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XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Abramo tre angeli part. Chagall NizzaGen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Nella sua vita Abramo vive un’esperienza inattesa e sconvolgente: l’incontro con un Dio che passa come ospite, si fa accogliere e dà inizio ad una vita nuova. Il racconto di quanto accade alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno è espressione di tale evento. Dio si fa incontro presso l’albero e vicino alla tenda. In una prima parte l’accoglienza, nella seconda un colloquio.

Alle querce di Mamre Abramo ospita tre visitatori. “Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. Non riconosce chi sono. Ma presta loro la sua ospitalità: si mette a correre, lui vecchio nell’ora più calda del giorno: “Appena li vide corse loro incontro…”. Va poi da Sara nella tenda per chiederle di preparare delle focacce. I gesti dell’ospitalità sono sinceri, generosi, immediati. Dopo la prima parte del racconto in cui è Abramo che agisce di più, la seconda parte concentra l’attenzione su Sara e sulla tenda. Sara riceve la promessa di un figlio. E’ una promessa che la fa ridere perché era qualcosa di impossibile (e il nome Isacco verrà da questo riso). E la parola che giunge è: “C’è forse qualche cosa di impossibile al Signore?’. Il Dio visitatore è Dio che suscita vita. L’ospitalità che allarga i pali della tenda alla presenza di ospiti sconosciuti è esperienza in cui si genera una fecondità desiderata e inattesa perché proprio nell’ospitalità si fa esperienza del venire di Dio nella vita. E Jahwè può aprire fecondità inaudite e conosce i segreti dei cuori.

Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, era luogo dove Gesù trovava accoglienza presso la casa di amici: Lazzaro, Marta, Maria. Betania è luogo dell’amicizia vissuta, e del riposo che l’amicizia offre. Luca, racconta una scena in questa casa subito dopo la parabola del buon samaritano, da leggere insieme, scorgendo continuità tra la domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’, la parabola del samaritano e l’episodio di Betania.

L’atteggiamento di Marta tutta presa dai molti servizi è presentato spesso come contrapposto a quello di Maria, seduta ai piedi di Gesù. E’ stato così dato risalto la scelta migliore di Maria, la contemplazione in contrasto con l’attività. Ma tale lettura è limitata e forse fuorviante.

Un lettura diversa può essere fatta in una lettura nel contesto: nel capitolo 9 Luca narra la partenza verso la Passione (Lc 9,51). Gesù poi presenta a più riprese le condizioni poste a chi intende seguirlo (9, 57-62), sceglie i settantadue e li invia indicando loro uno stile di vita (10, 1-20), dice che il Padre si rivela ai piccoli (10, 21-24). Racconta poi al dottore della legge la parabola del samaritano (10,29-37), poi visita le sorelle e infine lascia ai suoi la preghiera del Padre Nostro. Il racconto con gradualità delinea il profilo dei discepoli autentici.

Nella parabola del samaritano Gesù aveva indicato quello straniero come colui che sa provare compassione e si è fatto prossimo. Si era fermato e ‘aveva visto’ quell’uomo da soccorrere lungo la strada: ciò che persone religiose avevano pur visto, ma senza fermarsi. Il samaritano aveva agito concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza: aveva compreso di essere lì e in quell’ora prossimo a quell’uomo sofferente. Per Gesù ciò che sta al centro e dà senso alla vita è questa cura e questo servizio, il farsi prossimi perché il Dio della Bibbia è Dio che scende a liberare.

Nella casa di Betania, Marta e Maria divengono così quasi due aspetti di un unico profilo che è la vita del discepolo. Il discepolo che accoglie e dona amicizia a Gesù. Esse esprimono così il volto di chi si fa prossimo. Marta è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ascoltava la parola di Gesù. E’ il medesimo atteggiamento dell’indemoniato ‘che stava seduto ai piedi di Gesù’ in attesa di essere liberato (Lc 8,35). Luca non intende contrapporre la contemplazione all’azione, ma nei gesti e negli incontri di Betania ricorda l’essenziale di una vita con Gesù che si delinea come ascolto e come servizio, come prossimità vissuta al Signore e agli altri nei gesti della cura.

