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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2642.JPGIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Il IV vangelo parla di ‘segni’: e Cana è il primo tra i segni. I segni rinviano sempre ad altro, indicano, orientano e suscitano l’apertura per una ricerca ed un cammino. La gioia delle nozze a Cana per il IV vangelo è un segno e insieme molti segni: indica una gioia che attraversa gli incontri umani e ne offre un orizzonte più ampio, la gioia per la presenza di Gesù messia atteso.

Il primo segno a Cana è Gesù che partecipa ad un banchetto di nozze: è segno di una fiducia di Gesù verso l’amore umano, nella sua concretezza e vivezza, quale luogo di comunicazione con Dio. L’amore umano, in tutte le sue molteplici forme, è luogo di apertura all’altro, di uscita da sé, di ospitalità ricevuta e data, di cura e tenerezza, di cammino insieme, di crescita nella scoperta del proprio limite di fronte all’altro, di apertura a relazioni più ampie nella dimensione di un noi con confini aperti: è luogo di incontro con Dio.

A Cana però viene a mancare il vino. La bellezza e l’abbondanza dell’amore è esperienza fragile, sempre esposta alla mancanza. Nel racconto quando il vino viene a mancare è presentata la ‘madre di Gesù’. E sorge un dialogo che lascia interdetti: “Che ho da fare con te, donna”. parole di richiesta di distanza oppure un ritrarsi di fronte ad una proposta che Gesù è restio ad accogliere. Anche questo è un segno…

La chiama ‘donna’, termine che ritorna nel vangelo ogni volta in cui Gesù incontra le donne, sino al momento in cui sotto la croce consegna il discepolo che egli amava alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. La donna ai piedi della croce diviene segno della chiesa – come anche nella tunica tutta di un pezzo – a cui Gesù affida i discepoli in un rapporto di reciproco affidamento.

Gesù alla madre, che assume il volto di Sion, dell’Israele popolo dell’alleanza, dice che non è ancora giunta la sua ‘ora’. E’ parola chiave ‘ora’ nel IV vangelo. ‘non era ancora giunta la sua ora’ è quasi un ritornello ripetuto in diversi momenti e indicazione insistente di un’ora verso cui tutto converge (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). Un’ora di tempo ma che va oltre il tempo: è evento in cui si raccoglie l’intero cammino di Gesù. L’ora centrale della vita di Gesù è la croce e coincide con l’ora della glorificazione. La gloria di Dio, in modo paradossale, si manifesta nel volto del crocifisso. Alla vigilia della Pasqua l’ultima cena è aperta dalle parole: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è ora dell’amore fino alla fine, punto di convergenza di tutti i segni. I suoi gesti orientano così verso la croce: la gloria si identifica con l’amore vissuto fino alla fine. Gesù a Cana si rifiuta di compiere un gesto che susciti meraviglia perché tutto va letto in rapporto a quell’ora.

La madre risponde con l’invito ai servi: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela. E’ il medesimo invito rivolto dal faraone di Egitto al popolo d’Israele nel racconto di Giuseppe: “Andate da Giuseppe e qualunque cosa vi dica, fatela!” (Gn 41,55). Giuseppe sarà colui che procura il pane nel tempo della carestia, Gesù porta il vino. E di Giuseppe si offre questa descrizione nel racconto: “Potremo trovare un uomo come costui in cui vi sia lo spirito di Dio?” (Gn 41,38). Quello che sembra un rifiuto da parte di Gesù apre invece ad un percorso nuovo in cui entrare. Si tratta di accogliere il segno.

L’acqua contenuta in sei pesanti giare per la purificazione nell’essere distribuita diviene vino. Sono giare per compiere le osservanze prescritte dalla legge. Anch’esse sono un segno: indicano il limite della legge per condurre all’incontro con Dio. Sono rinvio ad una inadeguatezza: sono sei infatti e non sette numero del compimento. Ma sono estremamente capienti. E quell’acqua di cui vengono riempite diviene vino. La legge trova il suo senso profondo nel portare vita e speranza di incontro nuovo. La parola e la presenza di Gesù portano una abbondanza non calcolabile di vita, di gioia. Un vino così buono suscita lo stupore di chi dirigeva il banchetto. Il segno di Cana è così segno di un incontro, la gioia dell’amore ricambiato, e la gioia che non viene meno perché portata da quel vino che rallegra il banchetto.

 “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”: un piccolo particolare presenta una variazione nella narrazione. Proprio ‘ora’ comincia ad attuarsi il momento di una alleanza degli ultimi tempi, la promessa di incontro con Dio. Lo sposo nel racconto non è nominato e in questo silenzio c’è un velato riferimento al volto nascosto di Dio, presenza silenziosa e da scorgere come la gloria stava racchiusa nella nube.

