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V domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ … ‘Io sono la via, la verità e la vita’. La via è spazio attraversato per camminare: è direzione verso una meta, è luogo di movimento, passaggio e incontro. Nel cammino si genera e cresce un incontro che procura vita. Gesù indica se stesso come via, percorso aperto di un cammino per un incontro. E la sua promessa apre orizzonti di comunione: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Ai suoi Gesù indica una via e promette un luogo di comunione. Non la riduzione ad un unità indistinta, ma la presenza dei molti in relazione: ci sono molti posti. Provenienze diverse possono incontrarsi: i molti possono trovare casa dove trovare ospitalità. La sua via non esclude ma è orientata al prendere con sé, allo stare insieme di molti.

Il IV vangelo insiste sul fatto che Gesù nella sua vita ‘mostra il Padre’. Il Verbo, la Parola è ‘rivolto verso il Padre’ (Gv 1,1). Gesù è indicato come ‘la porta’, soglia per entrare ed uscire e trovare vita. L’incontro con lui non chiude cammini ma apre strade. Per coloro che l’hanno accostato tutta la sua vita è stata spazio di aperture a partire, a vivere il coraggio del mettersi in cammino. Gesù stesso dice il senso del suo venire “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. La via di Gesù apre ad orizzonti di libertà. Non è via di schiavitù e oppressione. E’ un dato importante della prima testimonianza cristiana che tutta la vita di Gesù sia stata essa stessa orientata al Padre, a stare in dialogo e a seguire i suoi sentieri, a mostrare il volto della cura e della vicinanza. Così l’esperienza umana di Gesù è luogo in cui si può scorgere il volto invisibile del Padre. Nessuno ha mai visto Dio ma le opere di Gesù, i suoi gesti, la cura il servizio sono racconto del volto del Padre.

Gesù mostra il volto del Padre. Il IV vangelo esprime questo nel dire che Gesù ha manifestato la gloria del Padre, lo ha ‘glorificato’ nella sua vita. Nel suo cammino fino alla croce. E’ questo l’esito della sua fedeltà nel dono e nella consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono e del servire.

La prima lettera di Pietro offre uno sguardo al cammino della chiesa. La comunità di stranieri e pellegrini che camminano fissando lo sguardo su Gesù formano una costruzione composita di tanti elementi, pietre viventi. Unico fondamento è Cristo, non altri. Pietro chiama a stringersi a Gesù solo, ponendo lui al centro e tornando a lui.

E’ pietra scartata dagli uomini, ma allo sguardo di Dio è base su cui tutto cresce, è la prima pietra per una costruzione nello Spirito: ‘Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Si ricordano così le parole del salmo ‘La pietra rifiutata dai costruttori è diventata la pietra principale. Questo è opera del Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!’ (Sal 118,22-23). Tutto l’edificio, una vita comune di molti diversi, dovrà crescere sulla base di questa pietra d’angolo (cfr. Mt 21,42-43).

C’è uno scandalo al cuore dell’esperienza del seguire Gesù: è il paradosso della ‘gloria’ che si rende presente nella croce e nello svuotamento. Ogni tentativo di evitare questo paradosso è tradimento da parte della chiesa che vive del suo unico Signore. E’ perdere di vista il fondamento di questo edificio che vive del medesimo respiro, lo Spirito di Gesù. Lo Spirito ha spinto Gesù nel deserto e lo ha guidato nel fare della sua vita un servire per gli altri. Il popolo che vive nello Spirito è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via.

Nella comunità ci sono diversi doni e servizi. Di fronte a situazioni nuove che pongono nuovi interrogativi ed esigenze si pone la questione di ripensare i servizi nella comunità. Ogni servizio viene da un dono e non è privilegio o motivo di superiorità. Chiede di essere vissuto nella forza dello Spirito, sorgente di ogni dono. Lo Spirito porta a scoprire l’altro non come nemico da escludere ma come volto da accogliere nella sua sofferenza e ascoltare, da servire come Gesù che si è chinato a lavare i piedi ai suoi e in questo gesto ha raccontato il mistero del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

(Bill Viola, The path / Il sentiero, 2002)

(Il video di Bill Viola presenta nel giorno del solstizio d’estate, di primo mattino, una folla di persone diverse, di età, condizione sociale e colore della pelle che cammina attraverso una pineta, formando un flusso continuo, senza interruzione, con ritmi diversi dei passi. E’ espressione del cammino che si compie sul ‘sentiero della vita’ – Mostra Palazzo Strozzi Firenze maggio 2017)

Piedi e cammino

Spesso, frequentando l’ambiente dello scoutismo, si sente ripetere un’espressione enigmatica ed evocativa: “lo scoutismo s’impara dai piedi”. C’è un’immagine che può esprimere visivamente quest’affermazione. E’ la foto scattata da Vladimir Cicmanec durante una manifestazione a Brno nel mese di aprile 2017. Una giovane scolta, 16 anni, di nome Lucie Mysilkova, regge uno striscione e affronta discutendo un naziskin con la testa rasata che con gesti agitati e i muscoli tesi le sta urlando qualcosa. Stavano discutendo di rifugiati e migranti.

La ragazza esprime nel suo volto sereno la forza di affrontare la rabbia contrapponendo le ragioni dell’accoglienza. La sua leggerezza pervade la scena, mentre attorno galleggiano nell’aria alcune bolle di sapone che riflettono i colori dell’arcobaleno. A fronte della violenza e dell’urlare del populismo becero di chi propone l’odio e l’esclusione c’è lo stare ritto, inerme, di questa scolta. Espressione di una forza mite che si contrappone alla violenza. Veramente dalla concretezza di gesti, di impegno, di coinvolgimento sale dai piedi un percorso educativo. E’ vero della grande avventura educativa che è lo scoutismo ma anche di tutti i percorsi autentici di comunicazione e di crescita.

Ogni maturazione profonda di vita non parte dall’alto, dai discorsi, dalle istruzioni, ma sorge dalla pratica vissuta, dalla condivisione, dal contatto diretto, dal tempo speso insieme, dalla terra… insomma da dove stanno i piedi. Dall’esperienza. Da lì sale qualcosa di indefinito e inesprimibile fino a raggiungere tutta la persona, fino a poter essere detto e comunicato. Non allora… dalla testa ai piedi ma il contrario.

Tante sono le cose che si apprendono nella vita ‘a partire dai piedi’ e forse è possibile anche declinare aspetti diversi di questa profonda indicazione pedagogica. Ciò che sale dai piedi è possibile per tutti perché per chiunque il contatto con la terra, con tutto ciò che sta in basso è possibile. A partire dai piccoli che non arrivano in alto, ma in basso sì. Quanto sta in basso è accessibile, senza esclusioni, anche per chi si sente ‘a terra’.

Il riferimento ai piedi parla anche di una concretezza che si attua nel camminare e nel tenere i piedi per terra. L’esperienza operativa, con le mani e con i piedi, il tirocinio delle cose, del concreto, costituisce luogo di crescita proprio perché implica un misurarsi con la realtà, un prendere le misure non solo in senso teorico, ma direttamente: attua un contatto con la vita e dà forma. E’ verifica della verità di quanto si dice. Tutto ciò che sale dai piedi dice concretezza e riferimento alla terra dove i piedi si poggiano. Non fuga ideale, copertura fumosa e ipocrita di parole vuote, ma luogo di formulazione di parole che respirano di esperienza vissuta. Ed è anche processo che si apre ad un divenire che non è chiuso, ma che si fa cammino. Forse per questo anche Gesù amava camminare sulla strada e ha indicato la via come luogo dell’incontro.

