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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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I domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1663.JPGIs 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?”

Il volto di Dio è presentato dal terzo-Isaia, profeta del dopo esilio, come colui che porta salvezza, redentore. Il vagare senza meta e il cuore indurito sono le due immagini che esprimono la condizione di chi si è dimenticato della presenza di Dio nella vita, della relazione che lega in una alleanza.

L’invocazione del profeta si fa preghiera: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. E’ una richiesta a ritornare guardando a coloro che si ricordano delle sue vie. E’ sottintesa implorazione a far ricordare quelle vie che sono state vie di liberazione. La richiesta di un ritorno di Dio si unisce al riconoscimento di aver vissuto il peccato come ribellione. Ma la fiducia nella vicinanza di Dio è più grande del peccato: Dio è colui che si fa incontro:

“Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.

L’invocazione si chiude con una immagine che richiama la creazione e la presenza di Dio padre di tutte le cose perché sorgente di ogni esistenza. L’argilla è solo materia informe nelle mani del vasaio. Deve riconoscere come tutto proviene dalle mani di chi la può plasmare e riplasmare di nuovo. Così la vita di una umanità tratta dalla terra che vive per l’opera e per il soffio di Dio: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.

Dio ha i tratti di un tu che ‘va incontro’ a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle sue vie.

Paolo, iniziando a scrivere alla comunità di Corinto di cui ha avuto notizie e a cui si appresta a rispondere a tante difficoltà e dubbi sollevati, innanzitutto ha parole di lode per i tanti e diversi doni che rendono quella comunità ricca di differenze: “non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”.

Paolo richiama ad un futuro manifestarsi di Gesù. Ogni impegno trova suo fondamento nella fedeltà di Colui che è fedele: “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”

‘Dio è fedele’. La sua fedeltà è in rapporto ad un sogno di comunione. Su questo deve fondarsi l’attesa dei Corinti verso il manifestazione di Cristo. C’è una chiamata nella vita dei cristiani ad un legame di comunione che lega insieme e avviene attraverso l’incontro con Gesù.

La parabola dei servi e del portiere è posta nel quadro del capitolo 13 di Marco, i cosiddetto discorso apocalittico: il richiamo di fondo al cuore di questo discorso è a vegliare, cioè vivere il tempo con consapevolezza e impegno.

C’è un ricordo della stanchezza degli apostoli che si addormentarono e non resistettero nel rimanere accanto a Gesù (Mc 14,37). Ma c’è anche un rinvio alla vita di una comunità che si stanca e non tiene il passo. Vegliare significa non perdere di vista il rapporto con Gesù. lo stare con lui. Gesù visse il tempo della sua vita nel rapporto profondo unico con l’Abba. Ha vissuto l’affidamento della fede e nel suo ‘vegliare’ sta la radice del suo agire.

Vegliare si oppone all’indifferenza, alla superficialità, alla disattenzione di sprecare il tempo. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà…”

Vegliate non è imperativo che mantiene sotto la minaccia e nella paura. E’ piuttosto il vegliare di chi sa che qualcuno sta giungendo e per questo il tempo assume un altro spessore. E’ annuncio del ritorno di colui che è passato facendo del bene, di Gesù che ha testimoniato nella sua vita il disegno di Dio di un mondo di fraternità. E’ invito a scorgere all’orizzonte di un presente contraddittorio i segni di un farsi vicino che non viene meno e porterà a compimento le promesse del Dio fedele. L’incontro con Gesù, la comunione, saranno l’ultima parola della storia. Nel tempo il vegliare si declina nello scorgere i segni, affrettare il venire, preparare il cuore.

Alessandro Cortesi op

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Vegliate

‘Vegliate’ è il grande invito dell’avvento: come chi nella notte attende una presenza amata che torni e bussi alla porta. Come chi veglia accanto a chi soffre.

E’ di questi giorni una notizia che ci ha drammaticamente riportato il contrasto tra la perdita di umanità, e la capacità dei poveri di saper vegliare anche laddove la malvagità sembra cancellare ogni respiro di dignità.