Ogni autentica attività di servizio sgorga dall’ascolto della Parola e ogni ascolto significa stare seduti ai piedi di Gesù, gesto proprio del discepolo per vivere quanto lui stesso ha vissuto. La vita del discepolo è indicata nella compresenza di ascolto e servizio. L’ascolto di Gesù si compie in gesti concreti di prossimità. Il servizio vive e si rende possibile nell’ascolto, degli altri e di Dio, in una ospitalità aperta.

Una lettura femminista di questo passo biblico ha aperto anche nuove considerazioni nel pensare alla situazione originaria delle chiese e alla presenza delle donne così come voluto da Gesù nel suo convocare attorno a sè una comunità di uguali: A parere di Elisabeth Schlüsser Firoenza, i due “tipi” costituiti da Marta e Maria non sono in riferimento alla vita attiva e alla vita contemplativa, ma sono due compiti: la “diaconia” e l’“ascolto della Parola”. Il verbo greco diakonèin indica appunto il “servire” e Marta attua un servire che non è preparazione di un pasto. Esso va interpretato allora come il servizio ecclesiale, la diaconia. Dietro la figura di Marta si nasconde quindi il riferimento alla donna responsabile del servizio della comunità cristiana. E la sua protesta a Gesù è perché è lasciata sola con quelle responsabilità. Importante è che la scena avviene nella casa che è proprio il luogo originario delle prime comunità cristiane (e non il tempio e la chiesa!).

«La chiesa domestica era l’inizio della chiesa in una determinata città o in una regione; offriva spazio per la predicazione della Parola, per il culto, come pure per la mensa comune, sociale ed eucaristica … La chiesa domestica, per la sua ubicazione, offriva uguali opportunità alle donne, perché tradizionalmente la casa era considerata la sfera propria delle donne e le donne non erano escluse dalle attività che vi si svolgevano … la sfera pubblica nella comunità cristiana era nella casa e non fuori. La comunità era ‘nella casa di lei’. Perciò sembra che la domina della casa in cui si riuniva l’ekklesía avesse una responsabilità di primo piano per la comunità e per le riunioni nella chiesa domestica… In conclusione: la letteratura paolina e gli Atti ci permettono ancora di riconoscere che le donne avevano il loro posto fra i missionari e i leaders più eminenti del movimento cristiano primitivo. Erano apostole e ministri come Paolo e alcune erano sue collaboratrici. Insegnavano, predicavano e gareggiavano nella corsa per l’evangelo. Fondarono chiese domestiche e, come eminenti ‘patrone’, usarono la loro influenza a favore di altri missionari e cristiani. Se paragoniamo la loro funzione direttiva con il ministero delle diaconesse venute più tardi, colpisce il fatto che la loro autorità e il loro ministero non erano limitati alle donne e ai bambini e non erano esercitati solo in ruoli e funzioni specificamente femminili» (E.Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, 201-202).

Alessandro Cortesi op

immagine-pixellataInvisibili

In Italia le conseguenze di norme governative che mirano ad ottenere facile risonanza mediatica senza risolvere i problemi della povera gente stanno producendo una nuova categoria di persone: i cosiddetti ‘invisibili’, quelli che non devono stare da nessuna parte, gli sgomberati e gli esclusi, senza differenza tra provenienze etniche o geografiche. Sono le vittime della politica delle ruspe. Sono i centomila invisibili che progressivamente occupano le pieghe marginali della vita sociale e delle nostre città, con sofferenze che non si possono comprendere e con conseguenze devastanti per la stessa vita sociale.

“Italiani e immigrati, rom e sinti, il popolo degli almeno centomila invisibili che nessuno riuscirà mai a censire, già finiti o destinati a finire nei prossimi mesi sotto la ruspa di Matteo Salvini. (…) Persone di ogni etnia che, anche se prese in carico dai servizi sociali dei Comuni nell’immediatezza degli sgomberi, dopo un’accoglienza temporanea in dormitori o case famiglia finiscono per tornare in strada o in altre occupazioni abusive. Nessuno dunque sa veramente quanti siano gli invisibili che abitano le strade delle periferie, i portici delle stazioni o i giardini pubblici. Quel che è certo è che la raffica di sgomberi senza alcun piano preventivo di ricollocamento ordinata da Matteo Salvini, dalle baraccopoli-ghetto degli immigrati ai centri di accoglienza, dalle occupazioni di palazzi ai campi rom, ne ingrossa le file. Creando tutto fuorché sicurezza. L’unico numero certo è quello che si riferisce ai migranti ed è una delle medaglie che Salvini si appunta fiero al petto. In un anno di sua presenza al Viminale, gli immigrati nel circuito dell’accoglienza sono scesi da 167.000 a 107.000. Sessantamila persone fuori da strutture grandi e piccole, che si sommano alle diecimila che già vivevano nelle baraccopoli in Calabria e in Puglia”. (Alessandra Ziniti, Centomila invisibili, “La Repubblica” 17 luglio 2019)

