la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Pasqua – anno B – 2015

fc17-4(mosaico – Basilica san Marco Venezia)

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli presenta un quadro della primitiva comunità cristiana ponendo al centro lo stile di una vita comune. Lo presenta secondo i tratti di un ideale da raggiungere. La fede in Gesù rialzato da Dio suscita un modo nuovo di concepire l’esistenza in una comunità di uguali. Il centro da cui scaturisce l’esperienza di questa comunità sta nella risurrezione di Gesù e nella responsabilità della testimonianza che da questo incontro proviene: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”. La condivisione reale dei beni e la comunanza di vita sono la espressione concreta della fede e sua traduzione storica: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

La prima lettera di Giovanni pone in risalto il medesimo stile che il brano degli Atti presenta in forma descrittiva: la fede nel Signore risorto genera un incontro segnato dall’amore, indicato come comunione, con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. L’incontro con il Cristo vivente conduce ad un modo nuovo di intendere la propria vita. Il riferimento radicale al Dio ‘colui che ha generato’ apre a scorgere il suo volto come fonte di vita, forza di generazione. Da qui sorge l’esigenza di un amore che si apra agli altri. E’ il volto di figli e figlie creati da Dio per camminare insieme.

Al centro del IV vangelo sta una beatitudine che tocca l’esperienza del cerdere: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. L’intero IV vangelo offre diversi itinerari del credere: Tommaso in questa pagina è esempio di chi vive la fatica del credere e il suo cammino assume i tratti del percorso di ogni discepolo. E’ infatti accompagnato a passare da una fede ancora immatura, intesa come verifica di evidenze, bisognosa di miracoli, appoggiata sui segni e sul vedere, ad un credere che si affida alla testimonianza.

Giovanni, insiste su due aspetti particolari: nel presentare l’incontro nuovo dei discepoli con Gesù dopo la sua morte. Gesù è incontrato come colui che si pone in mezzo ai suoi, centro di nuovo raduno, e giunge in modo nuovo. Il Risorto è il medesimo Gesù incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. La narrazione del suo presentarsi in questo modo risponde all’inquietudine di Tommaso: fa cogliere l’identità e la continuità tra la sua esperienza prima della Pasqua e la sua vita nella situazione nuova della risurrezione. Nel medesimo tempo è un presentarsi come diverso: la modalità del suo esserci non è più come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede. La sua presenza è interiore, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto. Accompagna i suoi ad entrare in una nuova comunione con lui. Un incontro nello spirito e nel dono della pace e dell’invio. Si attua così un nuovo dono dello Spirito: come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37: “Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano…), simbolo del rialzarsi del popolo d’Israele dopo le sofferenze dell’esilio, così ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato visto dall’evangelista quale consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. ‘come il Padre così…’ non indica solo una somiglianza ma dice che l’invio dei discepoli trova la sua origine e forza nel primo movimento che sta al principio della vita di Gesù stesso: è la missione del Padre che genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Testimoniare la pace, per i credenti è accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Una prima osservazione può essere fatta nel confrontarsi con pagine che presentano un quadro di orizzonte, e che ha tratti di indicazione di percorso, non pretesa di attuazione. La vita comune delle pagine degli Atti dice i tentativi delle prime comunità di accogliere una modalità di rapporti che può essere piena solamente nel regno di Dio. Il rischio di una lettura ingenua consiste nel rapportare alle traduzioni storiche quelle che sono indicazioni di prospettiva e di impegno. Condividere le proprietà è cammino esigente e da condurre e tuttavia non è facile e ha sue traduzioni diverse ed una sua gradualità anche in chi cerca seriamente di viverlo. Così il mettere ogni cosa in comune è prospettiva che può guidare l’impegno di tutta una vita e che rinvia a cammini sempre ulteriori.

Tale attitudine di lettura può essere un aiuto per intendere le profonde esigenze della vita evangelica rapportandole ad uno sguardo di realismo e di consapevolezza della precarietà e insufficienza della vita umana. Sta qui la radice dell’esperienza della misericordia.

Può essere questa una riflessione rilevante nel cammino in preparazione al Sinodo che si terrà ad ottobre sulla famiglia. Si tratta di individuare infatti vie per discernere la chiamata del vangelo in rapporto ad ogni scelta esistenziale, sia in quella del matrimonio, sia nelle forme diverse di sequela di Gesù, cogliendo soprattutto la dimensione di tensione e di precarietà, di imperfezione, sì, esattemente di imcompiutezza e lontananza dall’ideale – pur nell’orientamento e nel desiderio -, proprie di ogni percorso umano.

Nessuna di esse si pone come perfezione raggiunta o adempimento pieno della chiamata, ma come tensione ad una risposta basato sull’accoglienza di un dono, davanti a Dio e per l’umanità. Come per ogni condivisione e per sperimentare la vita comune, tutte le scelte orientate al vangelo hanno bisogno di cammino paziente, si aprono ad approfondimenti e necessitano di perdono e di vie di misericordia laddove vi siano percorsi interrotti, fallimenti, incapacità, fatiche. Il vangelo è bella notizia perché dono di Dio che fa sgorgare aperture inedite di vita nuova dove sembra che non ci sia possibilità di futuro.

Enzo Bianchi a tal proposito ha scritto in questi giorni: “Perché allora non si usa misericordia verso il matrimonio andato in frantumi, mentre non fa alcun problema se un religioso, monaco o frate, abbandona la sua comunità e contraddice i suoi voti? La rottura del legame matrimoniale è impossibile, mentre l’abbandono della vita religiosa sembra non turbare, e se il religioso è laico, la dimissione è concessa subito, senza alcun problema (…) Occorre dunque uno sguardo capace di makrothymía, di vedere e sentire in grande, per leggere l’uomo, le sue storie personali, di amore e di fatica, con l’occhio di Dio, in particolare con la sua misericordia e compassione”. (E.Bianchi, Al sinodo serve makrothymìa, Jesus aprile 2015)

In questi giorni è ricorso l’anniversario della uccisione di Dietrich Bonhoeffer (9 aprile 1945). La sua vicenda costituisce una forte testimonianza in un tempo di prova, della fedeltà al vangelo e della responsabilità nel vivere scelte in coerenza al vangelo anche quando queste pongono a rischio la propria vita. La sua fedeltà a Dio e nel contempo la fedeltà alla terra sono una delle maggiori eredità che Bonhoeffer ha lasciato, con il suo messaggio a scoprire un modo di vivere il vangelo non come religione che difende e protegge una vita al riparo da ogni rischio, ma come fede che rinvia alla testimonianza e ad una presenza capace di critica e responsabilità nel proprio tempo. Uno tra gli scritti di Bonhoeffer in cui tradusse questa istanza di responsabilità verso l’altro e la storia ha proprio come titolo ‘Vita comune’.

Viviamo tempi segnati da fenomeni inquietanti e nuovi: il terrore come strumento di guerra, la violenza pervasiva nelle forme dell’uso delle armi e nelle forme nascoste dell’economia che uccide, l’orrore come modalità di dominio nell’era mediatica. Le parole della prima lettera di Giovanni non ci appaiano come una pia illusione di sognatori: esse costituiscono il punto di riferimento fondamentale della nostra fede e della nostra vita. Anche nelle contraddizioni del presente i cristiani sono chiamati a porre al centro la Parola del Signore e a ri-centrare la loro vita sull’annuncio della risurrezione. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che ci chiama ad essere responsabili.

Il massacro degli studenti di Garissa, ha alcuni tratti particolarmente atroci perché ha colpito un luogo come l’università dove si formano i giovani ad assumersi responsabilità di pensiero e di orientamento, per una responsabilità civile. Garissa inoltre era – e speriamo sarà ancora – una università dove convivevano insieme in modo pacifico giovani di diverse religioni, cristiani e musulmani, segno di un incontro possibile che ha il nome di ‘comunione’ e da favorire nelle forme del dialogo della vita quotidiana proprio nel tempo dell’offensiva dei fautori di intolleranza. Di fronte ai seminatori di morte siamo chiamati in modo nuovo a riporre al centro il riferimento alla risurrezione, anche ricordando quei 150 studenti non come un numero, ma dando un volto e scoprendo nei loro volti e sogni la forza di vita che essi comunicano: i loro nomi sono scritti nel libro della vita, non sono dimenticati dal Dio della compassione come seme di un sogno di convivenza in cui condividere la propria umanità.

Alessandro Cortesi op

II domenica tempo ordinario anno B – 2015

640px-Mathis_Gothart_Grünewald_022 - Versione 2(Mathias Grünewald – altare di Isenheim 1512-1516 – particolare)

1Sam 3,3-19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

Il giovane Samuele scopre Dio si rende vicino nella sua vita con la sua parola. Samuele è figlio giunto come dono inatteso ad Anna, donna che non poteva avere figli, rimproverata dal sacerdote nel tempio perché con il suo pianto non aveva un comportamento decoroso. Samuele fa questa esperienza in un tempo in cui la parola del Signore era rara. Coglie poco alla volta con difficoltà e fatica la chiamata di Dio: “Mi hai chiamato, eccomi! Egli rispose: Non ti ho chiamato, torna a dormire! … Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.

E’ una chiamata difficile da ricevere, e Samuele si apre poco alla volta ad intenderla, all’ascolto, anche grazie alla disponibilità di Eli. La scambia infatti per la voce del sacerdote, ma il medesimo Eli non si frappone, non lo distoglie con le sue parole, ma lo indirizza ad una parola altra, da accogliere anche per lui, anziano, sconosciuta. Lo invita così all’ascolto: “se ti chiamerà ancora dirai: Parla Signore perché il tuo servo ti ascolta”. Il volto di Dio è di un Tu che rivolge la sua parola e chiama per nome: a Samuele indica una missione, il senso della sua esistenza in un dialogo. Come con Abramo, e con Mosè. Anche Samuele raggiunto in modo inatteso vive una fatica per cogliere da dove provenga la voce che lo chiama.

