la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “novembre, 2012”

XXXIV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Dan 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37

La pagina del vangelo presenta il confronto tra Gesù e Pilato. Gesù è stato consegnato dai sommi sacerdoti, dal potere religioso e ora si trova davanti al rappresentante dell’imperatore di Roma. La questione è sul regno di cui Gesù è riconosciuto come re. Egli stesso aveva compiuto gesti che evocavano un significato regale e rispondevano ad attese di un re giusto: si era presentato come re, nel suo entrare a Gerusalemme cavalcando un asino, ed era stato acclamato da folle che avevano steso i mantelli al suo passare. Riponevano in lui la speranza che proveniva dalla promessa di Davide.  Eppure Gesù davanti a Pilato dice: “il mio regno non è – letteralmente – da questo luogo”, cioè non è di qui. C’è una differenza ed una distanza incolmabile. E’ re ma in un modo che mette in crisi ogni attesa radicata in un modo di concepire l’essere re come esercizio del potere e della supremazia  sugli altri. Chi è re esercita un dominio, ha un esercito, impone la sua forza, e per questo il potere politico, rappresentato da Pilato, lo guarda con sospetto ed è preso da timore. Ed è anche per questo che il potere religioso, il sinedrio, teme che le proprie prerogative siano minacciate di fronte alla parola e ai gesti del profeta di Nazareth.

Gesù davanti a Pilato parla sì di un regno, ma di un regno che ‘non è di questo luogo’. Si tratta forse di un regno che non è della terra ma si colloca in un’altra dimensione, quella dei cieli  e nulla ha che fare con la terra? Questa linea di interpretazione  apre le porte a tutte le letture spiritualizzanti che relegano il regno di Gesù in un ‘altrove’ che nulla ha che fare con la terra, per cui non è importante la dimensione del quaggiù, di questo luogo dove viviamo.  E quindi la testimonianza di Gesù non avrebbe alcun impatto concreto nel modo di vivere la responsabilità politica e sociale ma sarebbe unicamente un messaggio intimistico e di deresponsabilizzazione nei confronti della storia.

Eppure quell’espressione ‘il mio regno non è di questo luogo’ trova luce in un passo vicino del IV vangelo: quando Gesù fu crocifisso due malfattori furono crocifissi accanto a lui ‘uno su un lato’ e ‘l’altro sull’altro lato’. Su un lato e sull’altro, su ambedue i lati, è l’indicazione racchiusa in quell’avverbio utilizzato per affermare che il suo regno non è ‘di qui’.  Una allusione precisa e radicale al fatto che il regno di Gesù non è ‘da questo mondo’: non si colloca laddove si tratta di pensarlo secondo le logiche del dominio e della forza che s’impone e dispone delle persone. Tuttavia è proprio in questo mondo, si fa carne in questa terra, ha modi concreti di compiersi e di trasformare questa terra laddove la vita concepita come Gesù l’ha vissuta; ed il luogo in cui si manifesta il regno, il suo luogo, è sulla croce, lì in mezzo ai due malfattori, nel dono e nella consegna di sé all’altro, nella nonviolenza attiva che pone in primo piano la libertà della coscienza e non si lascia imprigionare nelle logiche del dominio e dello sfruttamento degli altri.

Nella consegna di tutta la vita a Dio e agli altri, Gesù manifesta il senso profondo di un regno che non segue le logiche della sopraffazione, ma il suo regno si compie ed il suo luogo si manifesta quando muore crocifisso tra i due malfattori. Un regno quindi che ha modo di cambiare le modalità dei rapporti e ha attuazione quaggiù, non un regno celeste che porterebbe ad una fuga dal mondo. Nell’immagine del ‘re’ sta il profilo di colui che dice il senso profondo della storia. Gesù è re non perché dominatore ma in quanto ricapitola la storia. La sua vita vissuta nel segno della consegna e del dono indica e compie il senso profondo della storia. Un regno diverso, che ha a che fare con questa terra e che ha il suo luogo laddove il dominio è capovolto in servizio e dove la vita è data per…: il senso stesso della storia sta nell’orizzonte del dono.

Alessandro Cortesi op

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Lettere… e musica di pace nell’incendio della violenza

 

Trovo questa notizia nel sito http://frontierenews.it/2012/10/non-lascero-la-musica-per-imbracciare-il-fucile-contro-i-miei-fratelli-arabi/
E’ una lettera di un giovane musicista druso di un villaggio della Galilea che scrive al ministro della Difesa di Israele rifiutandosi di ripsondere alla chimata all’arruolamento.Tracce di pace che attraversa le parole e la musica di questo ragazzo mentre attorno imperversa la guerra. Parole ragionevoli e che parlano della realtà di sofferenza. (a.c.)

