la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0943Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La domanda sull’ingiustizia e sul male prodotto dalla malvagità umana attraversa i libri biblici. Il libro della Sapienza ne è testimonianza: si sofferma sull’atteggiamento di chi trama per eliminare il giusto, ne ricerca i motivi che generano opposizione e violenza. Il giusto è di imbarazzo agli empi e si oppone alle loro azioni. La sua vita è un rimprovero manifesto e continuo. In queste parole sta racchiusa insieme e nella contrapposizione la vicenda dei giusti e dei malvagi che cercano di eliminarli: ‘Condanniamolo a una morte infamante’. E’ la storia del tramare degli ingiusti che pretendono di essere padroni della storia e dominatori degli altri uomini. Avvertono come il comportamento di chi cerca un operare nella giustizia sia per loro una denuncia silenziosa: non solo contrasta i loro disegni ma li mette in discussione. La loro sfida è rivolta nei confronti di Dio stesso: ” Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza “.

Nella sua lettera Giacomo denuncia il desiderio scriteriato di possedere e di affermarsi a scapito degli altri: l’altro è visto come un concorrente e nemico. L’invidia e la brama di possesso stanno all’origine di guerre e conflitti: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. A questo modo di vivere che è disordine di una vita dominata dal desiderio e dall’invidia è contrapposto un altro modo di vivere proveniente da un dono di sapienza: la sapienza che viene dall’alto genera pace, mitezza, capacità di comprensione nel non pretendere di affermare se stessi a scapito degli altri, e misericordia. Avere sapienza per Giacomo non significa sapere tante cose, ma attuare scelte di vita e di relazione seminando la pace. La sapienza è così un modo di guardare se stessi, gli altri le cose e genera uno stile di vita fecondo, di giustizia e di relazioni buone. “Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia”. La giustizia è frutto presente già nell’opera faticosa di chi semina e promuove la pace: proviene da un dono e segue all’opera di chi promuove la pace. La vera sapienza non è di chi vuole imporre con l’aggressivitàe  la violenza la sua ragione, ma di chi fa opera di pace. Giacomo indica una via di sapienza che interroga le relazioni tra le persone e i popoli. Proprio di chi ha scoperto il segreto che rende una vita saporosa e capace di frutti sta nel costruire pace, nel tessere scelte che vanno contro ogni soluzione di violenza e di guerra nei rapporti umani.

Marco nel suo vangelo vede Gesù come colui che viene consegnato e ucciso dagli uomini sperimentando umiliazione e solitudine. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini era inutile e senza realizzazione, trova la conferma del Padre che pronuncia il suo ‘sì’ sulla vita di Gesù, il Figlio, nel risuscitarlo al terzo giorno. Gesù con il suo agire capovolge le attese dei suoi. I suoi non comprendono e le loro preoccupazioni rimangono fisse alla ricerca di affermazione e di superiorità sugli altri. Per la strada si interrogano su chi è il più grande. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?. Ed essi tacevano”. Gesù affronta questa incomprensione ponendo un segno e una parola: “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Nel mezzo pone un bambino e lo abbraccia. Chiede ai suoi quindi di vivere una logica diversa rispetto alle attese che nutrivano: camminare nel farsi servitori degli altri, non superiori e padroni, e richiama all’accoglienza dei piccoli. I bambini sono coloro che hanno bisogno di aiuto e sostegno, paradigma di tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e tenuti ai margini. Gesù li pone invece al centro. Accogliere Gesù e il Padre sta in relazione al porre nel mezzo e accogliere i piccoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1056.JPGQuale vertigine

“I ragazzi che sfidano la morte e troppo spesso restano uccisi ci chiamano in causa. Come se, volendo mostrare a tutti l’ultima impresa da loro compiuta, scalare un centro commerciale, lanciarsi nel vuoto, attraversare i binari della ferrovia, ci chiedessero di essere visti, conosciuti, considerati. Dietro il più temerario degli autoscatti e sotto l’apparente vanagloria di certi gesti estremi, si nasconde una domanda drammatica: io sono qui? E tu, dimmi, dove sei? Per sentirsi accettati questi giovani hanno bisogno di un riscontro collettivo che non trovano né in casa, né a scuola, né in famiglia. Allora ricorrono ai social: senza i selfie scattati insieme agli amici e subito diffusi in Rete, alcuni forse non riuscirebbero neppure a vivere. Cercano un pubblico. In un mondo dove sembra esistere soltanto quello che risulta illuminato dalla luce dei riflettori, pretendono un posto”. Così Eraldo Affinati riflette sulle drammatiche notizie di adolescenti che sfidano in modi diversi la morte rimanendone vittime, alla ricerca di un brivido, di una vertigine o nella distrazione per un selfie in condizioni estreme. Conclude il suo articolo (E.Affinati, Diamogli la vertigine, “Avvenire” 18 settembre 2018) richiamando le parole del papa Francesco: “Purtroppo, nella realtà che abbiamo sotto gli occhi, molti quindicenni trascorrono ore di fronte allo schermo, privi di qualsiasi bussola di orientamento, nel grande mare informatico dove c’è tutto e il suo contrario. Di ben altro essi avrebbero invece bisogno. Ancora una volta è stato papa Francesco a ricordarcelo, poco più di un anno fa, al Convegno della Diocesi di Roma: «I nostri ragazzi cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela!».”

Proprio Francesco incontrando i giovani a Palermo, il 15 settembre u.s. nella sua visita ha ricordato la figura di 3P, padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perchè ricercava la giustizia e richiamava i giovani alla vertigine di una vita vissuta nel servizio e nell’onestà: “Camminare, cercare, sognare… Un ultimo verbo che aiuta per ascoltare la voce del Signore è servire, fare qualcosa per gli altri. Sempre verso gli altri, non ripiegato su te stesso, come quelli che hanno per nome “io, me, con me, per me”, quella gente che vive per sé stessa ma alla fine finisce come l’aceto, così cattivo…”

“Noi siamo bravi a fare distinzioni, anche giuste e fini, ma a volte dimentichiamo la semplicità della fede. E cosa ci dice la fede? «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Amore e gioia: questo è accoglienza. Per vivere non si può solo distinguere, spesso per giustificarsi; bisogna coinvolgersi. Lo dico in dialetto? In dialetto umano: bisogna sporcarsi le mani! Avete capito? Se voi non siete capaci di sporcarvi le mani, mai sarete accoglienti, mai penserete all’altro, ai bisogni altrui. Cari, «la vita non si spiega, si vive!». Lasciamo le spiegazioni per dopo; ma vivere la vita. La vita si vive. Questo non è mio, l’ha detto un grande autore di questa terra. Vale ancora di più per la vita cristiana: la vita cristiana si vive. La prima domanda da farsi è: metto le mie capacità, i miei talenti, tutto quello che io so fare, a disposizione? Ho tempo per gli altri? Sono accogliente con gli altri? Attivo un po’ di amore concreto nelle mie giornate?

Oggi sembra tutto collegato, ma in realtà ci sentiamo troppo isolati, distanti. Adesso vi faccio pensare, ognuno di voi, alla solitudine che avete nel cuore: quante volte vi trovate soli con quella tristezza, con quella solitudine? Questo è il termometro che ti indica che la temperatura dell’accoglienza, dello sporcarsi le mani, del servire gli altri è troppo bassa. La tristezza è un indice della mancanza di impegno [dice compromesso”], e senza impegno voi non potrete mai essere costruttori di futuro! Voi dovete essere costruttori del futuro, il futuro è nelle vostre mani! Pensate bene questo: il futuro è nelle vostre mani. Voi non potete prendere il telefonino e chiamare una ditta che vi faccia il futuro: il futuro devi farlo tu, con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo amore, con le tue passioni, con i tuoi sogni. Con gli altri. Accogliente e al servizio degli altri”.

Significative infine le parole di Francesco a conclusione, quando, rivolgendosi ai presenti e tenedo presente che davanti a lui erano molti giovani cristiani ma anche giovani di altre religioni e agnostici, ha detto: “chiederò a Dio che benedica quel seme di inquietudine che è nel vostro cuore”.

