la parola cresceva

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II domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1689.JPGIs 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

‘Consolate consolate il mio popolo…’. La parola del profeta invita il popolo a sollevarsi e a prepararsi per un ritorno. E’ la fine dell’esilio, della desolazione. Si apre un tempo nuovo, un cammino dai tratti di un secondo esodo. Nel deserto Dio sarà ancora guida e si attuerà un incontro nuovo. Dio è il signore della storia: è vano inseguire altri idoli che si rivelano inconsistenti (Is 41,29). In questo evento di liberazione si apre la comprensione di fede nell’unico Dio signore del creato e della storia: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore delle schiere: Io sono il primo, io sono l’ultimo, oltre a me non c’è nessun altro Dio” (Is 44,6).

Un messaggero annuncia che Dio sta per intervenire e torna a camminare con il suo popolo così come nell’uscita dall’Egitto quando accompagnava gli spostamenti delle tribù di notte e di giorno nella nube e nel fuoco (Es 13,18.21). Si apre ora una ‘via sacra’, diritta come quelle dei templi di Babilonia, nuovo passaggio attraverso il mare. Immagine di liberazione e di novità. Memoria dell’esodo che non deve venir meno e si rinnova in tempi diversi. In essa Dio stesso si fa incontro e il popolo dovrà camminare ancora, con gioia, verso la promessa. ‘Il Signore che viene con potenza’ è il Dio dal volto della tenerezza che raccoglie le pecore madri e guarda gli agnellini. La via del ritorno dall’esilio è cammino di nuovo esodo verso la terra promessa.

All’inizio del suo vangelo Marco: dice subito che Gesù stesso è la bella notizia. L’amore del Padre si fa vicino nei suoi gesti e nelle sue parole. Vangelo è così annuncio di consolazione, e non solo. La bella notizia è un incontro con Gesù, inizio di un cammino per stare dietro a lui, per seguire i suoi passi, su quella strada da lui percorsa.

Nel suo inizio Marco richiama due testi di profeti: annunci del giorno del Signore, e indicazione di un messaggero che prepara la via. Introduce prima di Gesù la figura del Battista. Il suo profilo è descritto come ‘voce’ che prepara una svolta radicale, il giorno del Signore, l’intervento definitivo di Dio. E’ annuncio tutto rivolto ad un altro, ad una presenza vicina: è Gesù il più forte (cfr. Mc 3,22; Lc 11,22) che vince le opere di ‘colui che divide’, e battezza con Spirito Santo. E’ colui che viene a sconfiggere il male e donare lo spirito, dono degli ultimi tempi. Egli ‘viene’ e il Battista lo annuncia con una parola scarna, con lo stile sobrio del profeta del deserto. Al cuore della sua testimonianza sta appello alla conversione.

Sono inviti che si rinnovano: vivere l’incontro con Dio riscoprendo la precarietà e il cammino dell’esodo, ascoltare l’appello dei messaggeri che indicano Gesù come il veniente che lotta contro il male e dona lo spirito. Accogliere la bella notizia di Gesù apre ad un cambiamento della vita.

Alessandro Cortesi op

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Voce nel deserto

Si susseguono, come un gocciolamento da un lavandino rotto, episodi inquietanti di intimidazioni, gesti sguaiati, azioni violente. Sono i tratti di un ritornante fascismo che rispolvera antichi tragici simboli, nega i crimini attuati nella storia, offende la dignità di vittime innocenti di discriminazioni e persecuzione, recupera rituali di gruppo per alimentare arroganza e senso di dominio nella volgarità propria di espressioni e lugubri gesti. Sono le attitudini che si manifestano nelle curve degli stadi, in azioni provocatorie di gruppi e di singoli. Sono i messaggi di razzismo e xenofobia che coagulano nuove aggregazioni alla ricerca di consenso nei quartieri del disagio, nelle aree più degradate, ma anche nelle aree borghesi laddove si diffonde la paura. E la paura è incentivata ad arte da chi ha interesse a sollevare l’allarme sociale. Si rende presente nell’atteggiarsi prepotente, nell’insulto e nello svillaneggiamento, nell’offesa urlata sui social network con pesanti intimidazioni e minacce. Spesso tali manifestazioni vengono minimizzate e addirittura giustificate.

Sta crescendo da tempo in vari paesi europei un diffuso sentimento nutrito di stereotipi, che individua negli stranieri la causa dei mali di società frammentate, che denigra i poveri in quanto colpevoli della condizione di indigenza, che si scaglia contro i deboli, che sostiene forme di esclusione e di scarto scagliandosi contro i più fragili ed afferma in modi nuovi il mito della forza, l’uso della violenza, che riprende gli slogan contro gli ebrei e i rom della retorica nazista oltraggiando simboli e negando i crimini della storia.

Parole e gesti sono usati per intimidire, per impedire a giornalisti di compiere il loro lavoro, per scoraggiare chi è impegnato sul piano dell’accoglienza dei migranti. Anche in Italia si stanno susseguendo episodi in varie città, in situazioni diverse. Assommati gli uni agli altri non costituiscono più momenti isolati e insignificanti, prese di posizione momentanee di esaltati sguaiati. Sono invece da leggere come un sintomo ormai evidente della diffusione di una pericolosa malattia, il ritorno di una attitudine che non è limitata ad un’epoca del passato e chiusa. Il fascismo non è solamente un periodo della storia nazionale dei decenni del potere di Mussolini con i suoi esiti tragici da relegare ai libri di storia: è piuttosto una modalità di intendere i rapporti basata sul dominio, sulla mancanza di rispetto dell’altro, sull’eliminazione della libertà, sul prevalere della forza e dell’arroganza. E’ una malattia i cui germi sono ancora presenti nella nostra società. E il rinascente fascismo si nutre del silenzio di chi non reagisce e vive indifferenza o tacita assuefazione.