“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo… “. Il quarto vangelo non narra il battesimo di Gesù ma lo presuppone. Giovanni non battezza Gesù ma lo indica come l’agnello: un rinvio al suo cammino e alla croce. Il momento della morte di Gesù nel IV vangelo coincide con il tempo in cui nel tempio venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua, (Gv 19,36). Indicare Gesù come agnello così rinvia a signficato della Pasqua, e al cammino della liberazione dall’Egitto (Es 12). La vicenda di Gesù ha al cuore la pasqua. Il termine ‘agnello’ in aramaico (talja) indicava sia l’agnello sia il servo, e sa qui un altro rinvio alla figura del ‘servo di Jahwè’ di Isaia: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ prende su di sé il peccato del popolo con la nonviolenza ‘toglie il peccato del mondo’: ‘prende sulle spalle’ e ‘toglie via’, nel medesimo tempo. Porta i pesi degli altri e non pone pesi insopportabili sulle spalle degli altri.

Anche la pagina del vangelo parla di chiamate: vi sono i primi discepoli, che seguono Gesù. Che cosa cercate? E’ la prima domanda: la sequela si apre non con un discorso ma con un interrogativo. Così Gesù suscita un cammino e invita ad uno stare insieme. Seguirlo si radica su un cercare ed implica andare al fondo di un’inquietudine e di una attesa.

‘Che cosa cercate?’ è la grande domanda che attraversa il quarto vangelo. In ogni cuore c’è una sete profonda – come per la donna di Samaria al cap. 4 -. Gesù non mette al primo posto una sua risposta: piuttosto invita a stare nella ricerca, fa spazio ad una inquietudine, accompagna a porsi domande. Apre ad uno stare insieme. Oltre ogni pretesa di chiudere anche la sua presenza entro i ristretti confini di una ‘religione’ o di un tempio.

La strada conduce fino al giardino fuori del sepolcro alla fine del vangelo (Gv 20,11), quando il giardiniere sconosciuto rivolge a Maria di Magdala in lacrime una parola sconvolgente: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. E’ chiamata per nome: ‘Maria’ e la domanda passa dal ‘che cosa’ al ‘chi’. L’intero vangelo si fa così itinerario da una ricerca di qualcosa alla ricerca di un tu, di una relazione ‘chi cerchi?’. E’ Gesù, la sua presenza, come parola di Dio al cuore di ogni ricerca umana.

Dove dimori? E’ un’altra domanda: racchiude non solo la ricerca della casa di Gesù, ma pone la questione su dove Gesù rimane. E Gesù ancora invita ad un cammino. ‘Venite e vedete’. Per accogliere lui è importante camminare, ‘venire’ e ‘vedere’, fare esperienza della sua vita, lasciarsi accogliere da lui. Si tratta di un coinvolgimento quotidiano dell’esistere, che apre ad un vedere nuovo.

Tutto questo avviene all’interno di una rete di relazioni. L’incontro con Gesù passa attraverso il tessuto delgli incontri. Sono gli incontri della quotidianità, della parentela e dell’amicizia: Andrea è fratello di Simone, Filippo è della città di Andrea, Filippo incontra Natanaele…. L’incontro con Gesù passa non attraverso voci magiche, eccezionali, ma nel tessuto delle parole, delle chiamate e delle relazioni di ogni giorno.

DSCF5464Alcuni spunti di riflessione per noi oggi

Parlare e ascoltare. Eli indica a Samuele un ascolto da coltivare. Giovanni indica Gesù e intende la sua presenza accanto a lui nell’espressione: “egli deve crescere io diminuire” (Gv 3,30). Eli può essere visto come una figura di educatore, capace di favorire un ascolto non delle parole proprie ma della parola di Dio. Questa si fa presente nel cuore di ognuno, come chiamata a compiere il proprio nome, unico e originale, la via della propria vita che nessun modello o regola può predeterminare, ma che va soperta nel dare spazio alla parole: alle parole umane e a quella Parola di Dio racchiusa nel proprio nome, nella vita.

Di fronte alle situazioni di violenza e di disumanità che sperimentiamo si accresce il senso di urgenza di quell’accompagnare alla scoperta di vie di umanizzazione che è la funzione educativa. Ma educare non è imporre un proprio modello, non è riempire di parole già date, è piuttosto fare spazio, aprire le possibilità per una ricerca oltre le chiusure e la bruttura del presente: fare spazio per un cammino in cui sia possibile l’accoglienza e lo scambio di parole di relazione.

Fare l’insegnante – osserva Carla Melazzini in “Insegnare al principe di Danimarca” (ed. Sellerio 2011) libro testimonianza di un’esperienza di scuola con ragazzi difficili in quartieri degradati – vuol dire “dare significato alla parola”, aprire a quello scambio di parole che rende possibile la comunicazione con l’altro e il superamento della violenza. Da qui la necessità di saper “accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza”. L’educazione come cammino comune, non relazione di dipendenza ma scoperta insieme nel ridare parola, nel fare spazio per ascolto, nello scambio di parole.

Alessandro Cortesi op

parole rodari

II domenica di Pasqua anno A – 2014

DSCF2749At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La sera del primo giorno della settimana: è questo il contesto di un incontro che avviene superando le chiusure di una casa sbarrata e di cuori rattristati e ripiegati. I discepoli sono insieme riuniti e le porte chiuse per paura dei giudei. “Gesù venne, si fermò in mezzo a loro e disse…”. Gesù viene in modo inatteso, e sta in mezzo: raduna in modo nuovo la comunità, discepoli e discepole, e sta in mezzo. E’ lui il centro e richiama tutti, li convoca, coloro che lo avevano abbandonato e tradito, attorno a lui. Gesù mostra mani e costato: è il medesimo crocifisso, non è un altro. Eppure la sua condizione è nuova, diversa. Apre i discepoli ad un cammino: dalla paura alla gioia, dalla chiusura a ricevere il dono della pace, dall’essere prigionieri del loro abbandono all’essere inviati fuori, dal peso della loro indifferenza al sentirsi perdonati e divenire testimoni di un perdono da dare e ricevere. Vedendo il Signore i discepoli furono pieni di gioia. C’è un dato costante in tutti i racconti di incontro con Gesù risorto nei vangeli: l’iniziativa è sua, la sua presenza non è attesa e programmata, il suo venire è azione gratuita e sconvolge. Addirittura il suo venire e il suo farsi ‘vedere’ non è riconosciuto immediatamente.

L’iniziativa è inattesa, è un venire in cui Gesù è protagonista; il Signore è riconosciuto dai discepoli, a loro Gesù affida un compito. Il suo primo saluto è un saluto di pace. La pace è il primo dono della Pasqua: ma è una pace che reca i segni di un dono e che sgorga da ferite, le piaghe delle mani e del costato che Gesù mostra. In mezzo a loro non c’è un altro ma il medesimo crocifisso risorto. Non ci potrà essere incontro con Gesù risorto se non nell’incontro con la via del crocifisso: ed è il crocifisso vivente che raduna ancora una comunità. L’incontro con lui rinvia al suo cammino umano, al porsi l’interrogativo del perché della sua passione e morte.

La presenza di Gesù risorto che supera le porte chiuse e apre cuori impauriti è segno che ogni ragione di paura è stata vinta. Apre ad una gioia che è scoperta di una speranza nella vita: è possibilità di scorgere anche nelle vicende umane più violente e tragiche che quella del male e della morte non è l’ultima parola, che vi è un oltre, che il Risorto è vivente e ha vinto la morte e ogni male.

“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi lascerete andare i peccati saranno lasciati andare”. L’incontro con il risorto non mantiene fermi, ma apre ad andare, è invio, spinta ad uscire, ad entrare nel movimento di Gesù che è sceso e si è chinato a lavare i piedi ai suoi: mandato dal Padre per scendere e servire… I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Non fare grandi cose, ma testimoniare un incontro. L’invio inizia da un dono di respiro, da un soffio di vita comunicato. Insufflò su di loro: è dono di respiro che richiama al soffio donato ad Adamo, alito di vita (Gen 2,7) e fa scoprire di essere nuovi, capaci di portare quel soffio accolto. E’ anche evocazione del dono dello Spirito che fa riprendere il cammino ad una comunità dispersa e delusa, così come Ezechiele presentò nella grande metafora della pianura di ossa aride che riprendono vita (Ez 37,9). E’ anche soffio che proviene dalla croce: quello è il momento in cui Gesù consegnò il respiro, lo Spirito, dono dell’ora e della glorificazione. La prima comunità sperimenta una trasformazione profonda, che non è opera dell’uomo: il passaggio dalla paura al coraggio dell’annuncio per portare il perdono di Cristo è dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi di continuare la sua missione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Il risorto affida ai discepoli la missione di perdonare. Alla comunità di chiusa nella paura, a tutti, discepoli e discepole, è donata la libertà di scoprirsi perdonati e la capacità di comunicare un dono. Sono chiamati a portare perdono come dono del risorto a tutti, insieme a quella pace, contrassegnata dalle ferite delle mani e del costato. E’ affidata la capacità del perdono, cioè di fare pace non come equilibrio di terrore o tregua armata, ma come capacità di lasciar andare, sciogliere, rimettere e immettere nella storia forza di riconciliazione. Questo invio va letto in parallelo con Mt 18,21.25: “quante volte devo perdonare al mio fratello che pecca contro di me?”. La comunità di chi crede in Gesù si vede affidata la testimonianza del perdono da dare e ricevere, da portare come segno della pasqua e di speranza rivolta a tutti per dire che per ciascuno c’è possibilità di sperare. Una missione di misericordia ed una missione di perdono dato perché ricevuto.

Gesù mostrando mani e costato accompagna i discepoli a compiere un passaggio dal tradimento e abbandono, al riconoscersi perdonati e all’esperienza della gioia di una accoglienza nuova. Dove per Giovanni il peccato è cecità, incapacità di riconoscere Cristo come luce nella vita, quella luce che illumina ogni persona.

L’incontro con Tommaso pone la questione del credere in rapporto al vedere: ‘abbiamo veduto il Signore’. Ma Tommaso il gemello, non crede. E’ gemello Tommaso, gemello di Gesù perché più vicino a lui nel desiderio di coerenza fino in fondo. E’ Tommaso l’unico che è fuori e non si è fatto rinchiudere nella paura, l’unico che rischia. Ed è gemello anche di ogni credente: è quella di Tommaso una ricerca che conduce ad andare a fondo nel cammino del credere, che pone difficoltà. La sua incredulità è desiderio di entrare in una relazione autentica vivente, è richiesta di toccare il corpo di Gesù. Tommaso solleva la questione della fatica del credere. Il dubbio, la fatica fanno parte della fede. E Tommaso ci pone anche la questione di un credere che non sia solo questione intellettuale, di un sapere asettico o fonte di potere, ma coinvolga il corpo, la vita nella sua totalità. E’ desiderio il suo di contatto e relazione. E il corpo è luogo di relazione autentica. Ma è anche sfida quella di Tommaso ad un credere nel corpo: la nostra vita, il corpo non in una sola dimensione ma con tutti i suoi sensi, in tutti i momenti dell’esistenza fata di cose, di sentimenti, di percezioni, è luogo di relazione con il Vivente. Tommaso è anche esempio di un itinerario del credere che passa dall’esigenza di vedere ad un credere che non richieda evidenza ma si fondi sulla testimonianza: un vedere oltre i segni. ‘vide e credette’. Al centro sta il motivo del credere.