Il ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati’ sta al cuore dell’annuncio dei profeti (Is 25,6). Il vino buono e raffinato è anche traccia che alimenta la speranza nel venire del messia. “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7) : “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Il segno di Cana parla di tutte queste speranze è anche segno di gioia. I profeti parlavano dell’incontro di Dio che prova gioia per il suo popolo come sposo davanti alla sposa: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5). E’ questa la gioia cantata dal terzo Isaia: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo” (Is 62,1-5)

E’ un segno che pone in cammino per accogliere l’amore di Dio nel volto di Gesù. Il suo primo segno porta una gioia nuova, la gioia del tempo del messia, è lui il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Il segno di Cana è così una epifania / manifestazione che invita ad un cammino di fede, a leggere i segni, ad accogliere la gioia. “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. La sua gloria è presente nella gioia dell’amore, nel servizio alla gioia di un incontro, nell’offrire vita in abbondanza.

Alessandro Cortesi op

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Ospitalità e cena del Signore

Entriamo in questi giorni nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani:  è un’occasione per scoprire gli orizzonti di ospitalità a cui siamo chiamati. E’ il Signore Gesù che invita i suoi discepoli e discepole all’ascolto della sua Parola e allo spezzare il pane nella cena. E uno dei punti più critici di questa ospitalità da ricevere innanzitutto dal Signore e offrire agli altri è l’ospitalità eucaristica nella cena del Signore.

Nella vita di Gesù proprio la sua apertura ospitale negli incontri era capace di suscitare nei cuori delle persone a cui si avvicinava un’esperienza di riconoscimento e di liberazione: in termini biblici ciò è espresso con la parola fede. Non necessariamente quella fede che esprime affidamento esplicito a Dio, ma tensione fondamentale dell’esistenza alla vita e a scorgere una luce in essa, a trovare forza per camminare per indirizzare lo sguardo verso un futuro nuovo, per coltivare un’attesa.

Riflettendo sull’ospitalità di Gesù, il gesuita teologo Christoph Theobald osserva: “Quando si reca alla tavola di Simone il fariseo (cf. Lc 7,36-50), si tratta per lui fin da subito di un’ospitalità aperta. Nelle scene evangeliche, quasi mai Gesù si trova in un faccia a faccia. Sempre interviene un terzo: in casa di Simone, è la donna che sopraggiunge e gli bagna i piedi con le sue lacrime  e li asciuga con i suoi capelli…  In definitiva, qual è la posta in gioco di questa ospitalità? È la rivelazione di ciò che la tradizione biblica chiama «fede». Non ancora una fede esplicita in Dio, ma la fede come espressione ultima dell’essere umano, quell’atto fondamentale, del tutto elementare, che scommette sulla vita. Ne vale la pena, c’è di mezzo la vita; essa manterrà la promessa. Nessuno di noi ha scelto di esistere siamo stati tutti messi al mondo, e ciascuno deve riconciliarsi con il fatto di esistere in certe condizioni precise, di tipo sociale, culturale, nazionale, religioso, politico, con i loro limiti terribili: le disuguaglianze di ogni sorta, i confronti che esse producono, le immagini altrui che ci aggrediscono, e via dicendo. L’ospitalità è il luogo della riconciliazione con se stessi. E nessuno può farlo al posto di un altro. Ecco allora il miracolo della reciprocità. Un essere ospitale può generare in me questo atto di fede: la mia esistenza vale la pena di essere vissuta…”. (…) “Perché l’ospitalità è l’espressione ultima di una speranza di non violenza di fronte alla violenza, ora, questa violenza c’è, a tutti i livelli, … più in profondità, tra i concittadini di una stessa società” (C.Theobald,Lo stile della vita cristiana, Qiqajon 2015).

L’esperienza cristiana trova radice nell’esperienza di ospitalità di Gesù e si esprime nella memoria dell’ultima cena, nello spezzare insieme il pane segno dell’ospitalità donata. Ma il banchetto eucaristico non diviene esperienza di ospitalità per le divisioni delle chiese e per le rotture della comunione. La grande contraddizione è vissuta in particolare da chi vive per esempio l’esperienza del matrimonio, come esperienza di amore che conduce a vivere una comunione fondamentale e profonda e contemporaneamente non può condividere l’eucaristia perché appartenente a chiese diverse tra le quali non è riconosciuta la piena comunione.

Ma proprio le cosiddette ‘coppie miste’ sono profezia di quella comunione che è più profonda e supera le differenze: la loro comunione domestica anticipa già la comunione ecclesiale e ne rivela il volto più autentico, quello dell’amore che va avanti come nel movimento del ‘discepolo che Gesù amava’ nel suo correre più veloce di Pietro e nel suo vedere e credere.

