la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “vittime”

XXIII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1183Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

L’aprirsi degli occhi di un cieco, le orecchie di un sordo che si schiudono, il saltare di gioia di uno zoppo, l’urlo dalla lingua di un muto: sono situazioni impensabili, capovolgimenti, interruzioni di esperienze di limite e dolore. Sono immagini di liberazione, di superamento di qualcosa che rinchiude. E’ scioglimento di quanto era legato, apertura a possibilità impensata di relazioni, inizio nuovo di vita. Da qui la possibilità di un’esperienza fatta di vedere, ascoltare, di voci e gesti, tessuta di gioia. Sono figure che indicano un tempo, un mondo nuovi, dove è posto un termine a condizioni di male e ad ogni sofferenza subita. Non è solo superamento del limite, ma anche fine dell’emarginazione a cui sordi, ciechi e zoppi, tutti i menomati, i feriti, tutti coloro che nella vita recano il peso di qualche handicap, sono costretti quali vittime. Sono immagini per indicare l’esito di un’azione di Dio che irrompe e fa sorgere l’inatteso e l’inimmaginabile.

La natura tutta è trasformata, il deserto si trasformerà in giardino, il suolo arido si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. Certamente questo testo può essere guardato come una grande illusione, una magnifica proiezione di un mondo alternativo pensato e sognato per fuggire il reale. Il sogno di un mondo diverso per chiudere gli occhi di fronte al dramma del presente, di fronte allo scandalo del male. La presentazione di una utopia immaginaria per dimenticare il peso della sofferenza. Per Isaia non è illusione delineata per negare la durezza e il male, ma è parola che parla di Dio, del suo stare contro ogni realtà che piega e fa soffrire. E’ parola su Dio e per questo diventa parola che indica un orizzonte di speranza radicato nella memoria di un incontro e di una promessa che viene da Dio. Tutte le immagini sono riferite ad un’attesa: verrà qualcuno, il Signore stesso di fronte al male non lascia soli i suoi figli e non dimentica: ‘egli viene a salvarvi’.

Le parole di Isaia sono invito a scorgere le tracce di una presenza pur nella consapevolezza del dramma del presente. Il Signore visita e apre il vero senso alla vita come gioia dell’incontro lottando contro tutto ciò che è male. Tutte le immagini indicate esprimono una salvezza posta non solo in un futuro da attendere ma in un venire già in atto nella presenza del Dio che libera e salva. E’ pagina che ricorda lo stile di Dio: nella storia di Israele è colui che si è fatto vicino, è venuto. Così verrà, ma è anche colui che continuamente viene. E’ una parola che incoraggia nell’attesa: Dio in questa storia agisce come liberatore, è presente in tutte le scelte che aprono e liberano, e sarà lui infine ad aprire il senso più profondo di questa storia e cambierà ogni lutto in gioia. E’ un invito rivolto agli smarriti di cuore. Il senso della storia diviene annuncio di lotta per operare per ogni genere di liberazione, per sanare, per guarire e aprire a comunicare nel presente. Isaia rinvia ad un futuro ma questo futuro coinvolge già il presente e sta in rapporto con la memoria del chinarsi di Dio nel liberare Israele.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù che agisce: il suo profilo è quello del profeta che si oppone radicalmente al male. Gesù incontra malati e persone che vivono il peso di handicap e chiusure. Sono molteplici gli incontri di Gesù che si lascia toccare dal male che opprime uomini e donne. Non si rapporta a loro come il terapeuta di fronte a casi clinico, ma nell’incontro scorge un volto unico, una storia con attese e domande, anche inespresse, desideri e sofferenze nascoste. Entra in relazione e apre a comunicare: è una relazione concreta fatta di contatto, di sguardo, di parole. Nel suo agire si dimostra guaritore ferito, sensibile a lasciarsi toccare dalla fatica e dal dolore di chi gli sta di fronte. Ascolta e agisce come chi, con la sua sola presenza, nel suo stare accanto rende visibile nel suo agire il volto di Dio che vuole il bene, che è pura positività e si oppone ad ogni male: libera, apre futuro, scioglie ciò che è tenuto legato, a partire dalle esigenze di vita. La sua passione è che le persone possano vivere una vita piena.

