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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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I domenica di Avvento – anno A – 2019

Sicilia_Monreale_Arca_Noè.jpg(mosaici sec. XII – Duomo di Monreale)

Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

“Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo… Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà… tenetevi pronti”.

Il tempo dell’avvento è orientato a volgere lo sguardo verso la venuta definitiva del Risorto che visita la nostra vita e tornerà. Anche nel vangelo di Matteo che sarà letto in questo nuovo anno liturgico, è riportato un discorso di Gesù sulla venuta del Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo, titolo per indicare Gesù risorto, ritornerà e non si potrà rimanere indifferenti: nel libro di Daniele (cap. 7) Figlio dell’uomo è figura che viene dall’alto in rapporto con ultimi tempi, in cui si attuerà un ‘giudizio’.

Matteo richiama la sua comunità a scorgere che questa ‘ora’ non è qualcosa di lontano e futuro, ma è già in atto nel presente ed esige un modo diverso di intendere la vita. Il ricordo dei tempi di Noè è significativo perché mentre tutto mangiavano e bevevano non accorgendosi di nulla, Noè si mise a preparare l’arca per salvare persone e animali dalle acque simbolo del male. Ci può essere un modo di vivere il presente nella spensieratezza, nella distrazione che rende insensibili, indifferenti. Noè fece attenzione ai ‘segni’ e si preparò cercando di raccogliere, di custodire, operando per la vita degli altri e prendendosi cura di tutta la creazione.

Gesù invita ad essere vigilanti, a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto attento alle persone, agli eventi, capacità di leggere dentro. Vegliare è termine della cura, che indica l’attenzione al presente. Chi veglia è teso al futuro ma impegnato nel qui ed ora, è operoso nelle piccole cose del momento che sta vivendo. Il ‘giudizio’ consiste nelle scelte che compiamo noi nel tempo: già ora la nostra vita è un prendere posizione, uno stare orientati verso l’incontro con Cristo che viene e che verrà nelle scelte di liberazione e di lotta per la giustizia e la pace. L’attenzione è elemento fondamentale del credere: porre attenzione e cura indica il superamento di una logica di egoismo e ripiegamento su di sé, una cura oggi da pensare in relazione a tutto il creato, come Noè. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo e la storia. E’ essere pronti di fronte alle responsabilità di ogni giorno.

Vegliare è modo per vincere il sonno che appesantisce e impedisce l’azione. E’ una fatica da riprendere ogni giorno nuovamente: questo sonno è il grande pericolo della vita del credente. ‘Ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ è esortazione di Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’.

Si tratta di non venir meno alla certezza che il sogno di Dio è la pace: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. E’ pace che inizia qui e che ha il suo futuro nella riconciliazione che è dono di Dio stesso. E’ impegno ad inseguire la promessa di Isaia: ‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’. A fronte di un mondo che vede la guerra come necessaria la Parola di Dio invita a denunciare la produzione, il commercio e l‘uso delle armi come contrari al disegno di Dio, fonti solo di disastri e sofferenze. Un’altra lotta è invece da condurre, quella contro l’indifferenza e la sonnolenza che impedisce di essere responsabili degli altri, di assumersi la cura per promuovere tutto ciò che umanizza e apre la vita all’incontro e alla liberazione.

Alessandro Cortesi op

mappa commercio armi mondoIl sentiero di Isaia

Nel 1963 Giorgio La Pira scriveva alle monache di clausura condividendo la sua lettura sulla storia del mondo sul crinale apocalittico delle armi nucleari. Il crinale che vedeva la possibilità concreta di una distruzione totale della vita sulla terra o, per contro, la scelta di una via diversa, l’opzione decisa senza tentennamenti per ricercare le vie della pace possibile. La visione di La Pira era uno sguardo profetico che non solo indicava una direzione ma era guida di un impegno storico concreto per il dialogo dei popoli. Espressione di un uomo preso dall’utopia del sogno di Isaia che accolse nella sua vita non come orizzonte irraggiungibile ma come fine verso cui tendere preparando il terreno, spendendosi nell’impegno e attuando cammini storici.

“Madre Reverenda, bisogna puntare con estrema decisione, con totale impegno sopra questa domanda: questa grazia della pace alla intiera famiglia umana deve essere concessa dal Padre celeste; il fiume di pace -di cui parla Isaia- deve irrigare con abbondanza la città degli uomini, come irriga la città di Dio (Apoc. 22): il Signore non può negare questa grazia così fondamentale dalla quale dipende l’esistenza della civiltà umana, del genere umano e, forse, dello stesso pianeta! Perché, Madre Reverenda, al punto in cui si trovano le cose, non c’è alternativa per i popoli: o la pace millenaria o la distruzione apocalittica della famiglia umana e della terra medesima provocata, (Dio non voglia!) dalla potenza sconvolgitrice – apocalittica davvero! – delle armi nucleari!
Queste affermazioni, Madre Reverenda, non sono mie: sono degli scienziati nucleari; sono delle massime guide politiche del mondo (si ricordi Kennedy); sono di Giovanni XXIII che con la Pacem in Terris consegnò ai popoli di tutta la terra il suo messaggio di salvezza e di speranza!

Questo, Madre Reverenda, è, perciò, il problema fondamentale del mondo, oggi: fare la scelta finale, apocalittica: scegliere, cioè, o la pace millenaria (che richiede un profondo mutamento in tutti i rapporti -e nel modo stesso di pensare!- degli uomini) o la distruzione davvero senza misura, che può condurre sino alla rottura degli stessi equilibri fisici sui quali si regge l’esistenza fisica del nostro pianeta (e non solo di esso).
Ed allora? Allora la risposta è evidente: – bisogna avere il coraggio (perché di questo si tratta!) di scegliere la pace e di agire a tutti i livelli (internazionali ed interni: militari, scientifici, tecnici, economici, sociali, culturali, politici e religiosi) in conformità a questa scelta. Ma per fare questa scelta ci vuole davvero un atto smisurato di fede: la fede di Abramo: spes contra spem! (…)

La «visione» di Isaia (2,1 ss.) e dei Profeti non appare più un’utopia: la pace universale, l’unità del mondo, la fraternità, la civiltà e l’ illuminazione biblica del mondo, non appaiono più «sogni» di poeti e «fantasie» di profeti: appaiono realtà storiche che cominciano a profilarsi, a «sagomarsi», nell’orizzonte storico della Chiesa e dei popoli! Basta guardare con amore, con preghiera, con attenzione, lo svolgersi irresistibile del piano di Dio nel mondo. Perché di questo, Madre Reverenda, dobbiamo essere persuasi: il Signore vuole che il Suo regno venga, come in cielo, anche in terra; che sulla terra – abitata dal Suo Unigenito e dalla Sua Chiesa! – si faccia la pace, splenda la luce, trionfi la grazia; che le «visioni» felici dei Profeti e le «visioni» felici dell’Apocalisse diventino – nel corso futuro dei millenni – la realtà benedetta nella quale si svolge la vita degli uomini, delle città, delle nazioni, dei popoli!”

In questi giorni papa Francesco presso il Memoriale della pace a Hiroshima ha lanciato un appello in un contesto internazionale in cui la produzione e il commercio di armi stanno per crescere. Armi devastanti sono usate nelle guerre diffuse e regionali e si prevedono conflitti maggiori ad esempio per l’acqua e per i beni naturali.

“Mai più la guerra, mai più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza!”. Queste le parole di Francesco dal Parco del Memoriale della Pace di Hiroshima, dove il 6 agosto 1945 fu sganciata la bomba atomica che generò morti innumerevoli – ottantamila nello scoppio e moltissimi altri poi – e scene infernali. “Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia  le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo”

Nelle sue parole la considerazione che non solo l’uso delle armi, ma anche il solo loro possesso è minaccia alla pace e la denuncia del crimine dell’uso di tali armi.

“Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova”.

“desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune.”

Citando Pacem in terris di Giovanni XXIII ha affermato che la pace se non è costruita sulla verità e sulla giustizia rimane un suono di parole. E riprendendo il discorso di Paolo VI all’ONU il 4 ottobre 1965 ha detto: “Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, “esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli”

La pace è un edificio che va sempre costruito di nuovo e continuamente.

“Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”

Due anni fa in un incontro con i giornalisti mentre si rincorrevano minacce di attacchi nucleari tra Usa e Corea del Nord offrì come regalo una foto scattata nel 1945 da Joseph Roger O’Donnell: ritraeva un ragazzo con in spalla il fratellino morto mentre attendeva di far cremare quel piccolo corpo senza vita. La foto era accompagnata da una breve didascalia: “il frutto della guerra”. “Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio”.

“Ricordare, camminare insieme, proteggere. Questi sono tre imperativi morali che, proprio qui a Hiroshima, acquistano un significato ancora più forte e universale e hanno la capacità di aprire un cammino di pace. Di conseguenza, non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto…”.

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’ è rimane promessa e progetto incompiuto a cui cercare di dare risposta con lucidità e concretezza oggi.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_6005.JPGMal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

Il nome ‘Malachia’ significa ‘mio messaggero’, com’è indicato nel libro profetico: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1). Il libro è composto di sei annunci che richiamano l’esigenza di Dio: è presentata innanzitutto una polemica contro il culto praticato dai sacerdoti in Israele (1,6-2,9) mentre si offre una lettura positiva dell’atteggiamento dei pagani che riconoscono il nome del Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Forse Malachia rappresenta una tradizione aperta ad accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele, in polemica con una spiritualità di esclusione degli stranieri – come ad esempio Esdra (Esd 7). Malachia faceva proprio l’attitudine del terzo Isaia: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, … li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, non è interpretato come segno di esclusione ma di riconciliazione e accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia annuncia l’attesa di un ‘giorno del Signore’. Verrà insieme ad un messaggero che prepara la via, identificato con la figura di Elia. Nella tradizione ebraica infatti il profeta Elia non era morto ma era stato trasferito in cielo (2Re 2,11) e sarebbe un giorno ritornato per accompagnare il popolo a prepararsi alla venuta di Dio: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23).

Malachia descrive il ‘giorno del Signore’ come momento di giudizio e di condanna del male con le immagini del fuoco ardente e della paglia consumata. Dio stesso sarà ‘testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adulteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero” (Mal 3,5). Per contro la gioia pervade coloro che sono i ‘cultori del nome di Dio’: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Questi riferimenti al giorno del Signore sono lo sfondo in cui comprendere i discorsi di Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio: ‘Verranno giorni in cui di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Queste parole suscitano una domanda: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7).

Di fronte alla distruzione del tempio per opera dell’esercito di Roma nell’anno 70 la comunità di Luca ricordava l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Rispondendo alla ricerca di segni e rassicurazioni Gesù presenta l’esigenza di superare una curiosità tesa ad un dominio magico del futuro.

Invita per contro a vivere la vigilanza, ad assumere responsabilità nel tempo per attuare un impegno concreto nel presente. Suggerisce di operare scelte in una prassi che segua il suo cammino e il suo stile. Prove e persecuzioni non devono immobilizzare e rendere soggiogati alla paura, ma sono occasioni per la testimonianza. Gesù indica di vivere sin dal presente l’affidamento allo Spirito e la testimonianza di lui. Fondandosi sulla sua promessa: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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Paure populismi: ‘non siamo d’accordo’

Anche le ultime elezioni in Spagna hanno indicato una rilevante affermazione di un partito di estrema destra, con orientamenti xenofobi e anti immigrazione, di opposizione al femminismo, di stampo populista di destra con riferimenti al franchismo.

E’ un fenomeno diffuso in vari paesi d’Europa l’ascesa di partiti populisti, di diversa matrice, in particolare di destra, che stanno promuovendo il loro successo con un’opera capillare di promozione della paura condotta con mezzi ambigui e seducenti, con  campagne di fake news nei social media e distribuendo promesse irrealizzabili fomentando il razzismo e la lotta tra i poveri. In un tempo di incertezze diffuse, di complessità e di crisi economica tale propaganda trova terreno fertile per affermare le sue forme di strumentalizzazione e dominio.

L’ascesa del populismo si manifesta in particolare nell’attitudine di esclusione di chi non appartiene ad una tradizione culturale, religiosa, etnica o di genere. Riassumibile nel grido ‘Prima di tutto i nostri’, è un messaggio rivolto a far sentire ‘popolo’ coloro che appartengono ad un ambito sociale determinato, ad una parte solamente che viene ad essere presentata come voce del tutto, ad una identità spesso mitica e costruita in modo semplicistico. Questi, i ‘nostri’, sono ritenuti detentori di un privilegio di proprietà sulla terra, sulla cultura, alimentandosi del mito di una identità fissa e senza l’altro e dell’autoctonia, dell’essere ‘padroni a casa nostra’.

Sono molte le paure diffuse in un’epoca in cui il mondo è divenuto più piccolo, ed ha interrelato i popoli in forme nuove, trasformando il mondo del lavoro, generando nuove povertà e ponendo in crisi i meccanismi della democrazia.

I vescovi cattolici tedeschi si sono interrogati recentemente sulla sfida del populismo oggi presente a livello non solo della società  ma anche nelle comunità ecclesiali in cui tante persone in nome della difesa della tradizione assumono atteggiamenti che sono pienamente contro il vangelo. E’ una presa di posizione autorevole di un episcopato, su questioni in cui spesso le gerarchie preferiscono un silenzio imbarazzato, o, come nel caso italiano, vedono voci autorevoli assecondare e difendere le forme del populismo nostrano.  Come ha osservato Sergio Tanzarella (in “Adista” 16.11.2019) rispondendo all’intervista al card. Ruini: “Lei non può ignorare che per un cristiano impegnato in politica lo spazio pubblico si occupa non con il crocifisso di legno o con i rosari ma con politiche che si fanno carico dei crocifissi di carne, quegli stessi che Salvini e i suoi seguaci, e purtroppo non solo loro (veda Minniti), hanno fatto annegare nel Mediterraneo o permettono che vengano reclusi nei lager libici”. Per questo può essere importante  dare ascolto al documento tedesco del 25 giugno 2019 intitolato Resistere al populismo. Esso inizia con una serie di domande:

“Ci sentiamo sfidati dall’ascesa del populismo nella nostra società. Per alcuni è un termine troppo diffuso  per descrivere un fenomeno molto confuso. Gli uni vedono un populismo di sinistra, altri un populismo di destra; altri ancora deplorano un populismo di centro che si sta diffondendo perfino nei grandi partiti tradizionali del nostro paese. E altri si chiedono: che cosa c’è nel populismo di sconveniente e criticabile? Populismo non vuol dire forse una particolare vicinanza al popolo? E cosa ci sarebbe da dire in contrario se i populisti fanno molta attenzione alle persone, colgono le loro preoccupazioni e i bisogni perché trovino ascolto nella politica e nella società?”

I vescovi tedeschi delineano poi chiaramente il profilo di un populismo minaccioso che esclude e diviene una minaccia concreta soprattutto contro coloro che in qualche modo sono ‘altri’, in particolare contro i migranti e contro chi attua nei loro confronti atteggiamenti di accoglienza e cura.

“Il populismo che ci sfida manifesta quotidianamente il suo volto minaccioso quando, in nome di una «tradizione della cultura tedesca» o di una «difesa delle tradizioni regionali», mette l’accento sull’esclusività e perciò sull’esclusione di tutti coloro che non appartengono a noi da sempre. In questo modo finiscono con l’essere conculcati i diritti di tutti agli altri. L’egoismo nazionale si espande. Gli stati e le regioni del mondo si allontanano tra di loro. «Prima di tutto il proprio Paese!» – questo slogan impedisce la disponibilità a impegnarsi per il giusto sviluppo di tutte le società e di armonizzare i propri interessi con l’imperativo globale della giustizia e della solidarietà. Il populismo colorato di nazionalismo mette in pericolo la coesistenza giusta e pacifica nella propria società come anche nel mondo intero (…) Per i cristiani la difesa della dignità di ogni uomo costituisce una linea-guida ineluttabile”.

“Il populismo che ci sfida mostra ogni giorno il suo volto minaccioso quando semina diffidenze e discordia: tra coloro che, nella nostra società, godono di libertà e sicurezza e coloro che fuggono dalla guerra, dalla persecuzione o dalla miseria, o anche tra coloro che, nella Chiesa e nella società, si impegnano per quanti cercano protezione, e coloro che li guardano con diffidenza e, a volte, persino con aperta ostilità. Il populismo che ci sfida mostra ogni giorno il suo volto minaccioso, perché fa vedere tutto in bianco e nero e con grettezza, nella società e nella Chiesa. (…)

La preoccupazione comprende diversi livelli:

“Ci preoccupa, tuttavia, ancora di più costatare che le vedute e gli atteggiamenti populisti sono presenti nella nostra Chiesa: nelle comunità parrocchiali, nei gruppi e nelle associazioni ecclesiali. Siamo convinti che la nostra fede e la nostra tradizione cattolica in quanto Chiesa universale sono in contraddizione con le caratteristiche basilari del populismo. Pensiamo alla già ricordata assoluta uguaglianza di tutti gli uomini in quanto creature di Dio. Pensiamo al comandamento fondamentale dell’amore al prossimo che si estende anche a coloro che sono forse i più lontani e che, tuttavia, nel loro bisogno di aiuto, diventano nostri prossimi. In quale altro modo, del resto, dovremmo interpretare la parabola di Gesù del buon samaritano? E pensiamo, non da ultimo, all’aiuto indefettibile del nostro buon Dio”.

La presa di posizione è chiara in contrasto con le affermazioni dei populisti di appoggio ad aspetti dell‘insegnamento della chiesa, al fine di presentarsi come difensori della tradizione, paladini della fede, devoti alla religione in una società minacciata:

“A volte i populisti affermano che le loro posizioni concordano con quelle della Chiesa – per esempio per quanto riguarda la protezione della vita, l’attenzione alla famiglia, il significato del cristianesimo nella nostra società o l’apprezzamento della patria. Ma l’apparenza inganna: noi non siamo d’accordo”.

Nel testo vi è una netta indicazione di distanza riguardo a diversi temi. Accanto ad un richiamo preoccupato a fronte di tali movimenti viene indicata un via di reazione non nei termini della paura e del terrore, ma con la fiducia e la serenità di chi confida nel Signore:

“Non di rado i populisti manifestano un indurimento interiore, un autoriferimento ansioso e fantasie deleterie. La speranza dei cristiani ha un’altra direzione. La nostra fede riguarda la fiducia in un Dio che non diffonde paura e terrore, ma la certezza che, nel risolvere i problemi del nostro tempo, non bisogna lasciarsi prendere da un’ansiosa tensione. «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Chi sa di essere sostenuto da Dio, può applicarsi con serenità al mondo e alle sue sfide. È serio, perché è sensibile ai bisogni e alle preoccupazioni della gente. Sereno, perché sa che il Signore lo accompagna”.

Alessandro Cortesi op

 

 

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1319.jpgSap 6,12-16; 1Tess 4,13-18; Mt 25,1-13

Le lampade, l’olio e la porta sono le immagini della parabola delle giovani stolte e sagge. Alla fine del suo vangelo nel capitolo 25, prima del racconto della passione e morte di Gesù Matteo raccoglie alcune parabole sulla vigilanza. La missione di Gesù è tutta orientata al regno di Dio. I segni del suo inizio sono già presenti nel suo agire di liberazione. Ma c’è una attesa da maturare. Il regno è il nuovo mondo di rapporti che l’amore di Dio vicino e accolto genera per tutti. Gesù ha manifestato nel suo agire la vicinanza di Dio a chi è ‘pietra scartata’. Ha detto con la sua vita che l’umanità non è più sotto il dominio dell’egoismo, del male e della morte, ma c’è speranza di vita e liberazione per tutti. Il regno è come un seme e il tempo della chiesa è tempo dell’attesa.

La parabola narra di una festa di nozze. La festa e lo sposalizio rinviano alla grande intuizione dei profeti che Dio è sposo e ama il suo popolo Israele con amore appassionato. “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,18.21-22) “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54,1-10)

Nel rito del matrimonio ebraico la sposa con le amiche attendeva al tramonto l’arrivo dello sposo per iniziare il corteo verso la casa di quest’ultimo dove si svolgeva il banchetto delle nozze. La parabola richiama l’esperienza della festa e fa emergere una contrapposizione tra la luce e il buio: al tramonto è necessario tenere accese le lampade per accogliere lo sposo. Ma il suo ritardo scombina i piani. Giunge il sonno che fa assopire le amiche della sposa. Il sonno è come una forza che impedisce il vegliare. E’ da notare che tutte si addormentano. Quando giunge la voce “Ecco lo sposo” tutte preparano le lampade. La luce delle lampade vince il buio della notte e prepara l’incontro con lo sposo. L’olio elemento per illuminare ricorda il simbolo dell’unzione di re e profeti. E’ segno di ospitalità e fraternità: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme. E’ come olio profumato sul capo che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste” (Sal 133,1-2). L’olio è anche simbolo di gioia e abbondanza. Solo alcune giovanette, amiche della sposa, hanno olio per tenere accese le lucerne. E’ forse riferimento all’atteggiamento del saggio: “Neppure di notte si spegne la sua lucerna” (così i Proverbi delineano la donna saggia Prov 31,18). Le lampade sono segno di prontezza e disponibilità: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.” (Mt 5,14-16). La porta chiusa e la porta aperta sono due risvolti del medesimo messaggio: la porta è aperta per chi vive l’attesa dell’incontro. Anche nel ritardo è esperienza di gioia e tempo di responsabilità. Nella vita spesso le contraddizioni e delusioni mettono alla prova e la capacità di resistere viene meno. La fede è esperienza di attesa che si fa responsabilità: lasciare che fluisca l’olio dell’ospitalità, della fraternità, della benedizione, nelle piccole cose del quotidiano.

Alessandro Cortesi op

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Olio

“La ruota del mulino, la grande ruota ad acqua, serve a far funzionare le due macine di granito, che, accoppiate, ruotano a loro volta, verticalmente, ma con moto anche di rivoluzione e traslazione su un fondello, limitato da un orlo di ghisa (…) Dal piano superiore del frantoio una certa quantità di olive, che in questa stagione sono in parte brune in parte ancora verdi, è fatta cadere, attraverso una tramoggia, direttamente sotto la macina. Si forma così, dopo una prima frantumazione, una poltiglia spessa, granosa e ruvida, di colore bruno-rossastro, dove però è ancora possibile distinguere, a occhio nudo, una infinità di piccoli pezzi verde-chiari e altri color legno, quello dei noccioli. La poltiglia viene ficcata, a mano, dentro cestini di cocco bassi e rotondi, che si chiamano viscoli, oppure fiscoli, o anche bruscole… I viscoli sono collocati l’uno sull’altro, in una prima pressa, e una colonna d’acciaio, sorgendo dal basso, spreme il primo olio, che comincia ad uscire grasso, quasi pastoso, a goccia a goccia, adagio e faticosamente. La polpa che rimane è ancora buonissima, vien tolta mano dai viscoli e ammucchiata: dal mucchio poi ributtata, con le pale, sotto le macine. E’ la seconda, e ultima, frantumazione” (Mario Soldati, Da leccarsi i baffi, Memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino a cura di Saverio Novelli, ed. Deriveapprodi, Roma, 278-287)

La descrizione di Mario Soldati della preparazione dell’olio nella masseria di Cesare Garboli, traduttore e filologo suo amico, è un brano di letteratura che riporta alla materialità e simbolicità del rito della frangitura.

L’olio è frutto di una spremitura che vede la sua origine lontano nei giorni e nelle stagioni, nella paziente cura di quell’albero generoso che è l’olivo, capace di resistere a intemperie nel tempo e il cui legno ricurvo e nodoso è rinvio ad una sopportazione lenta del tempo e delle sue prove. L’olio è anche legato alla fragranza e alla bellezza. La cultura dell’olio attraversa le del Mediterraneo recando con sé immaginari diversi, riti collettivi, sapienze maturate nei secoli di lavorazione e di utilizzo. L’olio è stato non solo condimento ma base di alimentazione per contadini e ricchezza di vita per molti.

Come non dimenticare l’immagine straziante della contadina palestinese aggrappata ad un olivo secolare mentre le ruspe trascinano via fusti di olivi per spianare i campi e renderli luogo di costruzione di muri di separazione di cemento? Come non ripensare ad immagini di epoche non lontane quando nelle piane siciliane e pugliesi ettari di uliveti venivano rasi al suolo per fare posto alle nuove costruzioni di industrie che avrebbero portato progresso, emancipazione e lavoro (si pensi a certi filmati d’epoca sulla costruzione dell’Ilva di Taranto…)?

Oggi sostare sui significati dell’olio, in questi giorni di raccolta delle olive e di frangitura con l’arrivo dell’olio nuovo, può essere occasione per riflettere su quel messaggio comune pronunciato insieme da due voci profetiche del nostro tempo, Bartolomeo, il ‘patriarca verde’ e Francesco che nella Laudato sì ha proposto le linee di una conversione ecologica della vita umana: “Facciamo… appello, a quanti occupano ruoli influenti, ad ascoltare il grido della terra e il grido dei poveri, che più soffrono per gli squilibri ecologici” (messaggio per giornata del creato 1 settembre 2017)

L’olio dovrebbe riportarci alla capacità di ascoltare e coltivare stupore. Quel sentimento che si prova al gocciare dell’olio nuovo, al suo colore verdastro che traspare dalle bocce in cui viene versato, mentre i raggi bassi del sole attraversano gli olivi nel tempo di autunno, o quando si avverte il pizzicore amaro che lascia in bocca quando viene assaggiato ungendo il pane fresco.

E’ lo stupore di Ildegarda di Bingen, davanti al verde del creato, alle piccole cose capaci di recare in sé per l’occhio attento una meraviglia propria ed una fessura sull’oltre, quell’energia di vita che fa crescere e fiorire le piante e copre di verde campi e boschi.

Tante persone ordinarie sanno ancora stupirsi nel loro quotidiano leggendo la natura come creazione, luogo di un incontro, sacramento di presenza. E’ la capacità di coltivare gioia nel coltivare un fazzoletto di terra davanti a casa, nel dare acqua alle piante su di una terrazza, nel custodire i fiori del balcone con semplicità. E’ la capacità di sentirsi responsabili per lasciare ad altri la possibilità di gustare la vita e la bellezza delle cose terrene in contrasto con una riduzione di tutto alla realtà virtuale. L’olio nelle sue trasparenze di verde è riflesso di questo ricordo.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1891Mal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

‘Malachia’, l’ultimo libro del gruppo dei profeti è libro anonimo: Malachia significa infatti ‘mio messaggero’, colui che annuncia la parola del Signore: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1).

Nei sei annunci del profeta che compongono il libro è presentata una polemica contro il modo in cui i sacerdoti in Israele svolgono il culto (1,6-2,9) è vista invece positivamente l’attitudine di popoli pagani che nel loro culto riconoscono il Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Malachia scorge la possibilità di accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele. E’ in polemica con la scelta della chiusura, rappresentata da Esdra nel post-esilio (cfr. Esd 7) secondo cui nessuno straniero fuori del popolo d’Israele poteva essere ammesso al tempio.

Malachia riprende invece le aperture del terzo Isaia che si allargano ad orizzonti universali: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio stesso non dev’essere segno della esclusione ma luogo di riconciliazione ed accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia presenta il motivo dell’attesa di un ‘giorno del Signore’: il suo sguardo va ad un messaggero che deve preparare la via e identifica lo individua nella figura di Elia: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23). Nella tradizione ebraica infatti Elia non era morto ma  trasferito in cielo e si attendeva così il suo ritorno: avrebbe infatti accompagnato il popolo a prepararsi alla venuta di Dio (2Re 2,11). Malachia descrive così il ‘giorno del Signore’ – immagine che si ritrova in Amos, profeta dell’VIII secolo (Am 5,18-20) – con le immagini del fuoco e della paglia consumata, indicando un intervento finale di Dio che capovolge una storia di ingiustizia e prevaricazione (Mal 3,5). Se il fuoco consuma e distrugge ogni ingiustizia e oppressione, in contrasto è descritta la luce che invade la vita dei ‘cultori del nome di Dio’ che troveranno gioia: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio, riprende tali riferimenti al ‘giorno del Signore’ : ‘Verranno giorni in cui tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Gli chiedono allora: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7). Di fronte a tale domanda, ancora una volta Gesù invita ad evitare le false questioni e la curiosità, espressione di una mentalità magica, tesa a vedere segni eclatanti, per tenere in mano il futuro. Invita invece a vivere la vigilanza. Ciò significa assumere la responsabilità nel tempo. In contrasto con la richiesta di evidenze tranquillizzanti le parole di Gesù sono provocazione ad operare scelte in fedeltà a lui, sulla strada da lui indicata. Le prove, le difficoltà, le incertezze e la persecuzione stessa saranno occasione di rendere testimonianza e di scoprire la presenza dello Spirito nel cuore.

Dopo la distruzione del tempio opera dell’esercito di Tito nell’anno 70 la comunità di Luca ricorda l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Fu quell’evento certamente la fine di un mondo. La questione posta da Gesù sta nel vivere il presente nella consapevolezza di essere protesi ad un compimento, opera di Dio sulla storia. Il regno di Dio si manifesterà alla fine ma sin d’ora cresce in ogni scelta e gesto capace di esprimere la via di Gesù. Si radica qui una fiducia fondamentale per tutti coloro che accolgono la chiamata resistere, a perseverare, nell’affidarsi a Gesù e nell’impegno a compiere il bene: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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(Camerino, i vigili del fuoco mettono al riparo una tela di Giovanbattista  Tiepolo situata in una chiesa  danneggiata dal terremoto)

Arte e macerie

Mentre dalle macerie del terremoto dell’Umbria vengono salvate le opere d’arte che, pur danneggiate, costituiscono un messaggio di ciò che può rimanere ed essere seme di nuova ricostruzione in rapporto ad un’eredità di bellezza consegnata, altri terremoti scuotono la vita dei popoli, ed in essi l’arte si fa voce esile di ricordo, di memoria, di risveglio…

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L’artista Banksy ha girato un video in cui suggerisce a modo di promozione pubblicitaria da parte di una compagnia di turismo la proposta di una nuova meta per un viaggio da programmare nella striscia di Gaza. E’ una tragica e dolorosa presentazione delle oportunità che prevede tale viaggio: località esclusive, con vicini attenti e vigilanti, con molte possibilità di sviluppo economico della zona…

L’arte dello street artist ha trovato tra le macerie causate dai bombardamenti gli spazi in cui offrire messaggi evocativi  laddove si direbbe non vi sia spazio per altro se non per la desolazione. Sono graffiti che annunciano speranza laddove regna isolamento e disperazione, e tracciano parole incerte che cercano di risvegliare un torpore di chi non schierandosi in conflitti tra chi ha il potere e gli impoveriti, pensando così di tranquillizzare la propria coscienza, di fatto appoggia il più forte e giustifica ingiustizia e oppressione. “Se ci laviamo le mani, nel conflitto tra chi ha tutto il potere e chi ne è senza, ci poniamo dalla parte dei potenti, non rimaniamo neutrali”banksy_gaza_frase

Banksy così disegna giostre di luna park che dondolano attorno ad una torre di controllo del muro di separazione e di apartheid, trova spazi tra edifici diroccati per tratteggiare il volto della dea Niobe che piange i propri figli, con allusione all’antico mito,

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raffigura accanto ad un gomitolo di ferro intrecciato, resto informe di un bombardamento, il profilo di un gatto ponendo la domanda: ‘questo gatto ha trovato con chi giocare, e i nostri figli?’banksy_gaza2

 

Eron, street artist italiano, originario di Rimini, ha realizzato una sua opera nel febbraio 2016 per L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani con il titolo “Soul of the Sea”: in essa sul relitto di un’imbarcazione distrutta dal naufragio ha ritratto volti di donne e bambini. L’immagine è stata pubblicata dall’Economist e dal Chicago Tribune come miglior foto del giorno nel mondo. Eron ci riporta con gli spruzzi delle sue bombolette indirizzati sulla chiglia di un barcone naufragato nel Mediterraneo, il ricordo di volti, di chi sulla quella barca era vivente, con i tratti quasi evocativi di una natività, o del sogno di un bambino. Sono volti evocati come diafani fantasmi, stampati su relitti di imbarcazioni, quasi effetto naturale di una ruggine che evoca la memoria.

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Così le sculture poste sul fondo marino, opera di Jason deCaires Taylor artista britannico nel primo museo subacqueo – il Museo Atlantico a Lanzarote – provocano a pensare al viaggio di tanti migranti che nel loor morire hanno trasformato il mare Mediterraneo in una tomba e costituiscono rivelazione della barbarie in cui siamo immersi nell’Europa fortezza in cui si diffondono sentiemnti di rifiuto e disprezzo dei poveri.  Lo scatto di un selfie di una coppia senza volto sullo sfondo del mare – che è però solcato dai barconi di migranti – è tragico contrasto tra la serenità della vita e la promessa di vita racchiusa nel profilo della donna incinta e la realtà di morte e disperazione del percorso della migrazione.

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Le sculture di Taylor rinviano alla ‘Zattera di Medusa’, famoso dipinto di Jean Louis Théodore Géricault del 1818, opera elaborata con riferimento al naufragio che all’epoca ebbe ampia risonanza della fregata francese Medusa, in cui si salvarono solo quindici membri dei 150 della ciurma abbandonati ad una zattera di fortuna menre il resto dell’equipaggio si era riparato nelle scialuppe. Il dipinto divenne aspra denuncia contro l’esclusione dei più deboli, e aspra critica verso la monarchia francese del tempo, aprendo una nuova epoca della storia dell’arte.jean_louis_theodore_gericault_-_la_balsa_de_la_medusa_museo_del_louvre_1818-19

 

13508973_1028008983953524_945599645069166963_nLa scultura di Taylor di una folla che cammina, sul fondo del mare, fatta di individui isolati, distratti e apparentemente connessi, con i volti fissi sul proprio ipad, ma con gli occhi chiusi, è richiamo a prendere consapevolezza della cecità dilagante di fronte alle macerie di un’umanità perduta. Il mare dei naufragi è luogo in cui persone vive divengono figure anonime senza riconoscimento. Nel mare dell’indifferenza di quanti si muovono insieme verso una direzione senza meta, senza capacità di fermarsi e di accorgersi, la vita degli altri diviene insignificante. L’arte si fa messaggio di denuncia di un mondo in cui c’è indifferenza e distruzione e si fa anche appello a scorgere vie per emergere da tale immersione: se l’arte non è in grado di cambiare il mondo può essere voce affidata alla fragilità della materia per scuotere le coscienze.

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Alessandro Cortesi op

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