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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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VI domenica di Pasqua – anno A – 2014

Spirito SantoAt 8,5-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

La prima lettura presenta la figura di Filippo: “Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

Tre elementi possono essere notati. Il primo è costituito dal luogo. La Samaria era una regione considerata eretica, abitata da un popolo che si era separato dalla tradizione religiosa giudaica con il suo centro a Gerusalemme. Gli ebrei della Giudea verso i samaritani nutrivano senso di lontananza e disprezzo (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20). Lì si ricordava lo spostamento di cinque popoli pagani che avevano mantenuto forme di culto idolatriche (cfr. 2 Re 17,24-41): l’allusione ai cinque mariti della donna di Samaria, nel dialogo con Gesù del cap. 4 di Giovanni, rinvia a questo (Gv 4,18). Proprio Samaria, il territorio pagano ed eretico è l’ambito della predicazione di Filippo. In quella regione, ritenuta inospitale e sospetta dal punto di vista religioso, la Parola è accolta. Segue il coinvolgimento di altri apostoli nell’incontro con chi era stato battezzato: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. Un primo messaggio di questa pagina riguarda la libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso. Dirà Pietro nella casa di Cornelio: ‘Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto’ (At 10,34).

Un secondo elemento sta nello stile proprio di Filippo: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’. In At 18,5 si trova un’espressione analoga: “Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo”. Filippo comunica una parola e vive un agire centrato su Gesù: presenta la sua identità e missione. La sua predicazione è attestazione che Gesù è il messia atteso, presenza che libera dalla paura, dal peccato, da ogni prigionia. Il dedicarsi alla predicazione come parola capace di mettere in relazione con Gesù è l’impegno dei primi apostoli. Ma anche nel suo agire Filippo riprende lo stile di Gesù (cfr. Lc 24,13-35): non opera grandi cose, ma segue la spinta dello Spirito, le chiamate che derivano dalle situazioni, scende sulla strada, si fa vicino e accompagna nel cammino. Il suo agire è così divesro dalle grandi opere di potenza di Simone mago a cui è subito accostato. Filippo pone al centro la Parola di Dio e la legge in riferimento a Gesù: salirà poi sul carro del funzionario etiope, ascolterà le sue domande e lo aiuterà a comprendere quello che leggeva (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. La bella notizia, il vangelo è dono che fa scoprire l’azione dello Spirito già presente nei cuori nell’atto della predicazione degli apostoli. Viene così indicato uno stile di annuncio del vangelo, come cammino di compagnia, testimonianza dell’incontro con Cristo che apre alla gioia (At 8,39).

Un terzo elemento: la presenza dello Spirito e l’esperienza della gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). La predicazione di Filippo e degli altri apostoli apre i cuori, accompagna ad uno sguardo nuovo sulla vita: apre ad una esperienza ‘gioiosa’. Gioia non è emozione entusiastica, momentanea. Nel libro degli Atti si rende chiaro che proprio nei momenti delle prove e delle delusioni della predicazione i discepoli erano riempiti di gioia e di Spirito santo (At 13,52). Paolo sintetizza cosìla chiamata dell’apostolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (1Cor 1,23).

Nella pagina del vangelo Gesù invita a custodire i suoi comandamenti. Amare Gesù trova la sua verifica nel custodire e quindi attuare i suoi comandamenti che si sintetizzano nell’amare come lui ha amato: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva questi mi ama (Gv 14,21). Custodire i comandamenti rinvia infatti al gesto del lavare i piedi e alle parole della cena: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. da questo tutti sapranno che siete miei discepoli” (Gv 13,34-35). Amare come Gesù, custodire il comandamento è vita che si radica nel dono della sua vita, nello stare in lui: ‘come io vi ho amato’ indica’ la sorgente generativa di una novità di vita che si esprime nei gesti della gratuità e della fraternità aperta. Custodire il comandamento dell’amore sarà possibile solamente nel rimanere in lui. Gesù ai suoi promette lo Spirito indicandolo con due nomi: sarà un altro ‘paraclito’, il consolatore, e sarà lo Spirito di verità.

