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XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Prov 31,10-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti è una tra le parabole del capitolo 25 del vangelo di Matteo situata nel contesto dell’ultimo dei cinque grandi discorsi che compongono il vangelo. E’ il discorso cosiddetto escatologico sulle realtà ultime della venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi come sposo – la parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13) – e del giudizio sulla storia – il quadro del Figlio dell’uomo/re che separa, come fa il pastore, le pecore dai capri (Mt 25,31-46)-.

Messaggio centrale di questa parte del vangelo è l’invito a vigilare: la storia è orientata verso un incontro, il Signore viene come sposo e sarà il giudice della storia. E’ urgente rispondere all’invito di accogliere il suo regno. Già nel presente lo si accoglie nelle scelte della vita nel rapporto con gli altri: ‘ogni volta che avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me’ (Mt 25,40). 

L’intero capitolo è attraversato da uno sguardo al punto finale della storia: sarà un incontro di comunione e di amore. Per preparare la venuta del Signore è necessario coltivare l’attesa e  ‘vegliare’: “Vegliate dunque perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,12).

Il discorso è anche segnato da un esigente richiamo: non ci si deve lasciar prendere dalla distrazione e dall’indifferenza perché sin d’ora è da rimanere svegli e operare. 

La parabola dei talenti si situa in questo contesto. Potrebbe essere indicata come la parabola dei tre servi: il racconto vede tre momenti. Un padrone affida i suoi beni a tre suoi servi prima di partire per un viaggio. I tre si comportano in modo diverso durante l’assenza del padrone, infine – ed è la parte più estesa – i tre rendono conto di quanto hanno fatto quando il padrone ritorna. 

Alla sua partenza Il padrone distribuisce i suoi beni ‘secondo le capacità di ciascuno’, non quindi operando discriminazioni e a tutti dà un numero diverso di talenti. E’ da tener presente che i talento al tempo di Gesù era un lingotto d’oro o d’argento di 36 chili: una ricchezza spropositata che era più abbondante del guadagno di un’intera vita. Il racconto converge verso la parte finale e si concentra sul contrasto tra la lode dei servi, che sono detti ‘buoni e fedeli’ perché hanno fatto fruttare il dono ricevuto e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato.

Come tutte le parabole anche questa è da leggere non a partire dai singoli elementi ma nel quadro dell’intera struttura della narrazione con attenzione al punto focale dell’intero racconto. Il vertice va colto nel dialogo tra il padrone e il terzo servo: infatti i primi due sono elogiati ma il terzo viene rigettato non perché abbia compiuto qualcosa di sbagliato ma proprio perché non ha fatto nulla e non è stato creativo nel far sì che il dono ricevuto potesse moltiplicarsi in qualche modo. Soprattutto è rimasto chiuso in una condizione di paura  e di sospetto verso il padrone. Agli altri servi è detto di ‘entrare nella gioia’. Ad essi il padrone si rivolge con l’espressione: ‘servo buono e fedele’. Gesù accompagna a scorgere che qui sta parlando del rapporto non con un padrone umano ma con Dio. 

I talenti non sono le doti personali di ciascuno ma un dono dal valore quasi incalcolabile. Accogliere l’affidamento di un dono richiama a responsabilità. Ciò che il terzo servo non ha compreso è che l’autentica ricchezza è costituita dal rapporto con il padrone nel quale Gesù tratteggia il volto di Dio Padre. Egli rimane bloccato dalla paura, rinchiuso in un’idea preconcetta che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma sis sente sotto il controllo di un padrone cattivo. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con il coinvolgimento di tutta la sua vita e che il desiderio di Dio è far entrare nella sua gioia. Non ha compreso che al cuore di quell’affidamento stava la chiamata a vivere un’esistenza nel servizio e nella creatività.

La parabola racchiude un messaggio che invita a considerare innanzitutto come Dio a tutti affidi un dono grande. Da qui sorge la responsabilità di essere fecondi nell’amore. L’attesa del ritorno del Signore non è motivo di paura ma di fiducia e di apertura.  Quel che abbiamo ricevuto dev’essere portato ad altri, in atteggiamento di servizio. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non secondo una religione della paura che porta all’immobilismo e al rifiuto di ogni cambiamento, ma ad entrare in una relazione di gioia che apre l’esistenza alla novità all’inedito e alla fecondità nell’amore. 

