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VIII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_3183Sir 27,4-7; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45

La pagina del Siracide è una perla preziosa di un libro che ha come scopo insegnare l’arte del vivere, la sapienza quale via per attuare la Torah, per cercare di partecipare all’opera creatrice di Dio, attuando creatività ad immagine del creatore, facendo della propria esistenza un’opera bella.

La vita stessa è opera d’arte. E’ nascosta nel cuore delle cose e dei gesti del vivere. Come i grandi scultori affermavano di aver scoperto le loro opere racchiuse già nel blocco di pietra a cui con lo scalpello davano progressivamente forma così c’è una Parola di Dio da ascoltare al cuore dell’esistenza umana.

L’invito a coltivare la sapienza come scienza pratica di vita è il messaggio centrale di questo libro probabilmente scritto in ebraico verso il 190 a.C. da un tal Sirach poi tradotto in greco ad Alessandria in Egitto dal suo figlio Ben Sirach (il figlio di Sirach) che fu anche animatore di una scuola di sapienza – da cui il nome Siracide.

L’esperienza del vivere, la vita nelle sue pieghe ordinarie è luogo di esperienza di Dio. In tal senso nella vita si può lasciare spazio alla Parola di Dio se si fa attenzione alle parole e ai gesti umani.

“Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute ne appaiono i difetti”

L’immagine del setaccio è utilizzata per esprimere quanto avviene in una ricerca comune. Aprirsi a porre in discussione le proprie idee con altri è atto coraggioso e di apertura mentale. E’ scuotimento che genera il cadere di quanto non serve o si rivela erroneo. Nel confronto e nello scambio di parole con l’altro emergono i limiti, le incongruenze, gli errori stessi del proprio modo di ragionare. Si scopre una verità più grande di quella che si pensava di avere intravisto e ci si apre ad una verità che ci raggiunge in modi inattesi proprio nell’incontro. Lo scambio della parola, la discussione è setaccio che lascia cadere quanto è inutile ed indica l’attitudine di chi ricerca l’essenziale. Sta qui uno dei tratti del profilo del saggio.

“I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo”

Un vaso ben plasmato viene messo al fuoco rimane integro e l’argilla non si spacca, se invece vi sono difetti nell’impasto il fuoco genera fessure fino a spaccare il vaso. Questa immagine della vita artigianale indica i percorsi del ragionamento dell’uomo. Quando si confronta con altri, nello scambio di parole emerge se vi è una autentica ricerca di verità oppure se si tratta di un discorrere senza basi e che quindi si spacca e si fende come un vaso posto nel fuoco. Solamente nel rapporto con gli altri ci può essere la ricerca di una verità più grande oltre i frammenti che ciascuno riesce a cogliere.

Così il Siracide evoca l’impegno del saggio che si mantiene in discussione, che non pretende di essere arrivato e si espone al vaglio di un confronto da cui può emergere anche il difetto del suo ragionare e la parzialità del suo punto di vista. Il rapporto con Dio passa attraverso la parola e l’incontro con gli altri. E proprio in questo lasciarsi vagliare insegue la Parola di Dio che non viene meno. Il profilo del saggio è quello di chi ha una mente aperta e un cuore disponibile. Le sue parole, appaiono così come i frutti di un albero che maturano in rapporto ad una vita nascosta della pianta. Il centro della vita del saggio è un cuore coltivato nel bene, abituato a mantenersi in ricerca, disposto all’incontro. Le parole cattive sono il frutto di un cuore malato, che è stato intaccato dalla stoltezza: “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore”.

Questi pochi versetti del Siracide aiutano a riflettere oggi sul rapporto tra la Parola di Dio e le nostre parole, sul raggiungerci di Dio nella concretezza degli incontri e delle ricerche della vita.

«Voglio indicarvi il modo migliore per insegnare la Torah. Bisogna non sentire più affatto se stessi, non essere niente di più di un orecchio che ascolta ciò che il mondo della Torah dice in lui. Ma non appena si cominciano a sentire le proprie parole, si cessi» Così Martin Buber nei suoi Racconti dei Chassidim.

Tale via di saggezza è quella ricordata da Gesù che nel suo insegnamento utilizza il modo di parlare le brevi sentenze della sapienza di Israele: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è da più del maestro; ma ognuno che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. Gesù mette in guardia dall’essere guide cieche, presuntuose e incapaci di avere occhi aperti per camminare insieme agli altri. Richiama anche ad un discepolato che è rapporto di discepolo e maestro, ma va oltre il modo di pensare il discepolato dei rabbini: seguire lui infatti è cammino che non fa compiere illusorie carriere – si rimarrà infatti sempre discepoli, al seguito, dietro di lui – ed è chiamata a porre i passi dove lui i ha posti, assumendo lo stile della sua vita.

Alessandro Cortesi op

La Parabola-dei-ciechi

Pieter Bruegel il vecchio, La parabola dei ciechi – 1568 ca.

Guide cieche

Lo scandalo degli abusi sessuali nei confronti di minori all’interno della chiesa è emerso negli ultimi anni manifestandosi nella sua gravità ed anche nelle sue proporzioni sconvolgenti. In alcuni paesi del mondo esso è stato oggetto di importanti inchieste giornalistiche (cfr. il film Il caso Spotlight del 2015 che riprende le vicende dell’inchiesta del The Boston Globe agli inizi degli anni 2000 sull’arcivescovo Bernard Law accusato di aver coperto molti casi di pedofilia nella diocesi di Boston) e di procedimenti giudiziari come in Stati Uniti, Australia, Irlanda con proporzioni tali da minare profondamente la fiducia e da interrogare sulla credibilità della Chiesa.

Nel mese di febbraio a Roma papa Francesco ha riunito un incontro mondiale sulla “Protezione dei minori nella Chiesa” riunendo i presidenti di tutte le conferenze episcopali, patriarchi e superiori degli ordini religiosi per prendere consapevolezza del fenomeno ed iniziare ad affrontarlo in termini chiari di contrasto.

Una convocazione come quella voluta da Francesco per la chiesa cattolica nella sua dimensione mondiale esprime la profondità della crisi in atto. Esige infatti non solo una presa di consapevolezza del male che è stato perpetrato e dei reati. Richiede un ascolto nuovo della sofferenza delle vittime spesso emarginate o addirittura colpevolizzate, e spinge ad un ripensamento che coinvolge la teologia stessa, il modo di concepire i ruoli ministeriali nella chiesa.

Come ha detto il cardinale Marx nel suo intervento gli abusi sessuali nei confronti di bambini e giovani sono dovuti all’abuso di potere: “L’amministrazione ecclesiastica non ha compiuto la missione della Chiesa, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. I procedimenti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati. I diritti delle vittime sono stati calpestati». Il suo riferimento era come ha notificato in conferenza stampa alla situazioni delle diocesi tedesche ma ha affermato che «la Germania non è un caso isolato».

Durante il summit vaticano sono state innanzitutto ascoltate toccanti e drammatiche testimonianze di vittime. Tra di esse quella di una donna che ha ricordato di essere stata abusata da bambina: «Da allora io che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata non sono più esistita (…) restano incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui lui bloccava me bambina con una forza sovrumana, io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse (…) Dobbiamo trovare il coraggio di parlare e denunciare, pur sapendo che rischiamo di non essere credute o di dover vedere che l’abusatore se la cava con una piccola pena (…) non può e non deve essere più così». (testimonianza di una vittima)

E’ emersa così una posizione che individua nel clericalismo e nel potere la radice degli abusi. E’ la posizione questa di papa Francesco che nell’omelia della Messa del 24 febbraio ha detto: “Gli abusi – ha continuato – “sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità dell’indifeso abusato che permette la manipolazione della sua coscienza e della sua fragilità psicologica e fisica”.

Ma non si tratta solamente di una questione di gestione di un fenomeno criminale. Gli abusi sono – come osserva lo storico della chiesa Massimo Faggioli (Un summit necessario in Huffingron Post del 24.02.2019) – “anche una questione teologica: dalla teologia dei sacramenti (specialmente l’ordinazione al sacerdozio) alle concezioni di chiesa, dal ruolo della donna nella chiesa al magistero sulla morale sessuale. La questione più complicata riguarda le riforme strutturali richieste dalla diagnosi sul fenomeno, al cui centro c’è una pratica di chiesa clericale in cui il sacerdozio e l’episcopato spesso ancora significano onori ma senza le responsabilità che ne derivano”.

Tra gli interventi in particolare vi sono stati alcune voci di donne che hanno scosso in modi diversi l’assemblea. Suor Veronica Openibo, superiora generale nigeriana, membro del Comitato direttivo dell’Unione internazionale delle Superiore generali, ha toccato un punto molto rilevante nel suo intervento quando ha denunciato il fatto che in molte chiese si pensa ancora che questo problema non esista e sia relegato ad ambiti lontani.

“Con cuore pesante e triste, penso a tutte le atrocità che abbiamo commesso come membri della Chiesa: e sto parlando di “noi”, non di “loro”, ma di “noi”. Le Costituzioni della mia congregazione mi ricordano: “In Cristo ci uniamo all’intera umanità, specialmente ai poveri e ai sofferenti. Accettiamo la nostra parte di responsabilità per il peccato del mondo e quindi viviamo perché il suo amore possa prevalere” (SHCJ, Costituzioni, n. 6). Penso che ciascuno di noi debba riconoscere che sono la nostra mediocrità, ipocrisia e compiacenza ad averci condotto in questo luogo vergognoso e scandaloso in cui ci ritroviamo come Chiesa. Ci soffermiamo a pregare: Signore, abbi misericordia di noi!” (…) Quindi, non nascondiamo più simili  fatti per paura di sbagliare. Troppo spesso vogliamo stare tranquilli finché la tempesta non si è placata! Quella tempesta non passerà. È in gioco la nostra credibilità come Chiesa. Penso che Gesù ci abbia detto, e ci dà questa forte affermazione: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Marco 9, 42). Quindi, miei cari fratelli e sorelle, dobbiamo affrontare il problema e cercare la guarigione per le vittime di abusi”.

Nella medesima giornata dei lavori il 23 febbraio u.s. vi è stato l’intervento di una giornalista messicana Valentina Alazraki che nelle sue inchieste ha seguito nella sua interezza la vicenda sconvolgente di Marcial Maciel, il fondatore messicano dei Legionari di Cristo, per alcuni una mente malata per altri un genio del male ponendo l’accento sul fatto che “alla base di quello scandalo, che tanto male ha fatto a migliaia di persone, fino a macchiare la memoria di un uomo che oggi è santo, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, c’è stata una comunicazione malata”. Con la dirittura e la chiarezza del suo parlare ha lasciato sospesa una domanda all’interno di una assemblea di vescovi e cardinali:

“Ad un primo sguardo, c’è poco in comune tra voi ed io, voi, vescovi e cardinali, e me, una donna laica, senza incarichi nella Chiesa, e per di più giornalista; suppongo questo non aiuti. (…) Dubito che qualcuno in quest’aula non pensi che la Chiesa sia, prima di tutto, madre. Molti di noi qui presenti abbiamo o abbiamo avuto un fratello o una sorella. Ricordiamo che le nostre madri, pur amandoci tutti allo stesso modo, si dedicavano specialmente ai figli più fragili, più deboli, a quelli che magari non sapevano procedere con le proprie gambe nella vita e avevano bisogno di una piccola spinta. Per una madre non ci sono figli di prima o seconda classe: ci sono figli più forti e figli più vulnerabili.

(…) di fronte a condotte delittuose come gli abusi su minori, pensate che un’istituzione come la Chiesa, per essere fedele a se stessa, abbia un’altra via se non quella di denunciare questo crimine? Che abbia un’altra via se non quella di stare dalla parte della vittima e non del carnefice? Chi è il figlio più debole, più vulnerabile? Il sacerdote che ha abusato, il vescovo che ha abusato e coperto, o la vittima? Siate certi che i giornalisti, le mamme le famiglie e l’intera società, per noi, gli abusi sui minori sono uno dei principali motivi di angoscia. Ci preoccupa l’abuso sui minori per ciò che comporta: la distruzione delle famiglie. Riteniamo tali abusi come uno dei crimini più abominevoli. Chiedetevi: siete nemici di quanti commettono abusi o li coprono tanto quanto lo siamo noi, le mamme, le famiglie, la società civile?  Noi abbiamo scelto da quale parte stare. Voi, lo avete fatto davvero, o solo a parole?

(…) Credo che dovreste prendere coscienza che quanto più coprirete, quanto più farete come gli struzzi, quanto meno informerete i mass media e, quindi, i fedeli e l’opinione pubblica, tanto più grande sarà lo scandalo. Se qualcuno ha un tumore, non si curerà nascondendolo ai propri familiari o amici, non sarà il silenzio a farlo guarire, saranno le cure più indicate a evitare alla fine le metastasi e a portare alla guarigione. Comunicare è un dovere fondamentale, perché, se non lo fate, diventate automaticamente complici degli abusatori. (…) I fedeli non perdonano la mancanza di trasparenza, perché è una nuova violenza, è una nuova violenza verso le vittime. Chi non informa, incoraggia un clima di sospetto e di sfiducia e provoca rabbia, e ’odio verso l’istituzione”.

Papa Francesco nell’omelia della messa del 24 febbraio ha detto: “L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso”. Ed ha poi menzionato l’impegno a seguire le “Best Practices” formulate, sotto la guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, da un gruppo di dieci agenzie internazionali che ha sviluppato e approvato un pacchetto di misure chiamato INSPIRE, cioè sette strategie per porre fine alla violenza contro i bambini.

Ma anzitutto ha richiamato ad un cambiamento di mentalità per porre al primo posto l’ascolto, la cura, il sostegno e  l’accompagnamento delle vittime rispetto alla salvaguardia dell’istituzione: “Occorre dunque cambiare mentalità per combattere l’atteggiamento difensivo-reattivo a salvaguardia dell’Istituzione, a beneficio di una ricerca sincera e decisa del bene della comunità, dando priorità alle vittime di abusi in tutti i sensi”.

E così si è espresso all’Angelus di domenica 24 febbraio: “il problema degli abusi sessuali nei confronti di minori da parte di membri del clero ha suscitato da tempo grave scandalo nella Chiesa e nell’opinione pubblica, sia per le drammatiche sofferenze delle vittime, sia per la ingiustificabile disattenzione nei loro confronti e la copertura dei colpevoli da parte di persone responsabili nella Chiesa. Poiché è un problema diffuso in ogni Continente, ho voluto che lo affrontassimo insieme, in modo corresponsabile e collegiale, noi Pastori delle Comunità cattoliche in tutto il mondo. Abbiamo ascoltato la voce delle vittime, abbiamo pregato e chiesto perdono a Dio e alle persone offese, abbiamo preso coscienza delle nostre responsabilità, del nostro dovere di fare giustizia nella verità, di rifiutare radicalmente ogni forma di abuso di potere, di coscienza e sessuale. Vogliamo che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni ad essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù”.

«Non crediamo che solo perché abbiamo iniziato a scambiare qualcosa tra di noi, tutte le difficoltà siano eliminate», ha detto il vescovo ghanese Philip Naameh sabato 22 febbraio durante la celebrazione penitenziale di confessione delle colpe. E’ solo un inizio di un cammino che richiede cambiamenti profondi e radicali.

Alessandro Cortesi op

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XXIII domenica – tempo ordinario B – 2015

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L’aprirsi degli occhi di un cieco, le orecchie di un sordo che si schiudono, il saltare di gioia di uno zoppo, l’urlo dalla lingua di un muto: sono situazioni impensabili, capovolgimenti, interruzioni di esperienze di limite e dolore. Sono immagini di liberazione, di superamento di qualcosa che rinchiude. E’ scioglimento di quanto era legato, apertura a possibilità impensata di relazioni, inizio nuovo di vita. Da qui la possibilità di un’esperienza fatta di vedere, ascoltare, di voci e gesti, tessuta di gioia. Sono figure che indicano un tempo, un mondo nuovi, dove è posto un termine a condizioni di male e ad ogni sofferenza subita. Non è solo superamento del limite, ma anche fine dell’emarginazione a cui sordi, ciechi e zoppi, tutti i menomati, i feriti, tutti coloro che nella vita recano il peso di qualche handicap, sono costretti quali vittime. Sono immagini per indicare l’esito di un’azione di Dio che irrompe e fa sorgere l’inatteso e l’inimmaginabile.

La natura tutta è trasformata, il deserto si trasformerà in giardino, il suolo arido si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. Certamente questo testo può essere guardato come una grande illusione, una magnifica proiezione di un mondo alternativo pensato e sognato per fuggire il reale. Il sogno di un mondo diverso per chiudere gli occhi di fronte al dramma del presente, di fronte allo scandalo del male. La presentazione di una utopia immaginaria per dimenticare il peso della sofferenza. Per Isaia non è illusione delineata per negare la durezza e il male, ma è parola che parla di Dio, del suo stare contro ogni realtà che piega e fa soffrire. E’ parola su Dio e per questo diventa parola che indica un orizzonte di speranza radicato nella memoria di un incontro e di una promessa che viene da Dio. Tutte le immagini sono riferite ad un’attesa: verrà qualcuno, il Signore stesso di fronte al male non lascia soli i suoi figli e non dimentica: ‘egli viene a salvarvi’.

Le parole di Isaia sono invito a scorgere le tracce di una presenza pur nella consapevolezza del dramma del presente. Il Signore visita e apre il vero senso alla vita come gioia dell’incontro lottando contro tutto ciò che è male. Tutte le immagini indicate esprimono una salvezza posta non solo in un futuro da attendere ma in un venire già in atto nella presenza del Dio che libera e salva. E’ pagina che ricorda lo stile di Dio: nella storia di Israele è colui che si è fatto vicino, è venuto. Così verrà, ma è anche colui che continuamente viene. E’ una parola che incoraggia nell’attesa: Dio in questa storia agisce come liberatore, è presente in tutte le scelte che aprono e liberano, e sarà lui infine ad aprire il senso più profondo di questa storia e cambierà ogni lutto in gioia. E’ un invito rivolto agli smarriti di cuore. Il senso della storia diviene annuncio di lotta per operare per ogni genere di liberazione, per sanare, per guarire e aprire a comunicare nel presente. Isaia rinvia ad un futuro ma questo futuro coinvolge già il presente e sta in rapporto con la memoria del chinarsi di Dio nel liberare Israele.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù che agisce: il suo profilo è quello del profeta che si oppone radicalmente al male. Gesù incontra malati e persone che vivono il peso di handicap e chiusure. Sono molteplici gli incontri di Gesù che si lascia toccare dal male che opprime uomini e donne. Non si rapporta a loro come il terapeuta di fronte a casi clinico, ma nell’incontro scorge un volto unico, una storia con attese e domande, anche inespresse, desideri e sofferenze nascoste. Entra in relazione e apre a comunicare: è una relazione concreta fatta di contatto, di sguardo, di parole. Nel suo agire si dimostra guaritore ferito, sensibile a lasciarsi toccare dalla fatica e dal dolore di chi gli sta di fronte. Ascolta e agisce come chi, con la sua sola presenza, nel suo stare accanto rende visibile nel suo agire il volto di Dio che vuole il bene, che è pura positività e si oppone ad ogni male: libera, apre futuro, scioglie ciò che è tenuto legato, a partire dalle esigenze di vita. La sua passione è che le persone possano vivere una vita piena.

Marco legge il gesto di guarigione di un sordomuto come momento in cui si fa manifesto un tratto dell’identità di Gesù, e si attua un compimento delle promesse dei profeti sul messia: un messia che assume la vulnerabilità e vi entra, e se ne fa partecipe. Egli stesso, nell’incontro con chi è ferito, viene cambiato, toccato e ferito. Nel toccare viene toccato e prende su di sé quella storia.

L’incontro tra Gesù e il sordomuto avviene in una regione a Nord della Galilea, un territorio pagano: i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per ‘le pecore perdute della casa d’Israele’, ma si aprono oltre i confini. Gesù non opera una magia e nel racconto vi è insistenza tuttavia su alcuni gesti concreti: Gesù tocca le orecchie del sordomuto con le sue dita, poi con la saliva gli tocca la lingua, guarda al cielo. Marco sottolinea poi che emise un sospiro, quasi un gemito che sorga dalla compassione: “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”. Il suo desiderio è che la vita di ognuno possa aprirsi: è un’apertura del cuore, di tutte le dimensioni della persona.

Per quel sordomuto, chiuso nel suo limite, incapace di comunicare e di dire la sua sofferenza, l’incontro con Gesù apre a poter entrare in relazione in modi nuovi: si apre una via per divenire se stesso. La salvezza donata passa attraverso e si rende presente nella risposta alle domande di una vita buona e dignitosa e si attua a cominciare dalla risposta alle attese di liberazione. Passa per un coinvolgimento che investe la corporeità. Gesù compie i gesti della guarigione in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo.

Traspare così qualcosa dell’identità di Gesù, visto come il messia, colui che fa udire i sordi e parlare i muti ed inaugura il tempo nuovo sognato da Isaia. Ma ci parla anche dell’identità del discepolo di Gesù, di chi si mette a seguirlo: il compimento di tale seguire sta nell’ascolto, di Dio e degli altri e sta nel comunicare, nel passare dalla chiusura del silenzio e della separazione all’apertura che è via di incontro e comunione.

DSCN1135Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo anche oggi un tempo di smarrimento, di incapacità di ascoltare e vedere. Le parole di Isaia ci invitano a ritornare a ripercorrere i passi dell’esodo, l’esperienza dello scoprire la vicinanza del Dio che viene e fa nuove le cose, e la promessa che la nostra storia è orientata ad un incontro con il Dio della vita. Un’immagine in questi giorni si è imposta ad occhi che non vogliono vedere ad orecchie chiuse: è l’immagine di un bambino, scivolato dalle mani dei genitori nella traversata del mare tra la Turchia e la Grecia verso l’isola di Kos in uno dei viaggi di fuga e speranza. Veniva da Kobane città devastata e segnata dalla guerra in Siria. Un’immagine sconvolgente perché piena di normalità: le scarpine ai piedi, i vestiti in ordine. Ma anche sconvolgente perché interroga la normalità di chi non si lascia toccare, non vede e non ascolta il grido delle vittime oggi. Dietro a quell’immagine sta la tragedia di milioni di persone che chiedono di essere viste e ascoltate da tutti noi. E’ denuncia dell’indifferenza ed è richiamo alla responsabilità che Dio ci affida per una storia in cui ogni vita possa aprirsi. Dietro a quel volto senza vita sta la domanda di tanti che chiedono aiuto, attenzione, solidarietà, scelte concrete per dare possibilità di fuggire da guerre e miseria. Interrogarsi su cosa significa salvezza per noi oggi può trovare vie di risposta solo a partire dalle vittime: extra victimas nulla salus.

L’aprirsi di un sordomuto alla parola e all’ascolto è un esempio del cammino di divenire persone: crescere in umanità è scoprire la relazione, imparare a comunicare, divenire capaci di ascolto e di rivolgere una parola che dia spazio alle parole degli altri e crei ponti. Divenire capaci di parole dell’amore è ciò che fa fiorire la vita. E’ tempo di inizio di scuola, tempo di ripresa delle attività: c’è un cammino educativo presente nella vita che non ha stagioni e non è mai concluso. E’ il cammino di una apertura ad uscire da quell’essere centrati su di sé e chiusi che oggi segna in modo pesante la vita. La sfida dell’educare oggi in ogni ambiente, con giovani e anziani è quella di una apertura a scoprire quanto ci lega agli altri e alla promessa di Dio, una promessa di relazione e comunione.

Aprirsi all’ascolto di Dio e degli altri implica una concretezza di scelte: la lettera di Giacomo provoca a mettere al primo posto coloro che nella vita non ce la fanno, tutti coloro che vivono in forme diverse chiusure e sordità. Tale incontro provoca a scoprire la vulnerabilità di ognuno e cogliere come proprio nella povertà riconosciuta si apre la possibilità della condivisione e della comunione che è il senso profondo della salvezza. Il mondo nuovo che i gesti di Gesù hanno indicato cresce nei piccoli gesti e nelle scelte del nostro quotidiano.

Alessandro Cortesi op

Dedicazione della Basilica Lateranense – 2014

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Ez 47,1-12; Sal 45; 1Cor 3,9-17; Gv 2,13-22

La visione di Ezechiele parla del significato della costruzione del tempio di Gerusalemme in un’epoca in cui il tempio distrutto dopo l’esilio veniva poco alla volta ricostruito. L’immagine del tempio è legata all’altra grande immagine dell’acqua portatrice di vita e fecondità che sgorga dal suo interno e dilaga al di fuori. Il tempio è così letto come luogo di presenza di Dio, sorgente di fecondità. Da lì fuoriesce l’acqua che non può essere trattenuta entro i limiti della costruzione e abbonda in modo sorprendente espandendosi progressivamente. L’acqua che sgorga verso oriente è grande simbolo dell’abbondanza di una vita comunicata ad ogni creatura.rinvio alla creazione stessa quale tempio vivente, spazio di vita che racchiude la presenza di Dio. Tempio della gloria di Dio è quindi il creato, luogo della vita, dove scorre un’acqua portatrice di forza e guarigione. E’ forza che risana, ed è anche simbolo di una presenza. Il Dio del creato non solo è all’origine di tutte le cose ma è Dio presente nella creazione, che permea con la sua presenza dal di dentro ogni realtà. Con il suo respiro di vita donata, con lo spirito e l’energia vitale posta nelle realtà uscite dalle sue mani, Dio stesso attua una presenza non dall’esterno, ma dal di dentro. Il tempio di Gerusalemme è simbolo della presenza di Dio e del suo spirito in mezzo al suo popolo, una presenza di dono, come sorgente da cui sgorga energia di vita, grazia in abbondanza.

“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere’. Gli dissero allora i giudei: ‘questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ma egli parlava del tempio del suo corpo”. Il IV vangelo colloca il gesto provocatorio di Gesù di scacciare dal tempio i venditori insieme agli animali proprio ai primi capitoli nel contesto di una polemica di coloro che guardavano alle grandi opere di iniziativa di Erode il grande. Gesù pone un gesto di rottura presentato come un segno profetico, che costtuisce una protesta di fronte al luogo del tempio divenuto mercato e racchiude un annuncio sulla vita stessa di Gesù, sulla sua identità.

Non è solamente richiamo a non scambiare le cose di Dio con gli affari umani e a non fare della casa di preghiera un luogo di mercato. C’è infatti qualcosa di più profondo: Gesù accompagna il gesto con una parola. Parla della distruzione del tempio ma anche del ‘sorgere nuovo’ di un altro tempio. Tutti pensano alla distruzione e all’impossibile ricostruzione di un edificio di pietre, imponente e grandioso. Gesù invece ‘parlava del suo corpo’. L’annuncio profetico è critica radicale rivolta ad ogni genere di tempio che pretende di racchiudere la presenza di Dio e rende il rapporto con Dio una questione di potere religioso che s’incrocia e si mescola con altri poteri. E’ contestazione del modo di intendere la fede come istituzione religiosa che assume la medesima logica dei poteri mondani assoggettandosi al dominio del denaro e ad un modo di intendere la vita come mercato.

Con questo gesto Gesù annuncia che l’autentico tempio, il luogo dell’incontro con Dio, è il suo ‘corpo’. La sua umanità, i suoi gesti, il suo morire sono lo spazio nuovo in cui incontrare il Padre. L’umanità vivente il suo condividere l’intera esperienza umana è lugoo dell’incontro con Dio. Nessun tempio umano, nessuna basilica o costruzione, e nessuna istituzione stabilita su un qualsiasi potere può sostituire il tempio che è il corpo di Gesù: il ‘tempio’ autentico è il suo corpo e l’incontro con Dio si compirà non su uno o un altro tempio ma nella apertura a riconoscere il corpo di Gesù nel corpo di tutti i crocifissi con cui Gesù stesso si identifica.

“Secondo la grazia che mi è stata data, come un architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. Paolo rivolge queste parole alla comunità di Corinto. Diversi predicatori con fascino carismatico e riscontrando successo e seguito rivendicavano un’autorità particolare sulla comunità e venivano riconosciuti da diverse fazioni tra loro in conflitto. Paolo scorge in questo un venir meno a qulacosa di essenziale dell’esperienza di fede. Intende così ricondurre alla grande domanda sul fondamento. Qual è il fondamento di ogni costruzione, ma anche il fondamento di quella costruzione che è una comunità? Per quale ragione esiste una chiesa, quale il motivo che sta al fondo dell’esperienza di una comunità? Paolo indica l’importanza di recuperare il riferimento essenziale a Gesù. Così ricorda il centro della fede: l’unico fondamento è Cristo. Invita a tornare e a lui e fare di lui il criterio delle scelte e della vita. Un ritorno all’essenziale, una provocazione a non perdersi e a non confondere il fondamento con chi ha costruito sopra o ha portato il suo contributo nella crescita della comunità stessa. E l’edificio diviene metafora per la vita della chiesa come comunione vivente: si tratta di un edificio non di pietre ma di persone ciamate ad edificarsi in modo reciproco. La vita della fede viene così descritta come un’esperienza segnata da dinamismo, come edificio che viene poco alla volta costruito ed ha bisgono di mantenimento e di restauro. E’ un edificare nella rete di relazioni reciproche e molteplice. Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che ‘lo Spirito abita in voi’. L’esperienza della chiesa è quella di un cantiere sempre aperto, un edificio in costruzione: lo Spirito è al cuore di comunità in cui tutti sono chiamati ad essere protagonisti e responsabili insieme. In cammino sull’unico fondamento di Cristo crocifisso.

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Alcune riflessioni per l’oggi.

L’acqua che sgorga dal tempio nella visione di Ezechiele e che porta energia e vita apre a considerare la forza di vita proveniente da Dio. Il fluire di quest’acqua non rimane chiuso, regimato entro argini fissati, e non può nemmeno essere contenuto all’interno della costruzione del tempio, ma tende ad uscire, porta fecondità oltre ogni confine, al di fuori del tempio. La natura stessa, ogni suo elemento della vita animale e vegetale, gli alberi nella loro diversità e nei frutti sono toccati dalla forza vivificante di quest’acqua. Tempio è quindi la terra, la creazione stessa e tutto ciò che le appartiene, e in questo tempio è da riscoprire il senso nascosto della presenza di Dio che si rende vicino nel respiro della creazione.

Il richiamo di Paolo è rivolto a recuperare l’unico fondamento su cui si costruisce la comunità. Tempio è quindi anche la comunità, quel tempio vivente che è la compresenza di tutti coloro che si ritrovano in Cristo. Paolo pone la domanda di fondo: su che cosa si costruisce la vita delle comunità? Su quale tipo di fondamenti? Su quali criteri si edifica? E’ anche richiamo a quell’arte di edificare la comunità che non tocca solamente gli aspetti istituzionali della chiesa, ma tutte le forme di vita comune che sorgono nelle case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di attività, in tutti gli spazi umani di relazione. Oggi viviamo la difficoltà a vivere una dimensione relazionale che non sia relegata all’ambito virtuale – quel modo di relazionarsi che genera la solitudine del cittadino globale – e senza effettivo coinvolgimento in relazioni significative. Costruire comunità è opera quotidiana, faticosa uscita dai bastioni di difesa di individualità impaurite o aggressive, tessitura faticosa di percorsi di relazioni che lascino spazio a quella presenza di Dio che passa e si rende presente nel dialogo e nell’incontro.

“Il tempio di Dio siete voi”: Paolo richiama ad una ulteriore dimensione del ‘tempio’. Tempio è la persona umana, il corpo stesso nel suo significato di sede di relazione con altri. Alcuni riferimenti della cronaca recente possono essere collegati a questo invito. Abbiamo potuto vedere ancora in questi giorni le foto di un corpo martoriato di un giovane, Stefano Cucchi, che dopo l’arresto causato dal suo essere caduto nel vortice della tossicodipendenza, ha subito botte e torture. E’ stato malmenato, costretto alla fame, e condotto alla morte mentre era affidato nelle mani della polizia penitenziaria, di medici e infermieri in carcere. Il fatto che in sede gudiziaria non sia stata appurata alcuna responsabilità per questa uccisione ha suscitato l’indignazione e la reazione di fronte all’incapacità di riconoscere responsabilità di tali violenze e violazioni del diritto fondamentale alla dignità umana, del diritto ad essere custoditi con rispetto anche nella condizione di arresto. Ha condotto a riflettere sulle condizioni di chi è più fragile ed è messo in custodia di altre mani, delle istituzioni sociali e statali, nelle situazioni di infermità fisica o mentale e nell’esperienza di chi è ristretto nelle carceri. Abbiamo visto le riprese di attacchi condotti dalla polizia su ordine di responsabili a livelli superiori con manganellate contro un corteo di lavoratori, a dimostrazione di un disprezzo verso chi difende la fondamentale dignità del lavoro a fronte di un predominio di un mercato sempre più dominato dalla finanza. Abbiamo anche visto le immagini di profughi provenienti stremati dall’Africa lasciati senza soccorsi per ore sulle coste spagnole a motivo del sospetto che fossero portatori del contagio del virus Ebola, e poi portati via ammassati su di un camion della spazzatura. Segno evocativo di un modo di trattare esseri umani, corpi affaticati e spossati, come spazzatura e come scarti. Ogni atto che sfigura il corpo umano e lo rende assoggettato, asservito, disprezzato, ogni atteggiamento che non riconosce la persona, soprattutto quella inerme e più fragile, come depositaria di una dignità unica, è attentato alla presenza di Dio. Tempio è il corpo di ogni persona. L’autentico tempio in cui oggi incontrare il Dio di Gesù Cristo è il corpo di coloro che sono vittime e crocifissi. Nel mondo dominato dalla logica del mercato che pone il profitto come primo orizzonte che dà senso alla vita la provocazione a pensare il senso del tempio fuori dai confini e oltre ogni tempio, nel respiro della terra, nella vita, nei corpi, nelle relazioni, è motivo di profonda riflessione e di nuovi orientamenti.

Alessandro Cortesi op

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