Camminare in tal senso, fare strada, e farlo insieme, è scuola di vita, esperienza di spiritualità più di tante elucubrazioni spesso compiute in luoghi asfittici e chiusi. E chi viaggia a piedi impara a guardare le cose in modo nuovo, diverso, con tempi lunghi, osservando. Camminare è arte da apprendere passo dopo passo, scoprendo il ritmo del respiro, imparando a dosare le forze, scoprendo il segreto del progredire in modo graduale, senza salti e senza la pretesa del ‘tutto e subito’. Senza illusioni su di sé, anzi nel lasciare che fragilità e debolezze si smascherino. Senza corse vissute ‘a perdifiato’ che conducono a spendere ogni energia e a trovarsi spossati senza più forza per perseverare nei tempi distesi del cammino. Perché camminare esige lentezza e pazienza.

Camminare chiede sguardo lungo e fiducia di compagnia. Non si arriva mai da soli. C’è una saggezza nascosta nel passo del camminatore che vale tante lezioni di maturazione nella scoperta di sé, nell’apprendere il bisogno degli altri, nell’aprirsi al senso di essere partecipi di una natura più grande di cui si è parte e che custodisce il rumore sordo dei passi. E quanti rumori diversi su suoli i più vari, un tappeto di foglie nella faggeta, una traccia sulla neve, un stretto sentiero di ghiaia tra le rocce, i sassi di una mulattiera, la sabbia levigata dalle onde sulla spiaggia o l’asfalto bagnato di città.

Uno spunto di riflessione proviene da Olivier Bleys, scrittore francese che ha vinto il Prix Goncourt des Lycéens del 2015 per un suo libro dal titolo Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes. Bleys è camminatore che ha deciso di dedicare un mese all’anno al camminare, senza fretta e senza ansie di record, in un tempo limitato. Rilevante è la sua sottolineatura che il camminare è una forma di resistenza come pure la sua scelta del viaggio come risposta alla precarietà che caratterizza la condizione odierna:

“Camminare è una forma di resistenza. Non solo fisica ma anche nei confronti del mondo. E’ un elogio alla perseveranza, alla lentezza, allo sforzo, che in una società ossessionata dai risultati, è decisamente controcorrente. Farlo in questo modo, un mese all’anno, è l’equivalente contemporaneo della cattedrale medievale: un progetto a lunghissimo termine, da tramandare eventualmente di padre in figlio. E’ la generosità di creare qualcosa che vada oltre la nostra esistenza… Nel suo essere ancestrale la marcia è un’attività super contemporanea, perché risponde ai bisogni di chi soffre per la folle velocità che ci impone il quotidiano… Quando cammino non penso a nulla, non lavoro, non costruisco storie. Non vado ‘oltre’. Al contrario, mi sento, totalmente parte del presente e del mondo che mi circonda, con il corpo e con la mente” (L.Traldi, On the road, La repubblicaD, 27 marzo 2017).

A proposito di piedi… Erri De Luca ha elencato una serie di ragioni per cui farne l’elogio: alcune fanno sorridere, altre danno a pensare:

“Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali.
Perché scalzi sono belli.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene lo scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte” (Erri De Luca, Elogio dei piedi qui in una versione letta da Gian Maria Testa)

I piedi sorreggono e danno equilibrio al camminare. Nel loro toccare la terra sono memoria dell’importanza del cammino: quello sulle strade, sui sentieri di montagna o nei viottoli. Ma sono anche ricordo di cammini interiori da far rimanere vivi, da far progredire sempre oltre: quelli dell’interrogarsi, del rimanere fedeli alla terra, del non lasciarsi incatenare da un modo di vivere di fretta e di fuga dalla realtà.

Gesù lavò i piedi ai suoi amici quei piedi che avevano camminato su vie polverose. I suoi piedi, quei piedi da cui aveva imparato la concretezza della strada, glieli strinsero le donne al mattino di Pasqua: “Gesù venne loro incontro e disse: ‘Salute a voi’. Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi…”

Alessandro Cortesi op

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2 domenica tempo di Avvento – anno C – 2015

DSCN1658.JPGBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

I due primi capitoli di Luca presentano in un dittico la vicenda di Giovanni Battista e quella di Gesù, sulla base del fatto storico del contatto tra Gesù e il Battista, decisivo nel cammino storico di Gesù: il suo recarsi da Giovanni e il battesimo sono momenti iniziali di un nuova fase della sua vita segnata dall’annuncio del regno di Dio.

Luca si dimostra attento ad indicare date e circostanze su tempi e luoghi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ un tempo storico preciso: un anno tra il 26 e il 28. Al tempo del governatore romano Pilato (in carica dal 26 al 36), e dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province del Nord della Palestina e Lisania, un re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna (deposto dai romani nel 15 d.C.) e il sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo nella condanna di Gesù.

In questa storia compare Giovanni e – dice Luca – “la Parola di Dio venne” su di lui: su questo profeta, asceta del deserto, dei margini, non della potenza viene la Parola. Luca legge l’agire di Dio che sceglie i piccoli. Così Gesù è comprensibile a partire dal profeta del deserto. Luca suggerisce di accostarlo a partire dalla sua esperienza storica, da quello che lui ha fatto e detto. Nella vita di Gesù sta un segreto nascosto, da scorgere a partire dalla sua umanità: Dio ha preso su di sé, con sè tutta la nostra condizione umana e si manifesta nei luoghi marginali, nel deserto.

Del Battista si parla riprendendo le parole del Secondo-Isaia alla fine dell’esilio: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…’” (Is 40,3-4). Il ritorno dall’esilio è tratteggiato come cammino in cui i monti sono abbassati e le valli colmate per fare spazio ad una via sulla quale possa camminare il popolo del Signore: “Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria” (Bar 5). Così il salmo 125 canta il ritorno invocando la guida del Signore su questo cammino: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

La voce del Battista si presenta nel deserto ed è invito a preparare una strada nuova del venire di Dio stesso: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via diritta, come le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso i grandi templi, ma è ora percorso del popolo che cammina ad incontrare Dio. Il Battista propone anche un rito di immersione, un battesimo nelle acque del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: al cuore del suo annuncio è l’indicazione di un tempo nuovo, imminente, che sta per giungere ed esige cambiamento. Con le sue parole e la sua testimonianza si fa annunciatore di una trasformazione, urgente, senza indugio, che tutti coinvolge senza eccezioni. E’ movimento di preparazione verso un imminente intervento di Dio nella storia. Una nuova via di liberazione e di uscita dall’esilio.

Subito dopo è introdotta la genealogia di Gesù: una serie di nomi risalenti fino ad Adamo (e non solo fino ad Abramo come in Matteo) che racchiudono un interesse teologico di Luca: Gesù entra nella vicenda della storia umana che coinvolge non solo il popolo d’Israele – con capostipite Abramo – ma l’umanità intera. Collegando Gesù ad Adamo intende comunicare alla sua comunità in cui erano presenti molti provenienti dal paganesimo, che la vicenda di Gesù si pone in rapporto alla vita di ogni uomo e donna di ogni tempo e provenienza, anche lontana. La vicenda di Gesù è una storia: non è un mito, ma si situa nella storia di Adamo. Adamo è uomo tratto dalla terra; Gesù è partecipe della medesima terra. E su quella terra ha posto i suoi passi, percorrendo le vie dell’umanità, rendendole vie in cui si fa vicina la salvezza.