Una eritrea di 24 anni ha partorito un figlio, nato morto mentre era ancora in Libia, imprigionata, in attesa di potersi imbarcare nel viaggio della speranza verso l’altra sponda del Mediterraneo, verso l’Europa agognata. Ma dopo il parto è rimasta per tre giorni agonizzante, fino a morire prima dell’imbarco. I trafficanti hanno caricato il suo cadavere sul barcone ordinando a coloro che erano stati imbarcati di gettarlo in mare durante la traversata. Altre donne salite sul barcone non hanno obbedito a questo comando disumano. L’hanno vegliata fino all’approdo in Sicilia ad Augusta, dopo essere stati recuperati dalla ONG spagnola ‘Open arms’, il 25 novembre u.s. ‘Era nostra sorella’ hanno detto. Sono stati 431 i superstiti di questa navigazione.

L’hanno vegliata nel buio della notte e nel mare, nel buio della malvagità degli aguzzini e nel buio dell’indifferenza di un’Europa che non riconosce ai migranti dignità e sta conducendo una guerra per tenerli esclusi. Quel vegliare ha reso testimonianza della gratuità dell’umana compassione. Private di ogni cosa hanno saputo donare: la loro cura, la loro umanità, la loro speranza: ‘Qui troverà pace’ hanno anche detto. Hanno saputo scorgere negli occhi di una vittima lo specchio dell’essere tutti stranieri nel tempo dell’esistenza. Cosa che non riusciamo a vivere nell’Europa che si arrocca e sigilla le frontiere. Quel vegliare è un sussulto di umanità, un messaggio silenzioso a chi non sa più vegliare su volti umani che recano sofferenza.

Questo anonimo vegliare è segno profetico e dovrebbe risvegliare da un sonno che pesa sui nostri giorni. La navigazione umana è un viaggio comune in una attesa che chiederebbe di essere condivisa.

Alessandro Cortesi op

I domenica Avvento – anno A – 2016

dscf5642Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’: Isaia con lo sguardo lungo di chi sa scorgere lontano, da profeta, si fa voce della promessa di Dio sulla storia. Vede Gerusalemme come città di pace, luogo a cui i popoli convergono e si incontrano: “al monte del tempio del Signore affluiranno tutte le genti”. L’intera storia dell’umanità scorre davanti ai suoi occhi capaci di sognare come un grande pellegrinaggio di popoli che si mettono in cammino attratti dalla presenza di Dio. Per strade diverse giungono fino al monte del tempio del Signore per scoprire che l’orizzonte ultimo della vita è l’incontro e la pace, non l’ostilità, il disprezzo e la guerra: “non impareranno più l’arte della guerra”.

Scoprire il volto di Dio liberatore e vicino apre ad incontrare un nuovo senso della vita, a comprendere che non è la guerra il motore della storia. Il cammino di ogni popolo è mosso invece dalla ricerca della pace, e ciò che costruisce futuro sono tutti quei processi che trasformano gli strumenti di conflitto e di violenza in mezzi per portare vita: le spade e le lance, armi di offesa, trasformate in attrezzi per coltivare i campi, strumenti di lavoro da usare in condizione di pace e per la pace.

Isaia invita così ad iniziare un cammino nella luce di questa visione. E’ un orizzonte che delinea il senso profondo della storia di tutta l’umanità. In questo cammino si attua l’incontro con il Signore: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”.

E’ questo il sentimento che veniva coltivato nei pellegrinaggi verso il monte di Gerusalemme, evocato dai salmi da cantare durante la salita: sono sentimenti di gioia: “Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!”. Sono sentimenti di pace: “Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi”. Sono sentimenti di cura per gli altri e di tenerezza: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su di te sia pace!. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Sal 121).

La pagina del vangelo di Matteo, tratta dal discorso di Gesù sugli ultimi tempi parla della venuta del figlio dell’uomo. Gesù il risorto viene e non si potrà rimanere indifferenti. Quest’‘ora’ non sta in un futuro lontano, ma è presente.

Matteo richiama a vivere con attenzione e consapevolezza il presente e soprattutto mette in guardia contro l’indifferenza: ai tempi di Noè: ‘mangiavano e bevevano… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Ci può essere un modo di vivere il presente in modo superficiale nella spensieratezza di chi non guarda all’altro, e non si lascia toccare dalla sofferenza vicina o lontana. Noè invece è indicato come uomo capace di fare attenzione ai ‘segni’.

Si tratta allora di tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto: provengono dagli incontri, dalle voci di persone e situazioni che si fanno chiamata. Il tema dell’ora racchiude il riferimento al senso del nostro tempo, al passato, al nostro futuro ed al presente che viviamo.