Alessandro Cortesi op

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XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1834Ab 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” Queste parole cariche di angustia, di sentimento di impotenza, aprono il libro di Abacuc.

Il profeta si trova ad essere spettatore impotente di una realtà di ingiustizia e di illegalità, addirittura di stravolgimento della legge per cui crimini efferati e violazioni sono attuati in nome della stessa legge, che difende azioni inique. “Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”. Queste parole sono anche una sfida rivolta a Dio stesso. Il profeta rivolge una domanda ‘fino a quando?’ nello stare davanti a Lui. E’ anche attesa: ci sarà un limite o la situazione di iniquità è senza limite?

Abacuc riprende la sfida di Giobbe e allarga la visuale: si interroga sulle sofferenza collettiva che coinvolge i popoli. La domanda che egli pone è tale da mettere in discussione la fede nell’esistenza stessa di un Dio buono e santo. Questa domanda disorienta ogni sistema teologico costruito in modo tale per cui tutto è spiegabile e chiaro. E’ domanda che rimane sospesa.

La voce di Abacuc esprime il dramma al cuore dell’esperienza stessa della fede, reca in sé stessa il coraggio di affrontare tutto ciò che è scomodo, difficile, e fa tremare e vacillare. E’ coraggio di prendere sul serio il dramma e l’attesa della storia e del mondo. E’ indicazione di un modo di vivere la fede in cui lo sguardo agli altri, il farsi carico della vicenda di popoli e del mondo non è realtà estranea al rapporto con Dio.

Questo grido ‘fino a quando? …’ è parola di Dio. E’ una resa di fronte a ciò che non può avere spiegazione: la sofferenza dell’innocente rimane scandalo e oscurità. Lascia spazio al non comprendere, è espressione del dolore e dell’incapacità di mettere insieme la fiducia nel Dio buono e giusto con la corruzione e la violenza dilagante. Il libro di Abacuc invita a non risolvere tutto con facili esortazioni. Conduce a vivere lo stare davanti al Dio d’Israele nella debolezza della fede.

Abacuc presenta una risposta da Dio nella visione: essa attesta che l’ingiustizia non è la parola definitiva senso della storia, ma il disegno di Dio è diverso. Tale situazione avrà un termine. Al giusto che sa guardare oltre e lontano è data possibilità di rimanere fedele nelle contraddizioni del presente. Gli è proposta una visione ampia che nutre il coraggio della fedeltà: “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Emerge qui la figura del ‘giusto’. Non si tratta di qualcuno che appartiene ad una sistema religioso, è piuttosto indicazione di chi agisce secondo umanità. E’ colui che ascolta il grido delle vittime e si prende carico di chi soffre: i suoi gesti sono in linea con l’agire del Dio d’Israele.

La sfida del credere è vivere il presente, con il cuore rivolto a Dio: il credere non esime dalla domanda, dalla crisi, dal dubbio. Nel vangelo di Luca credente è colui che vive in situazione di implorazione e di ricerca. ‘Aumenta la nostra fede’ è infatti l’invocazione che esprime la sua esistenza. Chi crede rivolge la sua vita a qualcuno, nella povertà. Riconosce la propria incapacità e debolezza; vive attesa e fatica. Il suo cammino non è esente da problemi, contraddizioni, difficoltà. Si confronta con le drammatiche domande della storia e della vita. Non è tolta la fatica di pensare e chi crede vive nel rischio della fede: è segnato continuamente dal pensiero che il suo cammino sia una illusione inutile.

Il cammino del credere non una questione di appartenenza culturale o di dottrina. E’ piuttosto coinvolgimento della vita in un movimento, in un andare. Prende inizio da una forza interiore che invita e spinge che è scoperta in atto nella vita e nella storia. E’ realtà piccola invisibile, forza che viene da altrove, è piccola. E’ come la crescita di un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi.

Luca nel suo vangelo assimila il credente a chi serve a tavola. Risponde ad un incarico affidatogli. Il senso della sua vita e del suo agire sta nella relazione con qualcuno; non accampa diritti e pretese, ma riconosce di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo), di aver compiuto quel che gli era stato richiesto.

Nell’immagine di chi vive con profondità il servizio, che agisce e attende, l’accento non sta sul rapporto servo-padrone. Vivere la fede non è un rapporto di servi nei confronti del padrone. Gesù riprende un’esperienza del suo tempo: nell’attitudine del servire è nascosto un paradigma fondamentale della sua stessa vita. Di se stesso Gesù dice: ‘sto in mezzo a voi come colui che serve’. Lo dice – nel vangelo di Luca – nel contesto dell’ultima cena. Gesù diceva questo guardando a chi serviva a tavola, probabilmente compito delle donne. Esse divengono esempio del credente autentico. Attitudine propria di chi crede è l’ascolto, la coscienza della propria povertà esistenziale. Così pure la percezione di essere chiamato ad un impegno che conduce ad affidarsi, a vivere di fiducia.

Alessandro Cortesi op

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Semplicità

“Il beato padre Francesco, ricolmo ogni giorno più della grazia dello Spirito Santo, si adoperava a formare con grande diligenza e amore i suoi nuovi figli, insegnando loro con principi nuovi, a camminare rettamente e con passo fermo sulla via della santa povertà e della beata semplicità”. (Tommaso da Celano, Vita prima di san Francecso, XI 26). Così Tommaso da Celano, nel suo ritrarre Francesco d’Assisi, parla di lui sottolineando la capacità di essere educatore di altri con uno stile di semplicità.

Semplicità del cuore indica una attitudine che non ha nulla a che fare con l’impreparazione, la superficialità o la spontaneità senza riflessione. Per Francesco semplicità è impegnativo cammino di ricerca di ciò che è essenziale nell’esistenza. E’ tensione a non farsi distrarre nell’ascolto di una presenza di Dio che si fa vicina nella natura e nelle persone. Com’è racchiuso nella sua etimologia  – ‘sine plica’ – semplicità è essere senza pieghe, liberati da quegli ostacoli che impediscono di custodire e ricercare ciò che è realmente più importante e rischia di essere perso di vista o soffocato. La via della semplicità è quella dei poeti che non si lasciano sommergere dalle troppe parole, ma cercano di liberarsi dall’appesantimento di parole inutili,  e da quelle superflua per cercare parole vere. Il loro lavoro consiste nella faticosa concentrazione sull’essenziale, nel liberarsi da pesi inutili e dalla complicazione che impedisce di orientarsi. “Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, umili e puri” (Epistola ad Fideles II, 45)

Il modo di pregare e di contemplare di Francesco, e il suo modo di agire possono essere riassunti nell’attitudine di semplicità. Essa comporta un decentramento, la disponibilità ad uno sguardo non centrato su di sé, ma aperto all’altro. Semplicità si incontra con umiltà, con la scelta di stare legati alla terra della propria vita. Partecipi di una vita più grande di cui respirare l’ampiezza, e sensibili ad accontentarsi di poco. La semplicità è attitudine di chi non ha bisogno di troppe cose, e non ne diventa schiavo, ma di chi sa godere di tutte le cose belle e utili vivendo la leggerezza di liberarsi dal superfluo, di ciò che appesantisce e impedisce di muoversi.