Con riferimento alla riflessione in atto nelle chiese della Germania, in cui la questione si presenta in modo vivo e urgente, osserva il docente di teologia dei sacramenti Andrea Grillo: “I vescovi tedeschi, a maggioranza, hanno visto che qui la Chiesa entra in una sorta di contraddizione. Da un lato nega la comunione, perché le Chiese di appartenenza non sono in comunione. D’altra parte riconosce che la comunione nuziale è, per certi versi, più avanzata e più esplicita della stessa comunione eucaristica. Proprio qui, a me pare, la ospitalità eucaristica dovrebbe essere intesa non come una benevola concessione che le singole Chiese possono fare a membri esterni di partecipare alla pienezza dei propri riti, bensì come profezia ecclesiale che riconosce, in coppie miste, la presenza di una chiesa unita e capace di comunione, anticipata dalla vita domestica, che sta in anticipo rispetto alla coscienza istituzionale. Ciò che le Chiese non riescono a riconoscere come comunione, un uomo e una donna possono viverlo appieno, nonostante la loro appartenenza ecclesiale differente” (Andrea Grillo, Ospitalità eucaristica, “Messaggero cappuccino”, nov-dic 2018).

Pensare all’ospitalità eucaristica come anche all’ospitalità in sé, spesso dimentica quella ospitalità di cui Gesù era capace e che è punto di riferimento per scorgere come non è una chiesa che ospita un’altra, ma tutti e tutte siamo ospiti al banchetto del Signore. E’ il Signore che apre spazi di comunione e accoglie e invita alla cena. E il suo ospitare non si pone nei termini di un premio da consegnare a fronte di meriti e fedeltà, ma è riconoscimento e accoglienza che spinge ad aprirsi alla vita innanzitutto, agli altri, ad una speranza al cuore del proprio cammino. Allora eucaristia non è punto di arrivo, ma punto di partenza.

Può essere d’aiuto soffermarsi sull’esperienza umana semplice e quotidiana: la condivisione di un pasto insieme non è solamente punto di arrivo di percorsi familiari ricchi di affetto e di amicizie consolidate, ma costituisce possibilità di incontro con persone che giungono estranee o è addirittura occasione di condivisione al di là delle differenze e delle ostilità, momento che scioglie cuori induriti e conduce a superare le opposizioni e a riconoscere l’altro nella sua verità.

Ancora Andrea Grillo osserva: “L’eucaristia non è solo culmine di una identità già acquisita, ma anche fonte di una identità da costruire, da strutturare, che trova alimento in questa “pratica di comunione sacramentale” per pellegrini in cerca della pienezza. Questa consapevolezza teologica deve diventare, allo stesso tempo, modo di celebrare e modo di vivere l’eucaristia. (…) Tutti, e sottolineo tutti, sono ospiti. Chi presiede, chi proclama, chi canta, chi serve, chi risponde. Tutti sono ospiti perché tutti compiono una sola azione il cui titolare non è altro che Cristo e la sua Chiesa, di cui nessuno è esclusivo rappresentante (…) Quello che ricevi nel sacramento devi farlo diventare il tuo stile di vita: una cultura della ospitalità e della accoglienza non è il caso limite di una coscienza ecclesiale, ma la norma piantata al centro della celebrazione eucaristica. Che riconcilia i diversi e abbatte i muri”. (ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

II domenica – tempo ordinario – anno C 2016

Cana+part+anfore+Rupnik+basilica+del+Rosario+a+Lourdes.jpgIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Termine chiave nel racconto delle nozze di Cana è ‘segno’: il IV vangelo pone a Cana il primo dei sette segni compiuti da Gesù che si susseguono fino al momento della croce a Gerusalemme. Non si parla di gesti di potenza e liberazione di Gesù come nei vangeli sinottici, ma di ‘segni’. Il segno rinvia ad un oltre, è freccia puntata, indicazione, apertura.

A Cana si svolge una festa nozze, e questo momento è collocato in un tempo preciso: il terzo giorno. E’ questo il giorno in cui Abramo legò Isacco (Gen 22,4), Giona fu salvato dal grande pesce (Gn 2,1), la regina Ester si presentò davanti al re a Assuero (Est 4,16; 5,1). Il terzo giorno è indicazione e rinvio ad un tempo in cui si sta compiendo salvezza e nuova creazione: un intervento di Dio che fa alleanza.