“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. ‘Vegliare’ è  l’attitudine di chi si prende cura, di chi dà attenzione al presente ed assume responsabilità. Vegliare reca in sè anche il movimento di un’attesa: veglia chi attende con amore il venire di qualcuno. Il Signore viene e verrà. Nella storia non sarà la violenza e nemmeno il buio della morte ad avere l’ultima parola, ma l’ultima parola sarà l’amore, sarà la presenza del volto del crocifisso risorto. La vita va verso l’incontro con Gesù che nella sua croce ha vinto la morte ed è invocato come signore: Vieni Signore Gesù, Maranathà. La vita è cammino di popoli chiamati a scoprire la promessa della pace come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op

folon-chapelle-vence(Jean-Michel Folon, Chapelle de Pénitents Blancs – Saint-Paul de Vence)

Forgeranno le spade in vomeri

Fa impressione, soprattutto in tempi di crisi economica che così pesantemente tocca la vita concreta delle famiglie, leggere i resoconti sulla spesa per gli armamenti in Italia: “Per il prossimo anno l’esborso complessivo viene stimato in 23 miliardi e 400 milioni, ossia 64 milioni di euro al giorno: un aumento dello 0,7 per cento rispetto alla dotazione del 2016 e di quasi il 2,3 per cento in più rispetto alle previsioni. Il criterio di calcolo elaborato dall’Osservatorio Mil€x – lo stesso che viene usato dagli organismi internazionali più accreditati – ribalta i luoghi comuni sui tagli alla Difesa: i fondi reali invece sarebbero aumentati del 21 per cento nell’ultimo decennio. Così nel 2017 solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Questa corsa agli armamenti viene alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro.” (G.Di Feo, Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei, “La Repubblica”, 22 novembre 2016)

Osservatori attenti a cogliere una delle fonti che alimentano le guerre nel mondo, evidenziano le misure del commercio di armi che interessa il nostro Paese

Per l’anno 2015 l’analisi rivela come “…l’Italia si conferma il principale esportatore tra i paesi dell’Unione Europea, di fatto mondiale, di ‘armi comuni’ cioè, di tipo non militare… ma tra le ‘armi comuni’ sono comprese anche quelle esportate per l’utilizzo da parte di corpi di polizia e delle forze di sicurezza pubbliche e private. Al riguardo vanno segnalate, anche nel 2014, le consistenti forniture, principalmente dalle province di Brescia e di Urbino, di armi destinate al Messico, Libano, Marocco e Oman: paesi i cui corpi di polizia e di pubblica sicurezza sono stati spesso denunciati dalle organizzazioni internazionali per le reiterate violazioni dei diritti umani.”  (L’analisi di OPAL dei dati Istat sulle esportazioni di armi dall’Italia e da Brescia per l’anno 2015

Giorgio Beretta – responsabile dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia – ha recentemente denunciato l’esportazione di armi da parte dell’Italia verso l’Arabia saudita che sta conducendo una sporca guerra nello Yemen (La guerra sporca dell’Italia in Yemen, “Il Manifesto”, 15 ottobre 2016)

“Nel biennio 2014-15 il ministero degli Esteri ha infatti autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un vero arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Tra questi figurano ‘armi automatiche’ che possono essere utilizzate per la repressione interna, ‘munizioni’, ‘bombe, siluri, razzi e missili’, ‘apparecchiature per la direzione del tiro’, ‘esplosivi’, ‘aeromobili’ tra cui componenti per gli Eurifighter ‘Al Salam’, i Tornado ‘Al Yamamah’ e gli elicotteri EH-101, ‘apparecchiature elettroniche’ e ‘apparecchiature specializzate per l’addestramento militare’. Nel medesimo biennio sono stati consegnati alle reali forze armate saudite sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro”.

Tra ottobre e dicembre del 2015 inoltre si denuncia come almeno quattro aerei Boeing 747 cargo della compagnia azera Silk Way carichi di bombe prodotte nella fabbrica Rwm Italia di Domusnovas in Sardegna siano decollati dall’aeroporto civile di Elmas a Cagliari diretti alla base della Royal Saudi Air Force di Taif in Arabia Saudita. La Rete italiana per il disarmo sulla base di questi fatti ha presentato un esposto in varie Procure e a Brescia è stata aperta un’inchiesta dalla Procura. In Yemen l’Arabia saudita sta conducendo infatti un intervento militare a capo di una coalizione che ha provocato un disastro umanitario. Una operazione più volte condannata dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon soprattutto considerando che i raid aerei sauditi hanno colpito centri abitati, scuole, mercati e ospedaliere tra cui le strutture di Medici senza Frontiere. La trasmissione ‘La radio ne parla’ ne ha dedicato attenzione il 11 ottobre 2016: è stato evidenziato che il conto delle vittime è di 10 000 morti in un anno e mezzo, 26000 vittime civili, milioni di persone in fuga. Farian Sabahi, scrittrice e giornalista, la descrive come “guerra per procura” in cui un ruolo predominante è ricoperto dagli interessi miliardari che sottostanno al commercio di armi.

A fronte di questa situazione per la quale si deve ringraziare chi aiuta a offrire elementi di consapevolezza e richiami in una realtà sociale distratta e indifferente, non si può non ricordare le parole accorate di don Tonino Bello che si lasciava prendere dalle parole di Isaia e richiamava ‘In piedi costruttori di pace…’:

“… si realizzerà la splendida intuizione dì Isaia che, addirittura invertendone l’ordine, aveva collegato insieme salvaguardia del creato, giustizia e pace: “In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto. Allora il deserto diventerà un giardino.. e la giustizia regnerà nel giardino.. e frutto della giustizia sarà la pace”. (Is 32,15-17). Il deserto, quindi, diventerà un giardino. Nel giardino crescerà l’albero della giustizia. Frutto di quest’albero sarà la pace!…

… In piedi, allora, costruttori di pace. Non abbiate paura! Non lasciatevi sgomentare dalle dissertazioni che squalificano come fondamentalismo l’anelito di voler cogliere nel “qui” e nell'”oggi” della storia i primi frutti del regno. Sono interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nei Sud del mondo, e distruzione dell’ambiente naturale.
Fin dai tempi dell’Esodo, non sono più estranee alla Parola del Signore le fatiche di liberazione degli oppressi dal giogo dei moderni faraoni. Coraggio! Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata ‘orizzontalismo’ la nostra ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri. Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli ultimi coincide con l’amore per lui. Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del vangelo, che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena… se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali. (Tonino Bello, Discorso pronunciato all’Arena di Verona, il 30 aprile 1989, alla Vigilia dell’Assemblea Ecumenica di Basilea)

Alessandro Cortesi op

I domenica avvento – anno B – 2014

DSCN0470Is 63,16-19. 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia, tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”.

Al cuore della pagina di Isaia sta uno sguardo disincantato sulla condizione del popolo d’Israele. Una condizione impura e portata da forze che trascinano via: le nostre inquità ci hanno portate via come il vento. Lo sguardo è all’iniquità che segna la vita.

Panno immondo, foglie avvizzite: due immagini descrivono una realtà di ingiustizia e di mancanza di vita. Il panno immondo è metafora di una sporcizia che impregna e deturpa. Le foglie avvizzite, senza linfa, cadono, portate via da una corrente che trascina contro la quale non c’è possibilità di resistenza vitale. Immagini evocative di una condizione di morte, di incapacità di futuro. E’ anche il quadro di una esistenza chiusa in una pretesa giustizia che produce iniquità, diseguaglianze, esclusioni.

La pagina è uno sguardo disincantato sul male presente ricondotto all’oblio del rapporto fondamentale con il Dio della vita: “nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te”. Viene così descritta la condizione di chi non è vigile e attento, di chi non è capace di risveglio e di ricordo dell’alleanza, di quel legame fondamentale espresso nell’immagine dello svegliarsi stringendosi a Dio. Piuttosto è frastornato e assopito, senza reazione di fronte all’ingiustizia che domina e di cui si fa complice nell’assuefazione, nel lasciarsi trasportare da una corrente impetuosa e avvolgente.

La voce del profeta presenta in questo quadro l’attesa e la speranza che Dio intervenga in una situazione di tenebre e di presenza del male. Invoca Dio come padre e artigiano che plasma e da’ forma: “tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma. Tutti noi siamo opera delle tue mani”. E’ attesa di una nuova creazione, di un cambiamento, ma anche è indicazione di una condizione di povertà da riconoscere, come argilla che può essere plasmata, modellata, cambiata, e di affidamento a mani che possono dare forme nuove alla vita.