E’ la semplicità scoperta con gioia da Francesco. Un brano della ‘Leggenda dei tre compagni’ ne è testimonianza: “Ma un giorno, mentre ascoltava la Messa, udì le istruzioni date da Cristo quando inviò i suoi discepoli a predicare: che cioè per strada non dovevano portare né oro, né argento, né pane, né bastone, né calzature, né veste di ricambio. Comprese meglio queste consegne dopo, facendosi spiegare il brano dal sacerdote. Allora, raggiante di gioia esclamò: E’ proprio quello che bramo realizzare con tutte le mie forze! E fissando nella memoria quelle direttive, s’impegnò ad eseguirle lietamente … Mise tutto il suo entusiasmo a bene intendere e realizzare i suggerimenti della nuova grazia. Ispirato da Dio, cominciò ad annunziare la perfezione del Vangelo, predicando a tutti la penitenza, con semplicità”. (Leggenda dei tre Compagni, 25)

Si può trovare traccia nelle parole della regola non bollata sul modo concreto in cui Francesco intendeva la semplicità. Si delinea lo stile chiesto ai suoi frati, ma che può essere stile di ognuno che si scopre nella vita servo semplice (e non inutile) in relazione con altri:

“Tutti i frati cerchino di seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo, e si ricordino che nient’altro ci è consentito di avere, di tutto il mondo, come dice l’apostolo, se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare. E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada”. (Regola non bollata,  IX, 1-3)

C’è una semplicità da coltivare e riscoprire in un contesto culturale in cui prevalgono attitudini di conquista e di dominio, in cui la vita si trova appesantita di tante cose superflue che separano e conducono ad escludere. Semplicità è orizzonte per non  perdere di vista la dimensione dell’agire umano come servizio e aperto alla relazione.

Alessandro Cortesi op

Solennità di Cristo re dell’universo – anno B – 2015

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“Dunque tu sei re?”: il procedere del dialogo tra Pilato e Gesù si accentra sull’essere re. In realtà non si tratta di dialogo. Piuttosto un interrogatorio in un processo dove l’imputato sta inerme senza difesa davanti al rappresentante del potere imperiale. E tuttavia proprio il suo stare lì davanti pone la questione inquietante: quale tipo di re? quale potere di fronte alla pretesa di dominio dell’impero?

“Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Essere re per Gesù – evidenzia il IV vangelo – rinvia al suo essere testimone. La sua vita viene raccolta nei termini della testimonianza, l’essere rivolto ad altro e capace di comunicare. La questione si sposta sulla verità, l’orizzonte ultimo del senso dell’esistenza, la dimensione profonda dell’esistere.

I profeti in Israele avevano rivolto la loro protesta contro i re empi, con il richiamo ad un senso dell’esistere fondato sulla promessa di Jahwè e sull’alleanza. Gesù è re in quanto si pone in contrasto con le scelte dei re infedeli che avevano anteposto i loro disegni di dominio alla chiamata ad essere ascoltatori della Parola di Dio, suoi portavoce nel soccorrere l’orfano, la vedova, il forestiero. La verità di cui è testimone non è costruzione intellettuale ma fedeltà all’amore. Nel suo agire rivela il volto di Dio che nessuno ha mai visto. L’essere re assume i tratti paradossali della testimonianza e della fedeltà all’amore: veramente un regno diverso dalla sete di potere e dominio a base degli imperi umani.

Di fronte alla predicazione e all’agire di Gesù che avevano suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione e di riscatto sorge un’inquietudine nel potere religioso e in quello politico. Il suo stile poneva domande e faceva problema. In lui si rende presente una minaccia di sovversione: il suo parlare toccava le attese di vita e delle persone, dei piccoli, di coloro che erano esclusi dai circuiti dei poteri religioso e politico. Il suo annuncio del regno d Dio non rinviava ad una realtà al di là della storia ma ad una forza presente di trasformazione in atto nel presente, già iniziata. Il suo agire e le sue parole ponevano l’esigenza di un nuovo tipo di relazioni: non il dominio ma la fraternità e sororità di uguali in una comunità in cammino. La comunità di discepole e discepoli che Gesù raccoglie diventa un primo segno di tale disegno di raduno che esprime la novità del suo regno. Una forza di trasformazione del convivere secondo logiche nuove non di esclusione ma di ospitalità. Gesù esprimeva tuto ciò parlando del regno di Dio ormai presente, già immesso nella vicenda della storia come seme capace di crescere con forza autonoma. La questione sul regno di Dio nella predicazione di Gesù costituisce una questione centrale.

Gesù risponde fino ad un certo punto a Pilato: si assiste ad un crescendo in cui vengono delineati alcuni caratteri del regno: non proviene di questo mondo “se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù si era infatti ritirato da solo in disparte quando volevano farlo re: il suo regno viene da altrove. Non mette in campo la spada per difendersi e per imporre il proprio dominio: Gesù si è liberamente consegnato a chi è venuto ad arrestarlo. Tuttavia il suo essere re si pone in rapporto con la realtà del mondo: si presenta in una scelta fondamentale di rifiuto della violenza. Così davanti a Pilato vive l’inermità e la ‘consegna’ fino alla fine. Si sottrae alle logiche del dominio, della sopraffazione della violenza che genera e combatte la violenza: è possibilità dell’impossibile. La sua vita si offre come testimonianza della presenza di Dio.

Per questo è anche provocazione a ripensare il volto di Dio, a ripensare in modi nuovi rapporto con lui: il Padre incontrato come il Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza. E la sua testimonianza chiede anche di ripensare i rapporti con gli altri: se il volto di Dio fedele viene raccontato nella testimonianza di Gesù, i rapporti tra le persone possono essere diversi: non più di sopraffazione, di disuguaglianza, ma di cura e di pace, rapporti in cui la presenza dell’altro è questione decisiva nella vita e diviene possibile cammino di incontro. Il regno non è percorso di singoli ma ha una valenza che coinvolge la dimensione sociale, i rapporti.

Il IV vangelo suggerisce come in quel drammatico dialogo tra Pilato e Gesù si stia svolgendo un processo più profondo, un giudizio di fronte a Gesù. I protagonisti prendono posizione davanti a lui. La questione di fondo accettare o meno il suo essere ‘re’, in modo unico e scandaloso. “Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. [6]Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”.

Gesù è re sulla via del crocifisso: la sua vita donata è consegna fino alla fine. L’accoglienza della testimonianza della, verità si pone come proposta di accoglienza dell’uomo spogliato di ogni potenza. Non tanto un umanesimo come ideologia, ma l’umanità dell’uomo Gesù umiliato e offeso che si identifica con gli umiliati e i marginali della storia. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un luogo di servizio e di condivisione di umanità. ‘Ecco l’uomo’: nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della nostra vita, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re mentre tutti lo giudicavano il miserabile e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti gli oppressi.

Si identifica con le vittime e i condannati della storia: la gloria di Dio – secondo il IV vangelo – si manifesta nel condannato e nel crocifisso che fa propria la vicenda dei condannati e crocifissi della storia. Il regno che Gesù ha iniziato è comunione di poveri che si affidano solamente alla salvezza che viene accolta come dono e non è intesa come conquista e progetto umano.

Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nella concretezza di ogni giorno.

notinmyname18Alcune riflessioni per noi oggi

Le vicende degli ultimi giorni – le violenze e le stragi opera di terroristi e le reazioni a livello dei vertici e a livello diffuso – possono trovare luce nel riferimento alle pagina del IV vangelo. La storia umana è lacerata in una lotta senza quartiere per la conquista di regni umani. E’ conquista sanguinosa, fatta di uso della violenza, di guerra, di terrore. Certamente atti efferati di terrorismo esigono una condanna senza riserve, ma altrettanto dovrebbe addolorare e suscitare reazione e condanna la violenza attuata in tante forme, e portata in particolare nel dominio economico, nella devastazione ambientale, nella guerra. Le vittime sono nella stragrande maggioranza innocenti, persone sconosciute e appartenenti ai miserabili del mondo.

In questo momento sarebbe essenziale rifuggire da attitudini di sospetto e contrasto tra cristiani e musulmani. I musulmani sono le prime – e più numerose – vittime di violenti che pur si richiamano alla religione, tradendo profondamente l’ispirazione di fondo dell’Islam. La reazione di presa di distanza da una violenaza che si richiama alla religione è segnale fondamentale: ‘Not in my name’.