Alessandro Cortesi op

Talenti: dono fecondo

Pier Giorgio Cattani era consapevole di cosa significassero i talenti della parabola di Gesù. Ha vissuto la sua disabilità con la forza e il coraggio di chi accoglie l’esistenza come dono e ha saputo rendere la sua fragilità feconda di vita per gli altri. Nell’impegno, nella fatica del pensare, nel condurre una sofferta e profonda ricerca spirituale, nell’apertura a creare legami e generare amicizie, nell’intendere la vita come viaggio.

Costretto sin da bambino in carrozzina da un patologia invalidante, la distrofia muscolare di Duchenne, non si è lasciato impedire nei movimenti interiori dell’intelligenza e del sentimento, della creatività, del pensiero, delle relazioni: “una delle sue tante qualità era la capacità di creare legami, tessere relazioni, avviare un dialogo sollevando in un certo senso i suoi genitori comprensibilmente in ansia per le sue condizioni di salute che avrebbero potuto isolarlo, ma non è mai stato così” (M.T.Pontara Pederiva, Piergiorgio Cattani: le fragilità e le risorse, “Settimananews” 11 novembre 2020)

La scrittura e l’attività editoriale unite all’impegno a livello sociale e politico sono stati gli ambiti della sua azione, che si nutriva di una profonda fede e di una continua riflessione sul senso di essere cristiani in questo tempo. E’ stato presidente dell’associazione ‘Oscar Romero’ (2007-2015) e tra i fondatori della casa editrice “Il Margine” per cui ha scritto alcuni libri. Tra di essi una intensa meditazione sulla fede in “Cara Valeria, lettere sulla fede” – ventiquattro lettere a un’amica alla viglia del matrimonio nell’intento di rintracciare le radici della fede – e l’ultimo libro “Il pane di Farina: conversazioni al tramonto di un mondo”, un dialogo con don Marcello Farina uscito nel 2016. 

Era direttore del quotidiano online unimondo.org, e collaboratore del quotidiano “Trentino”, e di “QT – Questo Trentino”, il giornale delle Acli Trentine.

Così l’hanno ricordato i responsabili de “Il margine”: “Chiunque abbia avuto la grazia di conoscere Piergiorgio ha ricavato senz’altro l’impressione di trovarsi di fronte un resistente. Un uomo che non conosceva la parola «rassegnazione». Il suo modo di resistere era quello di elaborare progetti sempre nuovi. Di uno degli ultimi abbiamo avuto la fortuna di essere messi a parte. Per la rivista «Il Margine», espressione della Associazione Oscar O. Romero, aveva ideato un ciclo di otto articoli ispirati da una rilettura dei Sepolcri di Foscolo. Essi avrebbero dovuto trattare i seguenti argomenti: la condizione umana e la morte; il legame tra gli uomini e con la natura oltre la fine; la necessità di lasciare, per laici o credenti, una «eredità di affetti»; la morte e i cimiteri dimenticati dalla città; la sepoltura come inizio della civiltà e il cimitero/giardino; la morte e la politica; oltre l’oblio: l’arte e la memoria. Il titolo che aveva scelto ci sembra la migliore eredità che possiamo (dobbiamo) raccogliere da lui: «Con soavi cure. Riflessioni sulla morte e la vita, sulla memoria e il tempo, sull’arte e la natura».” (Andrea Schir e Francesco Ghia, Caro Piergiorgio: la cura della vita e della morte, “Trentino” 9 novembre 2020). 

Aveva vissuto un intenso impegno politico prima della ‘Margherita’ – raccontato nel libro “Ho un sogno popolare” (2001) – poi del ‘Partito democratico’ in Trentino, da cui poi aveva preso le distanze – esponendo la sua lettura critica nel libro “Solo al comando: Dellai, i gregari, il Trentino” (2013) -. Recentemente aveva collaborato alla fondazione dell’associazione “Futura” di cui era  presidente. Nel 2015 aveva riportato la sua esperienza di malattia e ricovero in ospedale in un libro: Guarigione: un disabile in codice rosso