Le parole di Paolo alla comunità di Corinto richiamano al volto di Dio e all’identità profonda della comunità dei credenti: “fedele è Dio dal quale siete stati chiamati alla comunione…”

Il fondamento e la radice della vita della comunità di Corinto è la fedeltà di Dio, e su questa si radica una chiamata alla comunione che è condivisione di tutti i beni materiali e spirituali ed anche comprensione di essere parte di una chiesa di chiese. La vita in accoglienza della fedeltà di Dio si situa non nel ripiegamento individualistico di una religiosità indifferente agli altri, ma nell’orizzonte comunitario. Chiamati alla comunione: è chiamata fondamentale ad intendere in modo nuovo la propria esistenza in rapporti sempre nuovi e aperti.

State attenti: questo invito è accostato nella pagina del vangelo all’imperativo ‘guardate’. La parabola dei servi e dell’uomo partito per un lungo viaggio contiene una pressante solecitazione a rimanere svegli, a custodire un compito ricevuto – a ciascuno il proprio compito – a non lasciarsi prendere da quella dissipazione e distrazione che sono i caratteri di chi vive nella condizione di un sonno che impedisce di assumere la responsabilità del presente. E’ una parabola che parla di assenza ma anche di ritorno. Il Figlio dell’uomo verrà.

La parabola è rivolta ad una comunità chiamata ad una atteggiamento di vigilanza, di cura, e di attenzione al presente. Il compito di ciascuno è invito ad una responsabilità da condurre insieme, ciscuno con un comito che si compone insieme a tanti altri compiti, e ciascuno connesso e interrelato a quello di altri. E’ l’incarico di custodire l’attesa, di prendersi cura delle cose, di vivere un’immersione nella storia e nel lavoro di ogni giorno.

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(in foto: una semplice ‘corona dell’avvento’ artigianale che può essere preparata con i bambini)

Alcune riflessioni per l’oggi

“Come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia”. In questi giorni è stata emanata la sentenza della Corte di cassazione a conclusione del processo Eternit. Di fronte alle tante morti causate dall’utilizzo e dalla lavorazione dell’amianto nell’industria, pur nella consapevolezza dei pericolo per la salute costituiti dal lavorare con queste sostanza il reato è stato dichiarato caduto in prescrizione. E la sentenza è stata giustificata dicendo che sulla giustizia ha prevalso il diritto. Verrebbe da pensare che il diritto applicato nelle sue forme più rigorose diviene somma ingiustizia laddove uno scrupoloso adempimento della legge non tiene conto della vita delle persone, uomini e donne, segnate da attese speranze, relazioni, passioni, segnate da una esigenza di riconoscimento di quanto hanno subito come ingiustizia. La reazione delusa e rattristata dei tanti parenti delle vittime ha fatto emergere l’esigenza di una giustizia che vada oltre l’applicazione di commi legislativi. Una legge senza vita. Le immagini delle foglie avvizzite e del panno immondo possono ben rispecchiare il profilo di una pretesa giustizia che non riconosce l’iniquità che segna anche il nostro presente.

“Chiamati alla comunione”. In questi giorni i disordini che si sono generati nelle periferie di diverse città italiane, a Roma in particolare, hanno riproposto il disagio che investe i più poveri nella realtà della crisi, e con esso l’emergere delle dinamiche dell’individuare capri espiatori da escludere e allontanare. Di qui la protesta contro i rom e contro gli stranieri, di qui gli atti di violenza e le prese di posizione del più bieco razzismo di rappresentanti politici che cavalcano a scopi demagogici il malessere sociale. In queste circostanze le comunità credenti sono interpellate oggi su cosa significa una chiamata alla comunione che rende resposnabili di costruire una convivenza di pace, di accogliere tutti coloro che facilmente vengono considerati scarti ed esclusi, di lottare perché a tutti siano riconosciuti diritti fondamentali. La fedeltà di Dio è nell’orizzonte di una comunione da costruire: per i cristiani qui è in gioco una questione che attiene alla fede nel Dio fedele.