“Non lascerò la musica per combattere i miei fratelli arabi” 28 ottobre 2012 di Omar Zahr Al-deen Mohammad Saad

Omar Saad, un giovane musicista di al-Mughar – un villaggio in Galilea – ha ricevuto una lettera di arruolamento nell’esercito israeliano. Sì, perché a differenza degli altri palestinesi, i drusi hanno l’obbligo – pena il carcere – di prestare il servizio militare (dopo che, nel 1956, la legge sulla coscrizione obbligatoria è stata resa applicabile anche a questa categoria di persone). Recenti ricerche hanno dimostrato che circa i due terzi della popolazione drusa in Israele preferirebbe non prendere le armi, se ne avesse la possibilità. Omar è uno di loro; nella lettera seguente, inviata al ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, spiega le proprie motivazioni (qui il sito di supporto a Omar). Traduzione di Valerio Evangelista

“Gentile Ministro della Difesa di Israele,

Io sono Omar Zahr Al-deen Saad, dal villaggio di al-Maghar, Galilea.
Ho ricevuto l’ordine di presentarmi il prossimo 31 ottobre all’ufficio arruolamento dell’esercito, a norma dell’obbligo di coscrizione per la comunità drusa; a proposito di ciò vorrei chiarire alcune cose:

Rifiuto di presentarmi all’ufficio arruolamento perché non accetto la legge che prevede l’arruolamento obbligatorio per la comunità drusa. Lo rifiuto perché sono un pacifista e odio ogni tipo di violenza e perché credo che questo esercito sia basato sulla violenza fisica e psicologica. Da quando ho ricevuto l’ordine di iniziare le procedure per l’arruolamento la mia vita è cambiata completamente. Sono diventato molto nervoso e con una grande confusione in testa. Mi sono figurato in mente molte situazioni dure e non riesco a immaginarmi con l’uniforme addosso che contribuisco alla repressione che Israele compie verso il popolo palestinese e non combatterò i miei fratelli arabi e le mie sorelle arabe;
Rifiuto di diventare un soldato israeliano o di andarmi ad arruolare, anche in qualsiasi altro esercito, per ragioni morali e nazionaliste;
Odio l’ingiustizia, la disuguaglianza, l’occupazione e odio il razzismo e le restrizioni sulla libertà;
Odio chi arresta bambini, uomini e donne.
Sono un suonatore di viola, ho suonato in molti posti e ho amici musicisti da Ramallah, Gerico, Gerusalemme, Hebron, Nablus, Jenin, Shafa’amr, Elaboun, Roma, Atene, Amman, Beirut, Damasco, Oslo ed tutti noi suoniamo i nostri strumenti per la libertà, umanità e pace. La nostra arma è la musica.

Faccio parte di un gruppo religioso che è stato, e continua a esserlo tutt’ora, oppresso. Quindi… come posso combattere contro la mia famiglia, i miei fratelli e le mie sorelle in Palestina, Siria, Giordania e Libano? Come posso imbracciare un’arma contro i miei fratelli e le mie sorelle in Palestina? Come posso lavorare come soldato al check-point di Qalandiya o in qualsiasi altro posto di blocco? Io sono una di quelle persone che ha subito l’ingiustizia nei check-point e nei posti di blocco. Come posso impedire a un mio fratello di Ramallah di visitare la sua casa a Gerusalemme? Come posso fare la guardia al muro dell’apartheid? Come posso fare da carceriere contro il mio popolo? E so che i detenuti (palestinesi, ndt) nelle carceri israeliane sono combattenti della libertà.

Suono per divertimento, per la libertà e per quella pace giusta che si basa sul fermare gli insediamenti e l’occupazione israeliana della Palestina. Quella pace giusta che si basa sull’istituzione di uno stato palestinese indipendente che abbia Gerusalemme come capitale, sulla scarcerazione dei detenuti e sul il ritorno in patria di tutti i rifugiati.

Molti dei nostri giovani hanno prestato servizio nell’esercito israeliano, ma cosa hanno ottenuto? Sono forse speciali? I nostri villaggi sono quelli più poveri, le nostre terre sono state espropriate e lo sono rimaste tutt’ora; non ci sono mappe strutturate né aree industriali. Il numero di laureati nei nostri villaggi è il più basso della regione e il tasso di disoccupazione tra i più alti.

Per quest’anno ho intenzione di continuare il liceo con la prospettiva di poter andare all’università. Sono certo che lei farà di tutto per fermare la mia umana ambizione, ma l’ho dichiarato a voce alta: “Sono Omar Zahr Al-deen Mohammad Saad, non sarò la benzina che incendierà la sua guerra e non sarò un soldato del vostro esercito”.

Firmato: Omar Saad

XXXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Dan 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-18; Mc 13,24-32

Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce… un linguaggio strano quello di Gesù in certi passaggi: è linguaggio di simboli che fanno pensare. Sono parole da interpretare al di là di un livello immediato. In esse è racchiuso uno sguardo che interpreta il presente e si spinge a scorgere oltre l’immediato: non c’è solo una storia di violenza e di tragedie che si susseguono e rendono vivo il senso del male e della distruzione, ma questa storia è orientata verso un orizzonte in cui l’ultima parola non sarà quella dei forti e quella del male. Ci sono cose grandi e potenti che incutono timore, come le grandi pietre del tempio, ma tutto questo si sgretola, viene meno. E c’è un contrasto radicale tra il venir meno delle potenze del mondo e del cosmo e la raccolta di chi viene e si china a raccogliere volti e presenze. Sarà raccolta in un incontro, in un raduno.