DSCF2055Questa pagina ci può aiutare a cogliere alcune sfide per noi

In questi giorni viviamo minacce di guerra, la situazione dell’Ucraina è carica di tensione, e assistiamo a situazioni di conflitti in cui sembra non ci sia possibilità di soluzione: in Siria, in Sud Sudan, in Repubblica del Centrafrica. Ma c’è una relatà di rapporti violenti che attraversa la nostra quotidianità, in una rincorsa a sopprimere l’altro per avere più spazi e per primeggiare. Il dono del risorto è la pace: sorge la domanda sulla repsonabilità dei credenti oggi. La pace pone in questione il nostro credere come capacità di immettere nella storia l’inaudito di una pace che viene dal crocifisso, che nella sua vita vissuta nella nonviolenza radicale, conrastando ogni forma di potere che schiaccia le persone offre una via per noi. Il suo invio a immettere energie di perdonoe pace nella storia è luogo del nostro credere.

“L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli” è espressione di Gregorio magno. Tommaso apre la comprensione del percorso del credere come itinerario fatto di domande di dubbi. Ma il suo essere fuori a differenza degli altri chiusi nella paura sollecita a vivere il rischio del credere, la fatica di porre domande scomode, l’esigenza di essere critici e inquieti diventando per tutta la comunità motivo di crescita. Tommaso poi richiama ad vivere un credere che coinvolga la corporeità, che ci faccia scoprire il corpo del Signore nel corpo della Parola, nel corpo del pane spezzato, nel corpo della comunità, nel corpo dei sofferenti e dei feriti.

Il dono del Risorto che si pone in mezzo ai suoi è dono di respiro. Viviamo spesso un credere senza respiro, senza soffio di vita. O affannato in una ricerca di cose da fare, di attività da eseguire, o incapace di respirare l’aria pura da ricercare oltre i luoghi chiusi che ingabbiano la fede e le comunità. Incapaci di accogliere quel soffio che permea la creazione, quel soffio di vita presente in chi non è ripiegato su di sè, il soffio presente nelle parole dei profeti della nostra quotidianità, voci spesso inascoltate. Incontrare il risorto è scoprirsi inviati in una vita in ascolto dello Spirito. Il respiro apre e fa comunicare con una presenza nuova del Signore che non si lascia racchiudere nelle costruzioni di appartenenza culturali e sociali, né nelle costruzioni dottrinali, e precede e ci raggiunge da tutti luoghi e persone in cui soffia desiderio di liberazione, speranza, apertura.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2014

DSCF4933At 10,34-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il discorso di Pietro nella casa di Cornelio è narrazione del primo annuncio di Cristo di fronte ad un pagano, nella casa del centurione. Pietro a Cornelio racconta di Gesù: è presentato nelle tappe della sua esistenza, nel suo rapporto con Giovanni Battista, nell’invio e consacrazione al momento del battesimo, nei suoi gesti e nelle sue parole compiute nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre, egli si è dato ad incontrare a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’. Su questa affermazione: “Dio volle che si manifestasse non a tutto il popolo ma a testimoni, prescelti da Dio, a noi…” si fonda la testimonianza degli apostoli alla radice della fede. Sono questi testimoni ad annunciarlo vivente.

Nella casa del pagano Cornelio, Pietro scopre che questo annuncio è per tutti: ‘ci ha ordinato di annunciare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Porta la bella notizia e la scopre già accolta e viva nel suo attuarsi nella casa di Cornelio come liberazione dal peccato e dalla morte per ognuno che si affida a Cristo crocifisso e risorto. Il riferimento al ‘terzo giorno’ della risurrezione di Gesù non è una indicazione di tempo, ma riprende il motivo biblico del tempo di liberazione e di salvezza: nel terzo giorno Abramo riceve l’indicazione del luogo in cui poi visse l’offerta di Isacco (Gen 22,4). Il terzo giorno è il momento in cui il Signore dà la vita: ‘dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza’ (Os 6,2).

La pagina del vangelo di Giovanni è attraversata da due serie di verbi: un primo gruppo è quello dei verbi di movimento: si recò… corse… uscì… si recarono… correvano… corse più veloce… giunse per primo al sepolcro.

Una seconda serie è data dai verbi di vedere: Maria di Magdala vide che la pietra era stata ribaltata, il discepolo che Gesù amava giunto per primo al sepolcro vide le bende… anche Simon Pietro che lo seguiva entrò nel sepolcro e vide le bende… allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo…e vide e credette.

Questi verbi narrano le vicende del giorno dopo il sabato come se fossero un paradigma del cammino di incontro con il Cristo risorto nel movimento, nella fatica e nel dubbio che ogni credente vive.

Tutto ruota attorno al tema della ricerca. Maria di Magdala innanzitutto: nel suo smarrimento si rispecchia la situazione dell’intero gruppo delle donne che secondo i sinottici avevano seguito Gesù e nel mattino dopo il sabato si erano insieme recate al sepolcro. La ricerca di Maria inizia nel primo giorno della settimana: allusione al primo giorno della creazione, in cui si sta generando una nuova creazione in un giardino che rinvia al giardino del ‘paradiso’ (giardino) dei racconti di Genesi. E’ una creazione nuova in cui al centro sta l’incontro con Gesù come vivente che chiama per nome. Maria parte ‘mentre era ancora buio’: la sua ricerca si svolge in una situazione di buio, ancora legata al passato, laddove il buio non ha accolto la luce, e non si è ancora perta alla presenza di Gesù, luce che illumina ogni uomo (Gv 1,3). E’ una triste ricerca del Gesù prima dei giorni della passione e della morte, del Gesù del ricordo, del Gesù di un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù: non i gesti di devozione nel buio della morte, ma l’incontro con Gesù vivo in modo nuovo esige uno sguardo diverso per incontrarlo (cfr Gv 20,11-18). Solo la voce che pronuncia il suo nome nuovamente, la chiamata che la apre il cuore ad una disponibilità nuova, le dona luce per una nuova esperienza di comunione. Il suo è il primo percorso della fatica della fede. La sua corsa è un annuncio che parla del Signore (è già annuncio di risurrezione) e nel contempo parla di un non sapere: ‘non sappiamo dove l’hanno posto’. Maria raccoglie così i discepoli e suscita un’altra corsa.

C’è poi la corsa di Simon Pietro, il primo tra gli apostoli: anche lui corre, ma viene preceduto, tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – suggerisce così il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Chi è responsabile dell’autorità nella comunità non ha il dominio del credere, deve lasciarsi guidare da altre presenze vicine: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. C’è qui un sottile riferimento alla tensione ed all’incontro tra l’istituzione – rappresentata da Pietro – ed il ‘carisma’ di chi vive un rapporto intimo e profondo con Gesù, evocato nel profilo del discepolo che Gesù amava, capace dell’intuizione di chi vuole bene prima di tutto. Un riferimento a cammini di chiese diverse eppure accomunate da una medesima testimonianza del Signore? Un riferimento ad una comunità chiamata ad ascoltare il cammino di tutti, per poter incontrare la presenza di Gesù nei segni?

La terza ricerca che il brano presenta è quindi la ricerca stessa del discepolo che Gesù amava, il suo correre, insieme a Pietro ma anche diversamente da lui, il suo mettersi in movimento nella tensione di una ricerca che assorbe tutte le energie ed è di fretta. Di lui si dice ‘e vide e credette’: il suo sguardo si apre ad un vedere dentro e oltre i segni e si compie nel credere. Parte dai segni ma legge dentro di essi un senso profondo con lo sguardo dell’amore. Il discepolo che Gesù amava nei segni legge che quel luogo di morte ormai non è il posto di Gesù: Gesù ormai è il risorto e d’ora in poi lo si incontra nell’evento del credere. Non nel sepolcro, ma nei luoghi della vita dove egli è vivente. Egli ancora ci raggiunge attraverso i segni e la testimonianza: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’. Credere è un ‘vedere’ nell’apertura dell’amore nel lasciar coinvolgere la vita, nella consegna della propria esistenza all’altro.

Il brano si chiude con una osservazione che apre ad un percorso nuovo: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture, narrazione dell’esperienza della comunicazione di Dio con l’umanità. E’ rinviato a scoprire che in quella storia di alleanza e vicinanza del Dio fedele si inserisce la Pasqua di Gesù: è rialzamento dalla morte, liberazione e apertura ad una comunione con lui e tra di noi nuova che sin d’ora inizia.

Alessandro Cortesi op

Veglia di Pasqua – anno A – 2014

PasquaPisa porta san Ranieri donne al sepolcro

Mt 28,1-10

Matteo situa la visita delle donne alla tomba di Gesù all’interno di due passaggi in cui ha rilievo la questione di una guardia al corpo di Gesù. Matteo vede questo come iniziativa di sommi sacerdoti e farisei che si recano da Pilato riconoscendolo come ‘Signore’. Gli riportano le parole di Gesù indicato come quell’impostore, falso messia: ‘Dopo tre giorni risorgo’. E chiedono di ordinare che la tomba sia assicurata fino al terzo giorno perché i discepoli non vengano a rubarlo e poi dicano ‘E’ risorto dai morti’. Pilato risponde ‘avete una guardia: andate ad assicurare come sapete’ (Mt 27,62-66).

Dopo la visita delle donne e dopo gli eventi al sepolcro (Mt 28,1-10) Matteo inserisce la scena in cui quelli della guardia riferiscono le cose accadute ai sacerdoti e questi diedero molti soldi, sicli d’argento, ai soldati per dire: ‘i suoi discepoli sono venuti la notte a rubarlo mentre noi dormivamo’ (Mt 28,11-15)

Si tratta di un inquadramento che presenta una lettura polemica di Matteo in rapporto agli eventi al sepolcro: forse il racconto della tomba vuota era stato criticato come un’invenzione dei discepoli. Il racconto di Matteo diviene una sorta di risposta a tale screditamento: in esso compare come i sommi sacerdoti che dovrebbero essere testimoni della Legge e della unicità di Dio d’Israele, riconoscano come ‘signore’ proprio Pilato rappresentante del potere politico. E d’altra parte si coglie la lettura di Gesù come un impostore, falso messia.

Al centro di questa inclusione relativa alla ‘guardia’ di controllo, sta la narrazione della visita alla tomba. Matteo parla di due donne che si recano al sepolcro all’inizio del primo giorno della settimana. Esse non portano oli aromatici per ungere il cadavere, come nelle altre narrazioni sinottiche di Marco e Luca, data la presenza di guardie, ma si recano al sepolcro ‘per vedere’, sottolinea Matteo. La loro è una testimonianza che si pone nel seguire Gesù per vedere, così come sempre Matteo aveva ricordato con insistenza anche nel racconto della passione: “Vi erano là anche molte donne che osservavano da lontano. Esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (Mt 27,55), “Lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria” (Mt 27,61). Proprio perché hanno visto sono testimoni, ma anche il loro vedere racchiude un sguardo che diviene disponibile ad un vedere nuovo, perché cerca di andare in profondità e rimane soprattutto fedele nella passione e nel momento della morte. Nella versione di Marco le donne per strada si interrogano su chi potrà rotolare via la tomba all’ingresso del sepolcro. In Matteo ci troviamo di fronte ad una presentazione di fenomeni descritti con linguaggio apocalittico che accompagnano l’arrivo delle donne: tra di essi il rotolamento della pietra presentato non come già avvenuto ma in diretta. “Ed ecco avvenne un grande boato: infatti un angelo del Signore, sceso dal cielo e avvicinatosi, fece rotolare via la pietra e vi si sedette sopra”. Il boato è lo scuotimento, che Matteo indica anche al momento della morte di Gesù (Mt 27,51). Ma è anche lo scotimento che era avvenuto al momento dell’arrivo dei magi a Gerusalemme, uno scuotimento che aveva portato turbamento al re Erode e a tutta Gerusalemme. In un quadro così di contrapposizione tra la paura di chi non si lasciava mettere in cammino da nessuna stella e da nessuna luce e la grande gioia che i magi provarono al vedere la stella e nel condurre il loro cammino.

Il terremoto ha anche un significato connesso al giudizio, al momento in cui Dio annienta la realtà della morte. E’ un segno di rivelazione di un intervento di Dio. E’ elemento è proprio dell’apocalittica, segno del rivelarsi di Dio che entra nella vicenda umana e la cui rivelazione è descrivibile solamente con segni che dicono la potenza e lo sconvolgimento degli elementi. Matteo indica la presenza di un interprete di quanto sta accadendo: è la figura di un angelo, figura che porta un messaggio di Dio. Marco nel suo racconto vede l’interprete nella figura di un giovane che le donne trovano all’interno del sepolcro ed apre loro il significato di quell’esperienza. Matteo presenta invece l’angelo non solo come interprete ma anche con un ruolo attivo perché è lui che fa rotolare via la pietra e vi si siede sopra. Nelle visioni della manifestazione di Dio ricorre il motivo del colore della veste e del volto. Secondo Daniele Dio che siede sul trono ha una veste bianca come neve (Dan 7,9) e il volto del figlio dell’uomo è come la folgore (Dan 10,6). L’aspetto dell’angelo rinvia alla descrizione del corpo trasfigurato di Gesù che Matteo aveva presentato nel racconto della trasfigurazione: l’aspetto è come la folgore e il suo vestito bianco come la neve (Mt 17,2).

Dietro a queste imagini sta un grande messaggio: il sepolcro, luogo della morte e segno della forza silenziosa della morte, è investito di una potenza più grande che viene da Dio, forza che annienta la morte e dona una vita con caratteri di novità inauditi. Nella vita di Gesù c’è una luce che vince le tenebre della morte che conducono a non temere. E così nella sua morte non rimane prigioniero del buio ma l’azione di Dio lo costituisce ‘figlio di Dio con potenza nello Spirito di santificazione’ (Rom 1,3-4).

Le parole dell’angelo riprendono quelle del ‘giovane’ di Marco: ‘Non temete voi’ innanzitutto. E’ un invito a non temere in contrasto con lo scotimento che aveva preso i soldati: ‘per timore di lui le guardie tremarono e divennero come morte’. Si fa vivo un contrasto tra il terrore e una nuova fiducia, tra la vita segnata dall’amore e le guardie sottomesse ad un potere che teme e che divengono come morte. L’annuncio dell’angelo richiama la ricerca delle donne: ‘voi cercate Gesù il crocifisso’. E’ indicata l’identità di Gesù come il crocifisso che rimane tale anche nella condizione di risorto. Invita a vedere il luogo dove era sepolto, accogliendolo non come prova della risurrezione ma come un segno che rinvia e fa andare oltre.

L’annuncio centrale è che Gesù è risorto e Matteo aggiunge ‘come aveva detto’: E’ rinvio a quei passi del vangelo in cui sono riportate le parole di Gesù di fronte alla sua morte (Mt 16,21; 17,23; 20,19), indicazione della lucidità e libertà con cui Gesù visse la fedeltà fino in fondo al Padre e la testimonianza del regno come vicinanza di Dio ai piccoli. Tutta la sua vita è cammino in cui scoprire il senso della sua morte.

L’angelo invita infine ad annunziare ai discepoli che Gesù risorto dai morti li precede in Galilea. L’annuncio della risurrezione proviene non da un’invenzione umana ma da una parola di Dio che irrompe e apre una speranza nuova. Questo annuncio reca in sé una parola di perdono e dona ai discepoli di tornare là dove Gesù li aveva chiamati, la Galilea, e là dove avevva iniziato a seguirlo trovando in lui la guida della propria vita. E’ ancora una ripresa di quanto Gesù aveva detto ai suoi prima della passione (Mt 26,32).

Matteo prosegue il raconto che in Marco a questo punto trova una brusca interruzione. Riporta che le donne ‘corsero a dare l’annunzio ai discepoli’ ed anche introduce un episodio che non si trova negli altri vangeli, un incontro con il risorto. Il saluto che Gesù risorto offre alle donne è un saluto di pace: ‘Chairete’. “Ed esse avvicinatesi, gli abbracciarono i piedi e si prostrarono a lui”. Gesù le invita ad annunciare ai discepoli e dire ‘ai miei fratelli’ di andare in Galilea. E’ una parola di perdono. Gesù riabilita così i discepoli come fratelli richiamando alla Galilea: “Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea, e là mi vedranno”.

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Alcune riflessioni per noi oggi a partire da questa pagina

Una prima riflessione può sorgere dal pensare alle guardie e alla custodia. E’ un’immagine drammatica se si pensa alle guardie armate che devono custodire situazioni di violenza. In questi giorni non possiamo dimenticare coloro che sono rapiti, di cui da tempo non si hanno notizie in angoli lontani del mondo: in Siria, il gesuita Paolo Dall’Oglio, fedele ad un popolo e alla sua storia, in Cameroun due preti vicentini e una suora canadese. Accanto a loro a custodia uomini armati. Ma anche la custodia armata di situazioni di oppressione come ai check point nei territori palestinesi occupati dove la potenza delle armi quotidianamente umilia la vita di chi deve sottoporsi al controllo, ai capricci di giovani resi onnipotenti dalle armi, per poter recarsi al lavoro, per poter muoversi. In tanti altri luoghi la custodia armata è segno della malvagità di chi vuole opprimere: è l’ingiustizia profonda della violenza e delle armi. Lo scuotimento delle guardie proprio al momento della risurrezione di Gesù ci dice che la debolezza dell’amore è più forte di ogni potere politico che agisce con la sua forza armata. Gesù non può essere tenuto racchiuso nella morte da nessuna forza umana. Ma questo dice anche che non si può sopprimere l’apertura della vita che spinge alla relazione con la forza di armi che generano morte e conservano il sepolcro. Ma anche questo è invito ad una chiesa risorta ad essere testimone di questa forza di vita a vivere questo scuotimento di fronte al potere delle armi avendo il coraggio di fare spazio all’irrompere dello spirito della risurrezione, a disarmare i popoli ma anche i cuori.

Una seconda riflessione è a partire dalla ricerca delle donne. In quel mattino presto si incrociano una ricerca e l’irruzione di un farsi incontro della vita di Dio nella storia umana. E’ la ricerca delle donne che raccoglie le nostre ricerche. E’ desiderio che dice possibilità di continuare una vicinanza. Ed è indicazione della forza di questa apertura. Le parole dell’angelo aprono questo desiderio ad una dimensione più grande: non una ricerca nel luogo della morte, volta ad un passato, ma una ricerca rivolta ad una novità che non viene da noi ma irrompe da altro e altrove. E’ apertura ad una vita trasfigurata: è una vita nello Spirito in Dio.

Questo incontro non può compiersi senza una irruzione di forza dall’alto, non è procedimento o costruzione umana di scoperta, ma si fonda su una testimonianza che proviene da altrove. E d’altra parte questa testimonianza si consegna alla testimonianza propria di chi ha seguito Gesù sin dalla Galilea, alle donne. Se la risurrezione è evento che si dà come novità assoluta e azione di Dio, d’altra parte è un movimento che coinvolge pienamente la ricerca, l’attesa, il percorso interiore di chi ha seguito Gesù. E si radica in quel desiderio che si è fatto cammino nel buio dell’alba per andare a visitarlo.

La parola dell’angelo rinvia all’identità di Gesù, il crocifisso risorto. Gesù ha vinto la morte passando attraverso l’assurdità della morte, non nonostante la morte. Ha reso anche la morte luogo di un dono di sé e consegna al Padre e agli altri fino alla fine. La sua presenza non è nel luogo della morte ma è ‘in Galilea’. La Galilea terra di periferia e di confine, terra di mescolamenti di lingue diverse e terra lontana dai centri del culto. Terra di oppressione e di ingiustizia in cui Gesù passò facendosi solidale con la sofferenza. Ritornare in Galilea è scoprire che la nostra vita è chiamata, aprirsi ad uno sguardo che vede il bene e genera fraternità e sororità, coltivare una relazione e scoprire che la vita, come quella di Gesù – meglio, in lui – può essere vissuta per…data, sparsa, come il pane spezzato e il vino versato delle tavole a cui Gesù sedeva e dell’ultima cena.

Le parole dell’angelo alle donne aprono non a cammini di singoli, isolati nel loro individualismo egoistico o indifferente, ma ad un percorso di comunità. Sono le donne, che l’avevano seguito a divenire annunciatrici di un cammino in cui Gesù si dà ad incontrare in modo nuovo, annuncitarici di un dono di fraternità da scoprire di nuovo. In Galilea inizia una nuova sequela: rinvia alla prima chiamata ma sarà nuova. E i discepoli dovranno scoprire una parola di perdono che li accoglie dopo la loro incomprensione, la loro fuga, il loro abbandono. Ma questo cammino in cui al centro sta la presenza di donne testimoni e la parola della fraternità offerta a tutti è ancora da compiere in una chiesa che dovrebbe riconoscersi non come struttura e organizzazione di controllo e di pianificazione di progetti, ma comunità di testimonianza di accoglienza, di perdono ricevuto e di fraternità.

C’è un rapporto profondo con noi, siamo immersi in questa vita del risorto nell’esperienza della fede: la risurrezione di Gesù apre ad una fraternità in cui leggere la nostra risurrezione. L’esperienza del battesimo è scoperta di una immersione non tanto rituale ma di vita nel partecipare alla morte di Gesù per essere condotti da lui al destarci della risurrezione: “Il punto centrale è questo: normalmente, la morte rappresenta un’interruzione drastica delle relazioni, la morte isola; per Gesù invece, è attraverso la morte che viene aperta una nuova epotenzialmente infinita rete di relazioni. L’effetto della sua morte è l’opposto dell’isolamento. Quindi, se Gesù parla della propria morte come un ‘battesimo’, è naturale che quanti vengono attratti insieme per mezzo della sua morte ed esaltazione esprimano la loro riconciliazione, il loro essere uno con Dio e con gli altri, in un rito di immersione batesimale (…) essere un discepolo, essere con Gesù, è essere battezzati: il battesimo è il modo in cui ogni persona è resa presente a Gesù, crocifiso e vivente, mediante un atto rituale che pone la persona in quel medesimo processo che Gesù ha descritto come ‘immersione’, il processo di oblio di se stessi che conduce alla croce. Dimentica di avere un io da proteggere, rafforzare, consolare e a cui mentire: ascolta l’amara verità che la croce enuncia, e accetta il dolore e il disorientamento di quella illuminazione, nella fiducia che tu non sei odiato né abbandonato; ed emergi dai flutti come nuova persona, ‘vivente per Dio’, che vive con gli occhi fermamente fissi su quel fondamento e meta della speranza che è Gesù. Il credente ora non può essere separato da Gesù e quella presenza ne definisce allora l’identità (cfr. Rom 8,9-17.31-39): viviamo nell Spirito di verità e possiamo chiamare Dio ‘Abbà, Padre’ (Rowan Williams, Resurrezione. Interpretare l’evangelo pasquale, Qiqajon 2004, 92-93).

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

410px-Meister_des_Codex_Aureus_Epternacensis_001Codex aureus Echternach
Am 6,1-7; Sal 145; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco e un povero sono le due figure al centro della parabola di Luca. ‘Un tale’ ricco e un povero indicato, lui solo, con un nome, Lazzaro (El ‘azar, Dio ha aiutato). La prima parte della parabola è una provocazione forte a cogliere l’abisso tra la condizione del ricco che si dava a lauti banchetti e quella del povero, che, alla sua porta, aveva fame ed era desideroso di sfamarsi di quello che cadeva dalla tavola del ricco. Una contrapposizione che si capovolge nella condizione dopo la morte quando il ricco è raffigurato agli inferi tra i tormenti e il povero invece nel seno di Abramo. Un primo messaggio riguarda così il volto di Dio: Dio non tollera questa ingiustizia, per lui il povero, di cui nessuno si accorge e che soffre a causa dell’indifferenza è qualcuno che ha un nome. Il suo nome parla di Dio e dice la vicinanza di Dio che guarda al povero e si china su di lui.

Un muro di vetro separa il ricco dal povero, una barriera che non viene valicata: è questo il primo abisso indicato. Ma Dio non tollera tale abisso e l’abisso è raffigurato capovolto quando la distanza tra il ricco assetato e che pretende ancora di essere servito è rappresentata come incolmabile. La prima parte della parabola diviene così provocazione a rendersi conto delle situazioni scandalose che si danno per scontate. E’ una parola che non intende raffigurare l’aldilà, ma è rivolta al presente e provoca a rompere queste distanze. E’ parola forte che mira innanzitutto ad aprire gli occhi per rendersi conto dell’ingiustizia che nel presente viviamo. La grande colpa del ricco non è tanto ciò che fa, ma proprio il suo essere spensierato, il suo vivere in una condizione di indifferenza, preso dalla abbondanza di quanto ha e insensibile a chi non ha pur vicino a lui. La sua spensieratezza lo fa passare oltre senza guardare addirittura a chi sta soffrendo alla sua porta. E’ incapace di vedere, di accorgersi del povero davanti alla sua casa, e non gli fa problema la vicinanza scandalosa tra una sovrabbondanza di benessere che convive fianco a fianco con la miseria e il degrado.

Non sembra forse questa una sorta di fotografia della nostra società? La disuguaglianza che separa il Nord ricco dal Sud del mondo ma anche la separazione che fa convivere l’uno accanto all’altro diversi mondi nelle nostre città nei nostri quartieri, laddove diversi Sud si intersecano con diversi Nord, una disuguaglianza accettata come fatalità o non considerata perchè lo sguardo viene diretto altrove o perché nei cuori si innalzano muri di insensibilità. L’indifferenza e la paura sono le attitudini contagios e diffuse che spingono ad elevare barriere sempre più alte per non farsi provocare dalla presenza e dalla vicinanza di chi ci ricorda la povertà e la sofferenza. E’ presenza di persone, di sofferenze, di percorsi umani che esigono di essere innanzitutto guardati in faccia e farsi consapevolezza per superare l’abisso. Per avere il coraggio di valicare quell’abisso ed non vivere come quei “farisei che erano attaccati al denaro e si burlavano di lui”. Con le immagini popolari del ‘regno dei morti’ e del ‘seno di Abramo’ Gesù ricorda Dio che guarda ai suoi poveri e non li lascia abbandonati, ma anche pone in luce che il grande peccato è l’indifferenza, quella spensieratezza che impedisce di guardare all’altro, come Amos diceva: “guai agli spensierati di Sion, a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”.

Ma c’è una seconda parte della parabola che ne costituisce il centro a cui tutto converge: un dialogo tra il ricco e Abramo e la ripetuta risposta al ricco che chiede di avvisare suoi fratelli: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. Nella vivacità del dialogo tra gli inferi e Abramo, tutto converge su questo invito che riguarda il presente. Già ci sono le Scritture, Mosè e i profeti, già nel presente ci sono indicazioni per impostare la vita in modo da renderla una vita realizzata, già, senza bisogno di miracoli o di vicende eccezionali ci sono voci da ascoltare. Solamente tale ascolto fa uscire dalla bolla che chiude e separa e rende lontani. Può condurre ad una apertura degli occhi, ad accorgersi dell’altro, a non dimenticare i poveri. C’è una circolarità tra ascolto e vedere. Ascoltare Mosè e i profeti è indicazione che Dio sta parlando e indica la via di una vita riuscita in rapporti di giustizia e di accoglienza. Si può anche estendere questo riferimento a Mosè e ai profeti: in queste parole c’è un rinvio alla Scrittura ma è profezia anche il lamento di Lazzaro alle porte del ricco, è profezia la sofferenza dei poveri che non trovano risposta alla loro fame, è grido il lamento di una creazione sfruttata solamente per arricchire i più ricchi e che non viene vissuta come luogo di condivisione. L’ascolto dei profeti che non sono riconosciuti come tali perché non hanno un nome dovrebbe trovare spazio di accoglienza in chi cerca di far proprio il modo di guardare di Dio, di Dio che conosce i nomi dei suoi poveri. E’ quindi provocazione a camminare insieme, a rompere barriere di divisione tra le persone, ed è anche provocazione ad ascoltare quella Parola di Dio presente nelle parole umane di tutti coloro che sono in ricerca del senso della propria esistenza, di tutti coloro che non pretendono di essere giusti e che non vivono prigionieri della potenza o spensierati e indifferenti, ma sono affamati e bisognosi degli altri. L’ascolto che è capacità di accoglienza e custodia di parole diviene luogo in cui imparare a custodire gli altri, i loro desideri e speranze, la loro fame e sete, e a custodire la stessa creazione in tutti i suoi aspetti.

Due parole ascoltate recentemente mi hanno colpito e vorrei accostarle a questa lettura della pagina di Luca. Sono parole che ci parlano della nostra indifferenza di mondo ricco di fronte ai drammi di popoli segnati dalla povertà, e sono anche parole che ci ricordano di non rimanere indifferenti, indifferenti come ad Auschwitz e ignavi di fronte alle tragedie del nostro presente.