Paradossalmente nel quadro di questo racconto di nozze le figure dello sposo e della sposa sono assenti, o appaiono in modo del tutto marginale. Non è allora la questione del matrimonio al centro di questa pagina. Piuttosto altri riferimenti sono da considerare. Certamente c’è una sottile ripresa di pagine dell’alleanza Es 19-24: lì Dio aveva chiamato Mosè sulla montagna, poi Mosè scese dalla montagna e chiese al popolo di purificarsi, e il popolo prese l’impegno di fare tutto quello che Mosì aveva detto. Così a Cana Gesù è chiamato alle nozze, dopo la festa scende a Cafarnao, e nel racconto le sei giare di pietra sono per la purificazione e i servi sono invitati a fare tutto quello che Gesù dirà loro. Così in Es 19,9 Dio si manifesta nella nube e Giovanni dice che Gesù manifestò la sua gloria. La rivelazione del Sinai conduce il popolo a credere: la conclusione dell’episodio di Cana sta nella considerazione che i discepoli ‘credettero in lui’. Mosè fa da interprete tra Dio e il popolo, in Gv 2 Maria-madre sta in mezzo e si fa interprete di un dono di vita e di gioia. I riferimenti all’alleanza del Sinai tra Dio e Israele sono il quadro di riferimento di base entro cui leggere il racconto. Non di una scena di matrimonio si tratta allora. Piuttosto a partire dal gesto di Gesù che volentieri partecipava alle feste e condivideva la tavola, e che partecipò ad un banchetto a Cana il racconto intende raccontare la gioia dell’incontro dell’alleanza di Dio con l’umanità nella persona di Gesù. E’ in questione l’alleanza con Israele e una novità che si pone in rapporto ad una storia di incontro. Gesù porta gioia e abbondanza: è lui lo sposo che rende presente la gioia propria del tempo del messia.

Accanto a Gesù nel racconto appare la figura di Maria, indicata con due termini, madre e donna. A lei che indica la mancanza. Gesù si rivolge con parole da approfondire: “Che ho da fare con te, donna?”. ‘Donna’ ritorna nel IV vangelo nell’incontro con la samaritana (Gv 4,21) con Maria Maddalena (Gv 20,13) e sotto la croce nella consegna del discepolo amato alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. Queste persone divengono figure della comunità-popolo chiamato ad accogliere il rapporto di amore offerto in modo nuovo, gratuito da Gesù.

Gesù risponde alla madre dicendo che non è ancora giunta la sua ‘ora’.  Più volte ritorna nel Iv vangelo l’indicazione che ‘non era ancora giunta la sua ora’ (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). L’ora della vita di Gesù è l’ora della croce. Coincide con l’ora della glorificazione, della gloria di Dio che si manifesta nel volto del crocifisso. Momento chiave per comprendere quando sia l’ora di Gesù è all’inizio del racconto della passione: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è il punto di convergenza di tutte le scelte della sua vita. Tutti i suoi gesti sono opere e segni orientati all’ora della gloria di Dio, nell’amore della croce. A Cana Gesù oppone una resistenza. I suoi gesti sono segni. Il segno deve essere inteso in quella direzione. L’ora di Gesù è il tempo di offerta di un rapporto nuovo che vince ogni infedeltà e allontanamento.

Le parole della madre: ‘fate quello che vi dirà’ sono indicazione di cammino, evocando un testo dell’alleanza  del Sinai (‘quello che Dio dice noi lo faremo e lo ascolteremo…’ Es 19,8) offre una chiave per comprendere come la questione cnetrale è quella dell’alleanza. Il segno che Gesù sta per compiere è rinvio ad un incontro nuovo, in cui egli stesso è sposo.

Sei giare piene di acqua che giacciono per terra vedono il loro contenuto trasformato, divengono contenitori di vino così buono da suscitare lo stupore di chi dirigeva il banchetto: il segno di Cana è il vino, segno di abbondanza e di gioia, dono messianico che parla del tempo di una vicinanza di Dio. Queste giare inutili e vuote divengono metafore di una religiosità che pur seguendo le prescrizioni non sa entrare nella dinamica dell’amore, al cuore della fede.

Il vino ritorna come elemento proprio del rapporto di amore descritto nel Cantico dei Cantici e letto come relazione di amore tra Dio e il suo popolo: “Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore” (Ct 2,4). Ed è segno che rinvia alla venuta del messia quando proprio l’abbondanza di vino costituirà il segno di una vita nuova. Molte pagine bibliche rinviano al banchetto con un preciso significato messianico. Isaia parla di un ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6). L’incontro di Dio con il suo popolo era presentato nell’immagine di uno sposalizio: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5).

La coltivazione dell’olivo e della vigna compaiono nei testi profetici che parlano del tempo messianico: “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7). Così anche in Amos: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Al culmine del banchetto il vino buono e raffinato è simbolo del tempo in cui viene il messia. Il segno di Cana va colto in rapporto all’ora di Gesù. Gesù è presentato nei tratti del messia: la sua presenza porta gioia. Gioia è la caratteristica del tempo dell’intervento definitivo di Dio nella storia: è Gesù il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Accanto a lui la ‘donna’, nuova Eva, vive l’atteggiamento della fede: ‘fate quello che vi dirà’. Nella figura di Maria il IV vangelo indica la vicenda del popolo-chiesa, indicazione dell’umanità radunata sotto la croce nell’ora di Gesù, da cui riceve vita e affidamento.

Anche il segno di Cana è allora manifestazione (epifania). Invita a tronare a Gesù, a mettere al centro di ogni cammino di fede la sua presenza, segnata dalla sua ora. L’incontro è alleanza, possibilità di accogliere gioia come dono di vita che capovolge ogni tristezza, che vince ogni situazione di buio e di morte.