Don Marcello Farina amico di Piergiorgio e a lui legato dalla comune ricerca su temi filosofici ed esistenziali testimonia la profondità e libertà del suo pensiero: “Piergiorgio ha avuto un coraggio inimmaginabile e immenso. La sua forza arrivava da un insieme di cose, dall’idea di poter essere presente tra le persone portando un contributo di profondità: uno degli aspetti più veri della vita di Piergiorgio è stato quello di riempire i contatti con la serietà, con la bellezza dell’esperienza umana e della ricerca. Questa curiosità profonda, questa stima per l’umano, Piergiorgio l’aveva in una condizione che si potrebbe dire paradossalmente così poco ricca di umanità per lui dal punto di vista fisico, ma con una sovrabbondanza di spirito che gli veniva dal senso della dignità di ogni persona, oltre che da una profonda ricerca spirituale. Perché Piergiorgio è stato un uomo di grande spiritualità…” (Ci ha insegnato la libertà di pensiero e di coscienza. Intervista a Marcello Farina a cura di Marica Viganò, “L’Adige” 9 novembre 2020)

In particolare ha sottolineato che motivo ispiratore della vita di Piergiorgio è stato “la libertà che il Vangelo porta con sé, l’idea che la religione poteva essere uno degli stimoli a coltivare la libertà di pensiero, la libertà di coscienza. Questa apertura che egli vedeva soprattutto nel Vangelo, nel rispetto delle coscienze” (ibid.).

Il suo ultimo articolo pubblicato in Trentino l’8 novembre testimonia tale profondità critica nell’affrontare le questioni dell’oggi. Confrontandosi con il tema della legge naturale e giungendo ad affrontare la questione dell’omosessualità alla luce della Bibbia così scriveva: “C’è un concetto molto scivoloso e che si usa troppo spesso a sproposito: quello di ‘legge naturale’. … La confusione regna però sovrana e la parola natura si usa disinvoltamente indicando sia l’ambiente esterno sia le caratteristiche intrinseche a un fenomeno. In ambiti religiosi – confondendo naturale con ‘essenziale’ – ci si riferisce alla ‘legge naturale’ come il disegno che Dio ha voluto per la creazione: se si segue quel disegno si asseconderà una “legge morale” oggettiva e universale, inscritta nelle cose: altrimenti si trasgredisce. Ovviamente sono alcuni specialisti del sacro che interpretano, sanciscono e descrivono questo disegno di Dio” (Il concetto di legge naturale, “Trentino”, 8 novembre 2020). 

L’interrogarsi sulle domande del tempo si accompagnava in lui al riflettere sull’esistenza, segnata dal dolore, dal limite, dalla fragilità trovando motivo di speranza nell’affidamento a Dio amante della vita e che si prende cura di ogni volto. Nel suo libro “Cara Valeria” così scriveva: “La nostra insignificante vita costruisce una parte di storia, forse poco appariscente, lontana dalle decisioni che contano, ma proprio per questo fondamentale agli occhi di Dio […] E la fede significa sentirsi parte di questa storia … scaturisce da una convinzione personale che trova il suo senso in una storia comune, la storia di Dio”.

E la sera prima di morire così scriveva ad un amico, Paolo Ghezzi (già direttore dell’Adige) che ha condiviso su facebook questo suo appunto: “Coloro i cui desideri hanno la forma delle nuvole sono mutevoli, fuggitivi, leggeri. Il viaggio per loro è necessità: non conoscenza, ma impulso, non esperienza, ma attesa costante dell’impossibile. … Sul loro desiderio – che è il desiderio di chi culla il proprio “infinito sul finito dei mari” – si commisura lo scarto che ogni viaggio rivela tra l’attesa e l’evento, tra il sogno senza confine e il limite, tra la rappresentazione del mondo e l’esperienza del mondo” (Antonio Prete, I fiori di Baudelaire, Donzelli 2007, p. 42). Mi piacerebbe essere così”.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Sap 6,12-16; 1Tess 4,13-18; Mt 25,1-13

A conclusione del suo vangelo prima del racconto della passione e morte, Matteo raccoglie nei capitoli 24 e 25 il discorso escatologico di Gesù sulle realtà finali. La parabola delle vergini sagge e stolte è la seconda di tre parabole tutte centrate sulla vigilanza: il servo fedele, le vergini stolte e sagge, i talenti. Al cuore di questi capitoli sta l’intento di confermare che il Signore ritornerà e l’invito a vivere il presente in modo responsabile e con operosità.

Il contesto della parabola è quello delle nozze, una grande immagine che rinvia a all’incontro presentato dai profeti tra Dio sposo e il popolo d’Israele (Os 2,18.21-22; Is 54,1-10). Il rito del matrimonio ebraico prevedeva che nel quadro di lunghi festeggiamenti la sposa con le amiche attendesse al tramonto l’arrivo dello sposo. Da qui si muoveva il corteo verso la casa di quest’ultimo dove si svolgeva il rito e il banchetto. In questa grande allegoria l’esperienza della comunità che attende il ritorno dello sposo (Gesù nella sua gloria) è orientata alla gioia della festa di una convivialità piena.

Sono indicati due gruppi di fanciulle, alcune stolte perché hanno preparato le lampade senza portare con sé l’olio e alcune sagge perché insieme alle lampade presero anche l’olio in piccoli vasi. Nel vangelo di Matteo questa contrapposizione era già stata presentata nella descrizione dell’uomo saggio che costruisce la casa sulla roccia diversamente dallo stolto, che costruisce sulla sabbia (Mt 7,24-27). Ciò che differenzia il saggio e lo stolto è l’impegno di vita. Matteo infatti pone il riferimento all’uomo saggio e allo stolto a commento delle parole: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.

Al tramonto è necessario accendere le lampade per accogliere lo sposo. Ma il ritardo porta ad una situazione imprevista. Il sonno giunge e fa assopire le amiche della sposa: tutte si addormentano. E’ importante questa precisazione. Il sonno si contrappone alla veglia, e richiede un’attesa. E per tutte è difficile rimanere nella veglia. Ma quando giunge la voce ‘Ecco lo sposo’ tutte prepararono le lampade. Le stolte chiedono alle sagge un po’ dell’olio ma queste rispondono ‘no perché non ne venga a mancare a noi e a voi’. La parabola va letta in riferimento al cuore dell’annuncio che essa reca: non intende infatti essere un’indicazione di comportamenti (è infatti un po’ sorprendente l’atteggiamento duro di chi non dà del proprio olio a chi ne avrebbe bisogno) ma insiste sul fatto che la vita è un’attesa. In quest’attesa è essenziale avere con sé olio per le lampade, olio che fa riferimento ad una sapienza (Prov 31,18) che si attua in un concreto agire (Mt 5,14-16). Le fanciulle sono sagge perché il recare con sé l’olio indica che la loro attesa non è vana e fatta solo di parole ma si esprime in una prassi coerente pur se anche loro si lasciano prendere dal sonno.  

La porta è aperta per chi vive con senso di pazienza e nella gioia l’attesa dell’incontro con Dio. La sapienza autentica non è questione di una conoscenza teorica ma si attua in un coinvolgimento di vita, in gesti concreti di attenzione e cura.  E’ questo il messaggio presente in Sap 6, la prima lettura, in cui la sapienza è dono di Dio e nel contempo va cercata e richiede un vigilare. Nel tempo che ci è dato – è questo il messaggio della parabola – anche se l’attesa del ritorno del Signore si prolunga, la comunità dei discepoli è chiamata a vivere un agire responsabile fatto di concretezza e di fedeltà alla storia. Attuare la speranza è lasciare che fluisca l’olio dell’ospitalità, della fraternità, della benedizione, nelle piccole cose del quotidiano.

Alessandro Cortesi op


Lampade accese… Incontro internazionale di preghiera per la pace tra le grandi religioni mondiali – Roma Campidoglio – 28 ottobre 2020
“Nessuno si salva da solo – Pace fraternità”

Vigilare

Cosa significa vivere la vigilanza in questo tempo della pandemia? E’ questa una domanda che sorge dal riflettere sull’esigenza di non rimanere assopiti e incapaci di orientamento in una situazione che spinge a rinchiudersi, ad essere sospettosi degli altri e lasciarsi sommergere da sentimenti di paura e di disperazione.

Una prima esigenza di vigilanza sta nell’individuare informazioni corrette che aiutino ad orientarsi. Non è facile nella stagione delle fake news, dei confronti televisivi in cui hanno voce persone incompetenti o coloro che urlano più forte degli altri. Seguire bravi giornalisti che aiutano a leggere quanto sta accadendo e offrono elementi solidi per formarsi un giudizio è una fatica da intraprendere. Potrebbe essere questo un impegno per non rimanere risucchiati in una corrente di informazione che ruotare unicamente attorno all’unico argomento della pandemia in un vortice di numeri, percentuali e messaggi angoscianti. Si potrebbe aprire un ascolto su drammatiche situazioni a livello mondiale: le guerre in atto, le violazioni di diritti umani, i processi economici e politici che generano diseguaglianze. Solamente uno sguardo attento alla realtà può scaturire l’individuazione di una direzione da dare al proprio impegno.  

Una seconda attenzione può essere quella di mantenere gli occhi aperti su tutto ciò che non appare ma fa parte della vita. Lo spostamento della attenzione generale sui mondi virtuali dei social media rischia di distogliere lo sguardo dalla vita reale. Può essere un importante esercizio di vigilanza portare attenzione al lavoro quotidiano di tante e tanti che operano negli ospedali e nei luoghi di cura in questo tempo, di chi provvede alla distribuzione del cibo, di chi raccoglie nei campi la frutta e la verdura che giunge sulle tavole, di chi opera nei trasporti, di tutti gli insegnanti ed educatori che stanno cercando modalità nuove di coltivare le relazioni e l’insegnamento coni propri alunni, di tutti coloro che nell’operare quotidiano offrono un contributo a quella tessitura di relazioni che costituisce il vivere sociale non di individui separati ma di una città connessa in tanti modi. Uno sguardo alla vita reale apre a scorgere anche le sofferenze che segnano la vita di molte persone e famiglie, chi è stato toccato dalla malattia e soprattutto di tutti coloro che non hanno spazi di visibilità, le famiglie in cui sono presenti persone disabili, gli anziani soli, i migranti e coloro che vivono ai margini della vita sociale.

Una terza attenzione da coltivare potrebbe essere l’ascolto delle riflessioni di chi non indica un immediato ritorno alla normalità, alla situazione cioè in cui lo scoppio della pandemia ha trovato il mondo, ma suggerisce di sostare, di interrogarsi in ascolto della provocazione di questa crisi in vista di un cambiamento radicale. Abbiamo vissuto e viviamo sfruttando risorse, provocando iniquità, indifferenti all’esclusione di molti e alla condizione di tanti impoveriti. L’illusione del tornare allo stato di prima dimenticando le sofferenze e la crisi evidenziata da questo passaggio epocale può essere una malattia altrettanto grave del virus che dilaga: si tratta della malattia dell’indifferenza, dell’assuefazione all’ingiustizia, della cecità a fronte di un venir meno della difesa e promozione dei diritti umani e della cura dell’ambiente e del creato. 

Una quarta attenzione potrebbe essere rivolta alla vita delle comunità ecclesiali. Anche a tal riguardo si afferma il pensiero di un ritorno alla situazione precedente, senza porre porre nulla in discussione, senza assumere il coraggio di pensare alle provocazioni che questo evento della pandemia in corso sta offrendo: sfide a ripensare la vita della fede, la testimonianza, le modalità della vita comunitaria e delle celebrazioni, le forme del ministero, la responsabilità di contribuire alla fraternità umana, a come aprire vie del dialogo e di incontro.

Viviamo un tempo che presenta un crinale su cui camminare. I recenti fatti di violenza e di terrorismo fanatico – l’attenzione dei media è stata rivolta agli attentati di Nizza e Vienna, meno risalto ha registrato l’attentato all’università di Kabul che ha provocato ventidue vittime tra studenti e studentesse – segnalano come il rischio concreto sia quello di lasciarsi prendere da una paura che paralizza, suscita sospetto e rifiuto dell’altro, spinge alla ricerca di nemici contro cui lottare secondo una logica di guerra. Oppure per contro scegliere di vigilare pur nelle difficoltà scoprendo nuovi orizzonti di una libertà che sempre deve comporsi con la fraternità. E decidersi a costruire dal proprio ambiente e dalle piccole cose un futuro non contro gli altri ma insieme. Sempre più urgente appare l’importanza di coltivare un impegno quotidiano, continuo, per opporsi alle diverse forme della violenza, dell’aggressività, del disprezzo e attuare invece scelte di cura a fronte di molteplici sofferenze, di incontro in un contesto di tanta solitudine, di rispetto per l’altro, di attenzione soprattutto ai più fragili.

In queste linee forse oggi è da coltivare quella vigilanza a cui il vangelo richiama.

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0847Pr 9,1-6; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

“Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi… sappiate comprendere la volontà di Dio… siate ricolmi dello Spirito Santo”

La lettera agli Efesini inizia con uno sguardo sul disegno di Dio sul cosmo e sulla storia. E’ un disegno di bene e di benedizione aperto a ebrei e pagani. La chiesa è così indicata con l’immagine del corpo di cui Cristo è capo, costruzione in cui Cristo è pietra di fondamento. L’umanità è chiamata come sposa a vivere nella comunione. Il disegno di Dio è quindi disegno di grazia per costruire una comunità di fratelli e sorelle. Da questo dono sorge un nuovo modo di intendere la vita personale e collettiva: ‘vigilate’ è invito a leggere la vita alla luce di questo disegno.

‘Dio ci ha scelti in Cristo prima della fondazione del mondo’: il dono di benedizione genera un imperativo di responsabilità per gli altri. Il tempo assume una importanza particolare. Non siamo individui isolati ma coinvolti. Comportarsi in modo saggio significa vivere responsabilità e coraggio nel lasciarsi guidare dallo Spirito, nel costruire rapporti di cura. E’ lo Spirito il soggetto che costruisce la chiesa/umanità come comunione.

Nel IV vangelo Gesù a partire dal segno del pane passa ad un modo di parlare aperto: “in verità in verità vi dico, se non mangerete la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Partecipare alla vita è trovare il senso più profondo della propria esistenza. Essa respira di un orizzonte di eternità. La vita eterna non sta in un futuro lontano ma inizia sin dal presente. Prendere parte alla vita di Gesù: questo significa il mangiare la sua carne e bere il suo sangue: non si tratta di una garanzia connessa ad un atto di culto. Gesù chiede piuttosto ai suoi di vivere ciò che i segni indicano: il pane condiviso, il vino versato esprimono in modo simbolico quanto Gesù ha vissuto, indicano il suo darsi per gli altri in vista di una comunione con Dio e tra gli uomini. Gesù chiede di vivere dando testimonianza di come lui ha vissuto. La sua prassi solidale diviene strada per i discepoli. Sin d’ora si può vivere in una prospettiva di risurrezione se la vita viene intesa come esistenza nel servizio, pane spezzato per la vita del mondo. “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me”. Nei ‘giorni cattivi’ dell’egoismo e della cattiveria proclamata, tra i tanti gesti di disumanità e d’indifferenza il messaggio del vangelo annuncia e ricorda che la vita acquista senso solo nel dono per gli altri e nella costruzione di percorsi di pace: in questo è già presente la forza della risurrezione e della vita che rimane.

Alessandro Cortesi op

IMG_0768.JPGVigilare

In questi giorni l’Italia vive il lutto per la tragedia che ha colpito tante famiglie che hanno perso i loro cari nel crollo improvviso del ponte Morandi a Genova il 14 agosto u.s. Dovrebbe essere un tempo di presa di consapevolezza e di approfondimento di cosa significa ‘vigilare’ sulla vita, sui beni di tutti, sulla possibilità per ogni persona di essere custodita nelle vicende della vita quotidiana, nella possibilità di lavorare in sicurezza, di viaggiare serenamente, in una convivenza civile in cui al primo posto vi sia l’attenzione ai beni comuni e la responsabilità per altri.

Le rinnovate irresponsabili dichiarazioni alla ricerca di un capro espiatorio unite a espressioni sintomo di mancanza della più elementare cultura giuridica e di rispetto della Costituzione da parte di chi dovrebbe avere il compito di governare la collettività italiana in questi giorni manifesta un degrado che non tocca soalmente l’ambito delle infrastrutture ma ha dimensioni più profonde di degrado etico e civile che stiamo vivendo in tante forme.

Il crollo del ponte Morandi ha manifestato non solo la condizione di mancanza di cura e manutenzione per i beni pubblici e con essa l’incapacità di progettazione da parte di persone e enti competenti, ma nel suo simbolismo di disfacimento di una struttura tesa ad unisce sponde diverse e oluogo di attraversamenti, ha reso evidente quanto oggi stiamo vivendo come crollo di quanto unisce le sponde, i popoli, le culture. Il ponte crollato diviene simbolto di uno sfaldamento di legami e del tessuto connettivo della società e dei rapporti umani a tanti livelli. Uno sfaldamento esito di irresponsabilità, dominio della logica del profitto, occupazione del potere sfruttando il popolo, incapacità di coltivare quotidianamente la cura verso l’altro.

Vigilare nei giorni cattivi è motivo per scorgere l’importanza di costruire ponti, in spe contra spem, ben oltre i ponti come infrastrutture civili, i ponti della comunicazione, della solidarietà, della pietà per chi soffre, far sì che i ponti siano progettati, costruiti con competenza, mantenuti come luoghi di attraversamento contro il degrado culturale e sociale di un tempo oscuro.

Alessandro Cortesi op

 

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