Mariapia Veladiano s’interroga con riferimento a fasce sociali, quelle dei più giovani, particolarmente vulnerabili a tale nuovo proselitismo: (Perché i giovani non capiscono la sostanza del fascismo, “La Repubblica” 5 dicembre 2017): “Fascismo è un’esperienza politica, sociale e umana illiberale e violenta. Un problema è che per i ragazzi la sostanza illiberale del fascismo è inimmaginabile. Non tanto perché crescono immersi nelle libertà fondamentali dell’individuo e del cittadino: parlano quando vogliono e di quel che vogliono, si spostano dove li porta il desiderio, si ritrovano, si aggregano e disaggregano. Protestano. Ma soprattutto perché si percepiscono illimitati. Questa libertà di espandersi non conosce il limite dato, ad esempio, dal divieto di turpiloquio, di offesa, di aggressività verbale. Semplicemente dal rispetto dell’altro. È per molti di loro inimmaginabile che tutto non sia assolutamente sempre ovvio nel momento in cui lo pensano buono per se stessi e così è per i loro genitori, per la politica, per la società. E quando un piccolo limite oggettivo si concretizza, come il numero chiuso a scuola o un’assemblea negata per giusto motivo, scatta la rabbia di lesa maestà e la rabbia è buona nemica del pensiero. Quanto alla sostanza violenta del fascismo, anche qui ci si scontra con qualcosa di diffuso che è la profonda accettazione sociale della violenza”.

L’accettazione della violenza costituisce il dato più grave contro cui reagire in modo lucido oggi. In tale propagazione si celano i germi di una malattia che intacca le società nei suoi strati più deboli e in quelli più arroccati sulle proprie sicurezze e si diffonde. A fronte di tutto questo forse è da pensare una reazione in cui la responsabilità diventa impegno sociale. E non solo nelle forme di manifestazioni pubbliche di piazza ma scegliendo con chiarezza l’impegno diffuso e capillare, nei luoghi quotidiani, quelli della scuola, dello sport, del lavoro, e trovando nuovi modi per limitare e annullare quella diffusione che attraversa il mondo della comunicazione virtuale. Mantenere uno sguardo attento a lottare contro il fascismo come attitudine violenta e illiberale è questione che interpella nella capacità di essere testimoni di una buona notizia che narra del sogno di Dio, la possibilità di fioritura di giustizia nei rapporti umani. Voce nel deserto è quella che annuncia la possibilità di scoperta del senso più profondo della vita non nella violenza e nella sopraffazione dei più forti e prepotenti, ma nella capacità di riconoscimento dell’altro e di convivenza nelle differenze. E’ questa una voce da lanciare nel deserto di tante solitudini oggi, per risvegliare sussulti di coscienze che appaiono preda di una nebbia che tutto avvolge e reca con sé violenza e devastazione.

Alessandro Cortesi op

Annunci

Battesimo del Signore – anno C – 2016

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(mosaico – Ravenna – battistero degli ariani)

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ allo stesso modo in cui Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5); dicendo ‘viene uno che è più forte di me’ rievoca anche le espressioni del salmo rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118) ripreso anche da Zaccaria ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’ (Zac 9,9).

I quattro vangeli canonici riportano il battesimo al Giordano di Gesù, momento di svolta per la sua vita, per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita trovano motivazione nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore del popolo e portatore di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace diffusa nell’ambiente d’Israele del I secolo.

Il fatto che Gesù si sia associato a questo gesto di purificazione genera interrogativo e scandalo per la prima comunità. Ma proprio per questo è tanto più importante sostare e coglierne la portata fondamentale nella vita di Gesù. Così viene ricordato sin dalla primitiva predicazione: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Questo gesto agli inizi dell’attività pubblica è letto da Luca come momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Luca non narra il momeno dell’immersione. Aveva poi presentato la discesa dello Spirito, la sua unzione fin dall’annuncio a Maria. Il momento del battesimo è occasione per indicare il volto di Gesù che anticipa la manifestzione sul monte Tabor e sul monte Calvario. Per dire questo utilizza tre elementi: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’”.

Il cielo aperto è metafora di comunicazione fra Dio, il cui luogo è il cielo e la terra. E’ ripresa dell’invocazione del salmo ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba simbolo dello Spirito di Dio effuso sul messia rinvia alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) La colomba era anche in qualche modo segno del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11) e questo rinvia ad un inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina echeggia il salmo 2,7, salmo dedicato al re quando saliva al trono: parla dell’intervento di Dio: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Re e messia erano pensati come figli adottivi di Dio. Così Luca indica in Gesù il Figlio. La voce da cielo cita un testo di Isaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Gesù ha il profilo del servo di Jahwè: in lui si attua la speranza di un messia che rinvia alla promessa a Davide (2Sam 7). Ma Gesù ha tatti del servo, segnato dalla sofferenza che offre se stesso: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri”.

Una voce dal cielo voce torna per tre volte nel vangelo di Luca: al momento del battesimo al Giordano, alla trasfigurazione ed infine al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida: lì Gesù si rivolge a Dio chimandolo ‘padre’, ora all’inizio del suo cammino è chiamato ‘figlio’.

