la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “pane”

XIX domenica tempo ordinario – anno B – 2021

1 Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

“Elia, impaurito … si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse: ‘ora basta, Signore! Prendi la mia vita…”

Elia è profeta che ha risposto alla chiamata di Dio e per questo si è scontrato non solo con i poteri religiosi, i profeti di Baal (1Re 18,40) ma anche con il potere politico: la regina Gezabele infatti lo fa ricercare per ucciderlo.

In fuga nel deserto Elia vive la solitudine fino a dire ‘basta Signore, ora è troppo’: in lui si riflette  l’esperienza di chi ha posto la sua vita nelle mani di Dio e si scontra con le difficoltà e le persecuzioni. Il cammino di Elia ripercorre quello di Mosè che aveva vissuto nel deserto n solitudine nella sua fuga , poi alla guida del popolo aveva attraversato ancora un altro deserto. Ora Elia, nel deserto e nella solitudine, ripercorre i passi di quel cammino.

Proprio in questo momento scopre che un messaggero, un angelo, lo invita a prendere e mangiare: pane e acqua. Sono i segni di una vicinanza di Dio che non abbandona mai i suoi servi. Ed è nutrimento che permette di andare avanti. E’ così accompagnato, lui profeta, a scoprire la presenza di Dio vicino in modo nuovo. Elia potrà fare questo cammino solamente con la forza di quel pane e acqua, doni inattesi.

Nel capitolo 6 del IV vangelo strutturato attorno al segno del pane sono descritte due reazioni. I ‘giudei’ (nel IV vangelo figura simbolica di chi si pone di fronte a Gesù nel rifiuto) mormorano perché conoscono Gesù e la sua provenienza e così dicono la loro ostilità perché ha detto  “io sono il pane disceso dal cielo”.

L’atteggiamento di Gesù è diverso, parla del Padre ed invita a credere. I giudei  non accettano che Dio possa esser vicino. Gesù propone loro di lasciarsi attirare dal Padre e di aprirsi ad accogliere un volto di Dio sorprendente, che scardina i nostri schemi. L’incontro con Dio si rende possibile nell’incontro con lui, nel lasciarsi nutrire da lui: “Io sono il pane vivo”. Pane vivente è un’esistenza spezzata e condivisa che esprime la vita di Dio. Gesù propone non un nutrimento materiale ma il pane quale segno della sua stessa vita per la vita di tutti. “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

E’ qui utilizzato il termine ‘carne’ (sarx) che faceva riferimento alla carne degli animali macellati, alla dimensione più fragile del corpo umano. Nel IV vangelo questo termine è presente nel prologo: ‘e il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi’. Indica la presenza di Dio vicino, capace di condividere la totalità della vita in tutte le sue dimensioni. Gesù rivela il volto di un Dio che prende su di sé tutto l’umano. Il dono del pane, carne di Cristo consegnata per la vita del mondo,  è continuazione del mistero dell’incontro tra Dio e l’uomo (l’incarnazione) ed è vita donata di Gesù, uomo per gli altri.

Alessandro Cortesi op

Un pane per vivere

C’è una contrapposizione tra il mangiare la manna e poi morire e mangiare il pane della vita per vivere. Il messaggio di Gesù e la sua vita sono per la vita di tutti.

In tempo di pandemia si è sviluppato un dibattito che vede poste a tema le questioni della libertà, della vita, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. C’è chi ha sottovalutato e addirittura negato la letalità del virus che dal dicembre 2019 si è peraltro diffuso in tutta la popolazione mondiale producendo sofferenze e morti, impoverimento e difficoltà economiche ed in certe aree del mondo situazioni disastrose per la mancanza di adeguata assistenza sanitaria e per decisioni politiche che non hanno provveduto a misure di contenimento del contagio ed hanno causato milioni di morti: si pensi al caso dell’Amazzonia e del Brasile e dell’India.

In particolare da quando sono stati resi possibili i vaccini un dibattito si è acceso tra coloro che nutrono opposizioni e dubbi sull’obbligo di vaccinarsi e coloro che per contro ritengono sia grave responsabilità comune assumere il vaccino in vista di difendere la salute propria e quella degli altri.

Un autorevole filosofo italiano Giorgio Agamben da quando è scoppiata la pandemia ha espresso una riflessione che egli collega al suo approfondimento sulla nuda vita:

in un intervento del 16 aprile 2021 (nel suo blog Quodlibet) scriveva: “Più volte nei miei interventi precedenti ho evocato la figura della nuda vita. Mi sembra infatti che l’epidemia mostri al di là di ogni possibile dubbio che l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale a qualsiasi prezzo. La religione cristiana con le sue opere di amore e di misericordia e con la sua fede fino al martirio, l’ideologia politica con la sua incondizionata solidarietà, perfino la fiducia nel lavoro e nel denaro sembrano passare in second’ordine non appena la nuda vita viene minacciata, seppure nella forma di un rischio la cui entità statistica è labile e volutamente indeterminata”. Tali valutazioni basate su un giudizio di un rischio labile e indeterminato si sono rivelate assai deboli. Più recentemente ha espresso posizioni estremamente critiche sull’obbligo di vaccinare le persone delineando il rischio di una dittatura sanitaria: egli scorge come lo stato d’eccezione con cui è stata affrontata dai governi la pandemia ha costituito il momento di privazione di libertà fondamentali e quindi di sospensione della vita democratica (A che punto siamo? Pandemia e politica, Quodlibet 2020). A queste tesi ha manifestato il suo assenso Massimo Cacciari in recenti interventi sottoscrivendo un comune appello dal titolo A proposito del decreto sul green pass in cui criticando l’introduzione del certificato di vaccinazione per consentire l’accesso ad ambienti di vita pubblica e ai luoghi di lavoro scrivono: “Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica”.

La preoccupazione alla base di tali posizioni – che pur risentono di una insufficiente considerazione di quanto proviene da una verifica della comunità scientifica – sta nel venir meno di garanzie democratiche e di non discriminazione dei cittadini che sono proprie dei sistemi democratici: la loro presa di parola è orientata a contrastare fenomeni di tipo dittatoriale nella realtà attuale.

Queste prese di posizione hanno suscitato un dibattito in cui anche altri filosofi sono intervenuti in modo critico e con tesi diverse: ricordo la lucida sottolineatura di Donatella Di Cesare su L’Espresso di domenica 1 agosto (Cari Agamben e Cacciari pensiamo a chi non è protetto, “L’Espresso”, 1 agosto 2021): “Dove sarebbe la discriminazione? In che modo si produrrebbero cittadini di seconda classe? Lo spazio pubblico è attraversato oggi da gravi discriminazioni; sono molte e molti coloro che, condannati a non avere voce, a restare ai margini, sono consegnati all’invisibilità. Verso questi ultimi, senza protezione, esposti a tutto, privi di vaccino, dovrebbe rivolgersi la nostra attenzione. Non a chi dallo spazio pubblico si autoesclude rispondendo con un “no” riottoso a quel richiamo alla responsabilità che è il green pass”.

Nel suo intervento in un rapido accenno pone a confronto le due posizioni che oggi si confrontano spesso senza assumere un atteggiamento di ricerca e di consapevolezza della complessità, ma nell’opposizione di tesi avverse e contraddittorie: “sono deleterie le due derive opposte: quella del complottista credulone che scorge ovunque il piano di Bigpharma, e quella dello scientista saccente e altezzoso, convinto di avere in tasca la verità assoluta”.

E’ deleteria questa contrapposizione tra una concezione positivista della scienza che non tiene conto del limite e dell’incertezza, e per contro di chi non da alcun credito alla competenza ed ai processi di verifica nella comunità scientifica e della comunità civile. Tale attitudine di tifoserie da stadio è un elemento da superare nel contesto attuale ma soprattutto penso sia indebita l’affermazione di una discriminazione nei confronti di chi non intende assumere responsabilità nei confronti della vita degli altri. Oggi sarebbe da porre peraltro attenzione a quelle derive in atto della tenuta democratica del Paese che sono presenti in modo assai evidente nella discriminazione nei confronti di tutti gli invisibili (migranti, lavoratori sfruttati, emarginati delle città…).

Peraltro la decisione di assumere il vaccino può essere vista come assunzione di responsabilità che tiene insieme esigenza di affermazione di una libertà che richiede di tener conto dell’esistenza degli altri  e quindi si attua nei termini di responsabilità. E’ questa forse una delle lezioni da accogliere dalla pandemia quale evento che ha coinvolto l’intera popolazione mondiale. E peraltro ritengo che le energie della società civile potrebbero e dovrebbero essere indirizzate in questo momento non tanto per rivendicare una libertà senza limiti, ma in una lotta di solidarietà perché siano tolti i brevetti dei vaccini da parte delle multinazionali farmaceutiche e siano forniti i vaccini soprattutto ai paesi poveri che non hanno ancora potuto fornire vaccinazioni a livello diffuso. 