“Questa incapacità di capire, presente in tutte le guerre complesse, è particolarmente forte in questa guerra, che non deve però esimerci dallo sforzo di pensare, e poi combattere soprattutto le tesi false e ideologiche che ci stanno inondando all’indomani della strage di Parigi. Una tesi molto popolare è quella che individua nella religione, e in particolare nella natura intrinsecamente violenta dell’islam, la principale, se non unica, ragione di questa guerra. Una tesi, questa, tanto diffusa quanto sbagliata. Il Corano ha una sua ambivalenza riguardo alla violenza, lo sappiamo. Ci sono passaggi dove invita alla «guerra santa». Ma c’è anche una versione del fratricidio tra Caino e Abele che più della Bibbia ebraico-cristiana, parla forte di non violenza. Nel racconto coranico i due fratelli parlano nei campi. Abele intuisce che Caino sta levando la sua mano contro di lui per ucciderlo, e gli dice: «Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti» (“Il sacro Corano”, al-Ma’idah: Sura 5,28). Abele presentato come il primo non-violento della storia, che muore per non diventare esso stesso assassino (…) (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, in “Avvenire” 17 novembre 2015)

In questo momento è anche da coltivare l’attenzione e la reazione alla violenza alimentata con il commercio delle armi, con mentalità di colonialismo e di sfruttamento di terre e popolazioni da parte dei popoli ricchi del pianeta. La situazione di tensione e di violenza che viviamo deve interrogarci sul rischio di coltivare una mentalità violenta, di superiorità, discriminazioni e di esclusione anche all’interno di comunità religiose e sulla base di contrapposizioni culturali e di fede.

“Viviamo tempi duri. Tempi in cui quello che è sempre sembrato normale è messo in discussione. E non è la partita di calcio a cui i populisti vorrebbero ridurre la faccenda. Non è musulmani cattivi contro il resto del mondo buono. Siamo davanti a persone pericolose che hanno un piano preciso, un piano di guerra, e sono contro tutti. Sono terroristi che sono contro la vita. Sono contro i musulmani che considerano “finti” perché non violenti come loro e quindi più infedeli degli infedeli. Sono contro gli altri perché rei di non partecipare alla loro ideologia di morte. Il loro scopo è chiaro, quasi lampante, vogliono la nostra disgregazione, vogliono suscitare paura, vogliono farci vivere nell’angoscia. Vogliono che ci guardiamo in cagnesco, che cominciamo a odiarci, a darci mille e più coltellate… (Igiaba Scego, Non permettiamo ai terroristi di farci vivere a metà, “Internazionale”, 14 novembre 2015).

La via seguita da Gesù si pone come alternativa radicale all’uso della violenza, e rimane ancora per noi scandaloso il suo silenzio, la sua testimonianza, la sua libertà di donare la vita di fronte al potere di Pilato rappresentante del potere che dominava il mondo.

L’uomo Gesù, nel suo stare inerme, senza armi, di fronte al giudice che poteva decretare su di lui la condanna a morte, sta come volto umano che ci interpella. Per restare umani, per divenire umani.

L’attenzione al presente esige anche uno sguardo disincantato sulle cause del disordine e del terrorismo che viviamo. E’ pensiero fortemente avvertito oggi da persone che hanno esperienza diretta di ciò che la guerra produce.

Così osserva Gino Strada in un suo post: “… dopo 15 anni di guerre ci sentiamo più in pericolo, più indifesi e impotenti in questa guerra che non riusciamo a fermare. E abbiamo ragione, perché è così, il pericolo c’è ed è crescente. Ancora una volta, purtroppo si sta scegliendo e praticando la guerra, la mortale altalena delle bombe e delle autobombe, dei droni e dei kamikaze, delle bombe buone e di quelle cattive. Chi vincerà? Io so soltanto che perderanno i cittadini. Quante volte è cambiato “il mostro” negli ultimi 15 anni di guerre? Eppure il mostro è ancora lì. Sono convinto che sia la guerra il vero mostro da eliminare, da bandire dalla storia degli umani in quanto dis-umana, distruttiva dell’umanità”.

Fulvio Scaglione in un intenso articolo ha cercato di smitizzare alcune parole d’ordine che emergono all’indomani di eventi tragici e dolorosi come quello della strage di Parigi: “Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente” (F.Scaglione, Francia: almeno smettiamola con le chiacchere, “Famiglia cristiana” del 15 novembre 2015).

E ricorda che “Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza”(ibid.).

L’importanza di cercare almeno elementi seri di analisi del presente aiuta per pensare al futuro: “In questi mesi si parla molto delle armi che alimentano questa guerra. Occorre parlarne ancora di più, perché è un elemento decisivo. Proprio pochi giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso la Siria, prodotti e venduti da imprese italiane. L’Italia, assieme alla Francia, è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro.” (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, “Avvenire” del 17 novembre 2015)

Può essere importante in questi giorni ritornare a riflettere su quanto scriveva Christian de Chergé monaco di Tibhirine il 1° gennaio 1994 un paio d’anni prima del rapimento e dell’uccisione ad pera del Gruppo Armato Islamico in Algeria nel 1996:

“Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha valore più di un’altra. (…) La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto”.

Reagire alla violenza è sfida per tutti oggi. Ma la reazione anziché essere improntata alla vendetta che si pone nella medesima logicae genera altro male – oggi può vedere una alternativa: la scelta di un ripensamento radicale di modi di vita che escludono e generano violenza e la ricerca, insieme, tra uomini e donne – chi si richiama a visioni religioni e chi no – di vie che non sono già date. E’ questa la sfida e opportunità del tempo presente di fronte all’inefficacia della guerra e della sopraffazione. Oggi più che mai è davanti a noi la sfida a tracciare le vie del dialogo con tutti coloro che resistono alle forme della violenza e ne offrono concretamente una alternativa credibile: o troviamo modi per vivere tutti insieme oppure insieme periamo. Non è via facile né immediata è paziente lavoro fatto di silenzio e di crescita in umanità. Possiamo scoprire che responsabilità comune dell’umanità è scegliere vie di generazione di vita e non di morte per gli altri in un mondo mai come oggi legato insieme e interdipendente.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1302(Spoleto, Chiesa di s.Eufemia)

Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La pagina della Sapienza presenta con brevi pennellate un dramma che attraversa la storia: il giusto innocente subisce persecuzione fino ad essere eliminato in modo violento. Gli empi vogliono toglierlo di mezzo “perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni”. E’ riflessione di un libro redatto nel I secolo a.C., ma è la storia di sempre: quella degli ingiusti e dei corrotti, assetati di potere e ricchezza, che non tollerano ostacoli nel perseguire i loro obiettivi, e giungono ad eliminare i giusti. Nel comportamento degli empi c’è un venir meno e un tradimento dell’educazione ricevuta, di quella formazione all’umano che sta alla base del vivere insieme: “il giusto … si oppone alle nostre azioni… cin rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. E’ la storia di chi costruisce sistemi di dominio e avverte fastidio nella stessa presenza del giusto: la sua vita è infatti denuncia palese o silenziosa e contestazione del proprio potere. Per questo gli empi vogliono togliere di mezzo il giusto con atteggiamento di sfida verso gli altri e verso Dio stesso: “vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari”. Ma la vicenda del giusto innocente non rimane dimenticata agli occhi di Dio: l’esito della sua vita appare un fallimento ma anche la sua morte violenta reca in sé una forza di vita. Dio non abbandona il giusto perseguitato che soffre: è questo il messaggio al centro di tale riflessione sull’esperienza: “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità… Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti” (Sap 2,23;3,9).