«Questo principio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria e cominciarono a credere in lui i suoi discepoli» (Gv 2,11) Cana può essere letto come momento che richiama il Sinai, momento di rivelazione della gloria di Dio stesso che si è raccontata nell’agire di Gesù. E’ incontro che parla di alleanza, di un tempo nuovo segnato dalla gioia come scoperta dell’amore donato, aperto all’umanità chiamata ad entrare in questo incontro.

Alessandro Cortesi op

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Io sto con la sposa

Un film nato da un’amicizia e venuto fuori da sé, quasi impostosi come esigenza per tre amici: Gabriele Del Grande, scrittore e giornalista, autore del blog “Fortess Europe” in cui da anni ricorda e denuncia le morti di migranti nel Mediterraneo, Khaled Soliman Al Nassiry, poeta e direttore di una casa editrice araba e Antonio Augugliano, regista e editor cinematografico. “L’elemento che ci ha messo insieme è stata l’amicizia, niente più. Questo infatti è un progetto spontaneo: non ci abbiamo messo mesi a pensarlo, ma è nato dall’urgenza di aiutare cinque amici palestinesi e siriani a continuare il viaggio. Li avevamo conosciuti io e Khaled alla stazione e una sera con Antonio ci è venuta l’idea della sposa. A quel punto non potevamo non farne un film”.

‘Io sto con la sposa’ (2014) è un film che racconta di un matrimonio con sposi e invitati, ma gli uni e gli altri sposi sono di tipo particolare. Formano insieme un corteo nuziale che parte da Milano per raggiungere Stoccolma in Svezia. Un corteo di tal genere non viene fatto oggetto di controlli, di stop alle frontiere, di perquisizioni. Le danze e la gioia degli amici fanno da cornice al candore dell’abito della sposa.

E’ un film senza casting, o meglio un casting che ha trovato i registi piuttosto che essere stato cercato. E qui iniziano le sorprese. Il nome dello sposo è Abdallah, ed effettivamente è uno studente universitario. La sposa Tasneem è siriana proveniente dal campo profughi di Yarmouk a Damasco. Nella realtà i due non sono affatto sposo e sposa. Con loro ci sono Mona e Ahmed una coppia sposata, e poi Alaa che faceva il barbiere ed ha vissuto il viaggio con uno dei suoi tre figli, Manar di dodici anni.

Sì, il viaggio… In effetti ‘Io sto con la sposa’ è film che narra il percorrere una strada, un passaggio di frontiere per far proseguire un viaggio: il film non è fiction, ma documentario, girato in diretta nell’immersione in una storia e provando i rischi concreti del viaggio. E’ infatti la documentazione di un attraversamento di terre e di frontiere da parte di alcuni amici, italiani, palestinesi e siriani che, travestendosi, assumono i ruoli degli sposi e del corteo nuziale, per raggiungere il nord Europa.

Gabriele Del Grande riporta le emozioni alla vigilia della partenza: “Eravamo felici perché il gruppo aveva una bellissima energia e sentivamo che stavamo facendo la cosa giusta. Questa per noi era una certezza. Allo stesso tempo avevamo paura che ci arrestassero lungo la strada, perché avevamo in macchina cinque persone senza passaporto. Per noi nessun essere umano è illegale, ma non per le leggi europee e quindi temevamo che potessimo passare dei guai in frontiera”.

A Marsiglia un grande momento di gioia: la possibilità per Manar, dodicenne appassionato del rap di poter seguire un concerto: per lui era la prima volta, dopo aver visto con i suoi occhi la distruzione della guerra nel suo paese in Siria.

Un corteo nuziale quindi che ha sfidato le leggi sullo spostamento delle persone nella ‘Fortezza Europa’. Un matrimonio al centro, con la gioia del corteo nuziale: una gioia che tratteneva il dramma della migrazione, il dolore del distacco e le incertezze del futuro. Una favola drammaticamente reale raccontata con levità per rompere il muro dell’indifferenza. Un film denuncia, intriso di gioia e di leggerezza, per far cogliere il dramma che centinaia di migliaia di persone stanno vivendo, per aprire gli occhi sulle responsabilità di garantire diritti e dignità a chi affronta il migrare alla ricerca di una vita nuova.

Gesù fu invitato ad una festa di nozze a Cana….

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Corpo e Sangue del Signore – 2015

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Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Il sangue è segno della vita: Mosè versa il sangue di alcuni animali in parte sull’altare, il trono di Dio, in parte sul popolo d’Israele. E’ un gesto che segue l’ascolto del libro dell’alleanza. Il primato è della parola del Signore che ha parlato e continua a parlare. Quanto ha detto il Signore è inizio e fonte di ogni movimento di risposta e di accoglienza della sua presenza nella fede.

Il gesto di Mosè vuole indicare che un’unica corrente di vita lega l’esistenza dell’intero popolo e la presenza di Jahwè stesso. La vita di Dio quindi e quella di tutto un popolo, Israele, sono legate in modo profondo nell’alleanza quale dono di relazione: il rito esprime così la consapevolezza di una vita che proviene da Dio come dono. La parola ricevuta può trasformare e dare forza nel cammino, diviene criterio dei passi per la vita del popolo. Di fronte ad essa nasce un impegno e una scelta: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’. Per Israele ascoltare è possibile solamente nella misura in cui si entra in un coinvolgimento concreto di azione e di lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli in un contesto pasquale, nell’approssimarsi della festa della pasqua. Al tempio avveniva l’uccisione degli agnelli poi la sera nell’ambito familiare la cena domestica. Pasqua: memoria dell’uscita dall’Egitto, della liberazione con i segni dell’agnello pasquale e degli azzimi.

La notte di pasqua celebrava il passaggio dell’angelo di Dio che aveva salvato gli israeliti in Egitto, passando sopra alle case segnate dal sangue dell’agnello: l’agnello divenne così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Il suo sangue aveva permesso l’uscita dalla schiavitù e l’inizio del cammino verso la libertà. Quella cena ripetuta ogni anno nel plenilunio della primavera, divenne memoriale: gli eventi dell’esodo erano rivissuti: : “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se lui fosse stato tratto dall’Egitto”. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù riprende i gesti e le parole che costituivano il rito della cena pasquale ebraica, ma presenta il pane e il vino con alcune parole che sono state custodite nel ricordo delle prime comunità. Di queste parole ci sono giunte quattro versioni non identiche (Mc 14,22-25; Mt 26, 26-29; Lc 22,18-20; 1Cor 11, 23-25), con variazioni significative che indicano come esse fossero custodite come spiegazioni dei gesti e di tutta la vita di Gesù.

Il primo gesto di Gesù in quella sera è indicato nello spezzare il pane, un gesto carico di significato e che riportava ai gesti dei profeti nel venir incontro alle necessità dei poveri, ma anche ai gesti della condivisione attuati da Gesù in tutta la sua vita. La frazione del pane divenne indicazione nelle prime comunità di questo momento, e questo gesto da allora è stato ripetuto.

Gesù indica il pane come simbolo dell’intera sua esistenza, della sua persona: ‘prendete, questo è il mio corpo’. E’ consegna che anticipa il significato di quanto a breve si compirà, la sua morte sulla croce: tutta la sua esistenza viene indicata nei segni prima del pane spezzato e poi del vino distribuito.

‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza che è versato per le moltitudini’. Nel sangue sta il segno dell’intera vita. Gesù riprende il riferimento al gesto di Mosè sul monte Sinai, quando versò il sangue come segno di alleanza sull’altare e sul popolo (Es 24, 6-8). Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono libero di sé, uomo per gli altri fino alla fine. La sua vita, vissuta nel farsi servo (Mc 10,45), è luogo di comunione nuova nella sua stessa persona.

L’annuncio del regno quale vicinanza di Dio ai poveri ha provocato nei suoi confronti il sospetto ed il rifiuto da parte del potere religioso e politico. Le parole dell’ultima cena esplicitano che la sua vita è donata al Padre ed è alleanza, vita donata in uno sguardo che va oltre ogni appartenenza di popolo e di lingua: ‘per le moltitudini’, cioè per tutti senza distinzioni (Is 53,11-12): è dono di alleanza. La sua morte è rivelazione dell’amore di Dio il Padre.

Gesù alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno. Nelle parole: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, indica un orizzonte al di là della morte. La sua fiducia apre all’annuncio di un banchetto nuovo dove il vino sarà nuovo, e dove si compirà il regno di Dio, incontro con il Padre che dà vita, si pone accanto e vicino ai piccoli e raduna. Gesù rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

DSCF5771Alcune riflessioni per noi oggi

“Una stanza arredata… lì preparate la cena per noi”. E’ questa l’indicazione di un luogo in cui celebrare la pasqua: Gesù rinvia i suoi ad individuare questo luogo. Una stanza arredata, una tavola apparecchiata è luogo in cui si vive lo stare insieme nella dimensione domestica. E’ luogo ordinario delle case, una stanza che con i suoi arredi consente di sostare, di mangiare insieme, di condividere. Così pure il gesto di apparecchiare la tavola è gesto quotidiano. I gesti semplici del preparare sono l’ambito in cui si può fare esperienza, senza enfasi, di quell’eucaristia dei giorni feriali in cui si spezza il pane che segna l’esistenza nel quotidiano. Abbiamo bisogno di luoghi dove sperimentare condivisione, in cui scoprire nell’incontro i percorsi di liberazione da tutto ciò che ci chiude e rende poco attenti. Attorno a tavole preparate non per escludere ma per lasciare posto possiamo scoprire la dimensione profonda del vivere come pane condiviso, segno della vita di Gesù data per le moltitudini.

“Non con il sangue di animali…” Cristo non ha compiuto un sacrificio con animali nel recinto sacro del tempio, ma ha compiuto nella sua obbedienza il dono di sé totale al Padre e ai suoi fratelli. E’ entrato nel santuario del cielo non per via di riti religiosi, ma offrendo se stesso, una volta per tutte. Nel rito dei ‘sacrifici’ secondo la tradizione di Israele si attuava non tanto un movimento dell’uomo verso Dio, ma l’esperienza di un rapporto nuovo, reso possibile da Dio stesso, suo dono. La lettera agli Ebrei riprende questo riferimento e afferma che Cristo non ha compiuto sacrifici di animali, ma autentico sacrificio è stato la sua vita donata, il suo ascolto radicale del Padre, la sua solidarietà nella compassione. Di qui il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti, è la vita. Unirsi a Gesù è possibile nel fare del proprio tempo, delle proprie energie e competenze un dono e un servizio, in rapporto al Padre e per la vita degli altri. Vi è qui l’indicazione preziosa di un superamento di un modo di intendere la spiritualità: il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita, nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. L’incontro con Dio, che Gesù ci ha raccontato nel suo percorrere i sentieri della quotidianità, il rendere a lui culto è possibile nei luoghi ordinari e ‘profani’ dell’esistenza, nei gesti dell’umanità.

“Prendete questo è il mio corpo”: accosterei queste parole dell’ultima cena alle parole del Dario di Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork nel 1942-43: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Diario, 238-239). Il corpo è dimora, luogo di ospitalità nella consegna di sé ad altri. L’ospitalità è la condizione per aprire non ad un ‘essere per la morte’ ma ad un ‘essere per la nascita’, a cui il corpo stesso rinvia come dimora. La scoperta della propria corporeità è scoperta di una vocazione, chiamata ad essere dimora per la custodia e la consegna di vita. E’ scoperta della chiamata radicale ad una consegna al lasciar spazio all’altro, dove l’altro possa trovare dimora. E’ dono di una terra in cui scorgere la presenza di Dio nel profondo. Ancora Etty Hillesum: ‘la parte più profonda di me che per comodità io chiamo Dio’ (Diario, 176).

Un pane indicato come ‘corpo’ parla di Dio che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane. Parla di un Dio che si offre liberamente facendosi terra ospitale. Ed è invito a vivere la corporeità come chiamata del nostro vivere, parole, gesti, stare in mezzo a luoghi situazioni, incontri, nella piccolezza, nella scoperta di un dono da accogliere e condividere.

Alessandro Cortesi op

II domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF0498Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

Non si comprende il quarto vangelo se non si compie la fatica di entrare nella mentalità simbolica che vi soggiace. Simbolo è mettere insieme, fare legame. Così ogni parola del IV vangelo rinvia alla storia di Gesù, ai gesti del profeta di Nazaret, ed insieme invita a guardare alla storia della salvezza, ed è richiamo ad altre parole. Nel racconto di Cana un primo livello è la narrazione di una festa di matrimonio: Gesù nella festa viveva la sua capacità di ospitalità, la sua apertura del cuore che offriva accoglienza pur non avendo casa e beni propri. Attorno alla mensa quel rabbi che amava i banchetti gioiva nello stare con coloro che erano tenuti fuori, esclusi, emarginati. A Cana si tratta di una festa di nozze e la narrazione del IV vangelo apre ad altri livello di lettura, presenta simboli  che rinviano altrove.

L’episodio è collocato cronologicamente ‘al terzo giorno’: una breve notazione che ha una sua preziosità. Dal primo capitolo di Giovanni tutto è narrato in un susseguirsi di giorni (Gv 1,29.35.43) che corrispondono allo schema della creazione: sei giorni più uno, quello della festa e del riposo. E’ indicazione che una ‘nuova creazione’ si sta attuando e rimanda anche al riferimento biblico del ‘terzo giorno’: al terzo giorno Abramo salì sul monte per sacrificare Isacco (Gen 22,3), Giona fu salvato dal grande pesce (Gn 2,1), la regina Ester prese il coraggio per presentarsi al re (Est 4,16; 5,1). Passaggi della storia di salvezza e del farsi incontro di Dio al suo popolo.

Ma è soprattutto il brano di Esodo – dal cap. 19 al 24 – il testo fondamentale da tener presente nel leggere questa pagina: Mosè sul monte Sinai riceve la Torah da parte di Dio. Come Mosè chiamato da Dio sulla montagna e che poi discese dal monte, Gesù è invitato al banchetto e scese poi a Cafarnao. Come Mosè diede ordine al popolo di purificarsi, così a Cana un ruolo particolare hanno le sei giare per la purificazione. Come Dio si manifestò nella nube (Es 19,9) così a Cana – dice Giovanni – Gesù manifestò la sua gloria.