In tal senso trovo puntuali le sottolineature di Nadia Urbinati (La nostra libertà non è assoluta: per avere senso ha bisogno degli altri, “Domani” 31 luglio 2021) che leggendo lo sviluppo di quella che è stata indicata come la civiltà dei diritti, in cui noi ci troviamo a vivere godendo di conquiste dovute alle sofferenze di tanti, evidenzia come la conquista progressiva di diritti ha aperto l’orizzonte di consapevolezza degli obblighi relativi alla pratica di ogni diritto e ha ricordato come in particolare la Costituzione italiana tenga ben presente nella sua articolazione tale dinamismo che pone limite al ‘fare quello che mi piace’:    “Coloro che identificano il green pass con il dispotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci.La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso”.

Il richiamo a alcuni principi costituzionali può essere occasione di riscoperta di quanto Dante esprimeva ponendo in bocca di Marco Lombardo l’espressione ‘Liberi soggiacete” (Purg XIII).  Non esiste una libertà illimitata e priva della considerazione del riferimento ad un’alterità che si fa sempre appello che chiede risposta e assunzione di un peso. Sarebbe un mangiare per morire, quando invece siamo chiamati a mangiare per vivere e vivere insieme. Ancora Nadia Urbinati:  

“Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l’assunto che “fare quel che ci piace” sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa.”

 Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Es 16,2-15; Sal 77; Ef 4,17-24; Gv 6,24-35

‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’. Mosè riconosce nel segno della manna un intervento del Signore. La manna è la risposta da parte di Dio al lamento del popolo, deluso e stanco nel cammino del deserto. La fame spinge a rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, purché il cibo sia assicurato. Così il popolo ‘mormora’, vive ribellione e sospetto contro un Dio che l’ha condotto nella condizione insopportabile del deserto. E’ disposto a rinunciare la libertà per saziare la fame. Le quaglie  e la manna provengono dall’iniziativa di Dio: sono sì un dono, ma anche una sfida per riconoscerlo come unico Signore. La mormorazione è espressione dell’idolatria che dimentica la signoria di Dio e l’orizzonte dell’alleanza: è rinuncia ad affidarsi e anziché riconoscere il Dio vicino, cercare altre fonti di sicurezza. La manna è offerta quale segno di fronte alla ribellione, un segno che indica di scorgere la provvidenza di Dio che non dimentica il suo popolo: potrà essere raccolta solamente per la razione di un giorno. E la manna è cibo per camminare, per continuare un viaggio che è iniziato come dono di liberazione e continua. Il cammino potrà aprirsi unicamente nell’affidamento al Dio vicino sorgente di ogni bene.

Il capitolo 6 del IV vangelo riprende il segno dei pani. Gesù osserva: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27) E’ un invito ad interrogarsi sulla ricerca: Gesù critica una ricerca finalizzata ai propri bisogni e orienta a superare le attese immediate per aprirsi ad una ricerca più profonda: il segno dei pani distribuiti rinvia alla sua stessa vita. E per questo chiede di affidarsi a lui. “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29).

Il segno del pane ricorda il dono della manna nel deserto.  “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

La vita intera di Gesù si riassume nel ‘darsi’. Viene così suggerito un cammino del credere: è innanzitutto accogliere Gesù e riconoscere in lui l’inviato del Padre. La manna è segno per indicare un percorso di fede. Gesù ora presenta se stesso come pane, nutrimento che dona senso all’esistenza ed apre a nuovo cammino.

Alessandro Cortesi op

Contro la fame

Il segno dei pani ricorda come Gesù sia attento alle esigenze concrete delle persone, come il suo agire sappia essere ascolto del grido di sofferenza che sorge dalla ferita che trafigge l’esistenza. Il suo sguardo non si posa su casi da affrontare con distacco, ma si lascia toccare dall’unicità delle persone, con le loro fatiche, le loro attese e speranze. Si lascia interrogare dai volti. Alla fame e al bisogno di pane Gesù risponde facendo in modo che vi sia pane per tutti e suggerisce come nel distribuire, nel condividere quel poco che c’è, si può attuare un processo nuovo, che conduce ad una sovrabbondanza inattesa.

Ma anche il suo ritrarsi e il suo fuggire perché volevano farlo re indica qualcosa d’importante: Gesù non vuole assecondare una ricerca che rinserra la vita nell’interesse immediato. Contrasta tutto ciò che rinchiude la vita entro gabbie che non le consentono apertura a dimensioni profonde. C’è la fame di pane, ma ci sono anche altre fami a cui dare ascolto. C’è la fame di nutrimento ma la vita non può essere nutrita solo di cibi o di cose. C’è un vuoto che va accolto e rinvia alla fame di libertà, di amore, di relazioni autentiche, di bellezza, di rapporti di giustizia tra le persone e i popoli, di pace.

La pretesa di una felicità che sta solamente nell’avere e nel consumare è grande illusione. Lo ricordava Herbert Marcuse – di cui ricorre in questi giorni il 40 anniversario dalla morte – nella sua opera “L’uomo a una dimensione”, del 1964. Il modello sociale prodotto dall’industrializzazione che pretende di assorbire ogni aspetto della vita umana la riduce al solo bisogno di avere e di consumare senza alcuna apertura ad una libertà che è il l’anelito più profondo del cammino umano. Si acconsente così a divenire vittime di una repressione che mantiene la vita nell’unica dimensione del consumo e della sola possibilità di scegliere oggetti doversi da consumare.

L’attenzione alla fame che ancora segna la vita di gran parte dell’umanità e l’impegno a ricordare le tante dimensioni della vita umana con tante attese e fami apre all’esigenza di un cambiamento radicale del modo di vivere.

Ricorda papa Francesco: “Questa pandemia ci ha posti di fronte alle ingiustizie sistemiche che minano la nostra unità come famiglia umana. I nostri fratelli e sorelle più poveri, e la Terra, la nostra Casa Comune che «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei», esigono un cambiamento radicale. Sviluppiamo nuove tecnologie con le quali possiamo accrescere la capacità del pianeta di dare frutti, e tuttavia continuiamo a sfruttare la natura al punto di renderla sterile, ampliando così non solo i deserti esteriori ma anche i deserti spirituali interiori. Produciamo alimenti sufficienti per tutte le persone, ma molte restano senza il loro pane quotidiano. Ciò «costituisce un vero scandalo», un crimine che viola diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti estirpare questa ingiustizia mediante azioni concrete e buone pratiche, e attraverso politiche locali e internazionali audaci” (messaggio al pre-summit sul Food System Summit 2021, 26 luglio 2021.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Il profeta Eliseo di fronte  ad una offerta di primizie recate a lui come uomo di Dio invita a compiere una distribuzione nel dare pani alla gente. «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». I venti pani d’orzo e grano novello, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è a sufficienza: non solo tutti poterono mangiare ma i pani distribuiti sono sovrabbondanti e ne avanzano, secondo la promessa del Signore. La parola del profeta lascia spazio al compiersi di quello che vuole il Signore: pochi pani sono poca cosa eppure il dono, il metterli a disposizione sfama tanta gente. Quel poco rivela nell’essere distribuito una sorprendente abbondanza.

L’intero capitolo 6 del IV vangelo si svolge attorno al segno dei pani. Gesù compie segni sugli infermi, segni che indicano un mondo nuovo, la cura perché chi soffre abbia vita. E c’è una gran folla. Gesù è preoccupato di dare da mangiare: è attenzione concreta, immediata, risonde ad una attea e ad una fame che sa leggere in quei volti davanti a lui. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» Filippo si fa portavoce del dubbio di poter sfamare tante persone anche andando a comprare il pane:  la folla è immensa – sono indicate cinquemila persone – e il denaro non basta. Ma c’è un piccolo gesto che interrompe una situazione senza speranza. E’ la disponibilità di un ragazzo: cinque pani e due peci che vengono messi a disposizione. “Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Andrea scorge l’insignificanza e la pochezza di quei pani e dei pesci. Ma quel gesto di donoè accolto e continuato da Gesù che apre spazio ad una distribuzione senza limiti. “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Lui stesso comincia a distribuirli. Attorno ai tre gesti del prendere, ringraziare, dare si genera l’impossibile, l’inatteso. Quel poco diviene corrente inestinguibile che viene incontro alla fame di tutti. Dall’accoglienza, nel ringraziamento, nella condivisione di un dare senza riserve e senza trattenere sorge una realtà nuova. 

Il racconto di questa distribuzione porta a scorgere quell’esperienza così presente nella vita di Gesù, il mangiare insieme con gli altri: un pasto comune diviene oggetto di una lettura che lo rende un racconto di segno con riferimenti rilevanti alla cena eucaristica, e ai gesti di Elia e di Eliseo.

Il IV vangelo presenta infatti l’episodio dei pani in un luogo distante dai centri abitati e lo colloca temporalmente in riferimento alla Pasqua vicina.  Sono allusioni all’episodio della manna e delle quaglie nel deserto (Es 16; Num 11) e alla figura del profeta atteso come Mosé che avrebbe rinnovato il miracolo della manna.

Gesù stesso distribuisce il pane ed invita a raccogliere quanto è avanzato perché nulla vada perduto. I canestri in cui vengono raccolti i pani avanzati sono dodici, un numero che si riferisce alle dodici tribù del popolo d’Israele orientato a comprendere  l’intera umanità.