E’ questo il quadro di un Paese in cui non si sta attuando alcuna scelta per governare la complessità dei problemi, ma si rincorre l’acclamazione di chi ha bisogno di illusioni, la rabbia di chi vuole presentato un capro espiatorio colpevole dei propri disagi, il plauso per chi sa essere il più sbruffone, bullo con i deboli e imbonitore di folle delle piazze virtuali.

In questo clima in cui prevale la barbarie e il cinismo del linguaggio e delle azioni si sono levate in questi giorni voci insolite, che provengono dal silenzio, allarmate e sofferenti, che richiamano ad un rispetto dei riferimenti fondamentali di umanità e di accoglienza soprattutto per chi è più vulnerabile: sono le voci dei monasteri di clarisse e carmelitane che hanno scritto al presidente Mattarella, ricordando che “solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone”.

“Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse. La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, «apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti». Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi” ( Clarisse e Carmelitane scalze di Monasteri italiani, Noi, sorelle, preoccupate e in preghiera per questo Paese e i migranti senza voce, “Avvenire” 14 luglio 2019)

La mentalità di razzismo, di esclusione, di rifiuto di gestire con criteri di giustizia e solidarietà la situazione di tanti non è solo emergenza in Italia. Di fronte alle scelte dell’amministrazione Trump negli USA si sono pronunciati i vescovi soprattutto in considerazione delle condizioni di numerosi bambini spaventose e inaccettabili. In una lettera a Trump il presidente dei vescovi statunitensi, il cardinale Daniel Di Nardo a nome della Conferenza episcopale scrive: «possiamo e dobbiamo rimanere un Paese che offre rifugio ai bambini e alle famiglie in fuga dalla violenza, dalle persecuzioni e dalla povertà estrema».

«Questa indicibile conseguenza di un sistema di immigrazione fallito, insieme alle crescenti segnalazioni delle condizioni disumane in cui versano i bambini sotto la custodia del governo federale alla frontiera statunitense, scuotono la coscienza e richiedono un’azione immediata».

Con riferimento alla foto del migrante che ha trovato la morte insieme alla sua figlia nel tentativo di attraversare il Rio grande scrive: «Questa immagine grida giustizia al cielo e mette a tacere la politica… Chi può guardare questa immagine e non vedere i risultati dei fallimenti di tutti noi nel trovare una soluzione umana e giusta alla crisi dell’immigrazione? Purtroppo questa immagine mostra la situazione quotidiana dei nostri fratelli e sorelle. Non solo il loro grido raggiunge il cielo. Raggiunge tutti noi e ora deve raggiungere il nostro governo federale. Tutte le persone, indipendentemente dal loro Paese d’origine o dal loro status giuridico, sono fatte a immagine di Dio e devono essere trattate con dignità e rispetto».

Mons. Raffaele Nogaro, parlando delle norme in vigore e in via di approvazione in Italia in una intervista ha detto: «Sono indignato verso alcune norme, volute dal governo e approvate dal Parlamento, che sono violente, che calpestano la dignità degli esseri umani e offendono la vita umana. Purtroppo le parole brutali del ministro Salvini sul tema della sicurezza vengono accolte con simpatia da molti cattolici, ma anche da tanti preti e diversi vescovi». (…) «Non è possibile affermare la sicurezza di alcuni compromettendo la vita e la dignità di altre persone che sono in difficoltà, come i migranti. Il primo decreto sicurezza, e ora anche questo decreto bis, se verrà approvato, condannano i poveri e i migranti. Ma condannano anche coloro che li salvano e li difendono. E lo fanno creando ed alimentando menzogne sull’opera delle persone e delle organizzazioni di buona volontà, come le ONG. Per questo dico che l’unica via è la disobbedienza civile a queste leggi ingiuste» (Luca Kocci, Monsignor Nogaro: ‘Disobbedienza civile contro le leggi ingiuste’, “Il manifesto” 17 luglio 2019).