“Vegliare” nel tempo presente dice riferimento alla cura delle cose, ad una spiritualità dagli occhi aperti. La grande tentazione del nostro tempo è rimanere con gli occhi chiusi, ignari, non riconoscendo un compito affidato. Oggi viviamo il diffuso ripiegamento su di una comunicazione solamente virtuale, prevalentemente narcisistica, che non conduce a scontrarsi con le reali condizioni di vita di chi soffre. In un recente discorso ad un convegno dei movimenti popolari Francesco vescovo di Roma si è così espresso: “Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia. Noi cristiani abbiamo qualcosa di molto bello, una linea di azione, un programma, potremmo dire, rivoluzionario. Vi raccomando vivamente di leggerlo, di leggere le beatitudini che sono contenute nel capitolo 5 di san Matteo e 6 di san Luca (cfr. Matteo, 5, 3 e Luca, 6, 20), e di leggere il passo di Matteo 25 (….) continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi”. Le chiamate di Dio non sono eventi straordinari e lontani dalla vita, ma si fanno vicine nelle concrete situazioni: sono chiamate a svolgere un compito e sono disseminate nelle voci ed esperienze che ci incrociano ogni giorno. Giungono dalle richieste ed esigenze di dignità, terra e acqua, casa, lavoro. Possiamo imparare a ‘guardare’ solo dando spazio ad un silenzio e ad un ascolto che non sia estraniazione e fuga dalla realtà, ma determinazione e disponibiità a lasciarsi ferire, con uno sguardo profondo, contemplativo, intelligente alla vita delle persone, a quanto accade attorno a noi.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Dan 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-18; Mc 13,24-32

Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce… un linguaggio strano quello di Gesù in certi passaggi: è linguaggio di simboli che fanno pensare. Sono parole da interpretare al di là di un livello immediato. In esse è racchiuso uno sguardo che interpreta il presente e si spinge a scorgere oltre l’immediato: non c’è solo una storia di violenza e di tragedie che si susseguono e rendono vivo il senso del male e della distruzione, ma questa storia è orientata verso un orizzonte in cui l’ultima parola non sarà quella dei forti e quella del male. Ci sono cose grandi e potenti che incutono timore, come le grandi pietre del tempio, ma tutto questo si sgretola, viene meno. E c’è un contrasto radicale tra il venir meno delle potenze del mondo e del cosmo e la raccolta di chi viene e si china a raccogliere volti e presenze. Sarà raccolta in un incontro, in un raduno.

E’ linguaggio di apocalisse che non significa catastrofe ma rivelazione. Apocalisse è svelamento, lettura che toglie il velo ad una storia in cui è presente la violenza e la contraddizione e ne ravvisa il senso profondo e ultimo. Non quindi un discorso sulla fine dei tempi, ma un discorso su ciò che è ‘ultimo’. E l’ultimo non è qualcosa di lontano e disperso in un futuro irraggiungibile, ma è già qui. L’ultimo è il senso racchiuso nei gesti, nelle scelte, nelle parole di ogni giorno. L’ultimo non sta solo alla fine dei tempi ma è già presente nel tempo che ci è dato.

Con un linguaggio che sembra parlare della fine del mondo Gesù attira l’attenzione sul fatto che quanto sembra grande e invincibile viene meno e fa cogliere come la nostra vita può aprirsi ad un senso profondo che è in altre direzioni. Annuncia il volto di Dio che raduna, e parla di una presenza, il Figlio dell’uomo, come colui che viene e radunerà, da ogni estremità della terra e del cielo.

‘Dalla pianta del fico imparate… quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina’. L’estate è vicina: è la tenera attesa generata dai piccoli segni che nel momento dell’inverno e della prova, nel freddo, annunciano un tempo diverso e fanno vivere appesi all’attesa, protesi verso un ‘non ancora’ che però già spunta e si scorge nei segni da scorgere, da custodire con cura e attenzione, da lasciar crescere…

‘Sappiate che egli è vicino alle porte’. Non c’è solamente e non tanto qualcosa da sperare, ma l’attesa è rivolta a qualcuno. Nel suo venire, – Gesù descrive la figura del figlio dell’uomo come ‘il veniente’ – il tempo acquista uno spessore nuovo e diverso. Diviene spazio accogliente di un’attesa visitata. La nostra vita non va verso la solitudine ma verso l’incontro.

