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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Sir 3,17-18.20.28-29; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”.

Il libro di Ben Sira, sapiente che scrisse il suo libro agli inizi II secolo a.C., fu tradotto dal nipote nel 132 circa: ricordando gli insegnamenti del nonno indica la via per vivere in fedeltà al Signore. In un tempo di prova per la fede e persecuzione lo scritto è indicazione di sapienza per non smarrire la consapevolezza della presenza del Signore nella vita, nel creato (cfr Sir 42,15-43,33) e nella storia (44,1-50,29).

L’attitudine fondamentale del sapiente sta nel percepire come tutto proviene da un dono di Dio: da qui l’invito a coltivare un senso di umiltà e percorrere i sentieri della mitezza. Sono le attitudini di chi rimane aperto al dono di Dio nella gratitudine, consapevole che ogni grandezza umana non può essere considerata possesso e ogni vanto non ha senso. Così il rapporto con gli altri va vissuto con la mitezza che è lo stile di Dio.

Anche Gesù offre insegnamenti a partire dal suo osservare il quotidiano. Vedeva come gli invitati sceglievano i primi posti ad un banchetto: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto…”.

Gesù guarda chi sta agli ultimi posti e a chi rimane senza posto. E critica la corsa a prendere i primi posti ma anche ogni pretesa di essere più importante degli altri.

Gesù propone un capovolgimento della logica di affermazione della grandezza umana e della competizione. Propone un cambiamento radicale e chiede di vivere i rapporti secondo un altro orizzonte, nella fiducia che “quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. E’ la fiducia di intendere la propria vita al cospetto di Dio che pronuncia la parola ‘amico’ accogliendo tutti.

Gesù non offre solamente un invito di contrasto all’affermazione e all’l’arrivismo, fondati sulla pretesa di una propria grandezza. Il messaggio profondo della parabola riguarda l’annuncio del volto di Dio. E’ ‘colui che ti ha invitato’  ed è l’unico che può dire ‘amico’. E’ il messaggio della grazia e della amicizia del Dio che chiama ‘amici’ i suoi commensali. Da qui sgorga la responsabilità di vivere nella propria vita la testimonianza di questa scoperta: “Quando offri un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. Gesù propone ai suoi di accogliere e condividere con chi sta agli ultimi posti e sperimentare la gratuità di un amore di Dio che chiede di essere tradotto in concreti gesti di condivisione gratuita. Invita così a chiamare ‘amici’ tutti coloro da cui non si può avere contraccambio: lo stile di Dio è mitezza gratuità.

Alessandro Cortesi op

Mitezza

Norberto Bobbio scrisse una breve riflessione in un momento di passaggio della sua vita, quando manifestò il suo orientamento a distaccarsi dalla politica scorgendo nella nuova situazione creatasi in Italia alla fine degli anni ’90 una  nuova fase che esigeva “un salto di qualità troppo alto per le sue gambe”.

Da un lato fu una presa di distanza dalla politica e proprio in tale frangente egli propose un approfondimento sulla virtù della mitezza che per un verso egli presentava come la virtù più antipolitica, e dall’altro proprio in questa riflessione egli propose una base indispensabile per la convivenza.

Nell’Elogio della mitezza il filosofo torinese distingue virtù forti e virtù deboli con l’osservazione che la mitezza è inserita nelle virtù deboli perché è tratto del modo di agire degli offesi, dei deboli, di chi non fa la storia e non lascia traccia del proprio nome. Il mite si distingue da chi è mansueto. Osserva Bobbio: “La mansuetudine, mi spiego, è una disposizione d’animo dell’individuo, che può essere apprezzata come virtù indipendentemente dal rapporto con gli altri. Il mansueto è l’uomo calmo, tranquillo, che non si adonta per un nonnulla, che vive e lascia vivere, e non reagisce alla cattiveria gratuita, per consapevole accettazione del male quotidiano, non per debolezza. La mitezza è invece una disposizione d’animo che rifulge solo alla presenza dell’altro: il mite è l’uomo di cui l’altro ha
bisogno per vincere il male dentro di sé”. (N.Bobbio, Elogio della mitezza, Edizioni dell’Asino, 2019, 21).

Riprende così una definizione di Carlo Mazzantini al proposito: “ la mitezza, egli diceva, è l’unica suprema “potenza” (badate, la parola “potenza” usata per designare la virtù che fa pensare al contrario della potenza, alla impotenza, se pur non rassegnata) che consiste “nel lasciare essere l’altro quello che è”. Aggiungeva: ‘Il violento non ha impero perché toglie a coloro ai quali fa violenza il potere di donarsi. Ha impero invece chi possiede la volontà, la quale non si arrende alla violenza, ma alla mitezza’”(ibid. 22).

Il mite non ha i comportanti dell’arrogante e del prepotente e tuttavia non è un remissivo: “Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanità dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più…”(ibid. 27). Il mite non rinuncia alla lotta, ma rinuncia alla competizione come ambito che non costruisce nulla ma tutto conduce a distruzione: “la mitezza è il contrario dell’arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione. Il mite non ha grande opinione di sé, non già perché si disistima, ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell’uomo, ed egli è un uomo come tutti gli altri. A maggior ragione la mitezza è contraria alla protervia, che è l’arroganza ostentata. Il mite non ostenta nulla, neanche la propria mitezza” (Ibid. 26). Così pure la mitezza si pone in contrasto alla prepotenza quale abuso di potenza che è ostentata e praticata.

Il mite rigetta la competizione e rifiuta di entrare nella spirale della violenza che genera vincitori e vinti: “Nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto. L’immagine che egli ha del mondo e della storia, dell’unico mondo e dell’unica storia in cui vorrebbe vivere, è quella di un mondo e di una storia in cui non ci sono né vincitori né vinti, e non ci sono né vincitori né vinti perché non ci sono gare per il primato, né lotte per il potere, né competizioni per la ricchezza, e mancano insomma le condizioni stesse che consentano di dividere gli uomini in vincitori e vinti” (ibid. 26-27). La mitezza si connota per Bobbio per essere un modo di essere verso l’altro “La mitezza non è né sottovalutazione né sopravvalutazione di sé, perché non è una disposizione verso se stessi ma, come ho già detto, è sempre un atteggiamento verso gli altri e si giustifica soltanto nell’“essere verso l’altro” (ibid. 29). Tale virtù si accompagna con le altre virtù della misericordia e della semplicità: “la mitezza può (non deve) essere una predisposizione verso la misericordia. Ma la misericordia è, come avrebbe detto Aldo Capitini, un’“aggiunta” (ibid. 30).

Bobbio infine suggerisce l’identificazione del mite con il nonviolento e al proposito egli guarda alla lezione di Capitini e di Gandhi: “Avete capito: identifico il mite con il nonviolento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odi di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica”. (ibid. 33)

Alessandro Cortesi op

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