In questa situazione del mondo nel cuore dell’estate di quest’anno 2019 ascoltiamo le pagine dell’ospitalità di Abramo e della accoglienza di Gesù nella casa di Marta e Maria quale richiamo al cuore del vangelo da attuare nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Natività di san Giovanni Battista – 2018

IMG_0090.JPGIs 49,1-6; At 13,22-26; Lc 1,57.66-80

L’inno di Zaccaria è presentato da Luca come una profezia, espressione della presenza dello Spirito: Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:

“Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo”.

La preghiera è un inno di benedizione rivolto a Dio che ha visitato il suo popolo. La presenza di Dio è indicata nella preghiera del sacerdote Zaccaria come quella di un tu che visita, e si fa vicino. E’ espressione di un’esperienza di Dio come presenza di qualcuno che sta accanto e porta conforto.

L’inno parla di una visita che si rende presente nella nascita, di Gesù, il salvatore. Dio visita suscitando vita, operando cose nuove, generando comunione. Luca legge la nascita annunciata a Maria in parallelo con la vicenda di Elisabetta sua parente, che non poteva avere figli ma riceve benedizione e fecondità inattesa. La sua vita è così visitata, dall’altro e dall’Altro, dal dono di Dio, dalla nuova vita di Giovanni, dalla vicinanza di Maria che si reca ad incontrarla.

La visita di Dio è anche in continuità con altre visite che attraversano una storia lunga nella storia d’Israele. La sua fedeltà si manifesta nel ricordare, e nel mantenere il legame dell’alleanza sin dalla prima uscita di Abramo che lasciò la sua terra accogliendo la chiamata e coinvolgendo la sua vita nella promessa ricevuta:

come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni”.

Il lungo cammino dell’alleanza, la lunga marcia che vede la migrazione al cuore della fede, è segnata dall’esperienza della misericordia di Dio, dal suo non venir meno nel visitare e stare accanto, ed è orientata ad una relazione. Risposta al dono di vicinanza sta nel servirlo in santità e giustizia. Sono questi i due orizzonti di una vita che si pone davanti a Dio e in rapporto agli altri: santità è la vita stessa di Dio da accogliere e custodire attuando nella vita uno stile di alleanza e liberazione. Giustizia esprime la fedeltà quale attitudine di ascolto rivolto alla promessa e di relazioni nuove, nel guardare l’altro con gli occhi di Dio che non viene meno alla sua misericordia.

“E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati”.

Giovanni è indicato col nome di profeta dell’altissimo: la sua vita è importante per comprendere Gesù e il suo stile è quello di un profeta, teso nell’annuncio di una venuta di Dio imminente e nella testimonianza personale della sua fedeltà.

“Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace”.

La preghiera di Zaccaria pone accento sulla tenerezza di Dio e sulla sua visita: annuncia così la presenza di una luce come liberazione che guida su vie di pace. La pace è parola che chiude quest’inno di benedizione, preghiera che ringrazia e scorge il presente come tempo di germogli, di nascite. E’ un testo chiave per leggere la vicenda di Giovanni come segno che Dio fa grazia. Il suo nome racchiude il progetto della sua vita, l’essere profeta portatore di parola di bene anche laddove sembra che non ci vi sia possibilità di vita e di futuro. L’esperienza della grazia fa rallegrare (Lc 1,57).

La benedizione di Dio diviene benedizione condivisa nelle parole di gioia, di bene, del rallegrarsi insieme. Abbiamo bisogno ancor oggi di profeti capaci di indicare la parola di bene di Dio nella nostra storia. Abbiamo anche bisogno di scambiarci parole di bene nel riconoscere i segni di grazia nonostante ogni buio. Abbiamo bisogno di imparare da Giovanni colui che preparato le strade.