Si parla di nozze, si accenna a diversi personaggi, ma degli sposi non si dice nulla. C’è un silenzio che spinge ad una ricerca di piste profonde. Manca il vino durante la festa: non se ne accorgono coloro che dovrebbero vigilare e che sono responsabili – sottile ironia sui capi religiosi e i sommi sacerdoti (l’architriclinio come l’archisacerdote) che dovrebbero guidare il popolo e invece non vivono l’attenzione e lo sviano -. Il vino, simbolo di gioia, di festa di fecondità, viene a mancare. Lo sguardo del lettore viene quindi attirato non tanto a sostare sulle nozze dei quei due sposi di cui nulla si dice, ma su un altro rapporto: in questione è il matrimonio di Dio con il suo popolo, che si trova in una condizione di aridità. Le giare per la purificazione sono vuote, senz’acqua. E il vino, segno del rapporto di amore tra Dio e Israele sua sposa (cfr. Cantico dei Cantici), segno escatologico connesso alla venuta del messia ed al banchetto degli ultimi tempi, viene meno.

E’ ‘la madre di Gesù’ a far presente la situazione. E’ la traccia di una delicatezza concreta di donna che sa leggere la realtà, che guarda alle persone anzichè elaborare deduzioni da principi e dottrine. Gesù stesso si rivolge con un termine particolare e in un modo che fa riflettere: ‘che cosa fra me e te, donna?’ Sembra una risposta dura ma rinvia ad un significato sotteso. Un’altra volta nel IV vangelo Gesù si rivolge alla madre con il termine ‘donna’, proprio al momento della croce ‘Donna ecco tuo figlio’. Cana allora è da leggere in rapporto al momento della croce, ed è un primo segno che rinvia a quell’ora. Appare così in nuova luce anche l’altra parola di Gesù: ‘non è ancora venuta la mia ora’. L’ora di Gesù è l’ora di un incontro che si attua sulla croce, il dono di un amore rivolto all’umanità (la donna). Il cammino di Gesù va verso quell’ora, un’ora in cui la ‘donna’ diviene simbolo della comunità sua sposa e primizia di un incontro con l’umanità intera, a cui Gesù si dona senza limite: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine” (Gv 13,1)

Il gesto di Cana è un segno che parla di nozze, di quell’incontro di gioia e di vita tra Gesù Cristo e l’intera umanità. E’ una alleanza: come Mosè sul Sinai ora Gesù manifesta una presenza di Dio che fa alleanza con l’umanità oltre l’aridità di un culto vissuto come purificazione ma che resta arido se manca la delicatezza di uno sguardo che sa cogliere le attese di vita e di bene, se manca il vino della gioia e dell’amore, se manca il vino che anticipa l’ora in cui la gloria di Dio si rivela come dono e servizio.

Riprenderei un paio di annotazioni per il nostro oggi:

Il vino è simbolo della gioia, l’abbondanza e il sovrappiù del gratuito, in una realtà religiosa segnata dalla mentalità del dovere e del controllo. Al cuore di questa pagina sta una parola di alleanza. Non un rapporto bloccato nell’aridità di un sistema religioso che ha perduto il senso dell’incontro. Il vino parla di una alleanza di Gesù offerta nel segno della scoperta che Dio offre una relazione personale, vivente con lui e incontra l’umanità nella sua attesa. Il desiderio della festa e della gratuità dell’incontro, l’alleanza, sta al cuore delle ricerche di felicità e di bene presenti nell’esistenza umana. Gesù porta vino nella festa come segno di un amore che si dona. Nel IV vangelo l’ultimo momento della croce è lo sgorgare dell’acqua e sangue. In quel vino è il segno della sua vita sprecata e versata. Una vita donata che genera gioia. C’è da chiedersi se siamo consapevoli di questo tesoro al centro della vita di comunità e se sappiamo rispondere come nell’invocazione di Apocalisse: Lo Spirito e la sposa dicono ‘Vieni’…

Cana è una pagina che ci parla della grazia dell’incontro in rapporto con la vicenda umana. Troppo spesso la chiesa e i cristiani pensano di essere indispensabili, che senza di loro tutto vada perduto. Una presunzione che dice anche poca fiducia in Dio stesso. Quella di Gesù è la testimonianza del non necessario. Come l’amore che si dà nella gratuità. Più che in altre direzioni, oggi è la testimonianza del non ritenersi indispensabili che dovrebbe costituire lo stile del cristiano: Gesù con la sua presenza e il suo gesto fa irrompere la sovrabbondanza del gratuito. Seguendo lui anche noi dovremmo riscoprire questa dimensione. E’ l’irrompere del regno di Dio nella quotidianità come dono che porta il gratuito oltre ogni necessità, anzi forse proprio nel non essere necessario. Ci sono gesti semplici, sguardi di attenzione che dicono la gratuità di quel ‘vino’ di cui abbiamo così bisogno nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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