La prima è una parola di Francesco, vescovo di Roma, a Lampedusa nello scorso luglio, che ha richiamato all’indifferenza di fronte al dramma dei migranti poveri: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”.
La seconda è da un articolo di questi giorni di Francesca Paci (La Stampa 24.09.13) che invita a non dimenticare la sofferenza dei bambini della Siria – ma a questo si potrebbe aggiungere l’invito a non distogliere lo sguardo dalle guerre come quella nel Congo, o dalle oppressioni dei palestinesi nei territori occupati da Israele -: “Intrappolata in una guerra civile che si consuma davanti ai nostri occhi sempre più cinicamente abituati all’orrore, la Siria sta morendo. Muoiono gli uomini e le donne nelle città sotto assedio, muoiono quelli che attraversano la frontiera gonfiando un esodo senza precedenti che ha già oltrepassato quota due milioni di profughi, muoiono i bambini e con loro, con le migliaia di bare in miniatura, con le oltre 3900 scuole distrutte, con il pallone da gioco sostituito dal caricatore del kalashnikov, muore il futuro. Secondo l’ultimissimo rapporto di Save the Children, presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, almeno due milioni di piccoli siriani combattono ogni giorno un corpo a corpo invisibile con la fame. Solo nelle campagne alla periferia di Damasco uno su venti soffre di malnutrizione e il 14% è in condizioni gravi. (…) Nei suoi interventi in Siria e nei paesi confinanti, Libano, Giordania e Iraq, Save the Children ha finora raggiunto più di 600.000 persone, tra cui oltre 360.000 bambini, fornendo cibo, alloggio, vestiti, istruzione. Ma sembra un pozzo senza fondo. E l’emergenza corre più veloce degli aiuti che la tamponano appena. C’è un vecchio detto siriano, ricorda Desmond Tutu, che recita più o meno così “Anche un luogo angusto può contenere mille anime”. Il buco nero che è diventata la Siria ne contiene molte di più, grandi e piccolissime, e la difficoltà di accendere la luce non è una buona scusa per pretendere di non vederle”. Ancor oggi la grande omissione è quella di non vedere e siamo rinviati ad ascoltare Mosè e i profeti…

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno C – 2013

DSCF3447At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-19; Gv 20,19-31

C’è qualcosa che sta a cuore all’autore del IV vangelo: è una preoccupazione profonda. E’ espressa nelle ultime righe di questo scritto e ne è la chiave di lettura: “molti altri segni fece Gesù davanti ai suoi discepoli. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,30). Quanto è stato scritto fa riferimento a ‘segni’ compiuti da Gesù e quanto è stato scritto è in vista del credere e della vita: perché crediate. Ma il verbo greco utilizzato, un congiuntivo presente, suggerisce una importante sfumatura del ‘credere’. Reca l’idea di una azione che continua: i segni sono stati scritti perché ‘continuiate a credere’. Il testo quindi si rivolge a credenti che sentono il bisogno di essere accompagnati e sostenuti nel cammino del credere, per non perdere ciò che è essenziale, per non perdere soprattutto il senso del cammino del credere sempre da ricominciare, per tutti. E tutto questo ha che fare con il senso profondo della vita del divenire uomini. Tutto si concentra qui: nella questione della fede, o meglio del credere, che dice movimento, ricerca, tensione verso.  Così i racconti del ‘primo giorno della settimana’ rinviano ad un riflessione sul credere. Quando nasce il credere dei primi discepoli? Che cosa vi sta al cuore? Come vivere da credenti sempre sfidati dal non credere o dalle forme falsate di una religione in cui si perde di vista l’essenziale?

La vicenda di Tommaso che vive la fatica del credere è indicativa di un percorso che è anche il nostro. I percorsi più profondi del credere si scontrano con il dubbio, la fatica. Come per Tommaso. Nel suo percorso desidera ‘vedere’ e non accoglie la parola della comunità degli altri discepoli che gli dicono ‘abbiamo visto il Signore’.

In questa pagina sta l’indicazione del percorso che i primi discepoli compirono per aprirsi alla fede pasquale, la fede che Gesù il condannato della croce è stato costituito da Dio, Signore e Figlio. L’aprirsi al ‘vedere’ della Pasqua non è frutto di una scoperta umana o solamente di un processo interiore e psicologico. Il testo indica come il venire di Gesù e il suo ‘stare in mezzo’ in modo inatteso gratuito, apre ad una esperienza dai caratteri totalmente nuovi. E nello stesso tempo questa irruzione di presenza, il suo ‘farsi vedere’ non va senza un percorso faticoso che coinvolge i discepoli. E’ anche percorso soggettivo, ricerca a partire dalle Scritture, scoperta del perdono ricevuto, consapevolezza di una presenza che si fa incontro in modo totalmente nuovo. Tutto questo li cambia dentro. I discepoli scoprono nella loro esistenza come la presenza nuova di Gesù diviene per loro e in loro una nuova creazione. E’ soffio di vita e vita nello spirito che è forza che apre e spalanca per uscire. Il primo dono del Cristo risorto è la pace che proviene dalla presenza dello spirito e che genera la novità della riconciliazione. Sta qui la radice di un credere che sorge con la gioia e vive della gioia di un incontro al suo cuore.

“Essendo dunque sera, in quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuse le porte dove erano i discepoli per timore dei giudei venne Gesù e stette nel mezzo e dice loro: Pace a voi. E detto questo mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque gioirono vedendo il Signore”.

Tutto avviene nel primo giorno della settimana per il IV vangelo: sarà questo il segno del primo giorno della settimana, giorno del Signore, in cui la comunità si ritrova a dirsi e ridirsi “abbiamo incontrato il Signore” e ad aiutarsi nel comune cammino del credere nell’accogliere la presenza del Signore che sta in mezzo e fa divenire i luoghi chiusi e le porte chiuse luoghi di apertura e di comunicazione. Giorno e tempo in cui accogliere un invio ed una missione che si accentra sulla pace: “perdonerete…” è promessa di un dono all’intera comunità dei credenti a portare una parola di perdono. In questa parola di perdono si rende attuale l’esperienza della risurrezione: dove l’amore vince la violenza, dove il perdono vince la vendetta, dove la pace è tessuta contro l’ingiustizia.

Ma nel faticoso itinerario di Tommaso c’è anche la scoperta che credere è aprirsi a cogliere la continuità tra il crocifisso e il risorto. Non è un altro, ma il medesimo: il risorto porta nel suo corpo il segno dei chiodi. Il credere pasquale sarà sempre un credere all’ombra della croce. L’incontro con il risorto rimarrà sempre incontro che rinvia a seguire Gesù sulla via che ha percorso, nella fedeltà ad una missione intesa come pro-esistenza, ascolto del Padre e solidarietà con l’uomo, che gli ha fatto incontrare l’ostilità e il rifiuto e lo ha condotto alla condanna, alla morte e alla morte di croce.

La provocazione di Tommaso diviene così importante: è infatti quasi una protesta rivolta ad una comunità legata a Gesù, ma che è ancora chiusa, rinserrata, a compiere un cammino, a scoprire aperture nuove, a lasciarsi fare nuova dal soffio che richiama al soffio della creazione. Non sarebbe possibile senza il venire e lo stare in mezzo di Gesù, del dono dello Spirito. Ma è un cammino che diviene ‘continuare a credere’ in modo nuovo. “Beati coloro che non hanno veduto e hanno creduto”. Ma come è possibile credere senza vedere? E’ il credere che sorge e cresce nell’accogliere i segni che sono stati scritti, nel ritornare a Gesù, alla sua morte ma anche a tutta la sua vita in cui ha vissuto l’amore fino alla fine; è anche il credere condiviso in una comunità, che vive l’esperienza di essere perdonata e del perdono come segno di una vita animata a un soffio nuovo.

Tommaso è la figura del credente che si mantiene in quella attitudine che il vangelo di Marco suggerisce: “Signore io credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24) E’ anche esempio di chi si pone domande, di chi non rimane chiuso e ha il coraggio di affrontare le difficoltà e di presentarle anche agli altri. Desidera un incontro autentico e le sue ultime parole sono ‘il mio Signore, il mio Dio’. Nell’uomo sfigurato dai segni di una ingiusta condanna e segnato dalla sofferenza riconosce il volto di Dio che Gesù ci ha fatto ‘vedere’. “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato” (Gv 1,18)

Viviamo tempi di precarietà, di messa in discussione di tante cose date per acquisite e che rivelano la loro fragilità e inconsistenza, ma sono anche tempi in cui assistiamo a irrigidimenti e ripiegamenti. La fede viene confusa con forme religiose o il credere viene identificato in forme dottrinali o nell’adesione a forme culturali. Dove non c’è fatica, critica, ricerca. Spesso le provocazioni a mettersi in discussione a smuoversi e cercare provengono da chi è percepito come disturbatore, da tener lontano. Anche nella chiesa le parole di chi solleva problemi, apre interrogativi, pone sfide è spesso tacitata come parola di teologi non allineati o di persone da lasciare ai margini e allontanare. Certamente vi sono forme di protagonismo, alla ricerca di visibilità e di supremazia, ma come Tommaso, spesso nascosti e in solitudine sofferta, tanti vivono l’inquietudine del credere animati da tensione e domanda: sono importanti le provocazioni degli esploratori da cui vengono notizie nuove che portano percorsi nuovi, le domande degli indagatori che portano respiro nuovo alla vita e soffio di apertura. Tommaso si dimostra ribelle ad un modo di vivere il riferimento a Gesù nella paura e nella situazione di chiusura, con le porte sbarrate per timore… E’ voce critica a fronte di una comunità fissata ed incapace di muoversi al di fuori, verso l’altro. Tommaso costituisce la provocazione contro il pensare la fede come un dato acquisito, che mantiene nella paura e non come lenta gestazione che apre al coraggio di uscire. E’ figura di tutti coloro che provocano con la loro inquietudine. E’ un inquieto Tommaso, nel cuore, come tanti che oggi vivono percorsi del credere nella ricerca appassionata e nella fatica di un domandare che non ha paura dei dubbi e delle critiche.  L’esperienza di Tommaso è presente in molti che sono spesso visti con sospetto in ambienti clericali e devoti. Dovremmo saper ascoltare tutte le persone che rimangono fedeli ad un profondo desiderio di autenticità e alla profondità di un credere che divenga esperienza profonda nella vita e che faccia vivere: un incontro del Signore ‘per me’ mio Signore e mio Dio’ e nello stesso tempo insieme. Insieme ad una comunità chiamata a scoprire che solo nell’annuncio della misericordia, del perdono, non nella pretesa di essere essa stessa al centro, ma lasciando Gesù stare in mezzo, trova il senso della sua vita.

Alessandro Cortesi op

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Domenica di Pasqua – anno C – 2013

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(Gerhard Richter, vetrata, Cattedrale di Colonia)

At 10,34-43; Sal 117; 1Cor5,6-8; Gv 20,1-9

Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando ancora era buio e vide…

Era buio dentro il suo cuore ed era buio perché ancora la luce dell’aurora di quel mattino di primavera non era spuntata. Il IV vangelo presenta un gesto di amore in apertura di questa pagina: il primo passo della fede sorge da un amore che spinge, da una nostalgia di stare vicino, dal recare nel cuore il desiderio di ritrovare il volto di Gesù. Maria è testimone di un rapporto profondo umanissimo e tenero con Gesù, testimone della scoperta che nella sua vita quell’uomo ha aperto speranza, senso e gioia ai suoi giorni. L’ha chiamata per nome e Maria non può dimenticare quella voce e quello sguardo. Da qui nasce l’alzarsi presto e il cammino che la conduce a vedere. E’ il vedere di una donna – sottolinea Giovanni – e la sua parola il primo germoglio della fede pasquale. Maria di Magdala prende il coraggio, forse insieme ad altre – ma il suo nome è ricordato dal IV vangelo – di alzarsi e andare al sepolcro e vide…Si ritroverà Maria in un altro racconto, sola nel giardino davanti al sepolcro vuoto, in un incontro in cui lei viene accompagnata a spostare la sua ricerca. Maria sta cercando, ma rivolta al Gesù del passato, è legata al ricordo e presa dalla tristezza della morte. Ora dovrà aprirsi a ricercarlo in modo nuovo, vivente, senza trattenerlo…

Il vedere di Maria si fa annuncio e comunicazione: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”. La tomba vuota di per sé non dice nulla, è segno anche contraddittorio ed apre a pensare varie ipotesi: un trafugamento, oppure uno spostamento. Tuttavia Maria parla di Gesù come ‘Signore’ e così già dice qualcosa della sua identità di colui che ha vinto la morte. Ma dice anche il suo smarrimento di fronte al non sapere…

Da questo primo cammino che è cammino di visita e di attesa, un cammino segnato dall’amore, prende avvio un secondo cammino, quello di Pietro e del discepolo che Gesù amava. Inizia dal vedere di donna, e sorge dal desiderio di amore recato nel cuore da Maria di Magdala. Pietro e l’altro discepolo uscirono insieme e correvano. Non più un cammino ma una corsa. Insieme. Ma l’altro discepolo correva più veloce e arrivò per primo. In questa corsa l’autore del IV vangelo descrive un’esperienza profonda che riguarda i rapporti tra i due, ma non solo, anche tra diverse componenti della comunità credente: Pietro, il primo dei dodici, diviene simbolo dell’istituzione. L’altro discepolo, quello che Gesù amava, è il discepolo segnato dallo sguardo dell’amore, diviene simbolo del carisma, del dono che apre il cuore e lo rende capace di vedere oltre. Pietro diviene così simbolo dell’istituzione, e il discepolo dell’intuizione e del dono di chi ama. Il discepolo giunto al sepolcro vide i teli posati e si arresta sulla soglia, ma non entra. Attende Pietro che vede i segni presenti: i teli, il sudario avvolto in un luogo a parte. “Allora –dice il IV vangelo – entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo, e vide e credette”. Era giunto per primo e si era fermato sulla soglia, attendendo che fosse Pietro per primo a fare ingresso nel sepolcro. Quando però entra per primo ‘vide e credette’ – dice Giovanni – . Il suo vedere non si ferma alla superficie, sa leggere dentro. E’ un vedere nutrito di un rapporto profondo con Gesù, e si apre al credere. Quei segni che di per sé sono ambigui indicano che Gesù non è rimasto prigioniero della morte, ma la sua fedeltà all’amore sino alla fine ha vinto la morte. Dio non lo ha liberato dalla morte ma lo ha liberato nella morte. Il discepolo compie così il passaggio dai segni al credere.

Ma l’annotazione finale è tagliente: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risuscitare dai morti”. Sembra che tutta la Scrittura sia racchiusa e sintetizzata in questa necessità: che egli doveva risorgere dai morti. E’ una chiave di lettura di tutta la Scrittura, ma è anche una indicazione alla comunità per tornare alla Scrittura e scoprire, proprio partendo dalla Scrittura che tutta la vicenda di Gesù s’inserisce nel cammino dell’alleanza e dell’incontro del Dio di Abramo Isacco e Giacobbe, dell’esodo e dei profeti con l’umanità.

Vorrei suggerire due annotazione per leggere questa pagina nel nostro tempo.

Questa pagina ci parla di cammini che sorgono dall’amore: sono cammini di ricerca. In un tempo in cui ci si chiede come si può trasmettere la fede e come la fede può essere generata nei cuori questa pagina può essere illuminante per scorgere come la fede non può andare senza una gradualità e una fatica di ricerca: come per Maria che si apre alla fede nel risorto solo poco alla volta, passando attraverso la sua nostalgia di Gesù, lasciando spazio a quella spinta che è ricerca nella sua vita, e incontrando la parola di Gesù ‘chi cerchi?’ solo ad un certo punto. E così anche per Pietro e l’altro discepolo, in modi diversi, in una corsa che li porta ad incontrare segni ambigui e ad essere illuminati dall’amore che fa leggere i segni e andare oltre, accogliendo la Parola che illumina i segni, riandando alla Scrittura che parla di una fedeltà di Dio oltre la morte. Ogni sorgere del credere deve passare attraverso un andare, una relazione insieme che genera nuovi percorsi e un vedere. Ma anche tutto questo a nulla apre se non vi è il respiro della relazione viva. E’ quella nostalgia che spinse il recarsi presto di Maria e lo sguardo del discepolo che Gesù amava: è l’amore ricevuto ciò che genera ogni percorso del credere nel risorto. Per passare dalla nostalgia, sguardo al passato, in apertura ad un incontro da vivere ancora…

Una seconda osservazione: la fede nel risorto è esperienza che sorge da una assenza. C’è un vuoto e ci sono i segni di una assenza nel vedere di Pietro e dell’altro discepolo. Gesù non è più da ricercare nel luogo della morte, ma sarà da ricercare come presenza nuova. Quel vuoto deve rimanere però al cuore della fede, perché la farà rimanere sempre umile, la farà rimanere sempre in movimento, cammino spinto dall’amore e talvolta corsa per vedere e per vedere segni, per aprirsi ad un nuovo vedere. Mai però un vedere presuntuoso e autosufficiente. Sarà sempre un vedere chiamato ad andare oltre, che porta le ferite di una attesa e di una tensione. Rimarrà sempre cammino di ricerca che rende vicini e capaci di avvertire la sofferenza di tutti coloro che cercano e che sperimentano il dolore di una assenza e di un vuoto nella vita. Rimarrà sempre ricerca che mai può possedere ma sempre sarà sfidata nel leggere i segni e nell’ascoltare una Parola che si fa vicina in parole umane. Sempre alla ricerca di una presenza viva eppure non disponibile, in attesa della sua venuta. Se il grande tesoro della fede pasquale è l’annuncio che Gesù ha vinto la morte, questo tesoro è da custodire nella memoria della via seguita da Gesù, nel custodire la parola della croce, non con la presunzione di chi possiede, ma nella consapevolezza di un dono di presenza da accogliere continuamente.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”. La parola guida di questa domenica è ‘pastore’. Nelle pagine dei profeti emerge una denuncia molto chiara contro coloro a cui è stato affidato un compito di guida e che non l’hanno vissuto prendendosi cura delle persone, ma se ne sono disinteressati. Sono così accusati di aver disperso il popolo di Dio: sono venuti meno al compito di dare vita e aiutare nel cammino. Non sono stati autentici pastori perché  non hanno avuto cura della salute del gregge e non l’hanno accompagnato, hanno imposto esigenze insopportabili. Dietro all’immagine del pastore sta il riferimento ai capi del popolo, ai re, ai sacerdoti. Geremia annuncia che Dio stesso si prenderà cura del suo popolo,  invierà un pastore che eserciterà la giustizia, cioè dirà con il suo agire la fedeltà di Dio alle sue promesse: un pastore capace di riflettere lo sguardo di Dio e la sua fedeltà, la cura per la vita di ognuno e per tutto il popolo.

L’immagine del pastore ritorna nei vangeli. Marco in particolare presenta i caratteri principali del pastore nel suo modo di guardare e nella capacità di commuoversi. E li vede in Gesù: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Pone così in primo piano la capacità di ‘vedere’ di Gesù: il suo sguardo non si ferma alla superficie ma coglie ciò che sta nel cuore delle persone. Questo tratto, umano e profondo della sua vita è fondamentale. Per Gesù le persone che incontra non sono numeri né ‘casi’, non sono nemmeno delle masse indistinte di cui servirsi. Per lui ogni persona è un volto e un cammino di cui prendersi cura. Il suo vedere sa scorgere nelle situazioni non un problema da risolvere ma un ‘tu’, un popolo fatto di volti, che soffre, che pone una domanda, che vive di una attesa, che avverte il peso della contraddizione del male ma anche la sete di autenticità.  La folla che Gesù si trova davanti perde allora i contorni di un gruppo senza diversificazione: Gesù la guarda come ‘pecore che non hanno pastore’, coglie il disorientamento, la ricerca e il desiderio presente nei cuori. Marco richiama l’immagine del pastore che certo rinviava alle guide, ma richiamava anche quel rapporto unico, di vita e di cura, dei pastori della Palestina che avevano nelle pecore l’unico motivo della loro sussistenza. Per questo quel rapporto era prezioso.

Il modo di guardare di Gesù è un vedere che sosta, si ferma, lasciandosi colpire da chi ha di fronte. Il suo primo movimento è ascolto, ospitalità. Non passa oltre senza fermarsi. Come il samaritano della parabola. Questo sguardo esprime ciò che Marco indica con il termine commuoversi. Gesù si commuove di fronte alle persone. Si lascia ferire innanzitutto. Non si pone come chi ha qualcosa da dare. Gesù incontra le persone come chi è povero, e fa spazio per  accogliere la sofferenza, la ricerca, la paura, insomma tutto ciò che si muove nel più profondo del cuore umano. Senza giudicare, senza escludere, ma facendosi compagnia. Prendendo su di sé l’angustia dell’altro. E’ la capacità di vicinanza e di cura di Gesù. E nelle testimonianze dei vangeli traspare tutto questo nei momenti in cui viene fissato nel suo commuoversi. Commuoversi, verbo femminile, verbo delle viscere. Gesù si lascia cambiare dentro nel suo vedere chi gli sta di fronte e così racconta il volto di Dio della commozione e della vicinanza nel dolore. Un Dio che prende su di sé,  che soffre insieme, che attende e condivide il silenzio della ricerca.

E Gesù invita i suoi: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto”. Indica un luogo della solitudine, il deserto, come spazio in cui ritrovare il senso del proprio andare e in cui riposare. Suggerisce, proprio nel mezzo di un momento concitato, ai suoi l’importanza di riposare, di fermarsi di fronte alle tante esigenze che nemmeno lasciavano tempo per mangiare. Per ritrovare il senso profondo del proprio cammino, per riscoprire la relazione con lui e tra di loro.

Suggerisco due spunti di riflessione per noi a partire da queste letture che parlano di un profeta che si commuove ed indicano la caratteristica del vedere di Gesù.

Viviamo nella cultura dell’immagine in cui il vedere ha grande parte nella nostra esperienza quotidiana. Ma spesso il nostro vedere non matura la capacità di sostare e di andare a fondo, non sa leggere le situazioni e non si lascia toccare dagli sguardi degli altri. Vediamo innumerevoli cose, ma abbiamo talvolta perduto la capacità di fermarsi sugli occhi, sullo sguardo che racconta le fatiche della vita, le domande inespresse, le attese nascoste. Siamo tesi al moltiplicare le cose da vedere ma perdiamo di vista l’importanza di un solo sguardo che è una vita. Imparare a guardare come Gesù è indicazione dello sguardo del profeta chiamato a leggere dentro le situazioni, le cose, le persone, e a lasciarvi spazio in se stesso. Imparare a vedere così implica imparare a valutare ciò che vale, e soprattutto conduce a lasciarsi ferire dagli sguardi dei volti.

Gesù si commuove. Spesso intendiamo il lavoro e impegno come luogo di una rincorsa di tante cose, per qualcuno il denaro, per altri la carriera, il potere, per altri il riconoscimento sociale, per altri ancora l’efficienza nel produrre o nel dare servizi: tutte cose che possono essere buone e meno buone. Anche le attività più belle rischiano di spegnersi nella rincorsa di un fare che è ripiegamento su di sé, ricerca egoistica senza cura dell’altro. Gesù invita a sostare per liberarsi dalla rincorsa all’efficienza e dal pensare che ciò che vale di più siano le cose di fuori. Nel luogo solitario si scopre la giusta dimensione della propria esistenza, si può coltivare un modo di guardare senza il quale tutto diviene esecuzione di un ruolo, efficientismo anche religioso, o affermazione di sé e del proprio ruolo, risoluzione di problemi e non sguardo alle persone.

In questo tempo di estate che può essere tempo di riposo e occasione di momenti di sosta possiamo tentare di ricercare quel deserto – un luogo interiore più che esteriore, da scoprire anche in tempi e luoghi esteriori –  dove aprirci alla compassione e al commuoversi di Gesù. Scoprirsi accolti e solo da lì pensare di poter divenire fragile raggio di uno sguardo di ospitalità per altri.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua anno B – 2012

 

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

‘Vedere’ e ‘soffiare’ sono due verbi chiave del IV vangelo, che compaiono nei racconti pasquali. Due movimenti, si direbbe, due azioni proprie della Pasqua.

‘Soffiare’ è il primo gesto di Gesù, quando – dice Giovanni – ‘stette in mezzo ai suoi’ mentre essi erano riuniti, le porte chiuse e presi dalla paura. Chiusi perché rintanati e chiusi perché bloccati interiormente e impauriti.

‘Stette in mezzo a loro’ e offrì loro il primo dono della risurrezione, la pace. E’ solo la pace che può far uscire dalla paura e dalle chiusure. Poi soffiò su di loro. Stette in mezzo come era stato in mezzo ai due condannati insieme con lui. In mezzo, come centro di attrazione di una comunità che trova la sua ragione d’essere non in qualche tipo di gerarchia, ma nella presenza del crocifisso che attrae a sé. E’ il medesimo Gesù che si è chinato a lavare i piedi e aveva detto: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”.

‘Soffiò su di loro’. Attorno a lui si raduna una comunità che riceve come dono un soffio, un alito di vita. I credenti in Gesù dopo la sua risurrezione sono generati da questo soffio di vita che è il suo respiro: è soffio che ricorda e rinnova l’alito di Dio su Adamo, tratto dalla terra (Gen 2,7). E come nel giardino delle origini, così nel giardino vicino al sepolcro vuoto trova inizio una nuova creazione. E’ creazione di vita, è creazione che riprende il cammino di Adamo e lo apre ad orizzonti nuovi: è soffio che viene dal crocifisso e comunica Spirito santo.

In questo soffio si è rinviati all’ultimo gesto di Gesù sulla croce quando ‘consegnò lo spirito’. Nella sua morte Gesù porta a compimento una consegna totale di sé al Padre e all’umanità: consegna lo Spirito ai suoi, affida lo spirito come presenza. Sarà lui che guiderà alla ‘verità tutta intera’ – non una dottrina ma un incontro con Gesù che ha detto ‘Io sono la via la verità e la vita’ – in modi nuovi, più profondi, da scoprire nel cammino della storia. Il risorto affida colui che ricorderà, ma anche spingerà avanti e sarà consolatore e  guida. Lo Spirito è soffio di nuova creazione, affidato.

C’è poi il movimento del vedere: è movimento dei discepoli. C’è vedere e vedere, dice il IV vangelo. E il vedere ha a che fare con i segni. L’intero IV vangelo è popolato di segni: tutta la prima parte fino al capitolo 12 parla di segni. Poi nessun segno più, fino all’unico grande segno, il segno della morte di Gesù sulla croce. Tutti  segni orientati a quell’ora. E al mattino del primo giorno della settimana i segni del lenzuolo e delle bende piegati per bene. E poi il segno dei chiodi e delle ferite sul costato di Gesù in mezzo ai suoi incontrato vivente.

Ci sono segni cercati, talvolta richiesti con insistenza come riprova e come condizione del credere, segni eclatanti rincorsi da ricerche ambigue. E ci sono segni piccoli che devono essere visti con sguardo capace di leggerli. E’ questione allora non di grandiosità dei segni ma di vedere. Il IV vangelo sembra dirci che nella vita umana ci può essere un vedere che si ferma ai segni, che li cerca e non rimane appagato e soddisfatto di segni per quanto rilevanti essi siano. Ma c’è anche un altro vedere che si apre a scorgere, oltre i segni, la presenza di Gesù. Si apre al segno dell’amore che si china e si consegna. E così scorge i segni appunto come soglia per andare oltre. E c’è un vedere ulteriore di chi non vede eppure crede, perché si affida all’amore.

Tutti gli eventi della risurrezione di Gesù sono presentati con un’insistenza particolare sulla tematica del ‘vedere’. Maria Maddalena vede al mattino del primo giorno della settimana il sepolcro vuoto. E vide anche due messaggeri, e vide anche Gesù. Ma non riconosce. Non riesce ad aprirsi all’incontro con il risorto finché Gesù non la chiama per nome con la parola dell’amore: ‘Maria’. C’è il vedere di chi rimane fermo lì, chiuso nella ricerca di un passato ma non va oltre e come Maria deve essere accompagnata ad un vedere nuovo. E subito Maria vede in modo nuovo e riconosce. Anche Pietro – figura che sintetizza l’istituzione – vede i segni davanti a sé ma non riesce a leggerli. Il discepolo amato invece ‘vide e credette’. Vide i medesimi segni di Pietro, il sepolcro vuoto, il sudario piegato da parte con le bende. E vide e credette. Il discepolo che Gesù amava ha avuto uno sguardo con gli occhi spalancati dall’amore, da quel fidarsi che va oltre i segni.

E subito Giovanni annota: ‘Non avevano ancora compreso le Scritture’. C’è allora un vedere che passa attraverso un riandare alle Scritture e che può aprirsi al credere senza aver bisogno dei segni. E c’è un vedere che di fronte ai segni si apre al credere. Sa trovare le tracce anche laddove i segni sono ambigui e lasciano uno spazio vuoto, in cui aprire la ricerca. E’ anche la vicenda di Tommaso, il gemello: ‘se non vedo i segni…’ Quasi che i segni possano risolvere il percorso del credere. Il rischio è sempre quello di fermarsi ai segni e di non giungere ad un incontro personale con Gesù.

Ma Tommaso diviene esempio di ogni credente. Sì incerto e attardato, incapace di affidarsi, chiamato a passare dalla richiesta di evidenze, dimostrazioni e prove, ad un credere che si affida alla testimonianza. Come Tommaso anche noi non siamo a contatto con quei segni che Maddalena, e Pietro e il discepolo poterono vedere e da lì interpretare con la luce della fede come annuncio della presenza del Risorto, vivente, vicino.

Tommaso è nome del discepolo associato spesso al non credere. Si pensa a lui come incredulo bisognoso di segni. Eppure nel IV vangelo proprio Tommaso è colui che viene presentato come colui che ha capito dove conduce il cammino di Gesù, che ha compreso che questo cammino è da condividere ed è il primo a cui è posta in bocca la professione di fede che riconosce nel crocifisso con i segni della passione il Signore e il volto di Dio: ‘Mio Signore e mio Dio’.

Veramente dice Tommaso Gesù ci ha raccontato nella sua vita e nella sua morte il volto del Padre. C’è quindi un cammino del credere, talvolta lento, spesso faticoso.

Noi viviamo affidati al riandare alle Scritture e affidati alla testimonianza dei primi testimoni, ad un credere senza vedere: è la fragilità del credere come affidarsi a Gesù, alla sua parola che si radica nella promesse di Dio, e alla testimonianza. E’ un filo tenue e fragile che lega ogni esperienza del credere in una rete di relazioni, di affidamenti, di compagnia. Un credere fondato su null’altro se non sull’affidamento dell’amore. Non si può vivere come credenti nella solitudine di un privilegio. E’ uno stare nella relazione aggrappati a chi ha visto i segni, a chi è andato oltre i segni e con la sua parola ci regala il suo sguardo perché possiamo vivere nella beatitudine che chiude il IV vangelo: ‘beati coloro che pur non avendo visto crederanno’. E’ questa l’azione dello Spirito, è questa l’azione dell’amore: creare un vedere nuovo.

Nella nostra vita e nella storia non è cessato l’agire dello Spirito: il suo soffio guida e precede e rende ancora occhi nuovi per leggere i segni che ci sono dati, per valicare frontiere, per andare oltre ogni sistema di religione chiusa nella paura, per vivere la libertà dell’incontro con il Risorto.

Alessandro Cortesi op

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