E’ una parola che invita a non restare prigionieri di una curiosità e di un’ansia tutta pagana di tenere sotto controllo tutto, il mondo e anche Dio: non si tratta più di guardare con terrore a quando e come sarà la fine del mondo. E spiegazioni e le previsioni della scienza non mancano. Sarà una grande catastrofe? Sarà una implosione di galassie? E neppure mancano le previsioni della fine che di tempo in tempo alimentano le paure collettive e le forme diverse di fuga dal pensiero della fine. Sembra che a Gesù tutto questo non interessi. Quanto a quel giorno e quell’ora nessuno lo sa… La fine è già qui: il venire del figlio dell’uomo si attua in un presente che rischia di scorrere via senza trovarci attenti a scorgerne la preziosità e l’importanza. Nell’ora che non sai c’è un venire, un farsi vicino, c’è qualcuno che può essere incontro da accogliere e ospitare. Il veniente si rende vicino nel volto dei venienti, dei migranti di ieri e oggi…

Per questo l’invito posto a conclusione del vangelo di Marco è quello di vegliare. Rimanere svegli nel tempo che ci è dato si connota come impegno a scorgere i piccoli segni che annunciano un venire che non fa stare soli, ma ci fa scoprire accolti.

Viviamo un tempo di crisi che reca con sé le paure per la fine del mondo. Si tratta piuttosto della fine di un mondo – generata da precise responsabilità e dall’egemonia di un sistema economico e finanziario che non regge più -. Ci appaiono grandi potenze che regolano le sorti dell’umanità: queste potenze vengono meno. Anziché affidarsi alle illusioni dei nuovi falsi profeti che invitano a riporre fiducia nei potentati e nelle logiche di una finanza che schiaccia i poveri, siamo invitati a stare svegli, a ripensare la vita nella conversione al vangelo. La crisi che viviamo, la fine di un mondo può essere occasione a esercitare la vigilanza: stare nella crisi non nella disperazione ma con lo sguardo lungo e profondo, lo sguardo che porta a cambiare la vita secondo modalità di sobrietà e di condivisione, che si pone dal punto di vista degli ultimi, che porta a nuove forme di solidarietà, che impara e accoglie la speranza che viene dal vangelo.

In ogni tempo i grandi potentati sembrano garantire e promettono sicurezza e futuro e d’altra parte forme di distrazione sono elargite da essi a piene mani (panem et circenses) per far sfuggire alle paure, per tranquillizzare a buon prezzo. Il paternalismo del potere è pervasivo e penetra profondamente condizionando modi di pensare e generando assuefazione e consenso. La parola di Gesù invita a scorgere una differenza: c’è qualcosa che passa e richiede uno sguardo capace di distanza, di indifferenza, ma anche di critica precisa e radicale. Ma c’è qualcosa che rimane: ‘le mie parole non passeranno’. C’è qualcosa di stabile a cui aggrapparsi: è una parola debole, che si espone ad essere considerata inutile e incapace nel quadro di un mondo dei dominatori e dei furbi, dei distratti e buontemponi. Ma è la debolezza dell’amore la parola più profonda della vita umana che rimane per sempre.

Attendere e vigilare. Sono due attitudini proprie del credente. Viviamo giorni in cui per chi vive a Gaza la fine del mondo è già presente e portata dai bombardamenti che colpiscono indiscriminatamente. I civili, le persone inermi sono coloro che pagano il prezzo di una spirale di ingiustizia e della violenza assurda che colpisce senza misura. In questo tempo siamo invitati a vigilare, a fare il possibile per fermare le armi innanziuttto e perché possano avviarsi nuovi percorsi di riconoscimento e di pace giusta. Anche e proprio nei momenti più faticosi l’invocazione dell’attesa Marana thà, ‘vieni Signore Gesù’ e l’impegno a vegliare e stare accanto a chi soffre si fa più urgente.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Avvento anno B – 2011

Is 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Fate attenzione vegliate”. L’avvento inizia facendoci guardare lontano e vicino. Fate attenzione: non sapete quando. Questo ‘quando’ è il tempo in cui ‘il padrone di casa ritorna’. La vita cristiana si pone in un frattempo segnato dall’affidamento: è il tempo che attende un ritorno. Gesù è venuto, ha donato la sua vita fino alla croce, Lui, incontrato dopo il mattino di Pasqua vivente e risorto, ritornerà. Nel frattempo viviamo il tempo dell’invocazione ‘Vieni signore’, del silenzio dell’attesa e della fatica nel rimanere fedeli al compito affidato.