Marco legge il gesto di guarigione di un sordomuto come momento in cui si fa manifesto un tratto dell’identità di Gesù, e si attua un compimento delle promesse dei profeti sul messia: un messia che assume la vulnerabilità e vi entra, e se ne fa partecipe. Egli stesso, nell’incontro con chi è ferito, viene cambiato, toccato e ferito. Nel toccare viene toccato e prende su di sé quella storia.

L’incontro tra Gesù e il sordomuto avviene in una regione a Nord della Galilea, un territorio pagano: i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per ‘le pecore perdute della casa d’Israele’, ma si aprono oltre i confini. Gesù non opera una magia e nel racconto vi è insistenza tuttavia su alcuni gesti concreti: Gesù tocca le orecchie del sordomuto con le sue dita, poi con la saliva gli tocca la lingua, guarda al cielo. Marco sottolinea poi che emise un sospiro, quasi un gemito che sorga dalla compassione: “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”. Il suo desiderio è che la vita di ognuno possa aprirsi: è un’apertura del cuore, di tutte le dimensioni della persona.

Per quel sordomuto, chiuso nel suo limite, incapace di comunicare e di dire la sua sofferenza, l’incontro con Gesù apre a poter entrare in relazione in modi nuovi: si apre una via per divenire se stesso. La salvezza donata passa attraverso e si rende presente nella risposta alle domande di una vita buona e dignitosa e si attua a cominciare dalla risposta alle attese di liberazione. Passa per un coinvolgimento che investe la corporeità. Gesù compie i gesti della guarigione in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo.

Traspare così qualcosa dell’identità di Gesù, visto come il messia, colui che fa udire i sordi e parlare i muti ed inaugura il tempo nuovo sognato da Isaia. Ma ci parla anche dell’identità del discepolo di Gesù, di chi si mette a seguirlo: il compimento di tale seguire sta nell’ascolto, di Dio e degli altri e sta nel comunicare, nel passare dalla chiusura del silenzio e della separazione all’apertura che è via di incontro e comunione.

DSCN1135Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo anche oggi un tempo di smarrimento, di incapacità di ascoltare e vedere. Le parole di Isaia ci invitano a ritornare a ripercorrere i passi dell’esodo, l’esperienza dello scoprire la vicinanza del Dio che viene e fa nuove le cose, e la promessa che la nostra storia è orientata ad un incontro con il Dio della vita. Un’immagine in questi giorni si è imposta ad occhi che non vogliono vedere ad orecchie chiuse: è l’immagine di un bambino, scivolato dalle mani dei genitori nella traversata del mare tra la Turchia e la Grecia verso l’isola di Kos in uno dei viaggi di fuga e speranza. Veniva da Kobane città devastata e segnata dalla guerra in Siria. Un’immagine sconvolgente perché piena di normalità: le scarpine ai piedi, i vestiti in ordine. Ma anche sconvolgente perché interroga la normalità di chi non si lascia toccare, non vede e non ascolta il grido delle vittime oggi. Dietro a quell’immagine sta la tragedia di milioni di persone che chiedono di essere viste e ascoltate da tutti noi. E’ denuncia dell’indifferenza ed è richiamo alla responsabilità che Dio ci affida per una storia in cui ogni vita possa aprirsi. Dietro a quel volto senza vita sta la domanda di tanti che chiedono aiuto, attenzione, solidarietà, scelte concrete per dare possibilità di fuggire da guerre e miseria. Interrogarsi su cosa significa salvezza per noi oggi può trovare vie di risposta solo a partire dalle vittime: extra victimas nulla salus.