Nella lettera di Giacomo la sapienza è contrapposta alle liti e alle guerre generate dalla ricerca del possesso e dall’invidia: “Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra”. Alla brama di possesso e dominio si oppone l’atteggiamento di chi sceglie la sapienza. Pace, mitezza, nonviolenza, misericordia, sincerità sono i suoi caratteri distintivi: è sapienza che si fa vita. Non coincide infatti con un conoscere teorico senza rapporto con l’esistenza ma è un modo di vivere, investe la concretezza dei rapporti, è stile di un agire che si sintetizza nel costruire la pace: “Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace”. La giustizia è così indicata come frutto, dono, per coloro che promuovono la pace. Vera sapienza non è di chi vuole imporre con la guerra la sua ragione e la sua verità, ma di chi fa opera di pace.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù come il giusto innocente. Subisce l’umiliazione della condanna nella progressiva solitudine in cui viene lasciato. ‘E’ consegnato’ nelle mani dei violenti. La sua vicenda è posta nella linea di coloro che subiscono ostilità, violenza. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: la sua vita inutile e fallita agli occhi degli uomini, trova la conferma del Padre che lo risuscita al terzo giorno. Con i suoi gesti e le sue parole Gesù suscita la domanda su chi è il più grande: “Allora sedutosi chiamò i dodici e disse loro: se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti’. E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Il più grande è il più piccolo: è il capovolgimento della sguardo sull’altro e sul senso della vita.

L’accoglienza stessa di Gesù e del Padre dipende da questa capacità di accogliere. Al cuore del messaggio e della vita stessa di Gesù sta la proposta di convivialità ospitale. In questa esperienza si rende possibile entrare in contatto con Dio. Solo un cuore aperto ad accogliere può fare spazio. Gesù aggiunge con il suo gesto di mettere al centro i bambini approfondisce il senso dell’accogliere: pone infatti nel mezzo i senza diritti, le vittime di strutture sociali economiche ingiuste, coloro che sono tenuti ai margini dai sistemi religiosi. Indica loro come i soggetti da mettere al centro per comprendere chi è il più importante nell’ottica di Dio. Mentre i suoi discepoli discutono su chi è il più grande Gesù disorienta e capovolge le loro aspettative. Per comprendere qualcosa di Dio stesso, del suo agire e quindi del senso della propria vita c’è un cambiamento radicale da attuare. Gesù stesso è il figlio, si è fatto bambino, servo. Nel suo percorso indica che accogliere i bambini, le vittime, è entrare nel cammino per incontrare il Padre, e il modo concreto per porre i propri passi sulla sua via, per seguirlo.

DSCN1215Alcune osservazioni per noi oggi

La riflessione del libro della Sapienza invita a scorgere i giusti che vivono con responsabilità il proprio compito. Quanti giusti, sulle frontiere delle aule di giustizia, dell’impegno politico, del servizio ai poveri, della lotta per i diritti civili, economici e sociali vengono eliminati da chi trama per eliminare la loro vita che nel silenzio è voce che grida contro l’ingiustizia e il malaffare. Il giusto è la persona che rimane fedele alla sua coscienza nel praticare onestà là dove il costume diffuso è l’approfittarsene, giusto è chi risponde con fedeltà al proprio compito, giusto è chi corrisponde ad una educazione come formazione mai conclusa a coltivare l’attenzione al bene comune.

Gesù ha posto in mezzo i bambini abbracciandoli: l’abbraccio di Gesù esprime una umanità piena capace di vivere una sensibilità viva, gioiosa, che sa esprimersi in gesti autentici che investono la corporeità. Potremmo cogliere in questa apertura ad un contatto profondo con gli altri il segno di una maturità umana comunicativa. Il suo agire può essere indicazione per noi oggi di fronte alla domanda sull’educazione che comprenda l’attenzione alle questioni di genere.

In tale ambito si rende necessario un approfondimento che rifugga da superficialità e da posizioni caratterizzate da incomprensioni e allarmismi. Suggerisco due letture a mio avviso utili per interrogarsi con serietà e attenzione. La prima è una riflessione di Chiara Giaccardi dal titolo Non solo ideologia: riappropriamoci del genere (in “Avvenire”, 31 luglio 2015). L’articolo parte dall’osservazione che “La polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro gender – ha ipersemplificato e in molti casi banalizzato la questione, e sembra arrivata a un punto di stallo”. Viene poi osservato che “i «gender studies» hanno una tradizione di ormai mezzo secolo, e sono nati proprio per denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza: per mostrare che l’essere umano è sempre un essere situato (prima di tutto in un corpo sessuato, poi in una storia, una cultura, un territorio); che il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali è in realtà un’astrazione, che prescindendo dalla realtà la mortifica (nella fattispecie, il punto di vista femminile); che rispetto alla nostra corporeità la cultura è tutt’altro che irrilevante. Sin dalle origini i ‘gender studies’ hanno affrontato questioni di tutto rispetto, anzi, doverose (…) Dunque gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale; non sono esclusivamente né principalmente focalizzati sulla questione del ‘genere sessuale come scelta’ che prescinde dalla natura”. In sintesi si presentano poi due linee di interpretazione diversificate al loro interno. Una essenzialista per cui dall’anatomia si passa all’essenza: secondo tale visione le caratteristiche corporee esprimono l’essenza della differenza di genere. L’altra culturalista-costruttivista che legge il ‘gender’ come costruzione sociale e si articola in una versione moderata che sottolinea la rielaborazione culturale del dato biologico e una radicale secondo cui ha la prevalenza la scelta individuale e non conta la dimensione naturale. L’osservazione conclusiva apre ad affrontare la questione con sguardo problematico: “Oggi il dibattito sul ‘gender’ è identificato con quest’ultima tipologia, che è la più insensata. Non bisogna però cadere nell’errore della ‘cattiva sineddoche’: prendere una parte del dibattito”.

Come osserva Serena Noceti (Ecco perché è sbagliato demonizzare il gender, in “Jesus”, maggio 2014, 5): “Sono evidenti i rischi di disgregazione dell’identità dell’umano insiti in queste teorie radicali, denunciati per altro dal Magistero. Queste teorie di genere rappresentano un esito, non l’unico. Ricorrere al gender non comporta di per sé pensare a un’insignificanza della differenza biologica; vuol dire essere consapevoli che ogni differenza fisiologica e genetica — di uomini e di donne, perché non stiamo parlando solo di femminile — non può mai essere pensata a prescindere dalla lettura culturale. La domanda sull’identità si colloca al crocevia tra “natura” e “cultura”, senza riduzioni indebite al solo dato della differenza biologica e senza restringimenti a letture di “ruoli sociali” che dalla biologia vengono fatti derivare”. Il dibattito ha investito la scuola anche in questo tempo di inizio dell’anno scolastico. Interessante è a tal riguardo la posizione espressa dall’Ufficio diocesano pastorale della scuola di Padova in un documento redatto da don Lorenzo Celi. Riflettere sul gender implica ripensare oggi l’identità, la crescita nella relazione, il superamento delle forme di violenza e di discriminazione talvolta presenti in modi nascosti e pervasivi.

Gesù si è messo dalla parte delle vittime e la sua scelta di fedeltà nel predicare un regno di giustizia e di fraternità l’ha condotto al processo alla condanna e poi alla morte. Al centro della sua vita ha messi i piccoli, i marginali. Seguirlo non può passare se non per l’accoglienza che da lui si riceve e che chiede di essere allargata e comunicata. E’ una chiamata per noi oggi a vivere una accoglienza che investe il cuore, di fronte a chi cerca ospitalità, casa, riconoscimento. L’incontro con i poveri, con chi cerca casa, lavoro, dignità è occasione per scoprire la nostra profonda identità, occasione per cambiare radicalmente il nostro stile di vita scegliendo le vie della condivisione.

Nel tempo della ‘terza guerra mondiale a pezzetti’ scoprire la via della sapienza è sfida attuale per noi. La via indicata dalla lettera di Giacomo suggerisce una sapienza che investe la relazione tra le persone, i popoli, e le culture. Sapienza in tale orizzonte significa tessere riconciliazione, lottare contro le soluzioni violente e di guerra nei rapporti umani. Sapienza è dono dall’alto e nel contempo è dono che ha il nome di Gesù Cristo. E’ un dono di incontro che genera responsabilità per promuovere non una pace indistinta ma una pace che sorge come frutto di scelte di giustizia. Come vivere oggi una fortezza mite di fronte al male e una tensione a costruire pace in relazioni giuste?