Il Giordano luogo di lontananza da Gerusalemme e dal tempio, luogo del passaggio nel cammino verso la terra diviene il luogo in cui Gesù riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo. Un momento di epifania: così lo legge Luca. Sarà un centurione romano proveniente dal mondo dei pagani a riconoscere sotto la croce che ‘ egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Le acque del Giordano, che non solo attraversano tutta la terra di Palestina dal nord fino al Mar Morto, ma attraversano anche i due Testamenti, sono le acque che si prolungano in quella immersione (battesimo) che costituisce il momento di inizio di un cammino che è di Gesù e insieme a lui anche di coloro che lo seguono.

Alessandro Cortesi op

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Acque

“Si è svegliato e ha sentito delle urla… In quel periodo però ci sono le berte. Le berte di prima mattina stridono… Ma lui aveva uno strano presentimento. Allora si è alzato, è andato a prua, ha preso in mano il timone della barca e si è diretto lentamente verso quelle strane grida. Sentiva le voci, e alcune sembravano umane. Gli sembrava di riconoscere delle parole.

“Appena ha albeggiato, ha visto delle macchie di colore in mare e si è accorto che erano corpi umani. Allora ha dato l’allarme. Sono riusciti a prenderne quarantacinque, poi si è fermato un latro peschereccio. E subito dopo siamo arrivati noi. Per loro era più difficile tirarli su perché avevano le murate alte, mentre io e Onder avevamo una barca da pesca molto più bassa e molto più piccola, di soli cinque metri e venti. Potevamo prenderli dall’acqua con più facilità. Ma non tantissimi, però, se no andavamo a fondo pure noi”.

E’ la testimonianza di Costantino, pescatore, originario della Puglia e trasferitosi a Lampedusa negli anni 70 e lì stabilitosi. E’ riportata nel racconto raccolto da Alessandro Leogrande nel suo libro ‘La frontiera’ (ed. Feltrinelli 2015) un anno dopo la strage di Lampedusa. Fu quello il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013: una barca caricata di migranti all’inverosimile, tutti stipati, proprio di fronte alle coste al largo dell’isola dei conigli, calò a picco per lo spostamento delle persone e la perdita del bilanciamento, mentre divampava un incendio. 368 furono i morti: 360 eritrei e 8 etiopi.

Il racconto ricostruisce il ricordo di quel momento e riporta, a un anno di distanza, parole e gesti degli eritrei sopravvissuti e dei loro compagni, fuggiti alla dittatura implacabile in un paese ridotto ad una caserma sotto un regime di violenza e controllo, tornati a Lampedusa per ricordare: “le onde sono alte, i fulmini cadono vicini alla costa. Il diluvio non scende a gocce, ma a secchiate fredde, sbattute dal vento. Eppure gli eritrei, che hanno cantato per tutta la durata del corteo e che hanno proseguito appena arrivati nei pressi della Porta quando lampi e tuoni si sono intensificati, continuano farlo, come se ci fosse ancora il sole. Rimangono imperturbabili, con i fiori in mano e lo sguardo puntato verso le onde, dentro le loro magliette nere su cui è scritto in bianco ‘Proteggere le persone, non i confini’. Cantano impassibili.”

Il 3 ottobre 2013 è data simbolo di una tragedia immane che è continuata come stillicidio implacabile, nel tempo e fino ad oggi continua in modo drammatico: una tragedia di acqua e di volti. Una schiera senza numero ha trovato nel mare la morte. Una tragedia di caduta e inabissamento nelle acque. Non sono mancate le mani robuste tese a tirare su corpi ritenuti senza vita e che hanno ripreso respiro. Ma sono piccola goccia. E’ la tragedia di questo tempo fatta di speranze e di tristezza, di morte e vita riassunte nel canto e nell’invocazione, nel senso di legame tra chi cammina ancora e chi non c’è più.

“Cantano e pregano per almeno mezz’ora mentre la pioggia picchia a secchiate e il vento diventa gelido… Non ho mai partecipato a niente di così intensamente religioso in tutta la mia vita. Non ho mai percepito, come in questo momento per certi versi assurdo, una tale tensione verso se stessi e gli altri, un tale stringersi intorno a un testo cantato e a delle persone che non ci sono più”.

Battesimo è immersione e uscita dalle acque, simbolo di novità e di rinnovamento. Battesimo è segno di acqua, ad indicare un dono, e la benedizione di Dio sulla vita. Le acque del mare sono divenute oggi luogo di morte e di esclusione. Quelle acque sono un confine di morte o di vita. Lì si possono attuare scelte di morte o di vita per far uscire, ma anche e prima di tutto per uscire dall’immobilità e dall’indifferenza, per vivere in modo diverso. E’ un cambiamento che non si risolve in un rito ma in un modo nuovo di intendere la vita. Capace di sentirsi legata ad altri.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno B – 2014

DSCF5399Is 61,1-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

“Lo Spirito del Signore Dio è su di me… mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati…”. E’ una parola di consolazione quella che caratterizza la prima lettura: il profeta è uomo di Dio, inviato a consolare chi è afflitto, ‘unto’ per portare una bella notizia a coloro che in tanti modi sono prigionieri, spinto ad annunciare che città desolate e in rovina saranno ricostruite. Il vangelo è così bella notizia di liberazione e di consolazione di chi è oppresso.