Di fronte al segno dei pani però da parte della folla sorge un’incomprensione: riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Gesù prende le distanze da una ricerca di un messia che corrisponde ai bisogni ed è visto come soluzione ai problemi immediati.

Il segno dei pani è richiamo esigente ad un modo nuovo di vivere nella linea della condivisone della distribuzione. Gesù stesso nel gesto di distribuire i pani manifesta il suo volto. E’ lui stesso pane della vita (Gv 6,35): “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Alessandro Cortesi op

Pane e fame

Un recente rapporto di Oxfam riporta i dati sulla fame nel mondo in questo nostro tempo. A distanza di un anno mezzo dall’inizio della pandemia emerge da questo dossier come si sia verificata una crescita sorprendente del numero di persone che nel mondo vivono nel rischio di una carestia. Sono 155 milioni di persone sulla terra che non hanno una situazione alimentare sicura. Il loro numero è cresciuto di 20 milioni rispetto al 2020.

Il rapporto indica come “il virus della fame” si stia moltiplicando perché le persone che rischiano di morire per la fame sono quasi il doppio di quelle che sono vittime del contagio della pandemia Covid.

Le cause della condizione di fame nel mondo sono sintetizzate in tre ‘C’. La prima è infatti quella dei conflitti. Quasi 100 milioni di persone in 23 paesi della terra si trovano a vivere in regioni in cui sono in atto  conflitti armati e violenza.

Le guerre non sono solo causa della fame ma tra guerra e fame è presente un rapporto di relazione, perché in molti paesi in cui sono presenti conflitti la mancanza di cibo viene utilizzata come un’arma: vengono lasciate popolazioni senza accesso all’acqua e a beni di prima necessità e vengono impediti gli accessi degli aiuti umanitari. 

La seconda causa è la diffusione del Covid-19 e la crisi economica aggravata dalla situazione della pandemia. In molti paesi del mondo è stato interrotto il ciclo della produzione di alimenti tra il 2020 e gli inizi del 2021 e contemporaneamente si è verificato un aumento della disoccupazione a livello globale. Ma anche le disuguaglianze nel poter accedere ai vaccini a causa degli interessi economici delle aziende farmaceutiche e delle politiche egoiste dei Paesi ricchi, sono un fattore che impedisce i processi di uscita dalla miseria per moltissimi.

Una terza causa è la situazione di emergenza climatica in atto alle varie latitudini, che costituisce una tra le principali ragioni che spinge le persone a lasciare la propria terra e la propria casa, costringendole nella condizione di sfollati interni o di rifugiati. Le situazioni di conflitto e di crisi climatiche hanno costretto 48 milioni di persone a fine 2020 a trovarsi nella condizione di sfollati interni. Nel rapporto si legge: “I disastri climatici sono stati i principali responsabili del fatto che quasi 16 milioni di persone in 15 Paesi hanno raggiunto livelli critici di fame” (p.8). Nel cosiddetto “corridoio arido” centroamericano (Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua) è registrato un rapporto tra aumento delle vittime per fame e delle situazioni di emergenza alimentare e disastri climatici. Nel 2020 vi sono stati 30 uragani climatici, con un incremento di circa il doppio di fenomeni rispetto all’anno precedente.

Ciononostante le spese militari sono aumentate e a livello globale ha registro un incremento di 51 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra esorbitante, che grida scandalo al solo pensiero che equivale a sei volte e mezzo rispetto a quanto richiesto dalle Nazioni Unite per la lotta alla fame a livello globale.

Nel rapporto sono tristemente evidenziate ed elencate le regini della fame più terribile: sono innanzitutto lo Yemen, in cui è in atto da sei anni  un conflitto che ha conseguenze devastanti soprattutto sui bambini che muoiono per  malnutrizione e malattie. Nel Paese oltre 4 milioni di persone sono sfollati interni e vivono nella insicurezza alimentare. Una condizione aggravata da inondazioni e disastri climatici.

In Afghanistan vi è stato un aumento della fame estrema: “Non vi è esempio migliore di un Paese colpito dalle tre C letali: Covid-19, conflitto e crisi climatica. In Afghanistan la seconda ondata del virus, aggravata da un’impennata di violenza a seguito del ritiro delle truppe statunitensi, ha provocato forti perdite economiche, occupazione irregolare, massicci movimenti di sfollati e un forte calo delle rimesse” (p.11).

Vi è poi il Sud Sudan, un paese con età media della popolazione giovanissima, dove l’82 % degli abitanti vive tuttavia in una condizione di estrema povertà e circa 7,2 milioni di persone a rischio di fame. “Nella regione del Sahel Occidentale, comprendente Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal, la curva della fame evidenzia un’impressionante impennata del 67%” (p.12).

In America del Sud è il Venezuela il paese in cui più del 90 % della popolazione non può accedere ad una alimentazione sufficiente. La situazione di crisi economica e l’inflazione crescente hanno generato nel Paese una crisi umanitaria.

Ma accanto a questi Paesi in cui sono in atto situazioni e sofferenze drammatiche di uomini donne e bambini che muoiono per fame, altre regioni si affacciano nella condizione di crisi alimentare: tra di esse il Brasile in cui la pandemia ha avuto diffusione devastante anche per le responsabilità del governo che non ha posto in atto strumenti per fronteggiarla. Da qui la interruzione di attività economiche ed altre disastrose conseguenze per la popolazione.

Anche l’India ha visto milioni di persone dover fronteggiare una drammatica mancanza di cibo e si è registrata la necessità di ridurre l’apporto di cibo per la maggior parte della popolazione. Anche la chiusura delle scuole  in cui milioni di bambini potevano ricevere un pasto quotidiano ha avuto come conseguenza il non poter sfamare questi piccoli.

Così pure il Sudafrica, benché fosse un Paese considerato sicuro inizia ad essere una regione in cui più di 24 milioni di persone soffrono l’insufficienza di cibo.

Lo sguardo a questa realtà nel mondo non può non richiamare ad un’impostazione diversa nelle politiche di produzione e distribuzione del cibo e soprattutto è un richiamo per un radicale cambiamento di stili di vita. In un mondo dove vi sarebbe il cibo per tutti, il fatto che innumerevoli persone soffrono per fame suscita una domanda che dovrebbe condurre ad una lotta innanzitutto contro l’industria e il commercio delle armi che alimentano i conflitti, ad un impegno per promuovere rapporti di solidarietà con i paesi vittime di politiche inique e ingiuste – con abolizione dei brevetti dei vaccini mentre la pandemia continua a diffondersi – e per contrastare i cambiamenti climatici che sono una delle cause di tale situazione. 

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_8704Is 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

“O voi assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente…

Acqua vino e latte sono insieme simboli di nutrimento, ma anche di gioia e di serenità. La terra a cui Israele ritorna dopo l’esilio offre non solo la possibilità di nutrirsi, segno della provvidenza di Dio, ma anche la libertà che apre ad un nuovo inizio in cui si sperimenta da ora il contenuto della promessa. La speranza d’Israele vede nel segno del banchetto la pienezza di vita che vi sarà alla fine nell’incontro con Dio. “Il Signore… preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande” (Is 25,6). Il nutrimento diviene simbolo di accoglienza e di incontro, e racchiude in sé il rinvio alla fine della storia, che sarà un incontro dei popoli, e un condividere l’abbondanza di vita dono di Dio.

Matteo nel suo vangelo narra il gesto di Gesù che ha dato da mangiare alle folle, un gesto ricordato in tutti i vangeli. E’ un gesto che parla di attenzione alle attese concrete e dice la compassione di Gesù. E’ poi un gesto carico di simboli: il pane ricorda il percorso dell’esodo, e rinvia all’esperienza d’Israele quando nel deserto accolse la manna come cibo donato da Dio. La manna non poteva essere accumulata, tutti potevano raccoglierla ed era sufficiente per un giorno. Un segno nel cammino verso la libertà che annuncia il banchetto promesso come segno dei tempi ultimi, dell’incontro con il messia.

In particolare Matteo narra il gesto di Gesù, che offre il pane alla folla che aveva fame, facendo riferimento alle parole e ai gesti dell’ultima cena: ‘dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati’.

Alzare gli occhi la cielo, pronunziare la benedizione, spezzare i pani sono i gesti di quella cena in cui Gesù donò il pane ai suoi come segno della sua vita donata e spezzata. Matteo riprende qui il riferimento a quei gesti che la sua comunità ripeteva nella memoria di Gesù ed è attento a sottolineare come il dono di Gesù è comunicato attraverso la comunità: ai discepoli infatti vengono dati i pani ed essi sono coinvolti in un gesti di distribuzione e condivisione: devono loro stessi distribuirli alla folla.

La distribuzione dei pani si connota così come gesto carico di significati. Innanzitutto è un gesto che viene incontro alla fame e ad una situazione di sofferenza. Rivela la cura di un Dio che ascolta il desiderio e la sofferenza dei suoi figli. E’ segno della compassione e del guarire i malati, che sono i tratti dell’agire di Gesù in cui si rispecchia l’agire di Dio stesso.