Lo Spirito promesso sarà un ‘altro’ che sta accanto, presenza di vicinanza (‘Paraclito’): continuerà l’opera di Gesù che è ‘stare accanto’ e prendersi cura. Lo Spirito quindi trasforma l’assenza di Gesù in una esperienza di vicinanza che continua. Ai discepoli non verrà a mancare la compagnia di Gesù: in qualche modo lo Spirito rende presente e continua la presenza di Gesù: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete , perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (Gv 14,19-20).

Lo Spirito è così indicato come presenza che sta accanto e prende le difese, colui che nel tempo della storia guida la comunità all’incontro con Gesù, il grande suggeritore che ricorda quanto Gesù ci ha comunicato: Spirito di verità perché guida ad un incontro con lui nuovo e più profondo: è lui verità personale che si fa vicino aprendo alla relazione con tutti i cammini di ricerca e con tutti i volti. L’incontro con Cristo non è chiuso, ma aperto, c’è un’esperienza di incontro con la sua persona, che è verità vivente lasciata al cammino storico della comunità nella storia. E’ una prospettiva che apre a gioia nuova, a cammini indeiti, a lasciarsi sorprendere dallo Spirito che va sempre oltre ogni nostra chiusura.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno A- 2014

DSCF4994At 6,1-7; 1 Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Le parole che Gesù certamente disse ai suoi nei momenti prima della passione e nella cena sono rimaste scolpite nei cuori dei suoi amci. Solamente dopo la Pasqua queste parole trovarono modo di riaffiorare, di essere riportate alla memoria, di ritrovare formulazione nuova, nella luce dell’incontro con lui vivente. Di bocca in bocca, di ricordo in ricordo fino ad essere messe per iscritto: nel IV vangelo divengono discorsi, lunghi, occupano quattro interi capitoli. In questo parlare Gesù manifesta ai suoi se stesso, la sua identità e chiede loro di passare dal turbamento all’affidamento, dallo sgomento della morte al credere nella vita: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Credere nel IV vangelo è verbo usato con un senso dinamico, di tensione, apertura: un verbo di movimento e non di stabilità. ‘Credere in’: essere proiettati verso un incontro in cui entrare nel coinvolgimento sempre più profondo. Il movimento del credere ha i tratti di un cammino, da attuare su una via, esperienza mai chiusa. A conclusione del suo scritto Giovanni dice che quei ‘segni’ sono stati scritti ‘perché continuiate a credere…’ (Gv 20,31) e credendo poter trovare il senso profondo della vita. Credere e continuare a credere sono il cammino di chi accoglie il parlare di Gesù.

Nei discorsi di addio si rende presente ciò che Gesù affida ai suoi ed anche ciò che chiede loro nel tempo della sua assenza. E’ un discorso di partenza: Gesù annuncia che se ne va. Ma è un andare che mantiene una relazione con i suoi ed apre ad un modo di presenza nuova. E’ andare che inaugura un’assenza ma anche apre un tempo di attesa e la promessa di ritrovarsi. “Io vado a prepararvi un posto: quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”

L’andarsene di Gesù, la sua morte, non è un abbandono, ma è promessa di un ‘essere con’, è richiesta di ‘rimanere in lui’, legati a lui per ritrovarsi: il IV vangelo suggerisce in questo modo come l’assenza di Gesù apre ad un nuovo orizzonte di relazione. Il suo andarsene apre un tempo nuovo, abitato dal un preparare un incontro, una comunione: la preparazione di un dimorare insieme. “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti”. Le nostre forme di abitazione sono concepite spesso per garantire la chiusura e l’esclusione, per non lasciare spazi ad altri. Quello di Gesù è un abitare non ristretto né escludente, ma dove gli spazi si allargano. La casa del Padre non è una casa dagli spazi angusti: la metafora rinvia al senso profondo della casa come luogo dell’abitare, della protezione, ma anche della relazione. Vi sono molti posti.

L’andarsene stesso di Gesù non è solitudine ma è rapporto con il Padre. La partenza di Gesù offre uno squarcio sulla casa del Padre. La casa, luogo di vita, di incontro, di relazioni di molte e diverse presenze. E’ una casa con molti posti. E c’è la promessa di un ritorno. La vita che accoglie l’esperienza del credere è movimento aperto verso il futuro: “credete in Dio e credete anche in me” è la richiesta di Gesù ai suoi. E’ una richiesta che colloca in un cammino, in una tensione. La stabilità di esperienza di comunità che si sono accomodate in situazioni stabili, o rinchiuse in nostaglie di passato ed hanno così perduto ogni tensione al futuro nell’organizzare il potere del presente, sono lontane dalla richiesta di Gesù. Ai suoi Gesù chiede di mantenere quel senso di provvisorietà che apre al camminare sempre, la tensione al futuro e l’attesa del suo ritorno: c’è una centralità del rapporto con lui al cuore del credere, nella vita dei credenti. Credere allora è mantenere vivo questo incontro, attendere lui nel suo ritorno, rimanere con lo sguardo fisso in una tensione di cammino, e continuare a camminare.

Da qui sorge la difficoltà di Tommaso: ‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’. Gesù dice ai suoi che sta andando al Padre: il suo luogo è la vita del Padre. E a Tommaso indica la sua vita come via: ‘Io sono la via, la verità e la vita’. Il suo essere ‘via’ si connota come preoccupazione di chi va a preparare una accoglienza. Il tempo che si apre nella assenza di Gesù è tempo di apertura. La comunità che Gesù sogna è comunione in cui vi sia spazio per l’originalità e la diversità dei molti in un incontro che è risposta alle attese più profonde della vita umana.

Il suo essere ‘via’ sono i suoi gesti, le sue parole, le scelte e lo stile del suo passare. E’ una vita in cui ‘mostra il Padre’. Gesù aveva detto ‘Io sono la porta’ (Gv 10,9). Luogo di passaggio, la porta, per entrare ed uscire, in quell’incontro che è ‘venire al Padre’. Tutto il suo essere è orientato al Padre: nel prologo del IV vangelo si dice che la Parola era ‘rivolta verso il Padre’ (Gv 1,1). Così Gesù, Parola fatta carne, nella sua vicenda umana è luogo di trasparenza del volto del Padre: ‘fa vedere’ nelle sue opere, nei segni della cura e del servizio di una esistenza vissuta come essere uomo-per-gli-altri il volto invisibile del Padre e con la sua vita lo racconta e se ne fa esegeta: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Al centro della vita cristiana sta l’incontro con Dio, che ha il volto del Padre misericordioso. E’ il volto amante di chi conosce i gesti della tenerezza e si consegna fino in fondo a noi. Gesù – è una delle linee centrali del IV vangelo – manifesta il volto del Padre, la sua ‘gloria’ nel suo lasciarsi condurre alla croce. La sua morte è esito di scelte storiche compiute nella linea di un amore che pone al primo posto le persone, preoccupato di un posto per tutti, un amore che si dona e si consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono di sè, del servizio, della fedeltà in un amore esigente e libero percorsa da Gesù.

‘Signore mostraci il Padre e ci basta’: la richiesta di Filippo è eco di una grande attesa del cuore di uomini e donne in ricerca: scorgere la manifestazione percepibile nelle misure umane della Realtà ultima, poter vedere il volto di Dio. E’ un desiderio che attraversa il Primo Testamento questa tensione a scorgere il volto. E’  la domanda di Mosè: ‘Mostrami la tua gloria’ (Es 33,18) ed è il desiderio del credente dei Salmi: ‘Rispondimi presto Signore… non nascondermi il tuo volto’ (Sal 143,7) ‘Fino a quando Signore, mi nasconderai il tuo volto?’ (Sal 13,2). Gesù rinvia al suo essere nel Padre: ‘Non credi che io sono nel Padre?’. E richiama Filippo al suo percorso umano: ‘Chi ha visto me ha visto il Padre… il Padre che è in me compie le sue opere’. Gesù nella sua vicenda di uomo, nel suo agire, nelle sue parole e nelle sue opere ha raccontato il volto del Padre. Lo ha raccontato come volto di chi raccoglie l’attesa e la ricerca di uomini e donne in camino, di chi rompe divisioni e barriere per far sentire a casa coloro che sono tenuti fuori e distanti. Lo ha raccontato nel distribuire il pane come condivisione, segno di un Padre che soffre per la vita dei suoi figli. Lo ha raccontato nel suo dare la vista a chi non ci vedeva e nel criticare la pretesa di un vedere che non si apre ad uno sguardo più profondo. Lo ha raccontato nel gesto della vita offerta e donata, sino a scendere e lavare i piedi ai suoi nell’ultima cena. Lo ha raccontato affrontando la condanna ingiusta in fedeltà ad una consegna al Padre e agli uomini e donne, all’umanità assetata.

DSCF4846Alcuni spunti di attualizzazione di questa pagina

Un primo elemento su cui riflettere potrebbe essere l’immagine della ‘casa del Padre’: la casa del Padre e le nostre case. Gesù va a preparare un posto e indica la casa del Padre come casa dai molti posti, dove poter dimorare, trovare accoglienza e rifugio. L’esperienza quotidiana del preparare posto è carica di bellezza e attesa: come il preparare un posto quando una nuova nascita si avvicina, ma anche la più ordinaria esperienza dell’ospitalità in cui si prepara dando spazio all’ospite atteso, così per il ritorno di persone care, e per visite non porgrammate che generano l’atmosfera di un veloce riassestamento di tempi, spazi e attenzioni. La casa è luogo in cui preparare posto, ed è forse immagine per la nostra vita chiamata ad essere preparazione di posti perché altri nell’incontro possano trovare casa e sentirsi a casa in quel calore di accoglienza che solo una casa abitata sa offrire. Possiamo trasmettere accoglienza perché noi stessi siamo attesi e accolti nella casa del Padre. Il nostro abitare è spesso segnato dalla paura, dal ripiegamento. E’ un abitare sovente con pochi posti a disposizione e in cui talvolta non si dà il tempo per preparare qualcosa per altri. Il pensiero alla casa può ampliarsi a considerare la casa del cuore, la propria persona come casa di incontro, ma anche la casa come grande metafora di una convivenza di popoli, la ‘casa comune’ che con le nostre scelte costruiamo: una casa di pace o di guerra. ‘Casa comune’ è stata nel passato immagine applicata ad un progeto di costruzione dell’Europa come convivenza di popoli diversi, divisi da secoli di violenza e prevaricazione ma uniti da un ideale di pace, in apertura al mondo non come fortezza isolata. Viviamo oggi le contraddizioni di un presente in cui proprio in Europa crescono tanti egoismi che chiudono spazi all’altro, in cui le paure generano esclusione e chiusura, in cui l’accoglienza, il fare posto all’altro viene dimenticata e prevale la preoccupazione di difendere e allargare i propri spazi.

Gesù invita i suoi ad aprirsi alla via. Il credere non è tranquilla acquisizione ma è cammino. E’ molto bella l’intuizione di Agostino che scorgeva porprio in Gesù la via e la patria, la via da seguire e il porto da raggiungere. “Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. E’ insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta” (Discorso 261) Questa suggestione del cammino ci riporta ad un’esperienza del credere da intendere con le caratteristiche di ogni cammino. E’ fatta di orientamento, di fatica, di tensione verso una meta e non di pretesa di essere già arrivati. Un cammino è fatto di tanti incontri e così anche il credere avviene solamente nell’incontro.

Gesù è il racconto, la autentica parabola del Padre: come nelle sue parabole Gesù non chiude in una definizione e non offre speculazioni ma racconta e delinea i tratti di un volto nel dinamismo di una vita che coinvolge, così la sua stessa esperienza è racconto, parabola del Padre. Con le sue parole e i suoi gesti narra un volto che solo può essere incontrato nell’entrare in relazione. Conoscere indica una relazione profonda, di intimità, di esperienza. Gesù parla di verità non come una dottrina da conoscere e possedere a livello intellettuale. Piuttosto la verità è vivente: è la sua persona. Non si può possedere, ma solamente accogliere e in lui ‘rimanere’, sperimentando una conoscenza come incontro. Alla domanda ‘quale strada percorrere per trovare il senso più profondo della vita?’ Gesù offre il suo cammino e invita a scoprire la vita continuando il suo stile, i suoi gesti, così come lui ha vissuto. La verità che è persona si fa incontro a noi nelle persone, nelle situazioni e ci chiama ad ascoltare, a dialogare, a stare di fronte ai volti in cui c’è traccia dell’immagine di Dio. C’è un cammino da compiere e da ricominciare sempre da una immagine di Dio costruita a nostra misura e come giustificazione di impianti ideologici e di potere al volto di Dio raccontato da Gesù.

Alessandro Cortesi op

Ss.Trinità – anno C – 2013

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(William Congdon, La Trinità)

Prov 8,22-31; Sal 8; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

In una scena del film Decalogo – 1 (1988) del regista polacco Kieslowski (http://youtu.be/UJtaztcliys) una mamma dice al suo bambino “Dio esiste… è molto semplice se ci credi”. Il bambino stupito e incuriosito allora le chiede: “E tu ci credi che Dio esiste?… Chi è? Lo sai?”
Lei rimane in silenzio e lo guarda, poi lo avvolge con le sue braccia e lo stringe a sè, gli accarezza i capelli: “Dimmi come ti senti adesso”.
Il bambino risponde: “Ti voglio bene”.
“Esatto – gli dice la madre – e Lui è questo”.
Dio come un abbraccio. Dio come presenza che nel silenzio si fa sentire e comunica il suo voler bene  è immagine di Dio come Amore che si dona e genera reciprocità.

Ha senso celebrare una festa che fa puntare lo sguardo sul volto di Dio se ci rendiamo disponibili a ricominciare ad apprendere modi nuovi di parlare di Lui, a lasciarci cambiare dalla sua Parola che dovrebbe piegare le nostre parole e cambiare tutto il nostro vivere. Tre parole tra le letture di questa festa possono accompagnarci ad accogliere il comunicarsi di Dio come presenza dono che reca in sé la radice di ogni comunione e di ogni amore.

La prima parola compare nella prima lettura ed è una parola insolita: ‘giocare’: “giocavo davanti a lui in ogni istante”. La pagina dei Proverbi parla infatti di Dio come presenza in relazione. Dio non è chiuso in una solitudine appagata, ma si comunica e fa spazio ad altro da sé: le cose, la creazione. Il suo agire è descritto come un percorso di attenzione e di cura. Tutta la sua fatica sta nel porre un mondo bello, un cosmo, dove sia resa possibile l’esperienza della bellezza. Di Dio si può parlare pensandolo nell’atto di una comunicazione di bellezza. Di lui si può trovare traccia in tutti i frammenti di bellezza disseminati, in ogni cosa bella che si contrappone a ciò che è perdita, negazione, abbrutimento, nelle cose e nella vita delle persone.

Come la bellezza è inutile, così anche la relazione. Dio non è solo, ci dice questa pagina, ma si comunica in una parola e in un soffio. La sua parola è indicata come sapienza, presenza quasi personificata, descritta nella figura di un architetto ed in quella di una bambina che gioca e si diletta mentre Dio organizza il creato. Come architetto che immagina e lascia libertà alla propria fantasia creativa, così la sapienza con cui Dio si comunica nelle cose è comunicazione capace di creatività. E come una bambina è la sapienza che sta accanto a lui e che l’accompagna. Dio non è chiuso nella solitudine ma è vita in relazione.

Anche il gioco come la bellezza, è tra le ‘cose inutili’ della vita. Ma forse proprio per questo compare in questo testo come esperienza in cui scoprire un aspetto del volto di Dio. Il Dio che sa giocare come bambino è il Dio delle cose gratuite, il Dio che sa perdere tempo e lasciarsi tutto prendere nella gratuità del gioco. Come i bambini, catturati dalla magia di vicende immaginarie o dalla fantasia che trasforma semplici pezzi di legno in mirabolanti strumenti che trasfigurano tutta la realtà. Come i bambini che nel gioco costruiscono complesse storie insieme immaginandosi personaggi di altri mondi e faticano ad abbandonare i loro giochi quando sono chiamati all’ora di pranzo e della cena. Come i bambini che nel gioco imparano a rapportarsi scoprendo in chi condivide dei compagni indispensabili e realizzando sintonie meravigliose. Quanto tempo ‘perso’ nei giochi dell’infanzia ma anche nei giochi dell’età adulta è tempo ricordato con nostalgia, con piacere  profondo e con la consapevolezza che è stato tempo pieno e di scoperta di cose essenziali.

Il giocare dei bambini, quest’esperienza così determinante per la crescita e nello stesso tempo così lontana dalle programmazioni e dalla strutturazione di contenuti e modalità di apprendimento è un grande riferimento per comprendere qualcosa di Dio. Il Dio del gioco è il Dio che sa gioire di ciò che non produce, di ciò che non è calcolato sull’efficienza. Gioisce della relazione e della gratuità che il gioco reca sempre con sé.  Il gioco, esperienza di libertà e di piacere, esperienza che scardina le logiche del dovuto, di quella fissità che rende ostici e indigeribili i discorsi religiosi. Uno dei maggiori teologi contemporanei Jürgen Moltmann ha dedicato una sua opera a riflettere proprio sul gioco (Sul gioco. Saggi sulla gioia della libertà e sul piacere del gioco, ed. Queriniana Brescia 1988), come la caratteristica di Dio ma anche come esperienza di liberazione e di scoperta delle profondità della vita umana.

“Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell’attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare così come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare” (ibid. 25). Il gioco ha una portata eversiva nella vita umana ed apre a percorsi di liberazione. “Per questo la creazione è un gioco di Dio, un gioco della sua sapienza senza fondo e origine. Essa è lo spazio per il dispiegamento della magnificenza di Dio” (ibid. 32). Il Dio che crea non è solamente un Dio proteso a produrre, a programmare, a costruire come Deus faber, ma è il Dio poeta, che si apre a comunicare se stesso, alla gratuità del dono e della gioia dell’incontro, all’esistenza con gli altri. E questo dice anche una possibile immagine di umanità, in cui la chiamata ultima è scoprirsi in relazione, dove la persona “si rallegra della grazia che gli dà tutto gratuitamente e spera in un nuovo mondo in cui tutto si dà e si ha gratuitamente” (ibid. 54)

Una seconda parola è ‘amore versato’: “L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori dallo Spirito santo che ci è stato donato”. Un volto di Dio comunione apre a considerare come la nostalgia insita nel cuore umano, il desiderio di comunione costituisce un luogo in cui accogliere la chiamata fondamentale alla relazione che è di per sé esperienza aperta ad una dimensione fontale. Dio che si comunica nell’umanità di Gesù e nel dono dello Spirito è Dio relazione. La sua identità più profonda può essere solo evocata con immagini come la danza di amore, la circolarità di sguardi, l’abbraccio che unisce o con l’immagine appunto del darsi, del ‘versare’. Paolo con linguaggio appassionato presenta la vicenda che ci coinvolge: lo Spirito è stato effuso, versato nei nostri cuori. Ci sono risorse immense di comunicazione nel cuore umano e queste trovano la fonte in colui che è presenza dono, nella relazione che è costitutiva dell’esistenza di Dio stesso e dell’uomo.

Una terza parola è ‘guida’: “Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera”. E’ consolante pensare che Gesù non ha offerto ai suoi e a noi definizioni e possessi. Ha invece aperto strade, ha indicato percorsi di vita che devono rimanere aperti in ogni momento e sono quindi apertura di speranza. Per tutti. Gesù ha aperto all’ascolto da attuare in modi sempre nuovi. Suggerisce come la vita si definisce come cammino al seguito di una guida e si tratta di inseguire qualcuno che precede: lo Spirito guida e accompagna nella via e verso la verità tutta intera. Per il IV vangelo via e verità non sono qualche cosa, ma sono qualcuno: via è Gesù come senso più profondo della nostra esistenza. E di lui, e del suo vangelo non tutto è accolto pienamente e compreso e vissuto. La sua è stata esistenza per gli altri nella promessa di una esistenza insieme, nell’offerta d una comunione, Gesù ha così reso vicino nei suoi gesti ospitali l’ospitalità, l’accoglienza e la relazione come tratto essenziale del volto di Dio. Ma non sono questi i tratti che rendono anche gli uomini e le donne più umani? Vivere una festa in cui pensare al volto di Dio come relazione e amore di dono e reciprocità aperta rinvia a scoprire la via per realizzare ogni giorno la fatica di diventare più umani, capaci di gioco, di gratuità, di relazione.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pentecoste anno B – 2012

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Pentecoste. Festa che apre il cuore perché ci parla del soffio dello Spirito. E’ lo Spirito che dà la vita, presente nel respiro delle cose del creato. E’ lo Spirito che suscita la parola, che spinge i profeti. E’ lo Spirito grembo delle diversità chiamate alla relazione. E’ lo Spirito soffio dono della Pasqua che apre a scoprire la vita non da trattenere per se stessi ma come pro-esistenza da vivere per gli altri, da condividere.

Nella tradizione ebraica Pentecoste è festa della mietitura e memoria del dono della Torah, Parola e comunicazione. Luca, negli Atti degli apostoli vede come la vicenda della comunità di Gesù inizi con un dono dall’alto: lo Spirito come forza di trasformazione (fuoco) e di invio (vento che scuote). Inizia proprio come era iniziato il cammino di Gesù nel suo battesimo – e prima ancora al suo concepimento: ‘Lo Spirito santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra’ (Lc 1,35). La comunità di Gesù è legata a lui, la sua vita si ricalca sulla vita di lui. Luca sottolinea che la chiesa nasce a pentecoste, cioè nasce da un dono dall’alto, nasce nel segno della diversità e della pluralità di doni. Nasce come orientata alla comunione che accoglie la chiamata di Israele ad essere comunità convocata da Dio. Chiesa di chiese. E nasce con una apertura a tutta l’umanità su cui è presente lo Spirito che soffia oltre i limiti e muri di divisione.

“A quel rumore la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”. Il ‘miracolo’ delle lingue è il miracolo della comunicazione e della traduzione. La Pentecoste ci dice che la diversità non è un male, ma sta nel progetto di Dio: la diversità delle lingue, delle culture, dei cammini umani. Ci dice anche che le diversità non devono rimanere separate, senza rapporto, ma sono chiamate a comunicare, possono fiorire solo nell’incontro, e recano in se stesse l’ apertura a crescere, a scoprire il proprio limite, la provvisorietà e la ricchezza dello scambio. La vita è luogo della lotta amorosa di Dio che ci scardina dai nostri particolarismi e dalle nostre chiusure per aprirci a scoprire un dono più grande attraverso i doni dell’altro. Pentecoste è promessa di un’umanità capace di comunicare mettendo in rapporto lingue diverse. Il tempo della chiesa è tempo per aprire canali in cui la voce dell’altro possa essere compresa e accolta come familiare. Anche se questo implica fatica e si scontra con contraddizioni e rifiuti.

Pentecoste è una provocazione per il nostro tempo: un tempo in cui viviamo l’esperienza della diversità, delle lingue, delle culture, delle religioni e spesso avvertiamo tale situazione come problema e come fonte di paura. Pentecoste ci dice che in questa diversità sta un dono di Dio, una chiamata. Lo Spirito apre a nuovi percorsi di fede, a scoprire la chiesa non come appartenenza esclusiva ma come seme di una umanità in relazione. Pentecoste ci dice che lo spirito va inseguito là dove ci precede perchè dello Spirito è piena la terra e lo Spirito è presente in ogni uomo e donna. Le crisi che avvertiamo nel tempo presente sono una grande opportunità di scoperta del vangelo. Sappiamo farci cercatori di tracce dello Spirito, inseguitori di un andare oltre, verso una verità sempre più grande?

“Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. Nel vangelo verità non è una nozione intellettuale da possedere e definire. Verità indica la persona stessa di Gesù. la verità allora non è qualcosa ma qualcuno. Per questo il IV vangelo parla dello Spirito come colui che guida nella verità. Nella verità si può solo essere accolti. Ciò significa  godere dell’ospitalità della presenza di Gesù. Il suo volto ed il suo amore per noi, ci fanno vedere il volto del Padre. Nonostante tutte le nostre pretese in questo cammino siamo ancora agli inizi. Possiamo essere guidati verso una verità ancora da scoprire nella sua interezza. Lo Spirito, presenza interiore, dono del Padre e del Figlio, è il grande suggeritore, la guida, la presenza che sorregge in questo incontro. Lo Spirito apre orizzonti nuovi di comprensione del volto di Dio e di accoglienza del suo amore.

Di qui si apre un camminare: “Camminate secondo lo Spirito…” è indicazione per vivere una vita che si lascia toccare dallo Spirito che fa uscire verso l’altro, guida ad ascoltare il suo soffio nella creazione, nella sete di giustizia, nel silenzio di chi prega, negli impegni per la libertà, nei gesti del servizio, nel riconoscere la dignità di ogni volto. C’è spazio per la speranza nella nostra vita è lo spazio che lo Spirito spalanca non come ingenua spensieratezza nelle difficoltà, ma come spinta a vivere nel buio della crisi e nel gelo di inverni civili ed ecclesiali sapendo che la forza della risurrezione è più forte di ogni morte ed apre porte  di liberazione.

Alessandro Cortesi op

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