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno B -2015

DSCF5501Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie…” C’è una differenza radicale, una distanza incolmabile indicata da queste parole che esprimono il rapporto tra Dio e la condizione umana. Dio è altro, diverso, non riducibile alla misura umana. Le vie umane non possono incrociare le sue vie. La voce profetica è una provocazione a mettersi davanti a Dio come ‘colui che è Altro’, riconoscendo una distanza invalicabile. Il nostro parlare di Dio, il nostro tentativo di nominare Dio stesso e di rinchiuderlo entro la pochezza dei nostri pensieri deve tener conto e sostare su queste parole: ‘i miei pensieri non sono i vostri pensieri’. C’è una distanza come dal cielo alla terra, incommensurabile.

Eppure questa parola profetica non parla solo di una distanza ma insieme e in modo paradossale sottolinea anche una vicinanza inattesa: da quel cielo lontano e irraggiungibile, come la pioggia e le neve, la parola di Dio si fa vicina, scende e feconda la terra, luogo della vita umana, e la trasforma. Ne sorge un processo di fecondazione e può fiorire un frutto di vita, qualcosa di nuovo, che fa trarre seme, il tesoro da consegnare per la vita futura, e pane, possibilità di vita come nutrimento e senso del quotidiano. Il Dio lontano si è fatto vicinissimo, il suo disegno è nei termini della comunicazione e dell’incontro. Entra nella storia e la sua presenza è da scorgere nella vicenda del cosmo.

Da qui l’invito: “Cercate il Signore mentre si fa trovare”. Il Dio lontano è anche il vicinissimo, che si comunica. La sua parola non rimane esterna, al di fuori, ma permea la terra e l’umanità come pioggia, come neve, come acqua che si diffonde e irrora la terra. La sua parola non è distante e inavvicinabile, ma è vicina, sta dentro alle cose. E’ da cercare come cercatori di tracce e di parole…

Se da un lato questa parola è provocazione a non rendere Dio una costruzione della nostra piccolezza, una proiezione della miseria dei nostri pensieri, dall’altro questa pagina è anche annuncio di vicinanza, apre alla ricerca non solo di una traccia di Dio, ma della sua parola, del suo comunicarsi dentro le cose, la realtà umana, il nostro vivere.

Non solo: il Dio umanissimo è il Dio che si fa vicino e nell’incontro trasforma, cambia e rende capace la storia umana di fecondità di vita nuova: capace di frutti che portano seme e portano pane. L’incontro apre ad un cambiamento impensabile, al sorgere di una nuova creazione, ad una fecondità inimmaginabile.

fontana1

(Lucio Fontana, 1899-1968 – Concetto spaziale Attese 1968)

La scena del battesimo di Gesù nel vangelo di Marco è una bellissima lettura teologica del rapporto che Gesù nella sua vita ebbe con Giovanni detto il battezzatore.

Quando Gesù si immerge ‘vide i cieli squarciarsi’ – dice Marco. E’ una potente immagine, rinvio ad un’altra lacerazione che Marco pone a conclusione del vangelo al momento della morte di Gesù: “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo” (Mc 15,38). L’intero vangelo è posto tra questi due squarci, al battesimo/immersione nelle acque e alla croce/immersione nella morte. Due spazi separati, cielo e terra vengono congiunti in tale aprirsi. Lo spazio di Dio non è più lontano, inaccessibile. Né è raggiungibile solo attraverso la mediazione del sommo sacerdote che entrava nel Santo dei santi dopo aver oltrepassato il velo. Il cielo non è più luogo di Dio contrapposto alla terra luogo degli uomini. Il mondo di Dio è vicino nell’umanità di Gesù, il crocifisso. L’incontro con Dio è possibile in quell’umanità con cui Gesù si è reso solidale fino alla fine. Nuovo Adamo nella sua vita indica il senso della vita umana, la dignità di ogni volto.

Al momento in cui Gesù uscì dall’acqua dice Marco ‘venne una voce dal cielo’. Si tratta di una voce proveniente dall’alto, dal Padre, che porta in sé indicazione sull’identità di Gesù. Gesù è un ‘tu’ per il Padre, il Tu amante della sua vita. Gesù è anche indicato come ‘il figlio’: il cuore dlela vita sta nella relazione al Padre suo. Infine Gesù è l’amato, eletto: “in te ho posto la mia gioia”. Il testo racchiude così un’evocazione di espressioni del secondo Isaia, profeta della fine dell’esilio, dove la parola di Jahwè si rivolge alla figura di un enigmatico profeta: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui: egli porterà il diritto alle nazioni… Così dice il Signore Dio che crea i cieli e li dispiega , distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita…” (Is 42,1.5) E ancora “il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome… Mi ha detto: Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria” (Is 49,1.3).

Il momento dell’immersione nelle acque è visto da Marco come passaggio della chiamata di Gesù, apertura di un cammino in cui gli si rende chiaro la direzione della sua missione. La sua vita è guidata nella forza del soffio di Dio, lo Spirito: solamente lui – secondo Marco – vide i cieli aperti e scendere lo Spirito come colomba. E’ unto dallo Spirito come profeta e messia. Un’esperienza interiore che viene così espressa per cogliere sin d’ora nel cammino di Gesù, le profondità della sua identità di profeta e di messia chiamato a ‘scendere’ e servire fino alla morte.

Il momento del battesimo è inizio di una missione a cui Gesù si scopre mandato, inviato: per gli altri, per tutti. Sarà ‘messia’ ma un ‘messia’ non a misura delle attese umane e della ricerca umana di potere. La sua vita di cui il Padre si compiace è una vita che si fa servizio e prende su di sé la storia di sofferenza degli uomini.

DSCF5514Una riflessione per noi oggi.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Dio è altro dai nostri pensieri… Si avverte la tragica autenticità di questa affermazione in momenti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni,  in cui il nome di Dio è invocato – come nella strage perpetrata a Parigi – per rivendicare atti di violenza dell’uomo sull’uomo, ed è posto a sigillo di atti omicidi tesi a soffocare la libertà con il terrorismo e l’uso di armi portatrici di morte.

Di fronte alla barbarie e alla violenza siamo provocati a non cadere nella logica dell’intolleranza e della vendetta. Siamo di fronte alla sfida di costruire un mondo in cui non prevalga la logica della violenza e della sopraffazione: è la sfida a vivere ogni orientamento culturale e appartenenza religiosa come fattore non di violenza verso l’altro ma di ricerca di pace e di giustizia. E’ la sfida a pensare la possibilità di una convivenza insieme nel mondo del pluralismo delle culture, delle convinzioni e delle fedi.

Non è facile soprattutto quando prevale la scelte della violenza e del terrore: la più profonda risposta alla violenza del terrorismo non sta nella scelta di vie di guerra e di uso della violenza. Di fronte alla ferocia e alla violenza di chi nomina, in tal modo bestemmiandolo, il nome di Dio per uccidere dev’esserci chiarezza nella condanna e nella presa di distanza nei confronti di questo radicale tradimento della fede, di ogni fede, e una scelta chiara nel cercare e percorrere altre vie.

Dovremmo oggi sapere aiutare tutti i musulmani credenti ad operare la distinzione tra un autentica attitudine religiosa che mai può negare la dignità del volto umano e il tradimento dell’ispirazione religiosa con la scelta dell’intolleranza. Dovremmo aiutare ad esprimere con chiarezza la distanza dalle forme del terrorismo che si servono di riferimenti religiosi tradendone in radice l’ispirazione di una autentica fede. E’ un cammino che investe la nostra responsabilità cristiana nel tempo, nella memoria anche di come i cristiani abbiano perpetrato nella storia violenza, oppressione e scelte di uso delle armi e come ancor oggi giustificano o attuano scelte di oppressione e violenza. E’ un cammino di crescita in umanità per tutti e di immersione in questo presente che ci chiede di uscire insieme da ogni logica di esclusivismo e di violenza.

Davanti a tali episodi si levano voci di intolleranza, di vendetta, di odio. Ma altre vie possibili sono da ricercare: le vie in cui l’affidamento a Dio non può andare insieme all’esclusione o all’eliminazione dell’altro, le vie in cui lottare contro l’ingiustizia e per il riconoscimento della comune umanità e del comune destino che ci lega insieme sulla terra. Contro la decomposizione di una società che vive la disintergazione della paura viviamo la sfida di ricercare vie che gettino ponti nella quotidianità e conducano ad incontrare le persone con le loro storie.

Per questo anche ogni atteggiamento di disprezzo, di denigrazione, di diffamazione delle più profonde convinzioni dell’altro è, a mio avviso, espressione di una libertà immatura, incapace di comprendersi nella relazione, di scorgere un limite dettato dalla presenza dell’altro, dall’imperativo ‘non uccidere’ proveniente dal volto altrui, chiusa a lasciar crescere le possibilità di incontro.

La violenza perpetrata in nome di Dio è espressione di chiusura alla ricerca di Dio. C’è invece una chiamata da accogliere in questo tempo a cercare Dio mentre si fa trovare nel volto di quell’umanità sfinita e sofferente, la concreta umanità di volti vicini e lontani con cui Gesù si è fatto solidale fino alla fine.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

ansa(marcia silenziosa per le vittime del volo MH 17 – Amsterdam 23.07.14 – foto Ansa)

1Re 3,5.7-12; Sal 118; Rom 8,28-30; Mt 13,44-52

Leggiamo queste pagine della scrittura mentre alcuni avvenimenti di violenza e di guerra stanno segnando gli ultimi giorni: l’abbattimento nel cielo dell’Ucraina di un aereo civile della compagnia Malaysian airlines partito da Amsterdam ad opera di un missile in un’area di conflitto, l’operazione di attacco militare e invasione di Israele nella striscia di Gaza che ha già causato più di 700 morti nella popolazione civile e migliaia di feriti oltre a terrore, paura, umiliazione. La cacciata dei cristiani dalla città di Mosul in Irak da parte dell’esercito dello Stato Islamico dell’Irak e del Levante (ISIS), costretti ad andarsene lasciando le loro abitazioni, contrassegnate da lettera ‘N’ (per Nazareni), e tutti i loro beni in preda ai furti e al saccheggio.

Sono eventi che lasciano disorientati, consapevoli dell’impotenza di fronte a tanta violenza e terrore, e pongono interrogativi profondi. Leggiamo le pagine della Parola di Dio con la sensibilità di chi vive in un mondo in guerra e dove la violenza appare prevalere. L’ascolto della Bibbia genera una capacità di sguardo capace di stare nella realtà, di cercare tracce di bene in questo presente così buio e alimento per una attitudine profetica, di denuncia del male, di impegno perché il regno di Dio trovi cuori disponibili, in ascolto e possa crescere nella storia umana. E’ una parola di speranza e di nutrimento nelle tragedie del presente, motivo per pregare accanto alle vittime e per scorgere qual è la chiamata del Signore in questo tempo.

“Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male…” Dio chiede a Salomone cosa desidera in dono. Si tratta di un capovolgimento del consueto modo di pensare la preghiera. Non è l’uomo che chiede qualcosa a Dio, ma Dio sollecita per primo a chiedere un dono. Nel dialogo tra Dio e Salomone emerge come alla radice della vita vi sia un dono, un appello che rinvia all’incontro, all’apertura. E’ dono che incrocia un desiderio e genera una nuova storia tra ascolto dell’uomo e ascolto di Dio.

Salomone, paradigma del re saggio, non chiede potenza, né ricchezze, ma riconosce il proprio limite: chiede a Dio la saggezza nel distinguere il bene dal male, di essere operatore di giustizia. Gli chiede un cuore capace di imparare perché non sa come regolarsi. Un cuore docile è caratteristica di chi sta in ascolto, di chi non ha risposte semplici ed immediate per ogni situazione, di chi sa che per scegliere è necessario porsi in ricerca, sostare nella fatica di comprendere e di coinvolgersi. E’ disponibilità a lasciarsi istruire da quanto si ascolta: distinguere il bene dal male è faticoso, è cammino che passa attraverso l’ascolto di Dio, delle persone, delle situazioni. Salomone vive così la consapevolezza di una duplice fedeltà: a Dio in primo luogo, perché le sue scelte siano ispirate da lui, alle persone, nei confronti di un popolo numeroso. Chiede un cuore capace di ascoltare: ascolto di Dio, ascolto dei più deboli.

‘Il regno dei cieli è come un uomo che trova un tesoro nel campo…Nel regno dei cieli avviene così… le cose vanno in questo modo… Gesù parla del regno dei cieli facendo riferimento a tre situazioni della quotidianità. Il tesoro trovato inaspettatamente, la perla preziosa, la rete gettata nel mare. Il tesoro scoperto e poi nascosto rinvia alla meraviglia di fronte ad una novità inattesa. Il tesoro va oltre ogni ricerca e il suo ritrovamento improvviso apre ad modo nuovo di pensare il presente, il futuro e di intendere la vita stessa. Tutto passa in second’ordine rispetto a questa novità inattesa e preziosa da custodire come propria. Il regno dei cieli è così paragonato ad una realtà che si offre gratuitamente. E’ scoperta improvvisa che suscita meraviglia: prezioso, più grande di ogni altra cosa umana e nello stesso tempo nascosto e racchiuso nel luogo della quotidianità, nel campo del proprio lavoro. L’immagine del tesoro racchiude questo senso di cosa preziosa per la quale vale la pena di lasciare tutto il resto. E’ un’occasione unica, da non lasciar perdere. La parabola suggerisce anche la dimensione della gioia e dell’urgenza di decisioni: vendere tutto per acquistare quel campo, senza dire nulla al padrone, è un movimento dettato dall’entusiasmo per la preziosità della scoperta. Anche il vendere tutto che può apparire una perdita è vissuto con la gioia di aver acquistato una ricchezza senza misura.

La parabola della perla collega il ritrovamento questa volta di una perla preziosa ad una ricerca condotta con continuità e cura. Indica innanzitutto l’esperienza della ricerca. Chi ascolta le sue parole è chiamato a porsi in una situazione di apertura, di ricerca. L’ultima parabola del capitolo è quella della rete e della pesca. Secondo la legge ebraica alcuni pesci erano considerati puri, altri impuri e dopo la pesca andava compiuta una selezione: ‘di tutti gli animali che si muovono nelle acque ma non hanno né pinne né squame non mangerete la carne’ (Lev 11,10). I pesci senza scaglie andavano eliminati perché non adatti alla mensa. Gesù parte da questa esperienza per parlare del regno come di una realtà presente, ma nascosta. Scoprirla esige pazienza, attesa: l’azione di raccogliere i pesci buoni e buttare via i cattivi è momento di un futuro. L’accento della parabola sta invece sul presente: il paragone della rete gettata richiama ad un compito urgente nel presente: questo non è tempo di dividere e selezionare, ma è il tempo della fatica del gettare le reti. E’ il tempo dell’impegno, della semina, dei gesti che aprono al futuro, dell’attesa e della speranza. E la rete è metafora di una raccolta che mette insieme tanti pesci: c’è un gettare le reti in vista di una raccolta che è fatta di tanti elementi diversi. Al cuore della parabola sta la domanda sull’esito della vicenda dei giusti, sulla fecondità del seme seminato nella terra buona: è uno sguardo che si apre al provenire di tutte le genti in una convocazione nuova (cfr. Rom 11,25: ‘fino a quando saranno entrate tutte le genti’).

Il regno non è questione del passato è invece processo già in atto, è la vicinanza di Dio che si prende cura dei poveri e suscita un mondo nuovo, in cui poter vivere la fraternità come orizzonte di fondo della vita. Fa scoprire a ciascun di essere pensato e amato e rinvia ad un futuro nelle mani di Dio. Il regno dei cieli è una vita segnata da questa speranza e fiducia che il nostro tempo e la nostra storia vive già al suo interno una trasformazione e una novità che ora è nascosta, è piccola, ma si renderà chiara. E al discepolo sta il compito di trarre cose nuove e cose antiche, divenendo responsabile del vangelo ricevuto.

foto Oxfam Gaza 21 luglio 2014(foto Oxfam – abitanti di Gaza in fuga dai bombardamenti 21 luglio 2014)

Le scelte di guerra, la violenza che genera altra violenza sono tutte espressioni di ciò che può essere espresso come anti-regno: esprimono una logica opposta al regno di Dio che trova inizio là dove si attua giustizia e pace. Se il regno è la vicinanza di Dio che si prende cura e guarda ai poveri, il contrario di questo è l’ingiustizia, l’umiliazione, l’inseguimento del dominio, il disprezzo per l’altro come non-uomo. E’ la condizione di prigionia nella paura di chi vive nel seminare terrore e nel coltivare la vendetta, di chi non sa ascoltare la sofferenza dell’altro popolo.

Il regno è già presente come piccolo seme, come tesoro di fronte al quale qualcuno lascia tutto, anche la sua stessa vita: è presente in chi a Gaza richiama a ‘rimanere umani’, in tutti coloro che si rendono solidali con le vittime. E’ presente nella rivolta di chi interrompe la spirale di odio e violenza, come nel gesto dell’insegnante musulmano a Mosul che si è rivoltato contro la persecuzione ai cristiani ed ha pagato questa sua coerenza con la vita. E’ presente in chi denuncia il mercato della guerra e della vendita delle armi (l’Italia è il primo paese esportatore di armi a Israele): scelte e gesti profetici, piccole grandi epifanie del regno di Dio che vanno oltre i confini delle appartenenze, che si pongono in ricerca, che mantengono aperta ancora la domanda: ‘dona un cuore docile’, capace di vendere tutto per accogliere il tesoro del regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Il male banale e oscuro

L’uccisione, da parte di uno squilibrato razzista, a Tolosa, di un insegnante ebreo il maestro Jonathan Sandler, i suoi due figli Gabriel e Arieh di 4 e 5 anni e una bambina Myriam di 7 anni non può lasciare indifferenti. All’interno della scuola ebraica, lì dove insegnanti e bambini si recano con i sentimenti più vari, ma tutti aperti alla vita, all’incontro, all’apprendimento, alla conoscenza. Lì è stata seminata morte.

Come nel luglio dell’anno scorso a Utoya, vicino a Oslo, da parte di un altro squilibrato che ha portato terrore e morte tra giovani norvegesi che si riunivano per progettare il futuro e per pensare al loro impegno nella società. Così come a Firenze dove nell’autunno 2011 un altro squilibrato ha freddato Mor Diop e Modou Samb due senegalesi immigrati che stavano vendendo la loro merce al mercato di san Lorenzo. Gesti di squilibrati eppure lucidi al punto di identificare con chiarezza le loro vittime e di usare armi e programmare le loro esecuzioni. Squiibrati che si scagliano contro persone umane spogliandole della loro umanità e rendendole simbolo di un oggetto da eliminare: la razza, l’appartenenza ad una etnia, ad una religione.

Moni Ovadia (‘La peste nera’, “l’Unità”  20 marzo 2012) ha parlato di una peste nera diffusa nei canali della rete in cui circola senza contrasto l’armamentario ideologico che alimenta sentimenti razzisti e xenofobi, che trovano poi espressioni nell’antisemitismo, nell’islamofobia, nel disprezzo totale dell’immigrato o del rom. E’ questo contagio a far compiere da parte di alcuni gesti eclatanti, ma che sono rivelativi di una ricerca di capri espiatori su cui riversare un odio coltivato e programmato. L’ebreo, il nero, il musulmano, il rom divengono così obiettivi di violenza che scoppia improvvisa e apparentemente senza programmazione. E tuttavia essa invece è maturata, incubata e cresciuta poco alla volta in terreni di coltura che l’hanno resa possibile e ne hanno offerto le motivazioni. Barbara Spinelli (Il male oscuro dell Europa, La Repubblica 21 marzo 2012) evoca così un processo che non è caso di squilibrati ma che attraversa ambiti più vasti e di cui renderci conto: “Tutti ci stiamo trasformando, senza quasi accorgercene, in tecnici della crisi che traversiamo: strani bipedi in mutazione, sensibili a ogni curva economica tranne che alle curve dell’animo e del crimine”.

C’è una banalizzazione del razzismo e delle forme della violenza a cui siamo ormai abituati. Sono queste le forme che stanno dietro a gesti di cosiddetti squilibrati. Squilibrati peraltro lucidi nelle loro azioni e che si sono nutriti in un retroterra di ambienti, gruppi, riferimenti e letture che hanno consentito il crescere e l’acuirsi del loro squilibrio. Ma sono anche le forme più pervasive presenti in Europa e in Italia. In Europa l’indirizzo xenofobo del partito guidato da Viktor Orbàn eletto nel 2010 che ha attuato un cambiamento della costituzione del Paese senza generare una reazione  di condanna da parte dell’Unione europea. In Italia le direttive di carattere xenofobo della Lega, i sentimenti di odio seminati a larghe mani trovando sempre minimizzazioni e mai decisi distanziamenti, se non in rari casi, anche da parte della chiesa. E potremmo anche pensare alla banalizzazione delle forme del bullismo e del razzismo quotidiano a cui assistiamo, nelle forme della barzelletta apaprentemente innocente, dell’indicazione dell’altro secondo stereotipi di esclusione  di disprezzo, nelle forme del silenzio e della minimizzazione di abusi e violazioni. C’è da chiedersi com’è possibile che si rimanga indifferenti. La pretesa di realtà senza impurità di tipo etnico e religioso, la pretesa di una difesa dei propri interessi, l’illusione di costruire futuro solamente sull’efficienza economica: sono questi i luoghi in cui torva modo di la banalizzazione del male. Sta qui la radice delle manifestazioni violente che fanno sussultare. Ma dovrebbero far sussultare non solo per un momento ma divenire motivo di vigilanza quotidiana nella sfida da accogliere nel costruire cittadinanze plurali. (a.c.)

 

Preghiera muta

Al Maxxi di Roma è stata presentata un’opera dell’artista colombiana Doris Salcedo. Il titolo di questa installazione è Plegaria muda: è una preghiera muta per i ragazzi uccisi. E’ un’opera che presenta in innumerevole ripetizione una serie di tavoli disposti uno sopra l’altro, il primo con le gambe al pavimento, il secondo rivolto verso il soffitto. In mezzo, tra i tavoli, uno strato di terra e cemento fa sì che alcuni ciuffi d’erba possano crescere rompendo questo spettacolo di ripetitività e di morte. Di morte sì: perché questi tavoli hanno la misura delle sepolture di bare e perché anche visivamente si presentano come evocazione della morte di tanti. Doris Salcedo con quest’opera ha voluto ricordare la morte di 1500 ragazzi in Colombia. Uccisi dall’esercito, senza alcuna ragione espressa se non quella di raggiungere un certo numero di vittime per poter ottenere una ricompensa connessa  all’avere eliminato guerriglieri ostili al governo. Quest’opera si pone quindi come denuncia della violenza del potere politico ma anche come riflessione sulla violenza senza senso che è così presente nella nostra vita . Così scrive l’autrice nel catalogo: «Attribuendo un valore individuale all’’esperienza traumatica attraverso la ripetizione, mi auguro che quest’opera possa in qualche modo evocare ogni morte e riportarla alla sua vera dimensione, permettendo così a queste vite profanate di essere condotte nella sfera dell’umano. Spero che, nonostante tutto, anche in condizioni difficili possa vincere la vita… come avviene in Plegaria Muda». Quei ciuffi d’erba che sorgono nella desolazione di uno spettacolo di sepoltura sono quasi evocazione della parola del vangelo “se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). (a.c)

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