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(opera di Nizar Ali Badr, artista siriano profugo)

Una strada nel deserto

Una strada nel deserto: è immagine che rinvia ad un’esperienza drammaticamente presente al nostro tempo. Le piste attraverso il deserto sono i luoghi testimoni delle migrazioni che segnano la vita del mondo nel tempo della iniquità e della globalizzazione. Sono le strade percorse da milioni di persone, uomini e donne in fuga dalla fame, dalla miseria, dalle minaccia di morte quotidiana, dai cambiamenti del clima, dalla mancanza di libertà, verso un sogno di liberazione, di pane e di serenità. Sono percorse da uomini e donne caricati su camion, a piedi, con lunghe soste dovute a periodi di prigionia, di sfruttamento, di percosse, con ritorni e abbandoni. In attesa di pagare i trafficanti e nella speranza di giungere ad una meta che diviene ideale e sogno. E nel rincorrere questo sogno di vita moltissimi incontrano la morte. Un sogno che si scontra con la realtà dei rischi, delle innumerevoli difficoltà e prove, delle prigioni, della sete, della fame e della violenza sperimentata nelle forme più brutali. Fino a scoprire la durezza di attraversare confini oltre i quali non c’è accoglienza e tranquillità, ma nuova oppressione, schiavitù, sospetto ed esclusione.

Nel deserto ci sono voci che oggi gridano desideri di libertà, che richiamano al risveglio l’indifferenza del mondo occidentale, segnato dall’ipocrisia, , che proclama libertà, ma si fa complice dell’oppressione. E rimane cieco e sordo di fronte all’ingiustizia che ha complicità in un sistema di vita basato sulla rincorsa al profitto, sullo sfruttamento dei più deboli e sull’indifferenza.

Voci del deserto sono oggi quelle dei poeti, come quella del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura del 1986 nella sua poesia ‘migrazioni’.

Migrazioni*

Ci sarà il sole? O la pioggia ? O nevischio?

madido  come il sorriso posticcio del doganiere?

Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel

Anfibio ? Nessuno sa il mio nome.

Tante mani attendono la prima

rimessa, a casa. Ci sarà?

 

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.

Forse mi indosserai alghe cucite

su falsi di stilisti , con marche invisibili:

fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti

ma che ci legano, manufatti migranti, rolex

contraffatti , l’uno con l’altro, su marciapiedi

senza volto. I tappeti invogliano ma

nessuna scritta dice: BENVENUTI.

 

Conchiglie  di ciprea, coralli, scogliere di gesso

Tutti una cosa sola al margine degli elementi.

Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di sabbia

di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,

poiché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere

una risposta – Ci sarà il sole?

O la pioggia? Siamo approdati alla baia dei sogni.

(*poesia inedita di Wole Soyinka, Black Heritage Festival Lagos 2012, “Il Sole 24 Ore” – 8 aprile 2012, traduzione Alessandra Di Maio)

Ci sono voci nel deserto oggi che ricordano le attese e parlano dei confini che dividono mondi intrecciati ma incomunicabili. Voci dai margini e che si sono scontrate con sordità e indifferenza, e che divengono voci di liberazione.

Isoke Aikpitanyi, è nata a Benin City, in Nigeria, nel 1979. Nel 2000 è giunta in Italia fuggendo dalle condizioni di vita di uno tra i paesi più ricchi di materie prime e più sfruttati dell’Africa, la Nigeria, con la prospettiva di lavorare. Il suo viaggio non ha attraversato i deserti geografici, ma si è immediatamente scontrato con il deserto dell’inumanità: Isoke è ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana e costretta a prostituirsi. Dopo essere stata vittima della schiavitù sulle strade, riesce a liberarsi a rischio della vita. Dal 2003, dedica il suo impegno per aiutare le giovani donne vittime della tratta grazie all’associazione “Le ragazze di Benin City”. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Le ragazze di Benin City”, scritto insieme alla giornalista Laura Maragnani, edito dalla casa editrice Melampo e seguito poi da 500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane in Italia. La sua voce risuona nei deserti del nostro vivere e richiama il profilo di chi ha sperimentato il deserto come strada di liberazione. La sua voce è eco del grande

Strade nel deserto, strade di migranti, di uomini e donne che coltivano un’attesa, strade di oppressione e di liberazione, monito a scoprire la condizione umana comune come esperienza di nomadi: “il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo. È libero come un uccello, e non un prigioniero che attende il sopraggiungere della stagione della mietitura, chiuso dentro la sua capanna” (Ibrahim al-Koni, La patria delle visioni celesti, ed e/o 2007).

“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.

Il confine

Sono in attesa

immobile al confine

oltre il quale non so

 

E questa nebbia di sabbia rossa

e questo soffio di morte calda

si ferma con me

oltre non può

 

Altri giungono

in corsa

o arrancando

 

e guardano me

per capire se son io

che dirò loro

vai.

 

Vai oltre il confine.

 

Ma anche io sono in attesa

e ho più paura di altri

di questo confine

oltre a tutti i miei infiniti confini

 

A un gesto improvviso

di una donna in rosso

tutti alzano al cielo

il loro foglio bianco

alcuni lo hanno sgualcito

altri lo hanno serbato integro

 

Lasciate quel foglio

 

Oltre il confine

nessun foglio è richiesto.

 

Lasciate i vostri fogli

e passate il confine

di qua sarete uomini e donne

di là resteranno selvaggi.

 

E cosa se ne potranno mai fare

di tutti i vostri permessi di soggiorno

che il vento agita al cielo

coriandoli di un carnevale

nel quale tutti indossiamo l’abito del

clandestino

che è in noi.

 

E oltre il confine

l’unica domanda

chi sei

presuppone

una sola risposta

un uomo una donna.

 

Ma il bimbo nato sul confine

a quale mondo appartiene?

Da quale tribù sarà cresciuto?

 

Io come lui appartengo al mondo

e non ho fogli, non servono

oltre il mio ultimo confine.

(Isoke Aikpitanyi, Spada sangue, pane e seme, ed. Lavinia Dickinson)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

V domenica di Pasqua – anno A- 2014

DSCF4994At 6,1-7; 1 Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Le parole che Gesù certamente disse ai suoi nei momenti prima della passione e nella cena sono rimaste scolpite nei cuori dei suoi amci. Solamente dopo la Pasqua queste parole trovarono modo di riaffiorare, di essere riportate alla memoria, di ritrovare formulazione nuova, nella luce dell’incontro con lui vivente. Di bocca in bocca, di ricordo in ricordo fino ad essere messe per iscritto: nel IV vangelo divengono discorsi, lunghi, occupano quattro interi capitoli. In questo parlare Gesù manifesta ai suoi se stesso, la sua identità e chiede loro di passare dal turbamento all’affidamento, dallo sgomento della morte al credere nella vita: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Credere nel IV vangelo è verbo usato con un senso dinamico, di tensione, apertura: un verbo di movimento e non di stabilità. ‘Credere in’: essere proiettati verso un incontro in cui entrare nel coinvolgimento sempre più profondo. Il movimento del credere ha i tratti di un cammino, da attuare su una via, esperienza mai chiusa. A conclusione del suo scritto Giovanni dice che quei ‘segni’ sono stati scritti ‘perché continuiate a credere…’ (Gv 20,31) e credendo poter trovare il senso profondo della vita. Credere e continuare a credere sono il cammino di chi accoglie il parlare di Gesù.