Isaia profeta che non vende illusioni, ci riporta duramente ad una condizione in cui riconoscerci: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Di fronte alle notizie di questi mesi sull’andamento delle Borse e dei mercati, si fa strada nella mente l’immagine del bruciarsi di somme di denaro nel giro di poche ore. In questo svanire, come il vento, di capitali – che peraltro passano nelle mani di potenze economiche e finanziarie – e di ricchezze considerate stabili e sicure – gestite in nome di quel padrone o divinità che è il denaro – viene proprio da riflettere sul testo di Isaia: le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Un sistema economico che genera iniquità sta dimostrando le sue profonde crepe, la sua vacuità, come il vento. E un’inquietudine profonda attraversa ai cuori di giovani generazioni che non solo pensano al loro interesse, al loro benessere, ma intuiscono forse che qualcosa deve cambiare: l’iniquità che attraversa il mondo conduce ad essere dispersi nella nostra umanità e a svanire come il vento.

E ci sentiamo così avvizziti come foglie quando attorno prevale un modo di intendere la vita basato sul criterio della difesa di interessi, di cura solamente del ‘particulare’.  Ci ritroviamo avvizziti come foglie, osservando chi è piegato sulla difesa di propri privilegi, o chi guarda con paura e terrore ai volti che si affacciano dai mondi della povertà, a tutto ciò che può generare cambiamento, a quanto può divenire possibilità di vita per altri. E fanno sentire ancor più avvizziti le parole di chi si scaglia contro il riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini ‘stranieri’ ma nati e cresciuti in questa terra ed anche contro il riconoscere dignità ai poveri. Isaia ci parla di una condizione di impurità che ci attraversa, che ci fa domandare in cosa abbiamo sbagliato, nell’educazione, nell’impegno… “siamo divenuti tutti come una cosa impura”.

Essere una cosa impura è la condizione di macerie e di sgretolamento che avvertiamo attorno. Come lo sgretolarsi delle colline e della terra delle scorse settimane, quando piogge abbondanti, eccezionali hanno portato devastazione vicino a noi, in diverse regioni d’Italia al Nord e al Sud, ma anche lontano da noi, dove un territorio vastissimo come l’intera Thailandia è stato allagato con migliaia di morti. Fiumi di fango, prodotto di eventi eccezionali talvolta imprevedibili, ma in radice esito e conseguenza di un modo di vivere, di scelte di organizzazione sociale che segnano il quotidiano. Scelte che hanno prodotto mancanza di cura per la natura, disinteresse per l’ambiente, indifferenza per l’ecosistema. Un modo di pensare per cui tutto va ricondotto ai criteri dell’utile e dell’immediato secondo la logica del ‘pensare per se’ o di essere padroni in casa propria. Dimenticando così che ci sono beni da preservare per tutti, da consegnare alle generazioni future e che  non possono esser sfruttati ed esauriti a profitto solo di qualcuno. L’acqua, la terra, l’aria, l’ambiente di vita di animali e persone, la dignità di ogni volto.

“… ci avevi messo in balia della nostra iniquità”. La parola di Isaia spinge a sostare e a ripensare non solo un diverso sistema economico – che pure è compito ineludibile oggi – ma le scelte del quotidiano possibili per tutti là dove cresce un nuovo orizzonte di vita. C’è una iniquità infatti che si cela nel nostro quotidiano e ci rende tristi, indifferenti, avvizziti. Prendere atto di tutto questo è il primo passo da compiere per far crescere una consapevolezza e per disporsi ad un cambiamento.

Ma già nelle parole di Isaia ci sono le tracce di una speranza che non può venire da noi, ma può essere solo opera di Dio: “noi siamo argilla e tu colui che ci plasma”. Quel fango che discende dallo sgretolarsi di un mondo vissuto non nei termini del rispetto e  della cura, può esser fango posto nelle mani di chi costruisce qualcosa di nuovo, di chi tra le sue mani già sta formando una cosa nuova, una vita orientata secondo criteri diversi, nuovi. Dio stesso ci prende tra le sue mani come argilla che attende una forma nuova. E’ Dio stesso che si volge a noi e ci prende tra le sue mani. Il primo a convertirsi è Dio stesso. E’ lui che rende possibile il nostro convertirci a Lui, quel desiderio che si fa attesa. Volgendosi a noi rende possibile un’accoglienza, un cambiamento una novità che è spazio di germogli nuovi pur tra macerie presenti nel cuore o in un mondo che sta crollando. Sta qui la radice di una speranza in Dio che per primo ritorna: “Ritorna per amore dei tuoi servi”.

Alessandro Cortesi op

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