L’aprirsi di un sordomuto alla parola e all’ascolto è un esempio del cammino di divenire persone: crescere in umanità è scoprire la relazione, imparare a comunicare, divenire capaci di ascolto e di rivolgere una parola che dia spazio alle parole degli altri e crei ponti. Divenire capaci di parole dell’amore è ciò che fa fiorire la vita. E’ tempo di inizio di scuola, tempo di ripresa delle attività: c’è un cammino educativo presente nella vita che non ha stagioni e non è mai concluso. E’ il cammino di una apertura ad uscire da quell’essere centrati su di sé e chiusi che oggi segna in modo pesante la vita. La sfida dell’educare oggi in ogni ambiente, con giovani e anziani è quella di una apertura a scoprire quanto ci lega agli altri e alla promessa di Dio, una promessa di relazione e comunione.

Aprirsi all’ascolto di Dio e degli altri implica una concretezza di scelte: la lettera di Giacomo provoca a mettere al primo posto coloro che nella vita non ce la fanno, tutti coloro che vivono in forme diverse chiusure e sordità. Tale incontro provoca a scoprire la vulnerabilità di ognuno e cogliere come proprio nella povertà riconosciuta si apre la possibilità della condivisione e della comunione che è il senso profondo della salvezza. Il mondo nuovo che i gesti di Gesù hanno indicato cresce nei piccoli gesti e nelle scelte del nostro quotidiano.

Alessandro Cortesi op

Annunci

Dedicazione della Basilica Lateranense – 2014

DSCN0567

Ez 47,1-12; Sal 45; 1Cor 3,9-17; Gv 2,13-22

La visione di Ezechiele parla del significato della costruzione del tempio di Gerusalemme in un’epoca in cui il tempio distrutto dopo l’esilio veniva poco alla volta ricostruito. L’immagine del tempio è legata all’altra grande immagine dell’acqua portatrice di vita e fecondità che sgorga dal suo interno e dilaga al di fuori. Il tempio è così letto come luogo di presenza di Dio, sorgente di fecondità. Da lì fuoriesce l’acqua che non può essere trattenuta entro i limiti della costruzione e abbonda in modo sorprendente espandendosi progressivamente. L’acqua che sgorga verso oriente è grande simbolo dell’abbondanza di una vita comunicata ad ogni creatura.rinvio alla creazione stessa quale tempio vivente, spazio di vita che racchiude la presenza di Dio. Tempio della gloria di Dio è quindi il creato, luogo della vita, dove scorre un’acqua portatrice di forza e guarigione. E’ forza che risana, ed è anche simbolo di una presenza. Il Dio del creato non solo è all’origine di tutte le cose ma è Dio presente nella creazione, che permea con la sua presenza dal di dentro ogni realtà. Con il suo respiro di vita donata, con lo spirito e l’energia vitale posta nelle realtà uscite dalle sue mani, Dio stesso attua una presenza non dall’esterno, ma dal di dentro. Il tempio di Gerusalemme è simbolo della presenza di Dio e del suo spirito in mezzo al suo popolo, una presenza di dono, come sorgente da cui sgorga energia di vita, grazia in abbondanza.

“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere’. Gli dissero allora i giudei: ‘questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ma egli parlava del tempio del suo corpo”. Il IV vangelo colloca il gesto provocatorio di Gesù di scacciare dal tempio i venditori insieme agli animali proprio ai primi capitoli nel contesto di una polemica di coloro che guardavano alle grandi opere di iniziativa di Erode il grande. Gesù pone un gesto di rottura presentato come un segno profetico, che costtuisce una protesta di fronte al luogo del tempio divenuto mercato e racchiude un annuncio sulla vita stessa di Gesù, sulla sua identità.

Non è solamente richiamo a non scambiare le cose di Dio con gli affari umani e a non fare della casa di preghiera un luogo di mercato. C’è infatti qualcosa di più profondo: Gesù accompagna il gesto con una parola. Parla della distruzione del tempio ma anche del ‘sorgere nuovo’ di un altro tempio. Tutti pensano alla distruzione e all’impossibile ricostruzione di un edificio di pietre, imponente e grandioso. Gesù invece ‘parlava del suo corpo’. L’annuncio profetico è critica radicale rivolta ad ogni genere di tempio che pretende di racchiudere la presenza di Dio e rende il rapporto con Dio una questione di potere religioso che s’incrocia e si mescola con altri poteri. E’ contestazione del modo di intendere la fede come istituzione religiosa che assume la medesima logica dei poteri mondani assoggettandosi al dominio del denaro e ad un modo di intendere la vita come mercato.

Con questo gesto Gesù annuncia che l’autentico tempio, il luogo dell’incontro con Dio, è il suo ‘corpo’. La sua umanità, i suoi gesti, il suo morire sono lo spazio nuovo in cui incontrare il Padre. L’umanità vivente il suo condividere l’intera esperienza umana è lugoo dell’incontro con Dio. Nessun tempio umano, nessuna basilica o costruzione, e nessuna istituzione stabilita su un qualsiasi potere può sostituire il tempio che è il corpo di Gesù: il ‘tempio’ autentico è il suo corpo e l’incontro con Dio si compirà non su uno o un altro tempio ma nella apertura a riconoscere il corpo di Gesù nel corpo di tutti i crocifissi con cui Gesù stesso si identifica.

“Secondo la grazia che mi è stata data, come un architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. Paolo rivolge queste parole alla comunità di Corinto. Diversi predicatori con fascino carismatico e riscontrando successo e seguito rivendicavano un’autorità particolare sulla comunità e venivano riconosciuti da diverse fazioni tra loro in conflitto. Paolo scorge in questo un venir meno a qulacosa di essenziale dell’esperienza di fede. Intende così ricondurre alla grande domanda sul fondamento. Qual è il fondamento di ogni costruzione, ma anche il fondamento di quella costruzione che è una comunità? Per quale ragione esiste una chiesa, quale il motivo che sta al fondo dell’esperienza di una comunità? Paolo indica l’importanza di recuperare il riferimento essenziale a Gesù. Così ricorda il centro della fede: l’unico fondamento è Cristo. Invita a tornare e a lui e fare di lui il criterio delle scelte e della vita. Un ritorno all’essenziale, una provocazione a non perdersi e a non confondere il fondamento con chi ha costruito sopra o ha portato il suo contributo nella crescita della comunità stessa. E l’edificio diviene metafora per la vita della chiesa come comunione vivente: si tratta di un edificio non di pietre ma di persone ciamate ad edificarsi in modo reciproco. La vita della fede viene così descritta come un’esperienza segnata da dinamismo, come edificio che viene poco alla volta costruito ed ha bisgono di mantenimento e di restauro. E’ un edificare nella rete di relazioni reciproche e molteplice. Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che ‘lo Spirito abita in voi’. L’esperienza della chiesa è quella di un cantiere sempre aperto, un edificio in costruzione: lo Spirito è al cuore di comunità in cui tutti sono chiamati ad essere protagonisti e responsabili insieme. In cammino sull’unico fondamento di Cristo crocifisso.

DSCN0479

Alcune riflessioni per l’oggi.

L’acqua che sgorga dal tempio nella visione di Ezechiele e che porta energia e vita apre a considerare la forza di vita proveniente da Dio. Il fluire di quest’acqua non rimane chiuso, regimato entro argini fissati, e non può nemmeno essere contenuto all’interno della costruzione del tempio, ma tende ad uscire, porta fecondità oltre ogni confine, al di fuori del tempio. La natura stessa, ogni suo elemento della vita animale e vegetale, gli alberi nella loro diversità e nei frutti sono toccati dalla forza vivificante di quest’acqua. Tempio è quindi la terra, la creazione stessa e tutto ciò che le appartiene, e in questo tempio è da riscoprire il senso nascosto della presenza di Dio che si rende vicino nel respiro della creazione.