Il disegno di Dio è un mondo in cui il pane venga condiviso e vi sia attenzione per la vita di chi soffre. La lotta per l’equa distribuzione dei beni della terra è opera eucaristica che dovrebbe impegnare la comunità cristiana proprio a partire dall’ascolto della parola nel presente della nostra storia. La distribuzione dei pani indica anche un volto di Dio che ha cura di tutti i suoi figli e figlie: non c’è distinzione tra coloro che erano accorsi ad ascoltare Gesù. Al centro della preoccupazione di Gesù sta l’attenzione a che abbiano da mangiare tutti. La testimonianza della comunità cristiana a questo dovrebbe mirare, a rendere visibile nei suoi gesti la profezia di un mondo di condivisione. L’impegno a fare partecipare ogni persona e ogni popolo al banchetto della vita è traduzione concreta di questa certezza della fede.

Questo racconto manifesta anche che nella comunità di Matteo si rende chiaro come il ripetere i gesti di Gesù nell’ultima cena, cioè celebrare l’eucaristia non può essere un gesto avulso da un’opera concreta di condivisione e distribuzione del pane. In questo agire trova la sua più piena realizzazione il fare memoria del gesto di Gesù e divenire suoi discepoli. Nel segno del pane Gesù ha indicato il senso della sua vita. Accogliere la chiamata a distribuire e condividere la sua vita significa continuare nella propria vita i gesti di lui, impegnarsi perché il pane sia condiviso tra i popoli della terra.

Alessandro Cortesi op

_-5Up1-vLp-CWZmo-Q5jUfhDC-wnwxaXF-ET6l_WOU0MraZbJxYteytuxcqKWcpCPRnkP_xliISnNWyTcBfgHRhLAxMi83BxFNDVl3QvAR7UQlMKFZYY5Zilx8c9k_m4nRCcU_dyfSta2IKMOqMSMm4-J9JGvxwXOPmg2kJ6MZu4Z8ozVPCeYR4Ky_vYRdyXEi0frgpfmICSYgTA-PKvf8lB_V3

Fame

A metà luglio la FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricol-tura ha pubblicato un rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI). Da esso risulta che quasi 690 milioni di persone durante il 2019 sono state colpite dalla mancanza di cibo e le previsioni sono che nel 2020 d circa 80 milioni di persone a più 130 milioni, potrebbero soffrire la fame per le conseguenze della pandemia sulla vita economica. Questi numeri segnalano come l’obiettivo fame zero, stabilito dall’ONU nel 2030, è messo a rischio e si sta allontanando.

Le cifre indicate nel rapporto indicano peraltro che vi è un aumento di persone che soffrono la fame negli ultimi anni. Vi è poi da considerare tutti coloro che non si possono permettere una dieta sana e adeguata a causa della condizione di povertà divenendo così esposti a soffrire malattie, ad avere una qualità di vita assai fragile e una aspettativa di vita molto limitata.

Il più alto numero di persone che soffre la fame è in Asia (circa 381 milioni), poi in Africa (250 milioni) e in America Latina e Caraibi (48 milioni). Dal 2014 anziché esservi una diminuzione della sottonutrizione si registra un aumento costante, che segue parallelamente l’aumento della popolazione mondiale.

La sottoalimentazione e la mancanza di una alimentazione sana sono i due ambiti in cui si renderebbe urgente una serie di scelte politiche ben diverse da quelle in atto. I cam-biamenti richiesti per garantire una alimentazione sufficiente e sana andrebbero a limitare molto le spese sanitarie che attualmente sono dedicate alle conseguenze negative della sottoalimentazione.

Se guardiamo alla situazione italiana un approfondimento del Censis per Confcooperative offre alcuni dati su cui riflettere: a causa della pandemia 3,3 milioni di lavoratori irregolari e 2,9 milioni di working poor sono stati posti sulla soglia della povertà. Oltre a questo altre 2,1 milioni di famiglie che in Italia sono sul baratro della povertà: sono le famiglie in cu si mangia perché qualcuno pratica lavori irregolari. Il periodo della chiusura delle attività ha infatti avuto pesanti conseguenze soprattutto sulle persone che si mantenevano con lavori precari, sfruttati o mal pagati.

Persone che fino a qualche mese fa riuscivano a sostenere le spese indispensabili oggi si vedono costrette a rivolgersi alle mense o alla distribuzione dei pacchi alimentari. Colpisce il titolo di una recente inchiesta di Francesca Mannocchi: ‘Anche nella ricca Milano la gente ha fame’ (L’Espresso, 3 luglio 2020). E’ questo un titolo che fotografa la situazione di un mondo ricco in cui è tuttavia presente, e non senza responsabilità, lo spettro della fame. E la fame è condizione di vulnerabilità che da un lato implora solidarietà, dall’altro apre a tutte le vie per uscire da questo tunnel. “La disperazione della fame può rovesciare le logiche del buon senso e i volontari delle organizzazioni caritatevoli oggi sono chiamati anche a questo: arginare la vulnerabilità prima che diventi devianza” (ibid.).

Questo stato di cose richiederebbe una trasformazione delle scelte politiche globali. I dati rivelano il fallimento di un sistema economico che mantiene i ricchi sempre più ricchi e aumenta le condizioni della povertà globale. Ma questo dovrebbe interpellare profondamente le comunità cristiane. E’ vero che ci sono tante iniziative e tanti gesti di solidarietà ma appare anche una certa assuefazione ad un mondo dominato da una logica di potere che mantiene queste dinamiche di impoverimento, di ingiustizia, di fame. La domanda che emerge infatti è: che cosa i cristiani dovrebbero oggi testimoniare in tale situazione in cui grande parte della popolazione mondiale non ha neppure da mangiare?

Accosterei così alcune osservazioni di José Castillo in questo tempo di pandemia relative alla chiesa. Egli osserva “c’è un fatto indiscutibile: i problemi che ci minacciano e ci opprimono sono in aumento, fino al punto di vedere il futuro dell’umanità, della terra e della vita ogni giorno più incerto e opprimente. Stando così le cose, qual è l’apporto della religione e degli uomini di religione in risposta alle molte domande che le persone sentono nella loro vita ed alle quali non trovano soluzione?” E richiama ad una situazione per cui

“La confusione è consistita nel fatto che ha mescolato e fuso il Vangelo di Gesù con la religione che proveniva dal giudaismo e come si viveva nell’impero. Ebbene, questa fusione di ‘religione’ e di ‘Vangelo’ non è stata ancora risolta. Ecco perché la Chiesa in modo del tutto naturale vive un gran numero di cose che sono fondamentali. E sono cose che contraddicono ciò che Gesù, la Parola di Dio e il Figlio di Dio, ha detto e fatto. Dando loro tanta importanza – a queste cose – da costargli la vita. A cosa sto facendo riferimento? Al “potere” ed alla sua maniera concreta di esercitarlo. Al “denaro” e ai rapporti oscuri che la Chiesa ha con questa questione capitale. E alle “relazioni umane” che la Chiesa consente e mantiene, che non sono proprio relazioni di “uguaglianza” e “bontà” nell’amore reciproco, e che la Chiesa non risolve.

Prima delle decisioni ecclesiastiche c’è il Vangelo, nel quale Dio si è rivelato a noi. Finché la Chiesa non porrà il Vangelo al centro della vita, il cristianesimo non sarà in grado di fornire la soluzione di cui questo mondo e in questo momento ha bisogno” (José María Castillo, Il disinteresse per l’elemento religioso, “Religión Digital (www.religiondigital.com) 25 luglio 2020).

Alessandro Cortesi op

 

 

Il nostro pane insieme

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

10-l-obolo-della-vedova-povera(mosaico – s.Apollinare nuovo Ravenna)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Un delicato gesto di ospitalità è narrato nel capitolo 17 del primo libro dei Re. Il racconto è situato nel Nord d’Israele, territorio ai confini, abitato da popoli pagani. Una vedova si affretta per rispondere alla richiesta di un po’ d’acqua da parte del profeta Elia lì giunto inatteso; quando poi le chiede anche un pezzo di pane la donna risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. In questi rapidi accenni sta il riferimento ad una situazione di grave penuria. E’ ricordo di un tempo di siccità e carestia dopo la divisione dei regni di Giuda e di Israele (2Re 6,25-29). L’invito del profeta è a confidare in Dio. Elia le disse “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Il profeta e la vedova si pongono in ascolto della Parola del Signore. Il profeta è spinto a chiedere aiuto e cibo: il Signore parla nella vita dei suoi servi, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola che si rende disponibile nell’ascolto. Anche la vedova compie la Parola del Signore. E’ una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, è una pagana, ma il suo gesto di ospitalità è manifestazione dell’agire di Dio, oltre ogni confine, rivela un ascolto di una parola che sta dentro di lei e suscita i suoi gesti.

Elia vive un momento drammatico della sua vita. Aveva contestato l’idolatria e il re (1Re 16,30) e, perseguitato, deve fuggire. In questo cammino, seguendo la ‘parola del Signore’ scopre la vicinanza di Dio nel gesto della donna povera. Mentre il re d’Israele sceglieva le vie della potenza e dell’idolatria il profeta incontra la presenza di Dio nel gesto di una donna vedova e straniera, e nell’ospitalità offerta scopre la fecondità della Parola di Dio: “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia” (1Re 17,16). Quel gesto dell’ospitalità è fessura di luce che rivela il Dio vicino che accoglie e si prende cura. Anche Gesù fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta nel discorso nella sinagoga di Nazaret riportato da Luca (Lc 4,25-26): il gesto della straniera è indicato come segno della salvezza di Dio per tutti i popoli.

Una vedova povera è al centro anche di una breve scena risportata da Marco. E’ indicata da Gesù nel cuore del tempio. Mentre molti passano gettando offerte nel tesoro e lo fanno con ostentazione e desiderio di visibilità la donna povera getta nel tesoro “due monetine, che fanno un soldo”. Non ne tiene nemmeno una per sè: e quelle due monetine insieme facevano la più piccola somma di denaro. Non dà qualcosa di superfluo, ma “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Gesù la nota in mezzo ai tanti e non si lascia attirare da altri gesti se non da quello. La indica ai suoi. Quella donna povera, come la vedova di Zarepta, affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Gesù ai suoi indica di guardarsi bene da una religione del potere che si accompagna all’indifferenza per chi soffre: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”. Richiama poi al gesto della vedova, povera. In quel suo offrire sta racchiusa la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù legge in quel gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande. L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri; Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui fare attenzione. Scorge in essi l’affidamento e un modo di intendere tutta la vita, non secondo la linea del possesso o della ricerca della propria grandezza ma nella consegna di sè: ed è questo essenziale per un incontro autentico con il Dio dei piccoli e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

logo_noiconvoi_onlus

Gesti

«Tenuto conto della gratitudine per l’ospitalità e la benevolenza che il popolo italiano ha mostrato nei nostri confronti e consapevoli, più di altri della sofferenza che l’abbandono e la solitudine provocano di fronte alle disgrazie della vita, i sottoscritti richiedenti asilo, ospiti delle varie strutture operanti nel territorio vercellese, si dichiarano disponibili a fornire qualunque forma di aiuto e sostentamento alle popolazioni così duramente colpite».

Così si legge in una lettera scritta da un gruppo di richiedenti asilo attualmente residenti a Vercelli. Sono rimasti colpiti nel venire a conoscenza delle situazioni di devastazione causate dal maltempo dell’ultimo periodo nel Nord e nel Sud Italia e hanno scritto al Prefetto per dire la loro disponibilità a fornire in qualche modo il loro aiuto: «A casa nostra saremmo già lì a dare una mano». Sono ragazzi provenienti da Paesi dell’Africa occidentale, e fanno parte dell’associazione ‘Noi von voi’ di Vercelli. Uno di loro ha detto: «ciò che è accaduto a tante persone in Italia mi ha toccato il cuore. So cosa significa perdere tutto, non avere più nulla. Io, come tanti altri immigrati, desidero aiutare chi sta soffrendo. Siamo pronti a partire per i luoghi disastrati e a coinvolgere chi ci sta accanto».

Sono questi i gesti, rintracciabili in brevi trafiletti a margine delle pagine di qualche giornale quotidiano (Chiara Genisio, I richiedenti asilo: possiamo dare una mano? “Avvenire” 6 novembre 2018), che fanno pensare perché aprono improvvisamente gli  occhi su modi di vivere l’attenzione all’altro alternativi rispetto alle chiusure e agli egoismi dilaganti.  Fanno scorgere raggi di luce in questo tempo segnato dal razzismo e dalla volgarità diffusa nel disprezzo dell’altro. Sono gesti che soprendono perché rivelano una sensibilità che sembra essere merce rara nel tempo della chiusura del ‘prima i nostri’ del ‘noi senza voi’, dell’ ‘io senza te’… Il nome della loro associazione è un programma. Si intitola infatti ‘Noi con voi’. Ma anche il loro gesto ripropone lo stile della vedova del vangelo: dà quello che ha per vivere… perché ha fatto esperienza di ciò che è essenziale nella vita. E per questo sa anche condividere e di fronte al dolore dell’altro sa mettere davanti ad ogni altra preoccupazione la cura per chi soffre e offre semplicemente la disponibilità nello stare accanto ed ‘esser lì a dare una  mano’.

Alessandro Cortesi op

 

XX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0847Pr 9,1-6; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

“Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi… sappiate comprendere la volontà di Dio… siate ricolmi dello Spirito Santo”

La lettera agli Efesini inizia con uno sguardo sul disegno di Dio sul cosmo e sulla storia. E’ un disegno di bene e di benedizione aperto a ebrei e pagani. La chiesa è così indicata con l’immagine del corpo di cui Cristo è capo, costruzione in cui Cristo è pietra di fondamento. L’umanità è chiamata come sposa a vivere nella comunione. Il disegno di Dio è quindi disegno di grazia per costruire una comunità di fratelli e sorelle. Da questo dono sorge un nuovo modo di intendere la vita personale e collettiva: ‘vigilate’ è invito a leggere la vita alla luce di questo disegno.

‘Dio ci ha scelti in Cristo prima della fondazione del mondo’: il dono di benedizione genera un imperativo di responsabilità per gli altri. Il tempo assume una importanza particolare. Non siamo individui isolati ma coinvolti. Comportarsi in modo saggio significa vivere responsabilità e coraggio nel lasciarsi guidare dallo Spirito, nel costruire rapporti di cura. E’ lo Spirito il soggetto che costruisce la chiesa/umanità come comunione.

Nel IV vangelo Gesù a partire dal segno del pane passa ad un modo di parlare aperto: “in verità in verità vi dico, se non mangerete la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Partecipare alla vita è trovare il senso più profondo della propria esistenza. Essa respira di un orizzonte di eternità. La vita eterna non sta in un futuro lontano ma inizia sin dal presente. Prendere parte alla vita di Gesù: questo significa il mangiare la sua carne e bere il suo sangue: non si tratta di una garanzia connessa ad un atto di culto. Gesù chiede piuttosto ai suoi di vivere ciò che i segni indicano: il pane condiviso, il vino versato esprimono in modo simbolico quanto Gesù ha vissuto, indicano il suo darsi per gli altri in vista di una comunione con Dio e tra gli uomini. Gesù chiede di vivere dando testimonianza di come lui ha vissuto. La sua prassi solidale diviene strada per i discepoli. Sin d’ora si può vivere in una prospettiva di risurrezione se la vita viene intesa come esistenza nel servizio, pane spezzato per la vita del mondo. “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me”. Nei ‘giorni cattivi’ dell’egoismo e della cattiveria proclamata, tra i tanti gesti di disumanità e d’indifferenza il messaggio del vangelo annuncia e ricorda che la vita acquista senso solo nel dono per gli altri e nella costruzione di percorsi di pace: in questo è già presente la forza della risurrezione e della vita che rimane.

Alessandro Cortesi op

IMG_0768.JPGVigilare

In questi giorni l’Italia vive il lutto per la tragedia che ha colpito tante famiglie che hanno perso i loro cari nel crollo improvviso del ponte Morandi a Genova il 14 agosto u.s. Dovrebbe essere un tempo di presa di consapevolezza e di approfondimento di cosa significa ‘vigilare’ sulla vita, sui beni di tutti, sulla possibilità per ogni persona di essere custodita nelle vicende della vita quotidiana, nella possibilità di lavorare in sicurezza, di viaggiare serenamente, in una convivenza civile in cui al primo posto vi sia l’attenzione ai beni comuni e la responsabilità per altri.

Le rinnovate irresponsabili dichiarazioni alla ricerca di un capro espiatorio unite a espressioni sintomo di mancanza della più elementare cultura giuridica e di rispetto della Costituzione da parte di chi dovrebbe avere il compito di governare la collettività italiana in questi giorni manifesta un degrado che non tocca soalmente l’ambito delle infrastrutture ma ha dimensioni più profonde di degrado etico e civile che stiamo vivendo in tante forme.

Il crollo del ponte Morandi ha manifestato non solo la condizione di mancanza di cura e manutenzione per i beni pubblici e con essa l’incapacità di progettazione da parte di persone e enti competenti, ma nel suo simbolismo di disfacimento di una struttura tesa ad unisce sponde diverse e oluogo di attraversamenti, ha reso evidente quanto oggi stiamo vivendo come crollo di quanto unisce le sponde, i popoli, le culture. Il ponte crollato diviene simbolto di uno sfaldamento di legami e del tessuto connettivo della società e dei rapporti umani a tanti livelli. Uno sfaldamento esito di irresponsabilità, dominio della logica del profitto, occupazione del potere sfruttando il popolo, incapacità di coltivare quotidianamente la cura verso l’altro.

Vigilare nei giorni cattivi è motivo per scorgere l’importanza di costruire ponti, in spe contra spem, ben oltre i ponti come infrastrutture civili, i ponti della comunicazione, della solidarietà, della pietà per chi soffre, far sì che i ponti siano progettati, costruiti con competenza, mantenuti come luoghi di attraversamento contro il degrado culturale e sociale di un tempo oscuro.

Alessandro Cortesi op

 

XIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_06111 Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

“Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi… si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse: ‘ora basta, Signore! Prendi la mia vita…”

Il profeta Elia vive un momento drammatico nella sua vita: ha risposto alla chiamata di Dio nella sua vita, è giunto ad affrontare il potere e i sacerdoti di Baal prom0tori di un culto di idoli (cfr. 1Re 18,40). La regina decide di vendicarsi su di lui e di farlo ricercare per ucciderlo. A chi domina serve una religione che assecondi i progetti di sottomissione e di controllo. E chi vive la religione in vista di una affermazione di potere è quanto mai utile la benevolenza dei monarchi.

Elia è così costretto a fuggire nel deserto. Si trova solo fino al punto di dire ‘basta Signore, ora è troppo’. In questo condivide l’esperienza di ogni credente che ha impegnato la sua esistenza per il Signore e si trova ad affrontare opposizioni, fallimenti e prove. Il cammino di Elia verso l’Oreb, monte di Dio, è il medesimo di Mosè che aveva guidato il popolo. Anche lui aveva compiuto un esodo personale nel deserto. Poi alla guida del popolo aveva attraversato ancora il deserto. Elia ripercorre i passi di quel cammino. Senza retorica e senza infingimenti perché cerca di salvarsi e non ce la fa più.

Ma proprio in questo momento di solitudine ed abbandono scopre che qualcuno, un messaggero di Dio, gli procura pane e acqua. Sono segni della vicinanza di Dio che non abbandona mai. Sono anche nutrimento per andare avanti. Elia vive così ancora una volta un incontro con Dio che si fa vicino e lo solleva. Quel pane e quell’acqua sono segni di una presenza di Dio in modo nuovo. Dio non è presente la dove c’è il frastuono del potere ma nella ‘voce di un delicato silenzio’. Elia potrà continuare a camminare solamente con la forza di quel pane come dono.

“perchè aveva detto: io sono il pane disceso dal cielo. E dicevano: ‘costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: sono disceso dal cielo?'” Di fronte al segno del pane compiuto da Gesù vi è chi mormora: è la reazione del sospetto opposta a quanto Gesù chiede, invitando a credere: ‘nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato’.

Nel vangelo di Giovanni ‘i Giudei’ sono categoria-simbolo ad indicare tutti coloro che si pongono in attitudine di sospetto e di rifiuto davanti a Gesù: loro problema è il rifiuto ad accettare che Dio possa farsi vicino, e possa condividere la vita umana fino in fondo. Gesù propone un’attitudine diversa: l’affidarsi, il lasciarsi fare, il rendersi disponibili. Solamente il Padre ha forza di attrazione. A lui si può solo offrire un cuore disponibile. Tutto ciò disorienta un modo di vedere in cui tutto viene fondato sulle proprie capacità e forze. “Io sono il pane vivo”: pane vivente è un’esistenza spezzata e condivisa. La vita di Gesù esprime e rende vicina la vita di Dio. Nel segno del pane ha offerto un segno per indicare la sua stessa vita. “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Il termine ‘carne’ (sarx) indica la concretezza e la fragilità dell’esistenza. Nel IV vangelo questo termine è importante. Presente sin dal prologo: ‘e il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi’. Dio si rende vicino in tutti gli ambiti della vita. Il Dio di Gesù è Dio fragile che si lascia incontrare in chi è più piccolo. Gesù, uomo per gli altri, ha fatto della sua vita un dono ‘per la vita del mondo’, cioè di tutti.

Alessandro Cortesi op

IMG_0623

Esperienza

In una pagina de Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern è narrata un’esperienza vissuta da soldati italiani durante la ritirata di Russia, una scena situata tra il gelo e l’immoto biancore della neve che copriva la steppa e il caldo interno di una isba individuata in lontananza mentre la fame faceva stringere lo stomaco. Entrati in quella stanza i soldati si incontrarono improvvisamente e inaspettatamente di fronte ad altri soldati, con le insegne nemiche, russi che stavano mangiando, seduti a tavola, accolti dalla famiglia che lì abitava, le armi appoggiate in un angolo.

Mario Rigoni Stern ricorda e racconta quell’attimo di impreparazione, imbarazzo e stupore: poteva essere il tragico ulteriore momento di una guerra che ripeteva i suoi riti di morte e violenza. Fu invece un momento in cui la storia prese, come un colpo d’ala, un’altra piega. Il gesto senza parole di una donna che porse ai militari affacciatisi alla porta, scodelle colme di minestra calda e fumante, diede inizio ad un nuovo tempo, un tempo sospeso. Un tempo di silenzio, in cui risuonò solamente all’interno dell’isba il rumore dei cucchiai che raccoglievano quel pasto caldo, dono inatteso, spezzando il pane da inzuppare nel brodo.

Quel momento si prolungò fino a conclusione del desinare e si chiuse con un saluto, e con un cenno del capo, gelidi come il freddo che aggrediva le spalle nell’uscire scostando la porta di legno. In quello spazio e in quel tempo abitato solamente dalla ‘voce di uno svuotato silenzio’, si era attuato un evento minimo, contrastante con il movimento in atto nel mondo, un momento di mangiare insieme, accolti come uomini, al di fuori di ruoli e divise, con le armi abbandonate, appoggiate agli stipiti delle porte, rese inutili da un gesto di ospitalità. In quell’isba di fronte a quella scena a Mario rimasero impressi nel cuore gli occhi dei bambini… Finche saremo vivi ci ricorderemo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere (Il Sergente nella neve, Einaudi, 2008)

Sono queste le esperienze che dicono la possibilità di spezzare il pane come luogo di riconoscimento dell’altro, esperienza di pane vivo che rende possibile la vita umana. Abbiamo bisogno di silenzi abitati da gesti che offrano pane da condividere, abbiamo bisogno oggi di esperienze che oltre le parole sappiano offrire la possibilità di scoprire orizzonti nuovi alla vita. E’ un’esperienza di incontro e di riconoscimento la proposta che Eraldo Affinati suggerisce anche per alcuni ragazzi tredicenni che in questi giorni hanno sparato con una pistola scacciacani gridando frasi offensive ad un ragazzo nero che stava facendo jogging a Pistoia. L’hanno definita una ‘goliardata’, ma tale non è: questo gesto è il frutto di una seminagione di parole e di atteggiamenti di disprezzo e di esclusione dell’altro, è esito di una pseudo cultura della superiorità di alcuni su altri, di quel razzismo quotidiano e diffuso, di sentimenti di ostilità verso chi è divesro e più debole. Un grave segno della chiusura a pensare la vita come spazio e tempo in cui condividere il pane dell’esistenza nella comune umanità. A fronte di tutto questo un lungo tempo sospeso di educazione all’incontro è la sfida che sta davanti a noi in questi difficili giorni. Da qui la proposta di Eraldo Affinati:

“Mi spiego. Io i due pistoiesi li accompagnerei in Gambia, nazione di provenienza del migrante offeso, in uno sperduto villaggio ai confini col Senegal, Sare Gubu; gli presenterei un ragazzino che porta il mio nome. Tredici anni loro. Tredici anni lui. Si conoscerebbero. Giocherebbero a pallone. Farebbero amicizia. Tutti e tre capirebbero tante cose. I giovani italiani non gli direbbero sporco negro bastardo, come hanno apostrofato il profugo senza sapere chi era. Diventerebbero grandi insieme. E Alì Bubacar Eraldo Affinati magari, in cambio della promessa di poter un giorno venire da noi, sarebbe disposto a dare loro perfino la maglietta di Lionel Messi. Lo so: è soltanto un sogno. Ma proprio di questo avrebbero bisogno i ragazzi: esperienze vere, non parole vuote” (Eraldo Affinati, Basta vuote parole. Cosa dare e chiedere ai ragazzi, “Avvenire” 10 agosto 2018).

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0498.JPGEs 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

“Mosè disse loro ‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’”. Mosè riconosce nel segno della manna, cibo inatteso nel deserto, un intervento del Signore e ne interprete il significato: è pane donato. Il popolo era stanco, logorato dal cammino nel deserto e si era ribellato. La sicurezza di un piatto assicurato era meglio della fatica nel percorso di uscita dall’Egitto. Il bisogno di cibo fa rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù. Così il popolo ‘mormorava’: è verbo che dice ribellione e sospetto. E’ rinuncia alle attese più profonde di libertà e ripiegamento nella ricerca di assecondare i bisogni immediati.

Manna e quaglie, cibo che scende dal cielo sono segno di Dio, per mettere alla prova Israele : “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.” (Es 16,4)

La mormorazione del popolo è espressione dell’idolatria perché ricerca solo appagamento della propria fame, e dimentica Dio stesso. E’ questo nella Bibbia il grande peccato: affidare la propria vita a qualcosa che non è Dio. Il segno della manna giunge inatteso di fronte alla ribellione ed al sospetto. E’ sfida per aprire i cuori a scorgere che Dio solo è il Signore. Questo cibo per continuare il cammino potrà essere raccolto solamente per la razione di un giorno: la vita di chi cammina nell’alleanza con Lui trova la sua stabilità solo nell’affidamento. La sua presenza è più preziosa di ogni altra sicurezza.

Nel capitolo 6 Giovanni presenta il dialogo di Gesù con la gente che lo seguiva, nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Gv 6,59). Dalle sue parole emerge una profonda incomprensione e distanza rispetto alle attese della folla: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27)

Le attese della folla sono centrate sui propri bisogni, e la ricerca di Gesù mira a soddisfare la fame. Gesù vede in questo la strumentalizzazione della sua persona. Le sue parole vogliono condurre ad un passaggio, dalle attese immediate ad un altro livello. I pani distribuiti sono un segno che richiede un cambiamento: si tratta di aprirsi ad accogliere il pane che Gesù stesso è, la sua stessa vita. Da ricercare innanzitutto e come prima cosa è il dono dell’incontro con lui, della sua amicizia. E’ il passaggio del credere, affidamento in lui, decentramento dell’esistenza. I segni sono inizio di un cammino per lasciarsi cambiare, per entrare in un incontro. La questione fondamentale riguarda il credere: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29).

Il segno del pane rinvia al dono della manna, cibo nel deserto, e Gesù parla di un nuovo dono di presenza e di vita: “il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33). La sua vita consiste nel ‘dare’ e nel ‘darsi’. Credere significa allora accoglienza colui che Dio ha mandato, riconoscere in Gesù l’inviato del Padre. La manna era stata sostegno per il cammino nel deserto. Gesù presenta se stesso come pane che fa vivere, nutrimento nel camminare ad un incontro di comunione che è l’autentico senso della vita umana.

Alessandro Cortesi op

IMG_0525

Cibo che rimane

Paolo Dall’Oglio è stato rapito cinque anni fa, in Siria, proprio in questi giorni, alla fine di un luglio di guerra, violenze e massacri.  Accompagnato da alcuni amici sin nelle vicinanze del palazzo del governatorato di Raqqa dove si erano stabilite le forze dell’Isis, da quel momento di lui non si sono avute più notizie. Era tornato in Siria per richiedere la liberazione di amici musulmani e cristiani che erano stati imprigionati nel disordine siriano del 2013.

Da allora sono trascorsi cinque lunghi anni. I suoi familiari, il suo Ordine – la Compagnia di Gesù – i suoi tanti amici, cristiani e musulmani, lo attendono, ricercano sue notizie. Paolo si definiva un credente in Gesù innamorato dell’Islam. Aveva fondato un monastero a Deir Mar Mousa, restaurando un antico luogo di preghiera bizantino, per vivere lì l’esperienza di una vita semplice, di preghiera, digiuni, capace di ospitalità, tra musulmani, cristiani, persone in cammino o senza fede.

La sua chiamata, è lui stesso a dirlo, era nata tra la collera e la luce. La collera per la reazione ad accettare il mondo com’è, con le ingiustizie profonde. Cresciuto in una famiglia di profonda tradizione cattolica e di impegno sociale, Paolo avvertiva l’urgenza di impiegare la sua vita per qualcosa di importante. Aveva vissuto la sua giovinezza a Roma negli anni di piombo, aveva compiuto scelte diverse da amici che allora avevano scelto la strada del terrorismo delle Brigate Rosse, ma partecipava a quel respiro comune di una generazione che aspirava ad un cambiamento del mondo. Era poi entrato nella Compagnia di Gesù, senza perdere l’esigenza di radicalità di sguardo al mondo che il vangelo reca con sé e la spinta di libertà.

E la sua chiamata a vivere il vangelo era mossa dalla percezione di una luce. Così ne parla lui stesso: “L’altra forza è la luce. Oggi forse parlerei di trasparenza. Potrei dire la fede. Temo però che ci si possa fare l’idea che la mia luce consista in un quadro di riferimento religioso prefissato, che racchiuda il mio pensiero e la mia esistenza. Ebbene, si tratta esattamente del contrario. E’ una luce-fede il più lontano possibile dall’immediato, è il sentire più intimo, la possibilità di porre i miei sforzi all’interno di una prospettiva, di un progetto in cui credo, che sento, decido essere tutt’un col progetto finale del mondo, il desiderio profondo di ogni cosa, l’auspicio, il disegno dell’Autore della vita, Allah, Dio. (…) Scrivo queste righe nel giorno dell’anniversario della nascita del Profeta in una città curda del nord dell’Iraq, che amo perché ha voglia di vivere e non lo nasconde. Ieri era l’ultimo giorno di una festività dei caldei, figli della Mesopotamia. Confesso che queste due feste mi hanno dato gioia. Per me, non è artificioso dire ‘mi sento musulmano’. In effetti ho sempre creduto in Gesù all’interno di quella chiesa che mi ha portato al largo, lontano; perciò l’islam sta nel mio spazio spirituale e culturale. Questo non è in contraddizione con il mio battesimo, anzi lo esprime. Detto più semplicemente, se credi d poter essere esclusivamente cristiano, allora, in qualche modo, sei un cattivo cristiano” (P.Dall’Oglio, Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana, Emi 2013, 18).

Nel 1976 aveva percepito la chiamata a servire l’incontro islamo-cristiano. Studiò l’arabo, l’ebraico, il siriaco. E aveva scorto nella Siria con sguardo di mistico, il luogo in cui quest’incontro faceva parte della vita, della storia di quel territorio, promessa e sofferenza. La Siria dominata dalla dittatura degli Assad.

Nel 2011, dopo vent’anni di presenza operosa e di fede, Paolo è testimone dei sommovimenti delle rivoluzioni arabe, delle manifestazioni che vedono anche in Siria l’opposizione al regime e la richiesta di libertà. E’ testimone anche della feroce repressione di quei giorni. Del regime di Bashar Assad Paolo fu lucido oppositore, vivendo una profonda lacerazione interiore: “la mia coscienza cristiana è chiaramente lacerata. Da un lato vi è il desiderio radicale di portare fino in fondo la rivoluzione contro questo regime. Dall’altro, poco o tanto questo pare provocherebbe una islamizzazione radicale della Siria e creerebbe le condizioni per una definitiva emarginazione della comunità cristiana. La creazione di uno Stato in cui si giungesse all’incompatibilità culturale, e magari alle persecuzioni dirette di persone, come è avvenuto a Baghdad o a Mossul, farebbe semplicemente scomparire questa chiesa siriana che mi è infinitamente cara. Confesso di provare anche, dentro di me, un desiderio di vendetta contro coloro che ci hanno fatto così tanto male… al momento attuale noi non vogliamo altro che farla finita con il regime, non importa a quale prezzo e non importa con quale silenzio. Secondo ogni evidenza, qualora questo regime potesse riprendere il potere sul paese, la Siria diverrebbe un buco nero” (ibid. 37).

Così scriveva Paolo nel 2013: Sono passati cinque anni e vediamo ora che la Siria è stata ridotta ad un cumulo di macerie, le città distrutte, il regime di Assad sostenuto da Putin e dall’Iran ha fatto il deserto ad Aleppo, a Damasco, nel quartiere della Douma, a Raqqa e l’ha chiamato pace….

Paolo come monaco era affascinato dalla forza silenziosa della nonviolenza, tuttavia la sua immersione nella tragedia siriana, la vicinanza a persone e storie gli offriva tuttavia motivi di contraddizione e crisi: “Nel marzo 2011, agli esordi della rivoluzione siriana che seguiva passo passo le primavere arabe, il desiderio di un cambiamento senza spargimento di sangue era molto chiaro: nelle classi popolari e tra l’élite contavano soltanto la forza delle idee e un’autentica convinzione nonviolenta. All’inizio i rivoluzionari dicevano: ‘Ciò che non si può ottenere con la nonviolenza non vale la pena di ottenerlo’. Un giovane di Duma, Ghiyat Matar, andava ad offrire l’acqua fresca ai soldati e porgeva loro dei fiori. Fu torturato e ucciso. Una giovane donna, Caroline Ayoub, era andata a distribuire uova di Pasqua ai figli dei rifugiati con un versetto del Corano a parole del Vangelo. E’ stata arrestata e torturata. Le persone venivano torturate perché il governo non poteva concepire, né teanto meno, accettare la nonviolenza. Il regime ha percepito subito questo rischio: sarebbe stato distrutto se non avesse represso la nonviolenza; non poteva cedere alla libertà d’espressione, forse rimpiangeva già di aver ceduto fino a quel punto” (ibid. 75).

Paolo ha vissuto con coinvolgimento interiore e spirituale una solidarietà di esistenza e una autentica compassione con il popolo della Siria, con la terra di Siria, scorgendovi lì la sorgente della civiltà mediterranea. “Non ho bisogno di ripetere i motivi che fanno sì che io i sia schierato dal parte della rivoluzione, al punto di giustificare ‘autodifesa armata di quel popolo tradito e abbandonato dall’opinione pubblica mondiale. Al di là di tutti gli sforzi impiegati in vent’anni di dialogo, devo confessare il fallimento completo dei miei tentativi di favorire un passaggio nonviolento a una democrazia matura, per il bene dei nostri figli e la riconciliazione. Eppure voglio entrare in Siria per portare una testimonianza e per gettare un seme” (ibid. 152)

La sua azione lo condusse a pellegrinaggi di preghiera, di visita e di pianto nei luoghi delle stragi, incontrando parenti di scomparsi, cercando fosse comuni per potervi pregare e d’altra parte la sua vita spirituale ferita dal fallimento e dalla collera respirava di un soffio profondo: “Nutro la speranza che i mujahidin, questi combattenti dell’islam venuti in Siria sulla spinta di una motivazione religiosa radicale, perfino esclusiva, scoprano nella Damasco degli amici di Dio, la Sham dei santi musulmani, una profondità, un’autenticità, una bellezza autenticamente musulmane, una grazie divina abbondante. Questa grazia è legata alla composizione originaria della Siria, dove il pluralismo religioso non dipende da una mancanza di serietà, di autenticità e di radicamento, ma da una conoscenza spirituale della benevolenza di Dio, il Misericordioso… E questa terra, nella quale apparirà l’atteso Ben Guidato mohammadico e sulla quale discenderà al suo ritorno Gesù il Messia, il figlio di Maria, è proprio la medesima terra su cui hanno vissuto nella pace e nell’armonia ebrei, cristiani e musulmani, essi stessi appartenenti a diversi gruppi e scuole.” (ibid. 113)

Il ricordo di Paolo è tenuto vivo, nell’attesa, da tanti amici. Tra essi Riccardo Cristiano, giornalista attento alle vicende medio-orientali ha scritto un libro in cui offre indicazioni preziose e dolorose su quanto è accaduto in Siria ancora martoriata da violenza. Nel suo Siria. L’ultimo genocidio, (Castelvecchi 2017) non solo ricorda la testimonianza e la visione di Paolo Dall’Oglio, ma richiama anche alla funzione dei cristiani d’Oriente di esser inseriti pienamente nel cultura araba in attitudine di solidarietà e dialogo e di fare da ponte per costruire un avvenire di ospitalità reciproca nell’ottica di una cittadinanza che vada oltre i nazionalismi, nel rispetto dei diritti umani.

“Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0382.JPG2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Il segno del pane è al centro della prima lettura: è narrata una distribuzione dei pani, per opera del profeta: Eliseo invita un uomo che si è recato a lui riconoscendolo profeta con primizie a distribuire i pani alla gente. “Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore. Ne mangeranno e ne avanzerà anche.’ Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore”.

I venti pani d’orzo e farro, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è abbastanza: non solo tutti ne mangiarono ma anche ne avanzarono. E questo compie la parola del Signore. Con pochi pani il profeta sfama tanta gente.

Gesù ebbe compassione delle folle ‘perché erano come pecore senza pastore’, Marco testimonia lo sguardo di Gesù e subito dopo racconta l’episodio della moltiplicazione dei pani. Il segno del pane sta al centro della sezione che da qui ha inizio (Mc 6,6-8,26). E’ la memoria di un pasto che Gesù visse con i suoi, aperto ad altri, che diviene racconto di miracolo: si rievoca così il gesto dell’ultima cena e il miracolo del pane di Elia.

La liturgia per cinque domeniche fa sostare sul segno dei pani e sospende la lettura di Marco per seguire il capitolo 6 del IV vangelo che riprende il segno del pane fa seguire il lungo discorso di Gesù sul ‘pane di vita’.

Davanti a tante persone che attendono di mangiare Filippo osserva che il denaro non può bastare, nemmeno per procurare solamente un pezzetto di pane a testa. Anche Andrea l’altro discepolo nota quanto pochi siano i pani e i pesci a fronte di tante persone. I cinque pani d’orzo e due pesci sono presi e distribuiti da Gesù e ce n’è per tutti.

Il IV vangelo conduce così a ricordare il gesto di Eliseo e fa riferimento anche alla manna e alle quaglie nel deserto (Es 16; Num 11). L’attesa giudaica guardava a Mosè che venendo avrebbe rinnovato il miracolo della manna. L’episodio dei pani avviene nel vangelo di Giovanni in un luogo distante deserto e in riferimento alla Pasqua vicina. Le persone sfamate sono moltissime: cinquemila. Gesù stesso distribuisce il pane e alla fine chiese di raccogliere gli avanzi perché nulla vada perduto.

La manna deperiva se era raccolta in quantità superiore al bisogno. I pani invece sono abbondanti e ne avanzano. I dodici canestri in cui i pani sono raccolti diventano simbolo del popolo d’Israele che si allarga a comprendere l’intera umanità. Il IV vangelo accentua inoltre alcuni riferimenti all’eucaristia: Giovanni non riporta infatti le parole di Gesù nell’ultima cena, ma qui al capitolo 6 offre una catechesi sull’Eucaristia. In particolare con la sottolineatura del verbo ‘rendere grazie’ che esprime il gesto di Gesù “Allora Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie (eucharistesas), li distribuì a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero”.

Giovanni vede in questo uno dei ‘segni’, che determinano la prima parte del suo vangelo: tuttavia le folle non comprendono. Ne sorge un equivoco. Riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re ma Gesù prende le distanze da tale ricerca: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”.

Gesù fugge coloro che lo seguono solo per essere saziati: non corrisponde alla ricerca di un messia che asseconda i bisogni ed offre soluzioni ai problemi immediati. Il segno dei pani per Gesù invece è indicazione di un modo diverso di intendere il rapporto con Dio e chiede un coinvolgimento della vita: Gesù stesso distribuisce i pani.

Si sta così attuando una rivelazione della sua persona e della sua identità, espressa nei termini del pane della vita (Gv 6,35): “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. E’ lui colui che invita al convivio annunciato dai gesti di Elia e di Eliseo, banchetto della fine dei tempi aperto a tutti, e sollecita tutti ad aprirsi ad un nuovo modo di intendere l’esistenza. C’è un riferimento nel racconto alla vicinanza della Pasqua: un rapido accenno ma significativo. Esso indica che l’intera vita di Gesù sta nel segno della Pasqua.

Il segno del pane raccoglie in sé tutta la vita di Gesù, e spinge ad intendere la nostra vita come pane da spezzare. Condividere il pane, distribuire il pane riceviamo come dono della presenza di Gesù. La sua vita pane spezzato è riferimento per porre i passi della nostra vita sul suo cammino. Nella condivisione si può vivere l’esperienza dell’incontro con Gesù vivente.

Alessandro Cortesi op

37404767_1876963575660184_467253967487762432_n

Condividere il canto

Questa storia è riportata sulla pagina facebook dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati UNHCR ed è intitolata ‘viaggio di un quaderno’.

“L’ho pagato 5 dinari libici, me lo hanno dato assieme ad una biro. Avevo con me una memory card, comprata in un negozio di musica in Etiopia: l’idea era trasferire i salmi sul quaderno. Ma non avevo il cellulare e quindi ne ho trascritti pochi alla volta, quando incontravo qualcuno con il cellulare, a cui chiedevo di inserire la card per copiare un salmo, o alcune frasi. Sono stata nove mesi nelle prigioni dei trafficanti in Libia. Mi spostavano di continuo. In alcuni posti ci facevano cantare anche se piano, in altri invece ogni cosa era proibita. Le melodie le ho imparate dagli altri, le cantavamo insieme nei momenti in cui volevamo farci forza a vicenda. Alcuni mi chiedevano il libro dei canti per pregare da soli, poi me lo restituivano. Prima di imbarcarci, l’ho coperto con della plastica e me lo sono nascosto dietro la schiena, per non farmelo sequestrare. Ma in mare non ho cantato fino a quando non ho visto la nave dei soccorsi avvicinarsi: prima di allora ero impietrita dalla paura e non solo non cantavo, ma non riuscivo neanche a guardare l’acqua del mare”.

E’ la testimonianza di una ragazza di 16 anni, fuggita dall’Eritrea da sola, quando ne aveva 13. Il suo viaggio è stato segnato dal canto di salmi ricopiati in un canzoniere per trattenere quelle parole che sono risuonate e condivise negli spostamenti e nel buio dei luoghi di detenzione in Libia. La storia dell’esodo, cammino di liberazione, è vicina.

E’ storia che continua e come il canto di Maria dopo l’attraversamento del mare (Es 15) anche il canto di I. sulla riva di Pozzallo con lo sguardo rivolto finalmente alle acque del Mediterraneo è ancora memoria di attese di liberazione, di un doloroso passaggio, di lode nonostante tutto. Ed è anche denuncia di ogni ingiustizia, delle chiusure egoistiche e della disumanità di chi non sa ascoltare il canto di melodie lontane e la parola di Dio che si rende vicina nella diversità di armonie di lingue altre.

Condividere il libro che raccoglieva i salmi trattenuti come teosro prezioso, appiglio prezioso per continuare a resistere, è stato motivo di vita per continuare il cammino, anche nel buio della disperazione. Segno di condivisione di quel poco che nutre e fa andare avanti, e fa respirare la vita di un cibo che non perisce. Condividere quel poco (cinque pani due pesci… un canzoniere per cantare i salmi) che appare inutile e insufficiente per sfamare è gesto possibile nelle mani aperte dei poveri.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo