la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XI domenica tempo ordinario – anno B 2015

DSCF5762Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Al cuore delle parabole sta l’annuncio del ‘regno di Dio’. Tutto inizia con un paragone: così avviene come… E’ un paragone non statico, ma è similitudine in cui si evocano azioni, movimenti, processi di vita. Così il venire di Dio, così il suo esser vicino nella vita: non è una definizione, non è una nozione da fissare nella mente ma è un invito, un cammino, una storia, un dinamismo che investe e coinvolge. Le parabole parlano del regno di Dio come incontro di vita, come parola di bene – benedizione – che sta al cuore dell’esistenza di chi pensa di non contare nulla.

Nelle parabole c’è anche racchiusa la meraviglia di Gesù per la natura, per i gesti quotidiani, per il lavoro, per la vita ordinaria di chi è tenuto ai margini: chi semina, chi fatica, chi soffre. C’è il suo emozionarsi per la vita della terra e per il respiro della natura che gli parla di Dio e di un progetto di bene che investe umanità e cosmo. Le parabole contengono in sé il sentimento della sorpresa: come cresce un seme, nemmeno il contadino lo sa. C’è una vita al fondo delle cose e racchiusa nella vicenda umana che attende di essere liberata. E’ la sorpresa per i germogli e per la fioritura. E’ la meraviglia di fronte ad una potenza nascosta nella realtà della terra. E poi la meraviglia di fronte a ciò che è piccolo, come il seme di senape, il più piccolo di tutti i semi ma che dentro in sé reca potenzialità e promessa.

Gesù parla e si rivolge in linguaggio comprensibile per chi lo ascolta: fa riferimento ad esperienze quotidiane, ai gesti della semina, al crescere di una pianta. Comunica così che Dio si è fatto vicino anche e soprattutto pensava di essere lontano e dimenticato non solo dagli uomini ma anche da Dio. Le parabole racchiudono innanzitutto un messaggio di vicinanza: il regno non è un dominio, ma è una relazione in cui Dio prende le parti dei piccoli e chiede di cambiare la vita in fedeltà al suo agire. Si tratta di una presenza che sta già iniziando a cambiare la realtà dal presente. E tuttavia è una storia che apre ad un futuro da attendere, a cui rendersi disponibili, da affrettare. Un seme, piccolo e inavvertito, ma presente con tutte le sue potenzialità nella terra della vita personale, nella storia, nelle realtà della vita, nella natura. Le parabole in questo modo parlano di fede: è la fiducia di chi sa che il seme, quello piccolo diverrà albero capace di ospitare e di fare ombra, è la fiducia di chi non cerca di tenere sotto controllo ma si abbandona e confida in colui che non dimentica i suoi figli. Nelle pagine di Ezechiele il regno di Dio era presentato come un grandissimo albero, un cedro la cui cima toccava il cielo. Gesù parla del granello si senapa che cresce e diventerà un albero alto, ma rimane nelle dimensioni familiari e non avrà espressioni di potenza.

Nelle parabole c’è anche una indicazione della presenza di Gesù: è presenza di chi è debole, non ha i mezzi forti e ricchi, si presenta nella povertà e ha scelto di condividere la sua esistenza con i poveri. Le parabole racchiudono il segreto del suo agire, dei suoi gesti: anche questi sono semi, sono piccola cosa di fronte alle esigenze di cura, di guarigione, di vita, eppure sono semi di un inizio nuovo, sono segni che indicano una presenza di Dio che sta cambiando la storia. Le parabole quindi parlano di Dio e parlano della vita umana che può accogliere la provocazione a pensarsi come vita di fraternità e di dono.

Le parabole esprimono anche una modalità di parlare e di relazione che genera un cambiamento: sono una parola che fa, che apre a scelte e a orientamenti di vita. Gesù non comunica teorie, ma provoca a cambiare stile di vita.

Le parabole racchiudono la fiducia di Gesù nella efficacia nascosta nel seme, indicazione della potenza dello Spirito.

“quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all’ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo”: dietro a queste parole sta il messaggio che la realtà di un rapporto nuovo tra le persone è a disposizione – l’alberello di senapa cresce tra gli ortaggi dell’orto domestico -. Non solo, ma questa realtà nuova ha come carattere fondamentale l’ospitalità: rami dove possono ripararsi gli uccelli, le creature che migrano, viaggiano e si spostano, si fermano in cerca di ristoro o fanno il nido dove covare nuova vita per poi ripartire .

Il messaggio del regno è annuncio di un modo nuovo di vivere insieme, di una società che si fonda non sul dominio e sull’ingiustizia, ma sulla fraternità e solidarietà. E’ un parola esigente e inquietante in questo tempo segnato dalla ricerca di manifestazioni evidenti eclatanti e incapace di scorgere le possibilità di cambiamento nel presente, negli incontri. Ed è anche provocante nel tempo in cui come gli uccelli che migrano migliaia di persone uomini e donne sono alla ricerca di rifugio, di casa, pane, lavoro.

Marco sottolinea come in disparte Gesù parla ai suoi discepoli: egli incontra anche da parte dei suoi la incapacità di comprendere. C’è una durezza e una chiusura da superare.

DSCF5667Alcune riflessioni per noi oggi

In questi giorni ricordiamo la figura di Alex Langer, profeta di incontro, di dialogo, costruttore di ponti e capace di viaggiare cioè di visita nella terra dell’altro, a distanza di vent’anni dalla sua morte. Per la riflessione riporto un suo testo del maggio del 1995 per la rivista “La Nuova Ecologia” (1.5.1995), tratto dal sito della Fondazione Langer:

“Ha ragione Eibl-Eibesfeldt (Irenäeus Eibl-Eibesfeldt, etologo austriaco, allievo di Konrad Lorenz, studioso dei comportamenti umani ndr.): la tendenza alla xenofobia, all’ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all’esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari, senz’altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e più forti le ragioni che spingono alla migrazione, più frequentemente lo xenos ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.

Epperò – tutta la storia culturale dell’uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell’omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività, che per l’appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?

Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non è detto che l’eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l’espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da lì, non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione scientifica.

Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l’inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica o culturale né come provocazione né come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che “inter-etnico è (può essere) bello”; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto (“etnico è bello”).

Ma la realtà è che non esiste una astratta e teorica possibilità di scelta. Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d’oggi, e soprattutto le grandi città. Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto ed oltretutto innaturale”.

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario anno B

imageLev 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

“Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e disse: Lo voglio sii purificato”. Si potrebbe tentare di ripercorrere i gesti di Gesù espressi in questa successione nell’essenziale stile di Marco.

‘Ne ebbe compassione’. Gesù si trova di fronte alla presenza di un uomo affetto da lebbra. Giunge dal deserto, cioè a distanza dai centri della vita pubblica. E’ un uomo isolato per ragioni igieniche, tenuto separato dal ordone sanitario posto tra malati e sani, ma anche isolato per la sua condizione di impuro. La questione della purità sta al cuore di questo brano. Nel mondo di Gesù la questione della purità implicava una distanza e una preoccupazione di non avere nessun tipo di contatto con persone cose e situazioni impure, portatrici cioè di una forza che impediva il rapporto con Dio stesso. Oggi non percepiamo questo genere di separazione e tuttavia sappiamo bene cosa significa l’emarginazione: chi è tenuto fuori dalla convivenza sociale per motivi economici, sociali, religiosi, di provenienza culturale, etnica, di genere… non si parla più di purità o impurità ma viviamo nel tempo della grande separazione tra coloro che sono considerati ammissibili alla società umana e coloro che possono essere tenuti fuori, esclusi.

Gesù di fronte all’impuro prova compassione. La compassione è il sentimento che lo situa di fronte all’altro: ai suoi occhi quel malato era una persona e recava una sofferenza, insieme ad una richiesta di essere riammesso alla relazione. Aveva avuto anche il coraggio non solo di avvicinarsi, cosa vietata, ma anche di esprimere una profonda fiducia in Gesù: ‘se vuoi puoi guarirmi’. Gesù vive nei suoi confronti il sentimento proprio di Dio, il rapprendersi delle viscere, il sentire dentro di sé la sofferenza di quell’uomo non solo segnato dalla malattia ma anche tenuto escluso e a distanza, costretto ad una solitudine che diveniva addirittura percezione di essere allontanato da Dio. Gesù vive la compassione nel prendere su di sé e nel fare sua la sofferenza e la speranza di quell’uomo. In alcune versioni del testo evangelico questa espressione è resa con ‘andò in collera’. E’ l’indicazione della reazione di Gesù di fronte al male, alla malattia devastante e all’emarginazione di cui quell’uomo era vittima; ma anche indicazione della forza del sentimento, della passione che è al contempo di ira contro la malattia e di vicinanza a quell’uomo.

‘Stese la mano’. Il secondo gesto di Gesù è il gesto che colma una distanza. Tendere la mano è il gesto del soccorso, del protendersi vicino, del coprire lo spazio che lascia l’altro solo, per aprire un ponte di vicinanza e di aiuto. Tendere la mano è anche il gesto che indica un decentramento, un’apertura che diviene chinarsi e inchinarsi verso la mano che sta dall’altra parte, incerta e sta in attesa. Tendere la mano è gesto quotidiano del sollevare e dell’accompagnamento i bambini, della cura degli anziani, della cura per gli infermi a letto, del soccorso portato a chi non ha più forza per reggersi perché provato dal dolore. Tendere la mano è anche immagine per indicare un movimento interiore di sguardo che si fa partecipe e vicino. In questo gesto, che è gesto quotidiano, di un’umanità che si fa carico, Gesù dice che quell’uomo non deve rimanere chiuso nella solitudine, non deve rimanere prigioniero di un sistema che lo esclude. Dice anche e soprattutto che non deve sentirsi abbandonato da Dio, ma che Dio stesso gli si fa vicino. Il gesto di Gesù dello stendere la mano è così espressione del regno di Dio che è giunto e apre un mondo nuovo di relazioni possibili.

‘Lo toccò’. Gesù sceglie di toccare l’impuro. Questo gesto vietato dalla Legge è compiuto da Gesù che nel contatto si lascia contaminare e prende su di sé la condizione di impuro secondo le normative della Legge. Quell’uomo non è scomunicato, ma viene accolto, viene ristabilito in una relazione in cui scoprire che Dio lo accoglie. Il toccare è segno di una vicinanza fisica che indica l’accoglienza e il coinvolgimento, il suo farsi carico della sofferenza. Il tocco di Gesù è segnod elal tenerezza e della forza, della vicinanza e della solidarietò. E’ anche segno dell’importanza della corporeità nel contatto con gli altri, del suo non avere paura di toccare.

Gli disse: ‘lo voglio sii purificato’. C’è un gesto di vicinanza, di accoglienza, un gesto che parla da sé di una paradossale ospitalità. Gesù senza casa propria si fa luogo ospitale a chi era tenuto lontano ai margini. Il suo cuore e la sua vita si fanno spazio di condivisione ospitale. La parola accompagna i gesti: c’è un dono di gesti e un dono di parola. Ed è un comunicare in cui Gesù libera il cuore di quest’uomo, lo apre a scoprire che non è scomunicato, ma è benvoluto, accolto da Dio. Tutto questo avviene fuori dal tempio, non per opera del sistema religioso e Gesù invia il lebbroso purificato a riconoscere la purficazione avvenuta dai sacerdoti.

Gesù si sottrae ad avere forme di riconoscimento che rischiano di cogliere solo aspetti superficiali del suo agire. Non è tanto operatore di miracoli, ma profeta della accoglienza ospitale, profeta che si scaglia contro il male e contro la malvagità umana, motivata anche religiosamente, che genera emarginazione e solitudine. Ma anche, allontanando da sé la persona ormai liberata, la sottrae ad una sorta di dipendenza. Gesù vive incontri che generano percorsi di libertà.

L’ultima scena del brano presenta Gesù nei luoghi deserti: Gesù ha preso su di sé la condizione di colui che dai luoghi deserti lo aveva raggiunto. Ora si trova lui stesso in luogo desertico. Si è fatto carico nella solidarietà fino in fondo. Per una liberazione, per una storia di accoglienza. Nel deserto, nella solitudine della sua preghiera Gesù vive la sua esperienza pienamente umana di incontro con il Padre, di ascolto di Lui.

98a9e1b9bce5c8da045900de44a69c07-kp4E-U10401919742063LIF-700x394@LaStampa.itAlcune osservazioni per noi oggi

La mano tesa di Gesù a toccare il lebbroso ci riprta drammaticamente alle mani tese di tanti che si protendono a tirar fuori dai barconi fatiscenti immigrati che attraversano il mare, sfruttati e schiavizzati da chi guadagna sulla miseria di tanti. Il Mediterraneo, da mare nostrum, nostro, al plurale, di tutti, è divenuto frontiera invalicabile che separa chi è riconosicuto da chi non è considerato nella sua dignità di uomo e donna. Pretendere di difendere le proprie sicurezze nell’erigere muri di esclusione senza farsi carico dell’altro è il dramma che l’Europa oggi sta vivendo. Gli impuri da cui guardarsi oggi sono divenuti i miseri, i disperati, coloro che senza alcuna cosa propria cercano di accostarsi gridando la loro dipesrazione dai sud del mondo, dai paesi della fame, dello sfruttamento, della guerra. Cosa vuol dire oggi tendere la mano e toccare chi protende la propria mano e cerca di toccare una terra dove avere pane e riconoscimento di dignità? Sono anche coloro che per accogliere le regole economiche sono costretti ad una condizione di smantellamanto di ogni protezione sociale: cosa vuol dire oggi tendere la mano al popolo della Grecia che apre una provocazione a prendersi carico, ad una vicinanza solidale?

Paolo affronta una delle questioni che la comunità gli aveva presentato e che sintetizza nell’affermazione di una libertà percepita senza limiti: ‘Tutto è lecito’ (1Cor 10,23). Ricorda che la conoscenza gonfia d’orgoglio, ciò che costruisce è l’amore. Suggerisce così il criterio della edificazione: vivere la libertà è in vista costruzione di sé e della relazione con lo sguardo rivolto all’altro. Indica poi il criterio dell’attenzione alla coscienza dell’altro e della sua crescita e suggerisce una linea di comportamento dei credenti: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, tutto fate per la gloria di Dio” (1Cor 10,31) E’ un primo orientamento di tipo teologico. C’è poi il criterio della vicinanza alle persone, e di attenzione alle coscienze, una visione in cui al centro si pone non la ricerca del proprio interesse ma l’attenzione all’altro… perché possano salvarsi” (1Cor 10,33). Nelle parole di Kayla Mueller, la ventiseienne statunitense presa in ostaggio e uccisa nei giorni scorsi dall’Isis in Siria per portare soccorso alla popolazione vittima della guerra, si ritrova un’eco di questa tensione a vivere perche altri possano salvarsi. E’ confessione drammatica e toccante di poter vivere la condizione di libertà anche nella prigionia: “Sono arrivata ad un punto della mia esperienza in cui, in ogni senso della parola, mi sono arresa al creatore perchè letteralmente non c’era nessun altro… + mi sono sentita teneramente cullata nella caduta libera da Dio + dalle vostre preghiere. Mi è stata mostrata nel buio la luce + ho imparato che persino in prigione, uno può essere libero, ne sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, qualche volta dobbiamo soltanto cercarlo. Prego ogni giorno che, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza + anche un arrendersi a Dio+ abbiate formato un legame di amore + supporto tra di voi…” – trad. di Marina Palumbo (agb) della sua ultima lettera ai famigliari dalla prigionia-.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno B – 2012

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Un Dio che non si stanca. Un Dio paziente. Protagonista instancabile di una pazienza attiva, creativa. Sta qui il messaggio al cuore della prima lettura. “Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”. In due avverbi ‘premurosamente’ e ‘incessantemente’ è racchiuso uno stile: la cura, la preoccupazione fatta di piccole attenzioni, e la continuità. Senza posa Dio ripropone la sua alleanza nonostante l’indifferenza, i rifiuti, la dimenticanza. Motivato solo dalla compassione, dalla vicinanza. Un Dio vicino e premuroso. Capace di creare occasioni nuove e di aprire nuove vie di libertà. Così dopo la dura esperienza dell’esilio chiama Ciro, l’imperatore pagano, e lo muove per aprire nuove vie ad Israele perché scopra la gioia del ritorno a Lui.

Alla sorgente di un percorso di fede non sta una costruzione umana, ci dice questa pagina, ma la gratuità e il farsi vicino di un Dio alla ricerca dell’uomo. C’è soprattutto la sua presenza amorevole e vicina. E il credere non è questione di altro se non di scoprire i segni della sua premura, le chiamate della sua compassione, e accogliere la sua presenza nella vita. Un’esperienza che si presta continuamente ad incomprensioni e al non riconoscere la gratuità del suo venire.

L’esperienza di Paolo che sta sullo sfondo della seconda lettura  è segnata da questa scoperta, a lui donata da Gesù Risorto. Il messaggio paolino passa alle comunità e ai suoi discepoli delle generazioni successive: “per grazia siete stati salvati mediante la fede”. Chi si apre a questa esperienza di gratuità viene trasformato e può iniziare a leggere e vivere la propria esistenza in modo nuovo. Un’esperienza che si rinnova ogni volta che un gesto, una parola, un tempo dedicato fanno risuonare l’eco della gratuità dell’amore di Gesù che si fa servizio concreto, e lascia spazio alla parola più alta dell’amore: ‘tu sei più importante di me’. Questa parola è stata la vita di Gesù. Ma allora ciò che conta è affidarsi, lasciarsi incontrare e cambiare da questo dono. L’autore della lettera agli Efesini parla di ‘opere buone ‘ non come fonte di vanto. Esse stesse sono dono di Dio. Dio le ha preparate perché in esse camminassimo. E’ una prospettiva nuova e su cui riflettere quest’orizzonte di opere buone come via su cui camminare. Non per fermarsi ad esse ma per scoprire l’orizzonte a cui questo cammino conduce: la grazia dell’incontro con Gesù che è dono. La fede come riferimento alla figura di Gesù di Nazaret prima e oltre ogni appartenenza ad un sistema religioso, di pensiero di cultura o di gruppo.

E’ questa anche l’esperienza a cui è chiamato Nicodemo. Nicodemo come tutti i personaggi nel IV vangelo è una sorta di paradigma. E’ l’esempio del maestro, di chi sa ed è preparato, del sapiente, che pure si lascia inquietare dalla parola e dalla libertà di Gesù. E va da lui di notte, avvolto in quel buio che è simbolo della sua chiusura e della sua incapacità nonostante il suo sapere, ma anche desideroso di parole che Gesù gli offre. A lui Gesù dice che è necessario rinascere, non come sforzo nostro, ma nell’accoglienza di un dono che viene dall’alto. Dall’alto e di nuovo. Non è opera nostra. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio: la sua premura è che nulla vada perduto. C’è una passione di Dio che è premura di salvezza, di vita per tutti. La vita eterna non quale dimensione futura, ma esperienza che inizia sin d’ora. Il riferimento è Gesù innalzato: un paradosso. L’innalzato sulla croce vive l’abbassamento più grande che si possa immaginare. Eppure nel suo essere innalzato può radunare attorno a sé, diviene luogo a cui guardare fisso, è centro di un radunarsi che coinvolge vicini e lontani, e si raccoglie attorno al volto di Dio mostrato come amore. Non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato.

In che misura ci lasciamo toccare da queste parole: perché il mondo sia salvato? E’ questa la premura del Padre. E’ questo il dono di Gesù.

Credere in Gesù come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine è la grande questione della nostra vita.

Alessandro Cortesi op

VII domenica Tempo ordinario B – 2012

Is 43,18-19.21-22.24b-25; 2Cor 1,18-22; Mc 2,1-12

Tre elementi possono essere chiavi di lettura per entrare in questa pagina di Marco:

– Cafarnao è il luogo dove Gesù opera, la ‘sua città’ dirà addirittura Matteo (Mt 9,1), dove inizia a farsi conoscere come colui che guarisce, facendo del bene e liberando dal male.

– A Cafarnao Marco dice che “egli annunciava loro la Parola”.

– Ed infine l’espressione di Gesù quando il paralitico gli è condotto da quattro persone  scoperchiando il tetto della casa in cui erano: “vedendo la loro fede, disse al paralitico: Figlio ti sono perdonati i tuoi peccati”.

Innanzitutto Cafarnao. Molte sono le città nella Bibbia, dalla prima città, quella costruita da Caino, all’ultima città, la Gerusalemme che scende dal cielo senza più tempio né luce perché l’unica luce è l’agnello in Apocalisse. Tra le tante città Cafarnao ha caratteri propri e particolari: è villaggio di Galilea, terra di confine, lontana da Gerusalemme, non è una città di tipo ellenistico come Tiberiade, eretta dal re Erode in onore dell’imperatore romano. Cafarnao è una città di passaggi, di incroci, sulla grande via del mare, dall’Egitto verso la Siria. Ed è pure la città in cui, attorno e nella casa di Pietro, Gesù ebbe modo di sperimentare la dimensione dell’incontro domestico. Marco infatti dice: ‘si seppe che era in casa’. Gesù sceglie la casa e la strada, i luoghi dell’incontro, del passaggio, per il suo agire. Cafarnao assume così i tratti della città del quotidiano, della dimensione domestica quindi, ma essa è anche il luogo di passaggio, aperto, centro dell’incrocio di lingue e culture, della contaminazione tra persone diverse e lontane. Gesù agisce a Cafarnao e si presenta disponibile all’incontro con tutti i malati. Lì annuncia la Parola che è parola che racconta nei suoi gesti il volto di Dio che si china su chi è malato e piegato.

“Annunciava loro la Parola…”. Non è solo voce. La parola si fa azione, si rende vicina nella prassi e si fa – si potrebbe dire – ‘toccare’ proprio nei gesti che Gesù compie. La sua accoglienza, il suo volgersi verso il paralitico, il suo sguardo che va al cuore della fatica dei quattro che lo avevano condotto. Di fronte ad un uomo senza speranza, bisognoso di tutto, che appare segnato dal male che lo tiene piegato, Gesù non rimane indifferente. Non lo allontana né lo istruisce. Pronuncia parole di liberazione. La sua parola rinvia ad una liberazione che riguarda l’interiorità e la dimensione del peccato, come forza che tiene ripiegati e legati. In questo modo Gesù annuncia qualcosa del volto di Dio. Annuncia un Dio teso a togliere tutto ciò che può impedire l’incontro con lui. Annuncia un Dio che perdona. Accoglie il paralitico. Fa scorgere come il peccato sia una schiavitù pari e  più grande dell’essere incapaci di muoversi ed ha la pretesa di liberarlo da ciò che lo incurva e lo rende oppresso: la sua parola è racconto di un Dio che libera ed apre la vita nelle sue diverse dimensioni, fino a quelle più profonde dove si annida il male che tiene prigionieri.

Marco in modo drammatico pone da subito un affrontarsi: alcuni scribi reagiscono con radicalità. E’ quel rifiuto profondo che condurrà alla condanna e alla morte di Gesù. “Gli scribi pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia”. Sarà proprio l’accusa di bestemmia quella al centro del confronto presentato da Marco come processo di Gesù davanti al sinedrio. Il sommo sacerdote dirà infatti : ”Avete udito la bestemmia, che ve ne pare? Tutti sentenziarono che era reo di morte”  (Mc 14,64). Gli scribi hanno capito che in quella parola e in quei gesti è in gioco il rapporto con Dio, il modo di pensare Dio stesso. E’ una sfida lanciata a chi pretende di essere detentore dell’identità di Dio. Per questo hanno paura e rivolgono a Gesù l’accusa di bestemmia. Chiusi nel loro modo di intendere Dio non si lasciano provocare dalla prassi di Gesù. Lì si manifesta un Dio che s’interessa dell’uomo, che lo vuole libero, restituito alla sua dignità, e che non può essere utilizzato come garante di un sistema religioso che vive di pretese, di arroganza, di successo. Per giungere a Dio, dice Gesù è necessario passare per il prendersi carico dell’uomo, dei suoi pesi.

Per questo Gesù legge in quel gesto dei quattro che gli recano un paralitico in barella un segno della fede: “vedendo la loro fede disse al paralitico…”. La loro premura, il loro farsi concretamente carico, la loro ingegnosità nel trovare il modo per calarlo si scontra con la folla che è sempre impedimento ad un autentico incontro con Gesù. E l’impegno, unito alla creatività dei quattro, è letto da Gesù come segno della fede, di una fede che conduce a liberazione. Non ci sono separazioni per lui: ad incontrare Dio si giunge per la via del farsi carico dell’altro con dedizione ed anche con genialità, con inventiva, facendolo giungere dove appare impossibile. Gesù annuncia che l’incontro con Dio passa attraverso il concreto prendersi cura e chinarsi sull’altro, e sull’altro che è piegato.

La sua parola è di restituzione di umanità, è un perdono che ha i caratteri di un ridare spazio al volto più autentico della persona, capace di camminare ma anche capace di libertà, non asservita al male. E’ un  perdono aperto, che si allarga a tutta l’umanità come quattro erano coloro che l’avevano portato con allusione forse ai quattro punti cardinali, aperto in quell’incrocio di vie che conducevano al mondo pagano dove era situata Cafarnao. E’ il figlio dell’uomo che ha potere di perdonare: un paradosso. Il ‘figlio dell’uomo’ è espressione che rinvia alla debolezza, alla fragilità di Gesù che subisce la sofferenza e la morte (cfr. Mc 8,31: “…e incominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire…”). Ma è lui il ‘figlio dell’uomo’ che rivela nella sua debolezza, nel suo prendere su di sé il male e il peso del peccato, il volto dell’amore di Dio che perdona.

Tre riflessioni per il nostro presente.

Cafarnao. Anche le nostre città pongono insieme, come Cafarnao le dimensioni della casa e della via. La possibilità di costruire rapporti di incontro, di riconoscimento e le occasioni di apertura all’altro, al lontano. Spesso le nostre città divengono aggregati di appartamenti in cui ci sia apparta senza condividere e dove i luoghi di aggregazione sono i templi del commercio dell’anonimato dei consumatori. Sono spesso città in cui non si fa casa, e le vie sono percorse da una massa di solitudini che si affrontano senza incontrarsi. La prassi di Gesù a Cafarnao è indicazione e luce per il nostro vivere quotidiano. Come rendere le nostre case luogo di relazioni, di accoglienza, di ospitalità ai più deboli? Come costruire città in cui le diversità di presenze e culture sia motivo di conoscenza, di accoglienza, di incontro nella condivisione di storie, nella lotta comune contro il male che è la privazione di dignità per le persone?

Annunciava la Parola. Gesù annunciava la parola con i suoi gesti. La sua Parola è annuncio del Dio che perdona, il Dio dell’alleanza annunciato da Isaia (prima lettura). In che modo accogliere più profondamente l’annuncio del volto di Dio che desidera la libertà dei suoi figli, la pienezza di vita in contrasto con profili di Dio come oppressore e giudice senza pietà. Come aprirci a questo volto di Dio che Gesù rende vicino facendo cambiare il nostro modo di guardare alla nostra vita e a quella degli altri? Per tutti c’è possibilità di essere chiamati ‘figlio’ come Gesù dice al paralitico…

Vista la loro fede… Spesso in ambiti ecclesiali si è minuziosi nelle distinzioni tra gesti umani e gesti di fede. Gesù legge in un gesto di farsi carico la fede che fa incontrare Dio. Come educarci a guardare i tanti, spesso piccoli e nascosti, gesti di cura e di vicinanza vicino e lontano a noi come luoghi di vangelo e come superare sensi di superiorità e di separazione tra cose di Dio e cose dell’uomo come se fossero in contrapposizione?  Gesù annuncia che l’incontro con Dio passa per la via del prendersi cura dell’altro. Come lasciarsi convertire dal vangelo che parla di Dio umanissimo?

Alessandro Cortesi op

VI domenica del tempo ordinario Anno B – 2012

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

In Israele la lebbra era ‘primogenita della morte (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Giuseppe Flavio, storico contemporaneo di Gesù, parla così dei malati di lebbra: “I lebbrosi stavano sempre fuori della città; dal momento che non potevano incontrare nessuno, non erano in nulla diversi da un cadavere”. Il Talmud babilonese paragona così la guarigione di un lebbroso alla risurrezione. Coloro che erano colpiti da lebbra non potevano entrare a Gerusalemme né in città circondate da mura ma dovevano starsene segregati, vivendo isolatamente. Nel quadro di un sistema religioso che univa insieme malattia e peccato, la lebbra era quindi connessa al peccato ed era per questo considerata impurità, il marchio di una punizione di Dio, motivo di allontanamento da Dio. Per questo è compito dei sacerdoti in Israele constatare se una persona ha contratto tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, l’atto da compiersi da parte del lebbroso guarito è un atto religioso, un sacrificio di espiazione (Lev 14,1-32). Il lebbroso prendeva su di sé non solo il peso di essere vittima del male che lo segnava nella carne e nel cuore, ma anche colpevole; vittima di una malattia considerata sorgente di impurità, da tener lontana per evitare il contagio. E colpevole in quanto alla malattia si associava il senso di disprezzo per una condizione di peccato, d’impurità.

Quando Giovanni dal carcere invia i suoi discepoli a Gesù per chiedergli di esprimere qualcosa sulla sua identità, Gesù non risponde definendo se stesso ma rinviando ai segni che compie. I segni sono quelli del regno di Dio che è giunto e si rende presente nel suo agire: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete. I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,3-6). I lebbrosi sono guariti… è uno dei segni a cui Gesù rinvia. Segni di una attesa di un intervento di Dio liberatore dal male che attraversava le pagine dei profeti. Segni di vita restituita in abbondanza a chi era ritenuti lontano da Dio ed escluso dal rapporto con lui a causa dell’impurità.

La pagina di Marco racconta attraversamenti di barriere e aperture di vita inattese che rompono schemi e chiusure religiose.

Il primo attraversamento è quello del lebbroso che osa farsi vicino: “venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ’se vuoi puoi purificarmi’”. E’ il lebbroso che dai luoghi deserti si fa vicino a Gesù. Possiamo scorgere in questo avvicinarsi la fiducia che la fama e i gesti  di Gesù ispiravano, giungendo sino a far muovere un ‘morto vivente’, un lebbroso nella sua condizione di persona senza volto e senza nome, da tener lontana come fantasma. E’ lui il primo ad oltrpassare barriere, e le barriere che scavalca sono quelle determinate da una religione che mantiene la separazione tra puro e impuro:  ‘Se vuoi puoi purificarmi’. La questione verte proprio sul confine tra puro e impuro, una separazione che segna fortemente gli ambiti religiosi. I puri e le cose pure devono evitare qualsiasi contatto con l’impurità per non farsi contaminare perché solo ciò che è puro può entrare a contatto con Dio. Il lebbroso chiede a Gesù nont anto di guarire ma di poter accedere ad un contatto con Dio.

E Gesù invece accetta la vicinanza del lebbroso, si lascia contaminare. E’ un secondo grande attraversamento: Gesù non ha paura di entrare a contatto con il male, ed anche con quanto è considerato impuro, non si tiene a distanza della malattia ripugnante, non teme il contagio. Il volto di Dio che Gesù annuncia non separa né emargina ma va incontro a chi è visto come impuro, rompendo le barriere di separazione. Davanti a lui scorge il volto di qualcuno da accogliere, da riconoscere come uomo, come un tu, con un volto, con un nome. Gesù non si tiene lontano ma s’immerge e immergendosi apre una comunicazione nuova. E annuncia il volto di Dio che accoglie.

Alcune lezioni in alcuni manoscritti di questo testo di Marco indicano un gesto di ira di Gesù: irato di fronte al male. Gesù di fronte al male non rimane indifferente. La presenza della malattia suscita in lui una reazione forte, di contrasto a tutto ciò che impoverisce l’uomo. Gesù reagisce a quel collegamento tra malattia e peccato che legge la malattia come conseguenza di una colpa. Il disegno di Dio è disegno di bene e di lotta contro il male.

Altre lezioni di questo testo indicano invece un verbo diverso e sttolineano così un sentimento di Gesù nei confronti del malato: “Ne ebbe compassione…”. Questa lezione sottolinea i sentimenti della cura, del coinvolgimento, della vicinanza di Gesù. Ne ebbe compassione: è verbo proprio di un sentire femminile, usato nel Primo Testamento per indicare le viscere di misericordia di Dio che soffre come donna che ama e che avverte nel suo utero i segni del suo legame con i figli. Così Gesù esprime nel suo accogliere il lebbroso il suo coinvolgimento. Quell’uomo, sfigurato per la malattia e soprattutto per la solitudine motivata dalla religione, diviene per Gesù un volto con cui entrare in contatto, da toccare.

E sta qui un altro attraversamento: “Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse…” toccare il lebbroso era occasione di contagio, ma anche motivo di trasgressione della legge. Gesù tocca – con il gesto dello stendere la mano che ricorda l’agire di Dio nella liberazione dell’esodo – e entra a contatto con l’impuro, lo guarda, gli rivolge la parola: ‘voglio che tu sia purificato’. Si fa vicino fino a toccare: oltrepassa così quella barriera di isolamento e di rifiuto in cui quell’uomo era relegato, lo apre ad essere riconosciuto come vicino. Il testo di Marco dice ‘ed egli fu purificato’. Gesù gli annuncia il volto di Dio che lo accoglie nella sua condizione di impurità. Gesù comunica questo accettando di entrare a contatto con il lebbroso impuro. La guarigione è sì guarigione dalla malattia ma più in profondità è accoglienza e riconoscimento perché quell’uomo da isolato e allontanato viene restituito a quella purità che non è una condizione sacrale di separatezza, ma è stare nella relazione, con Dio e con gli altri. E’ restituito a relazioni autentiche, ad esser riconosciuto come persona, alla vicinanza con un altro che l’ha accolto. Non è forse questa la più grande guarigione? Gesù invita il lebbroso a non dire nulla a nessuno. Ma il lebbroso si fa annunciatore: ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco suggerisce che ‘annuncia la parola’ chi ha sperimentato nella sua vita una liberazione ed ha vissuto un incontro in cui si è scoperto accolto. La parola annunciata è la scoprta del volto di Dio che non pretende di essere accostato da chi è piuro, ma purifica facendosi Lui epr primo vicino.

Il quadro si conclude con una annotazione per certi aspetti enigmatica ma ricca di evocazioni: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti”.

Gesù assume così, in questo finale della narrazione, i caratteri di quella lontananza e di quella separazione che erano gli obblighi dell’impuro e segnavano la condizione del lebbroso. Gesù si fa impuro; prende su di sè la condizione del lebbroso. Gesù è presentato da Marco come guaritore, capace di gesti taumaturgici, ma Marco è preoccupato anche di dirci che quel volto di Gesù guaritore ha i tratti di colui che ha preso su di sé le sofferenze degli altri. E’ così qui racchiuso un annuncio della passione, un’indicazione preziosa del volto di Gesù come servo che soffre, e prende su di sé la condizione degli impuri, dei peccatori, di coloro che sono tenuti lontani o ai margini. Gesù guarisce e manifesta quindi una potenza di vita, ma – ci dice Marco – è da ricordare che la sua potenza di vita è quella racchiusa nella debolezza del crocifisso, nella debolezza dell’amore che si dona. Il profilo più profondo di Gesù è quello di colui che serve, si fa debole e assume su di sé la sofferenza.  E’ Gesù ora il lebbroso che non può recarsi in città… e paradossalmente tutti venivano a lui da ogni parte.

Ci sono due movimenti che ci aprono profondi interrogativi: il primo è il movimento del lebbroso. Di fronte ad un mondo religioso che genera separazione e allontanamento quell’uomo ritrova energie per scavalcare barriere. Viviamo tempi segnati da paura e dall’indifferenza come forme di difesa dal male e dalla sfida dell’incontro con l’altro che ci pone in discussione. Accettiamo senza reagire isolamenti, esclusioni, emarginazioni giustificate anche da una religione che rende incapaci di incontrare e di accogliere. Non dovremo forse dare ascolto a chi chiede uno sguardo di attenzione e di compassione?

C’è poi il movimento di Gesù che non ha paura di lasciarsi avvicinare dall’impuro, e di toccarlo. Gesù vive uno stile di incontro, di libertà. Reagisce con forza al male e vive la vicinanza tenera verso chi soffre. Tutt’altro rispetto all’indifferenza di chi si tiene a distanza e ha paura di contagi, di mescolamenti, di contaminazioni. Gesù si lascia contaminare e accoglie la sfida dell’entrare in relazione con l’altro. rende vicino il volto di Dio che accolgie chi è impuro. Offre spazio di relazione: riconosce quel malato come un tu. Ci indica così – in contrasto con un modo di stare a distanza – che la più profonda guarigione è dare spazio all’altro nella propria vita, accoglierlo, lasciarsi coinvolgere non in modo retorico e superficiale, ma nella profondità della propria vita.

Alessandro Cortesi op

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