I capitoli 60-62 di Isaia sono una pagina paradossale: respirano di consolazione e di speranza fino alla gioia di fronte ad una terra desolata. Nello smarrimento che succede all’esilio il profeta allarga lo sguardo, spinge lontano i suoi occhi a scorgere oltre le macerie del presente. Non per una vaga illusione ma per richiamare ad una fede che ritrovi il suo putno di appoggio in Dio. La capacità creativa di Dio apre una novità di vita, una bella notizia impossibile all’uomo, che Dio solo può donare. E’ la visione della storia come cammino in cui è possibile un rapporto nuovo di popoli, in cui l’ingiustizia avrà fine, e vi sarà un rovesciamento dalla desolazione alla gioia. La terra potrà produrre germogli nuovi perché Dio ha il potere di far germogliare cose nuove nella storia. Potrà esserci un cammino condiviso di popoli che riconosceranno l’agire di Dio. Ma questo germoglio è già la parola e l’azione che opera liberazione e cura.

“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. L’invito di Paolo alla comunità di Tessalonica fa riferimento all’immagine dello spegnimento di un lume. Basta un soffio per fare buio, per non lasciare che una luce, benché fioca, illumini la notte. La presenza dello Spirito nella nostra vita è come debole fiamma da custodire. Paolo indica una serie di atteggiamenti che segnano la vita dei credenti: l’attenzione e la responsabilità. E’ cura nel non soffocare l’agire dello Spirito. In tanti modi lo Spirito soffia, con chiamate diverse, nelle situazioni e negli incontri. C’è anche l’invito a lasciare spazio alla profezia, alle parole e testimonianze che riconducono al vangelo.

“Non lo sono… e io ho visto e ho testimoniato…” Giovanni Battista si presenta dicendo chi ‘non è…’: non è preoccupato di se stesso, non afferma una sua identità, appare totalmente disinteressato ad uno sguardo centrato su di sé. E’ invece teso al futuro, pronto a riconoscere la presenza di Gesù come messia. Il suo volto nel IV vangelo ha i tratti del testimone. E’ orientato ad altro, a dare e ad essere testimonianza. La sua vita sta in riferimento a Gesù indicato come ‘uno che non conoscete’ e che pure ‘sta in mezzo a voi’. La sua testimonianza apre cammini per riferirsi a Gesù come colui che non si conosce. E’ una voce che disorienta. Di se stesso Giovanni dice solamente di essere ‘voce’ e richiama l’invito del profeta Isaia: ‘rendete diritta la via del Signore’.

DSCF5387Alcune riflessioni per noi oggi

Restaurare le cità desolate

C’è un filo che lega la missione del profeta e la responsabilità di ognuno che cerca di imparare a credere e vivere fedeltà al vangelo. Missione del profeta non è avere gratificazioni, non è godere di costruzioni già fatte. Piuttosto è quella di annunciare che in una condizione di rovina, lì sta una chiamata ad essere riparatori di brecce, costruttori di case per abitarvi. Viviamo un tempo in cui forte è la percezione di macerie attorno a noi. Macerie di distruzioni causate dalle guerre, dalla violenza e dal disprezzo nei confronti del creato, dall’uso scriteriato delle risorse e dei beni comuni. Ma anche macerie morali e frantumazione sociale che generano senso di delusione e profonda desolazione interiore. C’è un appello alla fede anche nel nostro presente per offrire la nostra disponibilità a Colui che fa nuove tutte le cose. Il senso della gioia – tratto di questa liturgia di metà avvento – sorge dall’essere protesi a scorgere i germogli, a custodire tutto ciò che dice vita anche in situazioni di morte. E tutto ciò senza coltivare la pretesa di vedere i risultati di un lavoro e di un impegno che si basa solo sulla forza dello Spirito.

Dare spazio alla profezia

E’ questo l’invito della pagina di Paolo ai tessalonicesi. Coglierei da un’intervista a don Angelo Casati (‘Avvenire’ del 9 dicembre 2014) il suggerimento ad ascoltare oggi i profeti che sono sia persone di riferimento e guide capaci di indicare futuro di suscitare stupore nuovo, ma sono anche i piccoli ordinari maestri e maestre che possiamo incontrare nella vita quotidiana e che indicano il senso di un cammino.

“Sorriso, stupore: sono questi, oggi, i segni dei tempi? «Mi torna in mente il modo in cui il cardinale Carlo Maria Martini si riferiva al Concilio – risponde Casati –. Eravamo entusiasti, diceva, guardavamo al futuro, parlavamo al mondo. Ecco, è quello che sta accadendo adesso. C’è un’attesa di notizie buone che porta a riconoscere nel Vangelo la vera buona notizia per l’uomo. Questo passa per la figura di Papa Francesco, non c’è dubbio, ma poi travalica, va oltre. Si avverte nella Chiesa, nella società».

Quali sono stati per lei gli incontri più importanti? «Ho avuto molti compagni di strada e ho imparato a capire che ogni persona che mi si accosta può diventare per me pane per il cammino. Perché il cum-panis è colui che divide il pane con noi e che per noi si fa pane, appunto. (…) Il complimento più bello me lo fatto una bambina di neppure dodici anni. Si era sparsa la voce che stavo per lasciare la parrocchia di Lecco e lei mi ha fermato in una delle stradine che guardano sul lago. “Chi mi parlerà sottovoce di Dio?”, mi ha domandato. Ha espresso bene quello che ho sempre tentato di fare: cercare Dio non nella declamazione di una fede recitata, ma in una voce sottile, che sapesse farsi compagna di ciascuno »

Costruire la propria identità…

La costruzione dell’identità è oggi un tema che segna la vita personale e quella sociale. Nei giovani in ricerca di una identità da costruire, negli adulti in cerca di una identità smarrita, in uomini e donne spesso disorientati e senza identità perché senza riconoscimento da parte di alcuno. La domanda sul divenire se stessi, e l’interrogativo su cosa significa una identità collettiva stanno al cuore di percorsi diversi. C’è chi pensa l’identità come un dato stabilito e fissato, immutevole. C’è per contro chi percepisce la propria identità come una storia in cammino, dinamismo e relazione in cui il divenire se stessi è sempre in rapporto all’altro. Sono due grandi orientamenti che conducono a percorsi diversi e opposti nel modo di intendere la vita. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé all’altro – a colui che viene -, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo. Il problema del costruire la propria identità è suggerito come percorso di incontro con il ‘non conosciuto’. Troppo spesso pretendiamo di conoscere e sapere chi siamo, chi è l’altro, chi è Gesù, il messia, chi è Dio, magari solamente per definizioni teoriche o apprese senza un passaggio di esperienza e di coinvolgimento personale. Viviamo anche la pretesa di una chiesa che ama presentarsi come maestra, esperta in umanità, e non sa riconoscersi e scoprirsi povera anche di certezze, capace come Giovanni di dire ‘non sono il Cristo’ e di rinviare a lui come ‘non conosciuto’ che viene. Eugenio Montale nella sua poesia ‘Non chiederci la parola’ indicava un orizzonte profondamente umano: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Riconoscere ciò che non siamo è opera di verità, di decentramento. Aprirsi alla presenza di Gesù Cristo come il ‘non conosciuto’ che pure è ‘in mezzo a voi’, come cuore dell’esperienza umana, diviene possibilità di percorrere sentieri nuovi, di scorgere come lui ci raggiunge in un continuo venire nella storia, negli incontri. Come dice uno dei prefazi dell’avvento: “Ora Tu vieni incontro a noi in ogni uomo, donna e in ogni tempo…”

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 13,43-52; Sal 99; Ap 7,9-17; Gv 10,27-30

Ascoltare la voce, conoscere, seguire. Sono tre verbi al cuore della pagina del vangelo. Gesù parla di se stesso come pastore che conosce le sue pecore. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.

Ma è importante accogliere queste parole di Gesù nel contesto in cui sono poste. Gesù – dice Giovanni poco dopo è nel tempio e sta camminando nel portico di Salomone, in un giorno di festa, la festa della Dedicazione (Gv 10,22-23). Contrappone in modo drastico ladri e briganti a colui che è autentico pastore. Parla di se stesso come di un pastore, che ha tante pecore, anche oltre il suo recinto. “Ed esse ascolteranno la sua voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Gv 10,16). Sono parole che suscitano la reazione dei Giudei (termine che nel IV vangelo viene usato per indicare gli oppositori a Gesù, che non si aprono all’ascolto). Gesù richiede di riconoscere nelle sue opere, nel suo stile un segno del suo essere Figlio, una sola cosa con il Padre. Ma allora ciò significa la rottura di recinti, il richiamo ad un ascolto di Dio che si attua nel seguire Gesù. E il buon pastore è colui che dà la vita per le sue pecore. Questo non è sopportabile per chi è preoccupato di un sistema religioso e non di seguire Gesù sulla via della concretezza della custodia e della cura.

La questione di fondo si accentra sull’ascolto. La voce innanzitutto. Tante voci si affollano attorno a noi ed è importante riconoscere la voce a cui prestare ascolto. Non è cosa scontata: molte sono le voci di ladri e briganti, di chi è solo interessato ad un proprio vantaggio e non accoglie né incontra ma utilizza gli altri. Viviamo nell’esistenza esperienze in cui una voce dice qualcosa di più di un soffio – flatus vocis, soffio che va e si disperde-: Sostare per riconoscere nella confusione una voce familiare, propria, è esperienza che apre il cuore. Nella lontananza ascoltare e riconoscere voci che richiamano alla casa, nel pericolo percepire voci che si avvicinano per offrire soccorso, in un ambiente estraneo improvvisamente udire voci che recano parole comprensibili, voci vicine. La voce è qui molto più che la voce sola. E’ dono di presenza, comunicazione, possibilità di incontro. Lascia tracce profonde nel cuore. Ed è anche esperienza quotidiana il riconoscere nel tono di una voce amica, nelle sue sfumature, i sentimenti che stanno dietro, le ansie o le stanchezze, le speranze o le richieste, il desiderio di comunicazione o la richiesta di aiuto. La voce è sempre voce di qualcuno, di un volto, di una presenza, di un tu che, proprio nella sua voce inconfondibile, si fa appello e getta un ponte. Il suono e il tono di un voce è ben di più di un fenomeno fisico: dice apertura e promessa, possibilità di incontro. La voce di qualcuno non è solo il suo pensiero, la sua parola, ma è esperienza di sensi, possibilità di contatto profondo, intimità e comunicazione di quanto si rivela solo a chi distingue le sfumature di una voce. La voce non è parola fredda ma reca con sé colori unici di sentimento, di moti profondi. La voce, il suo tono, il timbro, l’accentuazione comunicano un’interiorità.

Le voci che occupano le giornate sono tante: nel tempo della sovrabbondanza di voci che si accavallano e non lasciano spazi al silenzio non è facile ascoltare e non è immediato distinguere le parole autentiche, riconoscere le voci importanti.  Colpiti da tante voci, diverse ed anche opposte tra loro ascoltare è arte difficile, che non s’improvvisa. Gesù contrappone diversi tipi di ascolti: nel IV vangelo evoca le pecore che ascoltano la voce mentre attorno opposizione e ostilità stanno crescendo contro di lui. Le voci delle autorità religiose si alzano per ridurre la sua voce al silenzio. E Gesù parla delle pecore che ascoltano la voce del pastore e sanno riconoscere quella voce come indicazione per i loro percorsi. ‘Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono’: forse il suo pensiero andava al gesto dei pastori che dopo aver riunito pecore di diverse greggi in un ovile radunavano le proprie con la voce spingendole verso il pascolo. Riconoscere la voce è per Gesù richiamo a saper distinguere una chiamata che si colloca dentro la propria esistenza, voce dell’unico pastore che ha cura delle pecore che desidera per loro la vita. In Apocalisse (seconda lettura) si parla dell’agnello, immagine di Gesù Cristo morto e risorto, come ‘pastore che guida alle sorgenti della vita’. Gesù evoca l’ascolto della sua voce in contrasto con tante altre voci che pretendono di sovrastare la sua o di sostituirsi. Sono le voci di chi pretende di mettersi al posto di Dio senza rimanere in un ascolto che de-centra e contesta ogni pretesa di potere come dominio e non come servizio.

Ascoltare: è la prima attitudine del credente. Ascolta Israele… Se ascolterete le mie parole… Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta…

Ascolto è rimanere in attesa, è attitudine di apertura ad una parola da ricevere, a cui offrire accoglienza e custodia. E’ in fondo riconoscimento di due strutture fondamentali dell’esistenza umana: siamo infatti innanzitutto poveri e  bisognosi di una parola che sia riconoscimento, bisognosi di un volto che parla, come un bambino ha bisogno di potersi riconoscere in un volto e in una parola che lo precede. E siamo esseri di risposta, chiamati a rispondere, a dare ascolto nell’ascolto che ci precede e ci custodisce: la parola accolta è sempre appello, invito, e domanda sospesa ad una risposta e ad un cammino verso l’altro.

Chi ascolta non pretende innanzitutto di prendere spazio e di imporsi, ma ascoltare è attitudine di mitezza. Chi ascolta lascia spazio agli altri e offre attenzione nel convincimento di non aver già tutto chiaro, nell’aver bisogno della verità dell’altro. Così ascoltare Dio passa anche attraverso l’ascolto degli altri. La parola di Dio ci raggiunge anche attraverso le voci, spesso nascoste o soffocate, da riconoscere e accogliere, di chi ne è testimone, anche senza saperlo.

Conoscere: in tutta la Bibbia il significato del ‘conoscere’ rinvia al rapporto intimo, personale. Gesù parla delle pecore che conoscono il pastore e si presenta come unico pastore a cui far riferimento, in contrasto con tanti pretesi pastori che intendono guidare ma secondo i propri interessi. Conoscere è come, l’ascolto, tutto il contrario di un percorso facile, immediato, o frutto di strategie. E’ piuttosto meta di un lento imparare, di un accostarsi  attento e delicato alla vita dell’altro. Conoscere non si esaurisce in un sapere intellettuale o in contatti superficiali, e non giungerà mai alla falsa illusione di saper tutto dell’altro, ma è un lasciarsi abitare dall’altro, sempre nuovo, sempre da ricominciare. E si affina e si compie nello ‘stare davanti’  e nello ‘stare presso’ l’altro. Conoscere è possibile così solamente in chi coltiva un cuore ospitale e  aperto. Il consumo di rapporti, l’idea che si conoscono tanti amici (le centinaia di amici su facebook!)è illusione che impedisce di maturare la pazienza di costruire lentamente e nel silenzio la profondità di rapporti personali.

Conoscere è sinonimo di custodire: la custodia di una intimità che non può mai essere svenduta. Una certa tendenza oggi presente anche nel mondo ecclesiale nel valorizzare testimonianze di persone che mettono in pubblico i propri percorsi interiori, per chi conosce la fatica del ‘conoscere’ fa sorridere al pensiero della superficialità e della vacuità di questi stessi percorsi. C’è un’intimità del conoscere, anche nell’esperienza della fede, da custodire con il senso di preziosità di un tesoro. Esso può solo essere sussurrato in incontri da persona a persona e non esposto nell’ottica del consumo della comunicazione di massa. Conoscere è rinvio all’intimità, ed anche alla concretezza di una consuetudine di incontro che diviene nutrimento reciproco nella vita, abbeverarsi alla presenza dell’altro, avvertire la medesima corrente di vita che passa nelle proprie fibre, così come i tralci si muovono nella linfa che proviene dalla vite. In questo senso conoscere implica uno stare ed un rimanere presso l’altro. “Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto…” (Gv 15,5)

Seguire. Le mie pecore mi ascoltano e mi seguono. Se il conoscere implica uno stare, la vita con Gesù, l’esperienza di fede si connota come cammino, come un andare. L’ascolto di Gesù e il conoscere lui e la sua voce che chiama conduce ad una apertura, ad un andare, ad un ripartire anche nelle situazioni in cui i cieli sono chiusi e non sembra esserci futuro. Gesù parla di pecore che ascoltare il pastore mentre attorno si stringe il cerchio minaccioso dell’ostilità e del rifiuto, mentre raccolgono pietre per lapidare il pastore che dà la vita. La sua via, via dell’amore, è in contrasto con le pretese di tanti pastori che non sanno riconoscere l’unico grande pastore, colui che ha percorso la via della croce, il crocifisso risorto, l’agnello immolato e ritto in piedi.

Seguire è certo un mettersi in movimento, un aprirsi ad un cambiamento che ad ogni età si rinnova come cambiamento interiore, ma è anche il seguire Gesù sulla via che lui ha percorso. Ha poco a che fare con i successi umani e le realizzazioni di carriera, di potere o di affermazione riconosciuta. E’ seguire la via della croce che è via del servizio e di un dono in cui il conoscere, e l’ascolto si declinano nel quotidiano, in rapporto con Lui e nel riconoscerlo tra i volti che ci è dato incontrare: oltre ogni recinto. Nella fiducia che in questo ascolto l’unico pastore fa camminare le sue pecore verso un orizzonte di comunione. “Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno potrà strapparle dalla mano del Padre”. In questo cammino sta la fede di Gesù, ed in esso sta anche la nostra fede.

Alessandro Cortesi op

 

Battesimo del Signore – anno B 2012

Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

All’inizio, al primo apparire di Gesù, Marco, autore del primo vangelo, pone il suo gesto del seguire coloro che si mettevano in fila per andare a ricevere il battesimo da Giovanni, il profeta della conversione, dell’annuncio di un imminente passaggio a cui prepararsi.

Inizia in Galilea il cammino di Gesù e viene nel deserto da Giovanni. Sta qui una prima provocazione di questa pagina. L’inizio sta in un gesto di condivisione, di solidarietà. Gesù fa propria la scelta di Giovanni, che portava un messaggio accogliendo tutti superando le separazioni. Non i puri si recavano dal Battista ma anche coloro che erano considerati impuri, esclusi dalla salvezza. E Giovanni predica come voce nel deserto e attende: è rivolto a qualcuno che viene dopo.

Gesù si mette insieme ai peccatori: è un gesto scandaloso, che faceva difficoltà anche alle prime comunità cristiane che riconosceva in Gesù il messia. Marco invece proprio in questa scelta vede un tratto proprio del cammino e della scelta di Gesù. E’ un gesto che rivela il suo volto di messia. Non un messia religioso delle separazioni, ma un messia che fa propria la condizione di un popolo segnato dalle ferite, dalla fatica, dal peccato. Gesù è messia che si immerge in una condivisione di vita e di cammino: il suo battesimo prima di immersione nelle acque è immersione nella vita, nella condivisione.

Ma Marco evidenzia anche qualcos’altro: Gesù fu battezzato, fu immerso da Giovanni nel Giordano, nel fiume dei passaggi di libertà, di arrivo alla terra promessa. Dopo questa immersione ‘vide aprirsi i cieli’. Marco sottolinea un’esperienza propria di Gesù in quel momento. E’ lui che vide aprirsi i cieli, discendere una colomba. E’ lui che udì la voce. Marco sta qui ponendo in luce un momento del cammino umano di Gesù. Nel suo farsi discepolo del Battista, e nel suo condividere la tensione di tutti coloro che ascoltavano Giovanni c’è un momento decisivo nel cammino del profeta di Nazareth. Gesù si apre ad un’esperienza del Padre nella sua vita e ad un invio che lo apre a nuovi percorsi. Lo conduce ad una immersione che sarà a sua vita nel servizio: la sua morte sarà il battesimo che dice la sua condivisione fino alla fine in solidarietà con le moltitudini, con tutti.

Marco attua alla luce della Pasqua una lettura del percorso di Gesù nella sua vicenda storica e vi coglie un’esperienza particolare: è esperienza di comunione, con il Padre – la voce – con lo Spirito – la colomba -. Gesù si sperimenta riconosciuto come il Figlio amato. Ed emerge allora qualcosa dell’identità profonda di Gesù: il suo essere messia non ha i tratti della potenza e della affermazione, ma quella del profeta rifiutato. Per esprimerla Marco rinvia alla figura del servo oppresso che offre la sua vita in solidarietà con il suo popolo, a favore degli altri. Gesù vivrà l’immersione nella morte, il battesimo che apre al riemergere nella risurrezione. La voce riconosce che in questo immergersi Gesù rivela il volto di figlio in rapporto al Padre: è il Figlio amato che mostra con la sua vita la profondità del volto di Dio.

Marco così costruisce il suo vangelo entro un grande parallelismo: come nel momento del battesimo i cieli si squarciano e discende lo Spirito, così al momento della morte di Gesù – il battesimo ultimo – il velo del tempio si squarcia. E’ un lacerarsi che dice la rottura di barriere che separano il cielo dalla terra, l’umanità da Dio. Il volto che Gesù annuncia e presenta è il volto del Dio che si fa vicino, che apre possibilità di incontro e di comunione con Lui. In Gesù, uomo che viene da un paese sconosciuto della Galilea si rende presente il volto amante di Dio Padre, la forza tenera dello Spirito: Gesù dice che verso ogni uomo e donna c’è uno sguardo di tenerezza del Padre che in Lui ci ha pensati, amati e voluti come figli.

Prima ed ultima pagina del vangelo di Marco si corrispondono nel racconto della ‘via di Gesù di Nazareth’. Gesù è presentato come Messia con il titolo ‘Figlio di Dio’ che era il titolo del re (Sal 2). Il suo cammino è seguito nel suo inizio in Galilea – preparato dal Battista – e si conclude in Galilea (1,14; 15,41; 16,7). Si colloca tra una voce dal cielo che dichiara Gesù ‘Figlio diletto’ (1,11) e altre voci alla fine: quella del centurione pagano, che lo riconosce come Figlio di Dio (15,39) e quella di un messaggero dal cielo che ne annuncia la risurrezione (16,6).

Tra l’inizio in Galilea e il ritorno in Galilea e tra le due voci del cielo è raccontato il suo cammino umano, sono narrati i suoi gesti, le sue scelte. Marco così suggerisce che per giungere a scorgere il volto di Gesù nella sua profondità è importante seguirlo nel suo cammino di figlio, di servo che dà la sua vita.

Cosa può voler dire oggi per noi immergerci come Gesù nella solidarietà con le persone che vivono contraddizioni e fatica? Come vivere l’immersione come condivisione?

Cosa può significare vivere il battesimo non come ritualità, ma come chiamata nel quotidiano a seguire il cammino del figlio che si fa servo e fa della sua vita un dono?

Come comunicare la novità e la speranza che in Cristo le barriere sono abbattute e Dio si lascia incontrare nei poveri e nelle vittime?

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento anno B – 2011

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

Una voce grida: ‘nel deserto preparate la via al Signore’. E’ voce di apertura e speranza, invito a preparare una strada. E’ voce che invita ad uscire, a tracciare percorsi che conducano fuori da schiavitù, da umiliazioni, per camminare verso orizzonti nuovi. I deportati a Babilonia dovevano costruire nel deserto strade diritte verso i templi degli dèi dei babilonesi. Lo sguardo del profeta sa leggere in profondità, e vede lontano. Per lui il deserto è via che condurrà fuori verso la libertà. E si fa eco del grido di Dio: ‘Consolate, consolate il mio popolo’.

Il deserto è il luogo in cui Marco, nella prima pagina del suo vangelo, introduce la figura di Giovanni Battista. Qui il deserto indica una condizione di aridità, lo spazio in cui la voce del profeta si disperde: “voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore”. C’è una ripresa ma anche un cambiamento del versetto del secondo Isaia che conduce a cogliere due dimensioni del deserto.

C’è un deserto dentro e fuori di noi in cui spesso ci troviamo a vivere, bloccati, incapaci di sogno e di uscita verso orizzonti aperti e di speranza. Quale sono i deserti della nostra esistenza? Quali i luoghi in cui Dio appare assente? In questo deserto spesso ci lasciamo prendere dallo sconforto, e ci ritroviamo sconsolati vicino ad altri sconsolati come e più noi. In questi giorni ha suscitato scalpore e reazioni diverse la notizia della scelta di suicidio assistito compiuta da Lucio Magri, dirigente del PCI e primo direttore del Manifesto. Davanti all’insondabile abisso del cuore umano non credo si debba pronunciare un giudizio sulle persone ma sia da osservare un silenzio di riflessione e di compassione. E ci si può chiedere quanti silenzi di solitudine e quante richieste di ‘farla finita’ siano in profondità grida lanciate per trovare un po’ di consolazione nella propria desolazione e nella depressione. Paradossalmente sono grido di attaccamento alla vita – pur nella sua negazione – ed insieme invocazione a rintracciare un senso all’esistenza che pur non si riesce a scorgere. E in tutto questo scoprire le chiamate all’ascolto di tante richieste di consolazione presenti anche vicino a noi.

Nel deserto la voce di Dio è parola di consolazione: ‘Consolate il mio popolo’. Consolazione è bella notizia  per la nostra esistenza, non atteggiamento che distoglie e rende indifferenti a trasformare quanto è ingiusto e malvagio. Nel deserto e nelle aridità del presente siamo spinti a portar quanto non è grandezza nostra, ma viene da Dio: “ Dio…ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-5).

Se il deserto è luogo della aridità, il deserto è anche spazio di cammini di liberazione. Sono tanti gli esodi, sempre da ricominciare, uscite attraverso il deserto sempre da compiere. Come quello degli israeliti, accompagnati dalla presenza di un Dio vicino a scoprire di esser popolo chiamato a passare dalla schiavitù al servizio.

E nel deserto una strada… Deserto e strada sono forse le coordinate in cui intendere in modi nuovi la nostra esistenza credente oggi. La strada nel deserto è il cammino dell’esodo. Ma proprio sulla strada Gesù incontra le persone: Gesù è stato uomo che ha conosciuto la bellezza e la fatica del camminare, del percorrere strade di umanità. Sulla via indica come il rapporto con lui non può esaurirsi in una dottrina da conoscere o in alcune pratiche di comportamento. E’ piuttosto un mettersi in cammino che investe tutta la vita e si fa incontro. E i primi cristiani vennero indicati come quelli della Via. La strada è luogo diverso dai templi, e sulla strada si vive l’imprevisto e la precarietà.

La crisi economica di questo tempo sempre più segna la nostra esistenza e la caratterizza nell’orizzonte della precarietà, soprattutto per i giovani. Sulle strade delle periferie, possiamo incontrare i volti di chi sperimenta in modo doloroso la precarietà e la povertà. Come leggere nella fede questo momento, come metterci sulla strada? Possiamo scoprire come spesso andiamo alla ricerca di sicurezze che si rivelano esse stesse precarie. Possiamo aprirci a scoprire quanto è veramente essenziale. Possiamo aprirci a vivere la stessa fede come cammino, che cresce nell’incontro, che non si appoggia su criteri di potere, che si lascia incontrare da Gesù che passa per le nostre strade come sulla strada guidò i suoi discepoli.

Alessandro Cortesi op

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