Alessandro Cortesi op

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Sulla via della pace

Mercoledì 20 giugno ricorre la Giornata del Rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite. Giornata che in questi tempi di regressione a livello globale nel rispetto dei diritti umani assume una particolare rilevanza. E’ infatti una giornata che intende ricordare l’approvazione della Convenzione di Ginevra del 1951. Una convenzione che impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta a garantire protezione  a “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

Dopo la devastazione e la violenza della II guerra, dopo le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei e di altre minoranze tra cui i rom, la Convenzione di Ginevra seguita alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, ha segnato un passaggio decisivo di affermazione dei diritti e di riconoscimento dei fondamenti alla base di nuovi rapporti tra gli stati europei. Altri stati si sono aggiunti successivamente, sino agli attuali 145 Paesi nel mondo. Ma alcuni stati tra i quali la Libia (è bene ricordarlo!) non hanno sottoscritto questa convenzione che protegge chi cerca rifugio e asilo fuggendo dal proprio paese.

Ieri è stato presentato il rapporto annuale Global Trends 2017 a cura del Agenzia delle Nazioni Unte per i rifugiati (UNHCR) che raccoglie i dati relativi ai rifugiati nel mondo. 68,5 milioni persone nel mondo vivono nella condizione di rifugiati ed è da considerare che si tratta di un movimento continuo e in divenire senza interruzione. 44.500 persone al giorno circa si mettono in cammino per fuggire da guerre, conflitti, persecuzioni di diverso tipo e nel corso del 2017 sono stati particolarmente ingenti gli spostamenti di massa dal Congo, dal Sud Sudan e dal Myanmar (la popolazioni rohingya).

Nel 2017 circa 5 milioni di profughi hanno potuto far ritorno ai territori o paesi di origine. Circa i 2/3 dei rifugiati nel mondo provengono da cinque paesi: Siria (6,3 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,4 milioni) Myanmar (1.2 milioni) Somalia (986.400). I richiedenti asilo, cioè coloro che hanno presentato richiesta di protezione internazionale erano 300 mila nel 2016 e 3,1 milioni nel 2017. Tale aumento segnala come siano peggiorate le condizioni per l’esame delle domande e per il riconoscimento dello status di rifugiato.

La stragrande maggioranza dei profughi risiede non come è idea diffusa, nei paesi occidentali, ma al contrario in paesi poveri. Per lo più chi è costretto a spostarsi dalla sua casa e dal proprio ambiente, portando con sé i beni essenziali e i familiari, lo fa in territori vicini alla sua terra, oltre i confini, con la speranza di rientrare presto. Per questo i luoghi dove si ha il maggior numero di profughi sono la Turchia (a seguito dell’accordo del 2016 con l’Unione europea per il trattenimento dei 3,5 milioni siriani in fuga dalla guerra), poi il Pakistan che ospita metà dei profughi dall’Afghanistan, Uganda, Libano e Iran. Il Libano ha il maggior numero di rifugiati in rapporto ai cittadini (164 ogni mille abitanti) In Italia nel 2017 vi erano 19 rifugiati ogni 1000 abitanti.

Questi numeri richiamano a volti, storie, speranze e ferite di persone che nel mondo sperimentano violazioni di diritti fondamentali. La convenzione di Ginevra la convenzione dei diritti del bambino, sono pietre miliari del diritto che offrono principi ed esigenze da riconoscere ad ogni essere umano. E’ disumano il trattamento riservato ai bambini separati dai loro genitori al confine del Messico, è contro i trattati internazionali far subire alle persone trattamenti degradanti e non riconoscere quella protezione riconosciuta e sottoscritta come solenne impegni degli Stati in convenzioni internazionali proprio a seguito dell’esperienza della devastazione prodotta da leggi razziali e discriminazioni.

La lunga marcia dei diritti è faticosa. Il prof. Antonio Papisca (1937-2017), testimone della elaborazione e attuazione dei diritti umani,  suggeriva di apprendere ad utilizzare “la grammatica dei ‘segni dei tempi’”. Per lui ciò significava “il discernimento e la disponibilità a cogliere, nella fedeltà a valori universali, le opportunità che la provvidenza nella storia offre per costruire strutture e percorsi di bene”. Ne parlava come di un cammino da portare avanti con l’atteggiamento di chi sa guardare oltre, con pazienza affrontando difficoltà, contrasti e momenti di tenebra. “La cultura dei diritti umani è antitetica all’anarchismo o alla svendita delle istituzioni e delle regole”. “ll Diritto internazionale dei diritti umani è portatore di pensiero forte, che non si presta a relativismi di comodo. (…) E’ un Diritto fatto di imperativi che neppure gli automatismi aritmetici della democrazia elettorale possono disattendere” (Discorso 10.12.2007 Università di Padova; Giornata internazionale dei diritti umani).

…e dirigere i nostri passi sulla via della pace…

Alessandro Cortesi op

 

IV domenica di Avvento – anno C – 2015

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(Visitazione – Arcabas – palazzo arcivescovile Malines-Bruxelles)

Mi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

Da Betlemme, piccolo villaggio della regione di Giuda vicino a Gerusalemme una donna sta per dare alla luce una nuova guida, un pastore che pascerà il gregge del popolo. Betlemme è luogo di provenienza di Davide, il re ideale, e l’attesa è per una guida portatrice di giustizia e pace. Un disegno di salvezza e di bene si svolge nella storia non attraverso la potenza umana e la violenza ma attraverso la forza della debolezza, nell’inermità. Betlemme è periferia della storia, è terra dei margini: da lì – annuncia il profeta – uscirà un ‘dominatore’ paradossale, senza armi e potere. Dal piccolo clan presente nella regione di Betlemme, chiamata Efrata, ‘la feconda’, nella sua insignificanza, secondo lo stile di agire di Dio lontano dalle logiche umane della potenza, Dio farà uscire colui che raduna e pasce con la forza del Signore. Un corpo in una storia di famiglia, di carne e sangue, di concretezza umana che attraversa la storia.

“Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco io vengo… per fare o Dio la tua volontà… Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.”

La lettera agli ebrei presenta la vita di Gesù nel suo farsi dono con il suo corpo, la sua esistenza tutta, che mette fine alla logica del sacrificio. Ha compiuto la volontà del Padre offrendo se stesso, il suo corpo. Nel dono di sé ha reso partecipe tutti della vita stessa dell’unico ‘santo’, il Padre. La sua vita appare così come luogo di un ascolto – questo il senso di ‘obbedienza’ – nella coerenza fino alle sue estreme conseguenze, al Padre: fino alla morte è rimasto nell’attitudine di chi è figlio, in ascolto (cfr Eb 5,8). Questo suo esserci, in questo modo, fa di lui il nuovo Adamo: nella sua vita intesa come dono e servizio l’intera sua esistenza è trasformata e animata dallo Spirito (1Cor 15,46).

Accostarsi a Gesù richiede allora tener conto di questo: la corporeità donata nel suo passare, nei gesti e parole, è via per incontrarlo e per accogliere la bella notizia della sua vita: vita pienamente umana e per questo riflesso e racconto del volto di Dio. Fedeltà al vangelo è allora cammino in cui ogni incontro può essere occasione per prendersi cura. Ogni ‘corpo’ sofferente, escluso, maltrattato, reso prigioniero della sofferenza e del male, ci rende presente la chiamata di Dio che si è fatto vicino nel corpo di Gesù.

“benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Il grembo di due donne sta al centro della pagina di Luca: il grembo di Maria che porta Gesù e quello di Elisabetta che porta Giovanni. Il saluto di Elisabetta a Maria è benedizione. Queste parole evocano il salmo: ‘Il Signore ha giurato a Davide e non ritratterà la sua parola, il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono’ (Sal 132,11). Elisabetta benedice con ammirazione: qualcosa sta avvenendo, una forza di fecondità nuova coinvolge i loro corpi. ‘A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ un eco della domanda presentata da Davide nel trasferimento dell’arca dell’alleanza, luogo della presenza di Dio: “Davide in quel giorno ebbe paura e disse: come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9).

Al passaggio dell’arca Davide danzò, preso da entusiasmo, con libertà, per la gioia di accogliere il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Luca vede in Maria la nuova ‘arca dell’alleanza’, luogo dell’incontro tra Dio e l’umanità. Dio si rende presente in mezzo al suo popolo nella vita fragile di un bambino. Tutto respira una gioia nuova testimoniata da una nuova danza: così Giovanni si muove e quasi salta, come Davide, nel grembo di Elisabetta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha esultato (danzato) di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”

Maria è ‘colei che ha creduto’: ha accolto la chiamata di Dio, e ha continuato a credere nel cammino della vita: ‘beata’ non solo perché ha portato Gesù, ma perché l’ha accolto portandolo, dando a lui spazio nel suo cuore. Ha camminato come credente sulla strada seguendo lui. Maria è povera di Jahwè che si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2) e ha seguito Gesù lungo la strada del credere: donna dell’ascolto. A chi si rivolse a Gesù dicendo ‘Beato il grembo che ti ha portato’, Gesù risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).

Il concepimento di un figlio costituiva in Israele una benedizione segno della presenza di Dio. ‘Un corpo mi hai preparato’: al centro del Natale sta il corpo di Gesù, un corpo fragile, bambino che nasce in un contesto di esclusione e di allontanamento: è il corpo di un bambino, il ‘segno’ indicato ai pastori nella nascita, ed il corpo di Gesù disprezzato, appeso alla croce e sottratto al buio del sepolcro e della morte. Su questa vita, su questo corpo donato Dio ha pronunciato il suo sì.

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(Visitazione – He Qi)

Visitare

Capiterà a molti nei prossimi giorni delle feste di Natale, di fare visita a qualcuno. Natale resta, pur tra le ambiguità e contraddizioni di un momento asservito alla logica del consumo dominante, il momento dei ritrovi familiari, di visite e scambi dei regali. Proprio questa esperienza così ordinaria del visitare, del recarsi presso la casa di qualcuno, di varcare soglie nell’accogliere o salutare, si presta ad una lettura nelle sue pieghe nascoste.

Le nostre esperienze quotidiane trattengono profondità spesso inesplorate. Ogni visitare racchiude un mistero. Il movimento che spinge all’incontro tra chi visita e chi è visitato può essere letto come luogo in cui maturare uno stile coinvolgente la vita. E’ movimento che si pone in contrasto con l’indifferenza ed il ripiegamento stanco, cifra di un mondo proteso a chiudersi nella paura e nell’immobilismo che impedisce ogni uscire.

Visitare implica un partire, un lasciare qualcosa, ambienti familiari e consueti, per dare spazio ad un andare che conduce verso spazi e volti inediti non totalmente conosciuti ed apre ad un incontro nuovo. La visita inizia prima dell’entrare nella casa dell’altro, inizia da un desiderio che spinge ad uscire, si nutre di preparazioni e progetti, nel ricordo, nel pensiero: viene vissuta nel tempo di uno spostamento che è sempre viaggio seppur limitato e cammino di apertura a terre nuove inesplorate, a panorami inconsueti, ad incrociare altre lingue. Una volta vissuta, la visita continua in quel dolce emergere e confondersi di ricordi e di gesti che segue e coinvolge i movimenti del cuore.

Visitare è anche movimento che conduce a varcare soglie, ad affrontare la presenza di altri e ad entrare in un dialogo nuovo, fatto di ascolto, di parole scambiate, di gesti. L’iniziativa stessa di visitare qualcuno è segno dell’importanza della presenza di nomi, volti, storie, nella propria vita, di cui ci si sente parte, intrecciati.

E’ un spazio di gratuità, tempo speso e perso, donato. Quasi un varco che squilibra e contrasta talvolta un’esistenza solamente ripiegata nell’attenzione a sé. Presa in quella fretta che non è premura per l’altro, ma preoccupazione a rincorrere efficienza e risultati: il fare tante cose e sempre più perché il tempo manca.

Nella visita non si produce, piuttosto si genera accoglienza. Il tempo assume una colorazione diversa. I gesti ordinari dell’ospitalità, divengono segni di qualcosa non dicibile: lo spazio dato all’altro nel proprio cuore, nella propria vita. Si va a fare visita ad un malato, a chi vive lontano e non si incontra con facilità, ma si va a fare visita anche ad una persona amica come momento che esprime la gratuità nell’esistere, interruzione e pausa in ritmi segnati da frenesia. E’ emergere della nostalgia dell’incontro che è spinta ad andare e a resistere di fronte a tutto ciò che ruba il tempo per incontrare. Come i terribili ‘signori grigi’ nella vicenda di Momo narrata da Michael Ende, che sottilmente rubando il tempo del gratuito per renderlo solo funzione di efficienza e utilità svuotavano le vite rendendole grigie e asservite. Parabola di un mondo reso incapace di visitare l’altro.

Visitare è verbo dell’amicizia, è indicazione dell’ospitalità data e ricevuta. C’è chi si reca in visita per dovere professionale, ma anche chi fa visita per stare accanto, semplicemente senza nulla attendere o per portare aiuto e conforto. Per dire con il proprio esserci, la tenerezza umana che ci rende vicini, solidali, legati. Portando un fiore, recando una vicinanza: stare con il proprio corpo accanto ad altri è la protesta più grande alla religione dei sacrifici. Non sacrifici e offerte ma persone e corpi nella loro fragilità che scelgono di stare vicino, di farsi carico della vita dell’altro.

Nel tempo in cui cresce la semplificazione dell’opposizione e dell’odio che si nutre di sospetti e di pregiudizi verso l’altro, visitare può essere gesto da riscoprire e da seminare nei solchi di giornate feriali. Senza enfasi e senza inutili orpelli. Ma nella consapevolezza della profondità di un andare che è uscire ed è varcare soglie, vivere il tempo dato alle parole, nella capacità di ascoltare e di essere ascoltati, nello cambio di ospitalità che si attua in ogni visita.

Ritrovo come lo sguardo alla visitazione sia stato un elemento decisivo per la maturazione di una spiritualità che fa proprio della visita una tra le proprie dimensioni fondamentali: è in particolare la visita nell’incontro con l’altro che è il musulmano, intendendo la propria presenza come servizio e atto di visitazione. Si tratta dei testi di Christian de Chergé ritrovati e raccolti da un giornalista, Jean Pierre Flachaire: ne riporto uno rinviando ad una raccolta di altri testi presentati ad una conferenza a Marsiglia nel 2005 e pubblicati in appendice al libro “Più forti dell’odio” (a cura di G.Dotti, ed.Qiqajon 2006, pp.267-280). Il brano che segue è parte di una una lettera indirizzata ad una suora delle Missionarie d’Africa che si trovava nello Yemen nel 1977:

«Come non sentirmi interpellato da quello che hai cominciato a vivere lì, con le tue due sorelle? Questo isolamento per e con Lui; questo popolo che Lui persegue, con e attraverso noi: questo piccolo popolo sul quale si è intenerito, meravigliato, e che è stato, anche per Lui, portatore dello Spirito: “Ti rendo grazie, Padre, perché…”; questo servizio, così paragonabile a quello di Maria nella sua Visitazione: Maria, anche lei portava nel suo intimo, nel silenzio della contemplazione, un segreto che non spettava a lei rivelare (il che la rassicurava, perché non avrebbe saputo come fare il legame e che parole trovare per dire l’Inafferrabile); questa presenza, necessaria, a chi vuole ascoltare “l’altro”, salutare come Elisabetta, con quelle parole di annunciazione, con quei gesti di Vangelo che solo lo Spirito rivela e che restituiscono la Buona Novella a colui che la porta in sé (il suo segreto, dicevo!). In questi ultimi tempi mi sono convinto che questo episodio della Visitazione è il vero luogo teologico-scritturistico della missione nel rispetto dell’“altro” che lo Spirito ha già investito. Mi piace una frase di Sullivan che riassume molto bene tutto questo: “Gesù è ciò che accade quando Dio parla senza ostacoli nel cuore di un uomo”. In altri termini, quando Dio è libero di parlare e di agire senza ostacoli nella rettitudine di un uomo, quest’uomo parla e agisce come Gesù: c’era da aspettarselo! Cerca di essere “senza ostacoli” e non cesserai di meravigliarti… di eucaristizzarti (beh, non è molto eufonico!)».

Christian De Chergé parla dell’incontro con l’altro come l’esperienza grande dell’incontro con il musulmano in terra straniera. In un tempo in cui la violenza impedisce di visitare e di entrare nella casa dell’altro queste parole miti indicano una via: è la pazienza di preparare gli incontri, l’apertura ad ascoltare, la capacità di mettersi in viaggio ed entrare nella casa dell’altro, per scoprire che qualcosa di nuovo nasce. Nel conoscere che sempre è co-nascere non nasce solo qualcosa di nuovo ma si dà spazio ad una forza di fecondità che fa nascere qualcuno in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

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