Nei discorsi di addio si rende presente ciò che Gesù affida ai suoi ed anche ciò che chiede loro nel tempo della sua assenza. E’ un discorso di partenza: Gesù annuncia che se ne va. Ma è un andare che mantiene una relazione con i suoi ed apre ad un modo di presenza nuova. E’ andare che inaugura un’assenza ma anche apre un tempo di attesa e la promessa di ritrovarsi. “Io vado a prepararvi un posto: quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”

L’andarsene di Gesù, la sua morte, non è un abbandono, ma è promessa di un ‘essere con’, è richiesta di ‘rimanere in lui’, legati a lui per ritrovarsi: il IV vangelo suggerisce in questo modo come l’assenza di Gesù apre ad un nuovo orizzonte di relazione. Il suo andarsene apre un tempo nuovo, abitato dal un preparare un incontro, una comunione: la preparazione di un dimorare insieme. “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti”. Le nostre forme di abitazione sono concepite spesso per garantire la chiusura e l’esclusione, per non lasciare spazi ad altri. Quello di Gesù è un abitare non ristretto né escludente, ma dove gli spazi si allargano. La casa del Padre non è una casa dagli spazi angusti: la metafora rinvia al senso profondo della casa come luogo dell’abitare, della protezione, ma anche della relazione. Vi sono molti posti.

L’andarsene stesso di Gesù non è solitudine ma è rapporto con il Padre. La partenza di Gesù offre uno squarcio sulla casa del Padre. La casa, luogo di vita, di incontro, di relazioni di molte e diverse presenze. E’ una casa con molti posti. E c’è la promessa di un ritorno. La vita che accoglie l’esperienza del credere è movimento aperto verso il futuro: “credete in Dio e credete anche in me” è la richiesta di Gesù ai suoi. E’ una richiesta che colloca in un cammino, in una tensione. La stabilità di esperienza di comunità che si sono accomodate in situazioni stabili, o rinchiuse in nostaglie di passato ed hanno così perduto ogni tensione al futuro nell’organizzare il potere del presente, sono lontane dalla richiesta di Gesù. Ai suoi Gesù chiede di mantenere quel senso di provvisorietà che apre al camminare sempre, la tensione al futuro e l’attesa del suo ritorno: c’è una centralità del rapporto con lui al cuore del credere, nella vita dei credenti. Credere allora è mantenere vivo questo incontro, attendere lui nel suo ritorno, rimanere con lo sguardo fisso in una tensione di cammino, e continuare a camminare.

Da qui sorge la difficoltà di Tommaso: ‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’. Gesù dice ai suoi che sta andando al Padre: il suo luogo è la vita del Padre. E a Tommaso indica la sua vita come via: ‘Io sono la via, la verità e la vita’. Il suo essere ‘via’ si connota come preoccupazione di chi va a preparare una accoglienza. Il tempo che si apre nella assenza di Gesù è tempo di apertura. La comunità che Gesù sogna è comunione in cui vi sia spazio per l’originalità e la diversità dei molti in un incontro che è risposta alle attese più profonde della vita umana.

Il suo essere ‘via’ sono i suoi gesti, le sue parole, le scelte e lo stile del suo passare. E’ una vita in cui ‘mostra il Padre’. Gesù aveva detto ‘Io sono la porta’ (Gv 10,9). Luogo di passaggio, la porta, per entrare ed uscire, in quell’incontro che è ‘venire al Padre’. Tutto il suo essere è orientato al Padre: nel prologo del IV vangelo si dice che la Parola era ‘rivolta verso il Padre’ (Gv 1,1). Così Gesù, Parola fatta carne, nella sua vicenda umana è luogo di trasparenza del volto del Padre: ‘fa vedere’ nelle sue opere, nei segni della cura e del servizio di una esistenza vissuta come essere uomo-per-gli-altri il volto invisibile del Padre e con la sua vita lo racconta e se ne fa esegeta: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Al centro della vita cristiana sta l’incontro con Dio, che ha il volto del Padre misericordioso. E’ il volto amante di chi conosce i gesti della tenerezza e si consegna fino in fondo a noi. Gesù – è una delle linee centrali del IV vangelo – manifesta il volto del Padre, la sua ‘gloria’ nel suo lasciarsi condurre alla croce. La sua morte è esito di scelte storiche compiute nella linea di un amore che pone al primo posto le persone, preoccupato di un posto per tutti, un amore che si dona e si consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono di sè, del servizio, della fedeltà in un amore esigente e libero percorsa da Gesù.

‘Signore mostraci il Padre e ci basta’: la richiesta di Filippo è eco di una grande attesa del cuore di uomini e donne in ricerca: scorgere la manifestazione percepibile nelle misure umane della Realtà ultima, poter vedere il volto di Dio. E’ un desiderio che attraversa il Primo Testamento questa tensione a scorgere il volto. E’  la domanda di Mosè: ‘Mostrami la tua gloria’ (Es 33,18) ed è il desiderio del credente dei Salmi: ‘Rispondimi presto Signore… non nascondermi il tuo volto’ (Sal 143,7) ‘Fino a quando Signore, mi nasconderai il tuo volto?’ (Sal 13,2). Gesù rinvia al suo essere nel Padre: ‘Non credi che io sono nel Padre?’. E richiama Filippo al suo percorso umano: ‘Chi ha visto me ha visto il Padre… il Padre che è in me compie le sue opere’. Gesù nella sua vicenda di uomo, nel suo agire, nelle sue parole e nelle sue opere ha raccontato il volto del Padre. Lo ha raccontato come volto di chi raccoglie l’attesa e la ricerca di uomini e donne in camino, di chi rompe divisioni e barriere per far sentire a casa coloro che sono tenuti fuori e distanti. Lo ha raccontato nel distribuire il pane come condivisione, segno di un Padre che soffre per la vita dei suoi figli. Lo ha raccontato nel suo dare la vista a chi non ci vedeva e nel criticare la pretesa di un vedere che non si apre ad uno sguardo più profondo. Lo ha raccontato nel gesto della vita offerta e donata, sino a scendere e lavare i piedi ai suoi nell’ultima cena. Lo ha raccontato affrontando la condanna ingiusta in fedeltà ad una consegna al Padre e agli uomini e donne, all’umanità assetata.

DSCF4846Alcuni spunti di attualizzazione di questa pagina

Un primo elemento su cui riflettere potrebbe essere l’immagine della ‘casa del Padre’: la casa del Padre e le nostre case. Gesù va a preparare un posto e indica la casa del Padre come casa dai molti posti, dove poter dimorare, trovare accoglienza e rifugio. L’esperienza quotidiana del preparare posto è carica di bellezza e attesa: come il preparare un posto quando una nuova nascita si avvicina, ma anche la più ordinaria esperienza dell’ospitalità in cui si prepara dando spazio all’ospite atteso, così per il ritorno di persone care, e per visite non porgrammate che generano l’atmosfera di un veloce riassestamento di tempi, spazi e attenzioni. La casa è luogo in cui preparare posto, ed è forse immagine per la nostra vita chiamata ad essere preparazione di posti perché altri nell’incontro possano trovare casa e sentirsi a casa in quel calore di accoglienza che solo una casa abitata sa offrire. Possiamo trasmettere accoglienza perché noi stessi siamo attesi e accolti nella casa del Padre. Il nostro abitare è spesso segnato dalla paura, dal ripiegamento. E’ un abitare sovente con pochi posti a disposizione e in cui talvolta non si dà il tempo per preparare qualcosa per altri. Il pensiero alla casa può ampliarsi a considerare la casa del cuore, la propria persona come casa di incontro, ma anche la casa come grande metafora di una convivenza di popoli, la ‘casa comune’ che con le nostre scelte costruiamo: una casa di pace o di guerra. ‘Casa comune’ è stata nel passato immagine applicata ad un progeto di costruzione dell’Europa come convivenza di popoli diversi, divisi da secoli di violenza e prevaricazione ma uniti da un ideale di pace, in apertura al mondo non come fortezza isolata. Viviamo oggi le contraddizioni di un presente in cui proprio in Europa crescono tanti egoismi che chiudono spazi all’altro, in cui le paure generano esclusione e chiusura, in cui l’accoglienza, il fare posto all’altro viene dimenticata e prevale la preoccupazione di difendere e allargare i propri spazi.

Gesù invita i suoi ad aprirsi alla via. Il credere non è tranquilla acquisizione ma è cammino. E’ molto bella l’intuizione di Agostino che scorgeva porprio in Gesù la via e la patria, la via da seguire e il porto da raggiungere. “Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. E’ insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta” (Discorso 261) Questa suggestione del cammino ci riporta ad un’esperienza del credere da intendere con le caratteristiche di ogni cammino. E’ fatta di orientamento, di fatica, di tensione verso una meta e non di pretesa di essere già arrivati. Un cammino è fatto di tanti incontri e così anche il credere avviene solamente nell’incontro.

Gesù è il racconto, la autentica parabola del Padre: come nelle sue parabole Gesù non chiude in una definizione e non offre speculazioni ma racconta e delinea i tratti di un volto nel dinamismo di una vita che coinvolge, così la sua stessa esperienza è racconto, parabola del Padre. Con le sue parole e i suoi gesti narra un volto che solo può essere incontrato nell’entrare in relazione. Conoscere indica una relazione profonda, di intimità, di esperienza. Gesù parla di verità non come una dottrina da conoscere e possedere a livello intellettuale. Piuttosto la verità è vivente: è la sua persona. Non si può possedere, ma solamente accogliere e in lui ‘rimanere’, sperimentando una conoscenza come incontro. Alla domanda ‘quale strada percorrere per trovare il senso più profondo della vita?’ Gesù offre il suo cammino e invita a scoprire la vita continuando il suo stile, i suoi gesti, così come lui ha vissuto. La verità che è persona si fa incontro a noi nelle persone, nelle situazioni e ci chiama ad ascoltare, a dialogare, a stare di fronte ai volti in cui c’è traccia dell’immagine di Dio. C’è un cammino da compiere e da ricominciare sempre da una immagine di Dio costruita a nostra misura e come giustificazione di impianti ideologici e di potere al volto di Dio raccontato da Gesù.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Ancora una parola sulla via percorsa da Gesù. E’ una ripetizione insistente che attraversa il vangelo di Marco. Per tre volte Gesù ripete ai suoi, proprio sulla strada, nel cammino insieme, che la sua via comporta la sofferenza, affrontare l’ostilità del potere religioso e politico, subire una condanna ingiusta. Tre volte, il numero della pienezza. Gesù annuncia la sua via in modo completo. E’ delineato così l’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua morte: non la ricerca della sofferenza ma la fedeltà nel vivere fino in fondo la vita come servizio per tutti, consapevole del possibile rifiuto e delle conseguenze. Ma mentre le sue parole cercano di orientare a cogliere il senso profondo della sua via, i suoi discepoli manifestano arroganza e pretese. Sono Giacomo e Giovanni a  farsi avanti: “Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. E’ la pretesa del ‘volere’ che si pone con arroganza. L’esatto contrario della disponibilità al compiere la volontà e la chiamata del Padre. Il desiderio riguarda il potere, l’avere un primato ed una precedenza, un privilegio che ponga al di sopra degli altri e conduca a dominare, ad assoggettare. Seduti alla destra e alla sinistra ‘nella tua gloria’. Dietro a queste parole sta un’incomprensione radicale e ostinata della via di Gesù.  Mentre infatti Gesù parla del servo che soffre e subisce il rifiuto senza farsi coinvolgere nella spirale della violenza, Giacomo e Giovanni hanno la pretesa di percorrere quella stessa via. Non comprendono nemmeno il tentativo di Gesù di dir loro che la sua via è cammino di dono (il calice) e di morte (immersione/battesimo) fino alla fine. Proprio non comprendono; sono accecati. Non a caso al termine di questa sezione (come anche all’inizio) Marco pone un gesto di Gesù che apre gli occhi ad un cieco. Ciechi che non sanno accogliere e aprirsi ad accogliere quanto Gesù sta comunicando riguardo alla sua identità, della sua via. Ed è un’incomprensione che si prolunga nella storia.

E ciechi non solo Giacomo e Giovanni, i più vicini, i discepoli chiamati sulla riva del lago, che avevano lasciato tutto per seguirlo, ma anche gli altri dieci, che ‘cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni’. Indignati perché esclusi da onori, indignati perché desiderosi come i primi due di avere il riconoscimento ed i privilegi connessi ai primi posti, indignati perché si sentivano preceduti ed esclusi…

Gesù è presentato da Marco come chi ancora una volta cerca di spiegare, forse con rassegnazione, certamente con tristezza per questa incomprensione così radicale da parte dei suoi. Su questa incomprensione si deve sostare perché Marco nel suo vangelo insiste particolarmente. “Tra voi però non è così: ma chi vuole diventare grande tra di voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. “Tra voi non è e non dovrà mai essere così”: è una parola alla comunità chiamata ad una testimonianza alternativa e diversa rispetto a logiche del dominio. Gesù propone una via in cui la grandezza della vita si attua non nel primeggiare ma nel mettersi a servizio, nell’intendere tutto ciò che si fa come relazione a qualcun altro da accostare come più importante di se stessi, a cui guardare con cura e attenzione, a cui dedicare il meglio di sé. Gesù chiede ai suoi questo non come un maestro di morale; indica questa via perché questa è la sua via. Qui sta la sua identità. Il servire non è una derivazione opzionale ma il cuore del vangelo che è Gesù stesso. Qui sta anche la presentazione di un volto di Dio inaudito: un Dio non della potenza ma del chinarsi e del servizio. I suoi dovranno essere ‘immersi’ nella sua vita e nel suo percorso. “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti”. Gesù parla di se stesso con i tratti del ‘figlio dell’uomo’, il servo sofferente. Non è venuto per farsi servire ma per dare la propria vita in riscatto di molti. Parla così di se stesso, di ciò che più gli sta a cuore: offre una sintesi della sua vita e chiede ai suoi di vivere in questo orizzonte.

Posso indicare alcune riflessioni per accostare questa parola al nostro vivere:

Viviamo un periodo in cui in modo eclatante emerge lo spettacolo miserevole della corruzione diffusa ai diversi livelli della società e della politica. E’ un quadro desolante dell’uso del potere inteso come accesso a privilegi senza scrupoli per gli altri. Uno spettacolo del potere teorizzato e attuato come ambito in cui i grandi dominano e i capi opprimono. Gesù dice ‘quelli che sono considerati i governanti delle nazioni’: è una presa di posizione netta contro un potere che si ritiene al di sopra del bene e del male. Nel periodo in cui viviamo, fare memoria delle parole di Gesù può essere motivo per smascherare tutte le forme del potere che sono dominio e oppressione, per trovare forza dal vangelo per opporsi ad ogni uso del potere che schiaccia e umilia, per stare accanto a chi non ha potere ed è umiliato.

Gesù dice ai suoi ’tra voi però non è così’: parla loro della comunità, dello stile che deve regolare i rapporti nella comunità. Ci possiamo domandare: che ne abbiamo fatto di queste parole così forti di Gesù? Il carrierismo, il desiderio di primeggiare, l’invidia per chi ha raggiunto privilegi, le diverse forme del clericalismo sono tanti modi per tradire la parola di Gesù, anche da parte di chi si fa paladino di valori cristiani e attua una politica di uso spregiudicato del potere. In che misura la ricerca del potere e il dominio sulle persone, sono presenti nelle comunità, nelle chiese? Come poter contribuire per rimettere al centro il vangelo con la propria testimonianza e parola?

Gesù parlando della sua via capovolge il volto di Dio in cui credere. Non un Dio del potere e dell’onnipotenza secondo i criteri umani, ma un Dio che rinuncia al potere e scende a servire. Un Dio dell’incarnazione. La logica dell’incarnazione scardina ogni prospettiva di imperialismo. Lo stare dietro a Gesù non può stare insieme con la ricerca di potere e il cristianesimo non può divenire religione in concorrenza con altre religioni. Possiamo pensare alla proposta di Gesù come la ‘religione dell’uscita dalla religione’: egli propone l’essenziale del vangelo come servizio nel dare la vita per, in solidarietà con tutta l’umanità. Forse dovremmo riflettere sul cristianesimo come ‘religione del vangelo’. Dove vangelo è capovolgimento del modo di usare del potere e farlo diventare servizio, rinuncia all’arroganza, rinuncia alla violenza e alle dimostrazioni di forza, e vita nel seguire Gesù. Da qui sorge anche la prospettiva di vivere la fede oggi nel senso del dialogo, di chi ponendosi al servizio, scardina tutte le forme del dominio, dell’esclusivismo e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Sap 2,17-20; Sal 54; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La pagina del libro della Sapienza offre una chiave per entrare nelle letture di oggi: delinea il profilo dei un uomo giusto su cui si accentra la ostilità dei potenti. “tendiamo insidie al giusto perché per noi è d’incomodo…” La presenza stessa dell’uomo che vive nella giustizia è disturbo per chi si pone al di sopra di ogni legge e pretende di essere riconosciuto come padrone assoluto. Leggere queste espressioni conduce a pensare alla testimonianza di tanti ‘giusti’ del passato, ma anche del presente. Nell’esercizio del loro compito sociale e del loro lavoro, nel non cedere a ricatti e  pressioni sono stati e sono scomodi, disturbano a poteri politici, a potentati mafiosi, anche a tutti coloro che intendono la religione come sistema di dominio. Molti di loro sono stati tolti di mezzo. In questi giorni ricordiamo l’anniversraio dell’uccisione di don Puglisi a Palermo, e come lui tanti magistrati, commercianti, persone che non si sono piegate all’illegalità.

Il testo di Sapienza parla di un giusto, forse in riferimento ad una figura concreta ma esso diviene paradigma di tanti giusti che nella fedeltà a Dio hanno dovuto subire l’opposizione e l’ostilità dei potenti. La prima comunità cristiana ha letto in questa pagina un riferimento a Gesù: nella sua testimonianza vi sono riscontrabili i tratti dell’uomo giusto. Il suo cammino è stato quello di messia con tratti inattesi, un messia sofferente.

Le parole che Marco pone in bocca Gesù costituiscono la ripetizione e la ripresa del primo annuncio della passione: Gesù è presentato così come un ‘giusto’ che continua a credere, ad affidarsi al Padre anche di fronte al crescere dell’ostilità attorno a lui e della possibilità concreta di un esito violento della sua vita: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. Le parole di questo annuncio riportano a momenti drammatici della vita di Gesù e sono una tessitura di evocazioni di testi del primo testamento, in particolare da uno dei canti del servo di Jahwè di Isaia (Is 52-53) e da testi di Geremia (Ger 26,24). Gesù si mostra come uomo di fede, ‘giusto’, cioè ‘fedele’ perché profondamente legato alla fedeltà di Dio, il Padre. Legge la sua vita in rapporto alla Scrittura. La via che percorre ripropone così l’esperienza dei profeti che hanno dovuto subire il rifiuto, la persecuzione e sono stati uccisi. La figura del servo di Jahwè, descritta da Isaia, diviene un riferimento fondamentale: di fronte alla violenza il ‘servo’ non reagisce, ma sceglie la via della totale fedeltà a Dio, la via della nonviolenza fino a subire percosse  morte come agnello innocente.

Una parola in particolare viene ripresa: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato…”. Questo termine, consegna, racchiude vari possibili significati dell’esperienza della fede. Qui Marco sta parlando della fede di Gesù, una fede come affidamento totale al Padre, consegna senza limiti nella relazione con il Padre e alla suo disegno di salvezza. E d’altra parte c’è anche una consegna del Figlio dell’uomo agli uomini. Questo significato del consegnarsi ci fa riflettere sul senso della fede come affidamento in una relazione. E’ stato uno dei passaggi fodnamentali del Concilio Vaticano II la presentazione nella Dei Verbum della fede non tanto e non primariamente come conoscenza, ma come movimento di vita, cammino esistenziale che sorge dalla comunicazione personale e gratuita di Dio. Si può così parlare della fede di Gesù che affida la sua vita fino in fondo al Padre, la consegna come dono ricevuto e da ridonare, nel farsi pane per gli altri. Nel suo consegnarsi al Padre sta il segreto della sua esistenza, che lo conduce a consegnarsi nella libertà agli uomini fino a subire il rifiuto, la sofferenza, la morte.

Le parole di Gesù sono motivo di crisi e di scandalo per i discepoli: Pietro per primo aveva reagito quando Gesù aveva parlato della sua via non come via di affermazione ma di debolezza. Pietro nutriva la speranza in un messia con i tratti di un potente. Non accettava lo scandalo di un Dio che si mette nelle mani degli uomini. Gesù invece narra nelle sue parole e nelle sue scelte un volto inedito di Dio: non s’impone ma vive la sofferenza e il rifiuto, sceglie le debolezza dell’amore portato fino agli estremi confini, nella fiducia che solo questo amore può salvare. Addirittura Gesù identifica il Padre con un bambino da accogliere: un Dio dal volto indifeso e senza diritti. Gesù vive così la vita nel segno di un dono che non esige nessuna reciprocità: rivela i tratti sconcertanti di una vita spesa nel dono e nel servizio. E tutto ciò perché Dio è dono gratuito e amore senza limiti.

Mentre Gesù sta parlando ai suoi della sua vita in rapporto all’esistenza di grandi profeti che erano stati rifiutati e  persguitati ed indica così la sua via, i suoi non capiscono nulla: discutono infatti per la strada interrogandosi su chi di loro fosse il più grande. Il paradosso è che proprio i dodici sono distratti da altre attese e guardano verso altri orizzonti, che nulla hanno a che fare con quanto Gesù sta proponendo loro. Marco qui sottolinea non solo l’incomprensione dei discepoli, il cuore indurito che non permette loro di ascoltare, ma presenta anche lo sviamento totale di una ricerca che si rivolge ad altro: cercano il primato e la garanzia di un potere proprio mentre Gesù parla loro di una vita vissuta nel disinteresse e nella nonviolenza. Anche nella stessa comunità di Gesù c’è incomprensione non parziale e momentanea, ma profonda e radicale proprio riguardo alla via di Gesù.

Gesù è descritto con rapidi tratti da Marco come attento educatore. Parla con i discepoli a casa, pone loro domande, e compie segni. Il suo  gesto è quello di porre al centro un bambino: è indicazione di una scelta che pone al centro l’accoglienza invece della conquista, lo sguardo alla povertà (i bambini non avevano alcun ruolo e riconoscimento di diritti), piuttosto che al possedere e al dominare, il primato degli ultimi anziché la ricerca dei primi posti. Ma è anche un gesto che parla del volto di Dio come di un ‘Dio bambino’: “chi accoglie uno di questi bambini accoglie me… e chi accoglie me … accoglie colui che mi ha mandato…”

Questa lettura può trovare alcuni motivi di riflessione per noi.

Una prima domanda che ci pone è riguardo alla fede: Gesù vive la fede come affidamento al Padre. La sua fede è coinvolgimento dell’intera esistenza e si identifica con il suo cammino. Anche a noi chiede di intendere la fede non come conoscenza o appartenenza sociale, ma come cammino dell’esistenza, in cui tutte le dimensioni della vita siano coinvolte. Per scoprire non nella distanza di luoghi e tempi sacri, ma proprio nel tessuto ‘laico’ della vita di ogni giorno il luogo del comunicarsi di Dio e dell’accogliere la sua chiamata.

La fede intesa come consegna, così come la intende Gesù è consegna al Padre ed è anche consegna agli altri. Possiamo pensare ai tanti modi in cui nella vita si vive la consegna al Padre e agli altri. Ci sono i momenti del silenzio e della preghiera ma anche nelle situazioni quotidiane di lavoro, di relazione, di incontro, nella consegna agli altri scopriamo il senso profondo del nostro essere donati, conseganti, per poter attuare una consegna nela fiducia che Dio ha cura di noi e che Lui rimane fedele. L’essere ‘consegnati agli uomini’ anche nelle esperienze dolorose e faticose può divenire luogo di attuare una consegna radicale della propria vita a Dio.

Una terza riflessione si può fare a partire dalla parola di Gesù che riassume la sua via e la indica come stile della sua comunità: il vivere nella dimensione del servizio non è un aspetto periferico e aggiuntivo nella vita al seguito di Gesù, ma ne costituisce un tratto essenziale e irrinunciabile. Gesù con le sue parole e il suo gesto denuncia una incomprensione che è presente all’interno della comunità. Il servire è scelta di libertà che si oppone al servilismo di chi si inchina di fronte a chi detiene forza e potere. E’ espressione di quella sorgente profonda di umanità che ci chiama a vivere in rapporto a… di fronte al volto degli altri, tesi di costruire un mondo di accoglienza e non un mondo di rivali, in competizione. Questa parola di Gesù ha una forza di grande contestazione nei confronti di un mondo in cui a tanti livelli prevale la logica della competizione e dell’affermazione contro l’altro con ogni mezzo.

Le parole di Gesù indicano quale dovrebbe essere il progetto di ogni comunità cristiana. Possiamo pensare a quali cambiamenti questo dovrebbe condurre: cambiamento di atteggiamenti di clericalismo e di sottomissione, cambiamenti nel modo di intendere il proprio lavoro e l’utilizzo delle proprie competenze nei confronti degli altri, cambiamenti anche nelle forme in cui la vita della chiesa si è strutturata assumendo nella storia le logiche del potere politico e dimenticando lo stile di Gesù.

Alessandro Cortesi op

 

XXIV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Is 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Il vangelo di Marco trova un punto di passaggio fondamentale nella domanda che Gesù pone ai suoi discepoli: ‘La gente chi dice che io sia?’ E subito dopo: ‘e voi chi dite che io sia?’. Sono domande che riportano al motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo. Sin dalle prime righe aveva indicato che tutto ruotava attorno alla questione dell’identità di Gesù di Nazaret riconosciuto come il Cristo, messia.

A metà del vangelo la domanda di Gesù segna una svolta. Ed essa è posta per la strada, nel cammino. Si collega al cammino di Gesù, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi vuole non solo sapere chi è Gesù, in termini di curiosità intellettuale, ma intende conoscerlo, e seguirlo sulla strada da lui percorsa.

Pietro risponde: ‘Tu sei il Cristo’. E’ voce che nel vangelo di Marco presenta l’identità di Gesù, quell’identità espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – ad es. al cap. 1 nell’episodio della guarigione dell’indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, o al cap. 3 di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dalla prima pagina Marco aveva suggerito l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio, nell’episodio del battesimo, laddove con raffinata arte narrativa aveva presentato una voce dal cielo, udita solo da Gesù, ma conosciuta anche dai lettori del vangelo: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  Veramente l’intero vangelo si snoda attorno a questo tema: chi è Gesù? Quale l’identità di un uomo dai tratti del profeta rifiutato che percorre strade in un cammino di fedeltà radicale al Padre e di bene per gli altri?

Il riconoscimento di Pietro di Gesù come Cristo, messia, presenza attesa di liberatore e portatore dell’intervento di Dio, della pace, legato alle promesse indirizzate al re Davide e che segnavano le speranze di Israele, è una indicazione preziosa. Ma dopo la risposta di Pietro Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. E’ la medesima imposizione data agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda. Perché questo silenzio?

Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire questo tipo di messia nel suo cammino. Ecco perché quell’annotazione che ‘lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi risulta così importante e quasi una chiave per leggere anche tutto il seguito dello scritto. Questa annotazione ritorna in tutta la seconda parte ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

La grande questione in gioco è allora per Marco il significato dell’esssere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre che si susseguono, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù.

Dietro a queste parole stanno i riferimenti alle esperienze dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio. Il profeta proprio per la sua fedeltà a Dio subisce il rifiuto, la persecuzione e la condanna. Così anche Gesù riscontra come la sua scelta di mettersi nel cammino dei profeti lo potrà condurre ad un rifiuto e a vivere la sofferenza. In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia.

‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù che non va letto come una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. Piuttosto è da leggersi come la conseguenza di una fedeltà fino in fondo di Gesù al disegno del Padre. La coerenza vissuta in modo radicale al disegno di Dio conduce ad assumere su di sé la sofferenza. La scelta di non cercare di prevalere con la forza, con il potere e con la violenza, e di vivere fino in fondo l’amore conduce Gesù non acercare la croce ma a subirla per restare fedele all’annuncio del regno.  L’orientamento che guida la sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è sì messia, ci dice Marco, ma è messia in un modo paradossale e sconvolgente. E’ messia non del potere e dell’affermazione della forza politica e nazionalistica, ma è messia che  salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e il dono di sé fino alle estreme conseguenze, fino a prendere su di sé la via della sofferenza. Questa vita che racconta il volto stesso di Dio e se ne fa rivelatrice è una vita che salva.  Gesù non cerca la sofferenza ma la subisce nel suo rimanare fedele all’annuncio del regno del Padre.

Gesù indica così la sua via e lo annuncia come cammino in cui chi intende stargli dietro è chiamato ad accogliere questa logica. Le parole ‘sta dietro a me Satana’, rivolte a Pietro che lo rimprovera e non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé, è invito a ‘mettersi dietro’ nel cammino ed è anche denuncia di modi di pensare che non sono ‘secondo Dio’.

Possiamo cogliere la provocazione di questa pagina in due ambiti della nostra vita.

Penso a questo tempo di inizio della scuola per tanti ragazzi e insegnanti e nel coinvolgimento di tante famiglie: in che misura la scuola e l’educazione è pensata come esercizio a primeggiare, ad avere potere sugli altri, ad arrampicarsi con tutti i mezzi ed in che misura invece può essere luogo in cui aprirsi a quel cammino che fa riscoprire le profondità dell’autenticità umana chiamata al dono di sé e al servizio? Gesù educa i suoi non con l’imposizione o con la minaccia, ma attraverso l’interrogare, nella pazienza di ascoltare, e chiedendo di seguirlo in un cammino di vita: è uno stile che ci interroga.

Penso alla situazioni di violenza degli ultimi giorni in Libia: ci interrogano sulla carica di violenza motivata con l’appartenenza religiosa. Ci fanno riflettere sulla logica dello scontro che sta alla base di provocazioni e di disprezzo per il credo religioso dell’altro come il film su Maometto. E’ da condannare la violenza di fondamentalisti e criminali che non possono essere identificati con la realtà del mondo credente islamico. E ci possiamo anche interrogare in quale misura siano presenti nella società, nelle persone, in diversi contesti religiosi o culturali pretese di egemonia, ricerca di potere, logiche di oppressione e politiche di violenza. La violenza dei fanatici si accanisce sugli uomini che stanno sulle frontiere, che cercano il dialogo. Gesù propone una via alternativa che fa emergere le dimensioni profonde del cuore umano, ciò a cui tutti siamo chiamati. E’ proposta che apre a camminare insieme, nel rispetto per l’altro, nella ricerca del dialogo contro ogni fanatismo, violenza e intolleranza. In contrasto con i modelli dello scontro dei popoli e delle persone si rende più forte la chiamata ad ascoltare l’invito di Gesù: ancora non abbiamo intrapreso con chiarezza la sua strada nel cammino di ‘messia’ venuto per servire. Solo questa testimonianza, che accetta di vivere il rifiuto e la sofferenza, vince ogni morte, ogni violenza e apre alla risurrezione.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento anno B – 2011

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

Una voce grida: ‘nel deserto preparate la via al Signore’. E’ voce di apertura e speranza, invito a preparare una strada. E’ voce che invita ad uscire, a tracciare percorsi che conducano fuori da schiavitù, da umiliazioni, per camminare verso orizzonti nuovi. I deportati a Babilonia dovevano costruire nel deserto strade diritte verso i templi degli dèi dei babilonesi. Lo sguardo del profeta sa leggere in profondità, e vede lontano. Per lui il deserto è via che condurrà fuori verso la libertà. E si fa eco del grido di Dio: ‘Consolate, consolate il mio popolo’.

Il deserto è il luogo in cui Marco, nella prima pagina del suo vangelo, introduce la figura di Giovanni Battista. Qui il deserto indica una condizione di aridità, lo spazio in cui la voce del profeta si disperde: “voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore”. C’è una ripresa ma anche un cambiamento del versetto del secondo Isaia che conduce a cogliere due dimensioni del deserto.

C’è un deserto dentro e fuori di noi in cui spesso ci troviamo a vivere, bloccati, incapaci di sogno e di uscita verso orizzonti aperti e di speranza. Quale sono i deserti della nostra esistenza? Quali i luoghi in cui Dio appare assente? In questo deserto spesso ci lasciamo prendere dallo sconforto, e ci ritroviamo sconsolati vicino ad altri sconsolati come e più noi. In questi giorni ha suscitato scalpore e reazioni diverse la notizia della scelta di suicidio assistito compiuta da Lucio Magri, dirigente del PCI e primo direttore del Manifesto. Davanti all’insondabile abisso del cuore umano non credo si debba pronunciare un giudizio sulle persone ma sia da osservare un silenzio di riflessione e di compassione. E ci si può chiedere quanti silenzi di solitudine e quante richieste di ‘farla finita’ siano in profondità grida lanciate per trovare un po’ di consolazione nella propria desolazione e nella depressione. Paradossalmente sono grido di attaccamento alla vita – pur nella sua negazione – ed insieme invocazione a rintracciare un senso all’esistenza che pur non si riesce a scorgere. E in tutto questo scoprire le chiamate all’ascolto di tante richieste di consolazione presenti anche vicino a noi.

Nel deserto la voce di Dio è parola di consolazione: ‘Consolate il mio popolo’. Consolazione è bella notizia  per la nostra esistenza, non atteggiamento che distoglie e rende indifferenti a trasformare quanto è ingiusto e malvagio. Nel deserto e nelle aridità del presente siamo spinti a portar quanto non è grandezza nostra, ma viene da Dio: “ Dio…ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-5).

Se il deserto è luogo della aridità, il deserto è anche spazio di cammini di liberazione. Sono tanti gli esodi, sempre da ricominciare, uscite attraverso il deserto sempre da compiere. Come quello degli israeliti, accompagnati dalla presenza di un Dio vicino a scoprire di esser popolo chiamato a passare dalla schiavitù al servizio.

E nel deserto una strada… Deserto e strada sono forse le coordinate in cui intendere in modi nuovi la nostra esistenza credente oggi. La strada nel deserto è il cammino dell’esodo. Ma proprio sulla strada Gesù incontra le persone: Gesù è stato uomo che ha conosciuto la bellezza e la fatica del camminare, del percorrere strade di umanità. Sulla via indica come il rapporto con lui non può esaurirsi in una dottrina da conoscere o in alcune pratiche di comportamento. E’ piuttosto un mettersi in cammino che investe tutta la vita e si fa incontro. E i primi cristiani vennero indicati come quelli della Via. La strada è luogo diverso dai templi, e sulla strada si vive l’imprevisto e la precarietà.

La crisi economica di questo tempo sempre più segna la nostra esistenza e la caratterizza nell’orizzonte della precarietà, soprattutto per i giovani. Sulle strade delle periferie, possiamo incontrare i volti di chi sperimenta in modo doloroso la precarietà e la povertà. Come leggere nella fede questo momento, come metterci sulla strada? Possiamo scoprire come spesso andiamo alla ricerca di sicurezze che si rivelano esse stesse precarie. Possiamo aprirci a scoprire quanto è veramente essenziale. Possiamo aprirci a vivere la stessa fede come cammino, che cresce nell’incontro, che non si appoggia su criteri di potere, che si lascia incontrare da Gesù che passa per le nostre strade come sulla strada guidò i suoi discepoli.

Alessandro Cortesi op

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