vita personale e quella sociale. Nei giovani in ricerca di una identità da costruire, negli adulti in cerca di una identità smarrita, in uomini e donne spesso disorientati e senza identità perché senza riconoscimento da parte di alcuno. La domanda sul divenire se stessi, e l’interrogativo su cosa significa una identità collettiva stanno al cuore di percorsi diversi. C’è chi pensa l’identità come un dato stabilito e fissato, immutevole. C’è per contro chi percepisce la propria identità come una storia in cammino, dinamismo e relazione in cui il divenire se stessi è sempre in rapporto all’altro. Sono due grandi orientamenti che conducono a percorsi diversi e opposti nel modo di intendere la vita. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé all’altro – a colui che viene -, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo. Il problema del costruire la propria identità è suggerito come percorso di incontro con il ‘non conosciuto’. Troppo spesso pretendiamo di conoscere e sapere chi siamo, chi è l’altro, chi è Gesù, il messia, chi è Dio, magari solamente per definizioni teoriche o apprese senza un passaggio di esperienza e di coinvolgimento personale. Viviamo anche la pretesa di una chiesa che ama presentarsi come maestra, esperta in umanità, e non sa riconoscersi e scoprirsi povera anche di certezze, capace come Giovanni di dire ‘non sono il Cristo’ e di rinviare a lui come ‘non conosciuto’ che viene. Eugenio Montale nella sua poesia ‘Non chiederci la parola’ indicava un orizzonte profondamente umano: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Riconoscere ciò che non siamo è opera di verità, di decentramento. Aprirsi alla presenza di Gesù Cristo come il ‘non conosciuto’ che pure è ‘in mezzo a voi’, come cuore dell’esperienza umana, diviene possibilità di percorrere sentieri nuovi, di scorgere come lui ci raggiunge in un continuo venire nella storia, negli incontri. Come dice uno dei prefazi dell’avvento: “Ora Tu vieni incontro a noi in ogni uomo, donna e in ogni tempo…”

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno A – 2014


DSCF3841Is 58,7-10; Sal 112; 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16

“Ai poveri, ai sofferenti, agli affamati egli lancia, in mezzo alla miseria del presente, il suo ‘salvezza a voi!’ ‘beati, felici voi’. Una felicità dei poveri, una felicità degli infelici? Non si deve intendere la beatitudine come una regola generale a tutti comprensibile, dvunque e sempre valida: quasi che ogni povertà, ogni sofferenza, ogni miseria fosse automatica garanzia del cielo, se non addirittura del cielo sulla terra. la beatitudine dev’essere intesa come una promessa: una promessa che si avvera per chi, invece di ascoltarla impassibilmente, la fa fiduciosamente propria. Già irrompe, nella vita di costui, il futuro di Dio, portando con sé subito consolazione, eredità, appagamento. Ovunque egli vada, Dio lo precede, Dio è là. Nella fiducia in questo Dio precedente si trasforma già ora la sua situazione; già ora si può vivere diversamente , diventa capace di una nuova prassi, di un’illuminata dispnibilità all’aiuto, senz’ansia di prestigio e senza invidia per chi ha di più. L’amore non si risolve in un’attesa meramente passiva. Proprio perché sa che il suo Dio lo precede; il credente può impegnarsi in maniera concreta, dando prova, in ogni attività e impegno, di una sorprendente, superiore serenità: una serenità che – simile agli uccelli del cielo e ai gigli del campo – confida nel Dio provvidente e guarda al lieto futuro, senza angustiarsi per il cibo e per il vestito, senza darsi pena per il domani” (Hans Küng, Tornare a Gesù, Rizzoli 2013, 184-185).

Subito dopo le beatitudini Matteo presenta la parola di Gesù: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo…” E’ una parola che dice l’identità profonda dei discepoli: chiamati ad accogliere la possibilità di una felicità sin da ora vivendo de-centrati, rivolti verso… a Dio che precede e promette. Essere e sale ed essere luce non è dato acquisito una volta per tutte. E’ piuttosto condizione di chi sa di dover rimane nell’ascolto della parola di Gesù, sospeso ad essa. E proprio questo impedisce ogni pretesa di autosufficienza, di grandezza e di vanto. Essere sale ed essere luce è dono continuamente da ricevere che mantiene nella condizione di chi è medicante e povero. E’ coinvolgimento nella via delle beatitudini, ed è accoglienza fiduciosa del futuro di Dio che già si fa vicino.

‘Voi siete sale’ è parola non da pronunciare per se stessi, ma promessa da accogliere da Gesù solo. C’è possibilità di perdere il sapore. L’indicativo è anche invito e provocazione ad essere rivolti al farsi incontro di Gesù. L’incontro con lui dà nuovo sapore all’esistenza: c’è una gioia possibile che da lì nasce. ‘Voi siete luce’ è parola unita ad un richiamo di attenzione: non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro. L’invito è ad una comunicazione aperta, che come la luce illumina tutta la casa. C’è uno sguardo che si allarga a prospettive ampie, e connota i discepoli come chi spalanca porte e finestre, come chi si rende responsabile della casa di tutti: la loro vita in relazione a Gesù non può essere compresa se non nella relazione con ‘tutti quelli che sono nella casa’.

Si può cogliere una profonda consonanza tra l’identità del discepolo espressa nei termini di luce da comunicare e le indicazioni sull’attitudine dell’autentico credente nella pagina di Isaia (prima lettura): “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (Is 58,10).

Essere luce non è una condizione di privilegio che allontana dagli altri e situa in una separatezza di superiorità e di distanza (si pensi alle varie forme di gnosi diffuse e alle forme dei clericalismi) ma è immagine per indicare una vita in cui sono posti gesti concreti di liberazione. Aprire il cuore all’affamato e soccorrere l’afflitto: di fronte alle tenebre dell’ingiustizia e del’oppressione la vita di chi si affida a Dio può divenire luce anche piccola, che non elimina la tenebra ma che annuncia il senso profondo della storia e si pone nella promessa di Dio. Essere sale e luce rinvia non tanto all’esecuzione di un qualche gesto particolare e delimitato, ma ad intendere tutta la vita nell’orizzonte del dono e del servizio. Nulla ha a che fare una religiosità cultuale, delle osservanze, ma attua il digiuno autentico, quella capacità di riconoscere il limite, di aver bisogno di poco, di saper essere solidali, che è dividere il pane con l’affamato, accogliere e vestire: ‘allora la tua luce come sorgerà come l’aurora’. Ed è accoglienza che apre a riconoscere il sapore proveniente dall’esperienza umana e la luce da riconoscere in tutti coloro che anche senza saperlo esprimono nella loro vita un riflesso del vangelo, da saper valorizzare e custodire.

Il rapporto con Gesù, la fede dei discepoli, non si esaurisce in una dimensione etica, ma certo implica una trasformazione, sempre provvisoria e da rivedere, della vita. Non può non trovare espressione nella concretezza di scelte e di un agire secondo una logica nuova: provoca a frutti di cambiamento, indicati in questo testo di Matteo come le ‘opere belle’. Opere belle sono gesti capaci di esprimere la bellezza che contagia la serenità di confidare nella vicinanza di Dio, il suo regno. Sono opere che non pongono pretese ma si offrono come traccia di una felicità da condividere, nella linea delle beatitudini: la capacità di una nuova prassi segnata dalla serenità di Dio che precede.

Opere belle sono l’emergenza di un agire di libertà di chi non cerca un dominio, o intende strumentalizzare gli altri. In esse vi è bellezza come un offrirsi gratuitamente: sono tracce di libertà come l’offrirsi di tutte le esperienze di bellezza che non sono racchiudibili in un possesso ma rimangono aperte e non comprabili. In esse sta la gioia contagiosa di chi pone al primo posto attenzione all’altro, la ricerca di beni comuni, la crescita di tutti e non la competizione, la ricerca della collaborazione al posto dell’esclusione. E’ la gioia di chi sa scorgere la vicenda umana da vivere insieme come un’unica storia di salvezza. C’è quindi un messaggio sullo stile della comunità: chi ha ascoltato il discorso della montagna deve essere solidale con il cammino umano, immerso in esso. Questa comunità composta di presenze diverse (‘voi’, al plurale) è chiamata ad essere portatrice di un ‘sapore’, a rendersi responsabile di una luce, per ‘far vedere’ non se stessa – anzi dovrebbe essere sospettosa di ogni visibilità che dà gloria – ma il Padre che è nei cieli: una vita orientata non ad una ricerca di autoaffermazione, di un riconoscimento ma tesa nel lasciar spazio ad altro: far scorgere la presenza del Padre. E’ proposta di centrarsi sull’essenziale.
Centrarsi sull’essenziale, tornare a Gesù: Paolo ai Corinzi parla della sua predicazione non fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. L’unica cosa che ritiene di sapere è Cristo crocifisso. E’ forse questo il perocrso di ogni credente che deve tornare sempre lì al cuore della fede: tornare a Gesù.

Penso così ad alcuni spunti di riflessione per oggi. Vorrei riprendere alcuni richiami di questa parola collegandoli ad una lettura di alcuni passi della Evangelii Gaudium di Francesco, vescovo di Roma.

“Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca di per se stessa la sau espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa. per questo chi desidera vivere con dignità e pienezza non ha altra starda che riconoscere l’altro e cercare il suo bene. Non dovrebbero meravigliarci allora alcune espressioni di san Paolo: ‘L’amore di Cristo ci possiede’ (2Cor 5,14); ‘Guai a me se non annuncio il vangelo’” (1Cor 9,16) (EG 9)
Oggi siamo chiamati ad accogliere e sperimentare l’incontro co Geù, il tornare a Lui come esperienza di gioia e di liberazione della vita, imparando a liberarci anche da tante immagini che hanno reso Gesù lontano dal vita e non lasciando spazio alla gioia del vangelo.

“La gioia del vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. (…) Questa gioia è un segno che il vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre” (EG 21).
Ci possiamo chiedere in qual misura la nostra vita si apre all’uscire, come singoli e comunità, e non rimane prigioniera di modalità di vita già date, di un linguaggio magari completamente ortodosso ma che non corrisponde al vangelo di Cristo (cfr. EG 41). Accogliamo la sfida ad andare oltre, a vivere concretamente l’apertura del cammino, lasciando spazio alla luce da non chiudere ma da lasciar illuminare?

“In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spige ad evangelizzare. Il popolo è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile ‘in credendo’. Questo significa che quando crede nonsi sbalgia anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida alla verità e lo condduce alla salvezza (EG 119) …nessuno rinunci al proprio al proprio impegno di evangelizzazion, dal omenot ch se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è misisonario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in cristo Gesù; non diciamo più che siamo ‘discepoli’ e ‘missionari’, ma che siamo sempre ‘discepolimissionari’ (EG 120).
Come vivere questa spinta a comunicare non nell’atteggiamento della conquista e dell’imposizione ma nella debolezza, con timore e trepidazione, nell’atteggiamento di chi accoglie la parola di Gesù, la parola della croce, nel dialogo che è testimonianza di vangelo e nello spossessamento da se stessi ‘perché rendano gloria al Padre’?

Alessandro Cortesi op

P.S. aggiornamenti in http://espacespistoia.wordpress.com/ su:
– Olimpiadi: sport ma non solo
– Egitto e Costituzione
– Ucraina lontana e vicina

III domenica tempo ordinario – anno A – 2014

image_previewIs 8,23-9,3; Sal 27; 1Cor 1,10-17; Mt 4,23-34

Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… L’inizio della predicazione di Gesù è collegato da Matteo ad una pagina del Primo testamento, di Isaia. E’ un annuncio di gioia per la presenza di Dio che si fa vicino come luce a chi sperimenta il buio. E’ una condizione che rinvia alla situazione di oppressione sperimentata dalle tribù del Nord d’Israele, terra di Zabulon e di Neftali che hanno visto una liberazione.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù prende una decisione che pone una svolta alla sua vita, lascia Nazaret e va a vivere nei territori presso il mare di Galilea, a Cafarnao. E’ un passaggio che implica un ritirarsi rispetto a tutto ciò che a Nazaret poteva essere chiusura della sua vita. Matteo lo presenta con i verbi del ‘ritirarsi’ fuori dalla città (anacoreo) che dice un distacco nel lasciare Nazaret.

Gesù si ritira in una terra di confine, di passaggio, che è il simbolo della periferia. La Galilea è corridoio di vie di commercio che uniscono Egitto e Medio Oriente, di strade attraversate da popoli di diverse lingue e culture, lontana dai centri di potere e dai luoghi in cui è presente l’istituzione religiosa. Galilea è terra di confine, luogo di incrocio tra presenze straniere che di lì passano per i commerci, luogo che risente della lontananza da Gerusalemme.

Gesù va presso il mare, non entra contatto con quelle città in cui in quel tempo era forte l’influsso ellenistico. Piuttosto il suo percorrere quella regione si svolge in rapporto ad una terra che Isaia descriveva come Galilea delle genti, terra di pagani. Terra che aveva conosciuto la devastazione di eserciti e che viveva in quegli anni un tempo di crisi che gravava soprattutto sui piccoli. Luogo in cui è presente l’esperienza del buio. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… hai moltiplicato la gioia. Hai aumentato la letizia… Gesù è uomo della periferia e sceglie la periferia come luogo in cui passare. Matteo sintetizza in un versetto le due dimensioni della sua esistenza: parola, insegnamento e azione di cura e guarigione.

La novità del passare di Gesù sta nell’annuncio che il regno dei cieli si è fatto vicino. Riprende l’annuncio del Battista ma l’accento sta ora sul fatto che il regno si è avvicinato. In quella periferia, luogo poco importante dal punto di vista della storia dei grandi, si rende presente una luce che è dono di novità. Gesù riprende la logica dell’agire di Dio: Dio sceglie non chi è forte ma i deboli per portare avanti la sua storia di alleanza. Sceglie un popolo piccolo, povero, per manifestare la sua forza nella debolezza e perché nessuno possa vantarsi davanti a lui. Nella Galilea, terra considerata ai margini della vita religiosa di Israele annuncia con parole e gesti che il regno dei cieli si è già avvicinato.

Il ‘regno dei cieli’ indica la presenza salvifica vicina di Dio che si prende cura e rivolge il suo sguardo a chi è dimenticato. Gesù annuncia che tale realtà è in atto. I suoi gesti lo esprimono come già presente nella forma del prendersi cura, del portar e guarigione, del restituire alla vita, del far scoprire che lì, nella terra delle tenebre, dove era passata violenza e oppressione, è già presente una luce. Le sue parole lo dicono e nel comunicarlo generano gioia e fascino. E’ un annuncio di gioia quello che Gesù offre: parla di Dio in termini che offrono luce a chi vive nel buio e genera adesione e desiderio di seguirlo.

I suoi gesti dicono alle persone a cui si fa incontro che una speranza, una luce si apre nella loro vita: è una luce che fa scorgere orizzonti nuovi, apre alla felicità, a un compimento impensato della vita. Apre a scoprire che una luce è nascosta nella loro esistenza. La loro vita ha un senso profondo non è dimenticata da Dio, dal suo amore; non solo, annuncia loro che il volto di Dio non è il volto di un Dio di una religione lontana dalla vita, ma è il Dio preoccupato della vita dei suoi figli. E’ soprattutto il volto di un Dio che si china a raccogliere chi è perduto, che non guarda all’apparenza ma alle cose piccole, che si prende cura che uomini e donne siano guariti, riconosciuti, amati.

Ascoltare la parola di Gesù non è questione di ingresso in un sistema religioso o in una appartenenza che chiude ed esclude, ma è scoperta di senso profondo dell’esistenza nel prendersi cura. La sua predicazione e il suo passare non lega, ma chiama a scoprire la presenza di Dio vicino che apre ad un nuovo modo di intendere la vita nel liberare gli altri, nel cercare di dare spazio alla vita come fraternità e incontro.

‘Convertitevi’ non è tanto un invito di tipo moralistico, ma è appello ad accogliere il regno dei cieli come un nuovo modo di intendere l’esistenza, generato dalla scoperta di essere amati. Allora il dono è possibile e costruire il noi nella condivisione è più importante della ricerca di un io angustiato delle proprie sicurezze: la ragione di un cambiamento del cuore sta proprio nel fatto che il regno dei cieli si è fatto vicino, la vicinanza di Dio è realtà in gesti di Gesù, in parole contagiose, annuncio ‘poetico’ che fa quello che dice. E’ annuncio non di minaccia ma di gioia. C’è una luce, un tesoro, una perla preziosa nella vita e la sua scoperta richiede di entrare in un cammino di cambiamento, un modo nuovo di pensare Dio.

Gesù chiama lungo il mare due coppie di fratelli. E’ da cogliere questo particolare: chiama Simone e Andrea che vivono la dimensione di essere fratelli. Chiama poi Giacomo e Giovanni mentre riassettavano le reti: erano fratelli insieme al loro padre immersi nel lavoro. Li chiama con sé e questo implica un lasciare. Come lui si è distaccato da Nazaret così Andrea e Simone che per seguirlo lasciano le reti. Giacomo e Giovanni sono al lavoro con il padre, Possedevano una barca. Lasciano la loro occupazione le reti e il padre per accogliere la chiamata di Gesù ad andare dietro a lui. Dice Matteo che “Gesù vide”: il suo è uno sguardo che va al cuore e quei fratelli si sentirono guardati dentro, avvertirono che Gesù sapeva cogliere le attese più profonde del loro cuore.

In questa chiamata scoprono la possibilità di diventare ‘pescatori di uomini’. Bisogna però interrogarsi su cosa significa questa espressione: pescatori di uomini può essere un termine inteso nell’ottica di attrarre altre persone per moltiplicare il numero degli appartenenti al gruppo, un prendere nella rete come imprigionamento. Ma il senso è ben diverso. Pescare era per quei fratelli il lavoro che dava vita alla loro famiglia, che riempiva la loro vita in una relazione. Così ‘pescatori di uomini’ non è metafora che assimila le persone a dei pesci da attirare all’amo, magari con forme di propaganda e di pubblicità sotto le forme del mercato religioso. Ben diversamente essere pescatori di uomini è chiamata a seguire Gesù nel restituire vita agli altri, nel divenire persone che scorgono un orizzonte nuovo di vita in cui è possibile la gratuità, in cui si può restituire dignità e vita, curare e guarire, dire con la vita la bella notizia del regno che si è fatto vicino. Che Dio non abbandona i suoi figli, che la vita di ognuno è importante, che la gloria di Dio è la vita del povero.

L’appello ‘convertitevi’ si compie per loro in una trasformazione che li porta a cambiare per seguire strade che conducono ad essere preoccupati per la vita degli altri. Gesù chiede loro di seguire lui ed essi si troveranno spiazzati nello scoprire che seguire lui implica intendere la vita a partire dalla periferia, non attendendo ma facendosi incontro, camminando e sperimentando cambiamenti ben più radicali delle rivoluzioni che ritornano al punto da cui erano partite. A servizio di una umanità che vive le tenebre, immergendosi in rapporti di coinvolgimento e di solidarietà per condividere quella luce scoperta negli occhi di Gesù. E’ un senso nuovo scoperto per la propria vita.

Paolo lo esprime nella seconda lettura indicando il Cristo crocifisso in contrasto a parole di sapienza: predicare Cristo crocifisso non è annunciare una vicenda di sofferenza e di dolore. E’ annunciare la bella notizia che una vita spesa in quel modo come l’ha vissuta Gesù è vita che si è compiuta perché ha vissuto l’incontro pieno e la disponibilità a Dio e la solidarietà con gli altri. Questo cuore della vita credente può essere svilito e coperto da tanti elementi che portano a perderlo di vista. La storia dell’esperienza cristiana è triste vicenda di tanti svisamenti del vangelo e di perdita dell’essenziale dell’annuncio, barattato con il potere mondano, con la ricerca di carriere, con la violenza nelle sue diverse forme.

Paolo ricorda che questo riferimento conduce a rapporti diversi in una comunità chiamata non a riproporre le logiche della rivalità, dell’aggressività e della gerarchia proprie di un mondo segnato dalla paura dell’altro, dalla violenza e dalla mancanza di speranza. Proprio perché Dio si prende cura di ciascuno non c’è chi vale meno nella comunità di Corinto e non devono esserci divisioni generate da chi pensa di essere sapiente e disprezza gli altri. Perché non venga svuotata la croce di Cristo.

Quale provocazione per noi oggi sottolineerei alcuni aspetti racchiusi nell’invito: ‘convertitevi’. Convertirsi non è entrare nella linea del pentimento e del ripiegamento su di sè, ma è più radicalmente cambiare stile di vita. Penso a tre conversioni oggi che il cammino dell’umanità ci pone di fronte. Una prima conversione è la conversione all’altro: è scoprire la chiamata dell’altro nella propria vita, di ogni altro, rivolgendo lo sguardo a chi non è considerato perché non rientra nella cerchia di coloro che possiedono ricchezza e benessere,.

Una seconda conversione è il rivolgersi alle situazioni in cui è presente il buio, i luoghi di frattura e le terre di confine dell’umanità, alle periferie dove più si soffre e dove vivono le vittime dei sistemi iniqui del potere che piega, della guerra, della sopraffazione: è una conversione alla giustizia come attenzione alle vittime.

Una terza conversione è la conversione ecologica, per intendere la vita in modo diverso, non secondo la logica della competizione, ma nella linea del costruire una casa comune, in cui potersi riconoscere fratelli. Dietro a queste conversioni sta la conversione al Dio di Gesù, il Dio umanissimo che raggiunge anche noi, come i primi discepoli, con la voce umana di una parola che chiama e di uno sguardo che sa dare riconoscimento, e spinge ogni giorno a lasciare qualcosa per scoprire un cammino nuovo segnato dalla gioia di un incontro da condividere.

Alessandro Cortesi op

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