E’ linguaggio di apocalisse che non significa catastrofe ma rivelazione. Apocalisse è svelamento, lettura che toglie il velo ad una storia in cui è presente la violenza e la contraddizione e ne ravvisa il senso profondo e ultimo. Non quindi un discorso sulla fine dei tempi, ma un discorso su ciò che è ‘ultimo’. E l’ultimo non è qualcosa di lontano e disperso in un futuro irraggiungibile, ma è già qui. L’ultimo è il senso racchiuso nei gesti, nelle scelte, nelle parole di ogni giorno. L’ultimo non sta solo alla fine dei tempi ma è già presente nel tempo che ci è dato.

Con un linguaggio che sembra parlare della fine del mondo Gesù attira l’attenzione sul fatto che quanto sembra grande e invincibile viene meno e fa cogliere come la nostra vita può aprirsi ad un senso profondo che è in altre direzioni. Annuncia il volto di Dio che raduna, e parla di una presenza, il Figlio dell’uomo, come colui che viene e radunerà, da ogni estremità della terra e del cielo.

‘Dalla pianta del fico imparate… quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina’. L’estate è vicina: è la tenera attesa generata dai piccoli segni che nel momento dell’inverno e della prova, nel freddo, annunciano un tempo diverso e fanno vivere appesi all’attesa, protesi verso un ‘non ancora’ che però già spunta e si scorge nei segni da scorgere, da custodire con cura e attenzione, da lasciar crescere…

‘Sappiate che egli è vicino alle porte’. Non c’è solamente e non tanto qualcosa da sperare, ma l’attesa è rivolta a qualcuno. Nel suo venire, – Gesù descrive la figura del figlio dell’uomo come ‘il veniente’ – il tempo acquista uno spessore nuovo e diverso. Diviene spazio accogliente di un’attesa visitata. La nostra vita non va verso la solitudine ma verso l’incontro.

E’ una parola che invita a non restare prigionieri di una curiosità e di un’ansia tutta pagana di tenere sotto controllo tutto, il mondo e anche Dio: non si tratta più di guardare con terrore a quando e come sarà la fine del mondo. E spiegazioni e le previsioni della scienza non mancano. Sarà una grande catastrofe? Sarà una implosione di galassie? E neppure mancano le previsioni della fine che di tempo in tempo alimentano le paure collettive e le forme diverse di fuga dal pensiero della fine. Sembra che a Gesù tutto questo non interessi. Quanto a quel giorno e quell’ora nessuno lo sa… La fine è già qui: il venire del figlio dell’uomo si attua in un presente che rischia di scorrere via senza trovarci attenti a scorgerne la preziosità e l’importanza. Nell’ora che non sai c’è un venire, un farsi vicino, c’è qualcuno che può essere incontro da accogliere e ospitare. Il veniente si rende vicino nel volto dei venienti, dei migranti di ieri e oggi…

Per questo l’invito posto a conclusione del vangelo di Marco è quello di vegliare. Rimanere svegli nel tempo che ci è dato si connota come impegno a scorgere i piccoli segni che annunciano un venire che non fa stare soli, ma ci fa scoprire accolti.

Viviamo un tempo di crisi che reca con sé le paure per la fine del mondo. Si tratta piuttosto della fine di un mondo – generata da precise responsabilità e dall’egemonia di un sistema economico e finanziario che non regge più -. Ci appaiono grandi potenze che regolano le sorti dell’umanità: queste potenze vengono meno. Anziché affidarsi alle illusioni dei nuovi falsi profeti che invitano a riporre fiducia nei potentati e nelle logiche di una finanza che schiaccia i poveri, siamo invitati a stare svegli, a ripensare la vita nella conversione al vangelo. La crisi che viviamo, la fine di un mondo può essere occasione a esercitare la vigilanza: stare nella crisi non nella disperazione ma con lo sguardo lungo e profondo, lo sguardo che porta a cambiare la vita secondo modalità di sobrietà e di condivisione, che si pone dal punto di vista degli ultimi, che porta a nuove forme di solidarietà, che impara e accoglie la speranza che viene dal vangelo.

In ogni tempo i grandi potentati sembrano garantire e promettono sicurezza e futuro e d’altra parte forme di distrazione sono elargite da essi a piene mani (panem et circenses) per far sfuggire alle paure, per tranquillizzare a buon prezzo. Il paternalismo del potere è pervasivo e penetra profondamente condizionando modi di pensare e generando assuefazione e consenso. La parola di Gesù invita a scorgere una differenza: c’è qualcosa che passa e richiede uno sguardo capace di distanza, di indifferenza, ma anche di critica precisa e radicale. Ma c’è qualcosa che rimane: ‘le mie parole non passeranno’. C’è qualcosa di stabile a cui aggrapparsi: è una parola debole, che si espone ad essere considerata inutile e incapace nel quadro di un mondo dei dominatori e dei furbi, dei distratti e buontemponi. Ma è la debolezza dell’amore la parola più profonda della vita umana che rimane per sempre.

Attendere e vigilare. Sono due attitudini proprie del credente. Viviamo giorni in cui per chi vive a Gaza la fine del mondo è già presente e portata dai bombardamenti che colpiscono indiscriminatamente. I civili, le persone inermi sono coloro che pagano il prezzo di una spirale di ingiustizia e della violenza assurda che colpisce senza misura. In questo tempo siamo invitati a vigilare, a fare il possibile per fermare le armi innanziuttto e perché possano avviarsi nuovi percorsi di riconoscimento e di pace giusta. Anche e proprio nei momenti più faticosi l’invocazione dell’attesa Marana thà, ‘vieni Signore Gesù’ e l’impegno a vegliare e stare accanto a chi soffre si fa più urgente.

Alessandro Cortesi op

Spegnere l’incendio a Gaza, lavorare per una pace giusta

Riporto l’articolo di Flavio Lotti dal titolo “Io non ci sto! Voglio vivere in un paese che lavora per la pace e non per la guerra!” tratto dal blog ‘bocchescucite’ e un articolo di Giorgio Bernardelli che sottolinea la follia di questa nuova violenza e l’utilizzo blasfemo di parole tratte dai testi sacri per indicare azioni di violenza e di guerra. Rinvio al sito http://www.bocchescucite.org per poter seguire notizie con testimonianze dirette sugli eventi di questi giorni  (a.c.)

“Dalla parte di Israele. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha deciso di schierare l’Italia a fianco dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Ieri il ministro ha descritto la situazione con le stesse parole dei portavoce delle forze armate israeliane: “Sulla regione meridionale di Israele sono stati lanciati negli ultimi giorni 120 missili qassam con seri rischi per la popolazione”. In questo contesto di “forte tensione”, ha continuato il ministro, “Israele ha reagito eliminando il comandante di Hamas Jaabari”. “Eliminando”? Si ha usato proprio la parola “eliminando” senza alcun cenno di disapprovazione. Nessuna parola di condanna della violenza, nessuna parola di compassione per le centinaia di morti e feriti innocenti causati da questa nuova escalation.

Il Ministro Terzi si limita a dire che “è un momento molto preoccupante” e che “è necessaria e urgente un’azione che riduca le tensioni, dia sicurezza a Israele e restituisca un minimo di tranquillità alla Striscia di Gaza”. Avete letto bene. La priorità per l’Italia è ridare sicurezza a Israele e restituire un minimo di tranquillità alla Striscia di Gaza. Un minino, mi raccomando, che di tranquillità i palestinesi di Gaza non ne abbiano troppa. Nessun cenno alla necessità di fermare subito l’escalation. Nessun appello alle parti. L’Italia, lascia intendere il ministro, non vuole interferire con la strategia del governo israeliano.

Sono indignato! E sento il dovere di dirlo ad alta voce. Questo atteggiamento è profondamente contrario al buon senso, al diritto e alla legalità internazionale, ai valori e ai principi iscritti nella nostra Costituzione come agli interessi del nostro paese. E va cambiato. Chi non è d’accordo con il ministro degli Esteri Giulio Terzi parli forte e chiaro: L’Italia e l’Europa devono adoperarsi subito per spegnere l’incendio, non alimentarlo. La pace in Medio Oriente non ha bisogno di Terzi ma di un “Terzo” che costringa le parti a fermare l’escalation della violenza e a imboccare per davvero la via della pace, della giustizia e della riconciliazione. Diamo all’Italia una politica di pace!”

Flavio Lotti

Perugia, 16 novembre 2012

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La guerra a Gaza, tra droni e versetti sacri
di Giorgio Bernardelli
“Nuova fiammata nel conflitto. Una decina le vittime dei bombardamenti aerei nella Striscia, un razzo palestinese ha fatto tre morti in Israele. In questa corsa verso il baratro l’appello del Patriarcato latino: serve una soluzione internazionale. E i cattolici di Gaza si rifugiano in parrocchia

Da ieri pomeriggio Gaza e le cittadine israeliane circostanti stanno vivendo nuove ore terribili per una nuova fiammata di guerra tra Israele e Hamas, la più violenta dall’operazione Piombo Fuso del gennaio 2009. Erano alcuni giorni che si susseguivano i lanci di missili dalla Striscia e le risposte dell’aviazione israeliana, che purtroppo sono da tempo una tragica ricorrenza in questo angolo dimenticato del mondo. Poi ieri pomeriggio Israele ha deciso che questa volta voleva ristabilire sul serio la deterrenza, cioè la sua superiorità militare: così ha colpito a morte in un attacco il comandante militare di Hamas Ahmed al Jabali e ha lanciato una durissima serie di attacchi dal cielo (anche con i droni) e dal mare (con l’artiglieria delle navi) su un’area come Gaza che è un vero e proprio formicaio umano. In uno scenario del genere le vittime civili non sono una mera eventualità: il bilancio parla di una decina di morti. Nel frattempo Hamas e le altre fazioni palestinesi hanno risposto con una nuova pioggia di razzi, di cui uno – nel deserto del Negev – è caduto addirittura a 80 chilometri di distanza. Il che significa che anche Tel Aviv è alla portata di queste armi che sono altrettanto terribili e seminano la stessa paura e la stessa morte. La conferma è arrivata questa mattina quando un razzo palestinese ha colpito una casa nella cittadina israeliana di Kyriat Malachi facendo tre morti. E spingendo ancora più verso il baratro questa crisi.

Adesso – dopo aver praticamente per due anni parcheggiato in un angolo il conflitto israelo-palestinese, sorpassato dai fatti della primavera araba – fioccano le analisi che legano questa nuova guerra su Gaza alle elezioni politiche in programma in Israele il 22 gennaio. Prevedendo anche che non durerà molto, perché altrimenti per il premier israeliano Netanyahu potrebbe diventare un problema. Ma vanno tenute presenti anche le ripercussioni molto pericolose nei rapporti con l’Egitto: già ieri sera il presidente Morsi ha richiamato l’ambasciatore in Israele; rischiano di saltare le relazioni diplomatiche che furono il frutto degli accordi di Camp David tra Sadat e Begin. E bisognerà tenere d’occhio il Sinai, divenuto dalla caduta di Mubarak una zona che il Cairo non controlla fino in fondo con la presenza di gruppi Qaedisti: che succederà se nelle prossime ore anche da lì dovesse partire qualche razzo verso Israele? A completare il quadro di un Medio Oriente completamente in fiamme – oltre alla Siria la cui guerra tutti conosciamo – adesso poi c’è anche la Giordania dove da due giorni ci sono manifestazioni di piazza innescate dagli aumenti della benzina e duramente represse dalla polizia. E il regno giordano è l’unico altro Paese arabo che ha relazioni diplomatiche con Israele.

In questo quadro diventano pressanti le parole – cariche di amarezza ma prive di disperazione – pronunciate proprio ieri dal patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal, che in un’intervista rilasciata al sito del Patriarcato latino di Gerusalemme spiega come non ci sia una soluzione per Gaza, senza una pace complessiva e giusta per tutto il Medio Oriente, in grado di garantire i diritti di tutti. Parole a cui questa mattina si è aggiunto un comunicato in cui il patriarcato esprime vicinanza alle vittime e ricorda che la violenza non risolverà la crisi. «Solo una soluzione internazionale – si legge – potrà portare fuori da questo conflitto»

Al di là di quelli che saranno gli sviluppi, ci sono comunque due segnali estremamente preoccupanti da sottolineare. Il primo è l’utilizzo dei droni sul cielo di Gaza da parte dell’esercito israeliano, confermato da numerose fonti. Si tratta dell’ennesima follia: Gaza è un territorio di 360 chilometri quadrati abitato da 1,5 milioni di persone. Vuole dire il doppio della densità abitativa di Roma. Su un contesto di questo genere stanno bombardando con aerei telecomandati che già in altre guerre hanno dimostrato di essere scarsamente precisi. Tutto questo in un posto dove i suoi abitanti non hanno liberamente scelto di restarci: le frontiere sono infatti chiuse dal 2006, un abitante di Gaza – se anche riesce ad arrivare in Cisgiordania – viene riportato a Gaza se incappa in un posto di blocco israeliano.

L’altra vergogna è l’utilizzo di espressioni sacre per designare l’operazione militare. In ebraico l’esercito israeliano l’ha chiamata Colonna di nube – trasformato in inglese in Colonna di difesa. Si tratta di un nome che ha una chiara radice biblica: si rifà a Esodo 13, la Colonna di nube che accompagnava il popolo di Israele nell’uscita dall’Egitto. Quindi nell’immaginario di Israele viene presentata come una “guerra santa”. Per non restare indietro Hamas stamattina ha risposto chiamando la sua controffensiva «Stones of shale», «Roccia indurita», che è una citazione di Corano 105,4.

La Terra Santa è ancora una volta sfregiata dalla follia degli uomini e dalla loro appropriazione indebita delle parole più sacre. E in queste ore vale la pena di ricordare la piccola comunità cristiana della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Padre Mario Cornioli – un sacerdote italiano che vive a Beit Jalla, in Cisgiordania – ieri sera si è messo in contatto con loro e ha scritto sul suo profilo su Facebook: “”Ho appena parlato con abuna Paolo che si trova a Gaza a sostituire padre George e con le nostre suore…sono sotto le bombe, sentono botti da tutte le parti e le mura della parrocchia hanno tremato diverse volte…hanno un po’ di paura ma resistono con tanta fede a questa aggressione vigliacca che bombarda indiscriminatamente con i droni telecomandati…vergognatevi di quello che state facendo…disumani !!!!”.

Stamattina un nuovo aggiornamento attraverso padre Mario: ««Ho appena parlato con Suor Rahina (per gli amici conosciuta come suor Regina). Mi dice che la notte non hanno dormito per le esplosioni forti…che la nostra famiglie cristiane sparse per Gaza City stanno pensando di trasferirsi in parrocchia per avere un posto piu’ sicuro, che stanno pregando perche’ questo inferno finisca presto e domandano anche a noi di pregare e fare qualcosa…l’ho sentita piena di fede e questo mi rincuora!!!»

È il grido di dolore degli innocenti che sale ancora una volta da Gaza. Un grido che non ci può lasciare indifferenti.”

XXXII domenica tempo ordinario anno B – 2012

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

E’ un dittico quello che Marco propone a conclusione del cammino di Gesù. Quasi un suggello, un’ultima parola riassuntiva che racchiude tutti gli insegnamenti, tutto lo stile di un cammino. E’ un dittico che contrappone due cattedre, due modi di essere maestri.

Da un lato gli scribi che amano passeggiare in lunghe vesti…e pregano a lungo per farsi vedere. Sono i maestri religiosi, sono quelli che vogliono avere i primi posti e sono parte di un sistema religioso che riproduce i sistemi di potere umano con le loro logiche. E’ un modo di vita fondato sulla ricerca di essere primi, sulla visibilità, sull’affermazione e sulla ricchezza.

Per contrasto, nella seconda pala del dittico, Marco presenta il ritratto di una donna, del gesto minore di una vedova povera. E’ un ritratto quasi riflesso dello sguardo di Gesù che non si sofferma sui primi, ma pone attenzione ai nascosti e ai dimenticati.

Gesù – dice Marco – osservava come la folla gettava monete nel tesoro del tempio. Non osservava quanto, chi, ma come…E in quel ‘come’ Marco racchiude la capacità di individuare le tracce del vangelo presenti nella quotidianità e nell’interiorità. E’ la capacità di scorgere il regno di Dio presente e che sta crescendo tra le mani, nei cuori dei poveri.

Gesù indica ai suoi quella donna come autentica maestra: ha gettato più di tutti gli altri, ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere. Dopo il cammino verso Gerusalemme, dopo gli insegnamenti e le indicazioni sulla sua via, rimane quasi come ultimo messaggio, un gesto. Un gesto che racchiude tutte le parole di Gesù, si direbbe. E non è un gesto compiuto da lui, ma da una donna povera. Una parola che è divenuta vita e che si esprime in un gesto che facilmente poteva passare inosservato. Ma Gesù, richiamando i suoi a porre attenzione a quella vedova, dice molto di più. Indica loro di cercare i veri maestri là dove le folle non guardano, là dove non sono i primi posti o le manifestazioni eclatanti, là dove sembra che non ci sia nulla di cui meravigliarsi, e nemmeno nulla da guardare, perché si tratta di guardare ciò che sta dentro, nel cuore di quella vedova.  Nell’atmosfera del tempio, di fronte alle molteplici presenze che affollavano quel luogo sacro, nel clamore e nell’esibizione presenti, Gesù fissa il suo sguardo su un gesto marginale e lì trova traccia dell’incontro con il Padre suo.

E’ quello un gesto di affidamento e di dono. E’ un gesto che racchiude il senso profondo della fede come spossessamento e consegna di sé a Dio, a Lui solo, nel gesto di gettare due monetine. Una vedova, senza appoggio e sicurezza umana. C’è una semplicità commovente di questo gesto. Respira della naturalità di una fede vissuta come incontro. Non racchiude un interesse ma nemmeno l’intenzione di apparire in qualche modo, e neppure la sospensione o l’incertezza nel calcolare quante monete dovevano essere gettate. Quelle c’erano e quelle due monetine, che insieme fanno un soldo, vengono date, gettate. Non il superfluo ma quanto c’è, in un fiducia semplice che questo richiede il rapporto con Dio: vivere nel dare ciò che si ha, anzi di più, vivere nel dare ciò che si è, racchiuso in ‘tutto quanto aveva per vivere’. Una vita consegnata. Perché Lui ha cura di noi. Quella vedova in quel gesto consegnava la sua vita a Dio dicendo che in tutto si metteva nelle sue mani, senza trattenere altre sicurezze. Un gesto di fede. Un gesto di povertà come dono di sé e affidamento. E’ superamento di ogni sistema religioso: è proposta della bellezza della fede come accoglienza di un dono di presenza e risposta di vita.

Gesù indica questa vedova ai suoi discepoli come figura di chi è il discepolo: in questo senso è ‘vangelo’ bella notizia che riflette la sua stessa via: “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di tutti” (Mc 10,45).

Gesù indica uno stile di vita, ma più profondamente riconosce che la bella notizia di una vita che trova il suo senso profondo sta già in questo gesto. E per questo invita a sostarvi e a vedere in quella donna la vera maestra.

Nel vangelo di Marco si pone così un richiamo e un parallelo: all’inizio Marco aveva presentato la suocera di Pietro come modello del discepolo. Guarita dalla febbre nella visita di Gesù alla casa di Pietro a Cafarnao, dice Marco che ‘si mise a servirli’. Il discepolo ha il profilo di chi si lascia guarire dalle sue chiusure e aprire la vita alla cura per chi è vicino, ad accogliere e servire. E l’ultima indicazione di Gesù ai suoi prima dei giorni della passione è ancora una donna, una vedova povera: nel gesto di gettare due monetine è racchiuso ancora il cammino e il profilo del discepolo di Gesù. Chiamato a consegnare la sua vita, a viverla non nella ricerca di una ricchezza che diviene affermazione sugli altri e salita ai primi posti, ma nella gratuità del consegnare tutto quello che si ha per vivere, con la fiducia che Dio si prende cura dei suoi figli. Lo sguardo di Gesù è riflesso dello sguardo del Padre che vede e sa che quelle due monetine sono più di tutto quello che hanno gettato gli altri. Quasi un parallelo con il gesto della donna di Betania di cui Marco riporta queste parole di Gesù: “dovunque sarà proclamato il vangelo per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto” (Mc 14,9).

Questa pagina provoca oggi in modo particolare la nostra riflessione sulla vita.

La ricerca di posti di privilegio, la ricerca della visibilità contraddistingue un’epoca in cui importante è l’apparire. La presenza dei media, luoghi dell’apparire e della visibilità segna la nostra vita, ma si dimentica spesso che sono strumenti e non fini e la visibilità non può essere il fine dell’esistenza, tanto meno di quella delle chiese. L’indicazione di Gesù ‘guardatevi dagli scribi’ è parola che chiede di essere attuata innanzitutto all’interno delle comunità dei suoi discepoli. Una chiesa che si concepisce come luogo di potere o di affermazione di primi posti o di ricerca di riconoscimento mondano e privilegi è una chiesa che non ha accolto la parola di Gesù. Una chiesa preoccupata di fare proprie le logiche mediatiche del mondo è una chiesa che non sa volgere lo sguardo ai gesti dei poveri e lasciarsi istruire dagli autentici maestri di vangelo che Gesù indica nelle persone che non hanno potere né voce né visibilità.

La presenza di donne nella vita di Gesù e la sua capacità di scorgere nei gesti delle donne e di questa donna povera una traccia profonda di quello che egli aveva profondamente a cuore è indicazione di un tratto affascinante dell’umanità di Gesù. Gesù vive una profonda libertà nel volgere lo sguardo ai veri maestri che sa individuare al di là di riconoscimenti ufficiali. Manifesta anche una delicatezza particolare nel trovare l’essenziale del vangelo nei gesti nascosti di chi non è notato, di chi non ha prestigio o visibilità. Oggi tante donne sono tenute ai margini, come nella società di Gesù, così oggi anche nella vita delle chiese, a livello di insegnamento, nel riconoscimento di ministeri. Lo sguardo di Gesù è appello per dare voce ai gesti di donne che sono maestre nel loro rapporto con la vita e con la morte, in un quotidiano spesso dimenticato e inascoltato. Il vangelo e il ricordo ‘in memoria di lei’ sono parole che aprono a nuove comprensioni del vangelo nel nostro presente.

Gettare il superfluo è atteggiamento di chi vive la vita nel calcolo e lascia solamente le briciole agli altri, di chi ha molto da difendere e vive nella paura di perdere qualcosa. Gesù indica il gesto della vedova come esempio di una vita liberata: liberata dall’angustia e dal possesso, liberata nella fiducia che ‘l’olio dell’orcio non si esaurirà e la farina non verrà meno…’. E’ la libertà della fede che investe la concretezza dell’esistenza. Gesù propone due modi di vivere e suggerisce come ciò che è grande presso Dio sta nel nascondimento di un dono vissuto come consegna di tutto ciò che si ha per vivere, di se stessi.

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario anno B – 2012

(Corinne Vonaesch, Les pélérins d’Emmaüs)

Deut. 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34

Ci si avvia alla conclusione del percorso di Gesù che Marco presenta nel suo vangelo. E proprio a questo punto, alla fine, prima dei giorni di Gerusalemme, Marco pone, sulla bocca di uno scriba, la domanda che quasi si impone come esigenza di fare luce sul senso profondo del cammino di Gesù. Perché, sulla base di come si risponde a questa domanda, si gioca anche il senso del cammino del discepolo. E la domanda è questa: alla fine che cosa è veramente importante, essenziale? Qual è il primo comandamento, la prima parola che può guidare un’esistenza ricca di senso?

E’ la domanda che può essere disputa di scuola, dibattito teologico, ma è anche l’interrogativo che può stare al cuore dei giorni e delle scelte, del modo di concepire l’esistenza non solo nei suoi grandi passaggi, ma nelle sue nascoste pieghe quotidiane e alla radice dei piccoli gesti e dello svolgimento dei propri compiti.

Gesù nell’accogliere questa domanda si distanzia dai dibattiti di scuola. Riprende la Scrittura, indica un ascolto da mantenere verso la Parola di Dio e la legge offrendo anche la novità del suo sguardo. Risponde richiamando al suo cammino e offre una chiave per leggere il senso della sua passione e morte.

Prende due testi e li cuce insieme: un primo testo dal Deuteronomio: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore…”. E poi un testo da un altro libro della Legge, il Levitico, che parla dell’accogliere ciò che è proprio di Dio, la sua alterità e distanza, il suo essere amore capace di dono e fonte di libertà, la sua santità: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lev 19,2; cfr. Lev 20,8). “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19,18).

Tutto questo vale molto più di offerte di culto e sacrifici: “poiché io voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6). I profeti avevano presentato il rapporto tra Dio e il suo popolo non nei termini di una sottomissione, ma nella logica dell’amore a Dio che si fa vicino nel volto degli altri. Così Gesù non rinvia ad una serie di norme cultuali. Richiama al centro della legge secondo l’esperienza dell’Esodo. Parla così di un senso dell’esistenza che sgorga da un incontro con Dio come Tu, presenza vivente, che libera e ama, dal rapporto a Dio come un Tu da ascoltare, innanzitutto, da conoscere e amare.

Ma la presenza di Dio e l’accoglienza del suo amore e la risposta nostra ha una strada di attuazione che sta nel rapporto con gli altri. Amore di Dio e amore dell’altro, quell’altro a cui tu scopri di essere prossimo e sei chiamato a farti prossimo, non sono due direzioni diverse. Essi non sono l’amore verticale e l’amore orizzontale, spesso contrapposti in modi di intendere la spiritualità che fanno evadere dal mondo e da se stessi e rendono incapaci di effettivo amore. Ma amore di Dio e amore dell’altro divengono il medesimo percorso, il medesimo cammino. Perché l’altro ti porta ad uscire e ad andare verso l’Altro che è dentro di te e fuori di te. Perché Dio nessuno l’ha mai visto ma si fa incontro nel volto del povero con cui Gesù stesso si è identificato.

Gesù parla così un linguaggio di fede che richiama a quella fondamentale attitudine umana che è l’ascolto: l’ascolto che diviene ascolto di una Parola al cuore della vita, una chiamata di Dio ad amare. E ascolto che apre all’altro come luogo dell’incontro stesso con Dio. E’ un modo di parlare che non separa e non esclude ma annuncia il volto di Dio dei Padri e fa cogliere come questo incontro è via di umanizzazione: la sua parola è vangelo. Che cosa è veramente importante nella vita? Un percorrere il cammino nel senso dell’amore, di un amore che coinvolge cuore interiorità, scelte.  Ciò che essenziale nella vita per Gesù si colloca nello spazio del dono, da ricevere e da condividere. E si colloca nello spazio dell’incontro concreto, fatto di cuore, di anima, di forze.

Ci possiamo interrogare su alcune provocazioni per noi oggi:

Viviamo una stagione di grandi opportunità di comunicazione ma in cui è difficile star davanti all’altro ascoltandolo, il saper ascoltare. Gesù richiama quell’invito ‘ascolta’ come primo passo per un incontro con Dio che passa attraverso l’ascolto. C’è un ascolto della Parola di Dio e c’è un ascolto delle parole, della vita degli altri nella nostra esistenza, a cui lasciare spazio in modo più profondo, in cui scoprire la via per aprirsi a Dio come ‘tu’ da ascoltare.
Il dominio del mercato e di una mentalità di tipo utilitaristica comporta oggi la mancanza di considerazione per tutto ciò che non è quantificabile in prezzo, che non può essere commercializzato. In un tempo in cui tutto ha un prezzo vale la pena scorgere ciò che si sottrae al calcolo e allo scambio. L’amore si sottrae alla logica dell’utile per aprire altri orizzonti della vita. Sono questi gli orizzonti della relazione e del dono, gli orizzonti non di ciò che è utile nell’immediato ma di quanto rimane per sempre, la prospettiva di un incontro con Dio stesso nel farsi prosssimo dell’altro.

Spesso si è diviso amore di Dio e amore del prossimo come due grandezze opposte o contraddittorie: Gesù pone insiemequesti due amori e ne parla come di un medesimo movimento. Tutto quello che è relazione che umanizza la persona e la apre all’incontro diviene luogo di esperienza di Dio e l’amore steso di Dio si fa vicino e si lascia nella concretezza di un dono all’altro. Siamo chiamati a scoprire i segni di amore presenti, vicini a noi, di chi riconosce nel volto dell’altro una chiamata e un appello ad amare; ed anche testimoniare che in questo sta veramente il vangelo, ciò che è essenziale nella vita.

Al termine del percorso di Gesù Marco fa emergere una domanda su ‘ciò che è più importante’. E’ una indicazione di essenzialità. Spesso la nostra vita è occupata da tante domande e preoccupazioni che ci fanno rimanere alla periferia e non al centro della vita e si ha quasi paura di porre le domande sulle cose più importanti. Far emergere questi interrogativi è opportunità per cercare l’essenziale, forse per divenire più semplici, più capaci di autentica umanità e di apertura al vangelo.

Alessandro Cortesi op

 

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