Il richiamo di Paolo è rivolto a recuperare l’unico fondamento su cui si costruisce la comunità. Tempio è quindi anche la comunità, quel tempio vivente che è la compresenza di tutti coloro che si ritrovano in Cristo. Paolo pone la domanda di fondo: su che cosa si costruisce la vita delle comunità? Su quale tipo di fondamenti? Su quali criteri si edifica? E’ anche richiamo a quell’arte di edificare la comunità che non tocca solamente gli aspetti istituzionali della chiesa, ma tutte le forme di vita comune che sorgono nelle case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di attività, in tutti gli spazi umani di relazione. Oggi viviamo la difficoltà a vivere una dimensione relazionale che non sia relegata all’ambito virtuale – quel modo di relazionarsi che genera la solitudine del cittadino globale – e senza effettivo coinvolgimento in relazioni significative. Costruire comunità è opera quotidiana, faticosa uscita dai bastioni di difesa di individualità impaurite o aggressive, tessitura faticosa di percorsi di relazioni che lascino spazio a quella presenza di Dio che passa e si rende presente nel dialogo e nell’incontro.

“Il tempio di Dio siete voi”: Paolo richiama ad una ulteriore dimensione del ‘tempio’. Tempio è la persona umana, il corpo stesso nel suo significato di sede di relazione con altri. Alcuni riferimenti della cronaca recente possono essere collegati a questo invito. Abbiamo potuto vedere ancora in questi giorni le foto di un corpo martoriato di un giovane, Stefano Cucchi, che dopo l’arresto causato dal suo essere caduto nel vortice della tossicodipendenza, ha subito botte e torture. E’ stato malmenato, costretto alla fame, e condotto alla morte mentre era affidato nelle mani della polizia penitenziaria, di medici e infermieri in carcere. Il fatto che in sede gudiziaria non sia stata appurata alcuna responsabilità per questa uccisione ha suscitato l’indignazione e la reazione di fronte all’incapacità di riconoscere responsabilità di tali violenze e violazioni del diritto fondamentale alla dignità umana, del diritto ad essere custoditi con rispetto anche nella condizione di arresto. Ha condotto a riflettere sulle condizioni di chi è più fragile ed è messo in custodia di altre mani, delle istituzioni sociali e statali, nelle situazioni di infermità fisica o mentale e nell’esperienza di chi è ristretto nelle carceri. Abbiamo visto le riprese di attacchi condotti dalla polizia su ordine di responsabili a livelli superiori con manganellate contro un corteo di lavoratori, a dimostrazione di un disprezzo verso chi difende la fondamentale dignità del lavoro a fronte di un predominio di un mercato sempre più dominato dalla finanza. Abbiamo anche visto le immagini di profughi provenienti stremati dall’Africa lasciati senza soccorsi per ore sulle coste spagnole a motivo del sospetto che fossero portatori del contagio del virus Ebola, e poi portati via ammassati su di un camion della spazzatura. Segno evocativo di un modo di trattare esseri umani, corpi affaticati e spossati, come spazzatura e come scarti. Ogni atto che sfigura il corpo umano e lo rende assoggettato, asservito, disprezzato, ogni atteggiamento che non riconosce la persona, soprattutto quella inerme e più fragile, come depositaria di una dignità unica, è attentato alla presenza di Dio. Tempio è il corpo di ogni persona. L’autentico tempio in cui oggi incontrare il Dio di Gesù Cristo è il corpo di coloro che sono vittime e crocifissi. Nel mondo dominato dalla logica del mercato che pone il profitto come primo orizzonte che dà senso alla vita la provocazione a pensare il senso del tempio fuori dai confini e oltre ogni tempio, nel respiro della terra, nella vita, nei corpi, nelle relazioni, è motivo di profonda riflessione e di nuovi orientamenti.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo